Un “PD vicino” di cui non vergognarsi – un ultimatum a Renzi

May 29th, 2015 § 7 comments § permalink

Le diverse incarnazioni locali del PD stanno mettendo in imbarazzo molti di noi: militanti, elettori, simpatizzanti. E stanno mettendo nei guai il PD nazionale.

A livello locale – direi ovunque, ma forse c’è qualche eccezione che ignoro – mi pare evidente che il verso non è cambiato: ci sono realtà in cui l’effetto-Renzi non si è manifestato e ci sono realtà in cui si è manifestato per finta, cioè ci si è limitati a far cambiare la casacca ai soliti noti che localmente fanno quel che vogliono col partito, con la differenza che ora si dicono renziani.

Siamo arrivati al paradosso per cui c’è un partito “centrale” in cui ci sono stati un forte cambiamento, un miglioramento etico e materiale della classe dirigente e un rinnovamento di merito, di metodo e di protagonisti, e c’è un partito “periferico” nelle regioni, nei comuni, ecc. in cui non è cambiato nulla. Anzi, sta peggiorando.

So che di fronte a un problema è tipico di sinistra discutere fino allo sfinimento delle colpe e trascurare la soluzione. Visto che dentro me il verso è cambiato, la faccio breve sulle colpe e poi mi occupo delle soluzioni.

 

LE COLPE

Uso “colpe” al plurale, perché le colpe sono due, a mio giudizio.

Colpa numero 1.
C’è una colpa storica, ed è una colpa lunga, che è tutta da imputare alle gestioni del PD (e di DS e Margherita, prima) precedenti a quella di Renzi, che – lo ricordo – ha potere sul partito da poco tempo.

Se il PD nei territori fa schifo a livello politico, umano e in certi casi etico, la colpa è di chi ha permesso che si insediassero localmente gruppi di potere, signori delle tessere, amici degli amici, ecc.
Un esempio su tutti: De Luca.

De Luca non nasce con Renzi, anzi. L’ex sindaco di Salerno ha una storia politica lunghissima nel centrosinistra (scuola PCI/PDS/DS), ha fatto il parlamentare, è stato membro di una Commissione ed è sempre stato considerato un “campione” della sinistra al Sud (ricordo D’Alema bullarsi delle percentuali bulgare che i DS raccoglievano a Salerno), al punto che Bersani lo ha voluto accanto a sé durante le Primarie del 2012 contro Renzi e lo ha considerato come potenziale ministro in caso di vittoria elettorale nel 2013 (quella che non arrivò).

Insomma, è dagli anni Novanta che De Luca esiste e prospera nell’ambito del centrosinistra. Ci indigniamo solo ora, ma è “nostro” da anni. Dove eravamo, prima?

Considerate De Luca una parte per il tutto e pensate alle facce della dirigenza del PD nel vostro territorio. È molto probabile che siano sempre le stesse, da anni, vero? E se ne sono entrate di nuove negli ultimi anni è molto probabile che queste siano perfino peggio di quelle che c’erano prima.

[un excursus su Torino che potete perdervi]

Vi faccio l’esempio di Torino, in cui:

– è sindaco Fassino (uno che era vecchio ai tempi del PCI)

– alla faccia del rinnovamento è segretario un signore che aveva già concluso la sua carriera politica negli anni Novanta

– è in Consiglio comunale per il PD uno come Giusy La Ganga, interprete del craxismo in terra sabauda, un curriculum non limpido in campo legale e all’epoca nemico pubblico numero uno di noi della sinistra torinese.

E questi sono i “vecchi”.

Tra i “nuovi”, con ruoli di punta, un controllo militare del partito locale a colpi di tessere ci sono:

– un oscuro signore che possiede numerose cooperative non esattamente rosse (anche nel trattamento dei lavoratori) e molto in affari con gli enti pubblici torinesi

– una famiglia di ex craxiani fortemente immanicati nel business delle autostrade (sarà un caso: non poche persone della direzione PD locale lavorano per la Sitaf o sue consociate) e grandi acquirenti e distributori di pacchetti di tessere: una vera e propria OPA al partito torinese.

Per capirci: in Direzione del PD locale ci sono se va bene una o due persone di cui mi fido. Il resto sono individui che nella migliore delle ipotesi non vorrei più vedere e nella peggiore non vorrei *mai* vedere in un partito di centrosinistra moderno.

Credo si capisca perché a livello locale non voto PD. E se il PD perde il voto di quelli come me è spacciato.

[/un excursus su Torino che potete perdervi]

 

Colpa numero 2.
La colpa secondaria – in ordine di tempo e di importanza (ma sicuramente quella che mi fa più rabbia) – è di Renzi, perché non ha (ancora?) fatto niente contro le porcate avvenute a livello locale. Anzi, in certi casi ha cercato alleanze, supporto, “cittadinanza” all’interno di un PD locale del tutto avulso od ostile al renzismo, avvicinandosi a potenti locali che era meglio rottamare con forza.

Certo, c’è stato un terribile trasformismo per cui 10 minuti dopo la vittoria di Renzi alle Primarie d’improvviso erano tutti diventati renziani e capisco che la questione possa essere stata spinosa da gestire. Ma non è stato fatto niente, salvo nei casi estremi (vedi il caso Mafia Capitale a Roma o le infiltrazioni della criminalità a Ostia). Capisco che ci sono state altre priorità, ma è il caso di dirselo: a livello locale il PD fa spesso letteralmente schifo, per quanto riguarda i dirigenti palesi e occulti (cioè quelli che possiedono le tessere e controllano il potere vero).

 

CONTRO LA PERIFERIA E CONTRO LE COSE ” DAL BASSO!” (A MALINCUORE)

Poche righe sopra citavo in una parentesi Ostia e Roma, cioè casi in cui si è scoperto che il PD più orgogliosamente anti-renziano di tutti (quello romano esteso) era corrotto a ogni livello, invischiato in storie orribili e indegne di un partito di sinistra.

Non si poteva non intervenire e Renzi lo ha fatto, “cancellando” l’organigramma del partito locale, aprendo un’indagine interna e nominando Matteo Orfini commissario pro-tempore del PD romano.

A Ostia ha fatto un passo ancora più forte: ha mandato un senatore “alieno” e noto per non mandarla a dire a nessuno a fare il commissario.

(capita che quel senatore – Stefano Esposito – sia torinese, sia un amico che mia ha insegnato molte cose in politica e sia la persona che mi accolse in FGCI – mandandomi a stendere: è noto il suo caratteraccio – il giorno che, quattordicenne, andai a iscrivermi; so che è un uomo coraggioso, di quelli che non hanno paura delle minacce del crimine organizzato o dei notav e non si tirano mai indietro. Mai. Credo che il partito abbia bisogno anche di persone così).

Ecco, penso che il problema sia tutto qui: c’è una dialettica centro-periferia che va affrontata. E per una volta va rovesciato lo schema narrativo, forte negli ultimi anni, per cui è la periferia a essere buona e il centro cattivo ed è la “base” a essere pulita e i vertici sporchi.
Ci siamo così innamorati dei processi federali di decentramento del potere in ogni ambito e dei processi bottom up (o, come si dice in sinistrese odioso, “dal basso!”) da non accorgerci che spesso erano facilmente inquinabili e inquinati.

Insomma, se una volta il crimine e il malaffare familista esprimevano premier e ministri, ora si accontentano (e secondo me ci fanno più soldi) di esprimere centinaia e centinaia di consiglieri comunali, assessori, consiglieri d’amministrazione, membri nelle direzioni locali dei partiti, segretari di sezione, ecc.
Capisco anche perché: un consigliere comunale anonimo in un paesino si nota di meno di un ministro. E anche se ha un curriculum imbarazzante, chi vuoi che ci faccia caso?
È cambiata la granularità del male, per capirci. E purtroppo, così sottile e di massa, passa indisturbato nei filtri etici che – pare – la nostra società ha messo qua e là nei processi democratici, sempre che funzionino.

 

EVVIVA IL CENTRO! (NON QUELLO POLITICO)

La mia proposta è semplice ed è drastica. Ed è una proposta al PD, anzi direttamente a Matteo Renzi.
Eccola.

“Caro segretario, ecco cosa ti suggerisco di fare, passate queste sciagurate amministrative in cui siamo tutti un po’ in imbarazzo per ragioni che sai:

1 – COMMISSARIA IL PARTITO NEI TERRITORI
annulla il PD locale, salvo casi virtuosi. Sì, hai capito bene. Fai un reset totale del Partito a livello regionale, provinciale e comunale in tutta Italia: un armageddon in cui cancelli tutti gli organismi dirigenti e li commissari con figure di specchiata civiltà e onestà (gente abituata alle maniere forti, anche a rischio che non siano esattamente raffinati pensatori: viene prima l’etica) nominate dal PD nazionale. E lasci le cose così per un bel po’, perché nel mentre bisogna lavorare sul punto 2 delle mie richieste. Eccolo.

2 –  FAI UN COMITATO ETICO DEL PD CON POTERE DI VETO E ATTIVO
riprendi in mano i vari documenti di garanzia, la carta etica, ecc. del PD e li trasformi in regole pratiche per un PD pulito
Servono, cioè, regole in grado di proteggere il partito da infiltrazioni, incrostazioni (che sono come le infiltrazioni, ma sono fatte da gente “dei nostri”, già dentro il partito), entrismi a colpi di tessere, malaffare, ecc.
Attenzione: non ce ne facciamo niente, come partito, dell’ennesimo file di Word con dentro delle regole vaghe che poi dimentichiamo in uno schedario del Nazareno. Facciamo delle regole che vengano rispettate e facciamo in modo che sia così: evitiamo che siano i potentati locali stessi (in cui l’etica, come vedi, non pullula) ad autogiudicarsi a livello etico. E magari mettiamo, per una volta, la regola semplice, veloce e indolore per cui chi si è candidato in precedenza in liste che si sono opposte al PD non è candidabile nel PD, così con un colpo solo combattiamo il trasformismo e favoriamo il rinnovamento. Piace?

E poi facciamo un comitato etico nazionale che abbia potere di veto e valuti tutte le candidature, le alleanze, le liste, ecc. e sia precisissimo e ossessivo nell’applicazione delle regole. Magari un comitato in cui, come tutti i comitati di controllo, partecipa pure qualche tua controparte o qualche tuo nemico (sì, ti sto facendo la proposta punk di mettere alcuni tuoi elettori e, boh, un grillino assatanato nel comitato che indaga su noi stessi).

3 – CAMBIA LO STATUTO AL PD
per fare tutto questo credo ti sarà utile, per un po’, cambiare lo Statuto del PD, togliendo materialmente potere al partito a livello locale. Si torna, cioè, ai bei tempi in cui il Partito (qui ha la maiuscola) era gestito dal centro e localmente si decideva poco. Bisogna meritarselo, il diritto a decidere per sé.
Le candidature? Le approva il PD centrale, col suo comitato etico di fastidiose signorine Rottermeier, che indagano su ogni nome in lista (alleati inclusi).
Le alleanze? Le approva il comitato suddetto, dopo aver valutato se gli alleati sono eticamente degni, non hanno nomi imbarazzanti, ecc.

E così via. Lo so, lo so che è un grande rompimento di palle, gestire così le candidature, le nomine, ecc. Ma preferisco avere qualche fastidio in più e molti imbarazzi in meno. Te lo dico da elettore che sai che ci tiene.”

 

AUTOROTTAMAZIONE E POCHE SCUSE: UN ULTIMATUM A RENZI

Quando il PD sarà diventato pulito anche in periferia, con comodo e con giudizio potremo spostare di nuovo la governance locale nei territori. Ma prendiamoci del tempo.

Mi sa che anni di berlusconismo, di partito della “ditta” e di partiti personali e familiari ci hanno fatto dimenticare che i partiti sono prima di tutto (cioè, dovrebbero essere prima di tutto) realtà che si definiscono sul piano etico e poi, a valle di quello, sul piano politico.

Ci tengo a dirlo: io ho votato Renzi non solo perché riformasse il paese in meglio (cosa che penso stia facendo, con tutte le difficoltà e le riserve del caso, ché la materia è complessa: ma il mio giudizio è positivo), ma anche perché cambiasse in meglio il PD e la sinistra per intero in ogni suo aspetto, incluso quello etico. E l’ho fatto aspettandomi che facesse tutto questo con tutta la forza possibile, prendendosi il lusso di non essere gentile o rispettoso, ove il caso l’avesse richiesto.

Per me il senso della rottamazione resta questo. E qua e là ha dato i suoi frutti, nella composizione della Direzione Nazionale del PD, in molte nomine del Governo (Boeri, Cantone), in molte candidature alle Europee (accompagnate da nomi terribili, come Cofferati, purtroppo).
Localmente, però, non è cambiato nulla.

Sono mesi che in tanti sosteniamo che Renzi deve occuparsi del “PD vicino”, la cui bruttezza è evidente e rischia di fare danni a livello nazionale.
Fino a ora non è stato fatto quasi niente. La scusa per cui Renzi ha cose più importanti da fare (per esempio tirare fuori questo paese dai guai in cui l’hanno messo i suoi nemici politici di ogni colore) inizia a traballare. E non perché Renzi abbia finalmente del tempo libero, ma banalmente perché la qualità locale del PD rischia di fare male al PD nazionale, a Renzi e al suo processo di rinnovamento.

Quindi i casi sono due. O Renzi si prende carico di questo problema (se non lui direttamente, qualcuno per lui: non mancano i nomi degni) oppure ci dice chiaramente che il PD locale gli va bene così e che ha altro a cui pensare. In quel caso perde il mio voto (e, sia chiaro, se lo scordano tutti gli altri: sono infinitamente peggio di lui).

Fai l’irriverenza

November 13th, 2009 § 5 comments § permalink

La redazione di Aprile Online mi ha proposto di tenere una rubrica settimanale dedicata alla Rete e alla tecnologia.

Mi sono dovuto porre il problema di scrivere di cose tecnologiche su una testata di chiara natura politica. Ovvero: faccio la mia solita panoramica di oggetti tecnologici del desiderio o ragiono su cose un po’ più profonde?

Fosse per me, mi abbandonerei quotidianamente al tecno-lust, ma il rischio di intristire il prossimo con una dotta disquisizione sui DPI dei gaming mouse di ultima generazione sarebbe altissimo e i lettori di Aprile Online, che già soffrono tanto per ovvi motivi politici, non se lo meritano.

Alla fine mi è venuta l’idea di fare una panoramica sull’irriverenza politica in Rete, cioè raccontare tutti i casi in cui il popolo di chi sta lì di fronte al computer sfida il potere, mette in dubbio le sue parole e, già che c’è, gli ride dietro.

Il pensiero un po’ da anarchico ottocentesco di tanti Franti digitali che, infami, ridono del potere sullo schermo è tanto romantico quanto irreale, soprattutto in un paese in cui la quasi totalità degli atti di irriverenza online finora non è andata molto più in là di “Meno tasse per Totti”.

Ecco, quindi, la prima puntata di “Il potere dei cittadini digitali, tra creatività, satira e conflitto”. Il resto dell’articolo è infinitamente meno peso del titolo.

Venerdì 20, la seconda puntata e venerdì 27 la terza e ultima.

Ogni suggerimento su come impiegare la rubrica dal 27 novembre in poi è benvenuto.

L’anno che verrà – ovvero il mio primo Post sotto l’Albero

December 14th, 2008 § 7 comments § permalink

Quello che segue è il mio primo Post sotto l’Albero.
In quanto versione stalinista del Grinch, con punte quasi autolesioniste di odio per tutto ciò che è vagamente natalizio, mi sono perfino sorpreso io stesso della mia partecipazione ad una simile iniziativa.

Poi ci ho riflettuto e ho scoperto che scrivere il PSLA è una sorta di passatempo per sadici. Il fatto è che Sir Squonk, uomo dal multiforme talento, è una persona prima di tutto paziente. Quindi pone una data di scadenza in cui raccogliere i post dei partecipanti e attende fiducioso. E rigorosamente si trova a mani vuote o quasi.

Ecco, quindi, che scattano i primi appelli, con l’inevitabile arrivo dell’improcrastinabile. Prima appelli pubblici, inizialmente autorevoli, poi minacciosi, poi complici, poi ricattatorio/affettivi, poi ancora livorosi e infine disperati. E in seconda battuta gli appelli privati, dall’SMS vagamente mafioso fino alla mail dai toni barocchi del periodo bizzarro.

Il risultato è che chi partecipa e tarda a consegnare (cioè praticamente tutti) riceve dal Sir nel corso del tempo vere e proprie opere d’arte multimediale, da semplici haiku via SMS a lacrimevoli e-mail con biliosi allegati. Uno scritto meglio dell’altro, in un’escalation in cui è palese che l’autore ha un talento alimentato a disperazione.

Il resto è trascurabile: un po’ di gente attende proprio l’ultimo istante utile, pur di collezionare altre gemme squonkiane, e consegna un post. Il risultato della dialettica sfuggente fra il talento del raccoglitore e la cialtronaggine media dei partecipanti è, incredibilmente, ottimo nonostante l’impaginazione un po’ così, le clipart d’illustrazione prese da Office 95 e una generalizzata propensione al refuso. 

E’ qualcosa di inspiegabile, una sorta di ossimoro in cui la combinazione tra alto e basso, tra talento e intima bruttezza dei partecipanti produce accostamenti inaspettati  e forieri di gioia, come il tartufo bianco: un alimento eccellente che dà il meglio di sé su piatti vili, come l’uovo fritto. 

Quindi godetevi l‘intera raccolta di quest’anno di Post sotto l’Albero e, se proprio ci tenete, solo il mio contributo, che è qua sotto. 
Per fare quello filologico (leggi: non avevo altro), non ho scritto un post ad-hoc, ma ho letteralmente rubato al blog un post, l’ho incollato in Word e spedito al talentuoso curatore.
Risultato, una brutta figura: gran parte dei partecipanti ha prodotto piccole perle narrative e io sto qui a scaldarmi per un calendario con la Carfagna. Vestita, peraltro.

Buona lettura, neh

 

 

Uno ci prova anche a fare quello che non demonizza Berlusconi, che si dimentica la tessera della Loggia P2, i mafiosi e i corruttori in parlamento, l’ego smisurato che confina col borderline e tutte le altre porcherie che tutti conosciamo benissimo e che quasi tutti scordano quando si tratta di votare.

E giuro che io ci provo davvero, faccio un sacco di docce tiepide, mi stronco di tisane al tiglio e continuo a ripetermi “suvvia, è solo un governo di destra come tanti altri, siamo tutti democratici, sotto sotto siamo tutti fratelli, è la democrazia dell’alternanza e via di mantra rassicuranti.”

Ormai privo di riferimenti politici al di là del signor Spock in “Star Trek, l’ira di Khan”, uno arriva perfino a dirsi che tutto sommato un mezzo regime vagamente argentino, con a capo un ibrido tra un re travicello e un miles gloriosus, non è poi questo dramma, che alla fine perfino le cose brutte e cattive hanno un ruolo nel grande schema dell’esistenza e poi, insomma, in Argentina c’è il tango che non è così male, no?

Insomma, si cerca la via zen e si prova – dopo aver fallito nell’intento del “non pensiamoci, dimentichiamoci che la politica esiste e occupiamoci di altro” – ad accettare o quantomeno rendere più digeribile il male che non si riesce a rimuovere.
Serenamente. Pacatamente. Piano piano. Come vuole Veltroni.

L’operazione dopo un po’ ti riesce, perché l’essere umano ha grandi capacità di adattamento e se riesce a vivere negli igloo a sessanta sotto zero nutrendosi di yogurt di renna, figuriamoci se non può reggere queste cosucce qui.
Ci vuole ben altro per abbatterci, ha!

Poi, però, quando hai finalmente ottenuto la tanto sospirata semiserenità politica e ti sei quasi convinto che perfino La Russa al governo abbia una sua razionale utilità e che se non la vedi è solo perché lo schema delle cose è più grande della tua comprensione, Orazio, ecco il crollo, il rigurgito dell’inevitabile.

Maledetta Internet.
Sì, maledetta. Perché senza la Rete sicuramente mi sarei perso tutto ciò: apro La Stampa online e scopro che esiste il calendario 2009 “Grandi tra i grandi: i politici per i bambini“. 
Ora, già il nome è tremendo, ma il disgusto da copy è il meno. Ci si mette pure il progetto: fotografie di politici “casualmente” ritratti in atti di grazia e tenerezza con dei bambini.

Di norma detesto tutto ciò che sfrutta l’immagine dei bambini, ridotti spesso a versioni umane dei LOLCats da genitori infami. Figuriamoci che reazioni può suscitare un mix “bambini sfruttati + Schifani”, sponsorizzato dalla Presidenza del Consiglio, del Senato e della Camera.

Se poi clicchi sul link, attratto dall’orrido e poco propenso a cliccare sui calendari alternativi con l’ennesima velina photoshoppata desnuda, il gioco è fatto: ecco il regime che salta fuori.
Il regime, sì, quello vero, cioè quello fenotipico, che puoi toccare. Suvvia, gli aspetti estetici del regime, quelli più tangibili.

Perché tutti gli elementi “reali” del regime (i privilegi, le pastette, l’assenza di democrazia, la disuguaglianza, ecc.) un po’ te li nascondono, un po’ ormai li accetti come assodati e un po’ li dai per scontati come espressione dell’italianità.

Insomma, a noi che ci sia o meno il retroscena del regime non importa.
Ma a noi ultimi mohicani di sinistra danno fastidio alcuni aspetti visivi, cioè l’estroversione del regime, la sua retorica pubblica e i suoi atti trionfali.

Avete corroso la già esile tenuta democratica di questo paese? Fa lo stesso. Ma almeno fate finta che tutto vada bene.
Tanto noi siamo tra quelli che mangiano il surimi a forma di gambero e si convincono davvero che un po’ il gusto gli assomiglia.

Il pensiero del regime già ti aveva sfiorato la mente nei giorni intorno al 4 novembre, quando in tv passava uno spot – tutto rallentatore e controluce – che celebrava le Forze Armate con toni da dittatura bielorussa ed estetica da tv di stato irakena ai tempi di Saddam: militari che passano per le strade e la gente impettita che si alza e gli fa l’applauso, chissà poi perché.

Va visto, perché certe cose tra le righe si percepiscono meglio live che con una descrizione.
Vi basti sapere che si intitola “Grazie ragazzi”, come allo stadio.

Il calendario politici+bambini è la conferma di quel retropensiero novembrino: il regime, stufo del retrobottega, sta venendo fuori nei suoi aspetti estetici, i più fastidiosi per noi sinistrorsi.
Segno che dall’altra parte hanno rotto gli indugi e si stanno finalmente togliendo qualche soddisfazione personale.

Ecco, il calendario “Grandi tra i grandi” è la perfetta incarnazione della weltanschauung berlusconiana.
No, non quella antidemocratica, aziendalista e “brianzola” dell’imprenditore con le mani sporche prestato alla politica. Quella, invece, del “re buono” (che da queste parti era un certo Umberto I, noto cannoneggiatore di poveri che chiedevano pane), del presidente che riceve le classi delle elementari alla Camera e interrompe un Consiglio dei Ministri per andare a recitare a memoria “Rio Bo” ai bambini forzosamente plaudenti.

Basta scorrere un’immagine dietro l’altra, controllando la bile.
Non c’è una casualità nelle fotografie, c’è un indice preciso, un piano estetico/retorico e una line-up studiati a tavolino perfetti nei loro intenti.
E i valori di questa operazione d’immagine sono perfetta espressione di cosa è l’Italia da cartolina di Natale dell’immaginario berlusconiano.

Sembra l’ennesima pubblicità della Bauli, in cui la keyword dominante è “bontà”.
E allora ostentiamola, questa bontà!
Ed ecco i vari politici colti in casuali pose carine accanto a bambini sorridenti. Bambini da cartolina, peraltro, vestiti appositamente a festa (ho già messo in preallarme l’equipe di psichiatri che si occuperà di curare, una volta adulta, la povera bambina col papillon marrone nella foto con Cossiga) e messi lì a figurare, dopo chissà quante dolorose prove circondati da fotografi incazzati e urla del tipo “Michela fai più l’occhio da derelitta, altrimenti il Presidente Schifani poi ti sculaccia, eh!?”.

Telefono Azzurro? Sì, già all’altezza di maggio ho composto le prime 2 cifre del numero. Ma siamo il paese di “Piccoli fans”: di fronte a scene simili la stragrande maggioranza degli italiani si commuove, non chiama di certo la polizia.
Bisogna rassegnarsi.

Al di là dello sfruttamento paraculo dell’immagine dei bambini in situazioni potenzialmente pericolose (ve lo vedete Cossiga che chiede ai frugoletti “la vostra maestra è ancora viva? O è stata bastonata ad arte, come ho – modestamente – proposto?”), quello che spaventa è soprattutto la lineup delle playmate politiche di ciascun mese.

In primis l’opposizione non esiste. O meglio, esiste quello che il berlusconismo considera l’opposizione ideale. Cioè, su 12 fotografie gli “oppositori” sono 2, ovvero un nonnetto democristiano di lungo corso come Franco Marini e – ripescato dall’oblio nonostante politicamente e istituzionalmente conti quanto il mio verduriere – nientemeno che Fausto Bertinotti.

Peraltro il cittadino semplice Bertinotti è ritratto – a conferma di una precisissima progettazione estetica di queste foto – con le uniche due bambine non vestite a festa, anzi opportunamente conciate un po’ da zingare e un po’ da hippy, con un non trascurabile dettaglio per cui una delle due sfoggia sul vestitino un’inspiegabile quanto eloquente stella rossa.

Facendo i ragionieri, un’opposizione democristianissima, vecchia e alle soglie dell’impresentabile, con in più il “comunista fenotipico” da zoo o da commedia di Pozzetto: il mostro da tenere in salotto perché fa chic e anche un po’ orrore alle madame. 

Insomma, Bertinotti se lo coccolano su Mediaset da secoli, è tempo di ritirarlo fuori non appena la crisi si ammoscia un po’.

E dire che l’assenza di esponenti dell’opposizione sarebbe tecnicamente una buona notizia. Pensate che bello sarebbe se i vari Fassino, Rutelli, ecc. si fossero semplicemente eclissati dicendo “Il calendario coi bambini fatevelo voi, noi nonostante tutto abbiamo un senso della decenza e non ci prestiamo ad operazioni paracule di questo genere”.
Ma conoscendo Veltroni & C. è inevitabile pensare che su un calendario così i “nostri” si sarebbero buttati a pesce.
Semplicemente non li hanno invitati.

Segnalo a parte, in quarta di copertina, defilata, una figura mezzo bipartisan come Umberto Veronesi, che sì, si è candidato per il PD “ma alla fine è uno dei nostri, perché fa i miliardi”.

Il resto delle 10 immagini è emblematico: i ministri più in vista, quelli più televisivi, presentabili e utilizzabili a fini professionali (quindi niente leghisti e spazio ai più popolari secondo i sondaggi), due senatori a vita (in sostanza gli unici due ascrivibili alla destra, cioè Andreotti e Cossiga) e i presidenti di Camera e Senato, cioè un untuosissimo Schifani e un Fini a cui bisognerebbe spiegare che gli anni Ottanta sono finiti e il “bronzo” non tira più, soprattutto nella versione “fratello di Sammy Barbot”.

In ultimo, lui: Silvio la Tigre, rigorosamente a dicembre, in una posa che non lascia spazio ad interpretazioni terze: sguardo adorante e – notate bene – bambini non ariani, anzi vagamente stranieri ma non “negri” o “musi gialli” o peggio ancora “arabi”: quel bel mulatto da spot della Barilla, che piace tanto alle nonnine.
E Lui in mezzo, che li tiene in braccio, occhi socchiusi a dire “dio mio come sono buono, sto proprio bene in mezzo ai bambini”. 

Insomma, l’immagine perfetta per il “nonno d’Italia”, che in un paese civile sarebbe qualche vecchietto fotogenico infastidito dalla stampa che lo obbliga a fare la faccia buona mentre beve vinaccio alla bocciofila
In Italia, tristemente, il nonnino buono nazionale ha un ruolo precisissimo: Presidente della Repubblica.

Se vi state chiedendo cosa voglia fare Berlusconi da grande, guardate quella foto e la risposta verrà da sé. Come la nausea. 

A change’s better come

June 5th, 2008 § 10 comments § permalink

Al di là del fatto che in questi giorni sono un po’ incasinato per questioni ospedaliere (che riguardano una persona a me cara), riflettevo più in prospettiva sui cambiamenti degli ultimi tempi.

E’ una banalizzazione ridurre tutto alla politica e non intendo farlo, ma va da sè che il risultato elettorale è stato il fattore scatenante di una reazione che, devo ammetterlo, è benvenuta.

Quindi no, non è il fatto di avere i fascisti al governo a cambiarmi la vita. Semmai, sapere di avere i fascisti al governo mi ha fatto capire che era ora di cambiare alcune cose dalle mie parti, principalmente spostamenti di prospettiva.
Ma erano cambiamenti utili e necessari già prima, tenuti ovviamente in sonno per pigrizia, inerzia o chissà cosa.

Di seguito trovate un elenco di riflessioni o menate apocalittiche che mi girano per la testa negli ultimi tempi. Hanno la caratteristica distintiva di essere tutte assolutamente unrelated e di fare pure un po’ senso se accostate. E’ che i pensieri non sono lineari, mentre i post tendenzialmente sì. E sono pure lunghi, quindi cliccate oltre se avete voglia e tempo.

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