Iniziamo l’anno con una cosa figa (cioè, che piace a me e che magari potrebbe pure piacere ad altri)

January 13th, 2012 § 1 comment § permalink

EmmeBi ha dettato la linea: iniziamo il 2012 con una cosa figa (sul suo blog sono già 2 ma direi che l’abbondanza in questo caso non è un problema).

Mi unisco volentieri allo slancio di condivisione, anche perché giusto in questi giorni mi è capitato di incappare in qualcosa di musicale che non vedevo l’ora di condividere prima che i Maya ci obblighino a sentire musica latinoamericana in loop nei secoli dei secoli nel loro aldilà.

Potrà sembrare incredibile, ma è musica italiana.
Ok, non italiana nel senso che intendiamo comunemente. E’ un vecchio pezzo italo-disco (per i non informati sulla musica: il genere sintetico post-discomusic tutto italiano dei primi anni Ottanta, da sempre fonte di gemme musicali per chi ha voglia di ravanare tra i 45 giri o direttamente nei ricordi di infanzie in riviera tra un gelato Toseroni e le 3 ore di attesa inevitabili accanto a un juke-box prima di poter fare il bagno)

Il pezzo si chiama “Mind Games” e lo suonano i Jojo (sigla dietro cui si celano 3 cognomi italianissimi). Uscì all’epoca – 1982 – per la Disc8, label piuttosto fortunata dell’epoca.
A me piace molto la versione strumentale, sintetica, calda, con un giro di synth che ti fa battere il piede. E anche quella vocal ha un suo perché.
Sarà una fissa mia o una nostalgia per le notti magiche del 1982 (che, avendo 8 anni, finivano verso le 21 e 30), ma ho il pezzo in loop da ore.

 

In un’epoca in cui la colonna sonora plasticosa di Drive piace quasi più del film e il pop sintetico che flirta con la dance sembra tornare in voga, iniziamo il countdown in attesa che qualcuno tipo Todd Terje si svegli, ne faccia un re-edit come capitò con Camino del Sol e riempia le piste di gente che balla (fortunatamente) un po’ più piano del solito.

Incursioni non autorizzate nell’armadietto delle medicine di Susanna Camusso

December 20th, 2011 § 16 comments § permalink

[Premessa inutile da considerarsi una sorta di pagina 777 del Televideo per sinistrorsi permalosi: se non lo siete, saltate pure al post] Chi scrive ha frequentato  CGIL per anni, ha passato un pezzo di vita non insignificante negli uffici torinesi di via Pedrotti 5, lì ha imparato qualcosa di politica e ha incontrato idee, persone e storie belle e talvolta ammirevoli; e ha anche visto morire improvvisamente qualche amico, come Pia Lai, per cui tuttora ogni tanto si sveglia un po’ triste e parla di sè in terza persona, odiandosi copiosamente per questo. Quindi no, non sto col padronato, non tradisco la classe operaia e non sono improvvisamente impazzito più del solito * [fine della premessa]

L’eterno formalismo con cui noi di sinistra ci balocchiamo rischia di nuovo di farci male. Anzi, malissimo visto che il rischio questa volta è perdere definitivamente l’identità, lo scopo, la ragione d’essere. E dividerci, tanto per cambiare.

Il problema, questa volta, è la riforma del mercato del lavoro, su cui ci stiamo spiaccicando inevitabilmente come un moscerino in volo sulla terza corsia in autostrada.
Credo, ormai da anni, che uno dei principali freni all’innovazione in questo paese sia il sindacato (tutto). Con questo non voglio dire che i sindacati siano il male, anzi li reputo fondamentali.
Però è da anni che, ogni volta che ne ascolto le idee, gli interventi, sento quello strano odore di canfora e chiuso che c’è nelle case delle vecchie nonne: gente a cui vuoi tutto il bene possibile ma di cui percepisci la naturale inadeguatezza all’oggi.

Penso che la battaglia della CGIL e del lato “welfarista” del PD contro la riforma del mercato del lavoro sia, come sempre, una questione prevalentemente estetica (o puramente ideologica, a volerla vedere bene). E gli attacchi alle proposte di Pietro Ichino (che, ricordiamolo, sta nel PD) e alle aperture del ministro Fornero a soluzioni innovative sono poco più che reazioni pavloviane: a stimolo propositivo corrisponde uno slogan apodittico (e immagino qualche sindacalista tapparsi le orecchie e gridare LALALALALALALALA per sfuggire alla discussione).

Non entro nel dettaglio delle proposte di Ichino e altri, della cosiddetta Flexsecurity, ecc. In compenso rifletto su cosa stiano attualmente difendendo la CGIL & c. Accanirsi difendendo a spada tratta l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori da qualsiasi tentativo di riforma del mercato del lavoro significa difendere un paradosso.

E’ un paradosso che si spiega in fretta: l’articolo 18 decreta la sacralità del posto fisso di lavoro,  rendendo sostanzialmente impossibile licenziare gli assunti in aziende con più di 15 dipendenti (a meno che ci sia una evidente giusta causa – es. il dipendente viene sorpreso mentre frega sistematicamente le Fiesta dalla macchinetta distributrice).

Tutto giusto e bellissimo, con un solo neo: tra i lavoratori “giovani” (metto le virgolette perché in Italia si è ancora giovani a 35 anni) l’assunzione a tempo indeterminato è una rarità.
Avendo tempo da perdere, ho preso la rubrica dell’iPhone e controllato nome per nome dalla A alla Z la situazione lavorativa dei miei coetanei o quasi: sì e no il 2% dei miei conoscenti è assunto a tempo indeterminato. Gli altri si barcamenano tra partite IVA, contratti a progetto, collaborazioni volanti oppure sono in proprio. Non sono tutti necessariamente poveri e derelitti, ma sicuramente sono tutti non garantiti dall’articolo 18.
[ah, mi è appena stato fornito un dato: in Italia, considerato l'intero apparato economico, il 65,2% delle attività ha zero dipendenti: solo titolari o subordinati precari, interinali, temporanei, ecc.]

Magari è colpa mia e scopro ora di avere una straordinaria propensione a fare amicizia con precari e affini, ma credo che la realtà emersa dalla rubrica del mio telefonino possa essere estesa a livello nazionale, quantomeno a spanne.
Perché abbiamo tutti la rubrica piena di amici e conoscenti non garantiti? Perché i tempi sono cambiati, il mito del posto fisso per una vita intera è tramontato passando dalla generazione dei nostri genitori alla nostra e il costo del lavoro è diventato così alto che, per un’azienda sopra i 15 dipendenti, assumere una persona a tempo indeterminato è un atto costoso, rischioso e sostanzialmente irreversibile. Ovvio che ci vanno coi piedi di piombo quando si tratta di assumere.

Possiamo spaccarci la testa a individuare le cause di questa situazione ma rischiamo di perdere di vista il vero problema: i sindacati e chi gli va dietro si stanno arroccando per difendere una legge che, di fatto, tutela i già garantiti (perché le proposte di riforma di Ichino e altri prevedono di essere applicate solo sui nuovi contratti di lavoro, non toccando i diritti acquisiti da chi già lavora) e non incide in alcun modo sui reali problemi *attuali* del mondo del lavoro.

Cosa me ne faccio di una legge che, se mai fossi assunto a tempo indeterminato, mi renderebbe illicenziabile? Tanto non mi assume nessuno!
Lo so che là fuori è un mondo difficile, ma il problema principale del mondo del lavoro non è difendere perinde ac cadaver diritti e modalità di relazione sindacali che andavano benissimo 40 anni fa e che ora non riguardano nessun giovane, visto che le assunzioni sono una chimera, ma è *creare lavoratori*, cioè gente che guadagna dignitosamente e regolarmente e può costruirsi una vita.

Ovvio, qualcuno sta approfittando dell’inadeguatezza temporale del sindacato per infangarne i meriti storici e democratici. E la destra berlusconiana, quando governava, ha blandamente tentato di abolire i diritti dei lavoratori sanciti dall’articolo 18, aggiungendo a valle la solita gabola: eliminiamo i diritti e poi ci dimentichiamo di approvare gli ammortizzatori sociali e gli altri strumenti di equità.

Però il ministro Fornero non mi sembra programmaticamente e, lasciatemelo dire, antropologicamente assimilabile al sadismo padronale di Sacconi/Brunetta. E le sue intenzioni, le sue parole e la portata dei suoi interventi in merito alla riforma del mercato del lavoro mi sono sembrati quantomeno interessanti.

Certo, mi piacerebbe che la CGIL (non tutta, ché la FIOM è perduta ed è finita in mano a un manipolo di ottusi antagonisti) capisse che le soluzioni che propone e per cui ha lottato per decenni si sono rivelate ottime per la giustizia sociale in Italia ma ora non funzionano più: sono inadeguate e sono sostanzialmente inapplicabili allo scenario attuale.
Anzi, un sindacato incattivito e stretto nell’angolo della difesa di chi ha già un lavoro intoccabile a tempo indeterminato, totalmente disinteressato alla grande massa di non garantiti giovani che affollano le schiere dei disoccupati, sotto-occupati, mal-occupati e – tutti quanti – preoccupati, rischia di fare danni e di mettere stupidamente padri garantiti contro figli precari o poco più.

I “padri” non lo vogliono e non sono state poche le prese di distanza dall’ultimo sciopero, anche da parte di gente con la tessera CGIL in tasca: buon segno. I “figli”, intanto, considerano – obiettivamente con molte ragioni – i sindacati qualcosa di estraneo e inutile alla loro vita.
Non ci va una sfera di cristallo per capire che i sindacati rischiano, col tempo, di diventare una sorta di Touring Club Italiano: migliaia e migliaia di iscritti over 60 in memoria del tempo che fu, in calo costante causa morte.

Forse è il caso che al sindacato capiscano che le ottime medicine sociali di una volta sono scadute e rischiano di fare male. E chiedere di discutere queste medicine, cambiarne e trovarne di nuove più adatte alla contemporaneità non significa tifare per la malattia. Anzi.

 

* mi sono reso conto che, quando faccio qualche post che critica la sinistra, che è la mia parte, mi scattano automatiche premesse ansiose di questo genere. Ho deciso che d’ora in poi abbrevierò il tutto scrivendo solo “A zoccolè’!” e voi capite, ché un Mario Brega vale più di mille parole.

Si scoprono i mandanti (o quantomeno i beneficiari) del raid fascista/juventino al campo rom della Continassa?

December 14th, 2011 § 6 comments § permalink

Post rapidissimo per segnalare che il blog di Riccardo Caldara contiene un’informazione piuttosto utile (e ovviamente taciuta dai media) riguardo il raid fascista fatto da ultras della juve nel campo rom nell’area della cascina Continassa.

A quanto dice il post di Caldara, l’area su cui c’era il campo rom è assegnata alla juventus s.p.a., che ha un grande piano di ristrutturazione dell’area (che comprende anche la costruzione della propria nuova sede in loco). Non c’è da sorprendersi, quindi, che il raid che ha dato fuoco a roulotte, baracche e tende (fortunatamente abbandonate in tempo dai rom) sia stato compiuto da ultras della juve: oltre al razzismo e alla violenza, che sono di casa tra la tifoseria organizzata bianconera, evidentemente rischia di esserci anche qualche motivo in più.

Il risultato è che l’unico beneficiario di questo episodio orribile pare essere, se quanto affermato nel post di Caldara corrisponde al vero, la società bianconera.

In assenza di prove, non ho risposte e non ho opinioni, ma giusto alcune domande.

1 – Chi ha avvertito i rom della Continassa dell’imminente raid? E chi li ha fatti scappare prima che avvenisse? Le forze dell’ordine? Dei privati?

2 – Come mai il raid fascista e potenzialmente omicida contro il campo rom è stato fatto quasi esclusivamente da noti ultras bianconeri? E’ credibile la spiegazione per cui, essendo le Vallette un quartiere abitato in gran parte da famiglie di origine meridionale (e quindi facilmente di fede juventina) si siano trovati “per caso” solo tifosi della juve?

3 – E’ vero che l’area su cui insisteva il campo rom è stata assegnata alla juventus s.p.a.?

4 – Per quale motivo le forze dell’ordine hanno sottovalutato il corteo da cui si è generato il raid al campo rom, quando era chiaro anche ai sassi che una manifestazione di quel genere non poteva che essere tesissima e sfociare in violenza?

5 – Come mai i reparti delle forze dell’ordine che vigilano sulle manifestazioni politiche e sul mondo ultrà (e che normalmente sono rapidissime nel fermare in anticipo eccessi e crimini) hanno lasciato che, in piena città in un corteo organizzato e pericolosissimo, potessero girare liberamente spranghe, molotov, bombole di gas, ecc?

6 – Perché non si sanno ancora con precisione i nomi degli arrestati e le accuse a loro carico?

 

Vita quotidiana del cittadino italiano dal 12 novembre 2011 in poi

November 18th, 2011 § 11 comments § permalink

E’ la maledizione dei multiplex.
Paghi il biglietto e pregusti  il rassicurante cinepanettone, coi cumenda lombardi epigoni del commendator Zampetti, pronti a superare il loro innato razzismo solo di fronte alla gnocca, i romani trucidoni, imbottiti di pajata e perennemente arrazzati, i meridionali (solitamente napoletani, per sineddoche) neri neri, piccoli, poveri ed escapisti ma sensibili alla femmina. E così via. Un Louvre di caricature nostrane con una costante universale: la gnocca, possibilmente circondata da disavventure scatologiche, eufemismi non troppo marcati di interiezioni anatomiche e una pennellata di omofobia da bar.

Però, nella fretta, hai sbagliato sala. E ti tocca un film di Bergman. Tre ore. In bianco e nero. Lento. Senza una sola occasione per ridere. Con poche donne, tutte vestitissime e difficilmente svestibili a mente. Prevedibile ma efficace. Ti tocca pure, a fine proiezione, dire che ti è piaciuto o rischi la brutta figura.

La notte del 12 novembre 2011, frastornati dal botto che fanno le colpe quando esplodono in tripudio per la fine dei propri errori, gli italiani hanno sbagliato sala. E si devono far piacere il film serissimo.

Aveva capito tutto Leopardi: l’illusorio sabato permanente in cui eravamo cacciati avrebbe lasciato spazio a una domenica ansiogena per i lunedì a venire.

Così, disabituati a tristezza e noia, ci siamo rassegnati a vivere per un po’ in una fastidiosa domenica sera. Tecnicamente è ancora weekend, ma la mente è già al lunedì in arrivo, ai sacrifici, alla sveglia (troppo) presto, alla prospettiva di fatiche e sacrifici imminenti.

Forse i giorni che verranno ci imporranno davvero un periodo di sangue, sudore e lacrime. Ma il sacrificio più duro sarà convivere con il senso di vuoto che proveranno i nostri istinti più bassi: svegliarsi e dare la colpa a qualcuno, vergognarsi per conto terzi, odiare categorie e stili di vita obiettivamente odiosi e noti in quanto tali (e quindi non meritevoli di esercizi d’odio ripetuti), chiamarsi fuori da turpitudini ovvie, vincere facile proclamandosi migliori di cose smaccatamente brutte e ingiuste.

Passano poche ore dalle sue dimissioni e Berlusconi già ci manca: la vita senza cattivi esempi è più dura, l’autostima senza termini di paragone di infimo livello è più difficile da conquistare, la salutare pratica dello spurgo quotidiano dell’indignazione diventa sempre più difficile da praticare.

Ovvio che l’italiano si deprime, si butta sul melenso, sul patriottico, finge imperturbabilità. Ma dentro gli suona forte e in loop “This House Is Empty Now” (o un equivalente pop italiano, per i meno sensibili/esposti al bello in musica).

Senza il mostro che tanto abbiamo voluto e amato (ecco, vedi, provo un minimo brivido di piacere ad aggiungere “non io, ovvio!”), dal 12 novembre 2011 in poi ci è molto più difficile pensarci migliori.
E ci tocca iniziare a esserlo per davvero.

Coraggio, fatti menare

October 21st, 2011 § 5 comments § permalink

Non voglio aggiungermi alla lista di quelli che hanno fatto la parte dei costernados dopo gli scontri del 15 ottobre e vi risparmio un post noioso contro la violenza uguale a tanti altri belli tondi e ragionevoli.

In compenso guardo avanti, per la precisione a domenica prossima, giorno in cui si terrà l’ennesimo corteo notav in Valle di Susa.
Si tratta di una manifestazione preoccupante, perché la sua “piattaforma” (scusate i burocratismi in sinistrese vintage) è tanto semplice quanto micidiale nel suo cupio dissolvi: ”migliaia di cittadini marceranno per tagliare le reti, per aprire varchi nel recinto” (del cantiere della TAV, ndSuz).
La spiego meglio: l’intenzione è fare un corteo di gente che si porta dietro cesoie e tronchesine (che ci dicono andate a ruba nelle ferramenta della valle, le uniche finora a profittare della protesta, visto che vendono a palate ai manifestanti anche mascherine antigas, guanti e scarponi da cantiere).

Ora possiamo anche fare finta che il 15 ottobre non sia successo nulla e sarebbe tutto sbagliato lo stesso. Ma poiché il 15 ottobre il già pesante distacco tra il “mondo dei cortei” e quello reale si è ampliato a dismisura, forse è il caso di ragionare alla luce dell’ubriacatura di delusioni, scazzi, rimpianti e rabbia maturata in quel brutto pomeriggio.

 

UN PROBLEMA GRAVE

Non ho mai fatto mistero di essere favorevole alla TAV in valsusa – riservandomi di avere ragionevoli perplessità sul “come” e confidando negli strumenti democratici per fare bene – e ho sempre avversato l’antimodernismo dell’ottica “nimby”, con sovratoni nicciani, del movimento notav. Ma scriverei le stesse cose anche se fossi contrario al treno ad alta velocità in Valle Susa, perché – prima ancora che di merito – il problema del movimento è di metodo. Ed è un problema grave che rischia di generare conseguenze pericolose, col suo mix di provocazioni e violenza.

E’ grave perché dopo gli scontri di sabato scorso le Forze dell’Ordine hanno una voglia matta di vendicarsi o quantomeno di farla pagare cara alle frange antagoniste, tenendo conto che queste ultime normalmente si infiltrano nei cortei ma nel caso del movimento notav sono pienamente alla guida.

E’ grave perché il movimento, nell’istante in cui prosegue la politica dell’assalto materiale al cantiere, agli operai che lavorano al suo interno e alle aziende che partecipano ai lavori, passa automaticamente dalla parte del torto e compie azioni al di fuori della legge. E anche se le recinzioni, come asseriscono i notav (non so bene sulla base di cosa), fossero illegali, non spetterebbe loro smantellarle. Cioè, se domani prendo una ruspa e abbatto la casa in cui abita un criminale, mi metto nei guai con la legge (e nel caso della TAV le accuse del movimento sono tutte da dimostrare, by the way).

E’ grave perché sono pochissimi quelli che, nel movimento notav, si rendono conto di marciare dritti verso la sconfitta, scegliendo l’opzione violenta. E sarà una sconfitta con perdite, un po’ per l’aria che tira, un po’ perché l’assalto al cantiere è un motivo perfetto e incontestabile per caricare un corteo e arrestare chi danneggia le reti (con tutti gli odiosi eccessi polizieschi che ben conosciamo, motivo per cui i capetti dei centri sociali resteranno impuniti e ben lontani dai guai e finiranno in mezzo i più fessi, magari gente al primo sampietrino).

E’ grave perché il movimento ormai ha adottato retorica e toni da gruppo talebano. Provate a leggere cosa scrivono gli appartenenti al movimento su siti, forum, gruppi di discussione, ecc. del movimento notav: i pochi che predicano la protesta pacifica sono zittiti, mobbati, sfanculati. E ci sono un mood da apocalisse, un allarmismo con toni totalmente ingiustificati, un’enfasi venata di senso di emergenza che, davvero, dovremmo riservare a questioni più gravi e più imminenti.

E’ grave perché il movimento si isola completamente, si ripiega su se stesso. E non dialoga con forze terze che magari avrebbero tutta la voglia di supportarlo o, come nel caso di SeL, cavalcarlo per fini elettorali. Anzi, la polemica con la sinistra parlamentare è fortissima, sui forum notav. E perfino gli amministratori locali faticano a tornare coi piedi per terra (c’è uno sconfortante articolo sulle pagine locali della Stampa in cui i sindaci della valle non riescono a prendere le distanze dalla violenza: è più forte di loro), presi come sono da una battaglia che è diventata talmente ombelicale da galleggiare nel totale disinteresse del resto d’Italia. E i movimenti isolati, che abbiano torto o ragione, solitamente finiscono male.

 

THIS FILM’S CRAP, LET’S SLASH THE SEATS

E no, non c’è nessuna valida ragione politica per tagliare le recinzioni di un cantiere pubblico.
Ho discusso della questione con alcuni notav su Twitter e la loro unica argomentazione a supporto dell’atto violento è “per noi il cantiere è illegale”, “per noi il cantiere è una minaccia alla salute pubblica”, “per noi il cantiere è sbagliato”. Quindi per loro è giusto attaccarlo, perché il cantiere è il male.

Il problema è il “per noi”. Nel momento in cui le opinioni di una parte diventano unilateralmente legge, si ragiona da fascisti.

Non voglio fare quello che si spaventa perché c’è gente che rinuncia alla politica e si mette ad attaccare fisicamente i simboli, fregandosene se dietro o in mezzo ci sono delle persone, però mi è naturale pensare che il motivo per cui un notav si sente perfettamente legittimato ad assaltare – con un atto palesemente illegale – un cantiere pubblico è lo stesso per cui per un incappucciato è giusto dare fuoco a un SUV o a un bancomat. Per loro sono i nemici, sono il male, sono la mafia, ecc., quindi è giusto e legittimo attaccarli, perché non riconoscono nessun principio superiore al proprio giudizio personale.
E poi, come dicono i notav, non sono attacchi alle persone, ma alle cose. Quindi si può, no? Ecco la logica da black bloc.

Difficile spiegare a gente così inutilmente agitata che il concetto di giustizia non è personale e che ciò che è ingiusto per una parte potrebbe essere giustissimo per un’altra o anche neutro. E non sta ai singoli stabilirlo, perché grazie al cielo abbiamo una società con adeguati strumenti per emanare e far rispettare la legge.
Il cantiere è illegale? Rivolgetevi alla magistratura. E’ un pericolo per la salute pubblica? Chiamate l’ufficio d’igiene. E così via.
Ma non è che esiste una valida ragione per distruggere, fregandosene delle leggi, tutto quello che non ci piace. Quella è violenza. Ed è stupida e infantile anche se hai ragione.

 

ARMIAMOCI E PARTITE: CHI GUIDA IL MOVIMENTO

Credo che buona parte delle azioni stupide del movimento notav siano da imputare all’ingenuità dei leader: gente che non ha esperienza politica e che è riuscita a farsi intortare dagli autonomi dell’Askatasuna (parlo da torinese che bazzicava in altri tempi quel mondo lì), che nei giri dell’antagonismo, in cui il livello umano e politico è quel che è, non sono mai brillati per acume rivoluzionario e hanno sempre fatto la figura dei cugini sfigati degli autonomi di Roma o di Padova, che passavano per “duri”.

Tra l’altro l’irresponsabilità con cui Alberto Perino, presunto capo dei notav, rischia di mandare testardamente a farsi riempire di mazzate centinaia di persone della valle è alle soglie del criminale. Perfino uno come lui è in grado di accorgersi che fare una manifestazione con atti provocatori (loro li chiamano “simbolici”) 8 giorni dopo i casini del 15 ottobre è un atto mostruosamente autolesionistico.

Alla fine emerge, tra un proclama militaresco e l’altro, la totale assenza di rivendicazioni politiche da parte del movimento, salvo un generico gridare “esistiamo e siamo incazzati”. Cosa che peraltro hanno capito tutti quelli che ancora leggono le notizie riguardo la TAV senza sbadigliare per la noia.

 

(aggiornamento del 21 ottobre)
Per fortuna nelle ultime ore pare si stia facendo largo un po’ di ragione e nelle più recenti assemblee aperte del movimento notav è emersa una linea un po’ più sana ma contraddittoria: non facciamoci picchiare, evitiamo scontri, teniamo fuori dal corteo la gente a volto coperto *ma comunque l’intenzione è arrivare al cantiere: tagliamo la recinzione, anche solo un pezzetto*.

Visto che la recinzione sarà a 1 km esatto da dove passerà il corteo, per poterla tagliare anche simbolicamente, i manifestanti dovrebbero valicare un limite imposto e difeso dalle Forze dell’Ordine. Insomma, dovrebbero sfondare un cordone. E dovrebbero essere armati di cesoie, che sono state vietate alla manifestazione. (e tra l’altro in caso di cariche si verificherebbe il più grande incubo di tutte le nonne: gente che corre con le forbici in mano, magari anche senza golfino).

Resta il fatto che i notav non riescono proprio a escludere dal menù gli atti violenti, anche quando l’eventualità di scontri è all’ordine del giorno e riempie le pagine dei giornali (nazionali e locali) da una settimana.
Tra l’altro le mezze buone intenzioni dell’ala meno dura del movimento contano poco di fronte ai proclami guerreschi degli antagonisti (mi sono sorbito un’ora abbondante di streaming dell’assemblea notav e non è mancato, a un certo punto, l’intervento di un tizio che continuava a ripetere “siamo legittimati a farlo [tagliare le reti ndSuz] perché lottiamo da vent’anni!”: una logica meravigliosa.)

Chiudo il post evitando il solito appello ragionevole (e l’unico possibile, a questo punto), cioè abbandonare la lotta ormai strapersa contro la scelta di fare la TAV e concentrarsi sul *come* fare la TAV, cercando di farla nel modo migliore possibile e utilizzando bene tutti gli strumenti che la nostra democrazia concede.
L’unica cosa che mi sento di consigliare agli avventati che il 23 intendono andare in Valsusa a farsi menare dalla polizia più incazzata che mai, spalleggiata da un governo disperatamente alla ricerca di risultati in qualsiasi campo (credo che non vedano l’ora di poter dire “abbiamo fatto piazza pulita”) è di pensare che tutto questo sarebbe un regalo enorme alla peggiore destra (quella a cui teoricamente sareste avversi). E fareste una fine peggiore degli indignados nostrani, a cui è bastato un pomeriggio di cariche dei vostri capetti autonomi per ripiombare nell’anonimato.
Fate voi, io (come tanti altri) vi ho avvertito.

Co-marketing politico parassitario, presente cadavere: l’imbarazzante caso di Sinistra Ecologia e Libertà e il necrologio per Steve Jobs

October 12th, 2011 § 29 comments § permalink

In queste ore sta girando in rete un’immagine che ritrae un manifesto, assemblato in fretta e furia, con cui Sinistra Ecologia e Libertà onora Steve Jobs. (trovata grazie al buon Menietti, che a sua volta l’ha presa da Frankie Hi NRG MC attraverso Zoro)

Se proprio ci tenete a vederla, eccola qui.

Il problema è che quando una cosa mi fa schifo per troppe ragioni, non so mai da dove cominciare e rimango senza parole. Poi mi faccio passare la nausea e me ne vengono tante.
Ond evitare di fare scempio del vostro tempo libero, mi limito a un elenco facile facile.

- è una campagna fuori tempo massimo: se arrivi con i manifesti funebri 4 giorni dopo che il de cuius è morto hai sbagliato tutto. E non riesci a profittare dell’effetto “tutti piangono, buttiamoci nella mischia”, perché ormai il lutto è stato elaborato e stiamo tutti aspettando iOS 5.

- è la classica campagna parassita, in cui si cerca neanche troppo sottilmente (vedi il visual imbarazzante in cui hanno incollato alla meglio il logo di Sinistra e Libertà nelle Mela) un’associazione tra marchi, sperando che la gente faccia uno più uno. E che magari pensi che Vendola è lo Steve Jobs della politica. Verrebbe voglia di augurarglielo.

- è una campagna contraddittoria in termini tecnologici: Sinistra Ecologia e Libertà ha in programma il supporto e la diffusione del software libero e open source e celebra uno dei paladini della massima chiusura, per fini economici e paternalistici/censori, dei sistemi.

- è una campagna contraddittoria in termini puramente politici: ti chiami Sinistra Ecologia e Libertà e celebri con un manifesto un tycoon americano ultra-capitalista e che partecipa all’embargo a Cuba  (nota, per me non c’è nessun problema nel fatto che sia ricco, americano, capitalista e nemico del regime di Castro, anzi: cerco di ragionare con la testa dell’elettore vendoliano medio) la cui azienda non solo sfrutta gli operai cinesi della Foxconn facendoli lavorare, minori inclusi, in condizioni degradanti e senza supporto sindacale, ma si è presa più volte il patentino di multinazionale anti-ecologica, inquinante, ecc.

- è una campagna loffia (in altri contesti direi “da sfigati”), perché si vede che è un disperato “me too”, un goffo tentativo di partecipare a una festa funebre a cui non si è invitati. E’ un problema noto di certa sinistra (e mi piange il cuore a dirlo): il disagio nei confronti della modernità, una lentezza ad adottare le novità, un amore estetizzante per il passato (mi gioco una pizza che Vendola, al secondo bicchiere di Negroamaro, ti tira fuori il discorso sull’intima bellezza del libro cartaceo o sul piacere di scrivere le sue poesie con la stilografica e così via).

- è una campagna a rischio, perché non è che puoi prendere il marchio Apple e conciarlo come ti pare col marchio del tuo partito e poi riempirci il centro di Roma. Sento già il rumore di una decina di avvocati a Cupertino che iniziano ad affilare i canini.

- in ultimo è uno sciacallaggio evidentissimo: non c’è una sola ragione al mondo per cui un partito politico italiano desideri celebrare una figura che non ha nulla da spartire con il suo mondo se non un palese tentativo di co-marketing forzato, presente cadavere (anzi, assente causa ritardo di Vendola & c.)

Nello spezzettamento lacaniano dell’io in rete, questa bella iniziativa del partito di Nichi Vendola è riuscita a infastidirmi come uomo di sinistra, come appassionato di tecnologia, come comunicatore di mestiere e pure come semplice cittadino. Per quanto ne capisco, Sinistra Ecologia e Libertà ha rimediato una figura imbarazzante e, cosa ancora più grave, ha fatto qualcosa di moralmente riprovevole.

Mi piacerebbe fare quello offeso che dice “ecco, per questa porcata non avranno il mio voto”, ma ho motivi più seri e più validi per non votarli. Però da oggi mi fanno anche un po’ schifo.

Update: Vendola ha preso le distanze dal manifesto, definendolo un “incidente di percorso” (via Claudio Cerasa). Il che solleva seri problemi su come gestisce il partito (che più personale non si può).

 

Compagni che iniziano a sbagliare un po’

September 20th, 2011 § 35 comments § permalink

Prima di leggere il resto di questo post guardatevi questo video. Guardatelo tutto, fino in fondo, ché certe cose non vanno prese a piccole dosi ma ingurgitate fino alla fine.

Visto? Alzi la mano chi ancora adesso ha un moto nervoso a vedere i dipendenti Mediaset che, molto oltre la line of duty, si prendevano la briga di interrompere le trasmissioni che conducevano per fare veri e propri comizietti a favore del loro datore di lavoro Berlusconi e  di Forza Italia, il suo partito-azienda. Tutti senza contraddittorio, tutti in spazi che non pertengono al dibattito politico. Belli apodittici e, poiché fatti da personaggi rassicuranti e familiari, micidialmente convincenti.

Su le mani, dai. Ecco: boschi battistiani di braccia tese. Perché danno un fastidio fortissimo. All”epoca nel mio caso la reazione più placida registrata in casa fu una mia ciabatta contro il televisore, fortunatamente ancora a tubo catodico.
Non è stupido chiedersi come mai questi simpatici interventi di Vianello, Ambra & c. infastidiscono, visto che qualcuno potrebbe dire che sono tutte azioni tutelate dal sacrosanto diritto di espressione delle proprie opinioni.

La risposta è semplice: percepiamo quelle azioni come abusi. E lo sono.
Abusi di un potere specifico: il “potere di essere in onda”, cioè di parlare a milioni di persone. E per di più con l’aggravante di farlo fuori contesto (cioè in spazi in cui normalmente si parla d’altro) e senza contraddittorio, senza che sia rappresentata la varietà di opinioni diverse da quella che ha voce.

Ora prendete il video in cui il metereologo Mercalli a “Che tempo che fa”, invece di parlare di clima, chiede la scarcerazione di due manifestanti notav arrestate in flagranza di reato durante un assalto militare – con armi non convenzionali, manifestanti armati di tutto punto, ecc. – fb al cantiere della futura ferrovia Torino-Lione, originato da un corteo non autorizzato (mi guardo bene dal linkarlo).

Forse non ci avete fatto caso, ma il metodo è lo stesso.
E, per quanto mi riguarda, il merito è ancora più antipatico (perché qualcuno, pagato coi soldi del canone, si mette a difendere in tv senza contraddittorio l’ala violenta di un movimento che attacca militarmente un cantiere, minaccia i lavoratori, dà fuoco ai camion delle aziende fornitrici e alle assemblee fa girare i nomi delle persone da “colpire”).

Riguardo al diritto di opinione: liberissimo Mercalli di pensare quello che vuole, anche se è un pensiero da fiancheggiatore dei violenti. Ma se abusa di una sua posizione dominante (lui parla in tv senza contraddittorio, chi la pensa come lui no), il diritto leso è il mio.

(E no – lo dico per scongiurare commenti stupidi o banali – non c’è nessuna violenza preesistente delle Forze dell’ordine che giustifichi una risposta ugualmente violenta da parte dei manifestanti: gli attacchi a un cantiere con sassi, fionde, mortai, ecc. durante manifestazioni illegali non sono autodifesa, sono un reato)

Da quel modo di pensare e agire  - cioè una finta emergenza per cui “vale tutto”, inclusa la violenza, incluso l’abuso nella comunicazione – al trovarci a piangere un altro Guido Rossa (e poi iniziare una serie di bizantinismi e prese di distanza), il passo non è così tanto lungo. Pensateci bene.

Gloria, guida

August 26th, 2011 § 0 comments § permalink

Vent’anni fa un certo Michael Schumacher, figlio di un giostraio di Kerpen, esordiva in Formula 1 guidando sì e no 500 metri una monoposto, prima che si scassasse la trasmissione.
Bruciato dall’esperienza, la prese male e per reazione nei 15 anni successivi vinse 8 mondiali e superò praticamente ogni record possibile della Formula 1.

Nel 2006, dopo aver vinto il vincibile e anche un po’ di più, Schumacher si è ritirato. Da suo tifoso colpevole (cioè uno a cui lui stava sull’anima ma non poteva sottrarsi all’evidenza della sua superiorità e alla necessità di ammirarla), scrissi un post molto affettuoso in occasione del suo ritiro.

A vent’anni esatti dal suo esordio, mi ha fatto piacere rileggerlo. Magari fa piacere pure a voi.

Lo trovate cliccando qui.

(poi, per darmi nuovamente in testa, ha pensato bene di rimettersi a correre in Formula 1, peraltro con risultati perdibili: è dispettoso).

Lievi dimenticanze

June 30th, 2011 § 6 comments § permalink

Come molti sto provando Google+ cioè il nuovo social network di Google dopo il flop di Google Buzz.

Vi risparmio le mie impressioni per esteso e dico solo che è una specie di Facebook senza compagni delle elementari e relativo rumore di fondo (Farmville, gattini, citazioni sgrammaticate di Vasco Rossi, ecc.) e una specie di FriendFeed senza, per ora, tagliagole, attention-whores, flame, ecc e soprattutto con semplici ed efficacissimi strumenti (i circoli) per tagliare via le brutte persone senza dover tagliare via tutto.

L’unica mia perplessità grande è che – se non ho visto male – a Google+ manca giusto una feature: la ricerca.
Esiste, a dire il vero, un box di ricerca, ma serve a trovare nomi/nickname di persone dentro e fuori dai propri circoli. Ma se voglio cercare tra tutti i contenuti a me accessibili (e sottolineo “a me accessibili”, perché il focus di Google+ è sulla compartimentazione della condivisione in circoli precisi e definiti utente per utente) quelli che contengono una parola specifica, non posso.

Fosse stato il social network di chiunque altro al mondo, avrei capito e giustificato la mancanza: impostare una ricerca full-text in una bolgia di contenuti incasinati dai permessi dei circoli di ogni utente non è un’impresa alla portata di tutti. Però, cavoli, siamo in casa di Google e mi sembra una mancanza grave.

Il tutto potrebbe non essere un problema se, come molti ipotizzano (non so con quanta ragione), Google+ farà la fine di Buzz e ce lo dimenticheremo in fretta e furia. Nel mentre, passato lo slancio di provare un socialgiocattolo nuovo, attendiamo e vediamo cosa sarà di noi.

Capire Di Pietro

June 24th, 2011 § 3 comments § permalink

Antonio Di Pietro si sta muovendo (politicamente, dico). E fa bene: la congiuntura politica lo vede in crescita dopo che si è intestato – a ragione – il merito della vittoria ai referendum. E si sa che i successi politici regalano sempre un po’ di margine di manovra. Basta sapere dove andare.

Molti si sono spaventati vedendo Di Pietro chiacchierare amabilmente con Berlusconi in Parlamento. Altrettanti si sono inquietati nel momento in cui ha pubblicamente attaccato/spronato Bersani alla Camera, invitandolo a costruire un’alternativa politica e a non tergiversare nei soliti tatticismi. Altri si sono indignati nel leggere la disponibilità di Di Pietro e dell’IdV a votare col Governo alcune riforme condivise.
In effetti suona strano: il partito che finora è stato vissuto come l’essenza dell’antiberlusconismo e della politica muro-contro-muro diventa improvvisamente un serio interlocutore dialogante, aperto al confronto con l’avversario e non più animato da una linea politica ispirata alla trascurabile “In prigione, in prigione” di Bennato?

Questa improvvisa inversione di marcia dipietresca mi ha confuso un po’ più del solito. Ho provato a chiedere lumi in giro, giacché qui non si rinuncia a parlare di politica, ma mi sono reso conto che ai miei “non capisco Di Pietro” fanno sempre seguito ragionevolissimi discorsi off-topic sulla sua inadeguatezza grammaticale.

Quindi mi sono dovuto fare un’idea da solo, corroborata da un’intervista di Di Pietro al Corriere della Sera in cui, con il suo solito modo disordinato di ragionare, tenta di fare chiarezza, aiutato da un paziente Aldo Cazzullo. Provo a condividerla.

 

DIECI MILIONI DI TRADITORI DA CONQUISTARE

Secondo me Di Pietro si è fatto incuriosire dall’analisi dei dati di partecipazione ai referendum: su 27 milioni di votanti, quasi 10 milioni sono elettori di PdL e Lega. Si tratta di voti in sostanziale libera uscita: votanti che non si sentono di “appartenere” al blocco Bossi-Berlusconi, dispostissimi a votare altro se opportunamente coinvolti e interessati.

Non è una notizia che ci sia disaffezione nei confronti di Berlusconi e dei suoi alleati, di recente. Il problema è tradurla in risultati elettorali positivi per il centrosinistra.
Il mio pessimismo della ragione mi ha convinto che la vittoria alle amministrative e ai referendum non è convertibile con facilità in un successo alle Politiche per il centrosinistra (e per ora non poniamoci la domanda “quale centrosinistra?”, ché vorrei dormire la notte).
Secondo me c’è stata una felice contingenza per cui il fastidio che Berlusconi & c. provocano nel popolo italiano, accompagnato da una serie di macroscopiche cavolate in campagna elettorale da parte del PdL, ha coinciso con il voto amministrativo, che da sempre è il meno identitario e il più “materiale”.

Insomma, c’è da pensare che per molti italiani sia più facile votare Pisapia sindaco (dove la parola forte è “sindaco”) che [mettete voi il parlamentare che più vi sta a cuore] deputato. Nel primo caso si sceglie un amministratore locale, che ha un programma relativo al territorio e le cui azioni sono in gran parte tangibili e misurabili dal cittadino, nel secondo si vota un listino bloccato di gente spesso scollegata dal territorio e gli effetti delle scelte politico/amministrative sono lenti, difficilmente percepibili nello spazio e nel tempo. Insomma, per votare alle politiche è necessario chiedere al cittadino un po’ più di fiducia a perdere. Se poi è un po’ cieca è meglio. E qui casca l’asino.

 

LA SOTTILE DIFFERENZA TRA VOTI DI SINISTRA E VOTI A SINISTRA

Oltre alla maggiore difficoltà ad acquisire voti alle Politiche rispetto alle Amministrative (dove, va detto, solitamente il centrosinistra propone candidati validi), c’è un altro problema: il voto di appartenenza.

E’ un problema a doppio taglio: da un lato il voto alle Politiche in Italia è da sempre una questione di appartenenza, di identità e perfino di tradizioni familiari. Se la scheda elettorale è il foglio su cui si scrive la risposta, la domanda che molti italiani si fanno quando votano non è “da chi vorresti essere governato?” ma “tu da che parte stai? destra o sinistra?”.
Conosco decine di persone con entusiaste idee di sinistra che non voteranno mai (o quasi mai, perché tra qualche riga provo a spremere un po’ di speranza dal tubetto ormai vuoto), perché sono state educate a un’altra cultura e si definiscono di destra, pur non essendolo. E conosco altrettante persone che si definiscono di sinistra, magari pure militanti, ma che all’atto pratico sono più o meno ragionevoli destrorsi. Basta non dirglielo, perché è facile rimediare un occhio nero.
Credo siano figure comuni a molti, perché l’eccessivo tribalismo politico ha creato fenomeni simili, molto notevoli.

Chi è riuscito a scardinare questo meccanismo di appartenenza, che fa sì che in Italia la fluidità del corpo elettorale sia bassissima, è stato Berlusconi. Dal suo esordio in poi è riuscito a intercettare i voti di quelli che stavano a destra e pure quelli di chi non si sentiva appartenere a nessuna delle rigidissime identità politiche che hanno diviso il paese dal 1948 in poi.

 

“NOI SIAMO I BUONI E PERCIO’ ABBIAMO SEMPRE RAGIONE E ANDIAMO DRITTI VERSO LA GLORIA”

(Oggi ce l’ho con Bennato, chissà perché.)
Dicevo che il problema del voto identitario e di appartenenza è a doppio taglio. Il suo altro aspetto temibile e non secondario è l’incapacità della sinistra italiana di ragionare al di fuori delle ottiche di appartenenza. Lo dico da militante (per appartenenza, ovvio): nei giri sinistrorsi che frequento e ho frequentato nel corso di una ventina d’anni di attività le attività di propaganda si sono sempre concentrate – con punte di ossessività – sul dire all’elettore “diventa come noi”, più che sul comunicare “ecco alcune buone ragioni/proposte/idee per cui potresti votarci”. Al massimo ci siamo trovati a dire “votaci, perché siamo più buoni/onesti/giusti di quelli là”, dove il “quelli là” era variabile a seconda dei casi (e in tutti i casi avevamo pure ragione, ma non bastava).

[piccolo episodio stupido ma che boh forse vuol dire qualcosa] Tanto (tanto) tempo fa partecipai a una delle mie prime manifestazioni studentesche, rigorosamente inquadrato dietro lo striscione della Federazione Giovanile Comunista Italiana. Con spirito militante cantavamo tutti in coro il terribile slogan “Siamo tanti, siamo qui, siamo della FGCI”. Ricordo perfettamente la faccia di uno studente che passava di lì e, sentendo il nostro coro, ci liquidò con un un “E quindi?”. Aveva ragione [fine dell'episodio stupido, ecc.]

Credo che le ultime Amministrative e i referendum abbiano dimostrato che il centrosinistra – ma diciamo pure “la sinistra”, senza eufemismi – vince se comunica “cose” e non identità, anche perché è necessario arrendersi al fatto che la maggioranza dei cittadini di questo paese non *è* di sinistra ma, con le giuste condizioni e le opportune proposte politiche, è *disposta a votare* a sinistra o giù di lì.

 

POSIZIONARE DI PIETRO

L’obiettivo di Di Pietro, negli ultimi giorni e (credo) da qui alle prossime elezioni, è proprio quel “giù di lì”: a occhio le sue mosse degli ultimi giorni mi sembrano una precisa opera di posizionamento politico. Al centrosinistra serve qualcuno/qualcosa che sappia raccogliere voti non di appartenenza e di identità.
In un’immaginaria ma non troppo coalizione tra SEL, PD e IdV, i ruoli sarebbero abbastanza chiari:

- SEL dovrebbe raccogliere i voti a sinistra del PD e una buona parte di voti di protesta/ipersindacalizzazione/antimodernismo/terzomondismo, voti indignati, voti catto-comunisti, voti intransigenti,  ecc. indirizzandoli verso un partito che, si spera, faccia prevalere la sua identità “di governo” su quella “di lotta”:  il modello Puglia, insomma, auspicabilmente senza la diffusione nationwide della di quella forma di tortura chiamata pizzica salentina.

- il PD dovrebbe fare il PD, cioè il partitone di massa che va bene per tutti e anche un po’ male e, salvo sorprese, l’unico posto in cui i cattolici di sinistra (tutti e tre) potrebbero trovare cittadinanza politica, pur restando giustamente minoranza. E sarebbe l’unico partito della coalizione capace di esprimere una classe dirigente all’altezza, a partire da Bersani (ottimo amministratore/ministro e segretario così così, in tempi di guerra).

- IdV avrebbe il ruolo di sponda destra, anche se “destra” è riduttivo e fuorviante. Sarebbe una sorta di approdo non identitario: un modo non troppo compromettente per uomini e donne non di sinistra per dare il voto alla coalizione di centrosinistra. Un partito per switchers politici in incognito.

A pensarla così, tutto torna. Funziona il ruolo dialogante di Di Pietro, che non può pretendere di chiedere il voto agli ex elettori berlusconiani se fino a 5 minuti prima li ha massacrati a parole. Funziona l’espressione di pietas nei confronti di Berlusconi, dipinto come un vecchietto narciso abbandonato da tutti e circondato da yesmen, profittatori, mignottone e minus habens provenienti da AN: l’elettore PDL in libera uscita è sicuramente caduto vittima del fascino berlusconiano e, ora che è in via di guarigione, non vuole che gli si gridi in faccia che è un pirla; meglio agevolarlo un po’. Funziona l’insistere sulla sua natura di uomo non di sinistra, funziona il ricordo del padre contadino democristiano tutto d’un pezzo, funziona rispolverare l’identità di poliziotto e privilegiarla rispetto a quella di giudice: il “destrorso civile non ultras” vuole quello, cioè persone di buon senso, non intellettuali, non eccessivamente progressiste, con un senso forte della giustizia declinato in salsa questurina.

 

L’ESTREMISTA CHE NON C’E’ E IL LIBERALE A CUI NON CREDO MOLTO

Ho sempre trovato stupido e sbagliato posizionare il partito di Di Pietro all’estrema sinistra. Eppure è un’analisi che ho sentito fare più volte. La realtà è che è un partito che non esiste realmente, salvo due o tre figure di spicco, e alle politiche candida gente presa qua e là senza andare troppo per il sottile (cough! Scilipoti! De Gregorio! cough!). Molte volte mi è stato difficile identificare o distinguere una linea dipietrista, salvo l’opposizione rabbiosa a Berlusconi. E le accuse di estremismo  mi hanno sempre fatto sorridere: l’ex sbirro Di Pietro non ha nulla da spartire con la sinistra estrema italiana che, tra l’altro, ha sempre avuto in uggia i giudici. Semmai è estremo (ma non estremista) il giustizialismo incarnato dall’IdV, ma – dopo anni di inascoltata propaganda berlusconiana a reti unificate contro i giudici e la Giustizia – mi sembra un dato di fatto incontrovertibile che la passione per le manette è trasversale all’arco politico nostrano. E non credo sia un male.

La seconda intuizione giusta di Di Pietro, negli ultimi tempi, è aver capito che manca un profilo liberale alla coalizione di centrosinistra che verrà. Non perché non ci sia (se pensiamo che le uniche riforme liberali rilevanti degli ultimi anni sono state le “lenzuolate” di Bersani quando era ministro), ma perché non ha l’evidenza che merita ed è un po’ annacquato nel “vale tutto” del PD e nel caos che da sempre contraddistingue i Radicali.
Dare un’autonomia ontologica alle istanze liberali all’interno del centrosinistra sarebbe una mossa azzeccata, dal punto di vista elettorale: garantirebbe finalmente un profilo politico preciso all’Italia dei Valori, aumenterebbe la cultura riformista della coalizione e attirerebbe un bel po’ di voti responsabili e non solo quelli manettari di ritorno dalla gita prolungata nel leghismo-berlusconismo.

Il bello dei partiti “personali” è che hanno una straordinaria agilità di manovra: non devono passare attraverso congressi, commissioni, riunioni: il capo cambia idea e il partito si adegua. Certo, ne risente un po’ il senso di coerenza. Ma è un valore che è passato di moda, nel 2011.

Ho solo il dubbio che Di Pietro non sia una figura credibile per fare il liberale del centrosinistra, con l’agenda Giavazzi in mano. Boh, non me lo vedo. Forse in questo caso è un mio giudizio superficiale basato sulla natura e i limiti del personaggio, quindi su questo prendetemi ancora meno sul serio del solito. Tra l’altro non riesco a trovare argomenti a sufficienza per esprimere il mio scetticismo a pelle nei confronti di Di Pietro in salsa liberale. Prometto che li cerco, eh. Nel mentre se ne avete voi, tirateli fuori. O confortatemi: è credibilissimo e sono io che faccio il raffinato a cui sembra strano un liberale con la grammatica claudicante.

Alla fine l’operazione di Di Pietro, se è quella che ho immaginato, mi sembra avere senso.
Mi guardo bene dal votarlo e dal farlo votare, intendiamoci. Però intravedo una direzione e un piano precisi nelle sue mosse e apprezzo che chieda al PD e agli altri di produrre uno straccio di programma con cui vincere le elezioni, visto che si vince parlando di “cose”.
Con buona probabilità si candiderà alle Primarie, non so con quali esiti. E poi vorrà dire la sua, giustamente, sulle future alleanze.
Spero non faccia guai.