Lo dico ora, a urne chiuse

December 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Let’s stay together.

 

 

Vota al ballottaggio, anche se non ti sei registrato al primo turno

November 29th, 2012 § 16 comments § permalink

Ok, non hai votato al primo turno delle Primarie.

Avevi da fare, te ne sei dimenticato, non eri convintissimo, ti sei svegliato sverso, eri via, insomma: cavoli tuoi.

Non c’è problema: in un raro scatto di lucidità il centrosinistra burocratico ha deciso che puoi registrarti e votare al secondo turno, basta che lo fai entro venerdì e, come direbbe Elio, adduci una motivazione plausibile.

Sì, ci va la giustificazione, ma basta una motivazione generica tipo “questioni di lavoro”, “problemi di famiglia”: la solita formalità burocratica fatta per metterti il bastone tra le ruote e impedirti di dire la tua. Perché qualcuno lì a sinistra ha paura di te, che magari sei diverso o non sei un ortodosso con vent’anni di tessere in tasca che vota il segretario.

Come fare?

Semplice, vai su questo sito, compila il form e il sistema invia una mail con la tua richiesta di iscrizione direttamente al seggio in cui voterai.

www.domenicavoto.it

 

IMPORTANTE: fallo entro venerdì.
Prima lo fai e meglio è. Anzi, fallo oggi stesso, se puoi.

E, soprattutto, fallo sapere in giro. Chiama gli amici, convinci gli indecisi, porta i familiari, manda un po’ di mail a gente potenzialmente interessata. E parlane in giro. Finalmente abbiamo la chance di parlare di politica, invece che lamentarcene.

Ieri sera, in prima serata su Rai 1, per la prima volta non sembrava di essere in Italia: discorsi politici seri e concreti, una conduzione sobria, nessuna soubrette, niente urla e la sensazione condivisa che la soluzione ai problemi nazionali passi attraverso questo bel modo di fare politica.

E’ un’occasione da cogliere: puoi incoraggiare la civilizzazione della politica italiana, scegliendo e mettendoti in gioco in prima persona.
E’ la volta che si cambia.

Ehi, tu! (il post su di te, quello corto)

November 25th, 2012 § 3 comments § permalink

Ehi, tu. Sì, proprio tu.

Ero in coda dietro te alle Primarie e non ho avuto il coraggio di dirtelo dal vivo. Però te lo dico con un post.
Grazie per aver votato alle Primarie della sinistra.

Grazie anche se non hai votato come me, anche se in coda ci siamo guardati e non ci siamo trovati simili, anche se negli ultimi giorni su Internet ci siamo più o meno simpaticamente mandati a stendere, anche se sei uno che faceva la faccia tutta preoccupata del tipo “mio dio cosa ci faccio qui”.
E grazie anche se in coda, all’ennesimo rallentamento, ho pensato che forse sarebbe stato meglio che tu fossi rimasto a casa.

Grazie per averci creduto un po’, per sperarci molto di più e per esserti impegnato a fare qualcosa per tutti.

La soluzione dei problemi di questo paese non è quello che hai votato. Sei tu.

Il post su Renzi, quello lungo

November 19th, 2012 § 163 comments § permalink

Faccio subito coming out: io sono bersaniano. Ma proprio tanto.

Perché Bersani le ha tutte: ha un’età e un’esperienza politica e amministrativa tale da garantire competenza senza avere addosso troppo vecchiume, ha una storia politica affine alla mia, cioè è un ex comunista diventato sinceramente democratico con venature liberaleggianti ed è pure un esempio perfetto di “modello emiliano” con cui credo di avervi assillato negli ultimi vent’anni circa (scusatemi), peraltro avendo ragione.

Insomma, Pierluigi Bersani mi piace da morire come persona, come politico, come amministratore.
Dirò di più: Bersani mi rappresenta. Mi riconosco in lui e tra tutti i candidati alle Primarie è quello nei fatti più affine a quello che sono per storia, educazione, valori.
Ogni volta che guardo quell’immagine un po’ ingrata in cui lui è lì che si beve una birretta da solo (mentre pranza e lavora, perché quelli come noi sono degli stakanovisti quando si tratta di militare) mi viene voglia di pagargli un secondo giro e tenergli compagnia: la conversazione sarebbe di sicuro deliziosa.

Non ho problemi ad ammetterlo: Bersani sarebbe un perfetto leader di un centrosinistra di chiara matrice socialdemocratica. Nel 1992.

 

[Il post prosegue per altre 11 pagine di Word (sì, l'ho scritto in Word, sono un romantico a Milano), peraltro senza figure. Quindi o vi fermate qui o vi sincerate di avere un sacco di tempo e di pazienza a vostra disposizione. Se siete dei don Ferrante e il tempo non vi manca, proseguite oltre.] Oppure scaricate il post in PDF e ve lo leggete come più vi aggrada, qui.

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Lettera a un fratello che sciopera

November 14th, 2012 § 10 comments § permalink

Caro ipotetico fratello minore,

è un po’ che non ti scrivo, ma siamo sempre lì: tu in piazza e io a guardarti dal balcone un po’ preoccupato, ché ho già quell’età in cui l’affetto diventa protettivo e probabilmente ti metterebbe in imbarazzo.

Lo so, negli ultimi anni abbiamo avuto i nostri scazzi e un po’ di divergenze politiche. E continuo a essere scandalizzato che ti piacciano i Muse nonostante tutti i dischi che hai trovato in casa. Però ci tenevo a dirti che oggi sono con te, lì in piazza.

Magari non la vediamo proprio allo stesso modo sul governo Monti, sul PD, ma al di là di qualche dettaglio ti capisco.
Capisco la tua frustrazione di ventenne quando incontri i tuoi coetanei in Europa e scopri che questi hanno una casa tutta per loro, hanno automobili, fidanzate (alcuni addirittura mogli e figli), viaggiano, fanno progetti, coniugano i verbi al futuro, si diertono e sanno che il meglio deve ancora venire.
E tu hai orizzonti semestrali, contratti che non sono nemmeno precari: sono fatui. Non progetti niente, non costruisci, non hai spazi di manovra, perché il sistema in cui viviamo (che è complesso e quindi non ha la esse maiuscola, perché è giusto non prendersi il lusso di essere generici) ha reso permanente il tuo status di collettore di paghette. Esatto, quelle che rimediavi in casa per pagarti la birra e i dischi. La tua condizione è così diffusa e abituale che vivi in un eterno presente: non riesci a pensare più in là di qualche settimana.

Oggi sei in piazza coi nervi tesi per una questione che va oltre l’economia: fatta così, questa vita non è vita. Lo so.
Intendiamoci: nessuno tra te e i tuoi amici sta patendo la fame. State tutti bene, grazie al cielo, perché c’è una famiglia alle spalle che garantisce una casa, pasti regolari, vacanze più o meno dignitose, vestiti, eccetera.
Ma, seppure tenuto al caldo e nutrito, posso immaginare quanto ti bruci tenere lì tutto il tuo potenziale. Scalpiti, lo sento. E ti monta la rabbia, perché questa esistenza a singhiozzo non ti fa esprimere, non ti dà una direzione. Ti porterà a trent’anni a essere un collezionista di frazioni d’esperienza, la maggior parte delle quali rimediate su internet, perché la vita reale è un limbo un po’ noioso.

Non ho molti anni più di te, ma a noi è andata bene: ci è scoppiata Internet tra le mani che avevamo vent’anni e più o meno tutti abbiamo trovato un lavoro da quelle parti lì, ciascuno con la sua inclinazione. A voi non è capitato. E la fatica che abbiamo fatto (e stiamo facendo) per far schiodare dai posti di potere i privilegiati, gli immeritevoli, i vecchi che godono a vita di rendite di posizione da secoli, ecc. è bastata malapena per pochi di noi, nemmeno tutti.

La cosa che mi dispiace di più, oltre a vedere il tuo potenziale non colto e continuare a chiedermi come saresti se ti fosse riconosciuto il diritto alle opportunità, è che non ho soluzioni. Riesco solo a sfilare mentalmente accanto a te in corteo.

Ricordi, il nonno ci diceva che alla fine “al male si spara”. Loro hanno dovuto farlo per davvero, perché il male sparava alla gente, la impiccava per strada, la mandava in guerra e poi al massacro.

Io ti dico di sparare con l’unica arma nonviolenta che ci è concessa: la parola.
Spara, fratello. Spara una raffica di no. E dì ai tuoi amici di fare altrettanto. Spara un no all’ennesimo lavoro mascherato da stage non retribuito, spara un no a tutti i “fallo gratis in cambio di visibilità”, spara un no ai siti e ai giornali da 3 euro al pezzo, spara un no ai “ringrazia che ti diamo un lavoro”. Spara a chi ti nega la dignità di coniugare te stesso al futuro. Vediamo se il sistema regge l’impatto di tutti quei “no”.

Oggi scioperate, scioperiamo. Ma se finisce oggi non risolviamo niente. Il vero sciopero inizia domani e dura tutta la vita: dire di no a chi se ne approfitta, a chi ci condanna al limbo, a chi ci vuole mediocri. Rompi il sistema in modo nonviolento, con la forza del tuo no, dei nostri no. Devono essere tantissimi.
Insomma, fratello fossimo in piazza ti direi di non rompere le vetrine: rompi le palle. Pretendi chance, opportunità, occasioni. Niente di garantito, solo la possibilità di giocartela.

Mi raccomando, occhi aperti, antenne dritte e buonsenso anche quando sfoghi la tua rabbia. Tanto in corteo ci sai stare. Fai in modo che oggi sia solo l’inizio. La vera austerity da combattere è questa congiura a volerci mediocri. Dì un no fantasioso e sarò ancora, come sono sempre stato, fiero di te.
Stammi bene.
Un abbraccio militante,

Enrico

 

P.S. Mamma insiste con la storia del golfino. Magari stavolta accontentala, ché è novembre inoltrato e il golf da sfigato va fortissimo tra gli hipster. Finisce pure che sei alla moda. (poi dalla prossima volta continua a fregartene e regolati termicamente come ti pare: ormai sei grande).

Para(h)frasi*

September 24th, 2012 § 21 comments § permalink

Se non avete seguito l’affaire-Parah non vi siete persi nulla, ma dalle parti della blogosfera ci piace perdere tempo su questioni torbide, tipo appunto la scelta di questo brand di costumi e mutande (credo che loro lo dicano meglio, usando l’inglese) di utilizzare Nicole Minetti per una sua sfilata.
Molti si sono risentiti (ché la Minetti non è esattamente un esempio di donna che fa carriera in modo dignitoso), molti altri hanno riso, altri ancora hanno intravisto il segno inconfondibile del “responsabile comunicazione mannaro”, una pericolosissima specie che talvolta infesta le aziende nostrane e fa strage di buonsenso alla ricerca di soluzioni facili.

E’ sicuramente opera sua il comunicato emesso da Parah per giustificare a posteriori la scelta di una delle donne più  (giustamente, direi) vituperate del paese come testimonial: un esempio di alta scuola, forse addirittura la radice di un canone, di come non si comunica.

Come tutte le opere d’arte letteraria, merita una chiosa paragrafo dopo paragrafo. Buona lettura.

Si, volevamo la vostra attenzione.

L’avete avuta. Anche uno a cui cascano i pantaloni su un tram affollato la ottiene. Capisco che vendendo mutande e affini l’eventualità non possa sembrarvi necessariamente un male.

 

A quanto pare la notizia che Nicole Minetti sarà modella durante una sfilata Parah è riuscita ad ottenere la Vostra attenzione. L’attenzione di chi utilizza e ama i nostri prodotti, di chi conosce il nostro marchio e la sua storia, di chi probabilmente non ci conosceva neppure, ma ora sa chi siamo.

Ecco, anni e anni di cultura televisiva berlusconiana vi hanno portato a prediligere l’audience (cioè il numero di persone che sa della vostra esistenza) rispetto al buon vecchio indice di gradimento, che misurava quanto piacevate al vostro pubblico (strumento sicuramente incompleto, ma che teneva nell’equazione delle scelte la variabile della qualità).
Tutti parlano di voi, è vero. Anzi, probabilmente quel genio che ha deciso di far sfilare la Minetti sotto le vostre insegne attualmente è nell’ufficio dell’amministratore delegato a sventagliare numeri su numeri “uè, guarda lì, diecimila menzioni su Twitter in mezza giornata, troppo frizzante!” (scusate, per antichi pregiudizi da Italia nord-occidentale me lo immagino come uno di quelli che usa l’espressione “ci fasiamo”).

 

Parah negli anni ha sempre cercato di portare avanti l’immagine di un brand serio, ricercato, avvalendosi anche di testimonial famosi che hanno portato orgogliosamente i nostri capi e che noi con soddisfazione abbiamo visto far parte delle nostre campagne pubblicitarie.

Tralasciamo il disastro grammaticale per cui una frase inizia in terza persona singolare e prosegue con la prima plurale.
Siamo di fronte a una classica scusa non richiesta, che suona come un rimedio peggiore dei mali.
Dopo che scegli un testimonial impresentabile e associ i valori della tua marca ai valori che quel testimonial rappresenta (perché la questione è questa: il testimonial *è* la tua marca, dal momento che lo usi), l’ultima cosa che devi fare è dire “ehi, ma prima usavamo testimonial serissimi!”.
Perché se davvero la tua “è una provocazione” (l’espressione mi fa venire l’orticaria) e la tua marca ha le spalle così larghe da sostenerla, non devi certo metterti a specificare che sei la BBC delle mutande. La gente lo sa già, se lo sei.

 

Ma al giorno d’oggi l’unico modo per colpire l’attenzione sembra essere quello di stupire e creare scandalo, ecco perché spesso i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata, ancora meno se i testimonial sono ragazzi e ragazze scelti tra la gente comune.

Chi ha scritto (e approvato: non licenziate il povero copy che ha sfornato questo disastro, prendetevela con la filiera di manager che lo ha fatto uscire, ché colpire sempre l’ultimo della fila è facile, autoassolutorio e non risolutivo) questo paragrafo ha fatto l’equivalente comunicativo di 4 autogol di nuca.
Infatti il suddetto genio, spalleggiato dal management, riesce a scrivere nell’ordine che:

1- in questo paese l’unico modo per colpire la vostra attenzione, caro pubblico a cui cerchiamo di vendere le nostre mutande, è creare scandalo. E’ colpa vostra, perché non vi basta la gnocca, ma la volete famosa e – se possibile – con una pennellata di infamia e morbosità

2 – in passato i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata (errore gravissimo, ammettere una sequenza di insuccessi in comunicazione: su queste cose si sorvola), perché in fondo in fondo siete tutti dei minus habens e noi dobbiamo darvi quello che volete

3 – voi gente comune odiate la gente comune e non ci notate; la Minetti, insomma, l’avete messa voi sul nostro palco; fosse per noi avremmo fatto sfilare Rita Levi Montalcini

 

Ecco che questa volta abbiamo osato. Abbiamo sfruttato l’attenzione mediatica che circonda la figura di Nicole Minetti per rompere gli schemi e ottenere la Vostra attenzione.

Questa è avanguardia, pubblico di merda. L’ho già sentita, questa storia. E avevo sì e no 3 anni. Dietro ogni vaccata in comunicazione c’è un’arguta provocazione che rompe gli schemi, nella misura in cui dietro ogni musicista che stecca c’è un jazzista incompreso.

 

E’ stata una mossa coraggiosa.
Ci dispiace aver turbato e fatto arrabbiare qualcuno, soprattutto quando i nostri Clienti e Fan storici, che da sempre seguono Parah, dicono che vogliono abbandonarci.

Altro errore elementare: ammettere gli effetti nefasti della tua comunicazione sbagliata. Peraltro senza nemmeno addolcire il tutto con  qualche eufemismo. Se proprio devi (e non devi, fidati) dire che i tuoi clienti e fans ti stanno abbandonando, scrivi che *alcuni* tra i tuoi clienti e fans ti hanno “simpaticamente tirato le orecchie” o giù di lì. Ma così certifichi e ufficializzi la valle di lacrime in cui tu, marca, ti sei cacciata.

 

Ma se l’abbiamo fatto, soprattutto ora con la settimana della moda alle porte, è stato per portare l’attenzione su quello che vuole comunicare Parah, a partire dal Parah Online Contest.
Il Parah Online Contest è il concorso che ha visto quasi 300 ragazze provenienti da tutte le parti d’Italia e dall’estero, inviare le proprie fotografie o farsi fotografare sulla spiaggia per provare a diventare la nuova testimonial Parah online.
Potevamo prendere un testimonial famoso, ma abbiamo deciso di rimetterci in gioco e di dare una possibilità alle ragazze e siamo stati colpiti dal loro entusiasmo e dalla loro voglia di provare.
Ora siamo alle fasi finali. Le trenta ragazze finaliste faranno uno shooting a Milano il 4 ottobre e tra queste verranno scelte le tre finaliste che verranno votate da Voi.Una scelta pubblicitaria che non convincerà tutti i nostri fan. In questo modo però abbiamo ottenuto un risultato positivo: l’attenzione che le ragazze del Parah Online Contest ed il loro impegno meritano.

Tirata lunghissima contenente una evitabilissima auto-marchetta, con in più una scusa last-minute che non sta logicamente in piedi.
I geni del marketing di questo sventurato brand dicono, in sostanza:

1 – alla gente non piacciono le modelle comuni, perché la gente è morbosa

2 – ed è per questo che abbiamo chiamato come modella un personaggio controverso e schifato da tutti, così attiriamo l’attenzione nei confronti di un nostro contest in cui premieremo modelle non famose

3 – anche perché, se avessimo voluto, avremmo potuto scegliere una testimonial famoso (e non discusso) e avremmo fatto bingo.

Quindi lo fanno per noi, per educarci. Perché abbandonati a noi stessi faremmo sfilare solo gente come la Minetti e affini. Il loro è un trattamento omeopatico: ci danno una dose di morbosità gossippara per portarci sulla retta via dell’apprezzamento delle modelle anonime.
Son pure filantropi.

 

LA PARTE MORALEGGIANTE CHE POTETE PERDERVI PERCHE’ TANTO LA SAPETE GIA’

Vorrei evitare la notarella moraleggiante alla fine. Però, disgraziato di un responsabile comunicazione mannaro, ora il danno è fatto. E scoprirai sulla tua pelle, se tu e i tuoi superiori che ti hanno dato corda siete ancora in possesso di un lavoro lì dentro, che la credibilità  nel 2012 conta più della pura notorietà.

Probabilmente il tuo reparto marketing ti lancerà una ciambella di salvataggio sotto forma di test di mercato che rileveranno che la tua marca avrà guadagnato un bel po’ di punti di awareness. Non ne andrei così fiero.
Capiscimi, se ci riesci: c’è una bella differenza tra essere famoso perché sei credibile ed essere sulla bocca di tutti perché ne sei lo zimbello.

E ora per il tuo successore sarà veramente dura cancellare l’associazione mentale Parah –> costumi e mutande da mignottone.

C’è anche la chance che tu sia uno di quei pochi (sempre meno, ma comunque sempre troppi) che pensano che quel bel mondo lì di sgallettate e unti dal signore della Milano degli onnipotenti catodici sia quello giusto. Cioè, magari sei intimamente convinto che Nicole Minetti sia un modello di vita, perché bisogna reagire alla povertà in tutti i modi, anche dandola via facile al primo potente che passa.

In quel caso la colpa non è tua, ma di chi ti ha assunto e ti ha messo in un ruolo di responsabilità. E’ giusto che paghi le conseguenze del tuo modo di essere e pensare.
E forse non è nemmeno un male se qualche sano e auspicato fallimento contribuirà a far calare un po’ quell’arroganza fascistella che da sempre serpeggia nel mondo della moda.
Ci fasiamo al collocamento.

 

 

* disgraziatamente il nome Parah si presta a migliaia di calembour tra l’innocente e il pecoreccio grave e tutti – sottolineo tutti – sono stati utilizzati per twit, articoli, post e aggiornamenti di status su Facebook.
Restavano inutilizzati un mio parto, cioè “Parahparah parahparah parahparappapah! (figura di…)” e, appunto, “Para(h)frasi”: frutto della mente geniale di Michele Boroni.
A conferma che qui non si è provocatori, si è scelta l’opzione più bella.

Sogni politici mostruosamente proibiti

July 16th, 2012 § 28 comments § permalink

Prima o poi ci toccherà votare, perché la ricreazione-Monti sta per finire e sarà nuovamente il tempo di avere un governo che abbia un’identità politica più che tecnica. Non so se sarà un bene, ma pare inevitabile (ché qui, fosse per me, si terrebbe il governo Monti per un’altra ventina d’anni).

Il fatto è che il partito che vorrei votare non c’è. E ho un (disordinato, umorale, provvisorio, incompleto, in costante mutamento, criticabilissimo, troppo generico, troppo specifico, ingenuo, idealistico, disilluso, speranzoso, odioso) elenco di cose che vorrei che il partito facesse (un po’ su sé stesso, un po’ una volta al Governo) che condivido qui, più per sfogo che per altro.

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Vorrei un partito che sui diritti della persona non ha tabù e su questo tema si erge a portabandiera di valori e istanze innovative, senza cincischiare, senza nascondersi dietro un sacco di tatticismi che portano all’inazione: favorevole al matrimonio omosessuale, favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali, favorevole a tutte le forme più avanzate di fecondazione assistita, pronto a cancellare con leggi ad hoc la Legge 40 (una delle cose più incivili, intimamente fasciste, retrograde e crudeli approvate in Italia), pronto ad approvare una legge sul fine vita e legalizzare l’eutanasia.

Vorrei un partito che non teme la modernità e il mercato e, anzi, li favorisce. Un partito che capisca che il concetto di “sinistra” nel 2012 non coincide più con quello del ventesimo secolo e nemmeno con il suicidio antistorico della decrescita (che non potrebbe che essere infelice, tra l’altro).
Vorrei un partito che capisca che tra i nuovi conservatori ci sono la CGIL e la FIOM, che hanno una visione antica del mondo e del mercato e si ostinano a difendere gli assunti a tempo indeterminato ultragarantiti, mentre i veri precari del 2012 hanno quasi tutti la partita IVA (provate a telefonare alla CGIL e dire “buongiorno, sono una partita IVA, cosa potete fare per me?”: vi attaccheranno il telefono in faccia).
[anzi, forse ora più che mai ci vorrebbe un nuovo sindacato, cioè un sindacato che nasca su presupposti nuovi, che dia rappresentanza a nuovi soggetti, che sappia gestire in modo equo e non unilaterale il patto tra generazioni].

Da imprenditore, vorrei un partito che mette a programma come punto 1 in economia la riduzione massiccia del cuneo fiscale, cioè i soldi che un datore di lavoro deve fare fuori per dare una paga a un suo dipendente/consulente. E vorrei un partito che premia le assunzioni, defiscalizzando il pagamento dei neo-dipendenti per un tot di anni. E favorisce fiscalmente le imprese strategiche, che fanno innovazione, che non inquinano, che attraggono investimenti.
E stabilisce ed esige per legge i tempi dei pagamenti, annullando l’attuale sostanziale impunità per chi non paga i fornitori o li paga con tempi biblici.

Vorrei un partito che introduca la flexsecurity sul modello danese, approvando prima la flessibilità in entrata (così da tutelarsi da eventuali colpi di mano della destra) e poi quella in uscita. E che capisca che il modello welfarista può essere ritoccato, modernizzato, cambiato senza che questo implichi per forza metterlo in discussione in toto.

Vorrei un partito che abbia a programma un rialzo delle tasse sulle rendite finanziarie. Perché chi investe 10 milioni di euro in borsa paga molto meno tasse di chi investe 10 milioni di euro e apre un’impresa rischiando, dando da lavorare a molta gente e generando benefici a cascata.
Tassiamo di più chi si arricchisce senza far “girare l’economia” e favoriamo fiscalmente chi crea valore e benessere per gli altri, mentre si arricchisce (cosa – è ora di dirlo, cari compagni – che non è assolutamente un male, anzi, se fatta in modo onesto e civile).

Vorrei anche un partito che, per uscire dalle cattive acque economiche, fa una patrimoniale senza timori reverenziali. E la fa forte, colpendo i grandi accumulatori di ricchezza non investita con tassi ragionevolmente alti.
E vorrei un partito che, una volta al potere, tolga l’IMU e ripristini l’ICI: una tassa locale sulla proprietà, che “paghi a Torino e ‘vedi al lavoro’ a Torino” (mettete il vostro comune). Forse la tassa più giusta che c’era in Italia.

Vorrei un partito che metta a programma il progressivo smantellamento della spesa militare in Italia, che deve diventare un decimo dell’attuale, come minimo. L’Esercito Italiano è inutile, costoso, gestito da una manica di ladri graduati e totalmente inadeguato a un paese civile del 2012. Niente soldi per gli F-35, vendita delle caserme, vendita delle portaerei e del materiale militare inutilizzato e riduzione dell’esercito a pochissime unità (un paio di migliaia, intendo) di volontari d’èlite, formati su specifiche attività di pubblica utilità (gestione delle emergenze, principalmente).
Anzi, mi piacerebbe tanto una campagna “caserme x scuole“, con i soldi guadagnati dalla dismissione del patrimonio immobiliare militare riutilizzati per l’edilizia scolastica.

Vorrei un partito che abbia coraggio per quanto concerne i trasporti e si faccia pioniere della chiusura al traffico dei centro-città, imponga in tutte le grandi città la congestion-charge sul modello dell’Area C milanese, favorisca la riconversione del parco-vetture nazionale verso modelli ibridi o a basso impatto (sul modello californiano) e investa sui trasporti non inquinanti e veloci, come la TAV. E tassi enormemente le automobili inquinanti, pesanti e voluminose (con eventuali licenze per chi ha molti figli: il quoziente familiare, in campo automobilistico, avrebbe molto senso e ha un nome che si spiega da sé), seguendo il modello danese (ok, ho un debole per la Danimarca).

Vorrei un partito con la ruspa (fosse per me, la metterei nel logo), che si proponga di abbattere abusi edilizi, case non condonate, eco-mostri, eccetera e faccia leggi che snelliscano le procedure per arrivare alle demolizioni di tutto ciò che violenta il paesaggio italiano (che tra l’altro è il nostro unico selling point all’estero, oltre al cibo).
E lo faccia in fretta.

Vorrei un partito che, al Governo, si occupi fortemente del paesaggio italiano, della sua preservazione, della sua promozione e della sua qualificazione. Un po’ perché è giusto e bello che sia così, un po’ perché il turismo italiano potrebbe offrire e far guadagnare molto di più, se il nostro paese non fosse rovinato dal brutto in mezzo al bellissimo.
Ecco perché vorrei anche un partito che approvi a livello nazionale una legge che impedisce di costruire entro 2 km dalla costa (sul modello di quanto approvò Soru in Sardegna, preservando per alcuni anni le coste sarde dalla speculazione edilizia e dalla bruttezza delle villette a schiera).
Vorrei un partito che fa riconquistare il mare ai cittadini, de-privatizza le coste, rivede le concessioni delle spiagge riducendone la durata, si fa pioniere del diritto di tutti di accedere al mare liberamente (e fa smantellare a colpi di ruspa vergogne nazionali come gli stabilimenti sulla spiaggia di Paraggi)

Vorrei un partito che sappia realmente liberalizzare il sistema economico italiano, abbattendo privilegi e rendite di posizione, favorendo la concorrenza. Vorrei un partito che abolisce l’esame di stato per l’accesso alle professioni, abolisce gli ordini professionali, abolisce il valore legale dei titoli di studio (e marca a vista a suon di ispezioni le scuole private confessionali e non, a cui lo Stato non deve dare una lira, affinché non diventino diplomifici), abolisce le norme anti-concorrenziali (per esempio quella sulle farmacie), liberalizza le tariffe dei professionisti, liberalizza il mercato dei taxi, abolisce il più possibile il concetto di “licenza” e il suo mercato.

Vorrei un partito laico e aconfessionale, che proponga una legge chiarissima e semplice (che eventualmente cozzi contro i Patti Lateranensi, che potremmo tranquillamente abolire): “lo Stato Italiano non deve, per legge, pagare nulla alla Chiesa o al Vaticano a cui non corrisponda un’erogazione proporzionale e a prezzi di mercato di beni o servizi. Tutte le attività e le proprietà della Chiesa sono soggette alla legge e al Fisco italiano senza il riconoscimento di status speciali.”

Vorrei un partito che si proponga di scoraggiare il più possibile i pagamenti denaro contante (nemici della trasparenza), rendendo digitali e peritabili la maggior parte dei pagamenti.
E vorrei un partito che non abbia paura di instaurare quello che la destra chiama “stato di polizia fiscale” (spauracchio degli evasori, ma atto di civiltà che in altri paesi – come gli Stati Uniti – è la norma), continuando a colpire privilegi e veri e propri furti ai danni della collettività con perquisizioni, raid (come quelli a Cortina e altrove di qualche mese fa) e controlli a tappeto. Far pagare a tutti le tasse dovute è una condizione necessaria per poterle ridurre.

Vorrei un partito che ha come primo nemico i furbi, che in Italia sono tantissimi tra i cittadini e tra le imprese. Un partito che lotti contro le aziende che fanno cartello (per esempio le Assicurazioni e le compagnie petrolifere), un partito che per esempio favorisca – una volta al governo – una grande campagna di ri-valutazione, fatta da medici terzi, di tutti gli invalidi civili italiani (quanti saranno quelli falsi? credo tantissimi), un partito che lotti contro l’elusione fiscale, contro le ordinanze-canaglia di alcuni enti locali.

Vorrei un partito che, al Governo, riduce gli sprechi al minimo. E taglia tutte le forme di finanziamento all’editoria, taglia il 100% delle auto blu, mette un tetto massimo ragionevole allo stipendio dei manager pubblici (non è fantascienza: lo sta facendo Hollande in Francia). (Update: la notizia riguardo Hollande è una bufala; quindi è fantascienza, ma questo non significa che dobbiamo smettere di desiderarla, anzi: vogliamo un mondo come quello di Star Trek!)

Vorrei un partito che capisca che l’immigrazione è un fatto inevitabile della Storia e faccia proposte politiche per gestirla, non per tentare vanamente di arginarla. E vorrei un partito che lavora per l’integrazione e contemporaneamente per l’espulsione di chi sbaglia. Un partito che non fa pagare l’immigrazione ai bambini: chi nasce in Italia è italiano.

Vorrei un partito che smetta di far pagare gli insegnanti in modo uniforme e lotti affinché siano pagati i meritevoli con stipendi più alti, stabilendo criteri di valutazione a livello nazionale sulla loro preparazione, sul loro aggiornamento, sulla loro efficacia. E vorrei un partito che renda licenziabili quei dipendenti pubblici che lavorano male, non producono, sono assenteisti, rubano e non hanno uno spirito di servizio nei confronti dei cittadini.

Vorrei un partito che crei una commissione d’indagine parlamentare sulle violenze al G8 di Genova. E faccia partire un’azione a tutto campo contro il fascismo e il sadismo nelle Forze dell’Ordine, isolando a ogni livello i singoli colpevoli ed educando le forze di polizia alla democrazia.
E che imponga l’uso di numeri identificativi leggibili e ben in vista sulle divise dei membri delle Forze dell’Ordine impiegati sul campo.

Vorrei un partito che abbia una classe politica di competenti in costante rinnovamento, che non si arrocchi nella “dittatura dei dirigenti” e d’altro canto non si annulli nell’apertura plebiscitarista al primo che passa, che è la morte della democrazia rappresentativa. Vorrei un partito che studia, che forma i suoi militanti, che si guarda in giro e non ha paura di mettersi in discussione.
Vorrei un partito coraggioso – in un’epoca in cui chiunque grida porcate sentendosi legittimato da un mandato popolare che non ha – che faccia proposte forti (non pazze: forti), senza perdersi in mezze parole.

Vorrei un partito in cui le proposte e le idee contano il 90% e le alleanze solo il 10%. Vorrei un partito in cui i parlamentari fanno un numero limitato (variabile in base ai meriti acquisiti) di mandati, dirigenti inclusi; un partito che fa le primarie aperte a tutti per ogni tipo di elezione, incluse quelle di quartiere .

Vorrei un partito che ha più paura di perdere dignità e coerenza che perdere le elezioni.

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In verità mi accontenterei di un partito che mettesse a programma anche solo il 10% di quello che ho scritto in fretta e furia qui sopra.
E francamente mi interessa davvero poco stabilire se un partito simile sarebbe – secondo le trite categorie novecentesche che ci ostiniamo a usare – di sinistra, di centro, di destra o chissà cosa.

Per me è un *partito di sinistra del 2012 secondo parametri del 2012*, perché è progressista, lotta contro l’ingiustizia, impone il merito come criterio fondante di ogni forma di promozione sociale, favorisce il benessere di tutti senza odi sociali verso chi raggiunge o ha raggiunto la ricchezza, laicizza lo Stato e permette ai cittadini una completa autodeterminazione del proprio corpo.

Questo post è la cosa più stupidamente ingenua che ho scritto da quando ho aperto un blog (e forse in vita mia, escluse forse certe lettere d’amore da adolescente, ma dovrei verificare) ma a questo punto possiamo prenderci il lusso di dirla tutta.

E poi votare il meno peggio, come al solito.

I feel love – lato B (aka – la pagina della Sfinge)

May 18th, 2012 § 2 comments § permalink

C’è un momento in cui la realtà si rivela bifronte, spesso di fronte a uno specchio. E funziona benissimo nella narrazione. Ricordate REDRUM?

Bifronte: qualcosa che, guardato in senso inverso, rivela un nuovo senso, come la parola “arco”, che letta al contrario diventa “ocra”.

Un giorno Chris Cunningham (uno che dalla frequentazione di Aphex Twin deve aver imparato molto) legge al contrario “I Feel Love” di Donna Summer. No, non la suona al rovescio alla ricerca di messaggi satanici (poco probabili, ché lei era molto religiosa). La “pratica” esteticamente al contrario: toglie tutta l’elettronica, annulla il ritmo, cancella la voce e ne tiene solo i riverberi più lontani. E amplifica questi ultimi, li moltiplica fino a creare droni, risonanze, modulazioni ad anello.

Prima c’era la geometria perfetta: numeri perfetti nello spazio siderale e un amore – ai limiti dell’orgasmo – inevitabilmente cantato a (e da) un robot.
Ora c’è solo il riverbero lontano di un ansimo, il rumore del vento, suoni che vengono da lontano, amplificati come in un tunnel. La certezza dell’elettronica modulare è svanita. Resta solo l’inquietudine di voci che si manifestano in modo imprevedibile, senza un’origine chiara e definita: il più classico degli elementi perturbanti che, si sa, passano inevitabilmente dall’orecchio. Dopo la programmazione, la rivelazione.

Prima c’era la donna-robot, il cyborg che esprime amore e contemporaneamente si muove a scatti, la dialettica cultura-natura.
Ora i fiori, a perdita d’occhio, colorati dal tramonto e travolti dal vento tra le mani di una donna-fiore in estasi.

Incidentalmente è la pubblicità di un profumo (per me la più bella di sempre). Riportandoci a terra – anzi nella terra – raffigura un sogno: un altro mondo astratto, senza numeri, senza matematica, senza elettronica.

In qualsiasi senso la si prenda, “I Feel Love”, per astrazione geometrica o per sogno iper-analogico, porta verso mondi impossibili.
Sembra un bifronte, ma è un palindromo.

I feel love – lato A (aka – i duri non ballano, quindi io sì)

May 18th, 2012 § 0 comments § permalink

D’improvviso amavo la geometria. E la matematica. Addirittura le frazioni.

Batteva il quattro quarti. E io capivo ogni quarto, ogni colpo, lo sentivo nelle gambe, nella testa, nelle braccia. E comprendevo la geometria, il rapporto numerico tra le forme, le lunghezze, i pattern, le sequenze che diventano sistema, il sistema che evolve in flusso, il flusso che trascina e ingloba.

Era la bellezza dei numeri, il trionfo armonico e ritmico delle cose esatte. La perfezione, la scienza, i robot, lo spazio, il futuro.

Amavo il rumore, le distorsioni, l’eccitazione del suono in modelli sporchi, sbavati, erratici. Mi piacevano l’improvvisazione, la fuga, la deriva, l’imprevedibilità, la sorpresa. Non poteva piacermi quella costruzione perfetta, squadrata, stratificata, ingegneristica, puramente elettronica.

Il groove viene dal corpo, che è imperfetto per natura, mi dicevo, non posso essere affascinato da questa cantilena modulare, dove la melodia e il ritmo sono algoritmi, dove non c’è spazio per l’errore, dove si programma, non si suona. E’ più bello e interessante il mondo reale o una sua simulazione fatta col Lego? Mi dovevo arrendere: in quel momento mi piaceva – da morire – il mondo astratto. Ogni suo mattoncino.

Ero in crisi: quella passione metteva in discussione un’estetica d’istinto di cui andavo anche un po’ fiero: hey ho, let’s go, sudore, amplificatori, chitarre, feedback, rumore (in)controllato. E soprattutto rendeva ridicolo un mio proclama, eletto a stile di vita: io non ballo.

Dopo un minuto – a 14 anni – ballavo per la prima volta in vita mia.

Non ho più smesso.

This land is not your land

March 3rd, 2012 § 65 comments § permalink

No, la Valle di Susa non è la “vostra terra”. E’ il posto in cui abitate. E no, non siete legittimati a esprimervi sulle sorti di un’opera internazionale che passerà di lì più di quanto lo sia io o qualsiasi altro italiano.

Ai (pochi, fortunatamente) fautori di un referendum sulla TAV andrebbe spiegato un concetto semplice ma importante come quello di sovranità. Siamo uno Stato, cioè una cosa collettiva in cui – per dirla con il compagno Spock –  le necessità e le volontà dei tanti prevalgono su quelle di pochi o di uno solo. E le soluzioni a queste necessità/volontà si esercitano attraverso i vari gradi di amministrazione, che hanno portata “geografica” diversa: mondiale, europea, nazionale, regionale, provinciale, comunale, ecc. Nulla di incomprensibile per chi abbia fatto un po’ di insiemistica alle elementari.

E se lo Stato (cioè tutti i cittadini d’Italia) decide che una certa opera va costruita in un certo luogo, non c’è referendum locale che tenga. Perché l’opera è di interesse nazionale (anzi, in questo caso europea). E la sua costruzione o non costruzione può cambiare le vite di chi sta a Bussoleno come di chi sta a Pizzo Calabro o a Kiev. La TAV è un treno e non un campo sportivo. Chiaro, no?

Lo scenario per cui a Milano sono stati fatti alcuni referendum consultivi riguardanti il territorio è diverso: lì i cittadini erano chiamati a esprimersi su temi strettamente legati alla città e di competenza esclusiva del Comune di Milano. Qui si tratta di un progetto europeo che va da Kiev al Portogallo. Ed è un progetto su cui dovrebbero transitare persone e cose da mezza europa. Quindi non azzardiamo paragoni sbagliati.

Quindi no, il referendum in Valsusa sarebbe sbagliato, oltre che inutile. E stabilirebbe un precedente pericolosissimo (che sarebbe il trionfo del leghismo, inteso come pratica e ideologia iperlocalistica): dare precedenza agli interessi locali rispetto a quelli più grandi.

Il problema è che si perderebbe, in piccolo, il senso della misura. Mi spiego con un esempio nemmeno troppo fantasioso. Facciamo che siamo così sventurati da fare un referendum in Valsusa. Ci sarebbero già i primi problemi a definire cos’è la Valsusa, quali sono i cittadini interessati dall’opera e abilitati a votare (peraltro se si fa un lungo tunnel sotto una montagna, magari vorrebbero esprimersi sull’opera pure quelli che abitano nella valle contigua). Ma facciamo che si superano.
Poi succede che vincono i sì: l’opera ha il consenso della valle. Di sicuro salterebbero su i cittadini della bassa valle a dire che loro sono più legittimati a decidere rispetto ai cittadini dell’alta valle, dove la TAV non avrebbe grandi effetti.
Quindi, visto che piace il principio localista, toccherebbe fare un referendum limitato ai cittadini della bassa valle. Si fa e magari ri-vince il sì. Finirebbe che i cittadini del versante della bassa valle interessata dall’opera si sentirebbero più legittimati a decidere rispetto a quelli della bassa valle che stanno dall’altra parte o più distanti. E vai con un altro referendum. In cui magari vincono i sì, ma i cittadini sul versante dell’opera coi terreni espropriati si sentono più legittimati a decidere rispetto a quelli non espropriati. E allora si fa un altro referendum, facendo votare sempre meno gente.
E così via, fino a quando ognuno sarà titolare e principe del metro quadro che calpesta.

Il problema di scala dell’applicazione della sovranità è attualissimo, soprattutto in un’epoca in cui le decisioni importanti superano la dimensione nazionale. Cedere a tentazioni leghiste (questa è la vera natura, magari inconsapevole, del movimento notav fin dalle sue origini, dimenticando i plugin antagonisti/violenti aggiuntisi in seguito), magari non accorgendosene, è un rischio enorme per questo paese in cui i principi forti sono spesso offuscati, opachi, non definiti.
Non va fatto, così come non va fatta una pausa di ripensamento della TAV, perché la TAV non è in Valsusa. La TAV è in Europa. E va fatta il meglio possibile, ascoltando ovviamente le istanze costruttive (cioè ***come*** farla meglio; se farla o no è già stato deciso altrove, rispondendo a interessi di un numero più grande e ugualmente interessato di cittadini sovrani) di chi risiede nelle zone in cui passeranno i treni.

Purtroppo per le menti di certa sinistra poetico/vanitosa (vendoliana), per fortuna minoritaria e in via d’estinzione, l’immagine autogenerata facile-facile del povero contadino che lotta per la sua terra contro le multinazionali è una tentazione irresistibile: vera e propria pornografia ideologica, che genera eccitazione e schieramenti a priori. E poco importa se, come nel porno, è tutto finto. Quel che conta è crederci per un po’, senza avere coscienza dei pericoli più grandi che si nascondono – per tutti – nelle pieghe di un terzomondismo nostrano in salsa antimoderna.