Leader, non cheerleader – cosa non va nella comunicazione del PD

May 31st, 2017 § 0 comments § permalink

Se avete fatto un giro sui social tra ieri e oggi è probabile che siate incappati in qualcuno che si lamentava della comunicazione online del PD.
Nel giro di poche ore è montata una piccola rivolta online contro due post condivisi da pagine Facebook del PD o comunque riconducibili a quel partito.

Si tratta di due post “fotografici”, in cui un testo brevissimo è sovraimposto a un’immagine fotografica, creando una specie di cartolina a metà tra il poster motivazionale e i meme con le frasi di Osho. È un format diffusissimo: ne vediamo a centinaia ogni giorno, dalle immagini apocrife dei Peanuts con frasi sdolcinate sull’amicizia o deliranti ego-trip ai tazebao digitali dell’universo del Movimento 5 Stelle.

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I “quadretti” diffusi dagli ambienti grillini sono il modello a cui si ispirano i due post oggetto di polemica (peraltro non i primi prodotti dal PD: è una strategia che va avanti da qualche mese).

Il format a modo suo è perfetto per questi tempi: un’immagine con un testo brevissimo, scritto in grande (in un paese di anziani, quindi di presbiti, è fondamentale), con poche parole semplici, spesso una frase sola. Tutto è enfatico: le fotografie, il font, i testi e le call-to-action.

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Un oggetto comunicativo fatto in questo modo funziona benissimo su Facebook: spicca in timeline, si legge senza dover cliccare e comunica la sua semplice essenza in pochissimi millisecondi.
È il mezzo ideale per un pubblico che non ama molto leggere, non è avvezzo alle complessità e non si pone il problema (anzi, forse ignora che esista) dei rischi portati dalla semplificazione estrema e dalla comunicazione “gridata”.

Insomma, i “quadretti grillini” vanno benissimo per la naturale e comprensibile superficialità del pubblico italiano, che per scarsità di tempo e di mezzi culturali ha bassissime soglie attentive e capacità di riflessione a caldo: hanno la brevità, l’emergenza e la forza dei titoli di giornale senza il peso accessorio degli articoli completi al seguito, che tanto non leggerebbe nessuno.

La caratteristica aggiuntiva dei quadretti, che spesso non emerge in mezzo a tanti segni così forti e grossolani, è il loro ruolo di conferma. Fateci caso: nella comunicazione gridata online il dubbio è totalmente assente, i toni conciliatori e la ragionevolezza pure.
Il fine di questo tipo di comunicazione, se applicata alla politica, è evidentemente uno solo: rafforzare a colpi di urla l’opinione di chi già è d’accordo. Sono camere dell’eco e nulla più.

Non è una cosa sbagliata, tecnicamente: la “base” va periodicamente scaldata, appassionata, attivata affinché scateni la sua advocacy, cioè la sua capacità di trasmettere con la militanza i valori e le parole d’ordine della “causa”.

Ma fatta così serve al suo scopo?

 

C’È SOLO UN CAPITANO 

Guardiamo nel dettaglio i due post attribuibili al PD.
Il primo, proveniente dalla misteriosa pagina (non è chiaro chi gestisca e quanto sia ufficiale questa pagina dedita alla comunicazione “grillina” pro-Renzi) Matteo Renzi News, dice “Orgogliosi di questa generazione. Due grandi capitani”, photoshoppando malissimo il tutto sulle fotografie affiancate di Matteo Renzi e Francesco Totti, entrambi colti in una foto di repertorio con il dito alzato.

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Andiamo al sodo. Il messaggio è chiaro: “Renzi è come Totti”, con una pennellata di orgoglio quarantenne.
Ci vuole poco per vedere in questo post, nell’ordine:

– un’appropriazione indebita: al di là del cattivo gusto di auto-lodarsi, non so quanto Totti sia felice di essere tirato in mezzo a un parallelo politico, con tanto di sua immagine (di cui saranno stati pagati i diritti?)

– un’associazione discutibile tra politica e calcio: “tifoseria”, “ultras”, “curva”, ecc. sono parole dispregiative nel linguaggio politico, che teoricamente dovrebbe avere più cura, più cautela e più buonsenso del linguaggio infervorato e fideistico da stadio o da bar sport. Tra l’altro una mossa simile viola l’ecumenismo calcistico che è d’uopo per i politici. Fossi un rarissimo elettore PD tifoso della Lazio, per dire, dopo un post così starei facendo il diavolo a quattro

– una mezza gaffe: Totti si sta ritirando dal calcio giocato e sul tema “ritirarsi” è sano che Renzi tenga un basso profilo, visto che ha avuto la sventurata idea di dire “se perdo il referendum vado a casa” (cosa che ha fatto, restando a casa un po’ troppo poco tempo per zittire i critici più infervorati)

– il vuoto comunicativo: cosa ci vogliono dire, a parte il fatto che Renzi e Totti hanno entrambi una quarantina d’anni? Le ho provate tutte, ma la risposta continua a essere “niente”. Vogliono che facciamo “alè-oo”, forse la ola in ufficio.

 

Ho dato un’occhiata alla pagina Matteo Renzi News per intero è piena di quadretti esaltati di questo genere, tutti enfasi e semplificazioni, che flirtano in modo evidente col culto della personalità e non offrono un argomento che sia uno all’eventuale advocacy dei militanti.
Cioè, dopo che un simpatizzante del PD viene esposto a post di questo tipo ha qualcosa di più da dire a favore del suo partito? Ha un’arma in più per convincere gli indecisi?

Non so se sono un buon benchmark per misurare gli effetti di questo tipo di comunicazione (dovrei esserlo: sono iscritto al PD e ho votato Renzi alle recenti primarie), ma anche spogliandomi degli abiti del pubblicitario che avrebbe non poche riserve estetiche e strategiche, non riesco a provare altro che fastidio verso la comunicazione pro-Renzi fatta in questo modo.
Non fidandomi di me, ho dato un’occhiata online: la quasi totalità dei militanti e degli elettori PD è sul piede di guerra e i più imbufaliti sono i renziani.

Non fatico a capire il perché della rabbia dei militanti. Sono già renziani, non hanno bisogno di confermare le loro convinzioni con il tifo.

Il partito, inclusa la sua base ha bisogno di programmi, chiarezza sulle scelte future e leader, non cheerleader.

 

 

LA SINISTRA CHE FA COME LA DESTRA

Il secondo post proviene da una delle pagine ufficiali del PD, quindi lo consideriamo ufficialmente approvato dal partito e dal suo Segretario.
In questo caso l’esaltazione del leader lascia il passo a un attacco alla giunta Raggi, fatto attraverso la citazione di un estratto da un articolo del New York Times che critica fortemente la sindaca grillina, additandola come zimbello universale a capo di una città allo sbando, ulteriormente ferita dall’addio calcistico di Totti.

Il post funzionerebbe abbastanza bene, essendo della categoria non raffinatissima “ecco le figuracce internazionali che ci fanno fare i nostri nemici!”.

Peccato che, come hanno notato in molti, la citazione dal New York Times sia tagliata a regola d’arte per escludere la parte in cui il giornalista dichiara che il degrado caratterizza Roma da un decennio. Decennio in cui Roma è stata governata anche dal PD.
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Vi risparmio l’elenco puntato di cose che non vanno, perché ne basta una grossa come una casa: questo è un post disonesto. La comunicazione, cioè, si basa su una bugia (per la precisione, un’omissione rilevante) nei confronti di chi legge e questa è la violazione del principio di fiducia su cui si basa la pubblicità politica.

Se freghi il tuo pubblico con premesse non vere, come puoi pretendere che ti segua nelle conclusioni?

Un post così non guadagna mezzo voto, soprattutto se la sua gabola viene scoperta.

Imbarazza i militanti e gli elettori potenziali, perché si rendono conto che negli uffici comunicazione del proprio partito c’è chi non gioca in modo pulitissimo e non convince nessun avversario, perché l’argomentazione “gli americani dicono che Roma fa schifo e la Raggi pure” non fa altro che mettere ancora più sulla difensiva chi parteggia per la sindaca di Roma.

Certo, la comunicazione che prova a indagare le ragioni per cui perfino il New York Times si prende la briga di dire che Roma è allo sbando e propone soluzioni precise e ragionevoli caso per caso è meno affascinante, meno immediata e fa meno click rispetto a una campagna gridata e capace solo di polarizzare ulteriormente elettorati già convinti e inamovibili dalle proprie posizioni. Però le elezioni, tranne che nel Movimento 5 Stelle, si vincono coi voti, non coi click.

In molti in queste ore mi stanno dicendo che non capisco, che dietro questa (per me) imbarazzante attività online del PD c’è una precisa strategia. Ecco, onestamente non la vedo e sfido chi ne è responsabile a farsi avanti e spiegarmela (già: chi ne è responsabile? È possibile che non si sappiano i nomi di chi decide e crea queste campagne? Sbaglio o il PD si fa forte dell’idea di essere un partito trasparente? Fuori i nomi! Lo chiedo da iscritto).

Per quello che capisco di comunicazione, l’abbassamento a quote grilline del livello dialettico del PD e di Matteo Renzi è inutile, perché:

– non convince i militanti (ora come ora li fa arrabbiare) e nella migliore delle ipotesi li trasforma da propugnatori di un’idea in tifosi dietro uno stendardo

– non convince gli indecisi, i dubbiosi, i neutri, perché non dice niente neanche al livello di comunicazione più basso al di là di “Renzi è figo perché sì” ai renziani e “Devi morire!” agli avversari.

– non “risponde per le rime” alla comunicazione grillina più becera, perché nel mercato della politica sgradevole e gridata vince chi grida più forte le cose più orribili. E in quello il Movimento 5 Stelle è imbattibile.

 

QUELLO CHE COMUNICAVA BENE?

Uno dei punti di forza della proposta politica di Renzi era la sua capacità di risvegliare la sinistra dal torpore comunicativo e dotarla di una comunicazione contemporanea ed efficace, dopo i disastri bersaniani che hanno portato il partito alla drammatica non-vittoria del 2013.

Pur capendo la necessità di reagire al degrado del discorso politico in Italia, credo che rispondervi emulando male i grillini e la parte di Internet meno capace di produrre contenuti originali sia una scelta sbagliatissima e improduttiva.
Non sposta voti, non infiamma coscienze, semmai rende ancora più ultras qualche ultras.
Avrei accettato, per pura ragion di militanza, una comunicazione “bassa” ma elettoralmente utile. Farla bassa, male e inutile è davvero sbagliato. Anzi, poco intelligente.

È anche una scelta tatticamente assurda, perché il partito che si piega a usare la narrativa degli avversari subisce una sconfitta evidente sul piano comunicativo. Insegue, emula, contrappunta, risponde e non guida/controlla mai la narrazione politica sui media.

Come ai tempi di Berlusconi, insomma.
All’epoca non andò benissimo.

Piano, sì. Ma avanti. Un post felice e disordinato

May 11th, 2016 § 11 comments § permalink

Finalmente l’Italia ha una legge sulle unioni civili. E non so bene cosa dire.

Potrei farne una questione di propaganda, spiegando che “i nostri fatti sono molto più forti delle vostre posizioni”.

Potrei sbattere di fronte ai tanti che sbandierano al mondo che loro sono più splendidamente di sinistra di tutti che un Presidente del Consiglio scout a suo agio con le parrocchie è riuscito a far fare ai diritti civili in Italia un primo passo importantissimo, superando a sinistra e in civiltà vent’anni di prese in giro, di leggi date in pasto alla Bindi e quindi arenate, di tergiversazioni, di “ne riparliamo”, di “sì, ma…” da parte di gente che teoricamente avrebbe un DNA molto più sinistrorso.

Potrei ridere in faccia a tutti i bigotti di questo paese che, con diverse gradazioni, in questi giorni stanno tirando fuori i loro sentimenti più osceni senza più provare quella cattolica vergogna meschina che li ha sempre protetti un po’ dallo scandalo delle loro idee raccapriccianti.

Potrei infierire sul quel movimento della “gggente” che, dopo tante parole e tanta confusione, è riuscito solo a peggiorare una legge e a renderla meno illuminata e aperta di quando era nata, rivelandosi per quello che è: una delle facce della destra italiana più retrograda e razzista.

Ma non mi interessa, perché sono impegnato a essere felice. Ed è una felicità diversa. Una felicità adulta, quella che si alimenta di felicità altrui.

Il mio primo pensiero, oggi, è per il mio amico Dario Ballini. Ci separano un bel po’ di chilometri, un pezzo di Tirreno – sta all’Elba – e qualche lustro di età, ché lui è giovane e io proprio no. Ma ci uniscono una vita dal passato non facile e, oggi, la stessa felicità.

Penso a lui perché in questi anni, mentre questa legge prendeva forma, sul tema  si è incazzato come una iena, ci ha sperato ogni volta, ha patito delusioni mostruose e in ogni occasione utile ha fatto casino, ha protestato, ha ironizzato, ha polemizzato con tutti, ha chiamato in causa ministri, parlamentari, militanti e a tratti ci ha fatti penare, preoccupare, pensare.
Insomma, ha lottato. E lo ha fatto molto più di molti di noi.
Dario mi ha insegnato che quando si combatte per un obiettivo di civiltà che ci è dovuto non ci sono mezze misure e non c’è una volta di troppo per reclamare ciò che ci spetta. Insomma, o i diritti o la barbarie.

Il risultato di oggi è anche un po’ suo e di tanti che non si sono mai arresi, in primis Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto.
La sua felicità di uomo che si vede riconosciuti per la prima volta diritti sacrosanti è la stessa mia che i diritti li ho da tempo, perché per anni la legge ha privilegiato gli eterosessuali.

Sono contento e un po’ meno infelice di essere italiano, da oggi.
E so che per le prossime lotte – perché questo è solo l’inizio e i diritti da conquistare sono ancora tantissimi: siamo contenti, ma non siamo ancora accontentati – saremo ancora uno a fianco all’altro, insieme a tanti.

Oggi è un bel giorno per l’Italia.

Un “PD vicino” di cui non vergognarsi – un ultimatum a Renzi

May 29th, 2015 § 7 comments § permalink

Le diverse incarnazioni locali del PD stanno mettendo in imbarazzo molti di noi: militanti, elettori, simpatizzanti. E stanno mettendo nei guai il PD nazionale.

A livello locale – direi ovunque, ma forse c’è qualche eccezione che ignoro – mi pare evidente che il verso non è cambiato: ci sono realtà in cui l’effetto-Renzi non si è manifestato e ci sono realtà in cui si è manifestato per finta, cioè ci si è limitati a far cambiare la casacca ai soliti noti che localmente fanno quel che vogliono col partito, con la differenza che ora si dicono renziani.

Siamo arrivati al paradosso per cui c’è un partito “centrale” in cui ci sono stati un forte cambiamento, un miglioramento etico e materiale della classe dirigente e un rinnovamento di merito, di metodo e di protagonisti, e c’è un partito “periferico” nelle regioni, nei comuni, ecc. in cui non è cambiato nulla. Anzi, sta peggiorando.

So che di fronte a un problema è tipico di sinistra discutere fino allo sfinimento delle colpe e trascurare la soluzione. Visto che dentro me il verso è cambiato, la faccio breve sulle colpe e poi mi occupo delle soluzioni.

 

LE COLPE

Uso “colpe” al plurale, perché le colpe sono due, a mio giudizio.

Colpa numero 1.
C’è una colpa storica, ed è una colpa lunga, che è tutta da imputare alle gestioni del PD (e di DS e Margherita, prima) precedenti a quella di Renzi, che – lo ricordo – ha potere sul partito da poco tempo.

Se il PD nei territori fa schifo a livello politico, umano e in certi casi etico, la colpa è di chi ha permesso che si insediassero localmente gruppi di potere, signori delle tessere, amici degli amici, ecc.
Un esempio su tutti: De Luca.

De Luca non nasce con Renzi, anzi. L’ex sindaco di Salerno ha una storia politica lunghissima nel centrosinistra (scuola PCI/PDS/DS), ha fatto il parlamentare, è stato membro di una Commissione ed è sempre stato considerato un “campione” della sinistra al Sud (ricordo D’Alema bullarsi delle percentuali bulgare che i DS raccoglievano a Salerno), al punto che Bersani lo ha voluto accanto a sé durante le Primarie del 2012 contro Renzi e lo ha considerato come potenziale ministro in caso di vittoria elettorale nel 2013 (quella che non arrivò).

Insomma, è dagli anni Novanta che De Luca esiste e prospera nell’ambito del centrosinistra. Ci indigniamo solo ora, ma è “nostro” da anni. Dove eravamo, prima?

Considerate De Luca una parte per il tutto e pensate alle facce della dirigenza del PD nel vostro territorio. È molto probabile che siano sempre le stesse, da anni, vero? E se ne sono entrate di nuove negli ultimi anni è molto probabile che queste siano perfino peggio di quelle che c’erano prima.

[un excursus su Torino che potete perdervi]

Vi faccio l’esempio di Torino, in cui:

– è sindaco Fassino (uno che era vecchio ai tempi del PCI)

– alla faccia del rinnovamento è segretario un signore che aveva già concluso la sua carriera politica negli anni Novanta

– è in Consiglio comunale per il PD uno come Giusy La Ganga, interprete del craxismo in terra sabauda, un curriculum non limpido in campo legale e all’epoca nemico pubblico numero uno di noi della sinistra torinese.

E questi sono i “vecchi”.

Tra i “nuovi”, con ruoli di punta, un controllo militare del partito locale a colpi di tessere ci sono:

– un oscuro signore che possiede numerose cooperative non esattamente rosse (anche nel trattamento dei lavoratori) e molto in affari con gli enti pubblici torinesi

– una famiglia di ex craxiani fortemente immanicati nel business delle autostrade (sarà un caso: non poche persone della direzione PD locale lavorano per la Sitaf o sue consociate) e grandi acquirenti e distributori di pacchetti di tessere: una vera e propria OPA al partito torinese.

Per capirci: in Direzione del PD locale ci sono se va bene una o due persone di cui mi fido. Il resto sono individui che nella migliore delle ipotesi non vorrei più vedere e nella peggiore non vorrei *mai* vedere in un partito di centrosinistra moderno.

Credo si capisca perché a livello locale non voto PD. E se il PD perde il voto di quelli come me è spacciato.

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Colpa numero 2.
La colpa secondaria – in ordine di tempo e di importanza (ma sicuramente quella che mi fa più rabbia) – è di Renzi, perché non ha (ancora?) fatto niente contro le porcate avvenute a livello locale. Anzi, in certi casi ha cercato alleanze, supporto, “cittadinanza” all’interno di un PD locale del tutto avulso od ostile al renzismo, avvicinandosi a potenti locali che era meglio rottamare con forza.

Certo, c’è stato un terribile trasformismo per cui 10 minuti dopo la vittoria di Renzi alle Primarie d’improvviso erano tutti diventati renziani e capisco che la questione possa essere stata spinosa da gestire. Ma non è stato fatto niente, salvo nei casi estremi (vedi il caso Mafia Capitale a Roma o le infiltrazioni della criminalità a Ostia). Capisco che ci sono state altre priorità, ma è il caso di dirselo: a livello locale il PD fa spesso letteralmente schifo, per quanto riguarda i dirigenti palesi e occulti (cioè quelli che possiedono le tessere e controllano il potere vero).

 

CONTRO LA PERIFERIA E CONTRO LE COSE ” DAL BASSO!” (A MALINCUORE)

Poche righe sopra citavo in una parentesi Ostia e Roma, cioè casi in cui si è scoperto che il PD più orgogliosamente anti-renziano di tutti (quello romano esteso) era corrotto a ogni livello, invischiato in storie orribili e indegne di un partito di sinistra.

Non si poteva non intervenire e Renzi lo ha fatto, “cancellando” l’organigramma del partito locale, aprendo un’indagine interna e nominando Matteo Orfini commissario pro-tempore del PD romano.

A Ostia ha fatto un passo ancora più forte: ha mandato un senatore “alieno” e noto per non mandarla a dire a nessuno a fare il commissario.

(capita che quel senatore – Stefano Esposito – sia torinese, sia un amico che mia ha insegnato molte cose in politica e sia la persona che mi accolse in FGCI – mandandomi a stendere: è noto il suo caratteraccio – il giorno che, quattordicenne, andai a iscrivermi; so che è un uomo coraggioso, di quelli che non hanno paura delle minacce del crimine organizzato o dei notav e non si tirano mai indietro. Mai. Credo che il partito abbia bisogno anche di persone così).

Ecco, penso che il problema sia tutto qui: c’è una dialettica centro-periferia che va affrontata. E per una volta va rovesciato lo schema narrativo, forte negli ultimi anni, per cui è la periferia a essere buona e il centro cattivo ed è la “base” a essere pulita e i vertici sporchi.
Ci siamo così innamorati dei processi federali di decentramento del potere in ogni ambito e dei processi bottom up (o, come si dice in sinistrese odioso, “dal basso!”) da non accorgerci che spesso erano facilmente inquinabili e inquinati.

Insomma, se una volta il crimine e il malaffare familista esprimevano premier e ministri, ora si accontentano (e secondo me ci fanno più soldi) di esprimere centinaia e centinaia di consiglieri comunali, assessori, consiglieri d’amministrazione, membri nelle direzioni locali dei partiti, segretari di sezione, ecc.
Capisco anche perché: un consigliere comunale anonimo in un paesino si nota di meno di un ministro. E anche se ha un curriculum imbarazzante, chi vuoi che ci faccia caso?
È cambiata la granularità del male, per capirci. E purtroppo, così sottile e di massa, passa indisturbato nei filtri etici che – pare – la nostra società ha messo qua e là nei processi democratici, sempre che funzionino.

 

EVVIVA IL CENTRO! (NON QUELLO POLITICO)

La mia proposta è semplice ed è drastica. Ed è una proposta al PD, anzi direttamente a Matteo Renzi.
Eccola.

“Caro segretario, ecco cosa ti suggerisco di fare, passate queste sciagurate amministrative in cui siamo tutti un po’ in imbarazzo per ragioni che sai:

1 – COMMISSARIA IL PARTITO NEI TERRITORI
annulla il PD locale, salvo casi virtuosi. Sì, hai capito bene. Fai un reset totale del Partito a livello regionale, provinciale e comunale in tutta Italia: un armageddon in cui cancelli tutti gli organismi dirigenti e li commissari con figure di specchiata civiltà e onestà (gente abituata alle maniere forti, anche a rischio che non siano esattamente raffinati pensatori: viene prima l’etica) nominate dal PD nazionale. E lasci le cose così per un bel po’, perché nel mentre bisogna lavorare sul punto 2 delle mie richieste. Eccolo.

2 –  FAI UN COMITATO ETICO DEL PD CON POTERE DI VETO E ATTIVO
riprendi in mano i vari documenti di garanzia, la carta etica, ecc. del PD e li trasformi in regole pratiche per un PD pulito
Servono, cioè, regole in grado di proteggere il partito da infiltrazioni, incrostazioni (che sono come le infiltrazioni, ma sono fatte da gente “dei nostri”, già dentro il partito), entrismi a colpi di tessere, malaffare, ecc.
Attenzione: non ce ne facciamo niente, come partito, dell’ennesimo file di Word con dentro delle regole vaghe che poi dimentichiamo in uno schedario del Nazareno. Facciamo delle regole che vengano rispettate e facciamo in modo che sia così: evitiamo che siano i potentati locali stessi (in cui l’etica, come vedi, non pullula) ad autogiudicarsi a livello etico. E magari mettiamo, per una volta, la regola semplice, veloce e indolore per cui chi si è candidato in precedenza in liste che si sono opposte al PD non è candidabile nel PD, così con un colpo solo combattiamo il trasformismo e favoriamo il rinnovamento. Piace?

E poi facciamo un comitato etico nazionale che abbia potere di veto e valuti tutte le candidature, le alleanze, le liste, ecc. e sia precisissimo e ossessivo nell’applicazione delle regole. Magari un comitato in cui, come tutti i comitati di controllo, partecipa pure qualche tua controparte o qualche tuo nemico (sì, ti sto facendo la proposta punk di mettere alcuni tuoi elettori e, boh, un grillino assatanato nel comitato che indaga su noi stessi).

3 – CAMBIA LO STATUTO AL PD
per fare tutto questo credo ti sarà utile, per un po’, cambiare lo Statuto del PD, togliendo materialmente potere al partito a livello locale. Si torna, cioè, ai bei tempi in cui il Partito (qui ha la maiuscola) era gestito dal centro e localmente si decideva poco. Bisogna meritarselo, il diritto a decidere per sé.
Le candidature? Le approva il PD centrale, col suo comitato etico di fastidiose signorine Rottermeier, che indagano su ogni nome in lista (alleati inclusi).
Le alleanze? Le approva il comitato suddetto, dopo aver valutato se gli alleati sono eticamente degni, non hanno nomi imbarazzanti, ecc.

E così via. Lo so, lo so che è un grande rompimento di palle, gestire così le candidature, le nomine, ecc. Ma preferisco avere qualche fastidio in più e molti imbarazzi in meno. Te lo dico da elettore che sai che ci tiene.”

 

AUTOROTTAMAZIONE E POCHE SCUSE: UN ULTIMATUM A RENZI

Quando il PD sarà diventato pulito anche in periferia, con comodo e con giudizio potremo spostare di nuovo la governance locale nei territori. Ma prendiamoci del tempo.

Mi sa che anni di berlusconismo, di partito della “ditta” e di partiti personali e familiari ci hanno fatto dimenticare che i partiti sono prima di tutto (cioè, dovrebbero essere prima di tutto) realtà che si definiscono sul piano etico e poi, a valle di quello, sul piano politico.

Ci tengo a dirlo: io ho votato Renzi non solo perché riformasse il paese in meglio (cosa che penso stia facendo, con tutte le difficoltà e le riserve del caso, ché la materia è complessa: ma il mio giudizio è positivo), ma anche perché cambiasse in meglio il PD e la sinistra per intero in ogni suo aspetto, incluso quello etico. E l’ho fatto aspettandomi che facesse tutto questo con tutta la forza possibile, prendendosi il lusso di non essere gentile o rispettoso, ove il caso l’avesse richiesto.

Per me il senso della rottamazione resta questo. E qua e là ha dato i suoi frutti, nella composizione della Direzione Nazionale del PD, in molte nomine del Governo (Boeri, Cantone), in molte candidature alle Europee (accompagnate da nomi terribili, come Cofferati, purtroppo).
Localmente, però, non è cambiato nulla.

Sono mesi che in tanti sosteniamo che Renzi deve occuparsi del “PD vicino”, la cui bruttezza è evidente e rischia di fare danni a livello nazionale.
Fino a ora non è stato fatto quasi niente. La scusa per cui Renzi ha cose più importanti da fare (per esempio tirare fuori questo paese dai guai in cui l’hanno messo i suoi nemici politici di ogni colore) inizia a traballare. E non perché Renzi abbia finalmente del tempo libero, ma banalmente perché la qualità locale del PD rischia di fare male al PD nazionale, a Renzi e al suo processo di rinnovamento.

Quindi i casi sono due. O Renzi si prende carico di questo problema (se non lui direttamente, qualcuno per lui: non mancano i nomi degni) oppure ci dice chiaramente che il PD locale gli va bene così e che ha altro a cui pensare. In quel caso perde il mio voto (e, sia chiaro, se lo scordano tutti gli altri: sono infinitamente peggio di lui).

Elezioni in Liguria: che fare? Un post delusissimo

May 27th, 2015 § 14 comments § permalink

Fossi ligure (e un po’ lo sono, per ragioni familiari e soprattutto affettive) troverei veramente difficile esprimere un voto alle imminenti elezioni regionali.

Penso che negli ultimi tempi in Liguria la sinistra tutta abbia dato il peggio di sé, inanellando una sequenza così perfetta di errori, cliché, stupidaggini e autolesionismi da sembrare una parodia.

Anzi, se qualcuno ha voglia di creare un tutorial intitolato “cose che la sinistra non deve fare MAI” da lasciare alle prossime generazioni, credo che la sceneggiatura sia già pronta: basta seguire passo dopo passo la cronistoria di questo disastro annunciato, che inizia con le Primarie per la scelta del candidato regionale del centrosinistra e finisce con una scissione, una candidatura inutile e dannosa e il rischio di far vincere la destra.

 

DUE CANDIDATI IMPRESENTABILI ALLE PRIMARIE

Quando sostengo che la sinistra in Liguria ha dato il peggio di sé non sto ricorrendo a un’iperbole. Si è manifestato davvero il peggio (un peggio storico, ricorrente) in due forme note, corrispondenti alle due candidature principali alle Primarie del PD.
Vediamole, accompagnate dal problema che si portano dietro:

 

1 – Raffaella Paita – il potere dei soliti noti, che non si rinnova
Da un lato c’era un candidato espressione del gruppo di potere che da anni possiede materialmente il centrosinistra in Liguria, che fa capo a Burlando, e che nel corso del tempo ha fatto danni gravi a livello amministrativo, politico ed elettorale (tra cui perdere le primarie per il sindaco di Genova e gestire malissimo la questione alluvioni).
Insomma, da anni c’era un PD locale gestito da un potentato particolarmente sgradevole, maneggione e arrogante: una realtà da rottamare con tutte le forze. Peccato che, dopo anni di entusiastica militanza bersaniana, sia saltato sul carro renziano e abbia espresso la candidatura di Raffaella Paita, vera e propria creatura di Burlando.

2 – Sergio Cofferati – un impresentabile (oltre che una cariatide)
Lo sostengo da anni: se c’è un’icona del peggio che la sinistra abbia mai espresso, questa è Sergio Cofferati.
Al di là di essere espressione di un’idea vecchia e non reale della società (più o meno quella della CGIL più conservatrice), al di là di essere stato un pessimo sindaco a Bologna, paracadutato dalla politica in luoghi a cui non apparteneva e che non conosceva (una delle cose più “kasta!” di sempre), si è rivelato anche antipatico, poco responsabile e soprattutto bugiardo, interessato più ai fatti suoi e ai posti di potere che alla lealtà nei confronti di chi lo ha votato. Aggiungete al mix il fatto che è totalmente incapace di comunicare in modo non paternale, non calato dall’alto, non formulaico e non algido e capirete perché per moltissimi Cofferati – sostenuto da bersaniani e civatiani – è l’epitome della bruttezza della sinistra che fu, oltre a essere la negazione del concetto stesso di rinnovamento.

 

SCONTRO FRA TITANIC

Ecco il classico scenario “scontro fra Titanic”,  una condizione in cui la scelta è tra due mali che si combattono e che sono posizionati ben oltre la soglia dell’accettabile. Non importa chi vinca: sarà sempre e comunque un fallimento destinato a colare a picco.

Difficile fare di peggio. Però va riconosciuto ai due candidati di essere stati così bravi da riuscirci.

Fin dal primo giorno delle Primarie sono volati pubblicamente sospetti, accuse, insulti reciproci.
Da un lato Cofferati accusava la Paita di aver taroccato le Primarie accordandosi con la destra per portare ai seggi votanti a suo favore, dall’altro i pullman pieni di gente raccolta non si sa come dalla CGIL e intruppata per votare Cofferati erano difficili da non notare.
Alla fine ha vinto con un discreto distacco la Paita. Cofferati ha fatto un esposto al PD centrale, che dopo un’indagine ha rilevato alcune irregolarità, ma non così tante da invalidare le Primarie.

Resta il fatto che si è consumata per giorni una battaglia a cui entrambi i contendenti hanno contribuito con il loro fardello di panni sporchi. Panni che non sono stati lavati in famiglia, anzi sono stati fatti volare nel più classico dei litigi in pubblico: un regalo agli avversari e all’antipolitica.

(Personalmente, dopo questo episodio non mi conto più tra gli entusiasti dello strumento delle Primarie, se sono così penetrabili da gruppi d’interesse, sindacati, avversari, ecc. e se ogni sconfitto può gridare allo scandalo, portandosi via il pallone e mandando tutto in vacca)

 

LA TERZA VIA CHE NON COLSE

Mettiamo in fila gli errori fatti finora, nel più classico elenco puntato:

– due candidature vecchie, da rottamare e impresentabili, figlie della cultura del vecchio PD

– un tentativo di snaturamento della volontà della base, coinvolgendo soggetti estranei al PD

– litigi in pubblico tra gente dello stesso partito, condotti ben oltre la soglia del ragionevole.

Manca un classico della sinistra di una volta: l’autolesionismo.

Ecco, quindi, che entra in gioco Giuseppe Civati.

L’amleto brianzolo alle Primarie si era schierato apertamente con Cofferati, cosa che ha lasciato un po’ interdetti i suoi supporter e i pochi che ancora pensavano che fosse espressione di una forma di rinnovamento della sinistra.
La verità è che, a fronte di tante parole, quando si è trattato di fare delle scelte di rinnovamento, Civati si è sempre trovato dalla parte della conservazione, come nelle Primarie del 2012 in cui si schierò con Bersani e D’Alema.

Di solito a questo punto i suoi difensori fanno partire il coro del “Sì, stava con Cofferati/Bersani ma malvolentieri”, che per me è un’aggravante: dalle sue parti ci si aspetta un leader, non una fidanzata malmostosa.

Ciò che sorprende è che Civati e i suoi si siano lasciati sfuggire un’occasione come le Primarie liguri.
Pensiamoci: c’erano due candidature pessime, espressione delle due correnti PD a cui i civatiani si dicevano alternativi. Civati poteva per una volta smarcarsi, proporre una candidatura diversa dai due impresentabili, farsi notare e probabilmente vincere le Primarie. Poteva, per la prima volta nella sua carriera politica, farsi notare con una soluzione innovatrice. E aveva l’occasione enorme di essere in grado di chiamare a raccolta tutti i delusi dall’obbligo di una scelta stupida tra un male e un malissimo.

E lui si è schierato col malissimo.
Tocca arrendersi al fatto che Civati e il suo staff non sono all’altezza: questo era un goal a porta vuota, bastava candidare alle Primarie un amministratore civile e un po’ sveglio.

Se perdere un’occasione enorme è una cosa spiacevole, ciò che è accaduto in seguito è stato terribile.
Cofferati, sconfitto alle Primarie, non ha accettato di aver perso, è uscito dal PD e ha dato il via a una vendetta: cercare di far perdere la Paita.

Per questo scopo particolarmente autolesionista – perché far perdere la Paita significa far vincere la destra di Berlusconi e Salvini, che in Liguria si presenta unita ed è saldamente piazzata seconda nei sondaggi – Cofferati si è tirato indietro e, in accordo con Civati, ha mandato avanti tal Luca Pastorino.
Pastorino, un parlamentare del PD non di primissima fila, sindaco di Bogliasco e civatiano, è uscito dal PD (non si è dimesso da parlamentare né da sindaco) e si è candidato presidente della Regione al di fuori del centrosinistra, con zero chance di vittoria, ma con l’obiettivo di sottrarre voti alla Paita, così da far vincere la destra.

La candidatura Pastorino parte da premesse sbagliate, perché se Civati voleva farci votare il sindaco di Bogliasco poteva candidarlo alle Primarie ed evitare di schierarsi con Cofferati.
Fossi stato ligure, alle Primarie l’avrei votato per disperazione, pur di evitare gli altri due contendenti.

L’operazione Pastorino, in più, non ha senso logico: non costruisce un’alternativa credibile, non ha nessuna possibilità di competere per la presidenza e ha un solo compito/effetto: cercare di far perdere la Paita e quindi far vincere la destra, in un’elezione in cui c’è un turno solo e vince chi arriva primo.

È evidente che il senso della candidatura di Pastorino – che i sondaggi più ottimisti danno  lontanissimo dai primi tre piazzati e con zero speranze di essere eletto presidente – è del tutto estraneo alla politica locale: Cofferati e Civati vogliono cercare di far perdere un’elezione al PD di Renzi.

Ora, capisco benissimo che ci sia chi non si riconosce in Renzi e chi lo detesta umanamente e politicamente, capisco e faccio miei tutti i rilievi alla candidatura della Paita e ai metodi del PD ligure.
Ma rischiare di far vincere la destra per “dare una lezione” a Renzi mi sembra una speculazione politica fatta sulla pelle dei cittadini liguri, che non si meritano la ghenga fascio-zombie di Salvini e Berlusconi.

Al di là del metodo – uno strappo a sinistra inutile e vendicativo, funzionale alla destra – il merito è deprimente. Pastorino si è dimostrato una delusione: privo di idee, inconsistente, fiacco, incapace di comunicare, con un programma tanto generico e ingenuo quanto palesemente raccogliticcio e improvvisato.
D’altronde i contenuti contano poco: per i promotori si tratta di “picchiare Renzi” e nulla più. E se tra le vittime collaterali ci sono i cittadini liguri, chi se ne frega.

Il confronto tra candidati alla presidenza della Regione Liguria avvenuto l’altra sera su Sky è stato rivelatore: Pastorino è stato vacuo e poco credibile, riuscendo a raccogliere credo il gradimento più basso mai registrato in un confronto tra candidati: un umiliante 13%, come riportano i dati di gradimento riportati da Sky.
Insomma, ai promotori dell’operazione Pastorino manca perfino la scusa “qualitativa”: il candidato è indubbiamente mediocre.

 

OK, MA TU COSA VOTERESTI?

In uno scenario così verrebbe voglia di mandare tutti a stendere, restarsene a casa e pensare ad altro.

Non ci sono molte alternative praticabili, escludendo a priori la destra. Il Movimento 5 Stelle è invotabile e in ogni caso non è in grado di vincere e il resto dei partiti (tra cui 4 – quattro! – candidature diverse di estrema sinistra, a conferma dello spirito costruttivo e unitario che alberga da quelle parti) ha numeri da schedina.

I sondaggi dicono che il distacco tra la Paita e Toti è limitato. La priorità è fermare la destra malintenzionata di Berlusconi e Salvini.
Fossi ligure, darei un voto contro la destra, per fermarla.
L‘unico modo concreto per farlo è votare – col naso tappatissimo – la Paita come presidente.

Per fortuna dai sondaggi emerge un’opportunità e cioè che, in caso di vittoria, i partiti che sostengono la Paita potrebbero non avere la maggioranza per governare e dovrebbero cercare alleanze e alchimie fragili ed effimere, destinate a durare poco, qualora si concretizzassero.

Fossi un elettore ligure ne approfitterei: c’è l’occasione di fermare la destra e facendo “non vincere” le liste che supportano la Paita.
Uno scenario simile potrebbe seriamente portare a nuove elezioni regionali. E magari a un PD ligure commissariato e a una candidatura di centrosinistra innovativa, presentabile e in discontinuità con Burlando e amici.

Riassumendo:

–  voto tattico e col naso tappato alla Paita come presidente in funzione anti-destra

– voto di lista a un partito di un’altra coalizione (nel mio caso mai alla destra, agli autolesionisti di Pastorino e a Grillo).

Vorrei fosse chiaro che un voto così non è un voto “utile”. È un voto disperato e distruttivo, fatto per fermare la destra e al contempo impedire a una sinistra inqualificabile di governare male come ha spesso fatto, favorendo nuove elezioni e – si spera – un’offerta politica più civile.

 

ALZIAMO GLI STANDARD?

Doversi ridurre a votare con delle acrobazie per scegliere un “meno peggio” effimero pur di arginare una destra morta e sepolta e resuscitata dall’aventatezza di Cofferati e Civati è semplicemente umiliante. Perché siamo tornati a dividerci, a giocare di sponda e a rivitalizzare la destra. Questo è un mix di bruttezza, arroganza e autolesionismo che conosciamo da anni (avessi voglia di mettere delle immagini, qui comparirebbero le fotografie di D’Alema e Bertinotti).

Come elettore di sinistra, scusate, pretendo di più.

Pretendo più attenzione da parte del PD centrale alle realtà locali. È nelle realtà locali che i potentati che prosperano da anni, è lì che il partito viene invaso da gente con intenzioni poco pulite, è lì che non si è rinnovato nulla, perché i soliti noti hanno cambiato casacca da bersaniani a finti renziani dell’ultima ora.
Questo vale da anni in Liguria come in Piemonte (regione in cui vivo e in cui evito qualsiasi rapporto – anche elettorale: non lo voto – col PD locale, preso da una guerra tra bande di signori delle tessere e interessi terzi, tra cui un po’ troppa gente in direzione che ha ruoli dirigenziali nella Sitaf e aziende affini) e, a leggere i giornali, nel Lazio di Mafia Capitale, in Campania e chissà dove altro ancora.

Di grazia, Renzi vuole occuparsi di questo problema o no? Qui, nel “partito vicino” il verso non è cambiato. E le facce (e i metodi) nemmeno.
Ricordiamoci che Bersani non ha fatto nulla per risolvere questo problema, anzi la sua gestione è responsabile dell’incrostazione dei potentati locali; il risultato è stato un 25% alle politiche, perché la gente è difficile che sia così articolata nei giudizi da distinguere tra PD nazionale e PD locale.

Pretendo più civiltà e più responsabilità da parte di chi si oppone a Renzi, elettori inclusi.
L’operazione Pastorino è una stupidaggine assurda compiuta sulla pelle dei cittadini liguri. Cioè, pur di dare contro a Renzi, Civati e Cofferati sono disposti a regalare la Liguria a Berlusconi e Salvini. Sono i nuovi Bertinotti, ma con meno stile, meno idee e senza le attenuanti di allora.

Lo dico a quei pochi elettori intenzionati a votare Pastorino per dare una lezione a Renzi o perché schifati dalla Paita: capisco, ma riconsiderate le vostre priorità e fate i conti con la realtà.
Chi vota Pastorino contribuisce direttamente a far vincere la destra di Salvini, Casa Pound e Forza Italia. Capisco le buone (e cattive) intenzioni, ma cerchiamo di essere lucidi: quella gente è pericolosa e l’antifascismo viene prima di tutte le divisioni di cui ci piace circondarci.

Infine pretendo più qualità nelle candidature del centrosinistra, perché tra gli aspiranti presidenti emersi dal PD e dai suoi fuoriusciti non c’è un solo nome votabile, in queste elezioni liguri. Che si tratti di impresentabili, di infami funzionali alla destra o di semplici incapaci, la qualità è bassissima.
Sono deluso io che abito in un’altra regione, figuriamoci i liguri.

Antifascismo riflessivo: pensieri sul bruto che c’è in noi

March 20th, 2013 § 44 comments § permalink

Nei mesi passati, casomai non lo aveste notato :), ho supportato la corsa di Matteo Renzi alle Primarie del centrosinistra. (tranquilli, non è l’ennesimo post su Renzi, ma su una cosa molto più spiacevole)
Dal momento in cui ho dichiarato online il mio orientamento per le Primarie e il conseguente dissenso dall’attuale linea e classe dirigente del PD, mi sono accorto che su Twitter è iniziata una progressiva escalation dell’odio.

A ogni mio tweet sul tema PD e affini, cioè, corrispondevano sempre più risposte antipatiche da parte di altri utenti: spesso attacchi personali, polemiche pretestuose, provocazioni, eccetera.

Cosa curiosa: le persone più assidue in questi attacchi erano sempre le stesse, giorno dopo giorno.
Ho provato a controllare in giro: sempre loro, un gruppo ben definito, aggredivano altri utenti di Twitter non allineati con la linea bersaniana del PD. E lo facevano con toni aggressivi, talvolta offensivi e arroganti. Pura logica di branco: uno scrive e tanti arrivano ad aggredire, irridere, provocare (non a dialogare, che è cosa gradita anche se non si concorda).

Seguendo le tracce di uno degli utenti più aggressivi ho scoperto che era registrato a un sito: 300 Spartani.
E, con mia somma sorpresa (e fatica, ché mi è costato cliccare sull’avatar di tutti gli iscritti), mi sono accorto che gli aggressori digitali erano praticamente tutti lì, associati a quel sito.
Che sorpresa. Coincidenza?

Trecento Spartani sulla carta dovrebbe essere il volto “social” del PD: un gruppo di militanti digitali che fa campagna elettorale per il partito, dialogando sui social media con gli interessati.
A leggere questo articolo su Lettera 43 sembra proprio quello: tanti giovani volontari che fanno una campagna obamiana di inclusione digitale, allargamento del consenso, eccetera.

Nell’articolo si parla di “volontari a disposizione del dipartimento comunicazione del partito”, quindi le loro azioni sono ufficiali e su mandato del dipartimento comunicazione del PD. Il coordinatore del progetto, non a caso, è Tommaso Giuntella,  uno dei tre “scudieri” di Pierluigi Bersani durante la campagna delle Primarie (gli altri due erano Alessandra Moretti e Roberto Speranza, ora portavoce del PD alla Camera).

Imponendosi di non pensare male, possiamo essere così ingenui da pensare che la coesistenza del gruppetto d’assalto all’interno del sito Trecento Spartani sia pura casualità. D’altronde è evidente che tra i Trecento ci sono anche persone il cui agire online è civile e rispettoso e che non hanno partecipato alle squadracce.

A essere un po’ meno ingenui, invece, sorge il sospetto che non si tratti di una coincidenza e che l’azione di aggressione online del dissenso sia organizzata e parte del progetto.
A conferma di questo ci sono un po’ di fatti, al di là del riferimento culturale fascistoide nel nome (lo dico con dispiacere, amando quel fumetto e detestandone il film) e delle retoriche guerriere sbandierate qua e là sul sito.

 

AGGRESSIONI ORGANIZZATE?

Il primo fatto, e il più grave, è che il gruppo dei Trecento Spartani si è reso responsabile di un attacco di massa nei commenti al blog di Mantellini, a seguito di un suo post critico verso Bersani.
Niente di grave, materialmente (l’iniziativa era innocua negli esiti e Massimo ha visto di peggio), ma indicativo di un fatto: il gruppo compie azioni di attacco organizzate e coordinate e pare avere un focus sul disturbo del dissenso interno, più che sull’allargamento del consenso al partito.

Ieri sera il coordinatore del progetto ha confermato su Twitter qui qui e qui  che l’azione era organizzata da loro, cioè dai Trecento Spartani, e non spontanea. Ha ovviamente minimizzato: “era uno scherzo”, trascurando che quel gruppo lì agisce su mandato del PD e prima di fare cose simili deve pensarci due volte (e poi soprassedere).

Il secondo sono le rivelazioni dell’utente di Twitter @ArgoTone, uno tra gli utenti più attivi nella polemica, spesso con toni accesi (è un eufemismo).
Messo di fronte all’evidenza della presenza del suo profilo sul sito dei Trecento Spartani, ha riconosciuto di aver partecipato alla nascita del gruppo e di esserne uscito in seguito, in dissenso a suo dire con la linea e con le pratiche diffuse al suo interno.
Lascio alle sue parole, riprese dal suo profilo Twitter, la spiegazione del perché.

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Mentre ieri si dipanava la discussione con i protagonisti di questi attacchi, un bel po’ di persone su Twitter rivelava o realizzava di essere stata vittima di attacchi di gruppo organizzati da parte dei soliti difensori dell’ortodossia PD, a conferma che il fenomeno era diffuso su larga scala.

 

ESISTONO QUINDI I PICCHIATORI DIGITALI DEL PD?

La situazione è spinosa. Credo non ci siano le prove provate per affermare con certezza che il PD ha attivato un gruppo di “attivisti digitali” il cui focus purtroppo non è stato fare campagna elettorale o promuovere le idee del partito, ma aggredire sistematicamente e in modo organizzato e di gruppo il dissenso online su Twitter.
Ci sono però tutti gli elementi per sospettarlo. Ognuno si faccia la sua opinione.

La mia idea, che esula un po’ dal problema in sé, è che il “bullismo di sinistra” (ricordate l’hashtag “scagnozzixbersani“? ora mette un po’ i brividi, a ripensarci), spuntato durante le Primarie a difesa dell’ortodossia bersaniana, è dilagato a Primarie concluse e ha fatto danni elettorali, punendo il PD intero e mandando via tanti elettori dubbiosi, orbitanti, “di area”, ecc.
Mi rendo anche conto che il bullismo tanti-contro-uno è parte delle (deprecabili) grammatiche della conversazione online. Di solito si fa contro il potente/famoso di turno; chi di noi non si è divertito a impallinare Formigoni o la Santanché? Mi pare, tuttavia, che la questione sia diversa come valori e come gravità se il tutto è compiuto contro singoli utenti ed è fatto da parte di un gruppo spalleggiato dal PD.

Di certo c’è il fatto che il gruppo dei Trecento ha rivendicato, attraverso il suo coordinatore, un’azione di massa e organizzata di attacco a un blog che esprimeva dissenso verso la linea Bersani.
Per me, elettore PD, è una cosa gravissima (come metodo: gli esiti sono da ridere). E trovo ancora più grave che sia riconducibile al partito.
Mi chiedo se la dirigenza PD ne è al corrente e cosa ne pensa.
Come avreste reagito se una cosa simile fosse stata fatta dai berlusconiani o dai grillini più ultras? Pensateci.

E’ anche inoppugnabile che al suo interno ci sono protagonisti degli attacchi sistematici su Twitter a chi non sposava la linea Bersani. Un caso? O no?

Ciò che è evidente, però, è un dato politico: finite le Primarie, le forze a supporto di una parte del PD (quella bersaniana) sono state cooptate per gestire la comunicazione del partito per intero.
Si sono, cioè, presi i miliziani di una parte (gente che non va esattamente per il sottile e a cui è toccato il lavoro sporco) e li si è messi a comunicare con tutti e per conto del partito. Hanno fatto danni enormi per inesperienza, insipienza, inconsistenza dei responsabili, limiti personali dei protagonisti.
Chi li ha messi in quel ruolo ha fatto un errore evidente. (Già, chi?)

Questo ha fatto sì che la comunicazione sui social network fosse un fallimento da ogni punto di vista, con elettori dubbiosi mandati via, derisi, aggrediti, offesi. Ieri erano in tanti a lamentarsi di questo. Un ottimo modo per perdere voti.

 

GUERRIERI AUTOLESIONISTI AKA FRIENDLY FIRE

La mia critica politica ai Trecento Spartani, anche al netto della loro eventuale missione di repressione del dissenso, è proprio questa: aver agito prevalentemente, con i crismi del partito, per fare polemica interna e aver difeso l’ortodossia e non aver prodotto risultati credibili nell’unico campo utile, quello elettorale.

Il gruppo di “conversatori” del PD, insomma, ha conversato ben poco, al di là dell’urlare dietro a renziani e non allineati. Non ha fatto notizia, non ha guidato il dibattito, non ha prodotto consenso.

(No, non ci sono dati a supporto che possano convincermi: seguo il dibattito politico online con molta attenzione e confermo che gli Spartani non hanno combinato nulla di buono o interessante, a livello di contenuti e conversazione, anzi con buona probabilità molti di voi li sentono nominare oggi per la prima volta)

Di questa cosa, da elettore, chiedo conto alla dirigenza PD. Vorrei sapere chi ha deciso l’esistenza di questo gruppo, chi l’ha impostato in questo modo, con quali criteri sono stati scelti i partecipanti, chi ha dettato la linea e, in ultimo, quanto ci è costato (eventuale retribuzione del coordinatore, costo del sito, costo degli “esperti europei”, eccetera), visto che il partito campa coi soldi pubblici.
Perché se un progetto è inutile o, come in questo caso, fa danni, forse è il opportuno che qualcuno, comportandosi da adulto, si faccia avanti e agisca con responsabilità.
Se il PD è veramente cambiato negli ultimi 15 giorni (faccina ironica), sono certo ci farà un’operazione di trasparenza.

 

IL BRUTO NELL’ALBUM DI FAMIGLIA 

C’è una parte ancora più triste, in questo post. Ed è la considerazione che – seppure vaccinati al brutto della Rete, agli eccessi della conversazione e al sistematico emergere del “rumore di fondo” (fatto di meschinità, trollaggi, cliché, eccessi verbali, facilonerie, eccetera) – provo un dispiacere personale fortissimo quando il comportamento brutale, il cosiddetto “fascismo di metodo”, avviene a opera di gente della mia parte politica o quasi.

E’ una situazione in cui mi duole più per chi compie la malefatta che per i suoi esiti.
E’ un po’ brutto a dirsi, ma mi vergogno per loro. Perché mi assomigliano, perché è gente che probabilmente ha le mie idee al 90% ma non possiede o ha perso di vista, complice forse un clima da esaltazione da ultras, il tacito codice etico condiviso che regola comportamento online.

Se poi il cattivo comportamento è organizzato ed è di gruppo, tanti-contro-uno, mi viene la nausea.
Il branco mi fa schifo. E mi fa schifo ancora di più se ha i miei colori.

Ora non so dire se le logiche di branco siano state progettate dall’alto (sarebbe gravissimo e non ci voglio nemmeno pensare) o semplicemente siano emerse in modo naturale, vista l’origine di parte del gruppo, nato con le Primarie, fatto di fan ultra-ortodossi del segretario e volto più alla polemica e all’esclusione identitaria che all’inclusione e all’allargamento del consenso.

So che mi dispiace che una cosa così sia esistita. E mi sarebbe dispiaciuto anche se fossi stato bersaniano. Anzi, credo dispiaccia a tutti indipendentemente dagli orientamenti. E se ci fosse stata una cosa simile ma di natura renziana l’avrei attaccata con tutte le forze.

In questo dobbiamo essere, in tutti i modi, diversi dai grillini. Tanto. I più diversi possibile.

Capitelo – lo dico a tutti: dirigenti (spero dimissionari a breve, per colpe più gravi di questa, beninteso, ma anche per questo) e militanti: cose così non si devono fare.

L’atteggiamento da gradassi spalleggiati dai compari, l’arroganza di gruppo e la logica da branco non appartengono alla nostra cultura (in cui vivono benissimo i toni forti, le iperboli, gli scazzi, eccetera, non facciamo le mammole nemmeno per finta).
E in quanto uomo di sinistra combatto queste attitudini e questi comportamenti anche se me li ritrovo in casa.
Se l’antifascismo è un valore (e lo è), sta a noi combattere il fascismo in ogni sua forma. Anche quella riflessiva.

 

POSTILLA SUI PANNI SPORCHI E SULLA POSIZIONE DELLA LAVANDERIA

Non pochi, su Twitter, hanno sollevato l’annosa questione: “Restiamo uniti”, “Laviamo i panni sporchi in famiglia”, eccetera. Insomma, la critica è la solita ed è figlia di anni di centralismo democratico: non scanniamoci in pubblico.
Il tema è complesso e ho già scritto abbastanza. Ma è utile condividere cosa penso.

Penso che l’unità sia un valore, ma in certi casi – quando diventa connivenza o complicità su cose esecrabili – non lo è. E fa danni, ispira mentalità sbagliate e va oltre la mia personale soglia etica.

Se un mio compagno di partito, per dire, ruba, lo denuncio. E non lo denuncio al partito, ma alla Polizia (nota: è un comportamento che critichiamo alla Chiesa riguardo i preti pedofili: cercano la soluzione interna, zitti zitti).
Allo stesso tempo penso che l’unanimismo o la cultura del “parliamone a porte chiuse” sia da evitare quando reprime la dialettica. In un partito aperto e trasparente, che fa le Primarie come regola e che ha vocazione maggioritaria, è normale che non ci siano vincoli di unità così stretti.

In un caso come quello dei Trecento Spartani mi sembra inevitabile che la discussione e la messa in evidenza delle responsabilità siano pubbliche: stiamo parlando dei danni politici e d’immagine fatti da un gruppo di volontari che rispondono al dipartimento di comunicazione del PD, non di una bega di condominio.

 

SECONDA POSTILLA SULLA SINTESI

No, su certe cose che hanno a che fare con l’etica non c’è sintesi. Per me si risolve solo con la sparizione del gruppo dei Trecento Spartani e l’impegno affinché una cosa simile non avvenga mai più, soprattutto con la benedizione del partito.

Il problema è politico e riguarda comportamenti, ruoli, responsabilità e identità all’interno del PD e nella sua orbita più stretta.
Quello che è emerso non è qualcosa che dà fastidio a me e solo a me, ma è un problema complesso e trasversale, che ha fatto danni a tutto il partito.
Forse è perfino un problema che cela al suo interno le radici del problema più grande, cioè le ragioni della sconfitta elettorale del PD nel 2013.

Pensiamoci, parliamone, anche con toni accesi, paroloni, eccetera. Ma tra persone.
Gli altri modi, le bande tutti-contro-uno non ci appartengono. Ricordiamolo.

Who’s gonna drive you home?

November 28th, 2008 § 18 comments § permalink

Dopo aver dato il meglio di sè nella gestione del problema della presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI, candidando un impresentabile e incompetente e vedendosi eleggere con un colpo di mano – coi voti della maggioranza berlusconiana  – un poco di buono ex mastelliano pronto a tutto (e mi inquieta che il PD candidi uno così, davvero), il partito che teoricamente dovrei votare sta consumando le sue preziose energie politiche per un’altra battaglia di altissimo profilo e che non mancherà di appassionarci per la sua utilità per il paese.

Quanto avrei voluto che dio mi avesse fulminato seduta stante il giorno in cui ho lasciato la mia email agli uffici stampa nazionali e locali del partito che teoricamente dovrei votare, perché è ormai da una settimana che quotidianamente le caselle di posta si intasano a causa di una pioggia di comunicati stampa su un tema fondamentale come la collocazione nel Parlamento Europeo del Partito Democratico.

Ovvero, fra un anno ci saranno le europee e verosimilmente il PD riuscirà a fare eleggere qualcuno, nonostante stia facendo di tutto affinché ciò non accada. Dove si siederanno costoro? Staranno nel gruppo del Partito Socialista Europeo? O con i Popolari? Oppure con un terzo gruppo?

Certo, se il tuo partito è fatto da una mai completata sintesi tra ex ex comunisti e ex ex democristiani, il problema è spinoso, perché non puoi certo chiedere a quella simpatica donna della Binetti di sedere tra i socialisti europei. Così impari a candidarla, peraltro.

Però, per quanto mi riguarda, è un problema inutile. E trovo pure insultante leggere che Fassino, Rutelli, Bobba, ecc. si lancino strali su una questione puramente formale mentre avrebbero un bel po’ di cose da fare (opposizione, costruire un’alternativa credibile al berlusconismo decadente di questi anni, ecc.)

Ma davvero, ci interessa dove siederanno gli eletti del Partito Democratico nel Parlamento Europeo?
A me francamente il dibattito dà le stesse vibrazioni che la serie B di pallamano femminile.
Mi interessa, invece, molto come il PD voterà, quali sono le sue proposte, le sue scelte e le sue posizioni. E mi sembrano questioni a monte rispetto al gruppo parlamentare a cui iscriversi.

Invece no, i pezzi da novanta del PD continuano questa guerra di comunicati piccati e stronzetti in cui di fatto gli ex DS continuano a dire “la grande tradizione riformista europea sta tra i socialisti” e gli ex democristiani rispondono “col cazzo, piuttosto ce ne andiamo”, coi pochi laici ex Margherita che tergiversano e, nel dubbio, dicono tutti la loro.

E quindi via con illuminanti e promettenti discussioni su un ipotetico scioglimento del PD, su una scissione, ecc. Non che si rovini nulla più di tanto, eh? Però c’è sempre un limite al peggio.

 

E’ UN FATTO DI APPARTENENZA

La cosa che mi spaventa e mi fa capire che a sinistra (ma in verità il problema è trasversale, sebbene con intensità differenti a seconda degli schieramenti) siamo ancora mostruosamente indietro nella visione dello scenario politico.

Continuiamo, cioè, a pensare alla politica come ad una questione di appartenenza. Quindi il problema numero 1 dell’esordio del PD nel Parlamento Europeo non sarà cosa voterà caso per caso, ma come si definirà, a quale “grande famiglia trasversale” della politica europea si iscriverà.

Tradotto in termini pratici, il PD spende il 99% delle sue già esigue e contraddittorie energie politiche per cercare litigiosamente di distillare una sintesi identitaria tra le sue componenti. E consuma se va bene l’1% a fare politica, cioè a compiere gli atti materiali che permettono ai suoi diretti e potenziali “consumatori” di definirlo.

E questo è un po’ il dramma della sinistra e del suo approccio al paese. Continuiamo, noi che di sinistra lo *siamo*, a non capacitarci come il resto del paese possa non esserlo senza sentirsi sporco, in colpa, ecc. E continuiamo a fare una politica in cui il nostro fine reale non è risolvere problemi (o proporre soluzioni per) e su questo conquistare voti, ma è di fatto lavorare affinché la gente si converta e *diventi* di sinistra o centro sinistra o centro centro sinistra.

In verità basta riavvolgere minimamente il nastro per notare come la dimensione identitaria a sinistra sia una priorità assoluta. Democratici di Sinistra, Sinistra Democratica, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, ecc. Lo vedete? L’ossessione di definire un’appartentenza che è a monte, a priori rispetto all’azione politica.

Ovvio che la gente che magari è così intelligente da non votare per Berlusconi ma non è de facto di sinistra o non si percepisce/definisce tale finisce per votare per Di Pietro, che di fatto è l’unico partito della coalizione in grado di intercettare gli swing voters tra uno schieramento e l’altro proprio in virtù del suo essere definito da scelte, da pratiche, da posizioni e non da appartenenze politiche ottocentesche.

 

QUASI QUASI MANDO UNA LETTERA A VELTRONI (NO, CHE POI LA LEGGE IN PIAZZA)

Il tragico è che ad ogni comunicato stampa che ricevo – l’ultimo, piccatissimo, di Gianni Vernetti, persona a cui sono peraltro vicino umanamente e che come sottosegretario agli esteri nella passata legislatura ho molto apprezzato, che sfancula Fassino – mi scatta una voglia tremenda di rispondere da semplice elettore.

E mi viene una voglia pazza di gridare ai dirigenti del mio partito che questo dibattito inutile viene fatto sulla pelle dei cittadini ed è un po’ un insulto per chi ha votato PD, fidandosi che non avrebbe votato per un partito di stupidi.

E mi piacerebbe segnalare ai vari Rutelli, Fassino, ecc. che le priorità politiche mi pare siano altre. E se per loro non è così, beh allora voto altrove.
Perché qui lo tsunami ci ha colpito in pieno (ricordate? quello con la cacca-Berlusconi che ci galleggia, irrilevante, in mezzo) e chi ci dovrebbe salvare sta a riva a dibattere se farlo nuotando a delfino o a rana.

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