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Il come delle cose – riflessioni su The Beatles: Get Back

La Vergine Delle Rocce ci è arrivata così, finita. Sappiamo che è di Leonardo, che ce ne sono due versioni (una al Louvre e una alla National Gallery a Londra) e sappiamo qualcosa sulle controversie legali che sono sorte tra i committenti e l’artista, tra la prima e la seconda versione. E poi non sappiamo molto altro. 

Non ci è dato sapere se i due dipinti siano stati fatti realmente da Leonardo con le proprie mani al 100% (magari erano in gran parte frutto del lavoro di bottega), né sappiamo molto su come Leonardo ha lavorato per “inventare” i dipinti, su come ha plasmato l’idea, l’ha modificata nel tempo, l’ha corretta in corso d’opera, ecc. 

Ogni tanto, per opere così, succede che un team di ricercatori si ingegna con spettrografi, laser e altre tecnologie d’avanguardia e riesce a scoprire che l’artista in origine aveva disegnato una pianta al posto di un’altra, aveva posizionato in modo diverso le mani dei soggetti ritratti, ecc. 
E ogni scoperta di questo genere viene rilanciata dai media con titoli celebrativi, spesso diventa oggetto di documentari, eccetera. 

Insomma, tutti si entusiasmano, per cose di questo genere. E la ragione è semplice: siamo animali curiosi, noi umani, e siamo naturalmente propensi a essere attratti dal “come” delle cose. Cioè ci piace, ci appaga psicologicamente, scoprire come funzionano le cose che ci circondano.
A suo modo il “come si fa” è un genere specifico e di successo dell’intrattenimento audiovisivo, anzi oserei dire che è un “genere culturale” che spazia da certi tipi di tesi di laurea fino ad alcune versioni un po’ meno imbarazzanti dell’edutainment, passando per l’Educazione Tecnica alle medie, i diorami, gli acquari didattici e mille altre soluzioni per far partecipare le persone al “retroscena delle cose”. 


Se ci affascina il “come” delle cose comuni, figuriamoci quanto può piacerci, appagarci, addirittura entusiasmarci veder nascere qualcosa che troviamo bello, bellissimo. Se poi lo si vede nascere da zero o quasi, la curiosità diventa emozione. Capita di rado, in particolare per quanto riguarda le arti. Sono pochissime le occasioni in cui si riesce a vedere un’opera rilevante nascere letteralmente nella mente e poi tra le mani del suo creatore. 


Quanto pagheremmo per vedere Prassitele che dice a un amico “sai, mi è venuta in mente un’idea: faccio Ermes in marmo, ma non con la solita posa dritta: lo metto un po’ storto, come appoggiato a un albero; e su un braccio gli piazzo un Dioniso, ritratto come un neonato, così, de botto, senza senso!”?
O quanto ci piacerebbe essere lì, mentre Umberto Boccioni, che fino a poco prima ritraeva scorci (umani e non) di periferie, decide di trasformare la “forza” di un cantiere edile nella corsa sfrenata verso il progresso di cavalli-uomo raffigurati in una fusione dinamica di linee nervose e vivissime? 


Ecco, se c’è un merito assoluto, forse miracoloso, di The Beatles: Get Back è proprio questo: ritrarre in modo il più possibile neutro, non eccessivamente manipolato, la nascita “pura” di canzoni immortali, classici istantanei e perenni. 


Tutto quello che spesso ci è negato nelle arti, cioè appunto vedere nascere le opere come idea e poi come loro concretizzazione (un processo che contiene universi, tenendo conto dell’infinità di variabili, di “happy incidents”, di improvvisazioni, di sotterfugi e scorciatoie che portano dal pensiero all’oggetto, tutte cose dipendenti dal carattere degli artisti, dal contesto, dal tempo a disposizione, dalla voglia; parafrasando Star Trek, “infinite varietà in infinite combinazioni”) qui è mostrato in modo semplice, diretto, immediato. 


Si vede Paul McCartney che imbraccia il basso, lo suona come una chitarra (cioè, fa gli accordi col basso) e si mette a fare qualche giro facile facile di rock’n’roll, con un groove un po’ a mitraglia. E di fronte ai nostri occhi, con una qualità visiva e sonora che fa sembrare tutto live, che accade qui e ora, gli altri Beatles si uniscono al groove, lo cambiano al volo, fanno variazioni, suggeriscono parole, prendono direzioni e poi tornano indietro. E niente, nasce “Get Back”, la canzone. Così.

Il miracolo della creazione, anzi della creatività, live & direct a casa nostra è servito. E no, non vediamo l’imbianchino di quartiere che fa le prove colore sul muro: vediamo nascere canzoni che tutti sappiamo a memoria, nota per nota, parola per parola. 


E in Get Back non succede solo al pezzo omonimo, ma ad altre canzoni, ognuna col suo modo di materializzarsi su questo pianeta, da quelle buttate lì da McCartney “Scusate, ieri sera mi è venuta fuori questa” (e comincia “The Long And Winding Road”, un pezzo che se avessi composto io, potrei considerarmi soddisfatto della vita e morire seduta stante dopo che è stato registrato), all’imbarazzo di George Harrison che tira fuori quasi clandestinamente “I me mine”, con un pizzico di titubanza. 
Poi boh, c’è Paul che getta le basi di quella che diventerà “Let It Be”, mentre gli altri indiscutibilmente cazzeggiano, tergiversano, pensano ad altro. Ogni tanto riguardo la scena, incredulo. 

Ecco il sentimento che ho avuto di fronte a The Beatles: Get Back: personalmente ho sentito il privilegio di assistere a quei (travagliati, divertiti, imbarazzato, litigiosi, entusiasti a seconda dei casi) parti creativi, con lo spirito di quello che non è degno di stare lì, mentre si fa la storia, ma tuttavia è lì, come il tizio accanto al taxi nero nella copertina di Abbey Road. 

Ha senso, in uno scenario così, che i video siano “lenti”, senza tagli, che il processo di creazione delle opere immortali sia ripreso senza risparmiarci un secondo del miracolo imperfetto che porta un groove a diventare una canzone destinata a restare nei secoli. 
C’è proprio bisogno, in questo caso, di “vedere tutto il girato”, non solo per soddisfare la Giorgia Meloni interiore di tutti noi, ma per il senso profondo di cosa è Get Back: una finestra con uno sguardo privilegiato, unico e, fino a oggi, inedito sul processo creativo di 4 geni in una relazione vagamente disfunzionale. Serve tempo, serve precisione, serve documentare in modo filologico gli avvenimenti. Per l’entertainment c’è tempo.

Poi sì, c’è tutto il resto, ci sono i semi reali e mitologici dello scioglimento dei Beatles e c’è la meraviglia di poter vedere e sentire i Beatles con la qualità audiovisiva di oggi, cosa rivoluzionaria per i nostri occhi, abituati a vedere i Fab Four in versione low fi e sgranata, c’è il fastidio per Yoko Ono che, invece che godere come un riccio come tutti noi, travolta dalla meraviglia, sta perennemente in quadro mentre gli altri suonano, totalmente disinteressata a fare la calza, tagliarsi le unghie, sbadigliare. E ci sono tutti i dettagli di quello che, piaccia o no, è un reality show sui Beatles, decenni prima che quel format narrativo e di spettacolo diventi a tutti gli effetti realtà. E decenni prima che nascano le furbizie, le falsità, i birignao, gli script nascosti da reality show. 

Qualcuno ha fatto pesare a Peter Jackson la sua tendenza ad andare lungo coi video. Nella realtà non è mai stata un problema, la prolissità jacksoniana: gli piace prendere cose lunghe che vanno raccontate bene e raccontarle così come sono. Dove il gioco non regge, cioè dove imbroda le narrazioni, si vede e pesa, ma succede giusto con la trilogia tratta da “Lo Hobbit”, dove è evidente l’ansia di riempire 3 film con un libro di 400 pagine (che per le misure di Tolkien sono limitate). 

Non so se, in campo musicale, esiste o esisterà qualcosa di simile che racconti in modo così puro e completo la realtà compositiva di un gruppo o di un artista. So che ogni volta che uscirà qualcosa di affine godremo di uno degli effetti positivi (ce ne sono anche di negativi, eh, facili facili) che l’era del “registriamo tutto, non si sa mai” si porta dietro. Credo che in molti casi proveremo ancora quel privilegio da spettatori occasionali e indegni. Un sentimento bellissimo e forse l’unico privilegio non antipatico. Godiamocelo.

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