Ladri fascisti di biciclette

June 3rd, 2014 § 12 comments § permalink

Questa mattina all’alba la Digos di Torino ha fatto un’operazione contro la cosiddetta “area antagonista” torinese, arrestando un bel po’ di persone per vari atti di violenza avvenuti in città, tra cui molti attacchi vandalici alle sedi del Partito Democratico (non capitava da decenni).

La notizia non è particolarmente rilevante: l’area antagonista torinese è esigua nei numeri, nel peso politico e nei risultati e da sempre soffre di un umiliante complesso di inferiorità nei confronti degli antagonisti di altre zone d’Italia e non ha combinato molto, nel bene e nel male. Giusto un po’ di violenza anonima che confina quell’area alle pagine di cronaca e mai a quelle di politica.

Quello che mi sorprende è nascosto al fondo di questo articolo: tra i vari oggetti rinvenuti durante lo sgombero di una palazzina occupata (che, ci tengo a specificarlo, non era un centro sociale aperto al quartiere) sono state trovate alcune biciclette del bike sharing della città di Torino.

Era già successo qualche tempo fa: alcuni antagonisti erano stati sorpresi mentre danneggiavano le biciclette di TO-Bike (che è la versione sabauda del Bike-MI, avviata dopo un intenso lavoro di naming) e nel giro di una notte, a seguito di alcuni arresti in area notav, erano state danneggiate e rubate numerose biciclette pubbliche, forse per rappresaglia, chi lo sa.

Detto che non mi scandalizzo per le occupazioni (non sono pregiudizialmente contrario, se intervengono sul tessuto metropolitano e producono benefici, coscienza sociale, mutualità) e neppure per la violenza politica (la condanno, ma da quell’area priva di contenuti non mi aspetto altro), per le biciclette del bike-sharing distrutte e rubate mi indigno. Anzi, non me lo spiego.

Non mi viene in mente niente di più innocuo, di più sano e di più rappresentativo della natura buona e giusta di un bene pubblico comune come le biciclette del bike-sharing, un servizio che è aperto a tutti, ha un costo irrisorio che lo rende accessibile a tutti, si diffonde sempre più al di là del centro città, favorisce una mobilità ecologica, a misura d’uomo e mi pare (giuro che mi sono sforzato a trovare qualche pecca) totalmente indiscutibile dal punto di vista politico, anche il più estremista e ostile.

Mi agito, quando non mi spiego le cose. Vorrei poter parlare con qualcuno dei responsabili di quel gesto per capire le sue motivazioni, perché davvero non le afferro. Riesco al massimo a rifugiarmi dietro la macchietta dell’antagonista che se la prende con le “biciclette borghesi”, ma appunto siamo al teatrino.

Quello che so è che un antagonista – che teoricamente dovrebbe essere uno che fa della sua vita intera una battaglia per un mondo più giusto – nel momento in cui danneggia o ruba le biciclette del bike-sharing fa un atto che non solo è intimamente sbagliato (come tutte le violenze), ma fa un furto e un danno a tutti noi. E deruba/danneggia una cosa bella che abbiamo noi, “noi” come società. Quindi un antagonista che fa un’operazione del genere viene perfino meno al suo ruolo (se fosse prendibile sul serio, beninteso).

E no, non c’è rabbia adolescenziale o spirito distruttivo punk dietro quel gesto, anche perché l’età media in quei giri antagonisti è  alta, a partire dai caporioni che sono ben oltre la cinquantina e qualche tardo scimmiottatore di slogan orribili ormai coi capelli brizzolati.
Anzi, c’è pure la contraddizione per cui questi violenti si riempiono la bocca di ecologismo militante quando si tratta di parlare di TAV, ma poi all’atto pratico distruggono e rubano le biciclette pubbliche ai cittadini, colpendo peraltro i più poveri e i meno garantiti (e, ma questa è una cosa nota, non fanno niente quando nella stessa valle scavano un secondo tunnel per l’autostrada).

Non mi interessa dire nulla sugli stili di vita, sulle retoriche e sul modo di condurre la lotta politica da parte di quel mondo lì. Non è la mia parte (lo è stata brevemente anni fa, con tutte le riserve del caso) e mi rendo conto che non è una parte con cui cercare un terreno comune.
Ho solo voglia di dire che questa cosa mi fa schifo come militante – perché fa solo male, squalifica il movimento e crea danno a quelli che teoricamente dovrebbero stare a cuore ai “duri e puri”  – e mi indigna come cittadino, perché è un furto a tutti noi, è un atto di fascismo puro, una rappresaglia gratuita senza senso.

La prossima volta che a qualcuno verrà in mente di giustificare le violenze di quest’area, perché magari colpiscono una parte politica sgradita, forse sarà meglio pensare a questo. E capire che quella violenza cieca e assurda fa male a tutti, anche a chi è così avventato da gioire perché gli antagonisti hanno devastato le sedi del PD.

Il PD cambia verbo (ausiliare). Riflessioni su una vittoria sorprendente

May 26th, 2014 § 5 comments § permalink

Di solito ci si trova da queste parti per consolarsi a vicenda dopo le elezioni. Siamo da sempre preparati all’ennesima mazzata, vissuta come una conseguenza naturale del solo fatto di esistere e di essere di sinistra. Questo spazio, quindi, di norma è occupato da un lacrimevole post pieno di pacche sulle spalle, abbracci consolatori e pile fazzolettini usati.
 
Ieri è successo che il centrosinistra ha vinto. No, dai. Ha stravinto.
Ancora meglio: ieri il PD  ha preso circa 7 punti percentuali in più del migliore risultato fatto da un grande partito di sinistra nella storia patria.
 
Non sono psicologicamente preparato per un’evenienza simile. Non ho le risposte emotive adeguate, non so bene cosa fare, non so gestire i sentimenti positivi e il senso di “release” che si prova in certe occasioni di smodato entusiasmo (a un certo punto, trascinato da una foga futurista, temo di aver scritto da qualche parte online un immotivato “adesso esco e vado a picchiare i vicini di casa”, contando che hanno facce e modi da elettori PD convinti e mi stanno pure simpatici e  pratico la nonviolenza).
 
Sono pure torinese, da noi le attività di giubilo scomposto (e a Torino sorridere in pubblico oltre una certa angolazione è considerato oltraggio al decoro) sono scoraggiate fin dalla più tenera età.
 
Mi sono comunque abbandonato a una notte intera di astratti furori, per una volta positivi. Capita di rado. Forse una volta sola nella vita.
Ne ho approfittato e spero lo abbiate fatto anche voi.
 
Ora, a bocce ferme, cerco di capire questa vittoria inattesa e imprevista e cosa si porta dietro. Perché sono ancora incredulo e ho bisogno di darmi una spiegazione razionale, proprio come quando perdiamo (ma con un mood migliore).
 
Ecco tre sensazioni che mi lasciano queste elezioni.
 
 
1 – Ha vinto la politica.
 
Vi risparmio la tirata sull’antipolitica grillina e berlusconiana, perché la sapete già.
 
Dico solo che sono bastati meno di 3 mesi di governo Renzi (che, ricordiamo, ha una maggioranza a tratti orribile e inaffidabile e una genesi costituzionalmente impeccabile ma non meravigliosa) perché arrivassero le prime riforme in Italia. Magari attività non enormi ed epocali, ma cambiamenti veri, necessari, concreti e in molti casi attivi subito e come tale verificabili.E sono stati aperti grandi cantieri per le riforme più rilevanti (che poi sono il punto debole della politica di Renzi, finora, ma c’è molto spazio per migliorare tutto).
 
Fatevi una domanda: quali altre riforme ricordate degli ultimi dieci anni? E quante di queste sono state firmate dal centrosinistra? Elencatele nei commenti, su.
A me è venuto in mente poco, perché ho l’impressione che, esclusi i problemi legali di Berlusconi, in Italia non succede niente da due decenni, sia a destra sia a sinistra.
 
Può sembrare strano, ma l’Italia era in astinenza da politica, quella vera. In compenso siamo tutti in overdose di chiacchiera politica, di gossip, di retroscena e “confronto gridato sfanculante” (non mi viene una definizione migliore per i toni degli ultimi giorni della campagna elettorale).
 
E’ bastato fare relativamente poco (enfasi su “fare”) e il paese se n’è accorto, ha iniziato di nuovo a parlare di politica, non di olgettine e pompette. E’ un risultato non numerico, questo, che forse vale più del 41%.
 
 
2 – La sinistra ha cambiato verso, ma soprattutto ha cambiato verbo (ausiliare).
 
Fino a qualche tempo fa, se qualcuno mi chiedeva le ragioni per il mio voto al centrosinistra, la mia risposta era più o meno standard: “Perché il centrosinistra è…”, “perché noi siamo…”.
Ora posso rispondere “Perché il centrosinistra ha fatto…”.
Siamo, cioè, passati dalla sinistra dell’identità e dell’essere a quella dell’azione, del fare.
 
Tanto tempo fa una mia lontana zia bigotta mi disse che nel Vangelo c’è scritto che non saremo giudicati per il male che non abbiamo causato, ma per il bene che abbiamo fatto.
Ecco, sono convinto che in politica valga un principio simile: la sinistra non si giudica per le posizioni teoriche che ha preso, ma per le cose buone e giuste che ha effettivamente fatto.
E da qualche mese abbiamo un centrosinistra al governo che, magari in modo un po’ frettoloso, fa, cambia, agisce e interviene senza troppi timori reverenziali.
 
Questa cosa sconvolge molti di noi (ove “noi” sta a intendere “quelli nati di sinistra e culturalmente tali”) ancora più di una vittoria inattesa.
Diciamolo, non siamo (più?) abituati al cambiamento, forse perché sono vent’anni che cerchiamo di difendere il paese dai cambiamenti in peggio proposti da Berlusconi.
 
Ne parlavo oggi con mia mamma, che è il mio ideologo di riferimento e in 50 anni di militanza ne ha vista qualcuna più di me. “Vedi”, mi diceva, “alcuni a sinistra hanno ancora una mentalità da ‘comitato centrale virtuale’ in cui il merito delle cose è meno importante della forma.
Quindi il ‘cosa fai’ gli importa meno di ‘come lo fai’ e di ‘con chi lo fai'”.
 
Credo sia un male endemico della sinistra identitaria, anche se qualcuno ne è guarito, con gli anni. Per fortuna molti votanti non *di* sinistra, ma *a* sinistra hanno un approccio più pragmatico. Gli interessa cosa la sinistra fa, non cosa penserebbe in linea teorica in un mondo ideale mentre sta lì con le mani in mano a tergiversare.
 
E’ bastato un elenco discreto di cose fatte al governo in 3 mesi per poter chiedere il voto in modo più convinto e convincente del solito, evidentemente.
Non sembra, ma erano anni che non avevamo risultati da sbandierare, giusto prese di posizione.
 
 
3 – Berlusconi e Grillo sono alleati inconsapevoli del PD.
 
No, non ho bevuto  (ok, sì, un po’ ieri sera per festeggiare). Provo a spiegarmi.
 
Sia Berlusconi sia Grillo di fatto tengono “fermi” la destra e il Movimento 5 Stelle. La loro presenza ingombrante (nel caso di Berlusconi anche fagocitante) è la causa della totale assenza di una classe dirigente presentabile all’interno dei loro partiti, al di là del leader di spicco.
 
La Lega, per fare un esempio, è riuscita a mettere da parte Bossi. Si è liberata dello spettro del fondatore ed è stata premiata alle urne, anche se poco.
 
La destra berlusconiana, invece, è in mezzo al guado. Berlusconi non va via, non andrà mai via (e se andrà via andranno via i suoi soldi) e questo impedisce a chiunque altro di emergere. Ed è un peccato (per loro, dico), perché i rari casi in cui si profila una figura carismatica extra-Berlusconi, la destra non solo tiene, ma addirittura rischia di vincere, come a Pavia dove è candidato il “Renzi di destra”.
 
Capita così anche con il Movimento 5 Stelle. E’ Beppe Grillo che prende i voti e questo fa sì che i candidati grillini, insomma la futura classe dirigente del Movimento, non abbiano alcuna necessità di essere autorevoli, preparati, capaci. Tanto la macchina dei voti funziona lo stesso: i grillini non votano i grillini, votano il “tutti a casa” e votano il comico sul palco.
 
Ecco perché il grado di preparazione politica, di cultura (assoluta e democratica), di capacità di distinguere il vero dalle fregnacce dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle è di solito bassissimo, con punte comiche con cui ci siamo intrattenuti negli ultimi giorni.
Ed ecco perché questa situazione non migliorerà, fino a quando Grillo comanda incontrastato: perché non c’è spazio per far emergere i migliori, lì dentro. Banalmente perché i migliori non ci sono: lì ci sono giusto burattini (che appena si ribellano vengono cacciati).
 
Con una classe dirigente senza un briciolo di autorevolezza, nessuno potrà mettere in discussione il grande limite del Movimento 5 Stelle, cioè la sua totale incapacità di dialogare e collaborare con altri partiti: una testardaggine infantile che fa solo danni, in primis a loro stessi. Anche perché è insostenibile.
 
Grazie a Grillo e a Berlusconi, quindi, il Movimento 5 Stelle e la destra non si muovono, non hanno per ora prospettive evolutive. E non credo possano crescere più di tanto, anzi. Forse possono solo calare.
Anche questa è una buona notizia.

Grandi aspirazioni

April 24th, 2014 § 5 comments § permalink

Il primo fra tutti sfoggiava sul sacco – enorme, di stoffa blu serissima – un brand misterioso: Progres. L’acquistarono i miei nei primi anni Settanta quando si sposarono e, in ossequio a una palese devozione a tutto ciò che proveniva da Oltrecortina, era made in Cecoslovacchia. Chissà dove l’avevano comprato. Forse a una festa dell’Unità, forse in qualche negozio di elettrodomestici che faceva il ricercatissimo “sconto Unipol”. Fatto sta che troneggiava nello sgabuzzino di casa a due passi dalla pila dei miei albi di Topolino, quelli da 70 lire ciascuno.
E era pesantissimo, faceva un rumore più adatto ad altre epoche, tempi in cui l’industria pesante contava ancora qualcosa nelle vite delle persone e lo sferragliare non destava sguardi preoccupati. Se aveva il suono di rottami ferrosi gettati da 50 metri d’altezza, voleva dire che funzionava. E il Progres funzionava molto, sotto quell’aspetto.

Da buon soldato cecoslovacco, faceva il suo dovere senza perdersi in leziosità: aspirava la polvere con solerzia attraverso un’imboccatura – non rimovibile – che aveva una forma simile a un limulo (animale a me ignoto fino a quando incappai nel patafisico Jarry da ragazzo: all’epoca mi piaceva pensare che fosse una versione panciuta e sverniciata del disco di Goldrake). L’unica concessione al vezzo era una luce frontale che, con la scusa di illuminare gli angoli polverosi delle case e facilitare la vita alle operose donne dell’Est, gettava qua e là sprazzi a 10 candele di sol dell’avvenire.

Era indistruttibile e credo che, se recuperato dalla cantina in cui sverna da veterano, scatterebbe sull’attenti come un solerte riservista. E’ stato pensionato dopo vent’anni  per via del suo rumore di ferriera e per avvenuta sparizione del suo paese d’origine.
Gli va riconosciuto il merito di aver resistito indenne a un allagamento della cucina, a un paio di shock elettrici e soprattutto agli assalti del mio gatto, che lo aveva eletto a suo nemico giurato. Di solito le incursioni feline seguivano un copione standard: il gatto si aggirava nello sgabuzzino dalle parti della sua vaschetta e, di colpo e senza motivo alcuno, scattava a unghie spiegate contro il limulo argentato, soffiando come un mantice impazzito. Il tutto durava poco più di 2  secondi intensissimi. Poi, realizzate le scarse perdite sul fronte nemico, l’incursore felino ripiegava con nonchalance su un’altra stanza, sicuramente inviando dal fronte comunicati che millantavano una vittoria tattica.

Per anni il Progres è stato sostituito da un aspirapolvere bicolore, anonimo, di plastica. In casa mia c’era una fatwa nei confronti del Folletto (che all’epoca andava per la maggiore), dell’azienda che lo produceva e soprattutto dell’umanità di disperati che cercava di piazzarlo con tecniche sempre più aggressive e truffaldine, tra cui la temibile scampanellata seguita da un “signora, ho un messaggio per lei” al citofono a cui mia nonna quasi abboccò, nei primissimi anni Novanta. Quindi niente scopa elettrica avveniristica, niente conta-acari, niente innovazione: la resistenza al peggiore marketing porta a porta di sempre valeva qualche granello di polvere in più.

L’aspirapolvere di plastica non aveva la linea avveniristica del Progres, aspirava un po’ meglio e facendo un po’ meno rumore, ma mancava di personalità. L’unico tratto distintivo era una specie di pedale sulla testata aspirante (a forma di rettangolo, standard) che serviva a innestare/rimuovere la modalità aspira-tappeti. In casa non siamo mai riusciti a capire quale fosse la modalità tappeti e quale quella normale: avevamo pochi tappeti e comunque aspirava decorosamente in entrambi i casi.

Il plasticone  si è riscattato dal suo  anonimato a due tinte e due modalità in un lontano luglio dei primi anni Novanta, quando un mio amico ha avuto l’idea di smontare la testata aspirante rettangolare e cercare di provocarsi dei finti succhiotti sul collo grazie al potere aspirante concentrato nella sezione ridotta del tubo. L’obiettivo era ingelosire una ex fidanzata, credo. Il risultato fu una macchia giallo-rosso-viola sul collo difficilmente attribuibile alla passione pomiciatoria di una ragazza che non fosse delle dimensioni di un grizzly. Risolvemmo fregando del fondotinta dalla borsa dei trucchi di mia madre e applicandolo topicamente sul malcapitato.

L’anonimo aspirapolvere non aveva la tempra del suo predecessore cecoslovacco. Si rompeva spesso. Fu sostituito più volte da altri aspirapolvere simili nell’anonimato, nella plasticosità e nelle performance. Così per anni.

Poi arrivò il Roomba, l’aspirapolvere automatico. Tecnicamente non era un Roomba ma un suo parente coreano, ma il quid era lo stesso: tu stai sdraiato sul divano a fare altro e lui, passo dopo passo, aspira da solo tutti i pavimenti di casa.
Il principio è bellissimo: è la realizzazione in piccolo del sogno dei Jetsons o di Star Trek, cioè una società liberata dalla necessità del lavoro (di casa) grazie alle tecnologie e dedita alla propria elevazione morale e culturale. Insomma, i soviet più l’elettricità e un sensore a infrarossi che evita che l’aspirapolvere automatico faccia un frontale coi muri, caschi giù dalle scale o scappi di casa.

Il nostro Roomba, di cui scrissi entusiasticamente al tempo, aveva un difetto: per orientarsi in casa “fotografava” a infrarossi il soffitto (che da sempre è una mappa ideale della casa, oltre che il foglio bianco su cui immaginare una nuova casa possibile) e usava queste fotografie per orientarsi. La soluzione era intelligentissima, peccato che funzionasse male nel caso di soffitti mansardati e soffitti alti. E la nostra nuova casa ha soffitti mansardati alti quasi 6 metri. Il risultato è stato drammatico, per noi che ci eravamo un po’ affezionati al nostro spazzino elettronico: lo “Scarafaggione” (questo era il soprannome che si era meritato nel giorno del suo ingresso in famiglia) era disorientato, procedeva con cadenza da ubriaco e, tanto per completare il profilo deviante, spesso si fermava a cercare impropri accoppiamenti con il bordo di un tappeto, la gamba di un tavolo o i piedini dello stendibiancheria. Uno spettacolo insostenibile.

In suo soccorso è arrivato il Bogòn, che in veneto vuol dire la lumaca: un gigantesco, modernissimo e pesantissimo aspirapolvere della Hoover. E’ un prodotto alla moda, uno di quelli fatti ad elefante o, appunto, a lumacone: c’è un guscio enorme che contiene il deposito della polvere e, attaccato a questo, un lungo tubo flessibile al cui termine è possibile installare un tubo metallico telescopico con vari accessori, tra cui la turbospazzola.
Ecco, la turbospazzola mi turba, un po’ perché dai tempi del Giudizio Universale di Cuore tutti i composti di “turbo” mi fanno venire in mente Enzo Catania, un po’ perché è una tecnologia infernale: è una spazzola rotante mossa dal potere aspirante che di fatto cattura la polvere per frizione sul pavimento e la getta in pasto alla proboscide del Bogòn. Sembra l’uovo di colombo, ma ha un difetto: tutti i peli, i capelli (e in generale i filamenti) che incontra, invece di finire aspirati si avvolgono inesorabilmente intorno ai suoi fanoni rotanti. Il risultato è che in pochi minuti puoi avere un pavimento perfettamente aspirato, ma poi devi passare 3 ore a ripulire la turbospazzola liberandola a mano dai capelli o dopo poche passate non funziona più.

Ai disastri della turbospazzola si aggiungono due difetti. Il primo è stupida tendenza del Bogòn a fagocitare le rotelline in fetro che fanno da guida alla sua spazzola e che amano smontarsi durante l’uso e disertare, il secondo è la sua totale inutilità nel togliere la polvere da superfici in alto, visto che è pesante, ingombrante e si trascina sul pavimento come un corpo morto. Se hai una casa col soffitto alto 6 metri, le superfici da spolverare al di là del pavimento sono tante. E se le trascuri si formano le famose “ragnatele di polvere”, che nel nostro caso fanno compagnia alle ragnatele vere e proprie.

Ci serviva, riflettevamo qualche tempo fa, qualcosa di agile, leggero, in grado di permetterci di spolverare con facilità in alto, ben sopra l’altezza delle nostre teste, magari arrampicati su una scala. Il primo pensiero è stato ricorrere a un aspirabriciole. Ne ho provato qualcuno di straforo da Mediaworld, tra quelli a disposizione dei clienti. Non funzionano. Mia madre ne ha uno che ha il potere aspirante di un asmatico con una cannuccia e sì e no 30 secondi di autonomia senza batteria. Bisognava trovare un altro modo.

La soluzione analogica è poco pratica, anche se finora è stata l’unica praticabile: il Bàutaro (dal veneto “bàuta”, che vuol dire “ragnatela”: in casa per qualche strana ragione i tool di pulizia spesso acquisiscono nomi del Nord Est, forse perché noi dediti alle nobili mollezze sabaude non amiamo occuparci di attività riservate alla servitù), cioè un bastone telescopico di 4 metri su cui è installata una spazzola morbida che periodicamente (ove “periodicamente” = “quasi mai”) agito qua e là sul soffitto per disturbare la vita dei ragni veri e dei ragni di polvere.
Il risultato è disastroso: la casa è pulita, ma chi opera il Bàutaro (io) riceve sulla testa una piacevole pioggia di ragni, polvere e ragnatele,  e tutto ciò che rimane impigliato in queste ultime. E dopo l’operazione di rimozione delle ragnatele deve pure passare l’aspirapolvere perché oltre alla sua testa, la pioggia di detriti polverosi e aracnidi terrorizzati finisce sul pavimento (non sul tavolo, perché in precedenza è stato coperto da un telo di nylon che sarà in seguito aspirato a dovere, una volta rimosso). L’operazione è seguita ogni volta da una doccia molto accurata, con doppio shampoo (e conseguenti capelli crespi: è una procedura che fa danni lunghi).

Ecco perché, quando qualche tempo fa ho scoperto che esisteva una linea di aspirapolvere leggeri e maneggevoli come un ombrello, in grado di funzionare senza fili per un numero di minuti dignitoso, ho subito avviato una univoca passione a distanza nei loro confronti.
Nel giro di poco più di un anno li ho visti crescere sotto i miei occhi: dal primo modello con un’autonomia quasi ridicola e un potere aspirante poco superiore all’asfittico aspirabriciole materno si è passati per un paio di uscite intermedie, fino all’opera definitiva o quasi: il Dyson DC 62, prodotto a cui nelle prossime righe riserverò una lode sperticata all’insaputa dell’azienda produttrice.

Un amico che ne possiede uno, qualche mese fa mi assicurava: “è l’iPhone degli aspirapolvere”. A suo dire un prodotto di quel genere è così pratico e leggero che cambia per sempre la tua concezione di aspirapolvere e trasforma la pulizia di casa in un gioco da ragazzi, perché non devi perdere tempo a disincastrare il Bogòn (o un suo simile, ne esistono anche fatti dalla Dyson: non comprateli!) dall’angolo in cui l’hai castigato, trascinarlo fino alla presa più utile, srotolare i 6 o 7 metri di cavo (che ad aspirata conclusa saranno riavvolti da una molla sempre più moscia, lasciando uno sgradevole mezzo filo pendulo), trovare una dannata Schuko e iniziare ad aspirare, conscio che il cavo non basterà e dovrai ripetere l’operazione per ogni stanza. E non dovrai trascinare il tubo flessibile, che si piega, si imbizzarrisce, si incastra, si ferisce su ogni spigolo.

Sì, lo so che ci sono condanne peggiori e c’è chi ramazza casa con una scopa tradizionale e se la fa bastare, ma personalmente odio tutte le attività di pulizia domestica, pur comprendendone la necessità. E ogni secondo in più passato a “fare i lavori” invece che a coltivarmi come uno stratrekkiano del futuro mi sembra sprecato, così come mi sembra sprecato ogni sforzo non strettamente necessario. Ecco perché amo le tecnologie, perché mentre la lavastoviglie ti lava i piatti, tu puoi disporre del tuo tempo libero ed elevarti come uomo giocando a Candy Crush o seguendo con passione la polemica politica sulla Partita del Cuore. E ogni macchinario che può farmi risparmiare tempo e sforzi nel fare le odiose pulizie di casa è benvenuto. Sono disposto a spendere, per questo.

Il mio amico aveva ragione: il Dyson DC 62 è l’iPhone degli aspirapolvere, a partire dal prezzo. Di listino costa più o meno come un iPhone vero e proprio. Per fortuna ormai facciamo quasi tutti così: andiamo da Mediaworld a provare le tecnologie e poi le compriamo online a prezzo scontato. Su Internet l’iPhone degli aspirapolvere costa come un Samsung Galaxy di fascia media.

Attraverso una serie di ricatti, sguardi teneri o con occhi da triglia, trappoloni emotivi, smisurate preghiere e agguati sono riuscito a convincere la mia compagna ad adottare l’aspirapolvere definitivo (la sua passione per il tema è minore rispetto alla mia, anche e soprattutto perché non le tocca manovrare il Bàutaro). E’ arrivato giusto in tempo per il mio compleanno, tra l’altro.

E’ davvero la rivoluzione: il nuovo aspirapolvere pesa sì e no come il mio Macbook Air e si porta in giro per la casa con l’agilità e l’eleganza con cui si porta un bastone da passeggio. Non ha fili, si carica con un alimentatore che è poco più grosso di quello di un Mac ed è facilissimo da usare in piedi su una scala col braccio in alto per fare fuori tutte le ragnatele in pochi secondi. Ha pure un look alieno a metà tra HR Giger e il BFG 9000 in Doom e dura oltre 20 minuti di uso continuo, che è ben più di quanto tempo io sia disposto a spolverare casa.
E ha pure la turbospazzola, ma è trasparente – cosa a cui noi nerd teniamo tantissimo – fa sfilare via molti più capelli rispetto al Bogòn e si smonta con un click su una rotella, evitandoti di infilare le dita e strappare alla cieca ciocche di  residui polverosi, peli di provenienza ignota e chissà quali altre schifezze.

Ora, a freddo, consumata l’emozione delle prime aspirazioni (alle 2 di notte: credo che i vicini stiano facendo delle bamboline voodoo con la mia forma), posso confermare che è l’aspirapolvere definitivo, dopo la rigida ortodossia filosovietica degli albori, i prodotti di plastica negli anni di plastica, le fughe in avanti tecnologiche e la concessione alla moda (scomoda) del momento.

Però non posso notare che, compiuti i 40, non solo mi esalto per un aspirapolvere ma gli dedico pure un polveroso post chilometrico. La mia trasformazione in una casalinga tradizionale credo sia iniziata e il processo temo sia irreversibile. Finirà che mi innamorerò di Julio Iglesias, passerò i pomeriggi guardando Rete 4 e prima o poi pretenderò la pelliccia per Natale. Nel caso eliminatemi in tempo a colpi di Progres.

Perché le aziende non pagano volentieri i creativi

January 16th, 2014 § 0 comments § permalink

Già, perché?

Me lo sono chiesto sul blog che ho sul Post.

Cambiamo le cose, partendo da noi

December 8th, 2013 § 15 comments § permalink

Dopo approfondite indagini ho finalmente scoperto uno dei colpevoli dello sfascio della sinistra italiana: io.

Ho guardato il mio sguardo finto-innocente nello specchio e mi sono ascoltato produrre la solita sequenza ventennale di scuse autoassolutorie: “è colpa degli altri”, “l’Italia non ci ha capito”, “c’era Berlusconi, bisognava adeguarsi”, “l’Italia è un paese di destra, cosa ci vuoi fare?”, “sembrava tanto una brava persona”, “bisognava spostare l’asse del partito a sinistra”, eccetera.

Sono anni che ci lamentiamo di questa sinistra, che non combina molto, che non ci piace, che non ci assomiglia (sempre che assomigliarci sia un pregio). E mai una volta che ci chiediamo perché.

I politici che rappresentano questa sinistra non ci piacciono? Cascasse il mondo, non ci chiediamo mai chi li ha messi lì. E soprattutto evitiamo di affrontare la domanda più antipatica di tutte: dopo anni di bruttezza (perché non è che la sinistra fa imbarazzo da qualche minuto, no?) perché non abbiamo fatto nulla per cambiare le cose e le persone?

Se l’Italia oggi è quel che è, la colpa è anche mia. Perché ho pensato che stare dalla parte giusta fosse sufficiente, senza chiedermi con troppa enfasi “ma stiamo davvero facendo le cose giuste?”. E soprattutto “le nostre buone intenzioni si traducono in pratiche giuste?”. E ho perso tempo a chiedermi se il PD fosse sufficientemente di sinistra, senza pormi il problema se stesse effettivamente facendo cose di sinistra (enfasi su “facendo”, perché uno dei rischi è avere un partito che si dice di sinistrissima e poi non fa niente, perché sta all’opposizione a vita).

Questa premessa piena di fastidiose interrogative retoriche prevede una risposta chiara: no.

Penso che per cambiare in meglio l’Italia sia necessario che la sinistra cambi il suo volto, aggiorni il suo modo di pensare e crei una nuova identità più aperta.
Per fare questo dobbiamo abbattere tutte le resistenze politiche e soprattutto psicologiche e culturali che abbiamo di fronte al cambiamento. Perché dobbiamo cambiare pure noi, dentro. Ed è difficile mettersi in discussione se ci si sente inequivocabilmente dalla parte giusta, ha un costo psicologico enorme. Ma mai come ora abbiamo la chance di cambiare le cose solo se iniziamo da noi.

Questo è un post in cui spiego perché andrò a votare alle Primarie per l’elezione del Segretario Nazionale del Partito Democratico e sceglierò Matteo Renzi.
E’ un post un po’ strano, perché è fatto un po’ come un librogame. Cioè alla fine di ogni paragrafo vi metto di fronte a un bivio in cui valutate se proseguire la lettura o meno a seconda delle vostre scelte. Non è necessario tirare i dadi.

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Ma che colpa abbiamo noi? – pagina del 777 del Televideo per i non bersaniani

June 12th, 2013 § 9 comments § permalink

Forti dello straordinario successo del PD alle Amministrative, si sono fatti vivi i responsabili del tracollo elettorale del centrosinistra alle Politiche e del conseguente esaurimento della dignità del centrosinistra, grazie alla brillante “operazione-Marini” (in cui hanno inspiegabilmente affondato la Corazzata-Prodi con colpi di fuoco-amico). Sono usciti dal piumone sotto cui si erano rintanati al momento delle prime proiezioni elettorali a febbraio portando in dono un documento intitolato internamente “Meglio un morto in casa che Renzi alla porta”.

E’ una lettura interessante, perché racconta perfettamente il modo di pensare e gli universi di riferimento dei più affermati consiglieri del fu segretario del PD.
Poiché il documento è lungo – l’hanno scritto loro: “la comunicazione, come la musica balcanica, ha rotto i coglioni, quindi beccatevi il pippone” – e scritto in sinistrese liceale, ho pensato di fare cosa gradita traducendo in italiano semplice alcune sue parti.

A questo link trovate lo .zip del PDF del documento – preso da Europa – con evidenziate le parti più interessanti, accompagnate da mie note contenenti le opportune traduzioni. Per leggerlo, salvate il file, scompattatelo e apritelo con Acrobat Reader o Anteprima (sui Mac). Su iPhone e iPad non funziona, rassegnatevi.

Per visualizzare le note, fate click sui mini post-it che trovate sparsi per il testo. Teoricamente, se tutto va bene, dovrebbero comparire.

Buona lettura.

Qui caschi bene – pignolerie musicali di un daftpunkiano cisalpino

May 24th, 2013 § 2 comments § permalink

Premessa: chi scrive è così perversamente fan dei Daft Punk da meravigliarsi ogni giorno che non citofoni un corriere recante un casco pieno di lumini accompagnato da un biglietto:

“Enrico, già ci eri stato simpatico quella volta che in una discoteca torinese sei rimasto in pista da solo all’alba e, ipnotizzato dalla tua ombra, hai ballato per tutti i 6 minuti di  “Alive” spazientendo gli amici che volevano tanto tornare a casa. Poi ci siamo accorti che ci ami così tanto da esserti guardato tutto Electroma restando sveglio e senza fare fast-forward. Come ringraziamento ecco il tuo casco: parti con noi – o chi per noi – in tour a far finta di suonare sul piramidone.

Poi, visto che siamo praticamente coetanei, se ti va, venite tu e la tua fidanzata a vivere nel ranch di Thomas: invecchieremo insieme e da anziani passeremo il tempo a ricordare i vecchi tempi seduti su qualche daft panchina di Beverly Hills.

A presto!

Tuoi, 

Thomas, Guy-Manuel”.

 

In quanto fan irragionevole del duo mi risento moltissimo se, come accade spesso, il verbo daftpunkiano è distorto, compreso male, tagliato con l’accetta. Quindi è facile immaginare lo sconforto e l’irritazione in questi giorni in cui tutti – da Brava Casa all’Informatore Cartolibrario – si sono sentiti in dovere di scrivere qualcosa sul nuovo album dei nostri beniamini.

Scrivere “i Daft Punk scoprono la disco music” (che poi è il sunto del 99% degli stupitissimi – con la t – articoli su Random Access Memories usciti negli ultimi giorni) è l’equivalente musicale di offrire al mondo una breaking news del tipo “Casadei scopre il liscio”.

 

Il fatto è che noi vestali del sacro fuoco daftpunkiano sappiamo benissimo che i due sono in overdose da disco fin dalla prima nota del loro primo pezzo. E se non si è sordi o giornalisti musicali di un quotidiano qualsiasi in Italia, basta un paio di orecchie per rendersene conto.
Certo, non ci aspettiamo che chi scrive di musica sui quotidiani – umanità disperata che normalmente deve riempire mezze pagine di interviste a Nek o riferisce di concerti di Dylan nel 2013 come se fossero rilevanti – abbia ascoltato Homework.

 

E non ci aspettiamo che su Homework abbiano ascoltato quel pezzo geniale che è “Teachers” , caso raro di esplicito brano-manifesto (mi vengono giusto in mente, prima di loro, “Ghetto Shout Out” di Parris Mitchell  o l’intro del primo album degli LFO) in cui quei due signori col casco perennemente in testa elencano tutti i maestri che hanno ispirato il loro stile.

 

Quel pezzo (che tra parentesi si è meritato una parodia che adoro) spiega tutto: il testo non è altro che un elenco di nomi di dj/produttori/musicisti e non è un caso se più di metà delle persone citate hanno combinato qualcosa di musicalmente rilevante ritoccando, pasticciando, modificando, astraendo, campionando, filtrando la disco music. Ognuno col suo stile, beninteso, ma tutti o quasi partendo dalla disco come spunto.

 

FAMOLO DISCO

Random Access Memories è in linea con quel manifesto estetico.

La differenza di sound tangibile rispetto agli altri album è che progressivamente i Daft Punk sono passati dal “fare le cose con i suoni della disco” (trasformandola in mille cose: house, techno, esperimenti di g-funk, electro, AOR, easy listening, ballatone, mazzatone drammatiche, ecc.) al “fare proprio la disco in tutte le sue salse e derivazioni”, finendo con l’approdare in territori che proprio disco non sono (tipo l’AOR), ma sono lì a pochi passi.

 

Insomma, negli album prima si sono occupati di derivati della disco music (dico “disco music” in senso allargatissimo, per cui i Ricchi e Poveri in Canada vengono venduti come gruppo disco-foxtrot al fianco di Sabrina [Salerno, ma lì perde il cognome] e nessuno batte ciglio), dando sfogo a tutte le loro altre anime.

 

Fateci caso: quella colonna portante della musica degli anni Novanta che è Homework non è altro che un infierire a colpi di filtri, risonanze house – erano gli anni Novanta, eh –  e distorsioni su suoni alla Gino Soccio (e non inventavano niente: ci avevano già pensato gli Yello), funk e altre vecchie cose da balera. E l’unico pezzo sotto i 120 bpm, cioè “Da Funk“, resta gioiosamente in campo disco, pur avendo (mancate) intenzioni hip hop, se si pensa che la sua inconfondibile rullata è un campionamento di Barry White.

 

E Discovery, fin dal titolo, altro non era che un calembour lungo e ripetuto sulle derive della disco (tra cui, intendiamoci, c’è la house) – incluse quelle imbarazzanti, ché un pezzo di “rosco” così tamarro (traduzione per voi giovani: è quel sottogenere di disco music che è anche un po’ rock, di cui tutti conoscono “I Was Made For Loving You” dei Kiss) da indossatori di fascette di spugna e polsini come “Aerodynamic” non lo si sentiva dai tempi di “Rockin’rolling Disco King” di Paul Sabu).

 

Poi, ok, c’è Human After All che è l’album meno compreso dei Daft Punk. I due – immagino causa semi-mutismo da casco – non sono esattamente bravi a spiegarsi. Quello che sfugge ai più è che è una sorta di improvvisazione in studio: due settimane e via, cimentandosi sostanzialmente con gli stessi 2 o 3 banchi di suoni. Il fatto che un disco il cui mixing è durato più della composizione sia anche un concept album sul potere dei media (i cui brani, tra l’altro, dal vivo spaccano) è notevole. E ok, qui c’è meno disco nei suoni (però non poca nei campionamenti, a guardare bene). Ma consideriamolo un caso a parte.

La realtà è che in Random Access Memories non succede nulla di nuovo e inatteso, alla luce della storia daftpunkiana raccontata finora.

Non c’è nemmeno da meravigliarsi per gli ospiti, visto che Nile Rodgers è stato associato ai Daft Punk un millisecondo dopo che il primo recensore ha ascoltato la linea di basso di “Around The World” e ha pensato agli Chic. Ma c’è la seria impressione che il buon Nile fosse uno che girava per casa Bangalter da qualche decennio, visto che secoli fa produceva Sheila & B. Devotion, duo – toh, disco – di cui il babbo di Thomas Bangalter era autore.  Sì, perché finora è stato lasciato da parte quel trascurabile dettaglio per cui il padre di uno dei due indossatori di caschi è una delle menti dietro il successo di gente come gli Ottawan e i Gibson Brothers (quindi risparmiatemi un post e non fate le facce stupite se il prossimo album dei Daft Punk suona improvvisamente disco-latin o contiene un remix del Pipppero, ok?).

Vale più o meno lo stesso discorso – immagino, però, senza che Thomas lo chiami zio – per Giorgio Moroder. Ricordo perfettamente le critiche che piovevano nel 1997 da parte di vetusti rocchettari – immagino futuri bersaniani – alle prese col mio ragionevole entusiasmo riguardo Homework: traditore, questa è merda alla Moroder. Nel loro avere torto, avevano ragione: il Cavaliere del lavoro che più si rispetta da queste parti è prima di tutto un’ispirazione e un modello per i Daft Punk, poi anche un ospite (e merda dillo a tua sorella).

 

DJSCO UNCHAINED

Qualcuno, tuttavia, si dispiace: “non è un album d’avanguardia”, “non inventa nulla”, “non è moderno”, eccetera. Tutto vero.

Mettiamola così: ci sono album che allargano i confini di quello che chiamiamo musica: inventano sonorità, spostano un po’ più in là la soglia dell’udibile, creano il prototipo di un genere, associano cose che prima stavano distanti anni luce, eccetera. Non è questo il caso.

Esistono, però, dischi che (ri)propongono con esiti felici un genere musicale già esistente a un pubblico che, per varie ragioni (anagrafiche, culturali, ecc.) gli era ostile o indifferente. Per dirla brutta, esistono dischi che “sdoganano” un sound.

Random Access Memories fa questo con la disco e le sue propaggini. E vende un disco inesorabilmente “di genere”  anche e soprattutto a un pubblico impensabile per quei suoni lì: noi fighetti bianchi del clubbing contemporaneo europeo, i ventenni di oggi (per cui il revival non è la disco, ma le Spice Girls o Kylie Minogue – quella già carampaneggiante di Can’t Get You Out Of My Head, non la sbarbina degli esordi), tutti quelli che non ubriachi a capodanno dicono “che schifo la disco” e declinano il trenino.

 

Se uno ci pensa bene, i Daft Punk fanno con la “musica di genere” ciò che Tarantino fa da tempo col cinema di serie B: recuperano e nobilitano (coi fatti  – non a tavolino e a freddo, alla Goffredo Fofi) un prodotto culturale che ai suoi tempi non aveva diritto a sedersi al tavolo dei grandi, pur vendendo molto. E lo fanno uscire dal ghetto del cult e del guilty pleasure, trasformandolo in prodotto di massa. Geni, in questo, sia come musicisti, sia come comunicatori.
Il risultato, peraltro, funziona. Fate partire “Get Lucky” in ufficio e contate il numero di persone che battono il tempo col piedino, schioccano le dita o – se lavorate in posti informali – si dirigono in sala riunioni ancheggiando. Alla fine è dance music o giù di lì: se fa così, vuol dire che funziona. In barba a i musoni che la snobbavano e al famoso popolo di Internet che – tra una molestia a un VIP e l’altra – intellettualizza una pura e semplice questione di “shut up and dance”.

 

A conferma che è un piatto che va servito freddo, nel 2013 – con qualche decennio di attesa – si consuma la vendetta della disco music sulle masse non danzanti, signori.
E i vendicatori – come richiede la tradizione – sono mascherati.

Si può fare senza

May 7th, 2013 § 7 comments § permalink

Mi sono preso una pausa di un mese dai social network. Per 30 giorni, anzi in verità per qualche giorno in più, ho vissuto più o meno come se Facebook e Twitter non esistessero, lasciando i profili a prendere polvere, inesorabilmente aggiornati per l’ultima volta il 30 marzo.

 

Le ragioni di un’azione di questo genere sono, nel mio caso, semplici e non drammatiche: ogni tanto fa bene fare una piccola dieta detox dalla Grande Conversazione, soprattutto se la chiacchiera condivisa riguarda in modo quasi esclusivo temi logoranti come la politica. Forse è un limite mio, ma le campagne elettorali finiscono sempre per consumarmi, figuriamoci quelle a cui fa seguito il più grande momento di crisi della storia della sinistra italiana, vissuto collettivamente e in tempo reale, come Twitter comanda.

E poi volevo vedere che effetto fa – su di me, sugli altri – il digiuno improvviso dopo anni di lauti pasti social quotidiani.

 

La verità è che non succede niente di rilevante: registro con un po’ di dispiacere il fatto che la quotidianità non risente in modo rilevante dell’assenza dei social media.
Forse ti senti un po’ meno informato di prima, ma alla fine ti accorgi che non lo sei, o lo sei su cose non molto importanti, come la cronaca politica spicciola.

In compenso hai un po’ più di tempo, ma non così tanto quanto preventivavi. La verità è che hai più attenzione e continuità nel compiere molte azioni (banalmente: lavorare) e finisci per fare più in fretta. Quindi sì, hai più tempo libero, ma di sponda.

 

Finisce che ti trovi nella condizione degli ex fumatori freschi di rinuncia al vizio: non è un problema dire di no alla sigaretta, ma è molto più dura gestire i tempi morti, quelli che prima passavi con l’iPhone in mano.

La buona notizia, nonostante non siano cambiate molte cose, è che dopo un mese di pausa mi sono accorto che la pratica dei social network era diventata un’abitudine più che una volontà praticata scientemente. Fare un’astinenza lunga aiuta a osservare il tutto in prospettiva.

 

In compenso intorno a te succedono cose strane. Da qualche parte dobbiamo aver condiviso il pensiero per cui se uno si assenta dall’aggiornare i propri profili sui social network per più di un certo numero di giorni, sicuramente ha dei problemi, sta male, ha casini familiari, è ammalato, impazzito, morto. Oppure è andato in vacanza senza avvertire nessuno, ma l’ipotesi non è contemplata.

Quindi la gente, con ammirevole affabilità, ti scrive e ti chiede che succede. Nel mio caso il primo “tutto ok?” è arrivato dopo 48 ore e gli altri a seguire (un paio sono perle da antologia). Ci tengo a dire che ho risposto a tutti e ringrazio tutti.

 

Cosa succede, adesso? Succede, nel mio caso, che ti ridoti di una vita su social network, ma con un po’ più di consapevolezza (diceva il vate – “la vita non è qui”), un approccio meno meccanico e scontato e un po’ più di tentata leggerezza calviniana nelle parole.

 

Resta da fare il conto di cosa ci si perde in un mese da sordomuto sui social. L’elenco dei post e dei twit mai nati è lì, sotto forma di elenco puntato mentale lunghissimo, su cui spicca qualche pezzo in bold.

C’è qualcosa che ti sarebbe tanto piaciuto scrivere ma che aveva senso a caldo, come quella riflessione su Enzo Jannacci e il fatto che il suo esegeta più credibile e sentito sia suo figlio. Mi sarebbe piaciuto dire che avere un figlio che diventa il migliore interprete del tuo pensiero, del tuo stile e della tua arte è qualcosa che dà senso a una vita e forse ti fa morire felice, soddisfatto. Mi sembra un buon lavoro, degno di una persona speciale, ecco.

Ci sono fiumi e fiumi di parole che è meglio che siano rimasti sotterranei: incassare una “vittoria” da Cassandra, vedendo confermate dal disastro del PD bersaniano le riflessioni politiche che da mesi gridavi ai quattro venti non è una consolazione. Avrei preferito aver torto.
Il silenzio imposto mi ha preservato dalla tentazione antipatica di bullarmi del mio “ve l’avevamo detto!” sulle macerie della sinistra italiana conseguenti alla Caporetto di Bersani e soci.
E no, aver fatto di tutto affinché questo non avvenisse non mi consola dalla tristezza che quello che è capitato in questi giorni sia avvenuto.

Ci sono prese di posizione più o meno vanitose, come se il profilo di quello che siamo fosse definito dal confine formato dalle parole condivise col prossimo. Quindi affrettarsi a dire che si è contro (ma tanto) questo governo PD-PDL, fare una battuta possibilmente non scontata sulla morte di Andreotti, indignarsi un po’ per le bruttezze quotidiane da cui sembra obbligatorio prendere le distanze.

E poi ci sono le cose piacevoli, divertenti, che avresti voluto condividere, raccontare, spiegare. Elio che fa un nuovo album con un singolo fighissimo che crocifigge una delle cose che più detesti al mondo. Oppure i Daft Punk che tornano con un album disco (sorprendendo giusto la gente che non sa chi era il babbo di Thomas Bangalter). E Pharoah Sanders dal vivo al Blue Note.

Non ci siamo persi niente di che, alla fine.

In compenso ora so che è vera la massima per cui un periodico e ragionevole digiuno non fa venire più fame: aiuta a controllarla.

Antifascismo riflessivo: pensieri sul bruto che c’è in noi

March 20th, 2013 § 44 comments § permalink

Nei mesi passati, casomai non lo aveste notato :), ho supportato la corsa di Matteo Renzi alle Primarie del centrosinistra. (tranquilli, non è l’ennesimo post su Renzi, ma su una cosa molto più spiacevole)
Dal momento in cui ho dichiarato online il mio orientamento per le Primarie e il conseguente dissenso dall’attuale linea e classe dirigente del PD, mi sono accorto che su Twitter è iniziata una progressiva escalation dell’odio.

A ogni mio tweet sul tema PD e affini, cioè, corrispondevano sempre più risposte antipatiche da parte di altri utenti: spesso attacchi personali, polemiche pretestuose, provocazioni, eccetera.

Cosa curiosa: le persone più assidue in questi attacchi erano sempre le stesse, giorno dopo giorno.
Ho provato a controllare in giro: sempre loro, un gruppo ben definito, aggredivano altri utenti di Twitter non allineati con la linea bersaniana del PD. E lo facevano con toni aggressivi, talvolta offensivi e arroganti. Pura logica di branco: uno scrive e tanti arrivano ad aggredire, irridere, provocare (non a dialogare, che è cosa gradita anche se non si concorda).

Seguendo le tracce di uno degli utenti più aggressivi ho scoperto che era registrato a un sito: 300 Spartani.
E, con mia somma sorpresa (e fatica, ché mi è costato cliccare sull’avatar di tutti gli iscritti), mi sono accorto che gli aggressori digitali erano praticamente tutti lì, associati a quel sito.
Che sorpresa. Coincidenza?

Trecento Spartani sulla carta dovrebbe essere il volto “social” del PD: un gruppo di militanti digitali che fa campagna elettorale per il partito, dialogando sui social media con gli interessati.
A leggere questo articolo su Lettera 43 sembra proprio quello: tanti giovani volontari che fanno una campagna obamiana di inclusione digitale, allargamento del consenso, eccetera.

Nell’articolo si parla di “volontari a disposizione del dipartimento comunicazione del partito”, quindi le loro azioni sono ufficiali e su mandato del dipartimento comunicazione del PD. Il coordinatore del progetto, non a caso, è Tommaso Giuntella,  uno dei tre “scudieri” di Pierluigi Bersani durante la campagna delle Primarie (gli altri due erano Alessandra Moretti e Roberto Speranza, ora portavoce del PD alla Camera).

Imponendosi di non pensare male, possiamo essere così ingenui da pensare che la coesistenza del gruppetto d’assalto all’interno del sito Trecento Spartani sia pura casualità. D’altronde è evidente che tra i Trecento ci sono anche persone il cui agire online è civile e rispettoso e che non hanno partecipato alle squadracce.

A essere un po’ meno ingenui, invece, sorge il sospetto che non si tratti di una coincidenza e che l’azione di aggressione online del dissenso sia organizzata e parte del progetto.
A conferma di questo ci sono un po’ di fatti, al di là del riferimento culturale fascistoide nel nome (lo dico con dispiacere, amando quel fumetto e detestandone il film) e delle retoriche guerriere sbandierate qua e là sul sito.

 

AGGRESSIONI ORGANIZZATE?

Il primo fatto, e il più grave, è che il gruppo dei Trecento Spartani si è reso responsabile di un attacco di massa nei commenti al blog di Mantellini, a seguito di un suo post critico verso Bersani.
Niente di grave, materialmente (l’iniziativa era innocua negli esiti e Massimo ha visto di peggio), ma indicativo di un fatto: il gruppo compie azioni di attacco organizzate e coordinate e pare avere un focus sul disturbo del dissenso interno, più che sull’allargamento del consenso al partito.

Ieri sera il coordinatore del progetto ha confermato su Twitter qui qui e qui  che l’azione era organizzata da loro, cioè dai Trecento Spartani, e non spontanea. Ha ovviamente minimizzato: “era uno scherzo”, trascurando che quel gruppo lì agisce su mandato del PD e prima di fare cose simili deve pensarci due volte (e poi soprassedere).

Il secondo sono le rivelazioni dell’utente di Twitter @ArgoTone, uno tra gli utenti più attivi nella polemica, spesso con toni accesi (è un eufemismo).
Messo di fronte all’evidenza della presenza del suo profilo sul sito dei Trecento Spartani, ha riconosciuto di aver partecipato alla nascita del gruppo e di esserne uscito in seguito, in dissenso a suo dire con la linea e con le pratiche diffuse al suo interno.
Lascio alle sue parole, riprese dal suo profilo Twitter, la spiegazione del perché.

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Mentre ieri si dipanava la discussione con i protagonisti di questi attacchi, un bel po’ di persone su Twitter rivelava o realizzava di essere stata vittima di attacchi di gruppo organizzati da parte dei soliti difensori dell’ortodossia PD, a conferma che il fenomeno era diffuso su larga scala.

 

ESISTONO QUINDI I PICCHIATORI DIGITALI DEL PD?

La situazione è spinosa. Credo non ci siano le prove provate per affermare con certezza che il PD ha attivato un gruppo di “attivisti digitali” il cui focus purtroppo non è stato fare campagna elettorale o promuovere le idee del partito, ma aggredire sistematicamente e in modo organizzato e di gruppo il dissenso online su Twitter.
Ci sono però tutti gli elementi per sospettarlo. Ognuno si faccia la sua opinione.

La mia idea, che esula un po’ dal problema in sé, è che il “bullismo di sinistra” (ricordate l’hashtag “scagnozzixbersani“? ora mette un po’ i brividi, a ripensarci), spuntato durante le Primarie a difesa dell’ortodossia bersaniana, è dilagato a Primarie concluse e ha fatto danni elettorali, punendo il PD intero e mandando via tanti elettori dubbiosi, orbitanti, “di area”, ecc.
Mi rendo anche conto che il bullismo tanti-contro-uno è parte delle (deprecabili) grammatiche della conversazione online. Di solito si fa contro il potente/famoso di turno; chi di noi non si è divertito a impallinare Formigoni o la Santanché? Mi pare, tuttavia, che la questione sia diversa come valori e come gravità se il tutto è compiuto contro singoli utenti ed è fatto da parte di un gruppo spalleggiato dal PD.

Di certo c’è il fatto che il gruppo dei Trecento ha rivendicato, attraverso il suo coordinatore, un’azione di massa e organizzata di attacco a un blog che esprimeva dissenso verso la linea Bersani.
Per me, elettore PD, è una cosa gravissima (come metodo: gli esiti sono da ridere). E trovo ancora più grave che sia riconducibile al partito.
Mi chiedo se la dirigenza PD ne è al corrente e cosa ne pensa.
Come avreste reagito se una cosa simile fosse stata fatta dai berlusconiani o dai grillini più ultras? Pensateci.

E’ anche inoppugnabile che al suo interno ci sono protagonisti degli attacchi sistematici su Twitter a chi non sposava la linea Bersani. Un caso? O no?

Ciò che è evidente, però, è un dato politico: finite le Primarie, le forze a supporto di una parte del PD (quella bersaniana) sono state cooptate per gestire la comunicazione del partito per intero.
Si sono, cioè, presi i miliziani di una parte (gente che non va esattamente per il sottile e a cui è toccato il lavoro sporco) e li si è messi a comunicare con tutti e per conto del partito. Hanno fatto danni enormi per inesperienza, insipienza, inconsistenza dei responsabili, limiti personali dei protagonisti.
Chi li ha messi in quel ruolo ha fatto un errore evidente. (Già, chi?)

Questo ha fatto sì che la comunicazione sui social network fosse un fallimento da ogni punto di vista, con elettori dubbiosi mandati via, derisi, aggrediti, offesi. Ieri erano in tanti a lamentarsi di questo. Un ottimo modo per perdere voti.

 

GUERRIERI AUTOLESIONISTI AKA FRIENDLY FIRE

La mia critica politica ai Trecento Spartani, anche al netto della loro eventuale missione di repressione del dissenso, è proprio questa: aver agito prevalentemente, con i crismi del partito, per fare polemica interna e aver difeso l’ortodossia e non aver prodotto risultati credibili nell’unico campo utile, quello elettorale.

Il gruppo di “conversatori” del PD, insomma, ha conversato ben poco, al di là dell’urlare dietro a renziani e non allineati. Non ha fatto notizia, non ha guidato il dibattito, non ha prodotto consenso.

(No, non ci sono dati a supporto che possano convincermi: seguo il dibattito politico online con molta attenzione e confermo che gli Spartani non hanno combinato nulla di buono o interessante, a livello di contenuti e conversazione, anzi con buona probabilità molti di voi li sentono nominare oggi per la prima volta)

Di questa cosa, da elettore, chiedo conto alla dirigenza PD. Vorrei sapere chi ha deciso l’esistenza di questo gruppo, chi l’ha impostato in questo modo, con quali criteri sono stati scelti i partecipanti, chi ha dettato la linea e, in ultimo, quanto ci è costato (eventuale retribuzione del coordinatore, costo del sito, costo degli “esperti europei”, eccetera), visto che il partito campa coi soldi pubblici.
Perché se un progetto è inutile o, come in questo caso, fa danni, forse è il opportuno che qualcuno, comportandosi da adulto, si faccia avanti e agisca con responsabilità.
Se il PD è veramente cambiato negli ultimi 15 giorni (faccina ironica), sono certo ci farà un’operazione di trasparenza.

 

IL BRUTO NELL’ALBUM DI FAMIGLIA 

C’è una parte ancora più triste, in questo post. Ed è la considerazione che – seppure vaccinati al brutto della Rete, agli eccessi della conversazione e al sistematico emergere del “rumore di fondo” (fatto di meschinità, trollaggi, cliché, eccessi verbali, facilonerie, eccetera) – provo un dispiacere personale fortissimo quando il comportamento brutale, il cosiddetto “fascismo di metodo”, avviene a opera di gente della mia parte politica o quasi.

E’ una situazione in cui mi duole più per chi compie la malefatta che per i suoi esiti.
E’ un po’ brutto a dirsi, ma mi vergogno per loro. Perché mi assomigliano, perché è gente che probabilmente ha le mie idee al 90% ma non possiede o ha perso di vista, complice forse un clima da esaltazione da ultras, il tacito codice etico condiviso che regola comportamento online.

Se poi il cattivo comportamento è organizzato ed è di gruppo, tanti-contro-uno, mi viene la nausea.
Il branco mi fa schifo. E mi fa schifo ancora di più se ha i miei colori.

Ora non so dire se le logiche di branco siano state progettate dall’alto (sarebbe gravissimo e non ci voglio nemmeno pensare) o semplicemente siano emerse in modo naturale, vista l’origine di parte del gruppo, nato con le Primarie, fatto di fan ultra-ortodossi del segretario e volto più alla polemica e all’esclusione identitaria che all’inclusione e all’allargamento del consenso.

So che mi dispiace che una cosa così sia esistita. E mi sarebbe dispiaciuto anche se fossi stato bersaniano. Anzi, credo dispiaccia a tutti indipendentemente dagli orientamenti. E se ci fosse stata una cosa simile ma di natura renziana l’avrei attaccata con tutte le forze.

In questo dobbiamo essere, in tutti i modi, diversi dai grillini. Tanto. I più diversi possibile.

Capitelo – lo dico a tutti: dirigenti (spero dimissionari a breve, per colpe più gravi di questa, beninteso, ma anche per questo) e militanti: cose così non si devono fare.

L’atteggiamento da gradassi spalleggiati dai compari, l’arroganza di gruppo e la logica da branco non appartengono alla nostra cultura (in cui vivono benissimo i toni forti, le iperboli, gli scazzi, eccetera, non facciamo le mammole nemmeno per finta).
E in quanto uomo di sinistra combatto queste attitudini e questi comportamenti anche se me li ritrovo in casa.
Se l’antifascismo è un valore (e lo è), sta a noi combattere il fascismo in ogni sua forma. Anche quella riflessiva.

 

POSTILLA SUI PANNI SPORCHI E SULLA POSIZIONE DELLA LAVANDERIA

Non pochi, su Twitter, hanno sollevato l’annosa questione: “Restiamo uniti”, “Laviamo i panni sporchi in famiglia”, eccetera. Insomma, la critica è la solita ed è figlia di anni di centralismo democratico: non scanniamoci in pubblico.
Il tema è complesso e ho già scritto abbastanza. Ma è utile condividere cosa penso.

Penso che l’unità sia un valore, ma in certi casi – quando diventa connivenza o complicità su cose esecrabili – non lo è. E fa danni, ispira mentalità sbagliate e va oltre la mia personale soglia etica.

Se un mio compagno di partito, per dire, ruba, lo denuncio. E non lo denuncio al partito, ma alla Polizia (nota: è un comportamento che critichiamo alla Chiesa riguardo i preti pedofili: cercano la soluzione interna, zitti zitti).
Allo stesso tempo penso che l’unanimismo o la cultura del “parliamone a porte chiuse” sia da evitare quando reprime la dialettica. In un partito aperto e trasparente, che fa le Primarie come regola e che ha vocazione maggioritaria, è normale che non ci siano vincoli di unità così stretti.

In un caso come quello dei Trecento Spartani mi sembra inevitabile che la discussione e la messa in evidenza delle responsabilità siano pubbliche: stiamo parlando dei danni politici e d’immagine fatti da un gruppo di volontari che rispondono al dipartimento di comunicazione del PD, non di una bega di condominio.

 

SECONDA POSTILLA SULLA SINTESI

No, su certe cose che hanno a che fare con l’etica non c’è sintesi. Per me si risolve solo con la sparizione del gruppo dei Trecento Spartani e l’impegno affinché una cosa simile non avvenga mai più, soprattutto con la benedizione del partito.

Il problema è politico e riguarda comportamenti, ruoli, responsabilità e identità all’interno del PD e nella sua orbita più stretta.
Quello che è emerso non è qualcosa che dà fastidio a me e solo a me, ma è un problema complesso e trasversale, che ha fatto danni a tutto il partito.
Forse è perfino un problema che cela al suo interno le radici del problema più grande, cioè le ragioni della sconfitta elettorale del PD nel 2013.

Pensiamoci, parliamone, anche con toni accesi, paroloni, eccetera. Ma tra persone.
Gli altri modi, le bande tutti-contro-uno non ci appartengono. Ricordiamolo.

We Who Are Not As Others – appunti per la seconda parte del discorso che faremo lunedì alle 15

February 24th, 2013 § 8 comments § permalink

[notarella prima di iniziare: ho scelto di spezzare il "post-elettorale" (mi do fastidio da solo per questo calembour di cui da qualche parte dentro me evidentemente vado fiero) in due parti e pubblicare prima la pars destruens, perché è la più rilevante e per far capire il suo peso. Ora tocca alla parte costruttiva, quella che alla fine ha prevalso nonostante tutto. Ma che grosso, quel "nonostante"]

Alla fine, come scrivevo nella metà antipatica del post, ho votato PD. E nei giorni passati, un po’ per affetto e un po’ per disperazione (virgolettato è ciò che disse Nanni Moretti dichiarando il suo primo voto al PDS, secoli fa, in un’intervista riportata da Linus) ho annoiato gli indecisi, ammorbato i parenti, perfino chiamato mio padre al telefono per un confronto tra vecchi bolscevichi sul da farsi.

Alle 15 e 01 di domani, quando guarderemo i risultati che tutti sappiamo a spanne (la dico tutta: la prospettiva di una vittoria marginale del PD anche al Senato, per quanto improbabile, non cancella il dato politico: crollo nei sondaggi dalle Primarie in poi e adieu vocazione maggioritaria e percentuali conseguenti; qui si spera di più nei risultati locali e nelle regionali, a dirla tutta) ci toccherà anche fare la il lato B del discorso post-elettorale.

Mi sono segnato, nel solito modo disordinato, due o tre cose che credo dovrò dire e che si potrebbero ridurre, banalizzando, a un enorme “sì sì, ok, siamo brutti pure noi, ma gli altri sono incomparabilmente peggio e dalle nostre parti c’è un po’ di speranza”. Vediamole:

– constatare che, nel panorama attuale, il PD è comunque l’unico partito che ha una proposta di governo credibile, di sinistra ed europeista (sottolineare “credibile” e “europeista”, citare la posizione di Vendola sul Mali e in generale sulla politica estera italiana e far presente l’antieuropeismo esplicito di Grillo e Berlusconi).

 

– ricordare a tutti il Bersani ministro liberalizzatore di cui andare fieri (sorvolando su come possa ripetere la performance alleato con SEL) e fare battuta ipotizzando che esistano due Bersani e che quello giusto lo tirino fuori solo a campagna elettorale conclusa, quando si tratta di governare. Dispiacersi, a margine, che sia della juve.

 

– giocare di sponda dicendo un’amara verità: il PD è quel che è, ma il resto è peggio da tutti i punti di vista: qualità della classe dirigente proposta, qualità dei programmi, credibilità delle proposte, capacità di governare, democrazia interna. Abbondare di esempi horror. Evitare di accanirsi su Berlusconi: è passato di moda.

 

– smontare il voto a Vendola insistendo sulla folle posizione di SEL sul Mali, sui flirt coi notav, sulle proposte bislacche come rinegoziare il debito con l’Europa; a seconda dei casi aggiungere battuta su quanto sia noiosa e da “borsetta” milanese la pizzica. Far presente che non dispone di una classe dirigent presentabile, salvo rarissimi casi (tra cui la bravissima Chiara Cremonesi in Lombardia: votatela!)

 

– presentare Monti per quello che è: un abilissimo tecnico a cui andare grati per il ruolo che ha ricoperto, che però ha saltato lo squalo scendendo in campo e alleandosi con Fini e Casini (e i succedanei di Fini e Casini), cioè gente che fino all’altro giorno era alleata strettissima di Berlusconi e non si è tirata indietro di fronte alle peggio cose. E notate che non ho scritto la parola “Cuffaro” perché poi ci metto ore a pulire lo schermo dagli sputi.

 

– far presente che nel campo dei diritti civili e della persona il PD è il fattore di cambiamento più efficace (lo so, non è il più avanzato), cioè quello con più chance di combinare qualcosa. Non sarà un’avanguardia, ma se uno si allinea al pensiero di “quasi tutto subito” e abbandona l’adolescenza del “tutto, chissà quando”, fa una cosa furba. Contano i risultati, non i proclami. Lo dico da persona che su questi temi è molto (molto molto) più in là del PD e di Renzi.

 

– ricordare a tutti che il PD alla fine è il partito di Renzi, in cui Renzi milita e in cui le sue istanze modernizzatrici, di apertura e di civiltà politica non potranno che avere cittadinanza (nonostante i picchiatori bersaniani pensino il contrario) e ricordarsi che affinché Renzi prevalga è necessario che il partito esista e conti qualcosa.

 

– insinuare, con un po’ di perfidia, che l’equivoco per cui votando PD si dice all’attuale dirigenza “ci piacete un casino, continuate così” è svanito per il semplice fatto che il bottino di voti che c’era al tempo delle Primarie è stato dissipato: ci sono tutti i margini per lamentarsi e far presente che è il caso di cambiare, anche tenendo conto che Grillo continuerà a crescere, se non si fa qualcosa.

 

– mostrare l’evidenza, peraltro condivisa anche da tanti che non sono di sinistra, che il centrosinistra governa e ha governato bene (in alcuni casi come a Torino pre Fassino, benissimo) a livello locale e, prima che Vendola e compagni lo facessero cadere, il primo Governo Prodi era ottimo. Fare l’esempio di Chiamparino, Pisapia, Zedda. Citare il sorprendente sindaco renziano di Novara, capace di vincere in terra nemica in tempi non sospetti (e governare bene), a conferma del potenziale elettorale di Renzi e delle sue parole d’ordine.

 

– offrire speranza ricordando che il PD è l’unico partito in cui, avendo voglia di rompere le scatole e perderci tempo e risorse, le cose si possono tentare di cambiare dall’interno, perché dispone di strumenti democratici che funzionano. Ed è l’unico che li usa al suo interno, con le Primarie. L’esempio di Renzi è lampante: il suo aver raccolto il 40% contro il segretario del partito, in un ambito in cui l’ortodossia purtroppo continua a essere un valore, è segno che qualcosa si può fare. E va fatto.

 

– annunciare che è ora di iscriversi al PD, indipendentemente da come è andata, e iniziare una battaglia che – personalmente con colpevole inerzia – si è tardato a fare. Chiudere annunciando intenzioni bellicose, vaneggiando di future infuocate riunioni pre-congressuali in piemontese nella sezione di quartiere, litigando con gli anziani militanti di ogni età che le animano.

 

– sperare (in silenzio o a voce alta) che una buona volta i dirigenti – e anche un po’ i militanti – capiscano la lezione e la prossima volta siano un po’ più svegli; qui non gli si porta rancore, anzi li si ringrazia per l’impegno, anche se non era del tutto ben riposto.

 

– incrociare le dita, perché alla fine uno ci tiene; perché per quanto antipatici e antiquati siano, quei signori lì sono sul tuo album di famiglia e sono gli stessi che incontri ai matrimoni e ai funerali. Sta anche un po’ a te aiutarli ad allargare gli orizzonti. O alla peggio, direbbe il Segretario, trovare una quadra. E’ una fatica. Ma si fa.