In memoria di Radio Flash e della Torino degli anni Novanta. Appunti ombelicali di un suo ex dj

July 13th, 2019 § 2 comments § permalink

La notizia non è di oggi, ma in assenza di comunicati da parte della proprietà, ci siamo accorti con comodo che Radio Flash non c’è più: la frequenza è stata venduta, lo streaming non funziona, il sito è in rovina e quella che per anni è stata la “radio alternativa” di Torino ha chiuso la sua esperienza.

Dovessi dare un giudizio attuale, non avrei problemi a dire che non si è perso molto: la radio era brutta e svogliata da tempo, salvo rare parentesi affidate all’estro e alla competenza di singoli dj, giornalisti e speaker. 
In prospettiva storica, invece, è una perdita enorme per la città.

Non credo sia un mistero che Radio Flash è stato per me un pezzo di cuore, anche se sono passati 21 anni dall’ultima volta che ci ho trasmesso. Però per un lustro è stata per me la principale occupazione, il primo e ultimo pensiero e perfino un “generatore di identità” nei miei vent’anni.

Quello che segue è il classico post-fiume ombelicale che potrebbe tranquillamente diventare un capitolo intero della mia autobiografia “Non è successo niente di interessante: vita noiosa di Enrico Sola”, che non leggerebbe nessuno salvo i parenti impietositi e qualche amico per vedere se si ritrova. Quindi procedete a vostro rischio. 

Erano i primi anni Novanta, con alcuni amici avevo una incasinatissima e dadaista trasmissione su Radio Blackout, la radio dei centri sociali torinesi (con una curiosa caratteristica: ex figiciotti che trasmettono sulla radio degli antagonisti, ma in “quota anarchici” nella lottizzazione interna). 

Era prevalentemente l’occasione per noi per suonare la musica che ci piaceva all’epoca e soprattutto prendere amorevolmente in giro la serietà militante con toni guerreschi degli autonomi, dei COBAS, dei collettivi, ecc.. Non a caso la trasmissione si chiamava “L’ora del futile” e il suo titolo faceva il verso a “L’ora del fucile”, serissimo (e quindi involontariamente esilarante, nel suo rigor mortis ideologico, in cui “gli operai polacchi acquistano coscienza” fa rima con “e nelle piazze scendono con la giusta violenza”) inno di Lotta Continua, cover di “Eve Of Destruction” di Barry McGuire

Fare autoironia sulla sinistra extraparlamentare era una specie di missione suicida che puoi fare giusto a vent’anni. Non a caso negli ultimi tempi ricevevamo una o due telefonate di protesta a puntata da parte di qualche capetto più antagonista di tutti che stigmatizzava i “gravi errori politici” contenuti nei nostri interventi ironici. E vi assicuro che nell’epoca in cui Rifondazione organizzava i viaggi “settimana ad Acapulco in hotel 4 stelle seguita da campo militante in Chiapas” c’era molto da ridere, a sinistra-sinistra. 
Peccato che una delle condizioni base dell’essere “più di sinistra” sia la rinuncia al sense of humour, evidentemente considerato un vezzo borghese decadente. 

Dopo un paio d’anni non eravamo graditissimi: meglio cambiare aria, anzi frequenza. 

L’occasione capitò grazie a Gianluca Gobbi, che mi prese nella sua redazione a Radio Flash. Non avevo mai fatto il giornalista radiofonico; avevo qualche vaga idea di come si facesse e ho avuto il privilegio da imparare da lui. 
Per un po’ ho fatto il giornalista nomade: giravo per le stanze del potere torinese a raccogliere notizie, entravo nelle scuole occupate a intervistare gli studenti, seguivo cortei (dove rischiavo mazzate perché avere un cellulare all’epoca era considerato di destra da qualche duro e puro), pedinavo assessori, ecc. Non era esattamente il mio mestiere, ma mi divertivo e imparavo, imparavo, imparavo. 

Poi grazie a Sergio Ricciardone, anche lui arrivato in radio da poco, sono tornato a fare lo speaker.
In verità inizialmente lo facevo all’insaputa dei colleghi e degli ascoltatori. Se ricordate le stupidaggini del “commentatore misterioso” nei pomeriggi del weekend (l’oroscopo con soli 2 segni, il commento radiofonico alla trasmissione di MTV sulla moda, la rubrica “agenzia diffamazioni” in cui parlavamo male di qualcosa su commissione, “l’oggetto del fine settimana o della vita tutta”, ecc.), ecco ero io. Ok, per molti era il segreto di pulcinella, ma casomai il dubbio vi attanagliasse da allora, ora lo avete sciolto (nel mentre, se visitate un professionista della salute mentale, è meglio per voi). 
Poi mi hanno sgamato e invece di licenziarmi, il buon direttore mi ha tolto dalla redazione e coinvolto in prima persona in una trasmissione: la prima versione di “Notte Flash”.

Era una trasmissione perfetta per me, per numerose ragioni.
La prima è che era notturna e lunghissima: il venerdì e il sabato sera dalle 8 di sera fino a notte fonda, “fino a quando ve la sentite”. Normalmente ce la sentivamo fino alle 6 di mattina, per un totale di 10 ore di trasmissione continua, da ripetere il giorno seguente. Nella nostra testa era un “raid radiofonico”, ma nella realtà era una maratona. 

La seconda ragione per cui ho amato quella trasmissione è perché era oltraggiosa: in una radio smaccatamente allineata alla sinistra tradizionale e un po’ fricchettona, tutta cantautori, succedanei delle posse e rock, rock rock, era impensabile fare una trasmissione che suonasse elettronica, dance e black music.

Per qualche strana ragione, la musica con radici non-bianche (a esclusione dell’etno, che piaceva molto alle “borsette” labranchiane di sinistra per ragioni di terzomondismo di facciata) era considerata “da fascisti” perché in parte si suonava nelle discoteche. E le discoteche, nell’immaginario della sinistra in cui non c’era molto agio nei confronti del corpo (e ballare è, almeno superficialmente, puro corpo; poi, se la musica è buona, il ballo diventa una questione mentale) e si diffidava di tutto quello che non era apertamente militante, erano roba del nemico. 


Poco importa che in quegli anni fosse il movimento elettronico a guidare le proteste contro il Criminal Justice Act del governo conservatore in UK, che la techno di Detroit fosse il sound degli operai (licenziati) della GM che portavano nella tarda disco music più astratta i suoni della fabbrica, che buona parte della house non commerciale nascesse in contesti antagonisti, in case occupate, in realtà progressiste, ecologiste, multietniche, aperte mentalmente, ecc.  e che all’epoca l’hip hop fosse ancora la voce della comunità afroamericana, prima di perdersi per sempre dietro ai soldi. 

Era una sfida, quella trasmissione, e per mesi, insieme al grande Gabriele De Rienzo e a Fabrizio Vespa, ci siamo presi una ragionevole quota di proteste e insulti da parte di gente che non sopportava l’idea che la sua radio del cuore suonasse il “tunz tunz”. Volevano ascoltare Neil Young, Guccini o i Pitura Freska alle 2 di notte di venerdì, quando il resto del mondo – finalmente – ballava. 

La terza ragione per cui adoravo la prima versione di Notte Flash è la libertà. Più o meno dalle 3 di notte in poi (in sostanza quando eravamo certi che il direttore fosse andato a dormire) avevamo licenza di dire e suonare quello che ci pareva e piaceva. Lo chiamavamo il “momento freestyle” ed è un bene che se ne sia persa memoria, perché oltre a dire un mare di stupidaggini e suonarne altrettante (una notte ricordo che suonai il tema di Profondo Rosso con sovrapposta la registrazione di una messa in sardo trovata in vinile negli archivi della radio, che girava a -8 sui Technics), ogni tanto ci lanciavamo in tirate decisamente fuorilegge, tanto nessuno ascoltava, o chi ascoltava se ne fregava o apprezzava o, alla peggio, chiamava in radio e ci diceva di smettere (cosa che è capitata più volte).

Negli anni seguenti la trasmissione, che a modo suo fu una scommessa vinta contro il pubblico più conservatore e perfino contro qualche collega, diventò quotidiana e con orari più normali (finiva a mezzanotte, con licenza di sforare solo nei weekend), fu affidata al trio “Valletta – Ricciardone – Sola” e a una comunità affettuosa di amici e collaboratori, tra cui Veronica Sandroni aka Miss Belle, Valentina Garbolino, Samuele Carosiello, Alessio Morena, Lara Ladu, Betta Bordone, Angelo Galeano e molti altri che non sono su Facebook e che forse dimentico.

La nuova versione di “Notte Flash” era più professionale, anche se non mancavano i momenti puramente dadaisti, e per un bel po’ di tempo credo sia stata la colonna sonora della Torino che “usciva”. Ci arrivavano notizie di gente che si metteva in uno spiazzo con l’autoradio a tutto volume e ballava intorno alla macchina, oppure c’era gente che ci lasciava in segreteria telefonica dettagliati report della propria serata, spesso a puntate.
Mi rendo conto che musicalmente quella trasmissione ha fatto una piccola opera di apertura mentale tra i giovani di sinistra in città e forse ne raccogliamo i frutti ancora adesso, vista la tanta attenzione che gli operatori culturali riservano all’elettronica in tutte le sue forme.
C’è da dire che erano altri anni, dal punto di vista umano e culturale.

TORINO DI NOTTE, NEGLI ANNI NOVANTA. E LA SUA RADIO.

Ecco, la storia degli anni migliori di Radio Flash, che ha avuto il suo boom negli anni Novanta fino a diventare la terza radio più ascoltata in città dopo i due colossi locali (e la radio più ascoltata dai giovani), non è completa se non si racconta com’era diventata Torino, in quell’epoca.

Per ragioni che non so nemmeno bene spiegarmi, forse un allineamento fortunato di piccoli pianeti di talento personale, forse una larga disponibilità di spazi industriali dismessi da riutilizzare, chissà, la città era diventata la capitale italiana del nightclubbing: un’eredità che a suo modo resiste tuttora, nonostante la repressione grillina, grazie a festival come Club 2 Club, Kappa Futur Festival, ecc. 
I migliori dj nazionali e internazionali suonavano qui (in parte perché molti sono di qui), le serate più interessanti e originali dal punto di vista musicale erano qui, i centri di produzione, sperimentazione, incontro creativo, ecc. erano tutti qui, sparsi, diversi, originali, talvolta inafferrabili. 


Curiosamente, in una città organizzata a comparti stagni, in cui tuttora vige una certa “elisione” dell’alta società (che esiste, semplicemente non si fa vedere: ha i suoi luoghi di intrattenimento, i suoi negozi aperti solo per pochi, i suoi luoghi di ritrovo nascostissimi, i suoi riti lontani dalle masse, ecc.) e in cui le culture (quella di sinistra, quella dei tamarri, quella dei fighetti, ecc.) tendono a non frequentarsi e a vivere autonomamente in spazi ben separati, il clubbing degli anni Novanta era un luogo inatteso di incontro. 

In una serata di Xplosiva di Giorgio Valletta e Sergio Ricciardone potevi trovare un rottame della militanza come il sottoscritto, un giovane manager Fiat rampante con la polo col colletto alzato, il “capo degli anarchici” (mi ha sempre fatto sorridere l’ossimoro implicito) over 40, universitari pulitini e perfino una piccola quota di tamarri illuminati, desiderosi di andare oltre Gigi D’Agostino (verso cui, comunque, respect!). Questo perché magari quella sera oltre alla loro serata c’era un live dei Faithless. 

Capitava lo stesso coi rave (per cui qui, tuttora, non c’è un problema di spazi disponibili: siamo pure sempre una citta ex industriale riconvertita in piccolissima parte), quasi esclusivamente organizzati dal ramo anarchico dei centri sociali: c’erano i fricchettoni col furgone e rampolli di casa Agnelli e un’umanità variegata nel mezzo. Tutti insieme, under one groove. 

In quello scenario Radio Flash era fondamentale: era il principale centro di circolazione delle informazioni sulle serate, sulle attività, sugli appuntamenti. Ed era il posto in cui si ascoltavano le novità musicali, grazie alla trasmissione quotidiana di Giorgio Valletta, che faceva il “Marco Polo” musicale, portando tesori non dalla Cina, ma da  Berwick Street, a Londra.
Era anche l’ambito in cui il “suono” della città e del suo immenso e inimitabile underground riverberava, raggiungeva persone nuove, stimolava curiosità, faceva incontrare e collaborare persone che non si sarebbero mai frequentate altrimenti. 

È da quello scenario lì, da quel groove condiviso via etere e nei locali, da quei diversi mondi che si incontravano 7 metri sotto la città, nella “terra di tutti” dei Murazzi, che sono nate realtà come i Subsonica (anche loro frutto di un incrocio tra identità diverse come provenienza e come età e capaci di diventare non solo un gruppo, ma una visione creativa condivisa, aperta agli altri, mutevole, dinamica), si sono formati gruppi musicali, gruppetti politici, si sono avviate e schiantate carriere e si sono consumati nel bene e nel male migliaia di storie, storiacce, amori intellettuali e prosaici, si sono scritti romanzi bellissimi e tanto fascinosi quanto velenosi.

IL BELLO DELLA RADIO (CHE NON SI SENTIVA ON AIR)

In quegli anni trasmettere a Radio Flash, fare parte del suo mondo, era senza dubbio cool. Da un lato trasmettere in radio garantiva alcuni benefit non indifferenti, se avevi vent’anni: qualche consumazione gratis nei locali, accrediti a quasi tutti i concerti in città e dintorni e una micro-fama locale, sostanzialmente spendibile a fini “affettivi”. Con me non funzionava molto (anche perché avevo tutte le sere e notti del weekend occupati a trasmettere: non ero frequentabilissimo), ma ricordo sempre con affetto il tizio che si fingeva me con le tipe e aveva una vita sessuale decisamente più movimentata della mia. 

Il vero benefit (emotivo, non materiale) dato dal trasmettere a Radio Flash, però, è stato conoscere e spesso diventare amico dei tanti e diversissimi personaggi che hanno animato le frequenze dei 97.6 in FM. La radio, che lo volessi o no, era anche una questione affettiva e a un certo punto nella sua lineup potevo contare i miei tre migliori amici, il mio socio in azienda, un cognato e una futura (poi ex) moglie. 

Il concentrato di genio, bizzarria e disagio che anima una radio libera è ormai diventato un topos narrativo. Se avete visto “ I love radio rock” / “The Boat That Rocked” / “Pirate Radio” (è sempre lo stesso film: i produttori erano indecisi sul titolo, così in ogni zona del mondo si chiama in modo diverso) sapete di cosa parlo. 
Sarà la nostalgia dei vent’anni, ma in quella comunità biodiversa di voci dell’etere, viste e sentite al di là e al di qua del microfono, c’era un’umanità pittoresca che mi ha regalato alcune tra le risate, le risse, le polemiche, le chiacchiere intellettuali, ecc. più intense di sempre. 
Nella quotidiana riunione radiofonica del venerdì si palesavano futuri conduttori di MTV, buona parte delle redazioni di Rumore, Rockerilla, Mucchio Selvaggio, poi Blow Up, ecc. (per qualche ragione a Torino c’è un’altissima densità di giornalisti musicali, credo senza pari in Italia), geni dell’informatica, futuri vincitori di David di Donatello, futuri romanzieri, buona parte dei venturi Perturbazione, futuri accademici di chiara fama e anche un’ampia dose di cazzoni e casi umani (a cui mi ascrivo), tutti però con qualche folle talento da esibire in modulazione di frequenza. 
La frase precedente è piena di “futuro/futuri” perché la radio era anche quello: un trampolino di lancio, un posto in cui sperimentare idee, capire cosa funzionava e poi provare a proporle a un pubblico maggiore.

Si litigava da morire (perché per ciascuno di questi personaggi c’era almeno un ego sgomitante), c’erano faide interne musicali, culturali, politiche, tanto vacue quanto prese sul serissimo e in generale si faceva un “prodotto radiofonico” in un piacevole contesto di scarsa armonia formale e abbondanza condivisa di cose da dire e da far ascoltare. In qualche modo funzionava. 

È grazie a Radio Flash se ho incontrato alcune tra le menti più stimolanti che – da amici, rimasti ben oltre l’esperienza radiofonica – rendono più ricca la mia vita, penso al fratello Giorgio Gianotto, a quel genio di Luca Signorelli (e di sponda suo fratello Andrea), penso a Carlo Bordone, passato anche lui dal cazzeggio on air all’advertising e compagno per mille ragioni, penso a Giorgio Valletta, che oltre a essere uno dei miei migliori amici è il compagno di altre avventure radiofoniche (e privatamente di costanti battute musical-demenziali in chat), penso a quel perenne agitatore culturale di Fabrizio Vespa o a Gabriele De Rienzo (aka Grand Laser Gee), che mi ha insegnato a scrivere “da giornalista”, oltre ad avermi fatto capire la black music e il reggae fino in fondo. 

La radio era anche un porto di mare: a ogni ora del giorno e della notte c’era gente che passava, magari per un’intervista, magari perché gli andava. E c’era sempre da divertirsi, da imparare, da ascoltare. È grazie alla radio che ho bevuto un caffè con Skin degli Skunk Anansie (ai tempi di “Selling Jesus”, quando ce li filavamo in pochi), ho fatto amicizia con il mai troppo compianto Marco Mathieu dei Negazione, con cui poi anni dopo sarei andato a lavorare nella new economy a Milano (credo di essere l’unico caso di impiegato che aveva avuto il poster del suo capo in camera, da ragazzo), ho passato serate intere a chiacchierare di politica con Max Casacci, che poi è diventato un amico, ho speso un’ora della mia vita a tardissima notte a ravanare nell’archivio di dischi jazz della radio con Rocco Pandiani, che mi ha fatto ascoltare per la prima volta “The Creator Has a Masterplan”, sconvolgendo per sempre le mie certezze musicali, ho visto la crew dei Whirlpool Production (quelli di “From Disco To Disco”) fare un’intervista serissima spiazzando tutti, ho accompagnato Carmen Consoli alla ricerca di un gelato chiacchierando di architettura barocca, ho bevuto un tè esotico buonissimo e provvidenziale insieme allo Chef Kumalè una notte che abbiamo deciso di dormire insieme ai barboni che abitavano nottetempo le alcove tiepide sotto la radio, per capire meglio la loro vita e poterla raccontare agli ascoltatori. Ogni giorno una sorpresa, una curiosità, un’esperienza o anche solo una menata da spendere la sera per rompere il ghiaccio a una festa. 

La realtà è che Radio Flash non è stato solo un passatempo o un mestiere negli anni della mia gioventù ma a posteriori posso dire che è stata una delle esperienze più formative in assoluto, anche a livello professionale. Insieme alla militanza politica, la “militanza radiofonica” è ciò che mi ha definito in modo più rilevante come persona. Per dire, ho imparato a parlare in pubblico grazie alla politica, ma è grazie alla radio che ho imparato come farlo senza far calare l’attenzione, senza perdere ritmo, ecc. E sempre grazie alla radio ho imparato a mascherare gli stati d’animo in pubblico, a riassumere in poche parole un concetto, a ragionare sull’efficacia di ciò che dico. 
Sono tutte cose che, quando ho deciso di fare sul serio con la pubblicità, mi sono servite tantissimo. E il “senso dello spettacolo” che automaticamente sviluppi dopo un po’ di esperienza di fronte a un microfono mi aiuta tuttora in ogni presentazione. 

Ecco perché amo la radio, tuttora è la cosa che mi piace di più al mondo. Mi piace farla, mi piace ascoltarla, mi piace (sono costretto a farlo, a dire il vero) detestarla quando mi infastidisce e penso tuttora che sia una palestra di vita incredibilmente divertente ed efficace.
Di fatto nel 2003 ho aperto un blog per sopperire alla mancanza cronica di una radio in cui sfogarmi. Quindi se siete qui e se sono qui è anche un po’ causa (colpa?) sua.

POCHE NOTE SGRADEVOLI

Ci sarebbe tutta una parte triste e negativa, nel racconto dell’ascesa e della caduta di Radio Flash, e riguarderebbe il modo in cui una proprietà disattenta e inadeguata (e interessata solo ai soldi) ha trascurato, sottopagato, “sprecato” alcuni grandi professionisti della radio, costringendoli ad andarsene altrove, a trovarsi un lavoro fuori dall’etere, ecc. Considero una loro colpa il fatto, per dire, che Giusi Brunetti non sia diventata la più grande speaker radiofonica del pianeta. Lo era, credo lo sia tuttora. E penso sia colpa loro se i Groovers non sono diventati la nuova Gialappa’s Band in versione intellettuale.
E considero una colpa della proprietà il disastro con cui nel 1998 l’intero parterre di dj e speaker ha abbandonato in massa la radio, di fatto condannandola a un progressivo declino negli anni successivi, salvo rare eccezioni come il mitico Fabio Giudice, grandissimo intrattenitore nei panni di Capitan Freedom. 

Però, ecco, mi sono imposto di spendere poche righe sugli aspetti spiacevoli di quell’esperienza, perché più di vent’anni dopo il bilancio è positivo per tutti, credo. Lo è per la città, che per anni ha avuto una “radio libera” realmente in sintonia coi giovani e lo è per tutti noi che ne abbiamo fatto parte (nel corso degli anni ho seguito un po’ i percorsi di vita di chi ci ha trasmesso in quegli anni e ho trovato quasi tutte vite interessanti, con belle carriere, successi, soddisfazioni, ecc.; ho l’impressione che la radio da un lato attirasse persone non comuni e dall’altro desse un senso, una direzione o forse palate di stimoli alle loro menti).

LA PROSSIMA RADIO FLASH (CHE NON FAREMO NOI)

Penso, da trekkie, che tutte le cose belle debbano prima o poi finire. Radio Flash era finita da un pezzo, negli ultimi tempi mi piangeva il cuore ascoltarla. Il suo senso si era esaurito ben prima che vendesse le frequenze. Nel mentre anche la città ha cambiato volto.  

Voglio, però, guardare il lato positivo e fare un appello: ripartiamo dalla città profonda.
A Torino l’underground esiste ancora, anzi in tempi magri (e questi lo sono) notoriamente prospera, si incattivisce, diventa ancora più creativo e piacevolmente disperato. Solo che lo considerano in pochi, ha sempre meno spazi per esprimersi, non fa il salto di qualità. Ma c’è, ne sono certo. 

Troviamo modo di dargli dignità, proviamo a uscire dalla gabbia del mainstream e torniamo a guardare un po’ in giù.
Se sapremo farlo, se sapremo dare di nuovo a Torino la brillante luce nera che veniva dai suoi bassifondi (che sicuramente ora hanno forme, luoghi, manifestazioni, ecc. diversi da vent’anni fa), la città tornerà a essere se stessa. E magicamente tornerà a esserci una Radio Flash (che forse non sarà una radio via etere e forse non si chiamerà così e di certo non la faremo noi matusa) che farà da eco al rumore delle cose che cambiano.

POSTILLA BALENGA: TRE COSE FOLLI AVVENUTE FACENDO RADIO A NOTTE FONDA

1 – Brucia il Duomo, mi arrestano, faccio la figura di merda del secolo.

L’11 aprile 1997 il Duomo di Torino ha preso fuoco. Gli inviati della nostra trasmissione se ne sono accorti arrivando in radio, dato che era a due passi. Il resto della città, pare, non ancora del tutto. 
In pochi istanti lascio la consolle al mio collega e mi fiondo verso il Duomo armato di ben due cellulari TACS e faccio partire una diretta infinita dallo scoppiare dell’incendio fino a notte fonda.
Per puro tempismo, per capacità organizzativa e anche per una discreta botta di fortuna, Radio Flash quella notte è stato l’unico mezzo di comunicazione che ha seguito in diretta l’evento per bocca di Davide Borsa e mia. 
È stata una notte piena. Quando ancora non c’erano i vigili del fuoco ho fatto l’errore di entrare nel Duomo mentre bruciava e ho tuttora stampata l’immagine della chiesa completamente al buio illuminata solo da una enorme colonna di fuoco nel centro del transetto. Se non fossi un ateo inguaribile, non esiterei a definirla una visione vagamente divina (tutta colpa di quel filmaccio biblico che immancabilmente danno a Pasqua su Rai 1 n cui Dio si manifesta come colonna infuocata). 
Poco dopo sono stato arrestato (in diretta radio) dalla Polizia, che si chiedeva cosa ci facesse un cretino senza autorizzazione, perennemente collegato al telefono, ben oltre il cordone di sicurezza e aggregato alla delegazione di parlamentari locali che constatava i danni. Mi ha liberato il mio collega, che ha avvertito il capo della Digos. Quest’ultimo mi conosceva a causa della mia militanza politica e, mentre mi faceva liberare, mi ha detto con tutta la simpatia che può avere un poliziotto la notte in cui brucia il Duomo “ma ora mi rompi i coglioni pure di notte!?!”.
Riconquistata la libertà, intercetto l’allora vicesindaco (e compianto amico di famiglia) Domenico Carpanini e, forse perché ancora un po’ scosso, gli chiedo un commento alla disgrazia sbagliando completamente il suo nome proprio. Mi fulmina con lo sguardo e, con estrema professionalità, mi risponde nonostante tutto. Poi mi restituisce il cellulare e mi manda a stendere con lo sguardo. Dagli torto.

2 – L’aspirante suicida ingrato. 

Tre di notte. In radio telefona, chissà perché, un aspirante suicida. Lascia due minuti strazianti di messaggio in segreteria, in cui racconta di un cuore spezzato, di una tal Tiziana che lo ha fatto soffrire troppo, della sua intenzione di farla finita entro pochi minuti. 
Per fortuna il tempo a disposizione per il suo messaggio finisce e, insoddisfatto, richiama. Riesco a tirare su in tempo la cornetta e, dopo aver messo su un brano musicale bello lungo, inizio a parlargli. 
Intortandolo un po’, riesco a farmi dire dall’aspirante suicida da quale cabina telefonica sta chiamando e il mio collega, usando l’altra linea, chiama la Polizia e manda una pattuglia a salvarlo/recuperarlo. 

Pochi minuti dopo, mentre ci diamo a vicenda una serie di pacche per la buona azione compiuta (cosa rara, per noi nemici dei boy scout), squilla il telefono. È l’aspirante suicida, incazzatissimo perché lo abbiamo fatto intercettare dalla Polizia.
Tiriamo su il telefono e ci manda a stendere: “Se vi dico che mi voglio ammazzare, non permettetevi di interferire, brutte merde! Avete rovinato tutto!”. Ci scusiamo, cos’altro possiamo fare? Gli abbiamo rovinato tutto, ora non si può suicidare. Che dramma.
Chissà che fine ha fatto. 

3 – La stupidaggine da cui è nato un hobby (costosissimo).

Tra le varie cretinate di “Notte Flash” c’era un disturbato e morboso culto per Alberto Campo, noto giornalista musicale torinese e laconico direttore artistico della radio, noto per le sue tirate di culo epiche quando (cioè quasi sempre) dicevamo qualcosa di stupido nottetempo. 

Per esorcizzare la sua figura, ci eravamo inventati AlbertField, nelle nostre menti malate dj/producer americano immaginario, fidanzato non troppo corrisposto con Crystal Waters e perennemente in orbita sul suo disco-consolle volante tra Miami, Chicago e Detroit. 
Da inside joke tra noi dj, era diventata una outside joke, con tanto di finte interviste al telefono in inglese maccheronico in diretta radio (fatte da Fabrizio Vespa dall’altra stanza).
Per rendere il tutto più credibile ci mancavano i brani. E visto che all’epoca ero un fottuto professionista delle cretinate, un giorno ho dato fondo ai risparmi, comprato una drum machine e un sintetizzatore e mi sono messo a produrre i presunti brani di AlbertField. Per fortuna non me li ricordo e credo fossero orribili.

Qualche tempo fa, svuotando casa di mia madre, ho rinvenuto un’audiocassetta autoprodotta intitolata “The AlbertField EP”, con ben 4 brani senza titolo e in copertina il “logo” di AlbertField (una foto azzurrina di Stalin con un orecchio enorme, che avevo “photoshoppato” in Microsoft Paint per Windows 3.1, immaginate con che perizia). Non ho ancora avuto il coraggio di ascoltarla e forse è meglio così. 

Il dramma è che quella volta mi è presa una inarrestabile passione per la produzione di musica elettronica e da allora buona parte dei miei guadagni viene bruciata in sintetizzatori, sequencer e altre diavolerie che poi regolarmente non suono per mancanza di tempo. 

Una storia italiana – riflessioni sulla truffa del Reddito di Cittadinanza e sui truffati

April 18th, 2019 § 2 comments § permalink

Il Reddito di Cittadinanza del Governo del Cambiamento si è rivelato una fregatura clamorosa. Purtroppo è balzato all’onore delle cronache non per la distanza tra la promessa elettorale e realtà, ma per la mezza rissa verbale che si è sviluppata sul profilo Facebook dell’INPS dedicato alla sua erogazione tra i richiedenti e il social media manager. I primi sono risentiti perché invece di 780€ al mese ne hanno ricevuti molti meno (40-70€ circa), il secondo si è trovato travolto dalla rabbia popolare in tutti i suoi aspetti più sgradevoli e ha perso il controllo. 

Avrei milioni di righe da spendere su tutta la questione, ma non ho molto tempo (devo andare a lavorare per pagare il reddito di cittadinanza ad altri).  

Mi limito a far notare che questa vicenda è un concentrato perfetto di “Italia” nei suoi aspetti più veraci e al contempo deplorevoli. Faccio un rapido elenco puntato di cose che ho trovato fastidiose e purtroppo, ampiamente già viste o prevedibili, poi se volete ne parliamo nei commenti.

  • È un caso evidente di truffa politica: un partito – il Movimento 5 Stelle – chiede il voto promettendo soldi in regalo, fa il pieno di voti e poi, una volta al governo, tradisce i suoi elettori, che avevano abboccato a una proposta impossibile, insostenibile per i conti dello Stato e – mio giudizio – sbagliata nel merito. 
    Inutile menarsela: chi promette soldi in regalo vince le elezioni. E governa. Poi magari perde voti quando non mantiene le promesse, ma intanto va al potere e fa danni. E magari porta i fascisti al governo con sé. 
    Non è una cosa nuova: da Achille Lauro (non il cantante) a Berlusconi, la bugia elettorale carica di doni è un classico della politica italiana. Riconosciamolo: la nostra società non ha gli anticorpi per difendersi da questo male. Ci casca ogni volta. Totalmente. 
    Al prossimo giro ne approfitteranno altri.

  • La burocrazia si è messa di mezzo, con tutta la sua pesantezza e capziosità. 
    Fateci caso: oltre alle lamentele per le cifre bassissime del reddito di cittadinanza ottenuto dai cittadini, il canale INPS su Facebook è pieno di gente in crisi con le procedure per ottenere un dato banale: sapere a quanto ammonta il loro Reddito di Cittadinanza. 
    Il settore privato ci ha abituati ad avere il pieno controllo di ogni tipo di servizi con estrema facilità: gestiamo il nostro conto in banca direttamente online, con un solo passaggio in banca per avere un codice di accesso, controlliamo e gestiamo il nostro abbonamento telefonico direttamente da app dedicate, senza dover passare da orride trafile alle Poste, sottoscriviamo mutui e assicurazioni online.
    Poi arriva lo Stato e per un semplice dato in lettura ci chiede di sottostare alla burocrazia kafkiana dell’INPS e alle sue pratiche bizantine . 
    Ho fatto un giro sul sito dello SPID (il sistema pubblico di identità digitale con cui accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione) e non ho dovuto mettermi nei panni di Candy Candy Forza Napoli per non capirci nulla. Sono bastati i miei.
    Qualcuno mi deve spiegare perché per gestire gli stessi dati sensibili e cose decisamente importanti (per esempio i soldi) il settore privato mi chiede meno dati, prevede meno sbattimento e mi offre meno complicazioni rispetto alla Pubblica Amministrazione italiana. 
    In verità è una domanda retorica, perché purtroppo ho una spiegazione (così spiacevole da non meritare la pubblicazione).
    Ma soprattutto, chi disegna una procedura mirata alle fasce più povere e meno scolarizzate della popolazione come può pretendere che si orientino nel mondo della Pubblica Amministrazione italiana, con le sue pratiche inutili e il suo linguaggio incomprensibile a tutti? 

  • Viene fuori l’Italia dei “furbi” stupidissimi: gente che chiede il Reddito di Cittadinanza e ammette gioiosamente in pubblico, con nome e cognome esposto, di lavorare in nero, gente che si lamenta della scarsa entità dei soldi mensili ottenuti, essendo nullatenente, e al contempo sul proprio profilo Facebook offre case in affitto, ecc. 
    Insomma, chiamiamo queste persone col loro nome: ladri. Verso questa categoria umana non ho altro che disprezzo e spero che le Autorità intervengano al più presto, punendo i richiedenti che lavorano in nero e i loro datori di lavoro. 
    E no, non sono dei poveri scugnizzi che si barcamenano: è gente che ruba ai poveri. Sì, perché chi ottiene il Reddito di Cittadinanza senza averne diritto toglie soldi a chi ne ha diritto davvero Dei Robin Hood al contrario, senza nemmeno il fascino letterario, ma pur sempre con la calzamaglia. Sulla faccia. E i rapinati siamo noi che paghiamo il Reddito di Cittadinanza agli altri e pure quelli che non lo ottengono (o non ne ottengono abbastanza) perché qualcuno glielo ruba.

  • L’ignoranza continua a essere un fattore rilevante. È un dato di fatto: buona parte della popolazione italiana ha problemi a comprendere il senso di un testo elementare. 
    Vediamo i frutti di questo dato negli avvenimenti di questi giorni: migliaia di persone che assaltano i canali social dell’INPS preposti alle comunicazioni sul Reddito di Cittadinanza con una totale ignoranza delle procedure, del buonsenso, della logica. Questo perché non sono in grado di capire cosa leggono, le rare volte che leggono. 
    Fino a quando non capiremo, come società, che questa cosa qui è un problema enorme e fino a quando daremo del radical chic di sinistra a chi segnala che è un danno strutturale essere il paese più ignorante tra gli Stati del primo mondo, la situazione non potrà che peggiorare. Avere orrore dell’ignoranza e dei suoi effetti non significa disprezzare gli ignoranti. Se proprio devo odiare qualcuno, vorrei odiare chi ha detto agli ignoranti che vanno bene così, che non devono accettare lezioni, che devono essere orgogliosi della loro ignoranza. I decenni di diseducazione berlusconiana sono serviti proprio a questo. 
    Tra l’altro mi sono fatto l’idea che non serva solo potenziare la scuola per i cittadini che verranno. Credo serva far tornare a scuola gli italiani adulti, in qualche modo. Auguri, lo so. 

  • La Pubblica Amministrazione non è in grado di gestire la situazione, né a livello di qualità del servizio, né a livello comunicativo. Tanto per cambiare. 
    Non è una novità: l’inadeguatezza totale della PA italiana è oggetto di studi ormai da anni. Non mi sorprende che il social media manager dell’INPS abbia perso la trebisonda e si sia ridotto a insultare la gente che, sempre più sgradevole, indisposta a capire e aggressiva, chiedeva informazioni e faceva ammuina. 
    Era tutto sbagliato già dal principio. Sbagliato il canale, sbagliate le modalità di engagement, sbagliato il tono di voce (prima iper-burocratico, poi insulti a tu sorella). 
    Non poteva finire che così. Però nessuno nella PA ci ha pensato, nessuno lo ha previsto, nessuno è intervenuto. 
    Ricordo a tutti che li paghiamo noi. 

  • Ci siamo tutti concentrati sul problema più piccolo e superficiale. Siamo il paese che discute del cravattino di Pillon e non della sua legge. O delle felpe di Salvini e non della sua perenne legittimazione dell’odio razziale e della xenofobia. 
    Quindi di tutta la vicenda del Reddito di Cittadinanza abbiamo abbracciato la narrazione (o meglio, l’episodio morboso da colonnina destra dei quotidiani online) (anzi, no, da qualche tempo le notizie morbose hanno conquistato la colonna centrale delle notizie importanti) dello sclero del social media manager dell’INPS. 
    Il che equivale a occuparsi di una cacca che galleggia sulla cresta dell’onda di uno tsunami.
    Forse non ce ne rendiamo conto.
    Comincia, ai miei occhi, a essere un problema serio nel già misero dibattito pubblico italiano.

  • La sinistra, tanto per cambiare, non ha molte idee in merito, non ha risposte politiche ai problemi contingenti e forse non si accorta dell’opportunità che ha per dire qualcosa di intelligente su reddito, vita, lavoro. Non è un caso che, nonostante il disastro in corso, le destre oggi al potere siano ancora così popolari. 

Quindi?

A conti fatti vedo un ritratto dei mali italiani: un popolo ignorante e tendenzialmente disonesto (e sempre “familista amorale”), perennemente truffato dalle destre politiche e trascurato dalla sinistra (sempre più autoreferenziale e senza idee), una burocrazia demenziale che si mette di traverso e un dibattito pubblico incapace di andare oltre la superficie morbosa dei temi discussi. 
Provate a prendere qualsiasi problema nazionale e scoprirete che questi ingredienti, a grandi linee, si ritrovano sempre. 

Facendo finta che valga la pena provare a fare qualcosa per salvare questo paese, forse partirei da qui. 

La rabbia degli insoddisfatti pigri: riflessioni dopo un attacco fascista online

September 3rd, 2018 § 0 comments § permalink

Circa un mese fa sono stato attaccato online (tanti contro uno, come prevede il loro modus operandi) da migliaia di utenti leghisti, grillini ed espressamente fascisti. Si è trattato del classico shitstorm che, sempre più spesso, impesta i social media in Italia (e che da queste parti non è una novità, visto che amiamo farci volere male e fin dai tempi di Splinder).

La ragione per cui sono stato vittima di una ridda sempre più incattivita di migliaia di insulti sgrammaticati, deliranti e spesso dai toni mafiosi è presto detta: ho fatto un paio di tweet in cui suggerivo alcune pratiche di autodifesa e di lotta contro la nuova maggioranza di italiani razzisti, violenti e sempre più sobillati dai ministri dell’attuale governo.

Proponevo in sostanza due cose semplici.

La prima è creare un punto di riferimento per le vittime di atti di razzismo e di intolleranza in genere, creando un legal team che consenta alle vittime di trovare una sponda legale con cui denunciare gli aggressori alle autorità competenti (buona parte di questi attacchi non vengono denunciati o vengono snobbati dalle forze dell’ordine, che tendono a scoraggiare l’indicazione dell’aggravante razziale) e fornendo supporto psicologico e materiale alle vittime.

La seconda è ancora più semplice e in tanti già la facciamo: colpire economicamente i razzisti e chi li supporta.

Insomma, non dare soldi ai razzisti. E, se possibile, metterli in difficoltà con mezzi legali (per esempio suggerivo una pratica diffusissima: dare una recensione online negativa ai locali in cui ci si è trovati male perché i loro titolari/gestori sono intolleranti, manifestano o diffondono idee razziste, ecc. evidenziando nel testo il loro comportamento).

 

 

Agire politicamente col portafoglio

Il boicottaggio civile e legale delle attività sgradite è una pratica diffusa e assolutamente normale. Per dire, i vegani non danno i loro soldi ai ristoranti che servono carne, gli juventini girano al largo dal bar Sweet di via Filadelfia a Torino (per i non torinesi: è la “casa” degli ultras del Toro), io non frequento i bar col videopoker, le armerie, le pelliccerie e non viaggio in Russia, Turchia, Israele e Cuba. Il tutto per ragioni etiche, politiche, di civiltà o banalmente di gusti.

Ecco, con qualche tweet ragionavo sulla possibilità di unire le “mappe” per non dare i nostri soldi collettivamente alle attività commerciali e professionali riconoscibili come razziste o supporter del razzismo e dei razzisti.

La pratica del boicottaggio economico è una forma nonviolenta di lotta diffusissima, legale e che ha precedenti storici notevoli e perfino patriottici (penso allo “sciopero del fumo” ai danni del monopolio austriaco sui tabacchi nella Milano indipendentista del 1848, oppure il boicottaggio dei mezzi pubblici a Montgomery per favorire la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti o il boicottaggio dei prodotti britannici nell’India voluto da Gandhi).

A volte il boicottaggio legale ha espresse finalità di lotta politica attiva. Per esempio fu praticato in opposizione alle leggi e alla retorica antisemita della Germania nazista.

Cosa ha destato scandalo nella mia serie di tweet? Due cause.
La prima è che li ho scritti in modo poco chiaro. Coi limiti di spazio di Twitter e con i ben più gravi limiti di lucidità mia nei primi giorni di vacanza, ho prodotto una serie di due tweet che non si comprendeva fossero in sequenza (benché uno dei due iniziasse con “quindi”), al punto che alle menti maliziose o in malafede e ai duri di comprendonio poteva sembrare che invitassi a boicottare gli elettori leghisti e grillini in quanto tali, cosa peraltro impossibile e piuttosto fantasiosa, visto che il voto in Italia è segreto.

E qui veniamo alla seconda causa: il pubblico.
Succede ogni volta: scrivi qualcosa che rischia di indisporre quell’unico calderone (di cui parliamo dopo) in cui ormai si riconoscono fascisti, leghisti e grillini e, di norma dopo 24/48 ore (credo perché richiamati da opportuni post voluti da una regia centrale sui gruppi dediti alla sobillazione degli adepti), arrivano in massa a insultarti la mamma, la nonna e la zia e a minacciarti le peggio cose.

Anche qui, errore mio: sono su Twitter da quando la gente (non io) parlava di sé in terza persona e dovrei sapere come funziona e di come funzionano le logiche di branco.

Basta non reagire e passano. Qualche volta capita un commento che sembra avere toni più pacati di “ti veniamo a prendere a casa, zecca di merda”, ma non bisogna cadere in tentazione. Dopo un paio di scambi ti mandano a stendere lo stesso alle prime inevitabili loro difficoltà nell’argomentare. Purtroppo in quell’area condivisa tra fascisti, leghisti e grillini non alberga la capacità dialettica e devo ancora capire se questa è una causa di adesione a quel mondo o ne è effetto.

 

Le “argomentazioni” dei nuovi fascisti

Al netto degli insulti, resta il fatto che questo sciame di insultatori presissimi dal loro ruolo esprime collettivamente un paio di argomenti ricorrenti, nascosti tra le invettive, le minacce e i calembour più prevedibili al mondo sul tuo cognome.

Vediamoli, riassumendoli in un paio di affermazioni.

“Sei tu che sei razzista, perché discrimini i razzisti!”

Ecco, hanno in parte ragione: discrimino i razzisti e i fascisti, è vero. Il fatto è che lo fa anche la Costituzione italiana, lo fa la legge italiana lo fa (faceva?) il buonsenso condiviso degli uomini democratici e lo fa l’etica.

Una realtà (un individuo, uno Stato) tollerante e democratica può essere tollerante con chi programmaticamente si propone di essere antidemocratico e intollerante?

È un dibattito complesso che va avanti dal primo dopoguerra, quando nientemeno che Karl Popper si è posto il problema e si è dato una risposta che condivido e che il nostro ordinamento giuridico condivide: no, una realtà tollerante e democratica ha il dovere pratico e morale di combattere contro i nemici della tolleranza e della democrazia.

L’Italia su questo tema non è neutra: oltre alla Costituzione (attraverso la legge Scelba), ha leggi precise (la legge Mancino, la legge Fiano) che considerano criminali alcune forme di pensiero, la loro propaganda, la loro apologia e messa in pratica: il fascismo, il razzismo, ecc.

Insomma, discriminare, isolare, colpire con la legge i razzisti non solo è legale e a favore della legge, ma è una pratica positiva dal punto di vista etico e sana per la società, perché frena retoriche e impulsi pericolosi che potrebbero dividere, creare violenza, colpire gli inermi, ecc.
Insomma, è sano farlo.

E in questo disgraziato 2018 è opportuno, perché credo di non essere il solo ad avere l’impressione che il clima razzista in questo paese stia saltando fuori dalle fogne. Le ragioni per cui questo avviene sono note: parte di questi razzisti sono al potere in questo momento, sono politicamente in crescita e – soprattutto – nella società italiana sono venuti meno gli “anticorpi del buonsenso” che in precedenza se non combattevano apertamente il razzismo e le intolleranze in genere, almeno colpivano questi ultimi con un sano stigma negativo.

Ecco, credo che la società dovrebbe porsi un obiettivo minimo: far tornare socialmente impresentabili le idee razziste. È il primo step per combatterle, ma per prima cosa è necessario renderle brutte agli occhi della gente, ridicole, sintomo di sfiga. Come le pellicce da uomo, avete presente? No? Ecco, tanti anni fa si usavano, ma con loro lo stigma sociale negativo ha funzionato.

 

“Noi non siamo razzisti”

Ho fatto la stupidaggine di andare a dare un’occhiata nei profili dei tanti aggressori su Twitter che si scandalizzavano: “non puoi prendertela con noi elettori, noi non siamo razzisti!”.

Ho scoperto che dentro la quasi totalità dei profili social che sono venuti, scandalizzati, a dire “io non sono razzista” ci sono contenuti razzisti, talvolta razzistissimi.
E ho notato che succede in particolare con chi si identifica come elettore del Movimento 5 Stelle: pensano le stesse cose dell’estrema destra ma si inalberano se glielo si fa notare. Insomma, pretendono di avere le idee della destra estrema e la presunzione di purezza della sinistra. Comoda la vita, eh?

È dura far accettare a una parte rilevante della società il fatto che è diventata intollerante, imbevuta di odio malriposto e portatrice di disvalori distruttivi, divisivi e violenti. E a parte qualche ridicolo fascista vecchia scuola – incluso un personaggio da operetta che ogni volta che nei commenti menzionava Mussolini faceva precedere il suo nome dall’appellativo “Sua Eccellenza” -la reazione è di incredulità. È dura per chi appartiene alla generazione che sicuramente ha visto qualche replica dei Blues Brothers  su Rete 4 realizzare che si è parte dei nazisti dell’Illinois.

 

Ora li riconoscete

Ho cercato di capire, al netto delle centinaia di account fake che si sono manifestati sul mio profilo Twitter, cos’è quella massa di persone che perde ore del proprio tempo a cercare di indagare su chi sono, dove abito, cosa faccio, cercando – a proposito di fascisti e di loro metodi – di farmi paura tanti vs uno e di “boldrinizzarmi” a colpi di minacce, coinvolgimento dei miei familiari e dei miei presunti (e sbagliati) datori di lavoro.
L’idea è capire, gramscianamente, cosa c’è dietro, quali sono le ragioni che “make a good man turn bad”. Non è un ritratto, attenzione, degli elettori del “polpettone” Lega – Movimento 5 Stelle – fascistume, che immagino piuttosto complesso, ma esclusivamente degli aggressori online che orbitano intorno a quell’area politica.

Non ho indicazioni chiarissime, ma vedo qualche pattern ricorrente.

Il primo è che non si tratta di una massa politicamente eterogenea: buona parte degli assalitori online con cui ho avuto a che fare non distingue tra Movimento 5 Stelle, Lega, Casa Pound e altra fascisteria. In gran parte postano entusiasticamente dispacci, fake news e propaganda di tutte le aree. Non solo, ho visto più volte militanti del Movimento 5 Stelle solidarizzare e corrispondere amorosi sensi con gente espressamente fascista, tra un insulto e l’altro alle “zecche”.
Davvero, il mito del “grillino di sinistra” o anche solo del “grillino brava persona arrabbiata” è una panzana a cui è impossibile credere: si sta cementando un’area unica in cui non c’è distinzione tra M5S e Lega, interamente basata sull’odio del diverso e su toni apertamente fascisti. E sta diventando sempre più pericolosa.

La seconda cosa che ho notato è la trasversalità dell’insoddisfazione. È stata una faticaccia ma ho provato a “capire” le persone che venivano ad attaccarmi, cioè a farmi un’idea della loro vita, delle loro aspirazioni, della loro condizione umana e sociale. E ho trovato un fattore comune: tanta insoddisfazione.
Ecco, personalmente adoro l’insoddisfazione: è uno stato d’animo bellissimo, perché è alla base del progresso umano. Sei insoddisfatto? Cambi le cose, cresci, vai altrove, ti migliori, ecc.

In questo caso, però, ho visto quella che definirei “insoddisfazione dei pigri”.
Mi spiego meglio: il profilo sociale che ho visto emergere in modo costante e prevalente tra gli insultatori fascistoidi non è fatto di “ultimi”, di disperati, di famigerati “italiani che non ce la fanno più”. È composto, invece, di uomini (tanti) e donne di media scolarità, con un diploma tecnico e nessuna formazione ulteriore, abitanti in provincia, senza particolari consumi culturali, con lavori dignitosi ma non entusiasmanti o vittime del precariato.

Insomma, l’italiano medio che ha fatto l’ITIS né tra i primi né tra gli ultimi della classe e si è fermato lì, non ha una grande spendibilità sul mondo del lavoro, non ha interessi particolari a parte il calcio e la figa (entrambi da spettatore remoto), non viaggia molto e non lo fa volentieri, abita vicino alla statale che taglia in due un paese anonimo di provincia, ecc. Il ritratto della noia, insomma.

Tutti siamo potenziali “medi”, condannati alla villetta a schiera lungo la statale con il quadro di Audrey Hepburn preso da Ikea o gli angioletti della Thun (sì, ho guardato anche le foto delle loro case e sono in overdose da soprammobili pacchiani) e insoddisfatti del lavoro, della vita di provincia in cui non succede mai niente, un po’ “indietro” rispetto alle novità, non informati o informati male, in generale lontani da tutto. Ci salva l’insoddisfazione, che genera cambiamento.

Per alcuni, però, l’insoddisfazione non è lo stimolo a tentare un riscatto o rompere la mediocrità, ma è ciò che scatena la rabbia e l’odio conseguente verso gli “altri”, quelli che ai loro occhi ce l’hanno fatta.
Ecco, per questa categoria di persone l’avvento del Movimento 5 Stelle significa l’arrivo del momento della rivincita (non il riscatto) verso quelli che sono stati più bravi e più intraprendenti di loro.

Insomma, i “medi” vedono nei grillini l’occasione per affermarsi socialmente, non per merito proprio ma per abbattimento degli “altri”: i “professoroni”, gli “snob”, gli “intellettuali”. Tutte parole che per loro sono un insulto e che invece nella stragrande maggioranza dei casi ritraggono semplicemente persone come loro che non si sono rassegnate ma hanno cercato di migliorarsi e di migliorare le loro condizioni.
Per loro, insomma, la promozione sociale non è frutto di fatica e impegno, ma gli è dovuta e non dipende dal merito. E hanno pure un bel po’ di evidenze a supporto di questo pensiero, se uno come Luigi Di Maio è Ministro del Lavoro o Paola Taverna sottosegretario a non so bene cosa.

È più un sentimento che un dato scientifico, ma ho percepito trasversalmente un pensiero che qualche volta è stato anche verbalizzato: “è finita l’epoca per voi professoroni/buonisti, ora tocca a noi”. Anzi, una signora l’altro giorno in spiaggia ha detto “i colti al potere hanno fallito, ora tocca agli ignoranti!”.
Insomma, la loro idea di “ascensore sociale” consiste nel distruggere i piani superiori al loro, non nel cercare di raggiungerli o addirittura superarli.

 

Dove abbiamo sbagliato

Se c’è un ambito in cui la sinistra ha fallito miseramente è questo: non aver dato alla grande massa dei “medi” la voglia di cambiamento positivo, il desiderio di migliorare socialmente attraverso l’impegno e il lavoro. È un fallimento culturale e “pedagogico” e non materiale, perché in gran parte d’Italia gli strumenti per provare a migliorarsi e conquistare la promozione sociale ci sono e sono accessibili gratuitamente: c’è la scuola pubblica, ci sono i consorzi di formazione permanente, ci sono le operazioni (volute dalla politica, di norma dalla sinistra) di riqualificazione professionale, ecc.
Semplicemente la sinistra ha fallito nel proporre una visione in cui chi studia di più, chi lavora meglio, chi si impegna di più, chi reagisce in modo positivo alla mediocrità ottiene più felicità, più successo sociale, ecc. Insomma, la politica della sinistra non ha lavorato sul desiderio e sul “premio” conseguente all’impegno. Un po’ è anche colpa della realtà: merito e successo (ma “successo” è una parola sbagliata: ci andrebbe una traduzione in italiano del concetto complesso di “fullfillment”) non sempre sono conseguenti, in Italia.
Al suo posto si è imposta la narrazione di chi dice “vai bene così come sei; la tua vita bruttina è colpa di chi, con la scusa di aver studiato e lavorato più e meglio di te, ti ha portato via ciò che ti spetta. Prenditi ciò che ti è stato negato con la menzogna del merito; la colpa della tua insoddisfazione è di chi è sotto di te (cioè i poveri) e di chi è sopra di te nella scala sociale”.

Le nuove destre stanno cercando di far passare l’idea che questo sia il “popolo” e la sinistra sia composta da snob che non vogliono averci a che fare. Non è così.
È che il popolo, anche negli strati più deboli della nostra società, aveva chiaro il valore dello studio, dell’impegno, del lavoro come mezzi di promozione sociale. Ricordate gli operai che facevano sacrifici enormi per far studiare i figli?
Poi forse qualcosa è cambiato, complici credo alcune pedagogie negative berlusconiane che hanno iniziato a corrodere progressivamente il concetto decente, borghese, a modo suo banale di progresso sociale (e pure economico) attraverso lo studio e il miglioramento di sé stessi. Vuoi vivere bene e felice? Studia, migliorati, allarga i tuoi orizzonti, acquisisci sapere, relazioni ed esperienze.
Lo so che sono banalità, ma ho il timore che in Italia abbiano smesso di avere valore.
Il frutto di quella cattiva educazione è qui: una generazione che fa del “non accetto lezioni” il suo motto (fateci caso: è una delle espressioni che Salvini ama dire di più).

 

Quindi?

Quindi non arretriamo di un millimetro, anzi avanziamo. Sono ancora più convito che siano iniziati i tempi bui e sia necessario reagire su due fronti.
Il primo è l’autodifesa, il secondo è un’operazione culturale per far tornare lo stigma negativo verso il razzismo e i razzisti, iniziando a non dare più loro i nostri soldi di liberi consumatori.
Credo serva organizzarsi, stabilire sponde sicure. Ecco due bozze di proposte, realizzabili senza ricorrere al Governo, che sta dall’altra parte, e che invece chiamano in causa il settore privato.

1- Facciamo una rete di “locali antirazzisti”, così come ci sono i locali gay friendly, segnalati su tutte le guide?

2 – Stimoliamo il settore privato a reagire, per esempio creando una carta etica delle imprese, che si impegnano a non fare discriminazioni di nessun tipo e condannano il razzismo in ogni sua forma e la facciamo sottoscrivere alle aziende?

Il secondo è tornare a ragionare politicamente di pedagogia, ma ne parleremo meglio quando riuscirò a finire il mega-ultra-lungo post velleitario e ingenuo su cosa fare per cercare di salvare la sinistra dal suo angolo di irrilevanza. È un po’ come il galeone di Dylan Dog (d’altronde là fuori è pieno di mostri), ma sono ottimista.

Sia chiaro, non è qualcosa che spetta a noi come militanti singoli: è qualcosa che di cui dovrebbero occuparsi la politica civile, le associazioni, i “corpi intermedi”, ecc.
Va bene anche limitare la cosa alla sola sinistra. Se esiste ancora una “base di sinistra” fatta di persone al di là della politica e dei politici (che attualmente stanno litigando tra di loro per capire chi, al prossimo congresso, potrà sedere da leader sul cumulo di macerie della parte progressista del paese e su buona parte dei nostri sogni buoni), forse è il caso che reagisca.

La sinistra inutile. Riflessioni su un paese che ha finalmente le idee chiare

March 5th, 2018 § 0 comments § permalink

Questo è il consueto post elettorale sulla sconfitta della sinistra. Sono un po’ stufo di scriverlo, ma la sinistra continua a perdere.
Se c’è una buona notizia in questa giornata terribile è che forse è l’ultimo che scriverò, non perché da qui in poi vinceremo tutte le elezioni, ma perché forse smetteremo di esistere per un po’.
Come sempre si tratta di un post chilometrico nemmeno troppo amareggiato ma estremamente lucido nel dichiarare qualcosa che è peggio di una sconfitta.
L’ho scritto un po’ di getto e con uno stato d’animo un po’ ballerino. Abbiate pazienza. Anche perché ne serve molta. Cliccate e prosegue.

 

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Una proposta per le primarie Renzi vs Pisapia, se mai ci saranno

June 9th, 2017 § 0 comments § permalink

Questo post (breve e confuso) nasce da una chiacchiera che si è sviluppata sul mio profilo Facebook a proposito della richiesta da parte di Giuliano Pisapia a Matteo Renzi di indire delle primarie di coalizione.

Ci tenevo a dire pochi concetti. Il primo è che come elettore di sinistra del centrosinistra, ci sto. E se il confronto fosse tra Pisapia e Renzi, sarei felice. Finalmente avrei l’imbarazzo della scelta e non l’inevitabilità di fare scelte imbarazzanti.

PRIMA IL PROGRAMMA, POI LE “PROGRAMMARIE” E LE PRIMARIE

A proposito di un’ipotetica tornata elettorale di Primarie di coalizione tra Renzi e Pisapia, però, vorrei esprimere un po’ di desideri:

1 – che non sia un “tutti contro Renzi, Renzi contro tutti”, perché non servirebbe a niente: le primarie hanno senso se i due candidati principali e i relativi elettori si riconoscono vicendevolmente cittadinanza nel centrosinistra e legittimità; insomma, niente toni da “noi contro i barbari” o “vendichiamoci di Renzi l’usurpatore”. Eliminando i “muro contro muro”, i revanscismi (e tenendo a bada le teste calde, per esempio lasciando MDP alla propria naturale estinzione), si potrebbe davvero fare una cosa buona e giusta.

2 – che ci sia un preciso patto di lealtà. Nessuna fuga di chi perde, perché tutti concordiamo sul fatto che si confrontano due modalità di declinare la stessa cosa: il centrosinistra. Non sono due modalità incompatibili, ma due visioni affini ma non identiche.

3 – (per me è il punto più importante) che il momento del voto sia l’ultima parte di un lungo processo di confronto.
Mi aspetto, cioè, che Renzi e Pisapia (coi rispettivi staff, beninteso) si trovino e scrivano insieme un programma serio e dettagliato (niente più pippe mentali vaghe alla coalizione di Bersani 2013), cercando di mettere nero su bianco tutti i punti su cui c’è una visione comune ben definita o su cui è possibile trovare una sintesi.
Per i punti su cui non è possibile accordarsi, sarebbe sano dare la parola agli elettori: le Primarie potrebbero servire a quello. La proposta mi ispira così tanto che le dono un punto a sé e perfino un nome: “Programmarie”. Proseguite.

4) che le Primarie siano l’occasione per far votare al popolo del centrosinistra, oltre al candidato Presidente del Consiglio, le parti di programma su cui non è stato possibile accordarsi.
Sarebbe un’innovazione notevole nella relazione tra partiti e base, ben superiore alla patetica democrazia (etero)diretta grillina.
Fossimo davvero bravi, faremmo votare agli elettori i singoli punti “aperti” del programma (ricordando che una stragrande maggioranza sarebbe già stata fissata in precedenza dalla sintesi fatta dai due candidati), senza la solita impostazione “winner-takes-all” delle Primarie.
Per esempio sarei ben felice di votare a favore della proposta di Pisapia sui diritti civili e delle proposte di Renzi sul mercato del lavoro.
Finalmente noi elettori voteremmo parte del programma, avendo l’ultima parola sui punti dubbi.

Mi rendo conto che questo è un post ad altissimo tasso di ingenuità e wishful thinking (quindi evitate di farmelo sapere nei commenti: lo so già), ma l’opportunità presentata dall’ipotesi di una coalizione Pisapia-Renzi è così succosa da meritare tutto il candore possibile. E ci tenevo a far sapere ai diretti interessati, ai dirigenti del PD e agli altri elettori del centrosinistra che si può (ancora) fare qualcosa di buono e ragionevole. Lo facciamo?

Leader, non cheerleader – cosa non va nella comunicazione del PD

May 31st, 2017 § 0 comments § permalink

Se avete fatto un giro sui social tra ieri e oggi è probabile che siate incappati in qualcuno che si lamentava della comunicazione online del PD.
Nel giro di poche ore è montata una piccola rivolta online contro due post condivisi da pagine Facebook del PD o comunque riconducibili a quel partito.

Si tratta di due post “fotografici”, in cui un testo brevissimo è sovraimposto a un’immagine fotografica, creando una specie di cartolina a metà tra il poster motivazionale e i meme con le frasi di Osho. È un format diffusissimo: ne vediamo a centinaia ogni giorno, dalle immagini apocrife dei Peanuts con frasi sdolcinate sull’amicizia o deliranti ego-trip ai tazebao digitali dell’universo del Movimento 5 Stelle.

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I “quadretti” diffusi dagli ambienti grillini sono il modello a cui si ispirano i due post oggetto di polemica (peraltro non i primi prodotti dal PD: è una strategia che va avanti da qualche mese).

Il format a modo suo è perfetto per questi tempi: un’immagine con un testo brevissimo, scritto in grande (in un paese di anziani, quindi di presbiti, è fondamentale), con poche parole semplici, spesso una frase sola. Tutto è enfatico: le fotografie, il font, i testi e le call-to-action.

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Un oggetto comunicativo fatto in questo modo funziona benissimo su Facebook: spicca in timeline, si legge senza dover cliccare e comunica la sua semplice essenza in pochissimi millisecondi.
È il mezzo ideale per un pubblico che non ama molto leggere, non è avvezzo alle complessità e non si pone il problema (anzi, forse ignora che esista) dei rischi portati dalla semplificazione estrema e dalla comunicazione “gridata”.

Insomma, i “quadretti grillini” vanno benissimo per la naturale e comprensibile superficialità del pubblico italiano, che per scarsità di tempo e di mezzi culturali ha bassissime soglie attentive e capacità di riflessione a caldo: hanno la brevità, l’emergenza e la forza dei titoli di giornale senza il peso accessorio degli articoli completi al seguito, che tanto non leggerebbe nessuno.

La caratteristica aggiuntiva dei quadretti, che spesso non emerge in mezzo a tanti segni così forti e grossolani, è il loro ruolo di conferma. Fateci caso: nella comunicazione gridata online il dubbio è totalmente assente, i toni conciliatori e la ragionevolezza pure.
Il fine di questo tipo di comunicazione, se applicata alla politica, è evidentemente uno solo: rafforzare a colpi di urla l’opinione di chi già è d’accordo. Sono camere dell’eco e nulla più.

Non è una cosa sbagliata, tecnicamente: la “base” va periodicamente scaldata, appassionata, attivata affinché scateni la sua advocacy, cioè la sua capacità di trasmettere con la militanza i valori e le parole d’ordine della “causa”.

Ma fatta così serve al suo scopo?

 

C’È SOLO UN CAPITANO 

Guardiamo nel dettaglio i due post attribuibili al PD.
Il primo, proveniente dalla misteriosa pagina (non è chiaro chi gestisca e quanto sia ufficiale questa pagina dedita alla comunicazione “grillina” pro-Renzi) Matteo Renzi News, dice “Orgogliosi di questa generazione. Due grandi capitani”, photoshoppando malissimo il tutto sulle fotografie affiancate di Matteo Renzi e Francesco Totti, entrambi colti in una foto di repertorio con il dito alzato.

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Andiamo al sodo. Il messaggio è chiaro: “Renzi è come Totti”, con una pennellata di orgoglio quarantenne.
Ci vuole poco per vedere in questo post, nell’ordine:

– un’appropriazione indebita: al di là del cattivo gusto di auto-lodarsi, non so quanto Totti sia felice di essere tirato in mezzo a un parallelo politico, con tanto di sua immagine (di cui saranno stati pagati i diritti?)

– un’associazione discutibile tra politica e calcio: “tifoseria”, “ultras”, “curva”, ecc. sono parole dispregiative nel linguaggio politico, che teoricamente dovrebbe avere più cura, più cautela e più buonsenso del linguaggio infervorato e fideistico da stadio o da bar sport. Tra l’altro una mossa simile viola l’ecumenismo calcistico che è d’uopo per i politici. Fossi un rarissimo elettore PD tifoso della Lazio, per dire, dopo un post così starei facendo il diavolo a quattro

– una mezza gaffe: Totti si sta ritirando dal calcio giocato e sul tema “ritirarsi” è sano che Renzi tenga un basso profilo, visto che ha avuto la sventurata idea di dire “se perdo il referendum vado a casa” (cosa che ha fatto, restando a casa un po’ troppo poco tempo per zittire i critici più infervorati)

– il vuoto comunicativo: cosa ci vogliono dire, a parte il fatto che Renzi e Totti hanno entrambi una quarantina d’anni? Le ho provate tutte, ma la risposta continua a essere “niente”. Vogliono che facciamo “alè-oo”, forse la ola in ufficio.

 

Ho dato un’occhiata alla pagina Matteo Renzi News per intero è piena di quadretti esaltati di questo genere, tutti enfasi e semplificazioni, che flirtano in modo evidente col culto della personalità e non offrono un argomento che sia uno all’eventuale advocacy dei militanti.
Cioè, dopo che un simpatizzante del PD viene esposto a post di questo tipo ha qualcosa di più da dire a favore del suo partito? Ha un’arma in più per convincere gli indecisi?

Non so se sono un buon benchmark per misurare gli effetti di questo tipo di comunicazione (dovrei esserlo: sono iscritto al PD e ho votato Renzi alle recenti primarie), ma anche spogliandomi degli abiti del pubblicitario che avrebbe non poche riserve estetiche e strategiche, non riesco a provare altro che fastidio verso la comunicazione pro-Renzi fatta in questo modo.
Non fidandomi di me, ho dato un’occhiata online: la quasi totalità dei militanti e degli elettori PD è sul piede di guerra e i più imbufaliti sono i renziani.

Non fatico a capire il perché della rabbia dei militanti. Sono già renziani, non hanno bisogno di confermare le loro convinzioni con il tifo.

Il partito, inclusa la sua base ha bisogno di programmi, chiarezza sulle scelte future e leader, non cheerleader.

 

 

LA SINISTRA CHE FA COME LA DESTRA

Il secondo post proviene da una delle pagine ufficiali del PD, quindi lo consideriamo ufficialmente approvato dal partito e dal suo Segretario.
In questo caso l’esaltazione del leader lascia il passo a un attacco alla giunta Raggi, fatto attraverso la citazione di un estratto da un articolo del New York Times che critica fortemente la sindaca grillina, additandola come zimbello universale a capo di una città allo sbando, ulteriormente ferita dall’addio calcistico di Totti.

Il post funzionerebbe abbastanza bene, essendo della categoria non raffinatissima “ecco le figuracce internazionali che ci fanno fare i nostri nemici!”.

Peccato che, come hanno notato in molti, la citazione dal New York Times sia tagliata a regola d’arte per escludere la parte in cui il giornalista dichiara che il degrado caratterizza Roma da un decennio. Decennio in cui Roma è stata governata anche dal PD.
nytraggi

Vi risparmio l’elenco puntato di cose che non vanno, perché ne basta una grossa come una casa: questo è un post disonesto. La comunicazione, cioè, si basa su una bugia (per la precisione, un’omissione rilevante) nei confronti di chi legge e questa è la violazione del principio di fiducia su cui si basa la pubblicità politica.

Se freghi il tuo pubblico con premesse non vere, come puoi pretendere che ti segua nelle conclusioni?

Un post così non guadagna mezzo voto, soprattutto se la sua gabola viene scoperta.

Imbarazza i militanti e gli elettori potenziali, perché si rendono conto che negli uffici comunicazione del proprio partito c’è chi non gioca in modo pulitissimo e non convince nessun avversario, perché l’argomentazione “gli americani dicono che Roma fa schifo e la Raggi pure” non fa altro che mettere ancora più sulla difensiva chi parteggia per la sindaca di Roma.

Certo, la comunicazione che prova a indagare le ragioni per cui perfino il New York Times si prende la briga di dire che Roma è allo sbando e propone soluzioni precise e ragionevoli caso per caso è meno affascinante, meno immediata e fa meno click rispetto a una campagna gridata e capace solo di polarizzare ulteriormente elettorati già convinti e inamovibili dalle proprie posizioni. Però le elezioni, tranne che nel Movimento 5 Stelle, si vincono coi voti, non coi click.

In molti in queste ore mi stanno dicendo che non capisco, che dietro questa (per me) imbarazzante attività online del PD c’è una precisa strategia. Ecco, onestamente non la vedo e sfido chi ne è responsabile a farsi avanti e spiegarmela (già: chi ne è responsabile? È possibile che non si sappiano i nomi di chi decide e crea queste campagne? Sbaglio o il PD si fa forte dell’idea di essere un partito trasparente? Fuori i nomi! Lo chiedo da iscritto).

Per quello che capisco di comunicazione, l’abbassamento a quote grilline del livello dialettico del PD e di Matteo Renzi è inutile, perché:

– non convince i militanti (ora come ora li fa arrabbiare) e nella migliore delle ipotesi li trasforma da propugnatori di un’idea in tifosi dietro uno stendardo

– non convince gli indecisi, i dubbiosi, i neutri, perché non dice niente neanche al livello di comunicazione più basso al di là di “Renzi è figo perché sì” ai renziani e “Devi morire!” agli avversari.

– non “risponde per le rime” alla comunicazione grillina più becera, perché nel mercato della politica sgradevole e gridata vince chi grida più forte le cose più orribili. E in quello il Movimento 5 Stelle è imbattibile.

 

QUELLO CHE COMUNICAVA BENE?

Uno dei punti di forza della proposta politica di Renzi era la sua capacità di risvegliare la sinistra dal torpore comunicativo e dotarla di una comunicazione contemporanea ed efficace, dopo i disastri bersaniani che hanno portato il partito alla drammatica non-vittoria del 2013.

Pur capendo la necessità di reagire al degrado del discorso politico in Italia, credo che rispondervi emulando male i grillini e la parte di Internet meno capace di produrre contenuti originali sia una scelta sbagliatissima e improduttiva.
Non sposta voti, non infiamma coscienze, semmai rende ancora più ultras qualche ultras.
Avrei accettato, per pura ragion di militanza, una comunicazione “bassa” ma elettoralmente utile. Farla bassa, male e inutile è davvero sbagliato. Anzi, poco intelligente.

È anche una scelta tatticamente assurda, perché il partito che si piega a usare la narrativa degli avversari subisce una sconfitta evidente sul piano comunicativo. Insegue, emula, contrappunta, risponde e non guida/controlla mai la narrazione politica sui media.

Come ai tempi di Berlusconi, insomma.
All’epoca non andò benissimo.

Alla faccia della disoccupazione: cerchiamo un art director (che sopporti l’idea di lavorare con me)

March 20th, 2017 § 0 comments § permalink

Attenzione, attenzione: annuncio di lavoro! Un lavoro serio, ben inquadrato, in cui la qualità è riconosciuta e adeguatamente retribuita.

 

In agenzia stiamo cercando un “art director” bravo (lo scrivo al maschile ma consideratelo gender neutral)

Metto le virgolette perché mi preme spiegare bene cosa intendiamo.
Non ci interessa un grafico, un designer o un progettista puro: sono ruoli per cui siamo coperti.

Vogliamo uno che prima di tutto sia bravo a pensare creativamente e solo in seconda istanza abbia cultura visiva e capacità grafiche per visualizzare i frutti del suo (e altrui) pensiero. Insomma, prima le idee e poi i disegni. Ma in ogni caso serve sapersela cavare con entrambi.

 

Per lavorare con noi è importante:

  • avere una buona cultura e una vita al di là del lavoro, perché con i workaholic alienati dal mondo non ci troviamo bene e perché sappiamo che non esistono buoni comunicatori ignoranti o aridi
  • avere esperienza nel settore automotive (siamo pur sempre a Torino) o almeno una buona cultura in ambito automobilistico
  • avere una naturale e sana conoscenza di Internet, delle sue dinamiche pubblicitarie, della sua evoluzione e della sua dimensione social (è stupido scriverlo, ma dopo qualche colloquio mi sono reso conto che è necessario)
  • avere una buona conoscenza delle modalità di creazione e produzione di video pubblicitari e di prodotto.

 

Ci sono poi alcune cose che, se questo fosse un ingessato annuncio formale, diremmo che “costituiscono titolo di merito” (cioè, se le sai fare è meglio):

  • essere bravi a disegnare/fotocomporre storyboard e key-frame
  • parlare e scrivere in inglese
  • essere bravo su Keynote/PowerPoint (ove “bravo” significa saper architettare bene l’informazione su una slide, non solo abbellirla di disegnini)
  • avere avuto qualche esperienza sul set
  • avere esperienza nella comunicazione food & beverage (siamo pur sempre in Italia)
  • non essere proprio di primo pelo nel mondo della comunicazione (insomma, cerchiamo un art director senior, magari non come età ma come esperienza, ma siamo disposti a stupirci di fronte a bambini prodigio e altre bizzarrie)
  • avere tanta pazienza e un po’ di carattere (ché ti toccherà lavorare con me).

In cambio, se c’è feeling, c’è il lavoro in un’agenzia in crescita costante con un bel mood informale e non impiegatizio, con clienti grandi e con progetti in cui la creatività è valorizzata (anche economicamente).

La sede di lavoro è a Torino (e la paga è tale da consentire agevolmente un trasferimento), in un bel posto in centro comodo alle stazioni (casomai volessi fare il pendolare).
Pur essendo fan dello smart working e delle forme più avanzate di collaborazione, in questo caso specifico ci serve una persona fissa in agenzia e full-time (ma se sei un freelance e rispondi ai requisiti che ho indicato mandaci comunque il tuo portfolio, ché è sano conoscersi e c’è sempre occasione per collaborare).

Se ti interessa, mandami una mail a suzukimaruti@gmail.com e ne parliamo.

Il viaggio in Svizzera che non ho fatto – riflessioni sul diritto di morire

February 27th, 2017 § 0 comments § permalink

Sto di nuovo scrivendo parole dolorose e non vorrei farci l’abitudine, però vorrei dire qualcosa sul fine vita, ora che la storia di Dj Fabo ha portato in primo piano il tema.

La scelta di Fabo di interrompere la sua vita in Svizzera, approfittando della legge che consente alle persone con malattie gravi e incurabili una morte volontaria dignitosa, è stata quella che abbiamo fatto nella mia famiglia, quando mia madre era negli ultimi mesi del suo tumore al cervello e aveva deciso di risparmiarsi la morte orribile e dolorosa che comportava.

Purtroppo non siamo riusciti a fare il suicidio assistito, perché la procedura prevede che la persona che termina la propria vita sia mentalmente lucida. Nel tempo passato tra la scelta di terminare la propria esistenza e il giorno in cui effettivamente decidi di partire per la Svizzera, le condizioni mentali e cognitive di mia madre sono peggiorate troppo per poter procedere.

So, però, cosa significa compiere questa decisione. Conosco il coraggio che serve per presentarsi alla porta di una delle associazioni che si occupano di morte dignitosa e dire: “buongiorno, sono qui perché mia madre è malata terminale e vorrebbe fare un suicidio assistito”.

È una delle cose più difficili che ho fatto in vita mia e devo dire grazie all’umanità straordinaria di Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, se quel pomeriggio non sono impazzito. La sua leggerezza mi ha salvato.

Abbiamo parlato per ore, quel giorno, chiacchierando di filosofia, di politica, di medicina e soprattutto di persone, di famiglie, di noi.

Perché la scelta di suicidarsi per evitare un male peggiore (e rendermi conto che esistono davvero mali in vita peggiori della morte stessa è uno dei momenti di crescita più dolorosi e utili che ho vissuto finora), quando “scende sulla terra” e abbandona i libri di etica, è qualcosa che riguarda noi in carne e ossa.

La dimensione di quell’esperienza non è filosofica, è affettiva: è una questione di sguardi, di abbracci, di parole dette e non dette, di pena per qualcuno che ami, di dolore e sollievo. È anche una questione pratica di camere da letto, di infermiere, di letti contenitivi, di badanti, di pannoloni, di tubi, cannule, di medicine, di conti alla rovescia col tempo, di logistica.

È una realtà così umana e così privata che quando ti accorgi che di mezzo c’è lo Stato, ospite non invitato in quelle stanze della sofferenza in cui non fai entrare nemmeno certi parenti, ti senti violato.
È un’intrusione violenta nella scelta più basilare e umana che c’è: decidere della nostra sopravvivenza.
E appena l’intruso ti dice: “non puoi” senti davvero la “politica” che si occupa di te. Lo fa quando non dovrebbe.

Mi sono sempre chiesto come sarebbe stato, nella mia situazione, fare il suicidio assistito in Svizzera.
Sono pieno di domande: non so se risparmiare a mia madre mesi e mesi di dolore e morfina avrebbe migliorato davvero i suoi ultimi giorni. Non so come avrei reagito e confesso che ogni tanto mi interrogo ancora su cosa ci saremmo detti in quelle 3 ore di macchina tra casa sua e la clinica in Svizzera. Forse avremmo messo su i suoi mp3 preferiti, chissà.
Sono uno a cui non mancano le parole e davvero non riesco a immaginare la conversazione, così come non riesco a quantificare un numero sufficiente di abbracci da darsi prima di farla finita davvero.

Ho poche certezze, dopo aver sfiorato quell’esperienza.

La prima è che uno Stato che non ci permette di essere liberi nella gestione del nostro corpo compie un crimine contro di noi e viola il nostro diritto all’autodeterminazione. E non è una questione politica (anzi, averne fatto una questione politica ha fatto danni): è una questione di mamme, di papà, di fratelli, sorelle e di buonsenso.

La seconda è che tra tutte le cause per cui è giusto militare, il diritto alla libertà nella gestione del proprio corpo è la più basilare e dovrebbe essere in cima alle priorità di noi cittadini.
Sul serio: viene prima della lotta alla disoccupazione, della legge elettorale e del reddito di cittadinanza. Stabilire finalmente che “il corpo è tuo e ne fai cosa vuoi” è fondamentale. Tutto il resto – per quanto importante – viene dopo.
Mi spiace molto che il discorso pubblico sul fine vita abbia poca evidenza, a scapito della lotta per altri diritti che sono importanti e forse più “narrabili” e meno problematici.

La terza è che, per quanto ho capito parlando con le persone nel corso degli ultimi mesi, la società italiana è molto più avanti della politica, riguardo il fine vita. Ma tanto. E, da uomo di sinistra, faccio una colpa grave alla mia area politica: sul tema è stata blanda, lasciando spesso i Radicali soli nella battaglia vera per il fine vita.
Questa è una battaglia che non ha colore, se non il rosino della nostra pelle: mette d’accordo chiunque sia passato attraverso un’esperienza di malattia terminale con un proprio caro o con un amico. Conosco gente che la pensa come me su questo tema e che ha i busti di Mussolini in casa e altri che vanno a messa tutti i giorni eppure capiscono il valore umano dell’eutanasia.
Dovremmo farci qualcosa. Parlo di noi cittadini, perché la politica sul tema è lenta e pavida.
E forse andrebbe scardinata, su quello. E le associazioni che aiutano chi soffre a scegliere una morte dignitosa andrebbero aiutate, finanziate (magari col 5×1000 o col volontariato? Lo troviamo là fuori uno sviluppatore che abbia voglia di rifare gratis il sito all’associazione Exit Italia, liberandola dal Comic Sans?), comunicate.

La quarta è che no, non c’è un numero sufficiente di abbracci da dare a chi se ne va. Ne vorremo sempre uno in più.

Oggi ne darei volentieri uno a Dj Fabo e al suo coraggio. So che la sua battaglia non sarà vana. E spero che diventi la battaglia di tanti.

Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

February 16th, 2017 § 0 comments § permalink

Ciao, mi chiamo Enrico e sono uno di quelli che, da quando ha 18 anni, vota il grande partito della sinistra in tutte le sue forme e sigle. Sono un militante leale, sono di bocca buona, sono paziente e so accontentarmi, sapendo che il bene comune viene prima delle mie arrabbiature e della mia naturale pedanteria.

E sono favorevole alla scissione del PD. Anzi, non vedo l’ora che avvenga.

 

No, non sono preso dal cupio dissolvi. È che penso che la scissione che è alle porte sia una cosa sana e utile per tutto il centrosinistra e per il paese in genere.
Provo a spiegare il perché, in un post chilometrico come quelli di una volta (ma con delle sottolineature per chi ha fretta), che non prevede giudizi su Renzi (quindi risparmiamoceli nei commenti, lo dico per il nostro bene).

Se avete proprio tanto tempo da perdere, continuate a leggere.

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Pubblicità progresso

October 25th, 2016 § 0 comments § permalink

frigo