Giao Angelo! In morte di FriendFeed, la comunità che diventò l’ONU delle cricche

March 10th, 2015 § 14 comments § permalink

Alla fine chiude FriendFeed (non lo linko, tanto chiude). Se il nome non vi dice nulla, risparmiate i vostri “Chiii?” e non trattate come un Fassina qualsiasi uno dei social network più importanti della Rete italiana – in prospettiva storica, s’intende –  che tra un mese esatto finalmente muore.

Dovessi spiegare il senso di FriendFeed a chi non lo conosce, la metterei giù più o meno così: è il primo posto in cui la comunità dei primi “assidui conversatori online” si è definita in quanto tale ed è cresciuta.
La parola interessante è “comunità”.
Certo, prima di Friendfeed (e anche durante e dopo) molti di noi avevano un blog, ma siamo onesti (e forse è il caso di dircelo una volta per tutte): non è che coi blog fossimo così tanto comunità.  Certo, cercavamo di leggerci a vicenda, ma all’epoca mancavano, banalmente, gli strumenti per uscire dalla nostra comfort zone di letture certe: blogroll e commenti non erano il massimo per fare discussioni di gruppo e spesso le conversazioni lunghe e partecipate, che pure non mancavano, erano sparse su un arcipelago di singoli blog difficile da padroneggiare.
Insomma, data l’inevitabile “forumizzazione dei blog” nei commenti, tenere traccia delle conversazioni era difficile e ci si perdeva sempre qualcosa, non si sapeva mai dove andare, spesso si arrivava in ritardo dopo essersi persi il meglio e così via.

FriendFeed, alla sua nascita, era il social network giusto al momento giusto: intercettava il desiderio da parte dei blogger di avere uno spazio condiviso (e non personale) di aggregazione e di discussione e intuiva che l’identità digitale di una persona non si sarebbe limitata al solo blog, ma avrebbe incorporato altri servizi/mondi.

L’idea di fondo di FriendFeed era semplice: essere il social network dei social network, cioè un posto in grado di aggregare tutto ciò che ciascuno di noi postava sul suo blog, sul suo account Twitter, sul proprio account Facebook e su mille altri servizi (e anche direttamente su FriendFeed), consentendo ad amici e perfetti sconosciuti si sviluppare una conversazione sotto ciascun post.

Per anni buona parte di coloro che in Italia provavano piacere a contarsela online (in sostanza quasi tutti i blogger assidui) si sono ritrovati lì. Il bello di FriendFeed era che sotto a un post potevano nascere discussioni chilometriche, che spesso prendevano pieghe tutte loro, si allontanavano dal tema, venivano “rapite” da altre questioni, ti portavano altrove.

Era divertente, quel FriendFeed lì. Era diventato una piattaforma in cui una comunità di gente propensa alla chiacchiera e al cazzeggio (o al dibattito politico al coltello) esercitava e condivideva la propria competenza, le proprie opinioni e la propria creatività. Bastava una stupidaggine, per esempio un post intitolato “parole che mi stanno antipatiche”, e la comunità si scatenava per centinaia di righe esilaranti. Oppure era sufficiente creare un thread per seguire e commentare un evento, uno spettacolo televisivo, uno spoglio elettorale, ecc. e ci si ritrovava online a fare la social tv prima che qualcuno si inventasse la sua definizione.

Il mix di identità, contenuti e relazioni che animava FriendFeed aveva creato una vera e propria comunità, con un suo linguaggio condiviso (il titolo di questo post è un esempio di friendfeeddese), un epos, numerosi modi di dire che uso tuttora nell’incomprensione generale (#piastrelle!) e alcune figure immancabili: il genio, il morto di figa (tanti), l’idiota del villaggio (idem), la fatalona (troppe), quello tutto serio, il precisino, il bislacco, i tanti fake, l’esaltato, ecc. Tutte cose da manuale di micro-sociologia, niente di nuovo. Ma era la prima volta che in Italia capitava una cosa simile online, con questa portata.

Certo, FriendFeed restava un social network per pochi. Per un bel po’ è stato l’aureo isolamento di una sorta di élite di influencer che amavano frequentarsi online e spesso offline tra barcamp, blogbeer, ecc.
Poi è accaduto un fenomeno tipico di molte comunità: l’autoreferenzialità ha superato i limiti di guardia:
la comunità, cioè, ha iniziato a parlare più di se stessa che di ciò che stava là fuori.Vista la collezione di casi umani presenti lì sopra, non nego che per un po’ la cosa sia stata divertente, ma la cosa ha preso la mano a molti, soprattutto nel momento in cui in in tanti hanno iniziato a utilizzare la feature più distruttiva di FriendFeed: le stanze segrete. In sostanza era possibile creare aree di conversazione nascoste, accessibili solo su invito, in cui comunità più o meno grandi di persone potevano discutere tra loro a riparo da sguardi indiscreti.

In poco tempo FriendFeed si è balcanizzato: nella timeline pubblica c’era poco e l’attività nelle tantissime stanzette nascoste ferveva intensa. La comunità si era trasformata in una raccolta di conventicole, perlopiù dedite al pettegolezzo, al dissing, alle cattiverie e al postare nella stanza X gli screenshot della stanza Y in cui si parlava male di chissà chi. Uno scenario, alla lunga, deprimente. “Guardar senza esser visti, rende tristi”.

Non posso negare di essere stato un utente entusiasta di FriendFeed per un paio d’anni. Anzi, forse uno dei più entusiasti e assidui di tutti, anche perché a quel social network devo un bel po’ di amicizie vere (e altrettante superficiali ma finte bene), qualche relazione imbarazzante e alcune tra le letture e le risate migliori della mia vita. Lì sopra mi sono divertito fino al giorno in cui mi sono accorto che la cattiveria spadroneggiava e quello che prima era un diletto era diventato una relazione morbosa di amore-odio.
Non mi piaceva quello che avevo intorno e non mi piacevo io, lì sopra. Patisco gli arroganti, figuriamoci quando li vedo nello specchio.

Ricordo che nella tarda estate 2009 cancellai l’account di colpo, senza un preciso fattore scatenante, senza aver sentito segnali di crisi. La misura si era colmata e chiusi tutto, senza particolare rammarico. Così, click.

Col tempo, molti fecero altrettanto. Era diventato un brutto posto e nel corso degli anni si è svuotato.
Negli ultimi tempi pare fosse triste come una di quelle località termali minori in cui nel tempo sono morti quasi tutti gli anziani (anzi, anzyani in friendfeeddiano) che andavano lì a curarsi.

Spesso ho definito FriendFeed un luogo per addetti ai livori: negli ultimi tempi in cui lo frequentavo era davvero diventato “il socialino dell’odio” (la definizione è degli utenti stessi, che ne vanno fieri), in cui il massimo divertimento per molti era prendere in mezzo qualcuno a sua insaputa e insultarlo collettivamente, presi da una specie di food frenzy da squaletti.

Mi è capitato di rado di incappare in FriendFeed da quando ne sono uscito (lo ritengo un luogo nocivo), ma le rare volte che una ricerca o un link mi hanno riportato lì ho ritrovato le stesse meschinità di allora, magari scritte da gente che in altri contesti non si lascerebbe mai andare alla violenza verbale, alle logiche di branco, all’odio ideologico. E dico questo da persona con le spalle larghe, che non si scandalizza per una parolaccia o per una polemica che prende una brutta piega.

Alla fine FriendFeed è stata una bella storia finita male: ho sentimenti contrastanti, al riguardo. Da un lato sono contento di essermi divertito lì sopra per un bel po’ e dall’altro sono contento di essere stato tra i primi ad andarsene via.
Credo di essere amico di molte persone che ancora lo usavano, sperando di cavarci qualche conversazione intelligente. Purtroppo, perfino una cosa leggera, simpatica e disimpegnata come il cazzeggio diventa indigeribile quando passa al lato oscuro della forza.

Qualcuno obietterà che su Twitter non mancano i troll, gli arroganti, le brutte persone e le pratiche sgradevoli. Concordo, ne so qualcosa e ne ho scritto.
Ecco perché le rare volte che mi inalbero su Twitter è quando vedo emergere logiche di branco (per esempio gli antagonisti che retwittano un tweet sgradito, così da chiamare a raccolta i loro sodali e aggredire verbalmente l’autore, tanti-contro-uno: è quello che chiamo retweet passivo-aggressivo). Da ex friendfeeddiano so dove portano, quei comportamenti fascistelli.

Per fortuna il limite di 140 caratteri di Twitter ci impedisce di dare il peggio di noi tutto in una volta. E a furia di spezzettare la propria insulsaggine in raffiche di poche parole, anche il più stolido degli arroganti leoni da tastiera si stufa. Dove non arrivano l’etica e il buonsenso, arriva la noia. Per fortuna.

Vite parallele – affinità e affinità tra il compagno Tsipras e i suoi Little Tony

January 26th, 2015 § 8 comments § permalink

Dev’essere dura la vita dei professionisti dell’antirenzismo come Civati, Fassina e Vendola.

Riescono a essere perennemente sbugiardati dalla realtà, smentiti dai fatti, umiliati dai loro stessi eroi e miti. Spesso a caldo, come in questi giorni.

Questa è una cronaca sommaria degli ultimi mesi di rumore politico. Immaginatela come una sequenza di immagini veloci a cui fa seguito uno slow motion sugli eventi impietosi degli ultimi giorni.

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Lo scenario è quello di una commedia grottesca: una minoranza rumorosissima qui in Italia contesta il governo di larghe intese di Renzi (pur avendo fatto, nel caso di Fassina, il viceministro in governo di intese ancora più larghe e imbarazzanti insieme a Berlusconi, quando era presidente del Consiglio Enrico Letta) e specula sul fatto che il governo cerchi – come è normale e democratico – l’accordo sulle regole comuni (la legge elettorale, le riforme istituzionali) con le opposizioni, per quanto brutte queste possano essere.

 

Fanno gli schifati, chiamano “alleanza” una dolorosa necessità (perché il PD non ha i numeri con governare e, vista l’indisponibilità dei grillini, non restano che potenziali alleati di destra) e in alcuni casi invocano le elezioni, pur sapendo che il voto col Porcellum (edit: col propozionale puro voluto dalla Consulta) produrrebbe lo stesso scenario in cui nessuno ha i numeri per governare (e nel mentre si oppongono in tutti i modi ai tentativi di dare all’Italia una legge elettorale che stabilisca inesorabilmente un vincitore).

 

Per mesi si esaltano per il modello greco, cioè una sinistra super-assistenzialista e anti-austerità, che promette di non rispettare i patti e i debiti con l’Europa (e di usarne i fondi, sperando che non si offenda).
Per le Europee fondano addirittura una lista a nome del suo leader, che però sta allo Tsipras originale come Little Tony stava a Elvis. E la infarciscono di vecchie cariatidi della gauche caviar, rottami di Lotta Continua, gente dei salotti romani con servitù al seguito, ecc. Pura sinistra di lotta e di terrazzo. Risultato: un misero 4% rimediato con le unghie e con i denti.

 

Non contenti, si producono in un umiliante episodio in cui una delle suddette “grandi firme” della lista tradisce la promessa di ritirarsi una volta eletta per far spazio a un politico giovane. E per questo si sfanculano tra loro.
Vanno male alle elezioni, tradiscono gli impegni presi con gli elettori e litigano al primo momento utile: il ritratto perfetto della sinistra italiana pre-Renzi.

 

I loro propositi di riscatto risiedono tutti nella Grecia, in ossequio a un’esterofilia che da sempre caratterizza certa sinistra nostrana e che non ci ha impedito di prendere sonore e ripetute mazzate elettorali tutte le volte che ci siamo entusiasmati per le vittorie di Jospin o Zapatero, sperando che la loro onda lunga arrivasse sulle nostre sponde.
La vittoria di Tsipras, a loro detta, può costituire un modello di sinistra alternativa possibile, il riscatto dei duri e puri contro il “mostro” Renzi che fa le larghe intese col centrodestra e preferisce le riforme alle velleità identitarie.

 

Alcuni di loro – i civatiani e alcuni bersaniani irriducibili – sono arrivati al punto di partecipare entusiasticamente a Human Factor, cioè un evento di SEL dal nome orribile, proprio nei giorni prima delle elezioni greche. E hanno parlato malissimo del loro stesso partito e del governo che esprime, con toni da oppositori, talvolta da nemici. Tutti uniti nel nome della “sinistra doc” che combatte l’Euro.
Altro che Renzi con le sue larghe intese! Qui si esercita ai più alti livelli il mito della purezza ben raccontato da Francesco Piccolo e che da sempre pare essere la vera ossessione della sinistra nostrana, i cui sforzi sembrano tesi più alla perfezione dell’autorappresentazione che al cambiare il mondo in meglio.

Sono bastate 24 ore e si è palesata la crudele verità. L’ennesima che smentisce coi fatti i miti, le illusioni e le aspirazioni infantili di quella sinistra che non si rassegna a uscire dal proprio guscio identitario.

Sì, perché Tsipras col suo partito non ha conquistato la maggioranza assoluta per un paio di seggi e non ha avuto problemi ad allearsi istantaneamente con un partitino della destra nazionalista greca dura e pura per ottenere la maggioranza e governare.

In questo, Italia e Grecia scontano due plutarchiane vite parallele, seppure diverse per molti aspetti: entrambi i paesi hanno una legge elettorale che non garantisce un vincitore sicuro e in entrambi i paesi la sinistra si è vista costretta ad allearsi, seppure da posizioni di forza, con partiti di (centro)destra per poter governare, visto che le alleanze con altri partiti erano impraticabili.

 

Personalmente non mi scandalizzo: sono contento della vittoria di Tsipras e penso che la sua scelta di allearsi con la destra riveli un leader decisamente più pragmatico che ideologico.
Non vorrei, però, essere nei panni di Fassina, Civati, Vendola e dei loro supporter, ora che il loro beniamino si è comportato, dal punto di vista delle alleanze, proprio come Renzi (peraltro alleandosi con una destra decisamente peggiore di quella mozzarella di Alfano), facendo l’esatto contrario di quello di cui si bullavano.

 

Da strenuo ottimista, cerco di guardare il lato positivo della questione: forse questa è la volta buona che la parte immatura della sinistra capirà un concetto adulto: non si può avere sempre tutto nei modi che piacciono a noi e spesso è necessario fare compromessi.

Lo so che è un’affermazione ovvia, ma per alcuni della sinistra “tutto e subito” è un tabù, anzi è un’imposizione inaccettabile.

 

Nelle prossime ore assisteremo allo spettacolo imbarazzante di chi, constatata l’identità di azione tra Tsipras e Renzi, dovrà riposizionarsi per non perdere l’allure barricadera e alternativa e non rimangiarsi quanto urlato negli ultimi mesi.
Qualcuno terrà duro nonostante tutto e smentendo se stesso senza problemi.
In questo, la pervicacia di Gillioli che dice “ok, Tsipras si è alleato con la destra ma non vuole dire niente: lasciatelo governare” ispira tenerezza, così come la sua capacità – lo dico con affetto e stimando la persona, beninteso – di non azzeccare una scelta politica che sia una, da Ingroia in giù. fino a Barbara Spinelli.

Qualcun altro cercherà di produrre qualche attenuante o qualche ingenua speranza (la più in voga è “sì, ora è alleato con la destra, ma vedrai che presto la molla per allearsi con To Potami, che è di sinistra”), altri la butteranno sul “sì, ma qui è peggio”, sapendo di mentire.
Su questo è notevole, per comicità, la linea che molti civatiani paiono aver concordato. Dicono “sì, Tsipras si è alleato con la destra, ma è una destra anti austerity”. Tutto vero: quindi se domani Renzi si allea con la Lega di Salvini (che è destra anti austerity) non avranno nulla da obiettare?

Altri ancora – la maggioranza – faranno finta di niente e andranno alla ricerca del prossimo salvatore straniero che un bel giorno arriverà qui a risollevare le sorti della sinistra italiana.

Alla fine il problema è sempre questo: c’è una (piccola, sempre più piccola) parte di sinistra che, al di là delle più o meno ragionevoli critiche che si possono muovere (e che è giusto muovere) al governo Renzi, non si rassegna all’idea che i tempi, i modi, i linguaggi della politica in generale e della sinistra in particolare siano cambiati.

E in assenza di leader credibili, autorevoli e capaci di una proposta politica che vada al di là della conservatorismo assistenzialista e dell’antirenzismo identitario, quel pezzettino di sinistra lì guarda oltreconfine, alla ricerca di un senso che non c’è più.
Cercano l’interprete di un’identità e non capiscono che l’identità politica nel 2015 è fatta di sostanza, cioè di cose fatte. E non di posizioni prese. Cercano (anzi, ora possiamo dire agevolmente che sognano) un salvatore straniero. Sono disposti a vivere nell’illusione piuttosto che mettersi in discussione e cambiare.

Un giorno, con comodo, capiranno che la sinistra del “noi siamo” (anzi, del “noi non siamo”) perderà sempre contro la sinistra del “noi abbiamo fatto”. E – cosa più grave – perderà l’occasione di cambiare le cose in meglio. Che è il motivo per cui siamo di sinistra, credo.

This pencil kills fascists

January 7th, 2015 § 5 comments § permalink

Sto per fare una cosa che non mi piace e che solitamente rifuggo, soprattutto quando viene usata per argomentare “contro”, cioè un bieco atto di ragioneria dei morti.

Quando ho saputo che tra i morti dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo c’era anche Georges Wolinski ho subito pensato a quell’agosto terribile di una decina di anni fa in cui il povero Enzo Baldoni fu ucciso dal delirio religioso di qualche fanatico.

Ho saltato col pensiero da uno all’altro per una semplice questione logica: ho conosciuto entrambi grazie a Linus, la rivista di fumetti (e molto altro) che dal 1965 ai giorni nostri ha allargato la mente e gli orizzonti culturali a un paio di generazioni.

Entrambi avevano a che fare col fumetto. Wolinski come autore dissacrante, controverso e caustico, Baldoni come traduttore/adattatore, prima per Gérard Lauzier, poi per Doonesbury, di cui è diventato una sorta di “interprete”, nel senso più largo possibile della parola, fino a meritarsi l’addio dai protagonisti della striscia, quando è stato ammazzato.

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Ho peccato e ho fatto la conta: Linus, la mia rivista preferita (di cui mi bullo di avere la collezione completa, frutto di anni di mercatini, raid su ebay e una provvidenziale mamma collezionista fin dal 1965), ha ben due morti tra le sue firme, uccisi da fanatici religiosi espressione del più bieco fascismo islamico.

È sicuramente un caso, una orribile e sfortunata coincidenza. Però dà da pensare: due talenti che, per ragioni diversissime, sono incappati nel raggio di morte del fanatismo religioso. Due persone che si occupano della cosa che ai miei occhi pare più innocua al mondo, cioè il fumetto. Due collaboratori di una rivista che prende il nome da uno dei personaggi più riflessivi e placidi dell’intera storia dei fumetti e che ha sempre superato (senza nemmeno porsi il problema se fosse lecito o meno) tutti gli steccati ideologici, pubblicando sulle stesse pagine le vignette dell’extraparlamentare Dalmaviva e le strisce fieramente reazionarie di Al Capp.

Alla luce di questi due morti e di tutti gli altri nella strage di oggi, forse ho cambiato idea.
Mi sto chiedendo da ore perché la banda di fanatici assassini a Parigi ha scelto di colpire a morte un giornale di satira e non nemici più (scusatemi) “seri” e politici.
E sto iniziando a convincermi che i fumetti non sono così innocui.

Credo che ai fascisti fanatici di ogni colore e credo i fumetti facciano paura.
Gli fanno paura perché sono semplici, perché il fumetto è un mezzo espressivo capace di grandissima complessità, ma è anche l’entry level della letteratura, per tutti noi il primo “oggetto di lettura”.
E gli fanno paura perché i fumetti parlano a tutti, sono anticonformisti, non hanno limiti. E spesso fanno ridere e pensare anche senza parole. E per questo possono far ridere e pensare tutti, dai plurilaureati agli analfabeti forzati prodotti da ogni dittatura materiale o spirituale. E gli fanno paura perché i fumetti, soprattutto quelli satirici, fanno ridere. E le dittature (e le religioni: faceva bene il mio amico William Nessuno a ricordare “Il nome della rosa”, ai pochi fortunati che possono leggerlo su Facebook) si prendono molto sul serio. E temono chi ride.

Oggi è circolata molto su Twitter una vignetta di Rob Tornoe, che ritrae un terrorista armato di mitra fumante assediato e minacciato da una selva di penne, matite e pennini giganti.

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L’attacco di oggi è frutto della paura ritratta (senza parole!) in quella striscia.
Se i fascismi in ogni loro incarnazione hanno sempre temuto la parola libera, non possono essere che terrorizzati dai fumetti: la forza della parola e l’efficacia micidiale del disegno insieme.

Nei primi anni Quaranta Woody Guthrie portava scritto sulla sua chitarra “This machine kills fascists“.
Ogni volta che un fumetto provoca una risata e un pensiero insieme, si accende anche solo per un attimo un’intelligenza. E un fascista/fanatico (interiore) muore. Basta pochissimo.
Forse è il caso di mettere – con orgoglio – quella scritta su matite e pennini, da oggi.

Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva

November 5th, 2014 § 0 comments § permalink

Ho scritto un post sull’altro blog, quello che ho su ilPost.

Giusto per fare una divagazione dalle solite amarezze politiche, ho deciso di occuparmi di amarezze comunicative cercando di spiegarmi come nasce l’indignazione collettiva nel 2014 e quali sono le sue dinamiche fondanti.

Ne è venuto fuori un ragionamento in cui convivono oche, iPhone e Red Bull. E i Chumbawamba fanno un concertino polemico.
Parlo anche di marketing dell’indignazione, cioè il modo in cui Travaglio si paga le bollette da decenni. Ma anche il criterio fondante del Movimento 5 Stelle. O l’idea creativa dietro il “popolo dei Post-it” di Repubblica.

Lo leggete qui. Tanto per cambiare è lungo, ma non così lungo.

Morire è transitivo – ballad for a child

October 31st, 2014 § 6 comments § permalink

Non riesco a scrivere niente sull’assoluzione dei responsabili della morte di Stefano Cucchi, perché l’indignazione non giova alla lucidità di pensiero. Questo è un post disordinato come i miei pensieri, ora. Ma non c’è molto.

Potrei elencare, come gli ingredienti di una ricetta, i miei sentimenti: disgusto, rabbia, senso di impotenza, voglia di gridare. Il risultato sarebbe un piatto impresentabile, caldissimo.
Mi trattengo.
Faccio finta di credere al principio della presunzione d’innocenza e alla moda per cui non si commentano le sentenze.
Ma tutto il bon-ton politico non può sovvertire il mio buonsenso, il nostro buonsenso, che poi è quello che spesso salva le vite. Quando c’è.

Evidentemente in Italia ti muoiono. E’ una condizione un po’ strana per cui qualcuno in divisa provoca la tua morte, ma non ti ammazza. E non è reato, se non per la grammatica e la logica. Tanto non sono materie richieste per entrare nelle Forze dell’Ordine.

Sono stufo di fare le “doverose premesse” quando parlo del problema della democrazia e della civiltà delle Forze dell’Ordine in Italia.
E non perché siano premesse false, ma perché è umiliante dover dire “premetto che ci sono tanti poliziotti e carabinieri onesti e civili” e poi lamentarsi, quando poliziotti e carabinieri dovrebbero essere quelli più civili e più onesti di tutti.

Siamo un paese in cui quando la Polizia mi ferma per strada per un controllo mi sento a disagio. Per anni ho pensato fosse un limite mio. “Ragiono da criminale”, mi dicevo. Davo colpe genetiche a un lontano trisnonno calabrese, pare dedito al brigantaggio. La realtà è che quando ho a che fare con un uomo in divisa ho paura. E come me credo tanti.

Mi sono chiesto le ragioni di questa paura. La risposta che mi do è questa: sappiamo che chi indossa una divisa di fatto non risponde delle sue azioni di fronte alla legge che dovrebbe difendere e far applicare. E sappiamo che il trattamento che le Forze dell’Ordine ci riservano è in gran parte dipendente dalla volontà dei singoli, che per fortuna sono spesso brave persone, seri professionisti, gente equilibrata.

Ma le rare volte che non è così, rischiamo. E sappiamo che per poliziotti e carabinieri che sbagliano o fanno male (o malissimo) c’è una sostanziale impunità che ha precisi elementi costitutivi:

– la totale assenza di documentazione delle azioni delle Forze dell’Ordine (già sappiamo dell’assenza di numeri identificativi sui caschi dei celerini, ma provate a riprendere un poliziotto o un carabiniere mentre compiono un’azione di qualsiasi genere e preparatevi a essere maltrattati, non so quanto legalmente)

– l’omertà di gruppo per cui la Polizia e i Carabinieri, come Corpo/Arma, non hanno nessun interesse a far emergere la verità sulle azioni dei loro membri. La divisa che si fa potere, quello odioso. Quello di “comandiamo noi”. Quello che cantava “uno in meno” quando uccisero Carlo Giuliani.

– la singolare coincidenza per cui, forse in nome di una insana “fratellanza” nella gestione esclusiva della giustizia, i giudici sembrano molto poco propensi a condannare elementi delle Forze dell’Ordine anche di fronte a responsabilità evidenti.

– la difficoltà con cui i cittadini possono far allontanare dalle loro mansioni i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che vanno oltre il loro mandato e delinquono, compiono atti di violenza, ecc. Di solito, nel raro caso vengano riconosciuti colpevoli di violenze abusi, gli uomini in divisa vengono sospesi e poi reintegrati (e poi magari promossi, come è capitato ad alcuni macellai del G8 di Genova). Alla peggio vengono trasferiti, roba che neanche il Vaticano coi preti pedofili.

Tra tutte le cose che sono in discussione in questo paese forzato al cambiamento, questo non c’è. Abbiamo ancora un’impostazione delle Forze dell’Ordine degna di un paese latino negli anni Settanta. E come cittadini non siamo ancora sufficientemente dotati di diritti nei confronti delle Forze dell’Ordine. Siamo ancora troppo esposti al loro arbitrio.

Se c’è qualcosa in cui è importante cambiare verso è la natura delle Forze dell’Ordine. Accountability, trasparenza, merito, chiarezza sulle linee di comando: sono tutte cose che mancano al mondo delle divise nostrane per considerarci un paese civile.
E se avessimo un governo coraggioso da questo punto di vista, faremmo partire una grande indagine su fascismo e sadismo tra le Forze dell’Ordine per stanare chi non è degno di vestire la divisa e di disporre delle sorti altrui.

E no, non è una questione di stipendi bassi, di condizioni di lavoro dure, di “noi poveri poliziotti”. Perché in Italia è pieno di gente che fa brutti lavori pagati male e nessuna di questa usa la sua condizione per giustificare infamie, violenze, soprusi.
Ed è pieno di carabinieri e poliziotti civili che guadagnano un salario da fame come i loro colleghi sadici in divisa. Ma a quanto pare dire che i migliori dovrebbero guadagnare di più e i peggiori meno (o essere licenziati) è di destra.
Chissà cos’è infierire su un inerme, col distintivo dalla parte del manico, allora.

Più Leopolde, meno manganelli. Un appello alla nonviolenza verbale e a Landini

October 29th, 2014 § 22 comments § permalink

Ieri la polizia ha caricato alcuni operai di una fabbrica di proprietà tedesca che rischiano il posto di lavoro e da un po’ non ricevono lo stipendio.
Manifestavano per un diritto fondamentale e per la loro dignità. Erano comprensibilmente su di giri e in cambio hanno ricevuto una carica inspiegabile che ha fatto alcuni feriti.

È successa una cosa orribile. Manganellare chi lotta per il proprio lavoro è un’infamia degna di altri tempi. E farlo a freddo (e il video della Polizia in cui si vedono i manifestanti lanciare qualche oggetto non giustifica la carica) è un’aggravante.

Il Governo ha chiesto subito chiarezza al ministro competente (cioè Alfano). È giusto andare in fondo e capire le responsabilità reali.

Fossi uno dei poliziotti che ha picchiato un operaio senza lavoro mi vergognerei a vita (e al primo commento di un poliziotto “sì, ma ci pagano poco, ecc.” perdo la calma: non c’è salario da fame che giustifichi l’infamia contro i più deboli).
Talvolta ho l’impressione che la sicurezza in piazza sia in mano a degli irresponsabili o a dei fascistoidi senza scrupoli. E di numeri identificativi sui caschi della celere non si vede nemmeno l’ombra.
Se vogliamo stare in Europa ci serve una Polizia all’altezza. Questa è da paese latino. Cambiano i governi ma le debolezze di quel mondo in divisa restano immutate. E nessuno che si prenda la responsabilità delle proprie azioni, meno che mai il Ministro dell’Interno.

A proposito di responsabilità, ma su un altro piano, mi ha colpito lo sfogo del segretario della FIOM Landini, che a caldo (troppo a caldo!) ha fatto direttamente in piazza una tirata contro il governo, approfittando della situazione.

In particolare ha chiuso dicendo che il Presidente del consiglio avrebbe dovuto chiedere scusa e smetterla con le balle e le Leopolde.

Sarò nostalgico, ma mi piace ricordare Togliatti che, quando si prese una pistolettata da Pallante, reagì all’attentato dicendo “state calmi” poco prima di perdere i sensi.
Landini, per molto meno, non è stato calmo. E se ho poco da dire sulla prima parte della sua sceneggiata a caldo (la condivido pure in buona misura), ho molto da contestare il finale.

Vorrei dire a Landini che la Leopolda è una riunione di persone, in gran parte ragazzi, che rinunciano a un weekend per chiudersi in un paio di stanzoni a parlare di politica.

È un evento di cui i media vedono solo la parte più narrabile nella loro solita superficialità: la passerella sul palco in cui alcuni cittadini e amministratori si alternano per un breve intervento.
Ma il cuore sono i tavoli tematici in cui, senza gerarchie e su base volontaria, i partecipanti parlano di ambiente, diritti, scuola, lavoro, ecc. e cercano idee e proposte condivise per migliorare le cose in ogni ambito.

La Leopolda, come metodo, è uno spazio di elaborazione politica aperto, perfino (odio l’espressione) “dal basso”, propositivo e per sua natura diverso e inclusivo, visto che può partecipare chiunque, perfino lui!

La Leopolda è uno spazio di confronto democratico, dove si producono idee. Ci si parla, si concorda e discorda e poi si trova una sintesi, si condivide un percorso.

Per tutte queste ragioni la Leopolda è l’antitesi dello scontro, della semplificazione dialettica, della radicalizzazione e del metodo violento.

Quindi la risposta alla violenza di piazza non è “basta Leopolde”, ma il suo contrario: fare più politica, tornare a far partecipare i cittadini, dare spazio al confronto tra le idee (naturalmente diverse) di tutti e offrire in cambio l’orgoglio di impegnarsi per migliorare la realtà. Sfida che riempie una vita, diceva un certo Berlinguer.

Certo, a Landini possono non piacere alcune idee emerse nella Leopolda renziana, ma in quanto democratico saprà rispettarle, spero.
Ma vorrei si rendesse conto che l’antidoto al veleno dell’odio politico è quel metodo lì.

Anzi, vorrei che Landini e i suoi nuovi amici della minoranza PD imparassero dalla Leopolda, visto che non sono ancora stati in grado di trovare un metodo politico capace di galvanizzare e coinvolgere così tanti cittadini in modo così profondo e ripetuto nel tempo.

Più Leopolde (o come le chiamerà ciascuno) ci saranno, ognuna col suo stile, il suo colore e i suoi protagonisti, più saremo politicamente adulti come paese. E meno ci metteremo in condizioni di picchiare, di essere picchiati e di dover scendere in piazza per chiedere lavoro e dignità.

Vorrei in ultimo far notare a Landini che spargere odio verso un metodo democratico e aperto di elaborazione politica da parte dei cittadini, equiparandolo a una bugia o peggio a un’accolita di manganellatori (ma non voglio credere che lo pensi) è offensivo per i tanti che vi partecipano, anche perché tra questi ci sono alcune tra le migliori persone che ho conosciuto.

E mi sento di dire, con un azzardo, visto che non sono mai stato a una Leopolda (ma le ho seguite tutte), che nessuna persona della Leopolda avrebbe avuto dubbi da che parte stare, in quella piazza: dalla parte dei lavoratori.

Landini se lo ricordi e rispetti la storia umana e politica di tanti cittadini democratici e non violenti, anche se non la pensano esattamente come lui su alcuni temi.
E impari da Togliatti a stare calmo e ad avere i nervi saldi prima di dire cose avventate.
Sono convinto che, seppure vittima di una carica sbagliatissima, si scuserà per la sua uscita.
E se sarà furbo, progetterà la propria Leopolda.

Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments § permalink

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
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Lettera a un fratello che manifesta contro la riforma della Scuola

October 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Caro – ipotetico – fratello minore, non ci sentiamo da un bel pezzo e, se dovessimo dare retta a quella che nelle serie TV chiamano continuity, in teoria ora dovresti aver finito le Superiori da tempo. Ma questa è la finzione di un blog, quindi stai al gioco e fai finta di avere la pazienza di leggermi fino al fondo.

Oggi, con alcuni tuoi compagni di scuola e con un bel po’ di sigle del sindacato e dell’antagonismo, sei sceso in piazza contro la riforma scolastica che a breve dovrebbe cambiare la scuola pubblica in Italia, cercando di modernizzarla, migliorarla e rendendola più efficace.

Mentirei se ti dicessi che non ti capisco, perché per anni sono stato nei tuoi panni, nelle stesse piazze. E ogni volta ero lì per contestare una riforma imminente che poi alla fine non arrivava mai. Sarò onesto: erano riforme variabili tra il così così e il bruttissimo, ma il più delle volte sono sceso in piazza per inerzia o perché mi stava sull’anima il governo che le proponeva. E ci sta. A sedici anni uno ha tutto il diritto di essere un po’ prepolitico e frequentare solo la periferia del merito delle questioni.

Ho anche il timore, postumo, di aver fatto cortei, occupazioni e assemblee per conto terzi, imbeccato un po’ troppo dai sindacati-scuola, le cui lotte sicuramente avrebbero beneficiato della nostra massiccia presenza in piazza. È un brutto pensiero, lo so, ma ricordo perfettamente che la CGIL scuola ci faceva stampare i volantini (tanti volantini) nei propri uffici quando (casualmente?) le proteste studentesche erano in linea con quelle dei docenti. E altre volte  – quando non gli faceva comodo – no, perfino quella volta in cui volevamo celebrare Primo Levi e ci mandarono via dicendo “chiedete all’ANPI”.

Ok, ti ho già annoiato abbastanza col mio sterile reducismo da quarantenne. Il fatto è che pur avendo calpestato le stesse strade che oggi calpesti tu in corteo, non riesco a capire le ragioni della vostra protesta. Oppure le capisco e mi lasciano un po’ inquieto.

Qualcosa mi è chiaro, dopo aver fatto un giro sui giornali online: ho visto striscioni a favore della laicità della scuola, ho sentito i vostri slogan contro i tagli nella scuola (che, per la prima volta dopo anni, non ci saranno: fate slogan retroattivi?), ho percepito i vostri dubbi sui fondi per l’assunzione degli insegnanti precari promessa dal Governo (e qui mi si è accesa la spia “battaglia della CGIL fatta mandando avanti gli studenti” di cui ti dicevo prima).
Sono tutte cose su cui mi vedi concorde o partecipe. In verità ho letto il piano di riforma del Governo e non mi pare di aver scorto nulla che metta a repentaglio la laicità della scuola o che tagli i fondi all’istruzione pubblica.
Quindi probabilmente i vostri slogan su questi temi sono saltati fuori per eccesso di zelo. O forse per abitudine, visto com’è stato l’andazzo negli anni precedenti. Però, ecco, ci tenevo a dirtelo: a leggere le proposte di riforma non c’è nulla da temere. Ma in ogni caso vigileremo, ok?

Non vi capisco, invece, quando ve la prendete con la “scuola ficcanaso”, col Ministero che propone “il controllo” della scuola, degli studenti, degli insegnanti. Mi sembra che stiate manifestando contro una riforma astratta di vostra invenzione, una in cui ogni mattina prima di entrare a scuola c’è un omino del SISMI che vi fa la perquisizione e poi vi segue a casa e appena vi girate vi legge i messaggi su WhatsApp.

La realtà che vedo è che state manifestando contro una riforma che, per la prima volta in Italia, prova (peraltro in modo tenue, a mio giudizio) a mettere nella scuola pubblica italiana il concetto di merito. Sai già cos’è il merito: è quella cosa in cui chi è più bravo a fare il proprio lavoro ottiene di più di chi è meno bravo. E visto che entrambi concordiamo sul fatto che la scuola è l’elemento cardine delle sorti di uno Stato e di una comunità, premiare i più bravi mi sembra uno strumento ragionevole (forse l’unico) per garantirsi una scuola di qualità.

Certo, il merito è una cosa che va valutata. E valutare significa, per lo Stato, ficcare il naso. Cioè guardare materialmente i risultati dell’insegnamento, valutarli, metterli a sistema. Si fa in tutto il mondo, da decenni. Gli strumenti ci sono, funzionano. Se qualcuno lo nega, ti prende in giro. Apri Google e cerca. Vedrai.
L’obiettivo è uno ed è nel vostro interesse come studenti: darvi i migliori insegnanti possibili, cioè i più bravi in aula, i più preparati, i più aggiornati, i più appassionati al loro lavoro.

Mamma la conosci bene: ha 69 anni, è in pensione, ha fatto l’insegnante di Lettere tutta la vita e l’abbiamo vista ogni pomeriggio ripassare e prepararsi la lezione per il giorno dopo, frequentare tutti i corsi di aggiornamento possibili (ricordi che lei, classicista curiosa, è diventata responsabile dell’aula informatica? mi sa che è da lei che abbiamo preso la passione per i bit!) cercando di dare sempre qualcosa di più ai suoi studenti, cercando di stimolarli, offrirgli degli spunti di crescita, tendando perfino di farli divertire mentre imparavano con spirito critico.

Ci è riuscita? Sì, tante volte. Ogni tanto li incontriamo al mercato o in giro per il quartiere: sono suoi ex allievi, magari oggi padri di famiglia, che la fermano e le dicono “si ricorda di me? Lei mi ha cambiato la vita!”, “lei era la mia insegnante preferita, perché ci faceva capire il senso della Storia, non le date”, oppure “mi ricordo ancora di quel giornalino che ci faceva fare in classe con le parodie di Dante”. E lei a distanza di decenni si ricorda di tutti,  uno per uno, figli suoi per 5 ore al giorno.
Perché ha lavorato per loro mettendoci il cuore, cercando di capirli, tentando (e riuscendoci, spesso) di farli divertire. E prendendo lo stesso stipendio (basso, troppo basso) di altri insegnanti impreparati, inadeguati, incapaci, che gioiosamente se ne fregavano della scuola, degli allievi e della professione.

Ecco, ora sta per arrivare un modello scolastico in cui gli insegnanti come mamma, quelli bravi, quelli che ci credono e che fanno onore al mestiere più importante di tutti, potranno essere premiati, cioè guadagnare di più. Perché lo sai anche tu che gli stipendi degli insegnanti in Italia sono tra i più bassi in Europa, se confrontati col costo della vita. Guadagnano tutti poco, nell’attuale sistema che considera gli insegnanti un corpus indistinto che comprende bravissimi e pessimi e tutto quello che c’è nel mezzo. È una cosa da cambiare. Ed è una garanzia per voi studenti e per le famiglie.

Ecco perché non capisco quando alcuni tra voi studenti manifestano contro il merito nella scuola. Avete solo da guadagnarci, avreste un sistema più giusto e più trasparente in cui si sa chi vale e chi no, in cui un insegnante pigro può essere stimolato a svegliarsi e a iniziare a fare corsi d’aggiornamento.
Ho un sospetto e cioè che i veri registi dietro la vostra protesta siano i sindacati-scuola, che è una vita che osteggiano qualsiasi tentativo di riforma che introduca il concetto di merito. A loro il sistema piace così: lavoratori indistinti, bravi o pessimi che siano, pagati malissimo, scatti di anzianità e una scuola che non piace a nessuno, soprattutto a voi.
Ti sembra un sistema giusto? A me sembra una vergogna. Una cosa per cui scendere in piazza.

Ho sentito, poi, alcuni tuoi compagni di corteo scandire slogan contro la “scuola dei padroni”, “asservita agli interessi dell’impresa”. Wow.
Capiamoci: l’idea di una “scuola dei padroni” dà fastidio anche a me. Un po’ per l’uso vetusto della parola “padroni”, un po’ per il merito della questione. La scuola deve formare cittadini liberi, tirare fuori il meglio da ciascuno e preparare, con la conoscenza e l’esempio, i suoi allievi alla vita democratica e civile, affinché contribuiscano al progresso e al benessere della società. E deve essere aperta a tutti, anche a chi non ha il becco di un quattrino, offrendo opportunità ai più meritevoli (lo dice l’articolo 34 della Costituzione: poche righe micidiali nella loro perfezione). Non deve diventare il campionato pulcini di Confindustria, ovvio.

Il fatto è che nella vita democratica e civile c’è anche il mercato. E, salvo che per i ricchissimi di famiglia, c’è anche la necessità di trovare un lavoro, farlo al meglio, garantirsi un futuro economico.
Lo so che a sedici anni tutto suona un po’ anziano e molto paternale (questo è un post paternale, anzi “fraternale”, nonostante tutti i miei sforzi nel cercare di evitare che sia così), ma la scuola serve anche a quello.
Quindi non vedo niente di male se la scuola diventa un po’ più orientata al mondo del lavoro, anche perché lo è già. Solo che è orientata al lavoro degli anni Cinquanta, tra periti chimici, elettrotecnici, corrispondenti in lingue estere (che dattilografano su gloriose Olivetti Lettera 32), geometri, informatici esperti in Turbo Pascal e altre mansioni arcaiche.

Sto scherzando, la scuola è un po’ più moderna di così. Ma molto dipende dalla voglia, dallo slancio e dalla preparazione dei singoli insegnanti. Ma l’ottica è quella e mi sembra ragionevole: la scuola ti prepara anche al mondo del lavoro. E più lo fa in modo aggiornato e corrispondente alla realtà, meglio è, secondo me.

Di cosa avete esattamente paura? Che la scuola diventi una sorta di versione moderna della Scuola Allievi Fiat interamente focalizzata sulla preparazione professionale e addio cultura umanistica, piacere del sapere e materie che oltre a educare “elevano” lo studente?
Non mi pare sia così, leggendo la proposta di riforma. Nessuno ha proposto di tagliare l’insegnamento delle Lettere o delle materie scientifiche pure in cambio di ore di esercizio dell’obbedienza corporate o esercizi in palestra alla catena di montaggio. Visto che a scuola sei bravo, prova anche a esserlo quando valuti la scuola che verrà e dai un’occhiata seria alle proposte per il futuro, non giudicare per sentito dire.

Scoprirai che nella riforma contro cui hai manifestato c’è una cosa che sono convinto troverai anche tu sacrosanta: l’alternanza scuola-lavoro negli Istituti tecnici e professionali, negli ultimi 3 anni. Sì, perché siamo credo l’unico paese in Europa che forma i suoi tecnici e i suoi periti in via del tutto teorica. Conosco gente laureata (a trent’anni, all’italiana) che non ha mai passato un minuto in ufficio. Gente bravissima a scuola e resa inadeguata al mondo del lavoro dalla scuola stessa.

E c’è anche un generale adeguamento dei programmi scolastici alla contemporaneità. Cosa che non vuol dire “svendersi alle imprese”, ma per esempio aggiornare i programmi affinché aiutino gli allievi a orientarsi nel 2014 e non all’epoca manesca e lacrimevole di De Amicis.
Ti faccio un esempio da umanista a umanista. Secondo te è normale che al Liceo continuino l’insegnamento gentiliano delle “belle lettere” leziose e auliche senza introdurre uno straccio di cultura della comunicazione, cioè dello scrivere (bene) per farsi capire (bene) dagli altri?
Là fuori è pieno di gente rovinata dai temi del Liceo, quelli dove è considerato meritevole scrivere in “poetese pretenzioso” frasi che iniziano così: “Molti sono i giorni che separano…”. Gente che poi tenta la carriera giornalistica o finisce a fare il PR o l’addetto stampa, scrive da cani e si lamenta: “eppure prendevo sempre 8 di tema!”. È possibile aggiornare un po’ la proposta formativa affinché formiamo umanisti, scienziati, onesti lavoratori, ecc. che sappiano (e sappiano fare) cose utili nel 2014 e negli anni a venire?

La cultura pura, quella che ti eleva, ti incuriosisce, ti rende una persona migliore non è qualcosa di negoziabile, sono d’accordo. Ma non mi sembra affatto messa a repentaglio dalla riforma imminente della scuola. Anzi, uno dei punti qualificanti della riforma è il rafforzamento di materie come la Musica e la Storia dell’Arte (che in un paese con la nostra offerta artistica ha piuttosto senso, no?) e perfino dell’Educazione Fisica, perché sotto sotto ci piace essere un po’ littori :-).
I cambiamenti sono tutti, ai miei occhi, auspicabili: più cultura online, più Rete, più aggiornamento su temi di frontiera come il digital-making, il coding, ecc. Il tutto a scapito delle vecchiezze della scuola nostrana, che sono tante.

Capisci perché non vi capisco.
Mi rendo conto che i cambiamenti possano fare paura. Ma non a 16 anni, dannazione. Non questi.
La riforma semmai fa paura ad alcuni vostri insegnati e ai loro leaderini di corporazione. E gli fa paura perché ogni cambiamento è un momento della verità: si capirà chi, nella scuola, vale davvero, sa aggiornarsi, sa lavorare bene. E questo tocca rendite di posizione, privilegi precostituiti, stronzaggini arroccate su quel (basso) gradino di potere offerto dal sedere “dalla parte del manico” della cattedra.

Tutto questo è la ragione per cui in tanti andate (e siamo andati per anni) a scuola con il cattivo umore. Ed è la ragione per cui molti di noi sono usciti da scuola convinti di essere bravi e hanno preso un sacco di mazzate, sentendosi inadeguati, al momento di cercare un lavoro, diventare autonomi e farsi una vita propria.

Se c’è una ragione per cui mi sentirei di scendere in piazza insieme a te, oggi, è assicurarci che il cambiamento sia possibile e che non sia vanificato dagli interessi corporativi, dall’egualitarsimo deleterio e ottuso di certa sinistra sindacale, da sempre contraria alla cultura del merito.
Fossi in te scenderei in piazza per chiedere ancora più coraggio e non difenderei la scuola di oggi.
Voi, nel mentre, non fatevi usare, ché la lotta è preziosa e non va regalata a chi non vi ha a cuore.

Radio, uragani e doppi sensi – un reportage sonoro dalle Bahamas

August 30th, 2014 § 0 comments § permalink

Visto che i tanti parlano (in questo caso bene, trattandosi di quel vecchio cuore granata di Carlo Bordone) del ventennale del brit-pop, non c’è modo migliore di celebrarlo che parlare d’altro, evitando di ricordare quell’epoca in cui ci si emozionava perché ci era arrivato in mail order il 12″ del singolo di “Some Might Say“, d’estate si girava mezza Riccione per cercare giacca della tuta Fila identica a quella che indossava Damon Albarn nel video di “Boys and Girls” (per poi scoprire che dopo 5 minuti che la si indossava si rischiava la morte per iperidrosi toracica) e durante l’anno erano obbligatorie varie tappe a Londra a ravanare tra i dischi in Berwick Street.

Quindi piazziamo due decenni e un oceano tra noi e i ricordi brit e parliamo della musica che si ascolta alle Bahamas, perché a modo suo è interessante e perché ero in viaggio da quelle parti. Enfasi su “a modo suo”.

Il fatto è questo: la musica tradizionale bahamiana, apprezzata da tutti su quelle isole pigre e felici, è una specie di calypso iper-accelerato, elementare e cantato in inglese. Il problema sono i testi.
Dopo un paio di giorni in cui abbiamo voluto illuderci di essere noi a non capire bene l’inglese caraibico (parlano tutti come Desmond di Lost!), ci siamo dovuti arrendere: il top della musica bahamiana, ascoltato da tutti e suonato ovunque, è Leone di Lernia*.
Ok, non proprio lui, ma il suo omologo locale.

Mentre sei lì che bevi una birra bahamiana e aspetti – un paio d’ore, ché sull’isola sono lenti – il tuo piatto di conch fritto o qualcos’altro di fritto (sono pure sempre un paese del Commonwealth: dio strabenedica gli inglesi!), la radio solitamente pompa a volume 11 canzoni che sembrano filastrocche per bambini sotto speed. E tutte – ma tutte tutte – parlano di sesso, con la finezza dialettica di Alvaro Vitali. Peraltro in un paese dove la donna media supera il quintale di peso.

Mi spiego: il brano più noto dell’artista più famoso delle Bahamas, Ronnie Butler (una vera e propria istituzione, per i locali), è un medley tra due canzoni.
La prima, “Drive It Home”, è la storia di un tizio che si accoppia con una donna apparentemente insaziabile e conta le volte di fila che la possiede. Finalmente, all’undicesimo round – dopo un momento thriller al decimo, in cui ha un lieve ehm calo di performance – la signora capisce “devi per forza essere un bahamiano”.
Il pezzo enumera tutte le performance in ordine sequenziale e si ferma alla dodicesima. E temo che alle Bahamas lo usino come canzoncina per insegnare i numeri ai bambini, visto che la sanno tutti a memoria.

La seconda, mixata perfettamente con la prima, si intitola “Who Put The Pepper In The Vaseline” ed è la storia di due gay morosi che, oltre a non pagare l’affitto, non danno una lira alla cameriera. E questa per vendetta gli mette il pepe nella vaselina. Disperati, i due amanti chiamano la polizia che, durante un’investigazione notturna, verrà coinvolta nel ménage con tanto di poliziotto con “pepper in his mouth”.
Il brano, in pieno stile omofobo importato dalla vicina Jamaica, è tutto un fiorire di falsetti quando parlano i gay, espressioni tipo “sissy” e doppi sensi ben oltre l’esplicito.
Tanto per non lasciare dubbi, l’intero medley ha il titolo “Bungy On Fire”, che vuol dire “didietro infuocato”.

In un paio d’ore, quindi, è normalissimo ascoltare canzoni su un povero giardiniere bahamiano costretto a emigrare in Jamaica e bagnare col suo lungo idrante le aiuole alle facoltose signore ivi presenti (con sorpresa finale in cui il marito di una signora chiede anche lui un po’ di innaffiamento allo sventurato emigrante bahamiano), pezzi dedicati al conch (che è un molluscone che si mangia in buona parte dei caraibi, prelevato da una conchiglia enorme) del genere “beccati sta conchiglia” e altre lepidezze da ritrovo di ex commilitoni al quinto giro di grappa. Curioso non abbiano ancora scoperto gli assoli ruttati, ma conto su un’evoluzione al più presto in quel senso.

In compenso la radio bahamiana dà vibrazioni meno pecorecce. Anzi, è stato un piacere scorrazzare su e giù per l’isola in cui eravamo spiaggiati ascoltando – rigorosamente in AM – Radio Bahamas, perché la sua programmazione musicale è fatta in gran parte da vecchi brani ska, rocksteady, calypso e reggae soulful e ben pochi suoni bahamiani. Niente di più recente del 1980 e tutto probabilmente su vinile, a giudicare dal fruscio. Un paradiso, per chi ama Desmond Dekker, Stanley Beckford, Horace Andy e simili. Sembrava Radio Nova di notte, senza gli stacchetti in francese.

Il profluvio di vibrazioni positive e vintage era interrotto periodicamente dalla speaker locale che, a seconda dei casi, raccontava una barzelletta, leggeva i necrologi isola per isola o lanciava gli allerta meteo, ché lì è stagione di uragani.
Quindi tu sei lì che ascolti un pezzo anni Sessanta di Alton Ellis e d’improvviso la canzone viene interrotta a metà e parte un messaggio pre-registrato del tipo “Osservatorio climatico delle Bahamas: la tempesta tropicale Cristobal è presente in zona e sta per arrivare sulle isole X, Y, Z. Tutti i natanti in zona devono rientrare in porto, le persone devono allontanarsi dal mare e dalle situazioni di pericolo e dalle fonti di elettricità. Se avete bisogno di rifugio, non riparatevi in acqua o sotto gli alberi, ma raggiungete il rifugio più vicino. I rifugi aperti oggi sono, per l’isola X la chiesa Taldeitali, la chiesa di Tiziocaio e la chiesa di Sempronio”.

E tu, nel mentre, sei lì che un po’ speri che riparta il pezzo di Alton Ellis e soprattutto che la speaker non nomini la tua isola, anche perché in caso di tempesta tropicale ti ritroveresti a fare il figo coi bahamiani “E tu queste due gocce le chiami tempesta tropicale?  A’ regazzì, qui ci siamo fatti l’estate 2014 in Italia, noi sì che sappiamo cos’è la vera pioggia”.

 

PS. Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere su The Barefoot Man, uomo dalle mille vite, nato bavarese, naturalizzato americano e ora caso raro di intrattenitore-musicista nomade-caraibico bianco, noto per suonare classici bahamiani (tra cui “Who Put The Pepper In The Vaseline”), sue composizioni sospese tra l’humour e il demenziale, canzonacce piene di doppi sensi e, quando gli gira, tirate politiche sugli Stati Uniti, Bush, Cheney e Clinton e pezzi più seri. Il tutto condito con un sito interamente in comic-sans (in cui la home si chiama “cabana”), copertine di album simil-Fausto Papetti o decorate con clip-art di Word come il Post Sotto L’albero e, pare, un seguito di fan agguerritissimi in mezzo mondo.
In effetti non è possibile non apprezzare il suo mood da europeo convertito in isolano preso bene, che strimpella una chitarra sotto una palma in riva al mare, con al suo fianco un bicchierone di Bahama Mama (che è un cocktail che non ha una ricetta precisa: basta che ci siano 4 tipi di alcolici diversi e della roba dolce e ci si aggiusta) e discetta con la stessa serietà di tanga, di Viagra e di politica militare. Altro che tristi tropici: è uno che non ha nessun timore a fare una cover di Sloop John B, cambiarle il testo e intitolarla “Gay Cruise Ship Song“.

 

 

* Ripensandoci, sono stato ingiusto con Leone di Lernia: per quanto non brilli in finezza, non è mai stato così tanto volgare. Diciamo che il modello nostrano per la musica bahamiana potrebbe essere Gianni Drudi.

Undici

July 30th, 2014 § 6 comments § permalink

Hanno messo l’età in lettere, come si fa nei documenti ufficiali per non lasciare dubbi a chi legge. Era un numero così pesante, nella sua leggerezza, da diventare il suo soprannome.
La sua lapide, lontana da casa, è in uno strapuntino verde del mio quartiere, infestata dalle erbacce, violata da una svastica nel 2009 (che qualcuno ha ripulito), dimenticata da tanti.

Si chiamava Luciano Domenico ed era un bambino di undici anni. Se nel 1945 non ci fosse stata la guerra, avrebbe frequentato la prima media.
Si era trovato circondato dai repubblichini in un cascinale del suo paese, insieme a una banda di partigiani. Disperati, avevano cercato di difendersi in tutti i modi dall’attacco dei nazifascisti. Esaurite le munizioni, dopo un lungo conflitto a fuoco, non potevano fare altro che arrendersi alla superiorità numerica e di armamenti dei fascisti.

In segno di resa, Luciano aveva cercato qualcosa che assomigliasse a una bandiera bianca da sventolare. Era il suo maglione. Se l’era sfilato e, con tutto il coraggio che può avere un bambino, era uscito sull’aia ad affrontare i fascisti.

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Ho cercato molte volte di immaginarmi cosa hanno pensato i fascisti quando si sono visti venire incontro un bambino di 11 anni, in canottiera nel gelo di febbraio, che sventolava una bandiera bianca.
Non ci riesco mai, perché la mia condizione umana mi rende impossibile pensare come chi l’ha ucciso dopo pochi passi con una sventagliata di mitra. A undici anni. A due passi da casa. Mentre sventolava la bandiera della resa.

Al netto delle ragioni, dei torti e delle retoriche – che sono sicuramente cose pesantissime e fondamentali, ma non da bambini – la guerra è una cosa così stupida e sbagliata che non può che essere stata concepita dagli adulti. È una cosa da grandi, i bambini non ne sanno niente. Ecco perché ognuno di loro è una bandiera bianca che sventola, per il solo fatto di esistere.

In guerra i bambini non sono altro che questo: esseri umani che non se lo meritano, presi in mezzo dal sistema della follia dei più grandi. E hanno il diritto di essere lasciati stare. Ieri in Italia, oggi a decine in Palestina, uccisi senza motivo da Israele nella sua gara di torto e crudeltà con Hamas.
Il risultato è noto: non vince nessuno, solo le erbacce sulle lapidi.

 

UPDATE

Piccoli ma significativi segni che un mondo migliore è possibile. In meno di 24 ore le erbacce intorno alla lapide e in tutto il giardinetto sono state tagliate. Ho la fortuna di avere tra i lettori (e ancora di più tra gli amici) Claudio Cerrato, Presidente PD della Circoscrizione in cui abito. Ieri mi aveva scritto nei commenti su Facebook a questo post Condivido il senso del post e della metafora, interverremo sull’erbaccia senza snaturare il senso politico di quanto scrivi“. Ecco un politico e un amministratore che ascolta, capisce e interviene. 

Lo so che è una cosa piccola, ma sono molto contento. Certo, c’è ancora molto da fare per le erbacce metaforiche, ma quelle dipendono da noi tutti.

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