In memoria di Radio Flash e della Torino degli anni Novanta. Appunti ombelicali di un suo ex dj

July 13th, 2019 § 2 comments § permalink

La notizia non è di oggi, ma in assenza di comunicati da parte della proprietà, ci siamo accorti con comodo che Radio Flash non c’è più: la frequenza è stata venduta, lo streaming non funziona, il sito è in rovina e quella che per anni è stata la “radio alternativa” di Torino ha chiuso la sua esperienza.

Dovessi dare un giudizio attuale, non avrei problemi a dire che non si è perso molto: la radio era brutta e svogliata da tempo, salvo rare parentesi affidate all’estro e alla competenza di singoli dj, giornalisti e speaker. 
In prospettiva storica, invece, è una perdita enorme per la città.

Non credo sia un mistero che Radio Flash è stato per me un pezzo di cuore, anche se sono passati 21 anni dall’ultima volta che ci ho trasmesso. Però per un lustro è stata per me la principale occupazione, il primo e ultimo pensiero e perfino un “generatore di identità” nei miei vent’anni.

Quello che segue è il classico post-fiume ombelicale che potrebbe tranquillamente diventare un capitolo intero della mia autobiografia “Non è successo niente di interessante: vita noiosa di Enrico Sola”, che non leggerebbe nessuno salvo i parenti impietositi e qualche amico per vedere se si ritrova. Quindi procedete a vostro rischio. 

Erano i primi anni Novanta, con alcuni amici avevo una incasinatissima e dadaista trasmissione su Radio Blackout, la radio dei centri sociali torinesi (con una curiosa caratteristica: ex figiciotti che trasmettono sulla radio degli antagonisti, ma in “quota anarchici” nella lottizzazione interna). 

Era prevalentemente l’occasione per noi per suonare la musica che ci piaceva all’epoca e soprattutto prendere amorevolmente in giro la serietà militante con toni guerreschi degli autonomi, dei COBAS, dei collettivi, ecc.. Non a caso la trasmissione si chiamava “L’ora del futile” e il suo titolo faceva il verso a “L’ora del fucile”, serissimo (e quindi involontariamente esilarante, nel suo rigor mortis ideologico, in cui “gli operai polacchi acquistano coscienza” fa rima con “e nelle piazze scendono con la giusta violenza”) inno di Lotta Continua, cover di “Eve Of Destruction” di Barry McGuire

Fare autoironia sulla sinistra extraparlamentare era una specie di missione suicida che puoi fare giusto a vent’anni. Non a caso negli ultimi tempi ricevevamo una o due telefonate di protesta a puntata da parte di qualche capetto più antagonista di tutti che stigmatizzava i “gravi errori politici” contenuti nei nostri interventi ironici. E vi assicuro che nell’epoca in cui Rifondazione organizzava i viaggi “settimana ad Acapulco in hotel 4 stelle seguita da campo militante in Chiapas” c’era molto da ridere, a sinistra-sinistra. 
Peccato che una delle condizioni base dell’essere “più di sinistra” sia la rinuncia al sense of humour, evidentemente considerato un vezzo borghese decadente. 

Dopo un paio d’anni non eravamo graditissimi: meglio cambiare aria, anzi frequenza. 

L’occasione capitò grazie a Gianluca Gobbi, che mi prese nella sua redazione a Radio Flash. Non avevo mai fatto il giornalista radiofonico; avevo qualche vaga idea di come si facesse e ho avuto il privilegio da imparare da lui. 
Per un po’ ho fatto il giornalista nomade: giravo per le stanze del potere torinese a raccogliere notizie, entravo nelle scuole occupate a intervistare gli studenti, seguivo cortei (dove rischiavo mazzate perché avere un cellulare all’epoca era considerato di destra da qualche duro e puro), pedinavo assessori, ecc. Non era esattamente il mio mestiere, ma mi divertivo e imparavo, imparavo, imparavo. 

Poi grazie a Sergio Ricciardone, anche lui arrivato in radio da poco, sono tornato a fare lo speaker.
In verità inizialmente lo facevo all’insaputa dei colleghi e degli ascoltatori. Se ricordate le stupidaggini del “commentatore misterioso” nei pomeriggi del weekend (l’oroscopo con soli 2 segni, il commento radiofonico alla trasmissione di MTV sulla moda, la rubrica “agenzia diffamazioni” in cui parlavamo male di qualcosa su commissione, “l’oggetto del fine settimana o della vita tutta”, ecc.), ecco ero io. Ok, per molti era il segreto di pulcinella, ma casomai il dubbio vi attanagliasse da allora, ora lo avete sciolto (nel mentre, se visitate un professionista della salute mentale, è meglio per voi). 
Poi mi hanno sgamato e invece di licenziarmi, il buon direttore mi ha tolto dalla redazione e coinvolto in prima persona in una trasmissione: la prima versione di “Notte Flash”.

Era una trasmissione perfetta per me, per numerose ragioni.
La prima è che era notturna e lunghissima: il venerdì e il sabato sera dalle 8 di sera fino a notte fonda, “fino a quando ve la sentite”. Normalmente ce la sentivamo fino alle 6 di mattina, per un totale di 10 ore di trasmissione continua, da ripetere il giorno seguente. Nella nostra testa era un “raid radiofonico”, ma nella realtà era una maratona. 

La seconda ragione per cui ho amato quella trasmissione è perché era oltraggiosa: in una radio smaccatamente allineata alla sinistra tradizionale e un po’ fricchettona, tutta cantautori, succedanei delle posse e rock, rock rock, era impensabile fare una trasmissione che suonasse elettronica, dance e black music.

Per qualche strana ragione, la musica con radici non-bianche (a esclusione dell’etno, che piaceva molto alle “borsette” labranchiane di sinistra per ragioni di terzomondismo di facciata) era considerata “da fascisti” perché in parte si suonava nelle discoteche. E le discoteche, nell’immaginario della sinistra in cui non c’era molto agio nei confronti del corpo (e ballare è, almeno superficialmente, puro corpo; poi, se la musica è buona, il ballo diventa una questione mentale) e si diffidava di tutto quello che non era apertamente militante, erano roba del nemico. 


Poco importa che in quegli anni fosse il movimento elettronico a guidare le proteste contro il Criminal Justice Act del governo conservatore in UK, che la techno di Detroit fosse il sound degli operai (licenziati) della GM che portavano nella tarda disco music più astratta i suoni della fabbrica, che buona parte della house non commerciale nascesse in contesti antagonisti, in case occupate, in realtà progressiste, ecologiste, multietniche, aperte mentalmente, ecc.  e che all’epoca l’hip hop fosse ancora la voce della comunità afroamericana, prima di perdersi per sempre dietro ai soldi. 

Era una sfida, quella trasmissione, e per mesi, insieme al grande Gabriele De Rienzo e a Fabrizio Vespa, ci siamo presi una ragionevole quota di proteste e insulti da parte di gente che non sopportava l’idea che la sua radio del cuore suonasse il “tunz tunz”. Volevano ascoltare Neil Young, Guccini o i Pitura Freska alle 2 di notte di venerdì, quando il resto del mondo – finalmente – ballava. 

La terza ragione per cui adoravo la prima versione di Notte Flash è la libertà. Più o meno dalle 3 di notte in poi (in sostanza quando eravamo certi che il direttore fosse andato a dormire) avevamo licenza di dire e suonare quello che ci pareva e piaceva. Lo chiamavamo il “momento freestyle” ed è un bene che se ne sia persa memoria, perché oltre a dire un mare di stupidaggini e suonarne altrettante (una notte ricordo che suonai il tema di Profondo Rosso con sovrapposta la registrazione di una messa in sardo trovata in vinile negli archivi della radio, che girava a -8 sui Technics), ogni tanto ci lanciavamo in tirate decisamente fuorilegge, tanto nessuno ascoltava, o chi ascoltava se ne fregava o apprezzava o, alla peggio, chiamava in radio e ci diceva di smettere (cosa che è capitata più volte).

Negli anni seguenti la trasmissione, che a modo suo fu una scommessa vinta contro il pubblico più conservatore e perfino contro qualche collega, diventò quotidiana e con orari più normali (finiva a mezzanotte, con licenza di sforare solo nei weekend), fu affidata al trio “Valletta – Ricciardone – Sola” e a una comunità affettuosa di amici e collaboratori, tra cui Veronica Sandroni aka Miss Belle, Valentina Garbolino, Samuele Carosiello, Alessio Morena, Lara Ladu, Betta Bordone, Angelo Galeano e molti altri che non sono su Facebook e che forse dimentico.

La nuova versione di “Notte Flash” era più professionale, anche se non mancavano i momenti puramente dadaisti, e per un bel po’ di tempo credo sia stata la colonna sonora della Torino che “usciva”. Ci arrivavano notizie di gente che si metteva in uno spiazzo con l’autoradio a tutto volume e ballava intorno alla macchina, oppure c’era gente che ci lasciava in segreteria telefonica dettagliati report della propria serata, spesso a puntate.
Mi rendo conto che musicalmente quella trasmissione ha fatto una piccola opera di apertura mentale tra i giovani di sinistra in città e forse ne raccogliamo i frutti ancora adesso, vista la tanta attenzione che gli operatori culturali riservano all’elettronica in tutte le sue forme.
C’è da dire che erano altri anni, dal punto di vista umano e culturale.

TORINO DI NOTTE, NEGLI ANNI NOVANTA. E LA SUA RADIO.

Ecco, la storia degli anni migliori di Radio Flash, che ha avuto il suo boom negli anni Novanta fino a diventare la terza radio più ascoltata in città dopo i due colossi locali (e la radio più ascoltata dai giovani), non è completa se non si racconta com’era diventata Torino, in quell’epoca.

Per ragioni che non so nemmeno bene spiegarmi, forse un allineamento fortunato di piccoli pianeti di talento personale, forse una larga disponibilità di spazi industriali dismessi da riutilizzare, chissà, la città era diventata la capitale italiana del nightclubbing: un’eredità che a suo modo resiste tuttora, nonostante la repressione grillina, grazie a festival come Club 2 Club, Kappa Futur Festival, ecc. 
I migliori dj nazionali e internazionali suonavano qui (in parte perché molti sono di qui), le serate più interessanti e originali dal punto di vista musicale erano qui, i centri di produzione, sperimentazione, incontro creativo, ecc. erano tutti qui, sparsi, diversi, originali, talvolta inafferrabili. 


Curiosamente, in una città organizzata a comparti stagni, in cui tuttora vige una certa “elisione” dell’alta società (che esiste, semplicemente non si fa vedere: ha i suoi luoghi di intrattenimento, i suoi negozi aperti solo per pochi, i suoi luoghi di ritrovo nascostissimi, i suoi riti lontani dalle masse, ecc.) e in cui le culture (quella di sinistra, quella dei tamarri, quella dei fighetti, ecc.) tendono a non frequentarsi e a vivere autonomamente in spazi ben separati, il clubbing degli anni Novanta era un luogo inatteso di incontro. 

In una serata di Xplosiva di Giorgio Valletta e Sergio Ricciardone potevi trovare un rottame della militanza come il sottoscritto, un giovane manager Fiat rampante con la polo col colletto alzato, il “capo degli anarchici” (mi ha sempre fatto sorridere l’ossimoro implicito) over 40, universitari pulitini e perfino una piccola quota di tamarri illuminati, desiderosi di andare oltre Gigi D’Agostino (verso cui, comunque, respect!). Questo perché magari quella sera oltre alla loro serata c’era un live dei Faithless. 

Capitava lo stesso coi rave (per cui qui, tuttora, non c’è un problema di spazi disponibili: siamo pure sempre una citta ex industriale riconvertita in piccolissima parte), quasi esclusivamente organizzati dal ramo anarchico dei centri sociali: c’erano i fricchettoni col furgone e rampolli di casa Agnelli e un’umanità variegata nel mezzo. Tutti insieme, under one groove. 

In quello scenario Radio Flash era fondamentale: era il principale centro di circolazione delle informazioni sulle serate, sulle attività, sugli appuntamenti. Ed era il posto in cui si ascoltavano le novità musicali, grazie alla trasmissione quotidiana di Giorgio Valletta, che faceva il “Marco Polo” musicale, portando tesori non dalla Cina, ma da  Berwick Street, a Londra.
Era anche l’ambito in cui il “suono” della città e del suo immenso e inimitabile underground riverberava, raggiungeva persone nuove, stimolava curiosità, faceva incontrare e collaborare persone che non si sarebbero mai frequentate altrimenti. 

È da quello scenario lì, da quel groove condiviso via etere e nei locali, da quei diversi mondi che si incontravano 7 metri sotto la città, nella “terra di tutti” dei Murazzi, che sono nate realtà come i Subsonica (anche loro frutto di un incrocio tra identità diverse come provenienza e come età e capaci di diventare non solo un gruppo, ma una visione creativa condivisa, aperta agli altri, mutevole, dinamica), si sono formati gruppi musicali, gruppetti politici, si sono avviate e schiantate carriere e si sono consumati nel bene e nel male migliaia di storie, storiacce, amori intellettuali e prosaici, si sono scritti romanzi bellissimi e tanto fascinosi quanto velenosi.

IL BELLO DELLA RADIO (CHE NON SI SENTIVA ON AIR)

In quegli anni trasmettere a Radio Flash, fare parte del suo mondo, era senza dubbio cool. Da un lato trasmettere in radio garantiva alcuni benefit non indifferenti, se avevi vent’anni: qualche consumazione gratis nei locali, accrediti a quasi tutti i concerti in città e dintorni e una micro-fama locale, sostanzialmente spendibile a fini “affettivi”. Con me non funzionava molto (anche perché avevo tutte le sere e notti del weekend occupati a trasmettere: non ero frequentabilissimo), ma ricordo sempre con affetto il tizio che si fingeva me con le tipe e aveva una vita sessuale decisamente più movimentata della mia. 

Il vero benefit (emotivo, non materiale) dato dal trasmettere a Radio Flash, però, è stato conoscere e spesso diventare amico dei tanti e diversissimi personaggi che hanno animato le frequenze dei 97.6 in FM. La radio, che lo volessi o no, era anche una questione affettiva e a un certo punto nella sua lineup potevo contare i miei tre migliori amici, il mio socio in azienda, un cognato e una futura (poi ex) moglie. 

Il concentrato di genio, bizzarria e disagio che anima una radio libera è ormai diventato un topos narrativo. Se avete visto “ I love radio rock” / “The Boat That Rocked” / “Pirate Radio” (è sempre lo stesso film: i produttori erano indecisi sul titolo, così in ogni zona del mondo si chiama in modo diverso) sapete di cosa parlo. 
Sarà la nostalgia dei vent’anni, ma in quella comunità biodiversa di voci dell’etere, viste e sentite al di là e al di qua del microfono, c’era un’umanità pittoresca che mi ha regalato alcune tra le risate, le risse, le polemiche, le chiacchiere intellettuali, ecc. più intense di sempre. 
Nella quotidiana riunione radiofonica del venerdì si palesavano futuri conduttori di MTV, buona parte delle redazioni di Rumore, Rockerilla, Mucchio Selvaggio, poi Blow Up, ecc. (per qualche ragione a Torino c’è un’altissima densità di giornalisti musicali, credo senza pari in Italia), geni dell’informatica, futuri vincitori di David di Donatello, futuri romanzieri, buona parte dei venturi Perturbazione, futuri accademici di chiara fama e anche un’ampia dose di cazzoni e casi umani (a cui mi ascrivo), tutti però con qualche folle talento da esibire in modulazione di frequenza. 
La frase precedente è piena di “futuro/futuri” perché la radio era anche quello: un trampolino di lancio, un posto in cui sperimentare idee, capire cosa funzionava e poi provare a proporle a un pubblico maggiore.

Si litigava da morire (perché per ciascuno di questi personaggi c’era almeno un ego sgomitante), c’erano faide interne musicali, culturali, politiche, tanto vacue quanto prese sul serissimo e in generale si faceva un “prodotto radiofonico” in un piacevole contesto di scarsa armonia formale e abbondanza condivisa di cose da dire e da far ascoltare. In qualche modo funzionava. 

È grazie a Radio Flash se ho incontrato alcune tra le menti più stimolanti che – da amici, rimasti ben oltre l’esperienza radiofonica – rendono più ricca la mia vita, penso al fratello Giorgio Gianotto, a quel genio di Luca Signorelli (e di sponda suo fratello Andrea), penso a Carlo Bordone, passato anche lui dal cazzeggio on air all’advertising e compagno per mille ragioni, penso a Giorgio Valletta, che oltre a essere uno dei miei migliori amici è il compagno di altre avventure radiofoniche (e privatamente di costanti battute musical-demenziali in chat), penso a quel perenne agitatore culturale di Fabrizio Vespa o a Gabriele De Rienzo (aka Grand Laser Gee), che mi ha insegnato a scrivere “da giornalista”, oltre ad avermi fatto capire la black music e il reggae fino in fondo. 

La radio era anche un porto di mare: a ogni ora del giorno e della notte c’era gente che passava, magari per un’intervista, magari perché gli andava. E c’era sempre da divertirsi, da imparare, da ascoltare. È grazie alla radio che ho bevuto un caffè con Skin degli Skunk Anansie (ai tempi di “Selling Jesus”, quando ce li filavamo in pochi), ho fatto amicizia con il mai troppo compianto Marco Mathieu dei Negazione, con cui poi anni dopo sarei andato a lavorare nella new economy a Milano (credo di essere l’unico caso di impiegato che aveva avuto il poster del suo capo in camera, da ragazzo), ho passato serate intere a chiacchierare di politica con Max Casacci, che poi è diventato un amico, ho speso un’ora della mia vita a tardissima notte a ravanare nell’archivio di dischi jazz della radio con Rocco Pandiani, che mi ha fatto ascoltare per la prima volta “The Creator Has a Masterplan”, sconvolgendo per sempre le mie certezze musicali, ho visto la crew dei Whirlpool Production (quelli di “From Disco To Disco”) fare un’intervista serissima spiazzando tutti, ho accompagnato Carmen Consoli alla ricerca di un gelato chiacchierando di architettura barocca, ho bevuto un tè esotico buonissimo e provvidenziale insieme allo Chef Kumalè una notte che abbiamo deciso di dormire insieme ai barboni che abitavano nottetempo le alcove tiepide sotto la radio, per capire meglio la loro vita e poterla raccontare agli ascoltatori. Ogni giorno una sorpresa, una curiosità, un’esperienza o anche solo una menata da spendere la sera per rompere il ghiaccio a una festa. 

La realtà è che Radio Flash non è stato solo un passatempo o un mestiere negli anni della mia gioventù ma a posteriori posso dire che è stata una delle esperienze più formative in assoluto, anche a livello professionale. Insieme alla militanza politica, la “militanza radiofonica” è ciò che mi ha definito in modo più rilevante come persona. Per dire, ho imparato a parlare in pubblico grazie alla politica, ma è grazie alla radio che ho imparato come farlo senza far calare l’attenzione, senza perdere ritmo, ecc. E sempre grazie alla radio ho imparato a mascherare gli stati d’animo in pubblico, a riassumere in poche parole un concetto, a ragionare sull’efficacia di ciò che dico. 
Sono tutte cose che, quando ho deciso di fare sul serio con la pubblicità, mi sono servite tantissimo. E il “senso dello spettacolo” che automaticamente sviluppi dopo un po’ di esperienza di fronte a un microfono mi aiuta tuttora in ogni presentazione. 

Ecco perché amo la radio, tuttora è la cosa che mi piace di più al mondo. Mi piace farla, mi piace ascoltarla, mi piace (sono costretto a farlo, a dire il vero) detestarla quando mi infastidisce e penso tuttora che sia una palestra di vita incredibilmente divertente ed efficace.
Di fatto nel 2003 ho aperto un blog per sopperire alla mancanza cronica di una radio in cui sfogarmi. Quindi se siete qui e se sono qui è anche un po’ causa (colpa?) sua.

POCHE NOTE SGRADEVOLI

Ci sarebbe tutta una parte triste e negativa, nel racconto dell’ascesa e della caduta di Radio Flash, e riguarderebbe il modo in cui una proprietà disattenta e inadeguata (e interessata solo ai soldi) ha trascurato, sottopagato, “sprecato” alcuni grandi professionisti della radio, costringendoli ad andarsene altrove, a trovarsi un lavoro fuori dall’etere, ecc. Considero una loro colpa il fatto, per dire, che Giusi Brunetti non sia diventata la più grande speaker radiofonica del pianeta. Lo era, credo lo sia tuttora. E penso sia colpa loro se i Groovers non sono diventati la nuova Gialappa’s Band in versione intellettuale.
E considero una colpa della proprietà il disastro con cui nel 1998 l’intero parterre di dj e speaker ha abbandonato in massa la radio, di fatto condannandola a un progressivo declino negli anni successivi, salvo rare eccezioni come il mitico Fabio Giudice, grandissimo intrattenitore nei panni di Capitan Freedom. 

Però, ecco, mi sono imposto di spendere poche righe sugli aspetti spiacevoli di quell’esperienza, perché più di vent’anni dopo il bilancio è positivo per tutti, credo. Lo è per la città, che per anni ha avuto una “radio libera” realmente in sintonia coi giovani e lo è per tutti noi che ne abbiamo fatto parte (nel corso degli anni ho seguito un po’ i percorsi di vita di chi ci ha trasmesso in quegli anni e ho trovato quasi tutte vite interessanti, con belle carriere, successi, soddisfazioni, ecc.; ho l’impressione che la radio da un lato attirasse persone non comuni e dall’altro desse un senso, una direzione o forse palate di stimoli alle loro menti).

LA PROSSIMA RADIO FLASH (CHE NON FAREMO NOI)

Penso, da trekkie, che tutte le cose belle debbano prima o poi finire. Radio Flash era finita da un pezzo, negli ultimi tempi mi piangeva il cuore ascoltarla. Il suo senso si era esaurito ben prima che vendesse le frequenze. Nel mentre anche la città ha cambiato volto.  

Voglio, però, guardare il lato positivo e fare un appello: ripartiamo dalla città profonda.
A Torino l’underground esiste ancora, anzi in tempi magri (e questi lo sono) notoriamente prospera, si incattivisce, diventa ancora più creativo e piacevolmente disperato. Solo che lo considerano in pochi, ha sempre meno spazi per esprimersi, non fa il salto di qualità. Ma c’è, ne sono certo. 

Troviamo modo di dargli dignità, proviamo a uscire dalla gabbia del mainstream e torniamo a guardare un po’ in giù.
Se sapremo farlo, se sapremo dare di nuovo a Torino la brillante luce nera che veniva dai suoi bassifondi (che sicuramente ora hanno forme, luoghi, manifestazioni, ecc. diversi da vent’anni fa), la città tornerà a essere se stessa. E magicamente tornerà a esserci una Radio Flash (che forse non sarà una radio via etere e forse non si chiamerà così e di certo non la faremo noi matusa) che farà da eco al rumore delle cose che cambiano.

POSTILLA BALENGA: TRE COSE FOLLI AVVENUTE FACENDO RADIO A NOTTE FONDA

1 – Brucia il Duomo, mi arrestano, faccio la figura di merda del secolo.

L’11 aprile 1997 il Duomo di Torino ha preso fuoco. Gli inviati della nostra trasmissione se ne sono accorti arrivando in radio, dato che era a due passi. Il resto della città, pare, non ancora del tutto. 
In pochi istanti lascio la consolle al mio collega e mi fiondo verso il Duomo armato di ben due cellulari TACS e faccio partire una diretta infinita dallo scoppiare dell’incendio fino a notte fonda.
Per puro tempismo, per capacità organizzativa e anche per una discreta botta di fortuna, Radio Flash quella notte è stato l’unico mezzo di comunicazione che ha seguito in diretta l’evento per bocca di Davide Borsa e mia. 
È stata una notte piena. Quando ancora non c’erano i vigili del fuoco ho fatto l’errore di entrare nel Duomo mentre bruciava e ho tuttora stampata l’immagine della chiesa completamente al buio illuminata solo da una enorme colonna di fuoco nel centro del transetto. Se non fossi un ateo inguaribile, non esiterei a definirla una visione vagamente divina (tutta colpa di quel filmaccio biblico che immancabilmente danno a Pasqua su Rai 1 n cui Dio si manifesta come colonna infuocata). 
Poco dopo sono stato arrestato (in diretta radio) dalla Polizia, che si chiedeva cosa ci facesse un cretino senza autorizzazione, perennemente collegato al telefono, ben oltre il cordone di sicurezza e aggregato alla delegazione di parlamentari locali che constatava i danni. Mi ha liberato il mio collega, che ha avvertito il capo della Digos. Quest’ultimo mi conosceva a causa della mia militanza politica e, mentre mi faceva liberare, mi ha detto con tutta la simpatia che può avere un poliziotto la notte in cui brucia il Duomo “ma ora mi rompi i coglioni pure di notte!?!”.
Riconquistata la libertà, intercetto l’allora vicesindaco (e compianto amico di famiglia) Domenico Carpanini e, forse perché ancora un po’ scosso, gli chiedo un commento alla disgrazia sbagliando completamente il suo nome proprio. Mi fulmina con lo sguardo e, con estrema professionalità, mi risponde nonostante tutto. Poi mi restituisce il cellulare e mi manda a stendere con lo sguardo. Dagli torto.

2 – L’aspirante suicida ingrato. 

Tre di notte. In radio telefona, chissà perché, un aspirante suicida. Lascia due minuti strazianti di messaggio in segreteria, in cui racconta di un cuore spezzato, di una tal Tiziana che lo ha fatto soffrire troppo, della sua intenzione di farla finita entro pochi minuti. 
Per fortuna il tempo a disposizione per il suo messaggio finisce e, insoddisfatto, richiama. Riesco a tirare su in tempo la cornetta e, dopo aver messo su un brano musicale bello lungo, inizio a parlargli. 
Intortandolo un po’, riesco a farmi dire dall’aspirante suicida da quale cabina telefonica sta chiamando e il mio collega, usando l’altra linea, chiama la Polizia e manda una pattuglia a salvarlo/recuperarlo. 

Pochi minuti dopo, mentre ci diamo a vicenda una serie di pacche per la buona azione compiuta (cosa rara, per noi nemici dei boy scout), squilla il telefono. È l’aspirante suicida, incazzatissimo perché lo abbiamo fatto intercettare dalla Polizia.
Tiriamo su il telefono e ci manda a stendere: “Se vi dico che mi voglio ammazzare, non permettetevi di interferire, brutte merde! Avete rovinato tutto!”. Ci scusiamo, cos’altro possiamo fare? Gli abbiamo rovinato tutto, ora non si può suicidare. Che dramma.
Chissà che fine ha fatto. 

3 – La stupidaggine da cui è nato un hobby (costosissimo).

Tra le varie cretinate di “Notte Flash” c’era un disturbato e morboso culto per Alberto Campo, noto giornalista musicale torinese e laconico direttore artistico della radio, noto per le sue tirate di culo epiche quando (cioè quasi sempre) dicevamo qualcosa di stupido nottetempo. 

Per esorcizzare la sua figura, ci eravamo inventati AlbertField, nelle nostre menti malate dj/producer americano immaginario, fidanzato non troppo corrisposto con Crystal Waters e perennemente in orbita sul suo disco-consolle volante tra Miami, Chicago e Detroit. 
Da inside joke tra noi dj, era diventata una outside joke, con tanto di finte interviste al telefono in inglese maccheronico in diretta radio (fatte da Fabrizio Vespa dall’altra stanza).
Per rendere il tutto più credibile ci mancavano i brani. E visto che all’epoca ero un fottuto professionista delle cretinate, un giorno ho dato fondo ai risparmi, comprato una drum machine e un sintetizzatore e mi sono messo a produrre i presunti brani di AlbertField. Per fortuna non me li ricordo e credo fossero orribili.

Qualche tempo fa, svuotando casa di mia madre, ho rinvenuto un’audiocassetta autoprodotta intitolata “The AlbertField EP”, con ben 4 brani senza titolo e in copertina il “logo” di AlbertField (una foto azzurrina di Stalin con un orecchio enorme, che avevo “photoshoppato” in Microsoft Paint per Windows 3.1, immaginate con che perizia). Non ho ancora avuto il coraggio di ascoltarla e forse è meglio così. 

Il dramma è che quella volta mi è presa una inarrestabile passione per la produzione di musica elettronica e da allora buona parte dei miei guadagni viene bruciata in sintetizzatori, sequencer e altre diavolerie che poi regolarmente non suono per mancanza di tempo. 

Intro the groove: riflessioni spezzettate sul prodotto musicale (finora) più interessante del 2009

March 5th, 2009 § 27 comments § permalink

Nel desolante panorama radiofonico nostrano l’unica ancora di salvezza è rivolgersi all’estero, tanto c’è la Rete. E se non c’è la Rete c’è il satellite. Insomma, ci si aggiusta. 
Già sapete che qui si ha una passione sperticata per Radio Nova, che personalmente considero la migliore radio al mondo per programmazione musicale, creatrice di uno stile tutto suo e senza pari, declinato in decine di compilation bellissime.

L’altra grande passione radiofonica, condivisa con tanti amanti della musica, è Radio One della BBC, che di fatto è la bibbia per chiunque segua la musica anglosassone in tutte le sue incarnazioni. E’ la radio da ascoltare, insomma, per essere informati su cosa succede nel mondo della musica, ovviamente con largo anticipo sul resto del mondo. 

Circa un mese fa, per la precisione il 2 febbraio, la trasmissione di Rob Da Bank su Radio One ha ospitato i Soulwax che, per i non informati musicalmente, sono un duo che ha riportato il Belgio sulla mappa dell’elettronica cool europea dopo anni di latitanza (può sembrare strano, ma c’era un periodo in cui il Belgio era una delle capitali della musica elettronica mondiale) e, soprattutto, ha sdoganato commercialmente l’arte del mashup, cioè l’ibridamento tra brani musicali fatto di collage, sovrapposizioni, ecc. 

Il 2 febbraio si sono presentati ai microfoni della BBC con un’idea notevole: fare un’ora intera di mix composta da soli intro di canzoni. E in 60 minuti di mix ne hanno messi ben 420, intitolando tutto “Introversy”.

Mi spiego meglio: in 3600 secondi questi signori hanno messo 420 inizi di canzoni di ogni epoca, non limitandosi a piazzarli uno dietro l’altro, ma facendone un mix creativo, bellissimo.

Se volete godervi l’ora mixata più intelligente del 2009, potete scaricare il file direttamente qui e la tracklist è qui (su 420 brani è facile perdere il segno, quindi conviene seguirla con attenzione).

Se fino a qualche tempo fa la massima avanguardia musicale generata dalla diffusione di massa dei computer e dei software “per suonare” era la cultura del mashup, il mix di 420 intro di quei diavolacci dei Soulwax sposta la frontiera un po’ più in là.

Sì, perché al di là di uno dei mix più originali mai ascoltati (se la gioca col mitico mix di Fatboy Slim fatto tutto di dischi suonati alla velocità sbagliata), i 60 minuti dei Soulwax sono un perfetto manifesto sul concetto di invenzione e di produzione culturale nel 2009.

E’ opinione diffusa che nel mondo globalizzato e iperconnesso nessuno inventa più nulla: per quanto uno si sforzi ad inventare qualcosa, nel 99% dei casi qualcuno l’ha già fatto prima e meglio. 
In generale nell’arte del djing e più in particolare nel caso di “Introversy”, la creatività non sta nella produzione di materiale, ma nel suo uso o, meglio ancora, nel suo assemblaggio creativo. 
E’ la vittoria, per necessità o per volontà?, del “come” sul “cosa”, uno spostamento di focus che, in altre forme artistiche, è avvenuto da decenni, almeno nelle avanguardie.

Di mezzo c’è la cultura “Blob”, per cui non poca parte del divertimento portato dal mix è dato dall’accostamento tra i vari intro: si percepisce un’intelligenza divertita, che a volte associa i pezzi per titolo, altre volte per pura somiglianza sonora o per contrasto, o per genere.  

Volendo, “Introversy” è anche un bel gioco dalle parti del marketing: le modalità di costruzione e presentazione di un oggetto ne diventano il principale veicolo comunicativo portando all’estremo il concetto per cui qualsiasi esecuzione musicale è contemporaneamente oggetto ed “evento”.

Intellettualizzazioni a parte, è innegabile il fatto che il mix di 60 minuti prodotto dai Soulwax sia qualcosa di musicalmente notevole, perché di fatto è una raccolta eclettica di citazioni musicali (si spazia da sconosciuti produttori di kraut rock a “Primavera/Stop Bajon” di Tullio de Piscopo, passando per Celentano, i MGMT, la peggior disco canadese e i Rolling Stones) in cui tutti prima o poi si ritrovano.

Come molta arte contemporanea e di massa, i 60 minuti dei Soulwax sono anche un’opera aperta”. Di fatto c’è chi può limitarsi al puro intrattenimento: è una bella ora, tiratissima, mixata in modo divertito e divertente, che si può perfino quasi ballare, se si è disposti a cambiare spesso ritmo :-). Gli appassionati di musica con propensione alle attività scacciafiga possono anche divertirsi a riconoscere i singoli intro (ho fatto giusto un viaggio Torino-Milano con Giorgio Valletta, pompando a volume 11 il mix e giocando ad “indovina l’intro”, ovviamente ricorrendo alla tracklist nei casi impossibili) e gustarsi le decine di ammiccamenti, inside jokes, ecc. che i due belgi meno noiosi del pianeta hanno prodotto.
E i blogger in vena di menate possono produrre un bel po’ di intellettualizzazioni, perché tanto sono sì e no al ventesimo ascolto in meno di un mese.

Certo è che un mix così, fatto tutto di parti di canzone, anzi di una sola parte, frantuma ancora di più il concetto di musica nel 2009. Insomma, fino a qualche tempo fa era ancora forte in noi la cultura dell’album, cioè dell’opera completa, su un supporto fisico, con una durata specifica e un mercato ben definito. Poi ci è scoppiato tra le mani il boom della musica digitale e il concetto di album, spiace dirlo, ma è in lento declino: ha molto più senso l’idea di playlist, soprattutto in un’epoca in cui ormai i brani si comprano singolarmente, come decenni fa si faceva con le sigarette. 

I Soulwax – ok, per gioco – fanno ancora di più: spezzano perfino l’unità del brano, ne scelgono un pezzo – l’inizio – e ne esaltano le caratteristiche (ed è bellissimo notare come l’intro di un brano possa essere un manifesto di quello che verrà dopo o una deviazione completa, un depistaggio, un contrasto, una citazione, una trappola, ecc.), compiendo un’operazione di iper-selezione e moltiplicazione che era avvenuta giusto col primo hip-hop, quello che ancora si faceva con pochi soldi, 2 giradischi ed un microfono, andando alla ricerca dei break ritmici da mettere in loop per costruire le basi.

Se già mi piacevano i Soulwax (e mi piacevano già tanto: date un’occhiata al loro sito ufficiale, che è composto incredibilmente di loop multimediali in sequenza, usando per una volta Flash in maniera intelligente), beh ora mi piacciono ancora di più. E dire che non c’è una singola nota, in quei 60 minuti di mix, che sia stata prodotta da loro. Se non è post-post-post moderno questo…

Facciamo tutti Barack*

January 20th, 2009 § 6 comments § permalink

La buona notizia è che domani si insedia Obama alla Casa Bianca. Quella cattiva è che Giorgio Valletta ed io seguiremo la cerimonia del suo insediamento dalle “frequenze” (cioè in streaming audio e video) di Current Radio, dalle 17 alle 21, ospitando le voci live in studio e in remoto di talmente tante persone che non azzardo nemmeno fare un elenco. Fate conto che da quelle parti passerà mezza blogosfera, ma anche un sacco di gente che con i blog non ha nulla da spartire.

L’altra notizia carina è che dopo un bel po’ di sperimentazione Current Italia ha deciso di lanciare la sua radio online: segno che la cara, buona, vecchia radio continua ad essere un mezzo di comunicazione che riesce a stare al passo coi tempi, a rinnovarsi, a mutare e – quindi – a meritare pure qualche investimento intelligente.

Quindi è un doppio onore per noi inaugurare il nuovo corso di Current Radio, per di più seguendo un evento importante che – speriamo – dia il via ad un anno nel segno del cambiamento.

Va da sé che il fenomeno Obama non è solo una questione politica (4 ore di chiacchiera politica potrebbero annoiare perfino un reduce del PCI del genere “duri e puri”), quindi cercheremo di raccontare insieme ai nostri ospiti tutto quello che circonda il Presidente più hyped della storia statunitense, dalla sua identità black alla musica che da sempre lo accompagna, fino alla first lady e alle spigolature sull’America che verrà. E parleremo anche di Sarah Palin, tanto per tirare un sospiro di sollievo sul pericolo mancato, e di altri mille spunti, sempre che ci vengano in mente.

Accorrete numerosi. Teoricamente dovreste vederci/ascoltarci cliccando qui. Altrimenti andate su www.current.tv e dovreste trovare un modo di guardarci.

 

* mi rendo conto che il titolo può suonare criptico ai più, ma è meglio così. A meno che proprio vogliate sapere a cosa mi riferisco, ma finireste per rigarmi la macchina

Signore dei dischi, servirebbe un miracolo

December 27th, 2008 § 11 comments § permalink

Tanto tempo fa, quando trasmettevo in una nota radio militante torinese, mi era stato attribuito il ruolo di “addetto all’archivio discografico”.

Era il classico lavoro rognoso, che implica fatica aggiuntiva a fronte di zero soldi in più e prevedeva, tra l’altro, una dedizione certosina ai dischi vecchi e nuovi che transitavano per le sporchissime stanze dell’emittente.

[divagazione: non uso il verbo “stazionavano”, visto il tasso con cui i suddetti dischi venivano trafugati, cosa che peraltro faceva inorridire tutti noi collezionisti, giacché appena un CD o un vinile arriva in radio viene riempito di adesivi, scritte a pennarello, ecc. per renderlo non appetibile ai ladri e ci sembrava oltraggioso che qualcuno potesse tenersi in casa un disco con la copertina pasticciata]

Per me in verità era una manna dal cielo. In effetti cosa potevo desiderare di più? Migliaia di vinili e cd da maneggiare, la possibilità di riordinare intere discografie, scoprire gemme nascoste negli scaffali, ecc. Un lavoro solitario in mezzo a montagne di dischi: il sogno di una vita per un musicofilo misantropo.

 

IL GOVERNO DELLE REGOLE

Sì, ok riordinare dischi non propri sta al possederli tanto quanto la table dance sta al fare sesso, ma in ogni caso era un’esperienza che ad un nerd musicomane non poteva che fare piacere, anche perché mentre riordini i dischi se vuoi te li ascolti.
Ed è così che ho riempito un bel po’ di lacune musicali, scoperto nuovi gusti, approfondito vecchie perversioni sonore e saziato indicibili curiosità, in modo ossessivamente “completista”.

Al di là delle competenze fondamentali richieste (capirne di musica e saper mettere su un database, all’epoca in dbIII), fare un database di musica non è facile, perché prevede coerenza (il gruppo di Michael Stipe e soci lo chiamiamo REM o R.E.M.?), l’imposizione di regole editoriali (i gruppi musicali vanno tutti senza il “the” davanti? O alcuni, tipo The Shamen, devono averlo e altri no?), la risoluzione di dilemmi che vanno avanti da decenni (consideriamo le due incarnazioni degli Isley Brothers due gruppi distinti o uno solo? E Sly And The Family Stone si archivia per cognome come i dischi solisti di Sly Stone o è il nome di un gruppo?) e in generale una certa uniformità nel trattare il dato.

All’epoca, impietosita dallo strato di polvere che mi ricopriva da mesi e dal mio rimuginare solitario tra pile di 45 giri white label (tra cui un 45 giri floscio, di quelli che dava in premio la Settimana Enigmistica, con sopra un pezzo cantato da Battiato, che pare sia rarissimo; chissà che fine ha fatto), la proprietà della radio mi affiancò un collaboratore.

Era una sorta di “lavoratore socialmente utile” credo in cura psichiatrica, ma con un passato molto rock’n’roll, quantomeno negli aspetti devianti. Infatti fumava costantemente, sembrava sempre sulle soglie di un’overdose e ricordava vagamente il fratello stempiato di Slash dei Guns’n’Roses.

Viste le sue condizioni, il “matto” fece un lavoro non da poco, smazzandosi tutto l’archivio dei vinili S-Z (e non capendo le mie vanitose inside jokes su Barthes), ma purtroppo anche adottando regole editoriali completamente diverse dalle mie, per cui ad esempio gli Smiths in vinile erano archiviati come The Smiths, mentre in CD (dove avevo messo mano io) erano Smiths, senza articolo. Sembra una cavolata, ma ti incasina il database. Corressi il tutto a suon di bestemmie, perché gli archivisti sono analritentivi per definizione e su certe cose non ci dormono la notte.

 

TOYS IN THE ATTIC

Qualche anno dopo, verso la fine degli anni Novanta, è iniziato il boom della musica digitale e ho accumulato, col tempo, una collezione di musica in mp3. Quando quest’ultima si è fatta voluminosa mi è tornato in mente il matto rock’n’roll. 

Sì, perché ho dato un’occhiata agli mp3 che vedo qui sul mio iTunes ed è una strage, un dramma.
Già, perché a pescare musica in giro finisce che chiunque dice la sua e ogni singolo file ha una struttura, una denominazione, un contenuto dei tag ID3  (cioè le informazioni accessorie sui file audio, tipo il titolo, l’autore, l’anno, il genere, ecc.) assolutamente improvvisato e corrispondente ai gusti e allo stile di chi ha creato il file. 
E ci sono pure un bel po’ di file con la denominazione sbagliata. Per dire, ho scaricato tutto “Rubber Soul” dei Beatles (che pure possiedo in originale in almeno 3 copie, tra vinili e CD) e colui che ha inizialmente ha condiviso i file ha deciso che i Fab Four si chiamano Beattles, con due “t”. 
Ma c’è di peggio, per esempio un mp3 rimediato da un tizio convintissimo che “Stairway To Heaven” sia un pezzo degli Yes (inorridisco solo a pensarci).

Insomma, con gli mp3 c’è la babele, c’è disordine, c’è caos e la collezione musicale rischia di trasformarsi in una sorta di soffitta sovraffollata in cui accumuli di tutto ma alla rinfusa. La cosa peraltro si accentua se i tuoi gusti sono vagamente disomogenei ed è facile che nella cartellina Musica convivano b-side di Jeremy Steig, sigle dei Muppets in tedesco e mappazze da 25 minuti di ambient radicale della scena tape filippina.

E se sei uno scaricatore compulsivo magari ti ritrovi con un mp3 pescato chissà dove, intitolato “track1.mp3”, senza tag ID3 e passi le notti ad arrovellarti per capire chi ne è l’autore, pur sapendo che non ce la farai mai e non dovevi per forza scaricare tutto l’archivio di quel sito specialistico sul funk colombiano, senza almeno curarti di dare un nome agli mp3 che tiravi giù.

Col tempo le ho provate tutte. In giro, per esempio, è pieno di software che ti aiutano a ripulire i tag ID3 (e i nomi dei file) e a renderli coerenti. Ma ovviamente vanno alimentati a mano: prendi i file di una determinata cartellina, gli dici a che album corrispondono e – con un po’ di fatica – il sistema aggiusta il tutto, rende i nomi di file omogenei, corregge i tag e rimette tutto in ordine.

Peccato che una soluzione simile funzioni praticamente solo se hai interi album scaricati in mp3 e se gli dici tu autore e titolo di ogni album. Se, come capita a molti, il 90% della tua collezione è costituito da singoli file presi qua e là, difficilmente riconoscibili anche dopo un ascolto, sei rovinato perché un programma così può fare ben poco.

 

MIRACOLO, MIRACOLO!

Anzi, eri rovinato.
Sì, perché finalmente è nato TuneUp, software che mi sta letteralmente risistemando la collezione musicale.

Non ho bene idea di quale magia ci stia dietro (funziona e non mi chiedo come, ho un approccio fideistico alle soglie dell’ottusità religiosa), ma TuneUp fa una cosa meravigliosa: “capisce” che brani hai e automaticamente gli corregge i tag ID3. E già che c’è scarica pure l’album-art (la copertina).

Da quanto ho capito il segreto di TuneUp è la sua capacità di analizzare l’impronta audio di un file e confrontarla con un gigantesco database musicale, capendo  – a seconda di come è fatto – a che brano musicale corrisponde. E’ incredibile, ma funziona, funziona, funziona!!!

Quindi da qualche giorno, alimentando TuneUp a palate di 500 mp3 per volta, il programmino si mette lì, macina per alcuni minuti e poi – lasciandomi ogni volta a bocca aperta con uno stupore farlocco da odioso bambino della pubblicità della Bauli – inizia a sistemarmi i brani, azzeccando autore, titolo, anno d’uscita, album di appartenenza, genere musicale, ecc. E’ pure abbastanza intelligente (per dire, cataloga come genere “surf” solo i dischi surf dei Beach Boys e non tutta la loro discografia) ed è aggiornato su cose tipo le edizioni speciali, i remaster, le versioni di dischi classici con track aggiuntive. Insomma, sa il fatto suo. Sembra di avere accanto una versione digitale di Giorgio Valletta, con doti sovrumane (che pure lui ha un po’).

Ovviamente non sono tutte rose e fiori. In primis, TuneUp è un software a pagamento. Ma si merita tutti i suoi 19$, perché è un programma unico nel suo genere e fa una cosa utilissima che nessun altro software fa.

In secondo luogo è un software che funziona solo se avete iTunes, anzi è una sorta di “parassita” di iTunes. E, pur essendo disponibile da quasi un anno per Windows, funziona bene solo su Mac (ovviamente Mac Intel con Leopard).

La versione per Windows è spinosa. La comprai mesi e mesi fa ma non ci fu modo di farla funzionare su nessuno dei tanti computer di casa. E va dato atto alla TuneUpMedia di essere stata onestissima: mi hanno rimborsato all’istante i soldi che avevo speso, senza batter ciglio e, anzi, ringraziandomi per il contributo.

Pare, tuttavia, che ad alcuni utenti Windows funzioni: non c’è modo di stabilire una configurazione ideale, perché pare che tutto dipenda dall’umore di iTunes per Windows (che è una fetenzia) e dalle paturnie di Windows stesso. Un po’ mi diverte, questa piega empirica e ascientifica in un ambito esatto come l’informatica, ma valutate con cautela magari testando il tutto con la versione demo.

In compenso da qualche settimana è uscita la versione per OSX e funziona senza particolari problemi. Ci mette il suo tempo a ripulire la soffitta musicale, ma i risultati sono sorprendenti. 
Raramente mi sento di promuovere software a pagamento e closed source, ma in questo caso vale davvero la pena.

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