Radio, uragani e doppi sensi – un reportage sonoro dalle Bahamas

August 30th, 2014 § 0 comments § permalink

Visto che i tanti parlano (in questo caso bene, trattandosi di quel vecchio cuore granata di Carlo Bordone) del ventennale del brit-pop, non c’è modo migliore di celebrarlo che parlare d’altro, evitando di ricordare quell’epoca in cui ci si emozionava perché ci era arrivato in mail order il 12″ del singolo di “Some Might Say“, d’estate si girava mezza Riccione per cercare giacca della tuta Fila identica a quella che indossava Damon Albarn nel video di “Boys and Girls” (per poi scoprire che dopo 5 minuti che la si indossava si rischiava la morte per iperidrosi toracica) e durante l’anno erano obbligatorie varie tappe a Londra a ravanare tra i dischi in Berwick Street.

Quindi piazziamo due decenni e un oceano tra noi e i ricordi brit e parliamo della musica che si ascolta alle Bahamas, perché a modo suo è interessante e perché ero in viaggio da quelle parti. Enfasi su “a modo suo”.

Il fatto è questo: la musica tradizionale bahamiana, apprezzata da tutti su quelle isole pigre e felici, è una specie di calypso iper-accelerato, elementare e cantato in inglese. Il problema sono i testi.
Dopo un paio di giorni in cui abbiamo voluto illuderci di essere noi a non capire bene l’inglese caraibico (parlano tutti come Desmond di Lost!), ci siamo dovuti arrendere: il top della musica bahamiana, ascoltato da tutti e suonato ovunque, è Leone di Lernia*.
Ok, non proprio lui, ma il suo omologo locale.

Mentre sei lì che bevi una birra bahamiana e aspetti – un paio d’ore, ché sull’isola sono lenti – il tuo piatto di conch fritto o qualcos’altro di fritto (sono pure sempre un paese del Commonwealth: dio strabenedica gli inglesi!), la radio solitamente pompa a volume 11 canzoni che sembrano filastrocche per bambini sotto speed. E tutte – ma tutte tutte – parlano di sesso, con la finezza dialettica di Alvaro Vitali. Peraltro in un paese dove la donna media supera il quintale di peso.

Mi spiego: il brano più noto dell’artista più famoso delle Bahamas, Ronnie Butler (una vera e propria istituzione, per i locali), è un medley tra due canzoni.
La prima, “Drive It Home”, è la storia di un tizio che si accoppia con una donna apparentemente insaziabile e conta le volte di fila che la possiede. Finalmente, all’undicesimo round – dopo un momento thriller al decimo, in cui ha un lieve ehm calo di performance – la signora capisce “devi per forza essere un bahamiano”.
Il pezzo enumera tutte le performance in ordine sequenziale e si ferma alla dodicesima. E temo che alle Bahamas lo usino come canzoncina per insegnare i numeri ai bambini, visto che la sanno tutti a memoria.

La seconda, mixata perfettamente con la prima, si intitola “Who Put The Pepper In The Vaseline” ed è la storia di due gay morosi che, oltre a non pagare l’affitto, non danno una lira alla cameriera. E questa per vendetta gli mette il pepe nella vaselina. Disperati, i due amanti chiamano la polizia che, durante un’investigazione notturna, verrà coinvolta nel ménage con tanto di poliziotto con “pepper in his mouth”.
Il brano, in pieno stile omofobo importato dalla vicina Jamaica, è tutto un fiorire di falsetti quando parlano i gay, espressioni tipo “sissy” e doppi sensi ben oltre l’esplicito.
Tanto per non lasciare dubbi, l’intero medley ha il titolo “Bungy On Fire”, che vuol dire “didietro infuocato”.

In un paio d’ore, quindi, è normalissimo ascoltare canzoni su un povero giardiniere bahamiano costretto a emigrare in Jamaica e bagnare col suo lungo idrante le aiuole alle facoltose signore ivi presenti (con sorpresa finale in cui il marito di una signora chiede anche lui un po’ di innaffiamento allo sventurato emigrante bahamiano), pezzi dedicati al conch (che è un molluscone che si mangia in buona parte dei caraibi, prelevato da una conchiglia enorme) del genere “beccati sta conchiglia” e altre lepidezze da ritrovo di ex commilitoni al quinto giro di grappa. Curioso non abbiano ancora scoperto gli assoli ruttati, ma conto su un’evoluzione al più presto in quel senso.

In compenso la radio bahamiana dà vibrazioni meno pecorecce. Anzi, è stato un piacere scorrazzare su e giù per l’isola in cui eravamo spiaggiati ascoltando – rigorosamente in AM – Radio Bahamas, perché la sua programmazione musicale è fatta in gran parte da vecchi brani ska, rocksteady, calypso e reggae soulful e ben pochi suoni bahamiani. Niente di più recente del 1980 e tutto probabilmente su vinile, a giudicare dal fruscio. Un paradiso, per chi ama Desmond Dekker, Stanley Beckford, Horace Andy e simili. Sembrava Radio Nova di notte, senza gli stacchetti in francese.

Il profluvio di vibrazioni positive e vintage era interrotto periodicamente dalla speaker locale che, a seconda dei casi, raccontava una barzelletta, leggeva i necrologi isola per isola o lanciava gli allerta meteo, ché lì è stagione di uragani.
Quindi tu sei lì che ascolti un pezzo anni Sessanta di Alton Ellis e d’improvviso la canzone viene interrotta a metà e parte un messaggio pre-registrato del tipo “Osservatorio climatico delle Bahamas: la tempesta tropicale Cristobal è presente in zona e sta per arrivare sulle isole X, Y, Z. Tutti i natanti in zona devono rientrare in porto, le persone devono allontanarsi dal mare e dalle situazioni di pericolo e dalle fonti di elettricità. Se avete bisogno di rifugio, non riparatevi in acqua o sotto gli alberi, ma raggiungete il rifugio più vicino. I rifugi aperti oggi sono, per l’isola X la chiesa Taldeitali, la chiesa di Tiziocaio e la chiesa di Sempronio”.

E tu, nel mentre, sei lì che un po’ speri che riparta il pezzo di Alton Ellis e soprattutto che la speaker non nomini la tua isola, anche perché in caso di tempesta tropicale ti ritroveresti a fare il figo coi bahamiani “E tu queste due gocce le chiami tempesta tropicale?  A’ regazzì, qui ci siamo fatti l’estate 2014 in Italia, noi sì che sappiamo cos’è la vera pioggia”.

 

PS. Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere su The Barefoot Man, uomo dalle mille vite, nato bavarese, naturalizzato americano e ora caso raro di intrattenitore-musicista nomade-caraibico bianco, noto per suonare classici bahamiani (tra cui “Who Put The Pepper In The Vaseline”), sue composizioni sospese tra l’humour e il demenziale, canzonacce piene di doppi sensi e, quando gli gira, tirate politiche sugli Stati Uniti, Bush, Cheney e Clinton e pezzi più seri. Il tutto condito con un sito interamente in comic-sans (in cui la home si chiama “cabana”), copertine di album simil-Fausto Papetti o decorate con clip-art di Word come il Post Sotto L’albero e, pare, un seguito di fan agguerritissimi in mezzo mondo.
In effetti non è possibile non apprezzare il suo mood da europeo convertito in isolano preso bene, che strimpella una chitarra sotto una palma in riva al mare, con al suo fianco un bicchierone di Bahama Mama (che è un cocktail che non ha una ricetta precisa: basta che ci siano 4 tipi di alcolici diversi e della roba dolce e ci si aggiusta) e discetta con la stessa serietà di tanga, di Viagra e di politica militare. Altro che tristi tropici: è uno che non ha nessun timore a fare una cover di Sloop John B, cambiarle il testo e intitolarla “Gay Cruise Ship Song“.

 

 

* Ripensandoci, sono stato ingiusto con Leone di Lernia: per quanto non brilli in finezza, non è mai stato così tanto volgare. Diciamo che il modello nostrano per la musica bahamiana potrebbe essere Gianni Drudi.

Undici

July 30th, 2014 § 6 comments § permalink

Hanno messo l’età in lettere, come si fa nei documenti ufficiali per non lasciare dubbi a chi legge. Era un numero così pesante, nella sua leggerezza, da diventare il suo soprannome.
La sua lapide, lontana da casa, è in uno strapuntino verde del mio quartiere, infestata dalle erbacce, violata da una svastica nel 2009 (che qualcuno ha ripulito), dimenticata da tanti.

Si chiamava Luciano Domenico ed era un bambino di undici anni. Se nel 1945 non ci fosse stata la guerra, avrebbe frequentato la prima media.
Si era trovato circondato dai repubblichini in un cascinale del suo paese, insieme a una banda di partigiani. Disperati, avevano cercato di difendersi in tutti i modi dall’attacco dei nazifascisti. Esaurite le munizioni, dopo un lungo conflitto a fuoco, non potevano fare altro che arrendersi alla superiorità numerica e di armamenti dei fascisti.

In segno di resa, Luciano aveva cercato qualcosa che assomigliasse a una bandiera bianca da sventolare. Era il suo maglione. Se l’era sfilato e, con tutto il coraggio che può avere un bambino, era uscito sull’aia ad affrontare i fascisti.

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Ho cercato molte volte di immaginarmi cosa hanno pensato i fascisti quando si sono visti venire incontro un bambino di 11 anni, in canottiera nel gelo di febbraio, che sventolava una bandiera bianca.
Non ci riesco mai, perché la mia condizione umana mi rende impossibile pensare come chi l’ha ucciso dopo pochi passi con una sventagliata di mitra. A undici anni. A due passi da casa. Mentre sventolava la bandiera della resa.

Al netto delle ragioni, dei torti e delle retoriche – che sono sicuramente cose pesantissime e fondamentali, ma non da bambini – la guerra è una cosa così stupida e sbagliata che non può che essere stata concepita dagli adulti. È una cosa da grandi, i bambini non ne sanno niente. Ecco perché ognuno di loro è una bandiera bianca che sventola, per il solo fatto di esistere.

In guerra i bambini non sono altro che questo: esseri umani che non se lo meritano, presi in mezzo dal sistema della follia dei più grandi. E hanno il diritto di essere lasciati stare. Ieri in Italia, oggi a decine in Palestina, uccisi senza motivo da Israele nella sua gara di torto e crudeltà con Hamas.
Il risultato è noto: non vince nessuno, solo le erbacce sulle lapidi.

 

UPDATE

Piccoli ma significativi segni che un mondo migliore è possibile. In meno di 24 ore le erbacce intorno alla lapide e in tutto il giardinetto sono state tagliate. Ho la fortuna di avere tra i lettori (e ancora di più tra gli amici) Claudio Cerrato, Presidente PD della Circoscrizione in cui abito. Ieri mi aveva scritto nei commenti su Facebook a questo post Condivido il senso del post e della metafora, interverremo sull’erbaccia senza snaturare il senso politico di quanto scrivi“. Ecco un politico e un amministratore che ascolta, capisce e interviene. 

Lo so che è una cosa piccola, ma sono molto contento. Certo, c’è ancora molto da fare per le erbacce metaforiche, ma quelle dipendono da noi tutti.

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Fare tardi non significa fare male – aka il golfino di nonno Fassino*

July 16th, 2014 § 7 comments § permalink

Sono una ragazza sfortunata: i miei genitori erano paranoici e bigotti. Per tutta l’adolescenza ho avuto coprifuoco assurdi, perché i miei temevano che, facendo tardi, finissi per combinare qualcosa di brutto: dovevo rientrare alle 6 di pomeriggio nei giorni di scuola e alla sera nei weekend non potevo fare più tardi delle 10. Risultato: il balordo punk della scuola mi ha messa incinta a 17 anni, in pieno pomeriggio”.

Ho intercettato questo mini-racconto di vita molti anni fa a una festa (non preoccupatevi, per quanto ne so la sventurata col coprifuoco prestissimo ora è un’avvocatessa e mamma felice) e mi sono accorto che è da allora che lo uso come esempio quando mi trovo a discutere di movida e più in generale di stili di vita.

IL PROBLEMA MOVIDA NON E’ UN PROBLEMA

Non ha sorpreso nessuno la notizia che il Comune di Torino ha deciso di ridurre ulteriormente l’orario dei locali aperti la notte in città. Sono anni che il centrosinistra al potere a Palazzo Civico ci prova.
Questa volta pare esserci riuscito, imponendo orari particolarmente punitivi ai locali: chiusura all’una fino a mercoledì e alle 2 da giovedì fino al weekend. Tutti a dormire presto, su!

Le ragioni superficiali dell’accorciamento degli orari sono note: i residenti vogliono dormire, la movida disturba, crea un po’ di problemi di ordine pubblico e, poiché i nottambuli tendono ad ammassarsi tutti negli stessi posti, colpisce solo alcuni quartieri.

La questione movida – mi rifiuto di chiamarla problema – non è una cosa nuova. Ne abbiamo già parlato ai tempi del boom dei Murazzi, poi ai tempi del boom del Quadrilatero Romano e ora ne riparliamo in pieno boom di San Salvario come luogo di ritrovo della vita notturna torinese. Sono più di vent’anni che ne parliamo e mi sto un po’ annoiando a scrivere questo post, perché l’ho già scritto decine di volte in altri frangenti, con altri orari, altri sindaci e sempre la stessa delusione.

La delusione è presto spiegata: mi rendo conto che chi amministra questa città continua a considerare la vita notturna solo un problema di ordine pubblico. E lo fa nonostante più di vent’anni di movida torinese abbiano dimostrato che avere una città viva di notte porta innumerevoli vantaggi.

 

COM’ERA TORINO QUANDO ANDAVAMO TUTTI A DORMIRE ALLE 9

Facciamo un piccolo esercizio di memoria: vi ricordate com’era il Quadrilatero prima del boom dei tardi anni Novanta? Io sì: era praticamente disabitato, abbandonato a se stesso, buio, pericoloso e in mano ai tossici. E vi ricordate San Salvario, descritta come il peggiore Bronx degli anni Settanta nei servizi politicamente orientati su Lucignolo?

Ma pensiamo ancora più in grande. Ve la ricordate Piazza Vittorio con la ghiaia, le migliaia di auto parcheggiate (con in mezzo i pusher) e, sotto i portici, tutto buio tranne il Caffè Elena e il Flora nei due angoli opposti?

Mi pare evidente che, al prezzo di un po’ di rumore e di traffico, la storia dimostri che in città la movida rivitalizza quartieri e luoghi mezzi morti, riduce (o sposta altrove) lo spaccio, rende le strade sicure di sera e, cosa non banale, fa aumentare il valore degli immobili. E non vi elenco i benefici che la vita notturna ha dal punto di vista culturale ed economico, perché sono evidenti: il divertimento è un’industria e la vita notturna ne è il laboratorio di ricerca & sviluppo.

 

TUTTI A NANNA PRESTO, PER FAR FELICI NONNO PIERO, IL FANTASMA DEL PCI E LA FIAT

Il fatto che il Comune abbia a cuore in modo esclusivo il sonno sereno di pochi cittadini e non il divertimento e i consumi (culturali e non) di tanti è una piccola ingiustizia: l’Amministrazione deve tutelare tutti, sia chi abita in piena San Salvario e vuole andare a dormire con le galline, sia chi vuole fare l’alba ballando o chiacchierando con gli amici (o sconosciuti o chi diavolo gli pare) in un locale .

Sapete cosa c’è di mezzo, nell’azione unilaterale del Comune all’insegna di “più sonno, meno divertimento”? C’è del moralismo.
E’ un giudizio silenzioso, mai esplicitato e applicato con un po’ di vergogna. C’è dietro il pensiero antico, gretto e conservatore che tutto sommato fare tardi la notte non è bene, anzi forse è un male. E più si fa tardi più si fa male: le ore piccole corrompono l’uomo e la sua morale.
Un pensiero da nonnine reazionarie, sempre pronte ad aggredirti con un golfino, un pensiero da catechisti, da parrocchiani.

Difficile spiegare alla nostra amministrazione comunale – che non abbiamo eletto nel ruolo di preside del liceo o genitore ansioso – che fare tardi non significa per forza fare male e che il tasso di devianza non sale col progredire della notte.
Ed è difficile, ma ci proviamo, spiegarsi perché gli autori di un provvedimento così drastico e così conservatore siano tecnicamente (avverbio dovuto) di (centro)sinistra.

Mi sono dato una spiegazione e coinvolge il sindaco Fassino.
Non lui personalmente, ma la cultura che rappresenta e incarna: la Torino stakanovista, serissima, incapace di gioire, musona, grigia. Un’eredità del PCI più moralista, quello che odiava il corpo, ripudiava il divertimento notturno come svenevole sovrastruttura, bollava come fascista la disco-music, umiliava Pasolini e tutti i non inquadrabili.
Purtroppo è un moralismo duro a morire, perché è socialmente approvato: sotto sotto in questa società fa ancora una figura migliore chi si sveglia presto rispetto a chi si sveglia tardi, chi si ammazza di lavoro rispetto a chi cerca di lavorare e nel mentre coltivarsi come individuo, magari divertendosi, chi riga dritto da mediocre rispetto a chi alterna alti e bassi.

Ecco i danni di un secolo di monocultura Fiat sia dalla parte del padronato, sia da quella degli sfruttati. Non divertirti, pensa a studiare. Non divertirti, pensa (solo) a lavorare. Non divertirti, pensa a militare.
Vi ricordate Torino nei tardi anni Ottanta? (anche prima, immagino, ma sono del 1974) Ecco, quella cultura ha prodotto quello schifo lì: la città spenta per antonomasia. Meno male che sono arrivati gli anni Novanta a riaccenderla.

MIGLIORARE LA MOVIDA, NON COMBATTERLA

Tutte le grandi città hanno una vita notturna, hanno quartieri dedicati alla movida e hanno un’industria del divertimento dopo il tramonto che produce idee, cultura, profitti, talenti e anche una ragionevole dose di problemi. Sfido chiunque a trovarmi un’entità di mercato, dal nightclubbing alla pastorizia, che non porti con sé anche conseguenze spiacevoli o controindicazioni.

A nessuna persona sana di mente e non viziata da moralismi arcaici o pura e semplice stupidità è mai venuto in mente di vietare un mercato, un’attività, una “vita” o regolarla in modo soffocante fino a spegnerla.
Nel resto del mondo si fa così: non si fa la guerra alla causa dei problemi (visto che è anche una grande causa di opportunità e benessere), ma si provano a risolvere le cose che non vanno.

Nello specifico, non si fa la guerra alla movida: si cerca di rendere la movida migliore.

C’è troppo traffico a San Salvario perché la gente si ostina a cercare parcheggio nelle vie strette e invase di gente e di dehors? Il Comune trovi il coraggio di chiudere al traffico dei non residenti la parte più viva del quartiere, faccia i parcheggi sotterranei necessari e il gioco è fatto. Ci siamo già passati ai tempi del Quadrilatero (che è chiuso al traffico di sera e ha i suoi parcheggi sotterranei che funzionano benissimo a prezzi ragionevoli) e il modello funziona senza problemi.

C’è casino? Se il Comune pedonalizza le aree della movida, riduce il rumore generato dal traffico. E soprattutto può far controllare meglio il territorio dalle Forze dell’Ordine. Può perfino responsabilizzare i locali (cosa impossibile se l’Amministrazione è quella che fa chiudere i locali all’una), se c’è un contesto di armonia e non di guerra totale.

Siamo di fronte al solito scenario italiano: pur di non doversi prendere la responsabilità di gestire le cose, il potere preferisce abolirle (perché il coprifuoco così stringente è una condanna a morte per la movida, non è un tentativo di management: diciamoci la verità).
Certo, è una fatica e prevede pure avere a che fare con gli “operatori culturali”, che non sono il massimo della buona volontà e del comprendonio. Ma è una cosa che va fatta, perché non c’è Fassino che tenga: alla gente non passa la voglia di uscire, bere, contarsela, ballare, farsi le canne, divertirsi, fare casino, fare musica, ecc. Anzi, finisce che, in assenza di luoghi dove divertirsi bene, i torinesi iniziano a divertirsi male, ubriacandosi al Valentino (o chissà dove) con l’alcool portato da casa.

 

CAMBIARE, ADEGUARSI, FARSENE UNA RAGIONE

E poi c’è un fatto naturale: le cose avvengono e la gente, lentamente, si adegua. Funziona così da sempre.

Ricordo che durante i primi giorni del boom della movida al Quadrilatero c’era un residente particolarmente infastidito dal casino che passava la sera a tirare petardi gavettoni sulla gente. Poi, come molte vittime dei cambiamenti (che a volte avvengono e non fanno piacere a tutti), si è adeguato. E ha venduto casa (molto cara, perché nel mentre il valore degli immobili in zona era salito tanto) e si è trasferito altrove.

Un londinese che vuole stare tranquillo non prenderebbe nemmeno in considerazione l’idea di andare a vivere a Camden, così come un abitante di New York col sonno leggero eviterebbe di prendere casa a Williamsburg. Forse è il caso che chi si appresta ad andare a vivere a San Salvario lo capisca. E se vuole stare tranquillo vada altrove.
L’alternativa è fare come Milano, una città così focalizzata sul suo ruolo di capitale del terziario impiegatizio da non avere una vita notturna degna di questo nome. Vogliamo morire di noia come i milanesi, tra locali per il dopolavoro degli impiegati e qualche disco per la bella gente in via d’estinzione dei privè e della bamba?

E’ un bene che le cose cambino, è sano che a Torino la “vita” dopo il tramonto segua percorsi di massa poco prevedibili, faccia liberamente il suo corso e ci sorprenda un po’. E’ segno che là fuori, nonostante il Comune che vuole mandarci tutti a letto dopo Carosello “perché altrimenti la gente pensa male”, nonostante le pessime figure di buona parte degli “operatori culturali” (leggi: birrai) della città, spesso incapaci o non desiderosi di fare realmente business e cultura insieme, nonostante il clima sempre più umido, c’è fermento, c’è movimento, c’è un’inespressa voglia di fare. Ed è una voglia più forte degli assurdi coprifuoco comunali.

 

*scusate, oggi ho la titolite stupida.

The newspaper formerly known as l’Unità

July 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Sulle cause del fastidio che in molti abbiamo provato di fronte al video con cui i dipendenti dell’Unità chiedono il salvataggio del giornale per cui lavorano ha già scritto bene Matteo Bordone.
Il video è un autogol nella forma, nelle retoriche, nei contenuti, nelle implicazioni politiche, nel tono stizzito verso coloro a cui si chiedono soldi, nella pretesa non dichiarata ma chiaramente intuibile che i suddetti soldi siano qualcosa di dovuto, anche se il giornale non ha lettori.
Insomma, siamo di fronte a quello che i militari americani chiamano un clusterfuck, cioè una situazione in cui tutto quello che può andare male lo fa in modo inesorabile.

Al di là di tutto questo – che è tantissimo e si aggiunge alla semplice considerazione che un giornale senza lettori non ha senso di esistere – mi hanno colpito due fatti  legati al video, che considero rivelatori di parte delle ragioni intime del fallimento del progetto editoriale e giornalistico dell’Unità.
Sono due fatti di metodo, totalmente scollegati dai contenuti.

Il primo è che i lavoratori dell’Unità non sono stati in grado di produrre il video-appello da soli. E dire che basta poco: uno smartphone, un programmino di editing video e via. Non serve una laurea in cinematografia, davvero: è un’attività elementare.
Saper girare un video di quel genere, montarlo e diffonderlo sono attività basilari che non possono mancare tra le competenze necessarie per fare un quotidiano nel 2014, a meno che il suddetto quotidiano non sia un fossile vivente.

Il secondo è che, incapaci (o non vogliosi) di produrlo, i dipendenti dell’Unità non hanno chiesto aiuto a un amico smanettone o anche solo alfabetizzato al minimo in cose tecnologiche, ma si sono fatti produrre (spero gratis) l’appello video dall’agenzia di Klaus Davi. Ripeto, Klaus Davi.

Ecco, non riesco a trovare una ragione intelligente o anche solo logica per cui il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sia associabile a una discussa agenzia di PR specializzata in clienti trash del peggiore jet set cafone e di destra, nota per sfornare bufale, ricerche inesistenti, siti di news inventate, al punto da essere osteggiata dalla sua stessa associazione di settore. E’ gente che, nel mio ingenuo cuore di militante, non dovrebbe essere nemmeno fatta avvicinare alla redazione romana del quotidiano, anzi dovrebbe essere respinta a leggeri colpi di giornale cartaceo ripiegato – tanto ne avanzano – come si fa coi cani molesti.

Anche se non avessi visto il video (che è un’aggravante), mi bastano questi due fatti per vedere tutti i limiti della situazione professionale e umana all’Unità. Un giornale del 2014 è fatto da gente a proprio agio con le  tecnologie contemporanee (mi sono un po’ stufato di chiamarle nuove, visto che lo sono da vent’anni). Un giornale che dovrebbe essere la voce della sinistra ha referenti, amicizie e orizzonti diversi dai rottami del berlusconismo più trash e dalla satrapia delle terrazze romane dove rossi e neri so’ tutti uguali mentre fanno il trenino alle feste.

Un giornale fatto così, da gente che pensa così, che si comporta così e che fa queste scelte non è l’Unità. E non lo è da tempo, lo dico da anima pia che ha provato, negli ultimi tempi a leggerla.

Non basta avere diritto al brand “l’Unità” per essere il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, bisogna avere riferimenti culturali, idee e dignità adeguati.
L’Unità è una cosa seria, ha una storia da pelle d’oca, è nella memoria di tutti noi che l’abbiamo letta, consigliata, conservata, ritagliata e che anni fa abbiamo speso qualche domenica mattina a diffonderla porta a porta.
Prima ancora di essere un giornale, l’Unità è un insieme di storia, dignità e valori.

Ecco perché questo fallimentare prodotto editoriale che si chiama l’Unità non merita di essere salvato, perché è un’altra cosa rispetto a quello che dichiara di essere. Ed è fatta da gente che evidentemente ha altri orizzonti o è troppo coinvolta nell’insalatona mista della politica romana dove vale tutto. Chiuda pure.

L’Unità, quella vera – cioè l’ambito ufficiale di discussione, riflessione e informazione della sinistra – è morta anni fa, non so bene quando. Forse il giorno in cui è diventata il pezzo di carta che avvolgeva le videocassette dei film che piacevano a Veltroni, forse si è persa tra le figurine di un Pizzaballa e un Oscar Tacchi Terzo, forse da quando le firme più interessanti del giornalismo a sinistra sono sparse qua e là tra Repubblica ed Europa.
O forse è altrove, sparsa a pezzetti in ogni angolo della rete dove la gente di sinistra si ritrova, si informa, parla di politica, ragiona, progetta. Perché non è obbligatorio che l’identità, il ruolo e lo scopo del contenitore dell’informazione e della conversazione politica di sinistra debbano per forza prendere la forma di un prodotto editoriale cartaceo.

Sei proprio una scema

June 17th, 2014 § 0 comments § permalink

Post breve, per i miei standard.

La mia fidanzata ha scritto un romanzo per Baldini & Castoldi, che si intitola “Sei proprio una scema”. Esce domani in tutte le librerie della galassia ed è disponibile subito in ebook (sotto ci sono i link, tranquilli).

E’ un giallo-rosa-noir (la combinazione di colori, per quanto evochi un giocatore svedese biondissimo con la maglia del Palermo, è molto bella, una volta convertita in narrazione) in cui si parla di giovani donne sulla trentina che si innamorano a vanvera. E il destinatario dell’amore malriposto è una figura archetipica di questi tempi precari: lo Stronzo*.

Copertina

Non vi anticipo altro della trama, perché altrimenti non c’è gusto a leggerlo. Ma penso che molti (molte) di voi si riconosceranno nella protagonista.

Non vi resta altro che correre (o anche camminare con passo lesto) a comprare il libro. Lo dico da interessatissimo fidanzato dell’autrice e anche da disinteressato lettore (che peraltro correrebbe a provarci con l’autrice alla prima occasione). E’ leggero in senso calviniano, fa ridere, a volte fa riderissimo e c’è pure un mistero di mezzo come in Lost e in Game Of Thrones, ma con meno morti.

Se siete curiosi o diffidenti, qui potete leggere il primo capitolo (gratis, lo dico per i diffidenti)

Se, invece, siete tra quelli che ho minacciato di rappresaglia in assenza di una prova certa di acquisto, potete spintonarvi domani in tutte le librerie per procurarvene una copia, oppure potete acquistarlo in formato Kindle su Amazon e averlo subito sul vostro lettore o sul vostro smartphone/tablet o, sempre su Amazon, ordinarlo in formato cartaceo.

Buona lettura! Attenzione che poi vi interrogo.

* Lo Stronzo è una tipologia di maschio a cui non appartengo, cioè colui che considera uno sport valido e meritevole far soffrire le donne con cui si accompagna, a colpi di assenze, fughe, ermetismi, disimpegno malcelato e mezze parole. Ci tenevo a dirlo, anche perché potrei scrivere un dramma in una settantina di atti dedicato alle Stronze incontrate finora, specie affine a quella presente nel romanzo, ma dotata di ulteriore perfidia e di solito di un aspetto gradevole. Si intitolerebbe “Compagno di stronze” e sarebbe il primo caso di typosquatting letterario.

Non è un romanzo su di me, casomai ve lo domandaste, nonostante ci sia un vinile in copertina (peraltro rotto, cosa per cui potrei fare una strage). La vita di noi maschi-limulo (nota: il limulo maschio è grande meno della metà del limulo femmina e vive buona parte della sua vita attaccato con le chele alla sua coda, tranne quando la femmina mette su “Honky Tonk Woman”, fa la voce di Neffa e dice ‘baby, vieni su’ e assolve ai suoi compiti riproduttivi) non è narrativamente interessante, perché comporterebbe lacrimevoli versioni in prosa dei testi degli Smiths e poco più. E peraltro ha già detto tutto Nino Buonocore in “Scrivimi“.

Ladri fascisti di biciclette

June 3rd, 2014 § 12 comments § permalink

Questa mattina all’alba la Digos di Torino ha fatto un’operazione contro la cosiddetta “area antagonista” torinese, arrestando un bel po’ di persone per vari atti di violenza avvenuti in città, tra cui molti attacchi vandalici alle sedi del Partito Democratico (non capitava da decenni).

La notizia non è particolarmente rilevante: l’area antagonista torinese è esigua nei numeri, nel peso politico e nei risultati e da sempre soffre di un umiliante complesso di inferiorità nei confronti degli antagonisti di altre zone d’Italia e non ha combinato molto, nel bene e nel male. Giusto un po’ di violenza anonima che confina quell’area alle pagine di cronaca e mai a quelle di politica.

Quello che mi sorprende è nascosto al fondo di questo articolo: tra i vari oggetti rinvenuti durante lo sgombero di una palazzina occupata (che, ci tengo a specificarlo, non era un centro sociale aperto al quartiere) sono state trovate alcune biciclette del bike sharing della città di Torino.

Era già successo qualche tempo fa: alcuni antagonisti erano stati sorpresi mentre danneggiavano le biciclette di TO-Bike (che è la versione sabauda del Bike-MI, avviata dopo un intenso lavoro di naming) e nel giro di una notte, a seguito di alcuni arresti in area notav, erano state danneggiate e rubate numerose biciclette pubbliche, forse per rappresaglia, chi lo sa.

Detto che non mi scandalizzo per le occupazioni (non sono pregiudizialmente contrario, se intervengono sul tessuto metropolitano e producono benefici, coscienza sociale, mutualità) e neppure per la violenza politica (la condanno, ma da quell’area priva di contenuti non mi aspetto altro), per le biciclette del bike-sharing distrutte e rubate mi indigno. Anzi, non me lo spiego.

Non mi viene in mente niente di più innocuo, di più sano e di più rappresentativo della natura buona e giusta di un bene pubblico comune come le biciclette del bike-sharing, un servizio che è aperto a tutti, ha un costo irrisorio che lo rende accessibile a tutti, si diffonde sempre più al di là del centro città, favorisce una mobilità ecologica, a misura d’uomo e mi pare (giuro che mi sono sforzato a trovare qualche pecca) totalmente indiscutibile dal punto di vista politico, anche il più estremista e ostile.

Mi agito, quando non mi spiego le cose. Vorrei poter parlare con qualcuno dei responsabili di quel gesto per capire le sue motivazioni, perché davvero non le afferro. Riesco al massimo a rifugiarmi dietro la macchietta dell’antagonista che se la prende con le “biciclette borghesi”, ma appunto siamo al teatrino.

Quello che so è che un antagonista – che teoricamente dovrebbe essere uno che fa della sua vita intera una battaglia per un mondo più giusto – nel momento in cui danneggia o ruba le biciclette del bike-sharing fa un atto che non solo è intimamente sbagliato (come tutte le violenze), ma fa un furto e un danno a tutti noi. E deruba/danneggia una cosa bella che abbiamo noi, “noi” come società. Quindi un antagonista che fa un’operazione del genere viene perfino meno al suo ruolo (se fosse prendibile sul serio, beninteso).

E no, non c’è rabbia adolescenziale o spirito distruttivo punk dietro quel gesto, anche perché l’età media in quei giri antagonisti è  alta, a partire dai caporioni che sono ben oltre la cinquantina e qualche tardo scimmiottatore di slogan orribili ormai coi capelli brizzolati.
Anzi, c’è pure la contraddizione per cui questi violenti si riempiono la bocca di ecologismo militante quando si tratta di parlare di TAV, ma poi all’atto pratico distruggono e rubano le biciclette pubbliche ai cittadini, colpendo peraltro i più poveri e i meno garantiti (e, ma questa è una cosa nota, non fanno niente quando nella stessa valle scavano un secondo tunnel per l’autostrada).

Non mi interessa dire nulla sugli stili di vita, sulle retoriche e sul modo di condurre la lotta politica da parte di quel mondo lì. Non è la mia parte (lo è stata brevemente anni fa, con tutte le riserve del caso) e mi rendo conto che non è una parte con cui cercare un terreno comune.
Ho solo voglia di dire che questa cosa mi fa schifo come militante – perché fa solo male, squalifica il movimento e crea danno a quelli che teoricamente dovrebbero stare a cuore ai “duri e puri”  - e mi indigna come cittadino, perché è un furto a tutti noi, è un atto di fascismo puro, una rappresaglia gratuita senza senso.

La prossima volta che a qualcuno verrà in mente di giustificare le violenze di quest’area, perché magari colpiscono una parte politica sgradita, forse sarà meglio pensare a questo. E capire che quella violenza cieca e assurda fa male a tutti, anche a chi è così avventato da gioire perché gli antagonisti hanno devastato le sedi del PD.

Il PD cambia verbo (ausiliare). Riflessioni su una vittoria sorprendente

May 26th, 2014 § 5 comments § permalink

Di solito ci si trova da queste parti per consolarsi a vicenda dopo le elezioni. Siamo da sempre preparati all’ennesima mazzata, vissuta come una conseguenza naturale del solo fatto di esistere e di essere di sinistra. Questo spazio, quindi, di norma è occupato da un lacrimevole post pieno di pacche sulle spalle, abbracci consolatori e pile fazzolettini usati.
 
Ieri è successo che il centrosinistra ha vinto. No, dai. Ha stravinto.
Ancora meglio: ieri il PD  ha preso circa 7 punti percentuali in più del migliore risultato fatto da un grande partito di sinistra nella storia patria.
 
Non sono psicologicamente preparato per un’evenienza simile. Non ho le risposte emotive adeguate, non so bene cosa fare, non so gestire i sentimenti positivi e il senso di “release” che si prova in certe occasioni di smodato entusiasmo (a un certo punto, trascinato da una foga futurista, temo di aver scritto da qualche parte online un immotivato “adesso esco e vado a picchiare i vicini di casa”, contando che hanno facce e modi da elettori PD convinti e mi stanno pure simpatici e  pratico la nonviolenza).
 
Sono pure torinese, da noi le attività di giubilo scomposto (e a Torino sorridere in pubblico oltre una certa angolazione è considerato oltraggio al decoro) sono scoraggiate fin dalla più tenera età.
 
Mi sono comunque abbandonato a una notte intera di astratti furori, per una volta positivi. Capita di rado. Forse una volta sola nella vita.
Ne ho approfittato e spero lo abbiate fatto anche voi.
 
Ora, a bocce ferme, cerco di capire questa vittoria inattesa e imprevista e cosa si porta dietro. Perché sono ancora incredulo e ho bisogno di darmi una spiegazione razionale, proprio come quando perdiamo (ma con un mood migliore).
 
Ecco tre sensazioni che mi lasciano queste elezioni.
 
 
1 – Ha vinto la politica.
 
Vi risparmio la tirata sull’antipolitica grillina e berlusconiana, perché la sapete già.
 
Dico solo che sono bastati meno di 3 mesi di governo Renzi (che, ricordiamo, ha una maggioranza a tratti orribile e inaffidabile e una genesi costituzionalmente impeccabile ma non meravigliosa) perché arrivassero le prime riforme in Italia. Magari attività non enormi ed epocali, ma cambiamenti veri, necessari, concreti e in molti casi attivi subito e come tale verificabili.E sono stati aperti grandi cantieri per le riforme più rilevanti (che poi sono il punto debole della politica di Renzi, finora, ma c’è molto spazio per migliorare tutto).
 
Fatevi una domanda: quali altre riforme ricordate degli ultimi dieci anni? E quante di queste sono state firmate dal centrosinistra? Elencatele nei commenti, su.
A me è venuto in mente poco, perché ho l’impressione che, esclusi i problemi legali di Berlusconi, in Italia non succede niente da due decenni, sia a destra sia a sinistra.
 
Può sembrare strano, ma l’Italia era in astinenza da politica, quella vera. In compenso siamo tutti in overdose di chiacchiera politica, di gossip, di retroscena e “confronto gridato sfanculante” (non mi viene una definizione migliore per i toni degli ultimi giorni della campagna elettorale).
 
E’ bastato fare relativamente poco (enfasi su “fare”) e il paese se n’è accorto, ha iniziato di nuovo a parlare di politica, non di olgettine e pompette. E’ un risultato non numerico, questo, che forse vale più del 41%.
 
 
2 – La sinistra ha cambiato verso, ma soprattutto ha cambiato verbo (ausiliare).
 
Fino a qualche tempo fa, se qualcuno mi chiedeva le ragioni per il mio voto al centrosinistra, la mia risposta era più o meno standard: “Perché il centrosinistra è…”, “perché noi siamo…”.
Ora posso rispondere “Perché il centrosinistra ha fatto…”.
Siamo, cioè, passati dalla sinistra dell’identità e dell’essere a quella dell’azione, del fare.
 
Tanto tempo fa una mia lontana zia bigotta mi disse che nel Vangelo c’è scritto che non saremo giudicati per il male che non abbiamo causato, ma per il bene che abbiamo fatto.
Ecco, sono convinto che in politica valga un principio simile: la sinistra non si giudica per le posizioni teoriche che ha preso, ma per le cose buone e giuste che ha effettivamente fatto.
E da qualche mese abbiamo un centrosinistra al governo che, magari in modo un po’ frettoloso, fa, cambia, agisce e interviene senza troppi timori reverenziali.
 
Questa cosa sconvolge molti di noi (ove “noi” sta a intendere “quelli nati di sinistra e culturalmente tali”) ancora più di una vittoria inattesa.
Diciamolo, non siamo (più?) abituati al cambiamento, forse perché sono vent’anni che cerchiamo di difendere il paese dai cambiamenti in peggio proposti da Berlusconi.
 
Ne parlavo oggi con mia mamma, che è il mio ideologo di riferimento e in 50 anni di militanza ne ha vista qualcuna più di me. “Vedi”, mi diceva, “alcuni a sinistra hanno ancora una mentalità da ‘comitato centrale virtuale’ in cui il merito delle cose è meno importante della forma.
Quindi il ‘cosa fai’ gli importa meno di ‘come lo fai’ e di ‘con chi lo fai’”.
 
Credo sia un male endemico della sinistra identitaria, anche se qualcuno ne è guarito, con gli anni. Per fortuna molti votanti non *di* sinistra, ma *a* sinistra hanno un approccio più pragmatico. Gli interessa cosa la sinistra fa, non cosa penserebbe in linea teorica in un mondo ideale mentre sta lì con le mani in mano a tergiversare.
 
E’ bastato un elenco discreto di cose fatte al governo in 3 mesi per poter chiedere il voto in modo più convinto e convincente del solito, evidentemente.
Non sembra, ma erano anni che non avevamo risultati da sbandierare, giusto prese di posizione.
 
 
3 – Berlusconi e Grillo sono alleati inconsapevoli del PD.
 
No, non ho bevuto  (ok, sì, un po’ ieri sera per festeggiare). Provo a spiegarmi.
 
Sia Berlusconi sia Grillo di fatto tengono “fermi” la destra e il Movimento 5 Stelle. La loro presenza ingombrante (nel caso di Berlusconi anche fagocitante) è la causa della totale assenza di una classe dirigente presentabile all’interno dei loro partiti, al di là del leader di spicco.
 
La Lega, per fare un esempio, è riuscita a mettere da parte Bossi. Si è liberata dello spettro del fondatore ed è stata premiata alle urne, anche se poco.
 
La destra berlusconiana, invece, è in mezzo al guado. Berlusconi non va via, non andrà mai via (e se andrà via andranno via i suoi soldi) e questo impedisce a chiunque altro di emergere. Ed è un peccato (per loro, dico), perché i rari casi in cui si profila una figura carismatica extra-Berlusconi, la destra non solo tiene, ma addirittura rischia di vincere, come a Pavia dove è candidato il “Renzi di destra”.
 
Capita così anche con il Movimento 5 Stelle. E’ Beppe Grillo che prende i voti e questo fa sì che i candidati grillini, insomma la futura classe dirigente del Movimento, non abbiano alcuna necessità di essere autorevoli, preparati, capaci. Tanto la macchina dei voti funziona lo stesso: i grillini non votano i grillini, votano il “tutti a casa” e votano il comico sul palco.
 
Ecco perché il grado di preparazione politica, di cultura (assoluta e democratica), di capacità di distinguere il vero dalle fregnacce dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle è di solito bassissimo, con punte comiche con cui ci siamo intrattenuti negli ultimi giorni.
Ed ecco perché questa situazione non migliorerà, fino a quando Grillo comanda incontrastato: perché non c’è spazio per far emergere i migliori, lì dentro. Banalmente perché i migliori non ci sono: lì ci sono giusto burattini (che appena si ribellano vengono cacciati).
 
Con una classe dirigente senza un briciolo di autorevolezza, nessuno potrà mettere in discussione il grande limite del Movimento 5 Stelle, cioè la sua totale incapacità di dialogare e collaborare con altri partiti: una testardaggine infantile che fa solo danni, in primis a loro stessi. Anche perché è insostenibile.
 
Grazie a Grillo e a Berlusconi, quindi, il Movimento 5 Stelle e la destra non si muovono, non hanno per ora prospettive evolutive. E non credo possano crescere più di tanto, anzi. Forse possono solo calare.
Anche questa è una buona notizia.

Grandi aspirazioni

April 24th, 2014 § 5 comments § permalink

Il primo fra tutti sfoggiava sul sacco – enorme, di stoffa blu serissima – un brand misterioso: Progres. L’acquistarono i miei nei primi anni Settanta quando si sposarono e, in ossequio a una palese devozione a tutto ciò che proveniva da Oltrecortina, era made in Cecoslovacchia. Chissà dove l’avevano comprato. Forse a una festa dell’Unità, forse in qualche negozio di elettrodomestici che faceva il ricercatissimo “sconto Unipol”. Fatto sta che troneggiava nello sgabuzzino di casa a due passi dalla pila dei miei albi di Topolino, quelli da 70 lire ciascuno.
E era pesantissimo, faceva un rumore più adatto ad altre epoche, tempi in cui l’industria pesante contava ancora qualcosa nelle vite delle persone e lo sferragliare non destava sguardi preoccupati. Se aveva il suono di rottami ferrosi gettati da 50 metri d’altezza, voleva dire che funzionava. E il Progres funzionava molto, sotto quell’aspetto.

Da buon soldato cecoslovacco, faceva il suo dovere senza perdersi in leziosità: aspirava la polvere con solerzia attraverso un’imboccatura – non rimovibile – che aveva una forma simile a un limulo (animale a me ignoto fino a quando incappai nel patafisico Jarry da ragazzo: all’epoca mi piaceva pensare che fosse una versione panciuta e sverniciata del disco di Goldrake). L’unica concessione al vezzo era una luce frontale che, con la scusa di illuminare gli angoli polverosi delle case e facilitare la vita alle operose donne dell’Est, gettava qua e là sprazzi a 10 candele di sol dell’avvenire.

Era indistruttibile e credo che, se recuperato dalla cantina in cui sverna da veterano, scatterebbe sull’attenti come un solerte riservista. E’ stato pensionato dopo vent’anni  per via del suo rumore di ferriera e per avvenuta sparizione del suo paese d’origine.
Gli va riconosciuto il merito di aver resistito indenne a un allagamento della cucina, a un paio di shock elettrici e soprattutto agli assalti del mio gatto, che lo aveva eletto a suo nemico giurato. Di solito le incursioni feline seguivano un copione standard: il gatto si aggirava nello sgabuzzino dalle parti della sua vaschetta e, di colpo e senza motivo alcuno, scattava a unghie spiegate contro il limulo argentato, soffiando come un mantice impazzito. Il tutto durava poco più di 2  secondi intensissimi. Poi, realizzate le scarse perdite sul fronte nemico, l’incursore felino ripiegava con nonchalance su un’altra stanza, sicuramente inviando dal fronte comunicati che millantavano una vittoria tattica.

Per anni il Progres è stato sostituito da un aspirapolvere bicolore, anonimo, di plastica. In casa mia c’era una fatwa nei confronti del Folletto (che all’epoca andava per la maggiore), dell’azienda che lo produceva e soprattutto dell’umanità di disperati che cercava di piazzarlo con tecniche sempre più aggressive e truffaldine, tra cui la temibile scampanellata seguita da un “signora, ho un messaggio per lei” al citofono a cui mia nonna quasi abboccò, nei primissimi anni Novanta. Quindi niente scopa elettrica avveniristica, niente conta-acari, niente innovazione: la resistenza al peggiore marketing porta a porta di sempre valeva qualche granello di polvere in più.

L’aspirapolvere di plastica non aveva la linea avveniristica del Progres, aspirava un po’ meglio e facendo un po’ meno rumore, ma mancava di personalità. L’unico tratto distintivo era una specie di pedale sulla testata aspirante (a forma di rettangolo, standard) che serviva a innestare/rimuovere la modalità aspira-tappeti. In casa non siamo mai riusciti a capire quale fosse la modalità tappeti e quale quella normale: avevamo pochi tappeti e comunque aspirava decorosamente in entrambi i casi.

Il plasticone  si è riscattato dal suo  anonimato a due tinte e due modalità in un lontano luglio dei primi anni Novanta, quando un mio amico ha avuto l’idea di smontare la testata aspirante rettangolare e cercare di provocarsi dei finti succhiotti sul collo grazie al potere aspirante concentrato nella sezione ridotta del tubo. L’obiettivo era ingelosire una ex fidanzata, credo. Il risultato fu una macchia giallo-rosso-viola sul collo difficilmente attribuibile alla passione pomiciatoria di una ragazza che non fosse delle dimensioni di un grizzly. Risolvemmo fregando del fondotinta dalla borsa dei trucchi di mia madre e applicandolo topicamente sul malcapitato.

L’anonimo aspirapolvere non aveva la tempra del suo predecessore cecoslovacco. Si rompeva spesso. Fu sostituito più volte da altri aspirapolvere simili nell’anonimato, nella plasticosità e nelle performance. Così per anni.

Poi arrivò il Roomba, l’aspirapolvere automatico. Tecnicamente non era un Roomba ma un suo parente coreano, ma il quid era lo stesso: tu stai sdraiato sul divano a fare altro e lui, passo dopo passo, aspira da solo tutti i pavimenti di casa.
Il principio è bellissimo: è la realizzazione in piccolo del sogno dei Jetsons o di Star Trek, cioè una società liberata dalla necessità del lavoro (di casa) grazie alle tecnologie e dedita alla propria elevazione morale e culturale. Insomma, i soviet più l’elettricità e un sensore a infrarossi che evita che l’aspirapolvere automatico faccia un frontale coi muri, caschi giù dalle scale o scappi di casa.

Il nostro Roomba, di cui scrissi entusiasticamente al tempo, aveva un difetto: per orientarsi in casa “fotografava” a infrarossi il soffitto (che da sempre è una mappa ideale della casa, oltre che il foglio bianco su cui immaginare una nuova casa possibile) e usava queste fotografie per orientarsi. La soluzione era intelligentissima, peccato che funzionasse male nel caso di soffitti mansardati e soffitti alti. E la nostra nuova casa ha soffitti mansardati alti quasi 6 metri. Il risultato è stato drammatico, per noi che ci eravamo un po’ affezionati al nostro spazzino elettronico: lo “Scarafaggione” (questo era il soprannome che si era meritato nel giorno del suo ingresso in famiglia) era disorientato, procedeva con cadenza da ubriaco e, tanto per completare il profilo deviante, spesso si fermava a cercare impropri accoppiamenti con il bordo di un tappeto, la gamba di un tavolo o i piedini dello stendibiancheria. Uno spettacolo insostenibile.

In suo soccorso è arrivato il Bogòn, che in veneto vuol dire la lumaca: un gigantesco, modernissimo e pesantissimo aspirapolvere della Hoover. E’ un prodotto alla moda, uno di quelli fatti ad elefante o, appunto, a lumacone: c’è un guscio enorme che contiene il deposito della polvere e, attaccato a questo, un lungo tubo flessibile al cui termine è possibile installare un tubo metallico telescopico con vari accessori, tra cui la turbospazzola.
Ecco, la turbospazzola mi turba, un po’ perché dai tempi del Giudizio Universale di Cuore tutti i composti di “turbo” mi fanno venire in mente Enzo Catania, un po’ perché è una tecnologia infernale: è una spazzola rotante mossa dal potere aspirante che di fatto cattura la polvere per frizione sul pavimento e la getta in pasto alla proboscide del Bogòn. Sembra l’uovo di colombo, ma ha un difetto: tutti i peli, i capelli (e in generale i filamenti) che incontra, invece di finire aspirati si avvolgono inesorabilmente intorno ai suoi fanoni rotanti. Il risultato è che in pochi minuti puoi avere un pavimento perfettamente aspirato, ma poi devi passare 3 ore a ripulire la turbospazzola liberandola a mano dai capelli o dopo poche passate non funziona più.

Ai disastri della turbospazzola si aggiungono due difetti. Il primo è stupida tendenza del Bogòn a fagocitare le rotelline in fetro che fanno da guida alla sua spazzola e che amano smontarsi durante l’uso e disertare, il secondo è la sua totale inutilità nel togliere la polvere da superfici in alto, visto che è pesante, ingombrante e si trascina sul pavimento come un corpo morto. Se hai una casa col soffitto alto 6 metri, le superfici da spolverare al di là del pavimento sono tante. E se le trascuri si formano le famose “ragnatele di polvere”, che nel nostro caso fanno compagnia alle ragnatele vere e proprie.

Ci serviva, riflettevamo qualche tempo fa, qualcosa di agile, leggero, in grado di permetterci di spolverare con facilità in alto, ben sopra l’altezza delle nostre teste, magari arrampicati su una scala. Il primo pensiero è stato ricorrere a un aspirabriciole. Ne ho provato qualcuno di straforo da Mediaworld, tra quelli a disposizione dei clienti. Non funzionano. Mia madre ne ha uno che ha il potere aspirante di un asmatico con una cannuccia e sì e no 30 secondi di autonomia senza batteria. Bisognava trovare un altro modo.

La soluzione analogica è poco pratica, anche se finora è stata l’unica praticabile: il Bàutaro (dal veneto “bàuta”, che vuol dire “ragnatela”: in casa per qualche strana ragione i tool di pulizia spesso acquisiscono nomi del Nord Est, forse perché noi dediti alle nobili mollezze sabaude non amiamo occuparci di attività riservate alla servitù), cioè un bastone telescopico di 4 metri su cui è installata una spazzola morbida che periodicamente (ove “periodicamente” = “quasi mai”) agito qua e là sul soffitto per disturbare la vita dei ragni veri e dei ragni di polvere.
Il risultato è disastroso: la casa è pulita, ma chi opera il Bàutaro (io) riceve sulla testa una piacevole pioggia di ragni, polvere e ragnatele,  e tutto ciò che rimane impigliato in queste ultime. E dopo l’operazione di rimozione delle ragnatele deve pure passare l’aspirapolvere perché oltre alla sua testa, la pioggia di detriti polverosi e aracnidi terrorizzati finisce sul pavimento (non sul tavolo, perché in precedenza è stato coperto da un telo di nylon che sarà in seguito aspirato a dovere, una volta rimosso). L’operazione è seguita ogni volta da una doccia molto accurata, con doppio shampoo (e conseguenti capelli crespi: è una procedura che fa danni lunghi).

Ecco perché, quando qualche tempo fa ho scoperto che esisteva una linea di aspirapolvere leggeri e maneggevoli come un ombrello, in grado di funzionare senza fili per un numero di minuti dignitoso, ho subito avviato una univoca passione a distanza nei loro confronti.
Nel giro di poco più di un anno li ho visti crescere sotto i miei occhi: dal primo modello con un’autonomia quasi ridicola e un potere aspirante poco superiore all’asfittico aspirabriciole materno si è passati per un paio di uscite intermedie, fino all’opera definitiva o quasi: il Dyson DC 62, prodotto a cui nelle prossime righe riserverò una lode sperticata all’insaputa dell’azienda produttrice.

Un amico che ne possiede uno, qualche mese fa mi assicurava: “è l’iPhone degli aspirapolvere”. A suo dire un prodotto di quel genere è così pratico e leggero che cambia per sempre la tua concezione di aspirapolvere e trasforma la pulizia di casa in un gioco da ragazzi, perché non devi perdere tempo a disincastrare il Bogòn (o un suo simile, ne esistono anche fatti dalla Dyson: non comprateli!) dall’angolo in cui l’hai castigato, trascinarlo fino alla presa più utile, srotolare i 6 o 7 metri di cavo (che ad aspirata conclusa saranno riavvolti da una molla sempre più moscia, lasciando uno sgradevole mezzo filo pendulo), trovare una dannata Schuko e iniziare ad aspirare, conscio che il cavo non basterà e dovrai ripetere l’operazione per ogni stanza. E non dovrai trascinare il tubo flessibile, che si piega, si imbizzarrisce, si incastra, si ferisce su ogni spigolo.

Sì, lo so che ci sono condanne peggiori e c’è chi ramazza casa con una scopa tradizionale e se la fa bastare, ma personalmente odio tutte le attività di pulizia domestica, pur comprendendone la necessità. E ogni secondo in più passato a “fare i lavori” invece che a coltivarmi come uno stratrekkiano del futuro mi sembra sprecato, così come mi sembra sprecato ogni sforzo non strettamente necessario. Ecco perché amo le tecnologie, perché mentre la lavastoviglie ti lava i piatti, tu puoi disporre del tuo tempo libero ed elevarti come uomo giocando a Candy Crush o seguendo con passione la polemica politica sulla Partita del Cuore. E ogni macchinario che può farmi risparmiare tempo e sforzi nel fare le odiose pulizie di casa è benvenuto. Sono disposto a spendere, per questo.

Il mio amico aveva ragione: il Dyson DC 62 è l’iPhone degli aspirapolvere, a partire dal prezzo. Di listino costa più o meno come un iPhone vero e proprio. Per fortuna ormai facciamo quasi tutti così: andiamo da Mediaworld a provare le tecnologie e poi le compriamo online a prezzo scontato. Su Internet l’iPhone degli aspirapolvere costa come un Samsung Galaxy di fascia media.

Attraverso una serie di ricatti, sguardi teneri o con occhi da triglia, trappoloni emotivi, smisurate preghiere e agguati sono riuscito a convincere la mia compagna ad adottare l’aspirapolvere definitivo (la sua passione per il tema è minore rispetto alla mia, anche e soprattutto perché non le tocca manovrare il Bàutaro). E’ arrivato giusto in tempo per il mio compleanno, tra l’altro.

E’ davvero la rivoluzione: il nuovo aspirapolvere pesa sì e no come il mio Macbook Air e si porta in giro per la casa con l’agilità e l’eleganza con cui si porta un bastone da passeggio. Non ha fili, si carica con un alimentatore che è poco più grosso di quello di un Mac ed è facilissimo da usare in piedi su una scala col braccio in alto per fare fuori tutte le ragnatele in pochi secondi. Ha pure un look alieno a metà tra HR Giger e il BFG 9000 in Doom e dura oltre 20 minuti di uso continuo, che è ben più di quanto tempo io sia disposto a spolverare casa.
E ha pure la turbospazzola, ma è trasparente – cosa a cui noi nerd teniamo tantissimo – fa sfilare via molti più capelli rispetto al Bogòn e si smonta con un click su una rotella, evitandoti di infilare le dita e strappare alla cieca ciocche di  residui polverosi, peli di provenienza ignota e chissà quali altre schifezze.

Ora, a freddo, consumata l’emozione delle prime aspirazioni (alle 2 di notte: credo che i vicini stiano facendo delle bamboline voodoo con la mia forma), posso confermare che è l’aspirapolvere definitivo, dopo la rigida ortodossia filosovietica degli albori, i prodotti di plastica negli anni di plastica, le fughe in avanti tecnologiche e la concessione alla moda (scomoda) del momento.

Però non posso notare che, compiuti i 40, non solo mi esalto per un aspirapolvere ma gli dedico pure un polveroso post chilometrico. La mia trasformazione in una casalinga tradizionale credo sia iniziata e il processo temo sia irreversibile. Finirà che mi innamorerò di Julio Iglesias, passerò i pomeriggi guardando Rete 4 e prima o poi pretenderò la pelliccia per Natale. Nel caso eliminatemi in tempo a colpi di Progres.

Perché le aziende non pagano volentieri i creativi

January 16th, 2014 § 0 comments § permalink

Già, perché?

Me lo sono chiesto sul blog che ho sul Post.

Cambiamo le cose, partendo da noi

December 8th, 2013 § 15 comments § permalink

Dopo approfondite indagini ho finalmente scoperto uno dei colpevoli dello sfascio della sinistra italiana: io.

Ho guardato il mio sguardo finto-innocente nello specchio e mi sono ascoltato produrre la solita sequenza ventennale di scuse autoassolutorie: “è colpa degli altri”, “l’Italia non ci ha capito”, “c’era Berlusconi, bisognava adeguarsi”, “l’Italia è un paese di destra, cosa ci vuoi fare?”, “sembrava tanto una brava persona”, “bisognava spostare l’asse del partito a sinistra”, eccetera.

Sono anni che ci lamentiamo di questa sinistra, che non combina molto, che non ci piace, che non ci assomiglia (sempre che assomigliarci sia un pregio). E mai una volta che ci chiediamo perché.

I politici che rappresentano questa sinistra non ci piacciono? Cascasse il mondo, non ci chiediamo mai chi li ha messi lì. E soprattutto evitiamo di affrontare la domanda più antipatica di tutte: dopo anni di bruttezza (perché non è che la sinistra fa imbarazzo da qualche minuto, no?) perché non abbiamo fatto nulla per cambiare le cose e le persone?

Se l’Italia oggi è quel che è, la colpa è anche mia. Perché ho pensato che stare dalla parte giusta fosse sufficiente, senza chiedermi con troppa enfasi “ma stiamo davvero facendo le cose giuste?”. E soprattutto “le nostre buone intenzioni si traducono in pratiche giuste?”. E ho perso tempo a chiedermi se il PD fosse sufficientemente di sinistra, senza pormi il problema se stesse effettivamente facendo cose di sinistra (enfasi su “facendo”, perché uno dei rischi è avere un partito che si dice di sinistrissima e poi non fa niente, perché sta all’opposizione a vita).

Questa premessa piena di fastidiose interrogative retoriche prevede una risposta chiara: no.

Penso che per cambiare in meglio l’Italia sia necessario che la sinistra cambi il suo volto, aggiorni il suo modo di pensare e crei una nuova identità più aperta.
Per fare questo dobbiamo abbattere tutte le resistenze politiche e soprattutto psicologiche e culturali che abbiamo di fronte al cambiamento. Perché dobbiamo cambiare pure noi, dentro. Ed è difficile mettersi in discussione se ci si sente inequivocabilmente dalla parte giusta, ha un costo psicologico enorme. Ma mai come ora abbiamo la chance di cambiare le cose solo se iniziamo da noi.

Questo è un post in cui spiego perché andrò a votare alle Primarie per l’elezione del Segretario Nazionale del Partito Democratico e sceglierò Matteo Renzi.
E’ un post un po’ strano, perché è fatto un po’ come un librogame. Cioè alla fine di ogni paragrafo vi metto di fronte a un bivio in cui valutate se proseguire la lettura o meno a seconda delle vostre scelte. Non è necessario tirare i dadi.

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