Signore dei dischi, servirebbe un miracolo

December 27th, 2008 § 11 comments § permalink

Tanto tempo fa, quando trasmettevo in una nota radio militante torinese, mi era stato attribuito il ruolo di “addetto all’archivio discografico”.

Era il classico lavoro rognoso, che implica fatica aggiuntiva a fronte di zero soldi in più e prevedeva, tra l’altro, una dedizione certosina ai dischi vecchi e nuovi che transitavano per le sporchissime stanze dell’emittente.

[divagazione: non uso il verbo “stazionavano”, visto il tasso con cui i suddetti dischi venivano trafugati, cosa che peraltro faceva inorridire tutti noi collezionisti, giacché appena un CD o un vinile arriva in radio viene riempito di adesivi, scritte a pennarello, ecc. per renderlo non appetibile ai ladri e ci sembrava oltraggioso che qualcuno potesse tenersi in casa un disco con la copertina pasticciata]

Per me in verità era una manna dal cielo. In effetti cosa potevo desiderare di più? Migliaia di vinili e cd da maneggiare, la possibilità di riordinare intere discografie, scoprire gemme nascoste negli scaffali, ecc. Un lavoro solitario in mezzo a montagne di dischi: il sogno di una vita per un musicofilo misantropo.

 

IL GOVERNO DELLE REGOLE

Sì, ok riordinare dischi non propri sta al possederli tanto quanto la table dance sta al fare sesso, ma in ogni caso era un’esperienza che ad un nerd musicomane non poteva che fare piacere, anche perché mentre riordini i dischi se vuoi te li ascolti.
Ed è così che ho riempito un bel po’ di lacune musicali, scoperto nuovi gusti, approfondito vecchie perversioni sonore e saziato indicibili curiosità, in modo ossessivamente “completista”.

Al di là delle competenze fondamentali richieste (capirne di musica e saper mettere su un database, all’epoca in dbIII), fare un database di musica non è facile, perché prevede coerenza (il gruppo di Michael Stipe e soci lo chiamiamo REM o R.E.M.?), l’imposizione di regole editoriali (i gruppi musicali vanno tutti senza il “the” davanti? O alcuni, tipo The Shamen, devono averlo e altri no?), la risoluzione di dilemmi che vanno avanti da decenni (consideriamo le due incarnazioni degli Isley Brothers due gruppi distinti o uno solo? E Sly And The Family Stone si archivia per cognome come i dischi solisti di Sly Stone o è il nome di un gruppo?) e in generale una certa uniformità nel trattare il dato.

All’epoca, impietosita dallo strato di polvere che mi ricopriva da mesi e dal mio rimuginare solitario tra pile di 45 giri white label (tra cui un 45 giri floscio, di quelli che dava in premio la Settimana Enigmistica, con sopra un pezzo cantato da Battiato, che pare sia rarissimo; chissà che fine ha fatto), la proprietà della radio mi affiancò un collaboratore.

Era una sorta di “lavoratore socialmente utile” credo in cura psichiatrica, ma con un passato molto rock’n’roll, quantomeno negli aspetti devianti. Infatti fumava costantemente, sembrava sempre sulle soglie di un’overdose e ricordava vagamente il fratello stempiato di Slash dei Guns’n’Roses.

Viste le sue condizioni, il “matto” fece un lavoro non da poco, smazzandosi tutto l’archivio dei vinili S-Z (e non capendo le mie vanitose inside jokes su Barthes), ma purtroppo anche adottando regole editoriali completamente diverse dalle mie, per cui ad esempio gli Smiths in vinile erano archiviati come The Smiths, mentre in CD (dove avevo messo mano io) erano Smiths, senza articolo. Sembra una cavolata, ma ti incasina il database. Corressi il tutto a suon di bestemmie, perché gli archivisti sono analritentivi per definizione e su certe cose non ci dormono la notte.

 

TOYS IN THE ATTIC

Qualche anno dopo, verso la fine degli anni Novanta, è iniziato il boom della musica digitale e ho accumulato, col tempo, una collezione di musica in mp3. Quando quest’ultima si è fatta voluminosa mi è tornato in mente il matto rock’n’roll. 

Sì, perché ho dato un’occhiata agli mp3 che vedo qui sul mio iTunes ed è una strage, un dramma.
Già, perché a pescare musica in giro finisce che chiunque dice la sua e ogni singolo file ha una struttura, una denominazione, un contenuto dei tag ID3  (cioè le informazioni accessorie sui file audio, tipo il titolo, l’autore, l’anno, il genere, ecc.) assolutamente improvvisato e corrispondente ai gusti e allo stile di chi ha creato il file. 
E ci sono pure un bel po’ di file con la denominazione sbagliata. Per dire, ho scaricato tutto “Rubber Soul” dei Beatles (che pure possiedo in originale in almeno 3 copie, tra vinili e CD) e colui che ha inizialmente ha condiviso i file ha deciso che i Fab Four si chiamano Beattles, con due “t”. 
Ma c’è di peggio, per esempio un mp3 rimediato da un tizio convintissimo che “Stairway To Heaven” sia un pezzo degli Yes (inorridisco solo a pensarci).

Insomma, con gli mp3 c’è la babele, c’è disordine, c’è caos e la collezione musicale rischia di trasformarsi in una sorta di soffitta sovraffollata in cui accumuli di tutto ma alla rinfusa. La cosa peraltro si accentua se i tuoi gusti sono vagamente disomogenei ed è facile che nella cartellina Musica convivano b-side di Jeremy Steig, sigle dei Muppets in tedesco e mappazze da 25 minuti di ambient radicale della scena tape filippina.

E se sei uno scaricatore compulsivo magari ti ritrovi con un mp3 pescato chissà dove, intitolato “track1.mp3”, senza tag ID3 e passi le notti ad arrovellarti per capire chi ne è l’autore, pur sapendo che non ce la farai mai e non dovevi per forza scaricare tutto l’archivio di quel sito specialistico sul funk colombiano, senza almeno curarti di dare un nome agli mp3 che tiravi giù.

Col tempo le ho provate tutte. In giro, per esempio, è pieno di software che ti aiutano a ripulire i tag ID3 (e i nomi dei file) e a renderli coerenti. Ma ovviamente vanno alimentati a mano: prendi i file di una determinata cartellina, gli dici a che album corrispondono e – con un po’ di fatica – il sistema aggiusta il tutto, rende i nomi di file omogenei, corregge i tag e rimette tutto in ordine.

Peccato che una soluzione simile funzioni praticamente solo se hai interi album scaricati in mp3 e se gli dici tu autore e titolo di ogni album. Se, come capita a molti, il 90% della tua collezione è costituito da singoli file presi qua e là, difficilmente riconoscibili anche dopo un ascolto, sei rovinato perché un programma così può fare ben poco.

 

MIRACOLO, MIRACOLO!

Anzi, eri rovinato.
Sì, perché finalmente è nato TuneUp, software che mi sta letteralmente risistemando la collezione musicale.

Non ho bene idea di quale magia ci stia dietro (funziona e non mi chiedo come, ho un approccio fideistico alle soglie dell’ottusità religiosa), ma TuneUp fa una cosa meravigliosa: “capisce” che brani hai e automaticamente gli corregge i tag ID3. E già che c’è scarica pure l’album-art (la copertina).

Da quanto ho capito il segreto di TuneUp è la sua capacità di analizzare l’impronta audio di un file e confrontarla con un gigantesco database musicale, capendo  – a seconda di come è fatto – a che brano musicale corrisponde. E’ incredibile, ma funziona, funziona, funziona!!!

Quindi da qualche giorno, alimentando TuneUp a palate di 500 mp3 per volta, il programmino si mette lì, macina per alcuni minuti e poi – lasciandomi ogni volta a bocca aperta con uno stupore farlocco da odioso bambino della pubblicità della Bauli – inizia a sistemarmi i brani, azzeccando autore, titolo, anno d’uscita, album di appartenenza, genere musicale, ecc. E’ pure abbastanza intelligente (per dire, cataloga come genere “surf” solo i dischi surf dei Beach Boys e non tutta la loro discografia) ed è aggiornato su cose tipo le edizioni speciali, i remaster, le versioni di dischi classici con track aggiuntive. Insomma, sa il fatto suo. Sembra di avere accanto una versione digitale di Giorgio Valletta, con doti sovrumane (che pure lui ha un po’).

Ovviamente non sono tutte rose e fiori. In primis, TuneUp è un software a pagamento. Ma si merita tutti i suoi 19$, perché è un programma unico nel suo genere e fa una cosa utilissima che nessun altro software fa.

In secondo luogo è un software che funziona solo se avete iTunes, anzi è una sorta di “parassita” di iTunes. E, pur essendo disponibile da quasi un anno per Windows, funziona bene solo su Mac (ovviamente Mac Intel con Leopard).

La versione per Windows è spinosa. La comprai mesi e mesi fa ma non ci fu modo di farla funzionare su nessuno dei tanti computer di casa. E va dato atto alla TuneUpMedia di essere stata onestissima: mi hanno rimborsato all’istante i soldi che avevo speso, senza batter ciglio e, anzi, ringraziandomi per il contributo.

Pare, tuttavia, che ad alcuni utenti Windows funzioni: non c’è modo di stabilire una configurazione ideale, perché pare che tutto dipenda dall’umore di iTunes per Windows (che è una fetenzia) e dalle paturnie di Windows stesso. Un po’ mi diverte, questa piega empirica e ascientifica in un ambito esatto come l’informatica, ma valutate con cautela magari testando il tutto con la versione demo.

In compenso da qualche settimana è uscita la versione per OSX e funziona senza particolari problemi. Ci mette il suo tempo a ripulire la soffitta musicale, ma i risultati sono sorprendenti. 
Raramente mi sento di promuovere software a pagamento e closed source, ma in questo caso vale davvero la pena.

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