Lettera a un fratello che sciopera

November 14th, 2012 § 10 comments § permalink

Caro ipotetico fratello minore,

è un po’ che non ti scrivo, ma siamo sempre lì: tu in piazza e io a guardarti dal balcone un po’ preoccupato, ché ho già quell’età in cui l’affetto diventa protettivo e probabilmente ti metterebbe in imbarazzo.

Lo so, negli ultimi anni abbiamo avuto i nostri scazzi e un po’ di divergenze politiche. E continuo a essere scandalizzato che ti piacciano i Muse nonostante tutti i dischi che hai trovato in casa. Però ci tenevo a dirti che oggi sono con te, lì in piazza.

Magari non la vediamo proprio allo stesso modo sul governo Monti, sul PD, ma al di là di qualche dettaglio ti capisco.
Capisco la tua frustrazione di ventenne quando incontri i tuoi coetanei in Europa e scopri che questi hanno una casa tutta per loro, hanno automobili, fidanzate (alcuni addirittura mogli e figli), viaggiano, fanno progetti, coniugano i verbi al futuro, si diertono e sanno che il meglio deve ancora venire.
E tu hai orizzonti semestrali, contratti che non sono nemmeno precari: sono fatui. Non progetti niente, non costruisci, non hai spazi di manovra, perché il sistema in cui viviamo (che è complesso e quindi non ha la esse maiuscola, perché è giusto non prendersi il lusso di essere generici) ha reso permanente il tuo status di collettore di paghette. Esatto, quelle che rimediavi in casa per pagarti la birra e i dischi. La tua condizione è così diffusa e abituale che vivi in un eterno presente: non riesci a pensare più in là di qualche settimana.

Oggi sei in piazza coi nervi tesi per una questione che va oltre l’economia: fatta così, questa vita non è vita. Lo so.
Intendiamoci: nessuno tra te e i tuoi amici sta patendo la fame. State tutti bene, grazie al cielo, perché c’è una famiglia alle spalle che garantisce una casa, pasti regolari, vacanze più o meno dignitose, vestiti, eccetera.
Ma, seppure tenuto al caldo e nutrito, posso immaginare quanto ti bruci tenere lì tutto il tuo potenziale. Scalpiti, lo sento. E ti monta la rabbia, perché questa esistenza a singhiozzo non ti fa esprimere, non ti dà una direzione. Ti porterà a trent’anni a essere un collezionista di frazioni d’esperienza, la maggior parte delle quali rimediate su internet, perché la vita reale è un limbo un po’ noioso.

Non ho molti anni più di te, ma a noi è andata bene: ci è scoppiata Internet tra le mani che avevamo vent’anni e più o meno tutti abbiamo trovato un lavoro da quelle parti lì, ciascuno con la sua inclinazione. A voi non è capitato. E la fatica che abbiamo fatto (e stiamo facendo) per far schiodare dai posti di potere i privilegiati, gli immeritevoli, i vecchi che godono a vita di rendite di posizione da secoli, ecc. è bastata malapena per pochi di noi, nemmeno tutti.

La cosa che mi dispiace di più, oltre a vedere il tuo potenziale non colto e continuare a chiedermi come saresti se ti fosse riconosciuto il diritto alle opportunità, è che non ho soluzioni. Riesco solo a sfilare mentalmente accanto a te in corteo.

Ricordi, il nonno ci diceva che alla fine “al male si spara”. Loro hanno dovuto farlo per davvero, perché il male sparava alla gente, la impiccava per strada, la mandava in guerra e poi al massacro.

Io ti dico di sparare con l’unica arma nonviolenta che ci è concessa: la parola.
Spara, fratello. Spara una raffica di no. E dì ai tuoi amici di fare altrettanto. Spara un no all’ennesimo lavoro mascherato da stage non retribuito, spara un no a tutti i “fallo gratis in cambio di visibilità”, spara un no ai siti e ai giornali da 3 euro al pezzo, spara un no ai “ringrazia che ti diamo un lavoro”. Spara a chi ti nega la dignità di coniugare te stesso al futuro. Vediamo se il sistema regge l’impatto di tutti quei “no”.

Oggi scioperate, scioperiamo. Ma se finisce oggi non risolviamo niente. Il vero sciopero inizia domani e dura tutta la vita: dire di no a chi se ne approfitta, a chi ci condanna al limbo, a chi ci vuole mediocri. Rompi il sistema in modo nonviolento, con la forza del tuo no, dei nostri no. Devono essere tantissimi.
Insomma, fratello fossimo in piazza ti direi di non rompere le vetrine: rompi le palle. Pretendi chance, opportunità, occasioni. Niente di garantito, solo la possibilità di giocartela.

Mi raccomando, occhi aperti, antenne dritte e buonsenso anche quando sfoghi la tua rabbia. Tanto in corteo ci sai stare. Fai in modo che oggi sia solo l’inizio. La vera austerity da combattere è questa congiura a volerci mediocri. Dì un no fantasioso e sarò ancora, come sono sempre stato, fiero di te.
Stammi bene.
Un abbraccio militante,

Enrico

 

P.S. Mamma insiste con la storia del golfino. Magari stavolta accontentala, ché è novembre inoltrato e il golf da sfigato va fortissimo tra gli hipster. Finisce pure che sei alla moda. (poi dalla prossima volta continua a fregartene e regolati termicamente come ti pare: ormai sei grande).

Para(h)frasi*

September 24th, 2012 § 21 comments § permalink

Se non avete seguito l’affaire-Parah non vi siete persi nulla, ma dalle parti della blogosfera ci piace perdere tempo su questioni torbide, tipo appunto la scelta di questo brand di costumi e mutande (credo che loro lo dicano meglio, usando l’inglese) di utilizzare Nicole Minetti per una sua sfilata.
Molti si sono risentiti (ché la Minetti non è esattamente un esempio di donna che fa carriera in modo dignitoso), molti altri hanno riso, altri ancora hanno intravisto il segno inconfondibile del “responsabile comunicazione mannaro”, una pericolosissima specie che talvolta infesta le aziende nostrane e fa strage di buonsenso alla ricerca di soluzioni facili.

E’ sicuramente opera sua il comunicato emesso da Parah per giustificare a posteriori la scelta di una delle donne più  (giustamente, direi) vituperate del paese come testimonial: un esempio di alta scuola, forse addirittura la radice di un canone, di come non si comunica.

Come tutte le opere d’arte letteraria, merita una chiosa paragrafo dopo paragrafo. Buona lettura.

Si, volevamo la vostra attenzione.

L’avete avuta. Anche uno a cui cascano i pantaloni su un tram affollato la ottiene. Capisco che vendendo mutande e affini l’eventualità non possa sembrarvi necessariamente un male.

 

A quanto pare la notizia che Nicole Minetti sarà modella durante una sfilata Parah è riuscita ad ottenere la Vostra attenzione. L’attenzione di chi utilizza e ama i nostri prodotti, di chi conosce il nostro marchio e la sua storia, di chi probabilmente non ci conosceva neppure, ma ora sa chi siamo.

Ecco, anni e anni di cultura televisiva berlusconiana vi hanno portato a prediligere l’audience (cioè il numero di persone che sa della vostra esistenza) rispetto al buon vecchio indice di gradimento, che misurava quanto piacevate al vostro pubblico (strumento sicuramente incompleto, ma che teneva nell’equazione delle scelte la variabile della qualità).
Tutti parlano di voi, è vero. Anzi, probabilmente quel genio che ha deciso di far sfilare la Minetti sotto le vostre insegne attualmente è nell’ufficio dell’amministratore delegato a sventagliare numeri su numeri “uè, guarda lì, diecimila menzioni su Twitter in mezza giornata, troppo frizzante!” (scusate, per antichi pregiudizi da Italia nord-occidentale me lo immagino come uno di quelli che usa l’espressione “ci fasiamo”).

 

Parah negli anni ha sempre cercato di portare avanti l’immagine di un brand serio, ricercato, avvalendosi anche di testimonial famosi che hanno portato orgogliosamente i nostri capi e che noi con soddisfazione abbiamo visto far parte delle nostre campagne pubblicitarie.

Tralasciamo il disastro grammaticale per cui una frase inizia in terza persona singolare e prosegue con la prima plurale.
Siamo di fronte a una classica scusa non richiesta, che suona come un rimedio peggiore dei mali.
Dopo che scegli un testimonial impresentabile e associ i valori della tua marca ai valori che quel testimonial rappresenta (perché la questione è questa: il testimonial *è* la tua marca, dal momento che lo usi), l’ultima cosa che devi fare è dire “ehi, ma prima usavamo testimonial serissimi!”.
Perché se davvero la tua “è una provocazione” (l’espressione mi fa venire l’orticaria) e la tua marca ha le spalle così larghe da sostenerla, non devi certo metterti a specificare che sei la BBC delle mutande. La gente lo sa già, se lo sei.

 

Ma al giorno d’oggi l’unico modo per colpire l’attenzione sembra essere quello di stupire e creare scandalo, ecco perché spesso i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata, ancora meno se i testimonial sono ragazzi e ragazze scelti tra la gente comune.

Chi ha scritto (e approvato: non licenziate il povero copy che ha sfornato questo disastro, prendetevela con la filiera di manager che lo ha fatto uscire, ché colpire sempre l’ultimo della fila è facile, autoassolutorio e non risolutivo) questo paragrafo ha fatto l’equivalente comunicativo di 4 autogol di nuca.
Infatti il suddetto genio, spalleggiato dal management, riesce a scrivere nell’ordine che:

1- in questo paese l’unico modo per colpire la vostra attenzione, caro pubblico a cui cerchiamo di vendere le nostre mutande, è creare scandalo. E’ colpa vostra, perché non vi basta la gnocca, ma la volete famosa e – se possibile – con una pennellata di infamia e morbosità

2 – in passato i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata (errore gravissimo, ammettere una sequenza di insuccessi in comunicazione: su queste cose si sorvola), perché in fondo in fondo siete tutti dei minus habens e noi dobbiamo darvi quello che volete

3 – voi gente comune odiate la gente comune e non ci notate; la Minetti, insomma, l’avete messa voi sul nostro palco; fosse per noi avremmo fatto sfilare Rita Levi Montalcini

 

Ecco che questa volta abbiamo osato. Abbiamo sfruttato l’attenzione mediatica che circonda la figura di Nicole Minetti per rompere gli schemi e ottenere la Vostra attenzione.

Questa è avanguardia, pubblico di merda. L’ho già sentita, questa storia. E avevo sì e no 3 anni. Dietro ogni vaccata in comunicazione c’è un’arguta provocazione che rompe gli schemi, nella misura in cui dietro ogni musicista che stecca c’è un jazzista incompreso.

 

E’ stata una mossa coraggiosa.
Ci dispiace aver turbato e fatto arrabbiare qualcuno, soprattutto quando i nostri Clienti e Fan storici, che da sempre seguono Parah, dicono che vogliono abbandonarci.

Altro errore elementare: ammettere gli effetti nefasti della tua comunicazione sbagliata. Peraltro senza nemmeno addolcire il tutto con  qualche eufemismo. Se proprio devi (e non devi, fidati) dire che i tuoi clienti e fans ti stanno abbandonando, scrivi che *alcuni* tra i tuoi clienti e fans ti hanno “simpaticamente tirato le orecchie” o giù di lì. Ma così certifichi e ufficializzi la valle di lacrime in cui tu, marca, ti sei cacciata.

 

Ma se l’abbiamo fatto, soprattutto ora con la settimana della moda alle porte, è stato per portare l’attenzione su quello che vuole comunicare Parah, a partire dal Parah Online Contest.
Il Parah Online Contest è il concorso che ha visto quasi 300 ragazze provenienti da tutte le parti d’Italia e dall’estero, inviare le proprie fotografie o farsi fotografare sulla spiaggia per provare a diventare la nuova testimonial Parah online.
Potevamo prendere un testimonial famoso, ma abbiamo deciso di rimetterci in gioco e di dare una possibilità alle ragazze e siamo stati colpiti dal loro entusiasmo e dalla loro voglia di provare.
Ora siamo alle fasi finali. Le trenta ragazze finaliste faranno uno shooting a Milano il 4 ottobre e tra queste verranno scelte le tre finaliste che verranno votate da Voi.Una scelta pubblicitaria che non convincerà tutti i nostri fan. In questo modo però abbiamo ottenuto un risultato positivo: l’attenzione che le ragazze del Parah Online Contest ed il loro impegno meritano.

Tirata lunghissima contenente una evitabilissima auto-marchetta, con in più una scusa last-minute che non sta logicamente in piedi.
I geni del marketing di questo sventurato brand dicono, in sostanza:

1 – alla gente non piacciono le modelle comuni, perché la gente è morbosa

2 – ed è per questo che abbiamo chiamato come modella un personaggio controverso e schifato da tutti, così attiriamo l’attenzione nei confronti di un nostro contest in cui premieremo modelle non famose

3 – anche perché, se avessimo voluto, avremmo potuto scegliere una testimonial famoso (e non discusso) e avremmo fatto bingo.

Quindi lo fanno per noi, per educarci. Perché abbandonati a noi stessi faremmo sfilare solo gente come la Minetti e affini. Il loro è un trattamento omeopatico: ci danno una dose di morbosità gossippara per portarci sulla retta via dell’apprezzamento delle modelle anonime.
Son pure filantropi.

 

LA PARTE MORALEGGIANTE CHE POTETE PERDERVI PERCHE’ TANTO LA SAPETE GIA’

Vorrei evitare la notarella moraleggiante alla fine. Però, disgraziato di un responsabile comunicazione mannaro, ora il danno è fatto. E scoprirai sulla tua pelle, se tu e i tuoi superiori che ti hanno dato corda siete ancora in possesso di un lavoro lì dentro, che la credibilità  nel 2012 conta più della pura notorietà.

Probabilmente il tuo reparto marketing ti lancerà una ciambella di salvataggio sotto forma di test di mercato che rileveranno che la tua marca avrà guadagnato un bel po’ di punti di awareness. Non ne andrei così fiero.
Capiscimi, se ci riesci: c’è una bella differenza tra essere famoso perché sei credibile ed essere sulla bocca di tutti perché ne sei lo zimbello.

E ora per il tuo successore sarà veramente dura cancellare l’associazione mentale Parah –> costumi e mutande da mignottone.

C’è anche la chance che tu sia uno di quei pochi (sempre meno, ma comunque sempre troppi) che pensano che quel bel mondo lì di sgallettate e unti dal signore della Milano degli onnipotenti catodici sia quello giusto. Cioè, magari sei intimamente convinto che Nicole Minetti sia un modello di vita, perché bisogna reagire alla povertà in tutti i modi, anche dandola via facile al primo potente che passa.

In quel caso la colpa non è tua, ma di chi ti ha assunto e ti ha messo in un ruolo di responsabilità. E’ giusto che paghi le conseguenze del tuo modo di essere e pensare.
E forse non è nemmeno un male se qualche sano e auspicato fallimento contribuirà a far calare un po’ quell’arroganza fascistella che da sempre serpeggia nel mondo della moda.
Ci fasiamo al collocamento.

 

 

* disgraziatamente il nome Parah si presta a migliaia di calembour tra l’innocente e il pecoreccio grave e tutti – sottolineo tutti – sono stati utilizzati per twit, articoli, post e aggiornamenti di status su Facebook.
Restavano inutilizzati un mio parto, cioè “Parahparah parahparah parahparappapah! (figura di…)” e, appunto, “Para(h)frasi”: frutto della mente geniale di Michele Boroni.
A conferma che qui non si è provocatori, si è scelta l’opzione più bella.

Sogni politici mostruosamente proibiti

July 16th, 2012 § 28 comments § permalink

Prima o poi ci toccherà votare, perché la ricreazione-Monti sta per finire e sarà nuovamente il tempo di avere un governo che abbia un’identità politica più che tecnica. Non so se sarà un bene, ma pare inevitabile (ché qui, fosse per me, si terrebbe il governo Monti per un’altra ventina d’anni).

Il fatto è che il partito che vorrei votare non c’è. E ho un (disordinato, umorale, provvisorio, incompleto, in costante mutamento, criticabilissimo, troppo generico, troppo specifico, ingenuo, idealistico, disilluso, speranzoso, odioso) elenco di cose che vorrei che il partito facesse (un po’ su sé stesso, un po’ una volta al Governo) che condivido qui, più per sfogo che per altro.

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Vorrei un partito che sui diritti della persona non ha tabù e su questo tema si erge a portabandiera di valori e istanze innovative, senza cincischiare, senza nascondersi dietro un sacco di tatticismi che portano all’inazione: favorevole al matrimonio omosessuale, favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali, favorevole a tutte le forme più avanzate di fecondazione assistita, pronto a cancellare con leggi ad hoc la Legge 40 (una delle cose più incivili, intimamente fasciste, retrograde e crudeli approvate in Italia), pronto ad approvare una legge sul fine vita e legalizzare l’eutanasia.

Vorrei un partito che non teme la modernità e il mercato e, anzi, li favorisce. Un partito che capisca che il concetto di “sinistra” nel 2012 non coincide più con quello del ventesimo secolo e nemmeno con il suicidio antistorico della decrescita (che non potrebbe che essere infelice, tra l’altro).
Vorrei un partito che capisca che tra i nuovi conservatori ci sono la CGIL e la FIOM, che hanno una visione antica del mondo e del mercato e si ostinano a difendere gli assunti a tempo indeterminato ultragarantiti, mentre i veri precari del 2012 hanno quasi tutti la partita IVA (provate a telefonare alla CGIL e dire “buongiorno, sono una partita IVA, cosa potete fare per me?”: vi attaccheranno il telefono in faccia).
[anzi, forse ora più che mai ci vorrebbe un nuovo sindacato, cioè un sindacato che nasca su presupposti nuovi, che dia rappresentanza a nuovi soggetti, che sappia gestire in modo equo e non unilaterale il patto tra generazioni].

Da imprenditore, vorrei un partito che mette a programma come punto 1 in economia la riduzione massiccia del cuneo fiscale, cioè i soldi che un datore di lavoro deve fare fuori per dare una paga a un suo dipendente/consulente. E vorrei un partito che premia le assunzioni, defiscalizzando il pagamento dei neo-dipendenti per un tot di anni. E favorisce fiscalmente le imprese strategiche, che fanno innovazione, che non inquinano, che attraggono investimenti.
E stabilisce ed esige per legge i tempi dei pagamenti, annullando l’attuale sostanziale impunità per chi non paga i fornitori o li paga con tempi biblici.

Vorrei un partito che introduca la flexsecurity sul modello danese, approvando prima la flessibilità in entrata (così da tutelarsi da eventuali colpi di mano della destra) e poi quella in uscita. E che capisca che il modello welfarista può essere ritoccato, modernizzato, cambiato senza che questo implichi per forza metterlo in discussione in toto.

Vorrei un partito che abbia a programma un rialzo delle tasse sulle rendite finanziarie. Perché chi investe 10 milioni di euro in borsa paga molto meno tasse di chi investe 10 milioni di euro e apre un’impresa rischiando, dando da lavorare a molta gente e generando benefici a cascata.
Tassiamo di più chi si arricchisce senza far “girare l’economia” e favoriamo fiscalmente chi crea valore e benessere per gli altri, mentre si arricchisce (cosa – è ora di dirlo, cari compagni – che non è assolutamente un male, anzi, se fatta in modo onesto e civile).

Vorrei anche un partito che, per uscire dalle cattive acque economiche, fa una patrimoniale senza timori reverenziali. E la fa forte, colpendo i grandi accumulatori di ricchezza non investita con tassi ragionevolmente alti.
E vorrei un partito che, una volta al potere, tolga l’IMU e ripristini l’ICI: una tassa locale sulla proprietà, che “paghi a Torino e ‘vedi al lavoro’ a Torino” (mettete il vostro comune). Forse la tassa più giusta che c’era in Italia.

Vorrei un partito che metta a programma il progressivo smantellamento della spesa militare in Italia, che deve diventare un decimo dell’attuale, come minimo. L’Esercito Italiano è inutile, costoso, gestito da una manica di ladri graduati e totalmente inadeguato a un paese civile del 2012. Niente soldi per gli F-35, vendita delle caserme, vendita delle portaerei e del materiale militare inutilizzato e riduzione dell’esercito a pochissime unità (un paio di migliaia, intendo) di volontari d’èlite, formati su specifiche attività di pubblica utilità (gestione delle emergenze, principalmente).
Anzi, mi piacerebbe tanto una campagna “caserme x scuole“, con i soldi guadagnati dalla dismissione del patrimonio immobiliare militare riutilizzati per l’edilizia scolastica.

Vorrei un partito che abbia coraggio per quanto concerne i trasporti e si faccia pioniere della chiusura al traffico dei centro-città, imponga in tutte le grandi città la congestion-charge sul modello dell’Area C milanese, favorisca la riconversione del parco-vetture nazionale verso modelli ibridi o a basso impatto (sul modello californiano) e investa sui trasporti non inquinanti e veloci, come la TAV. E tassi enormemente le automobili inquinanti, pesanti e voluminose (con eventuali licenze per chi ha molti figli: il quoziente familiare, in campo automobilistico, avrebbe molto senso e ha un nome che si spiega da sé), seguendo il modello danese (ok, ho un debole per la Danimarca).

Vorrei un partito con la ruspa (fosse per me, la metterei nel logo), che si proponga di abbattere abusi edilizi, case non condonate, eco-mostri, eccetera e faccia leggi che snelliscano le procedure per arrivare alle demolizioni di tutto ciò che violenta il paesaggio italiano (che tra l’altro è il nostro unico selling point all’estero, oltre al cibo).
E lo faccia in fretta.

Vorrei un partito che, al Governo, si occupi fortemente del paesaggio italiano, della sua preservazione, della sua promozione e della sua qualificazione. Un po’ perché è giusto e bello che sia così, un po’ perché il turismo italiano potrebbe offrire e far guadagnare molto di più, se il nostro paese non fosse rovinato dal brutto in mezzo al bellissimo.
Ecco perché vorrei anche un partito che approvi a livello nazionale una legge che impedisce di costruire entro 2 km dalla costa (sul modello di quanto approvò Soru in Sardegna, preservando per alcuni anni le coste sarde dalla speculazione edilizia e dalla bruttezza delle villette a schiera).
Vorrei un partito che fa riconquistare il mare ai cittadini, de-privatizza le coste, rivede le concessioni delle spiagge riducendone la durata, si fa pioniere del diritto di tutti di accedere al mare liberamente (e fa smantellare a colpi di ruspa vergogne nazionali come gli stabilimenti sulla spiaggia di Paraggi)

Vorrei un partito che sappia realmente liberalizzare il sistema economico italiano, abbattendo privilegi e rendite di posizione, favorendo la concorrenza. Vorrei un partito che abolisce l’esame di stato per l’accesso alle professioni, abolisce gli ordini professionali, abolisce il valore legale dei titoli di studio (e marca a vista a suon di ispezioni le scuole private confessionali e non, a cui lo Stato non deve dare una lira, affinché non diventino diplomifici), abolisce le norme anti-concorrenziali (per esempio quella sulle farmacie), liberalizza le tariffe dei professionisti, liberalizza il mercato dei taxi, abolisce il più possibile il concetto di “licenza” e il suo mercato.

Vorrei un partito laico e aconfessionale, che proponga una legge chiarissima e semplice (che eventualmente cozzi contro i Patti Lateranensi, che potremmo tranquillamente abolire): “lo Stato Italiano non deve, per legge, pagare nulla alla Chiesa o al Vaticano a cui non corrisponda un’erogazione proporzionale e a prezzi di mercato di beni o servizi. Tutte le attività e le proprietà della Chiesa sono soggette alla legge e al Fisco italiano senza il riconoscimento di status speciali.”

Vorrei un partito che si proponga di scoraggiare il più possibile i pagamenti denaro contante (nemici della trasparenza), rendendo digitali e peritabili la maggior parte dei pagamenti.
E vorrei un partito che non abbia paura di instaurare quello che la destra chiama “stato di polizia fiscale” (spauracchio degli evasori, ma atto di civiltà che in altri paesi – come gli Stati Uniti – è la norma), continuando a colpire privilegi e veri e propri furti ai danni della collettività con perquisizioni, raid (come quelli a Cortina e altrove di qualche mese fa) e controlli a tappeto. Far pagare a tutti le tasse dovute è una condizione necessaria per poterle ridurre.

Vorrei un partito che ha come primo nemico i furbi, che in Italia sono tantissimi tra i cittadini e tra le imprese. Un partito che lotti contro le aziende che fanno cartello (per esempio le Assicurazioni e le compagnie petrolifere), un partito che per esempio favorisca – una volta al governo – una grande campagna di ri-valutazione, fatta da medici terzi, di tutti gli invalidi civili italiani (quanti saranno quelli falsi? credo tantissimi), un partito che lotti contro l’elusione fiscale, contro le ordinanze-canaglia di alcuni enti locali.

Vorrei un partito che, al Governo, riduce gli sprechi al minimo. E taglia tutte le forme di finanziamento all’editoria, taglia il 100% delle auto blu, mette un tetto massimo ragionevole allo stipendio dei manager pubblici (non è fantascienza: lo sta facendo Hollande in Francia). (Update: la notizia riguardo Hollande è una bufala; quindi è fantascienza, ma questo non significa che dobbiamo smettere di desiderarla, anzi: vogliamo un mondo come quello di Star Trek!)

Vorrei un partito che capisca che l’immigrazione è un fatto inevitabile della Storia e faccia proposte politiche per gestirla, non per tentare vanamente di arginarla. E vorrei un partito che lavora per l’integrazione e contemporaneamente per l’espulsione di chi sbaglia. Un partito che non fa pagare l’immigrazione ai bambini: chi nasce in Italia è italiano.

Vorrei un partito che smetta di far pagare gli insegnanti in modo uniforme e lotti affinché siano pagati i meritevoli con stipendi più alti, stabilendo criteri di valutazione a livello nazionale sulla loro preparazione, sul loro aggiornamento, sulla loro efficacia. E vorrei un partito che renda licenziabili quei dipendenti pubblici che lavorano male, non producono, sono assenteisti, rubano e non hanno uno spirito di servizio nei confronti dei cittadini.

Vorrei un partito che crei una commissione d’indagine parlamentare sulle violenze al G8 di Genova. E faccia partire un’azione a tutto campo contro il fascismo e il sadismo nelle Forze dell’Ordine, isolando a ogni livello i singoli colpevoli ed educando le forze di polizia alla democrazia.
E che imponga l’uso di numeri identificativi leggibili e ben in vista sulle divise dei membri delle Forze dell’Ordine impiegati sul campo.

Vorrei un partito che abbia una classe politica di competenti in costante rinnovamento, che non si arrocchi nella “dittatura dei dirigenti” e d’altro canto non si annulli nell’apertura plebiscitarista al primo che passa, che è la morte della democrazia rappresentativa. Vorrei un partito che studia, che forma i suoi militanti, che si guarda in giro e non ha paura di mettersi in discussione.
Vorrei un partito coraggioso – in un’epoca in cui chiunque grida porcate sentendosi legittimato da un mandato popolare che non ha – che faccia proposte forti (non pazze: forti), senza perdersi in mezze parole.

Vorrei un partito in cui le proposte e le idee contano il 90% e le alleanze solo il 10%. Vorrei un partito in cui i parlamentari fanno un numero limitato (variabile in base ai meriti acquisiti) di mandati, dirigenti inclusi; un partito che fa le primarie aperte a tutti per ogni tipo di elezione, incluse quelle di quartiere .

Vorrei un partito che ha più paura di perdere dignità e coerenza che perdere le elezioni.

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In verità mi accontenterei di un partito che mettesse a programma anche solo il 10% di quello che ho scritto in fretta e furia qui sopra.
E francamente mi interessa davvero poco stabilire se un partito simile sarebbe – secondo le trite categorie novecentesche che ci ostiniamo a usare – di sinistra, di centro, di destra o chissà cosa.

Per me è un *partito di sinistra del 2012 secondo parametri del 2012*, perché è progressista, lotta contro l’ingiustizia, impone il merito come criterio fondante di ogni forma di promozione sociale, favorisce il benessere di tutti senza odi sociali verso chi raggiunge o ha raggiunto la ricchezza, laicizza lo Stato e permette ai cittadini una completa autodeterminazione del proprio corpo.

Questo post è la cosa più stupidamente ingenua che ho scritto da quando ho aperto un blog (e forse in vita mia, escluse forse certe lettere d’amore da adolescente, ma dovrei verificare) ma a questo punto possiamo prenderci il lusso di dirla tutta.

E poi votare il meno peggio, come al solito.

I feel love – lato B (aka – la pagina della Sfinge)

May 18th, 2012 § 2 comments § permalink

C’è un momento in cui la realtà si rivela bifronte, spesso di fronte a uno specchio. E funziona benissimo nella narrazione. Ricordate REDRUM?

Bifronte: qualcosa che, guardato in senso inverso, rivela un nuovo senso, come la parola “arco”, che letta al contrario diventa “ocra”.

Un giorno Chris Cunningham (uno che dalla frequentazione di Aphex Twin deve aver imparato molto) legge al contrario “I Feel Love” di Donna Summer. No, non la suona al rovescio alla ricerca di messaggi satanici (poco probabili, ché lei era molto religiosa). La “pratica” esteticamente al contrario: toglie tutta l’elettronica, annulla il ritmo, cancella la voce e ne tiene solo i riverberi più lontani. E amplifica questi ultimi, li moltiplica fino a creare droni, risonanze, modulazioni ad anello.

Prima c’era la geometria perfetta: numeri perfetti nello spazio siderale e un amore – ai limiti dell’orgasmo – inevitabilmente cantato a (e da) un robot.
Ora c’è solo il riverbero lontano di un ansimo, il rumore del vento, suoni che vengono da lontano, amplificati come in un tunnel. La certezza dell’elettronica modulare è svanita. Resta solo l’inquietudine di voci che si manifestano in modo imprevedibile, senza un’origine chiara e definita: il più classico degli elementi perturbanti che, si sa, passano inevitabilmente dall’orecchio. Dopo la programmazione, la rivelazione.

Prima c’era la donna-robot, il cyborg che esprime amore e contemporaneamente si muove a scatti, la dialettica cultura-natura.
Ora i fiori, a perdita d’occhio, colorati dal tramonto e travolti dal vento tra le mani di una donna-fiore in estasi.

Incidentalmente è la pubblicità di un profumo (per me la più bella di sempre). Riportandoci a terra – anzi nella terra – raffigura un sogno: un altro mondo astratto, senza numeri, senza matematica, senza elettronica.

In qualsiasi senso la si prenda, “I Feel Love”, per astrazione geometrica o per sogno iper-analogico, porta verso mondi impossibili.
Sembra un bifronte, ma è un palindromo.

I feel love – lato A (aka – i duri non ballano, quindi io sì)

May 18th, 2012 § 0 comments § permalink

D’improvviso amavo la geometria. E la matematica. Addirittura le frazioni.

Batteva il quattro quarti. E io capivo ogni quarto, ogni colpo, lo sentivo nelle gambe, nella testa, nelle braccia. E comprendevo la geometria, il rapporto numerico tra le forme, le lunghezze, i pattern, le sequenze che diventano sistema, il sistema che evolve in flusso, il flusso che trascina e ingloba.

Era la bellezza dei numeri, il trionfo armonico e ritmico delle cose esatte. La perfezione, la scienza, i robot, lo spazio, il futuro.

Amavo il rumore, le distorsioni, l’eccitazione del suono in modelli sporchi, sbavati, erratici. Mi piacevano l’improvvisazione, la fuga, la deriva, l’imprevedibilità, la sorpresa. Non poteva piacermi quella costruzione perfetta, squadrata, stratificata, ingegneristica, puramente elettronica.

Il groove viene dal corpo, che è imperfetto per natura, mi dicevo, non posso essere affascinato da questa cantilena modulare, dove la melodia e il ritmo sono algoritmi, dove non c’è spazio per l’errore, dove si programma, non si suona. E’ più bello e interessante il mondo reale o una sua simulazione fatta col Lego? Mi dovevo arrendere: in quel momento mi piaceva – da morire – il mondo astratto. Ogni suo mattoncino.

Ero in crisi: quella passione metteva in discussione un’estetica d’istinto di cui andavo anche un po’ fiero: hey ho, let’s go, sudore, amplificatori, chitarre, feedback, rumore (in)controllato. E soprattutto rendeva ridicolo un mio proclama, eletto a stile di vita: io non ballo.

Dopo un minuto – a 14 anni – ballavo per la prima volta in vita mia.

Non ho più smesso.

This land is not your land

March 3rd, 2012 § 65 comments § permalink

No, la Valle di Susa non è la “vostra terra”. E’ il posto in cui abitate. E no, non siete legittimati a esprimervi sulle sorti di un’opera internazionale che passerà di lì più di quanto lo sia io o qualsiasi altro italiano.

Ai (pochi, fortunatamente) fautori di un referendum sulla TAV andrebbe spiegato un concetto semplice ma importante come quello di sovranità. Siamo uno Stato, cioè una cosa collettiva in cui – per dirla con il compagno Spock –  le necessità e le volontà dei tanti prevalgono su quelle di pochi o di uno solo. E le soluzioni a queste necessità/volontà si esercitano attraverso i vari gradi di amministrazione, che hanno portata “geografica” diversa: mondiale, europea, nazionale, regionale, provinciale, comunale, ecc. Nulla di incomprensibile per chi abbia fatto un po’ di insiemistica alle elementari.

E se lo Stato (cioè tutti i cittadini d’Italia) decide che una certa opera va costruita in un certo luogo, non c’è referendum locale che tenga. Perché l’opera è di interesse nazionale (anzi, in questo caso europea). E la sua costruzione o non costruzione può cambiare le vite di chi sta a Bussoleno come di chi sta a Pizzo Calabro o a Kiev. La TAV è un treno e non un campo sportivo. Chiaro, no?

Lo scenario per cui a Milano sono stati fatti alcuni referendum consultivi riguardanti il territorio è diverso: lì i cittadini erano chiamati a esprimersi su temi strettamente legati alla città e di competenza esclusiva del Comune di Milano. Qui si tratta di un progetto europeo che va da Kiev al Portogallo. Ed è un progetto su cui dovrebbero transitare persone e cose da mezza europa. Quindi non azzardiamo paragoni sbagliati.

Quindi no, il referendum in Valsusa sarebbe sbagliato, oltre che inutile. E stabilirebbe un precedente pericolosissimo (che sarebbe il trionfo del leghismo, inteso come pratica e ideologia iperlocalistica): dare precedenza agli interessi locali rispetto a quelli più grandi.

Il problema è che si perderebbe, in piccolo, il senso della misura. Mi spiego con un esempio nemmeno troppo fantasioso. Facciamo che siamo così sventurati da fare un referendum in Valsusa. Ci sarebbero già i primi problemi a definire cos’è la Valsusa, quali sono i cittadini interessati dall’opera e abilitati a votare (peraltro se si fa un lungo tunnel sotto una montagna, magari vorrebbero esprimersi sull’opera pure quelli che abitano nella valle contigua). Ma facciamo che si superano.
Poi succede che vincono i sì: l’opera ha il consenso della valle. Di sicuro salterebbero su i cittadini della bassa valle a dire che loro sono più legittimati a decidere rispetto ai cittadini dell’alta valle, dove la TAV non avrebbe grandi effetti.
Quindi, visto che piace il principio localista, toccherebbe fare un referendum limitato ai cittadini della bassa valle. Si fa e magari ri-vince il sì. Finirebbe che i cittadini del versante della bassa valle interessata dall’opera si sentirebbero più legittimati a decidere rispetto a quelli della bassa valle che stanno dall’altra parte o più distanti. E vai con un altro referendum. In cui magari vincono i sì, ma i cittadini sul versante dell’opera coi terreni espropriati si sentono più legittimati a decidere rispetto a quelli non espropriati. E allora si fa un altro referendum, facendo votare sempre meno gente.
E così via, fino a quando ognuno sarà titolare e principe del metro quadro che calpesta.

Il problema di scala dell’applicazione della sovranità è attualissimo, soprattutto in un’epoca in cui le decisioni importanti superano la dimensione nazionale. Cedere a tentazioni leghiste (questa è la vera natura, magari inconsapevole, del movimento notav fin dalle sue origini, dimenticando i plugin antagonisti/violenti aggiuntisi in seguito), magari non accorgendosene, è un rischio enorme per questo paese in cui i principi forti sono spesso offuscati, opachi, non definiti.
Non va fatto, così come non va fatta una pausa di ripensamento della TAV, perché la TAV non è in Valsusa. La TAV è in Europa. E va fatta il meglio possibile, ascoltando ovviamente le istanze costruttive (cioè ***come*** farla meglio; se farla o no è già stato deciso altrove, rispondendo a interessi di un numero più grande e ugualmente interessato di cittadini sovrani) di chi risiede nelle zone in cui passeranno i treni.

Purtroppo per le menti di certa sinistra poetico/vanitosa (vendoliana), per fortuna minoritaria e in via d’estinzione, l’immagine autogenerata facile-facile del povero contadino che lotta per la sua terra contro le multinazionali è una tentazione irresistibile: vera e propria pornografia ideologica, che genera eccitazione e schieramenti a priori. E poco importa se, come nel porno, è tutto finto. Quel che conta è crederci per un po’, senza avere coscienza dei pericoli più grandi che si nascondono – per tutti – nelle pieghe di un terzomondismo nostrano in salsa antimoderna.

L’uomo che faceva le vocine (e le facce)

March 1st, 2012 § 3 comments § permalink

Ero bambino ed era il 1980/81/82 (non ricordo precisamente l’anno) e a Torino c’era la Festa dell’Unità, quella nazionale, grande.

Alla sezione dei miei genitori, che poi fu la mia, era stato assegnato – con un immane colpo di fortuna – il bar dell’area concerti. Questo significava accesso libero e in qualsiasi ora a tutti i concerti (e in quegli anni il calendario era da paura, per qualità e quantità dei nomi coinvolti).

Io ero bambino (6/7/8 anni a seconda dei casi) e di giorno correvo qua e là per l’area concerti senza supervisione, tanto – si perdoni l’ingenuità dell’epoca – era un luogo sicuro, pieno di compagni che mi conoscevano, non c’erano pericoli.

Spesso salivo e scendevo dal palco durante le prove, cercando di non mettermi nei guai.

Ricordo che un pomeriggio venne Lucio Dalla a provare. La sera avrebbe fatto il pienone.

Come d’abitudine correvo su e giù sul palco sostanzialmente indisturbato, tanto di solito qualcuno mi mandava via poco prima che gli artisti iniziassero a suonare.

A un certo punto mi venne da sedermi sul pianoforte elettrico. Letteralmente mi arrampicai. E, per una volta, nessuno mi mandò via.

Arrivò Dalla e, imperturbabile, mi disse ciao e iniziò a fare le prove con la band, suonando il piano su cui ero seduto. E faceva le vocine al posto del testo delle canzoni (cosa che tuttora mi fa godere), pratica di cui è cintura nera. E ogni tanto mi faceva le facce.

Intanto dondolavo le gambe a tempo, come su un seggiolone. Mi divertivo.

Finii per restare lì sul piano per tutte le prove a godermi il fracasso di quel signore dall’aspetto buffo che mi stava già simpatico. E mi è rimasto simpatico (anche quando ha fatto canzoni orribili).

Ecco, oggi ho una ragione in più per essere dispiaciuto perché Lucio Dalla non c’è più (sempre che non rinasca, come rinasce il ramarro).

Ladri contro sbirri di frontiera: l’assurda distruzione della cineteca di Babele

February 8th, 2012 § 23 comments § permalink

Ok, il download illegale – come dice Matteo – è tecnicamente un furto.
Sul tema sono stati consumati quintali di parole, nel corso degli anni, dai tempi delle cassette coi programmi taroccati per Commodore Vic-20 in edicola fino a 5 minuti fa, al bar. Ci siamo limitati ad aggiornare lo sfondo della discussione (prima la pirateria sui supporti, poi quella online coi download, poi lo streaming), ma le visioni in campo sono più o meno sempre le stesse.

Da un lato c’è chi continua a cercare di imporre al presente un’idea editore-centrica del mercato dell’immateriale. Decidiamo noi (dove “noi” significa i piccoli e soprattutto grandi gruppi editoriali multimediali) cosa farvi consumare, come e e a quale prezzo. E voi, liberi di scegliere all’interno del nostro catalogo, vi adeguate.

Dall’altro c’è chi scarica liberamente tutto ciò che gli aggrada. E lo fa, in grandissima parte, in un contesto di impunità. Anzi, è convinzione diffusa che non sia peccato, come non lo era – anni fa – copiare un disco su cassetta per un amico o fare una compilation alla (potenziale) fidanzata.

A guardarla così è facile vedere il monte di buone ragioni degli editori, che sono tutto un coro di “ci lavora un sacco di gente; quando scarichi un film/telefilm/videogioco pensa ai poveri impiegati della XYZ presto sul lastrico e così via” e la collinetta di attenuanti per gli scaricatori: “era lì, era gratis, perché pagare?”.

 

POLICE & THIEVES

La realtà è più complessa e le figure in campo sono altre e molto più articolate delle semplificazioni che fanno i media.
Partiamo dalle major, dai colossi multimediali e giganti comparabili. Continuano a insistere evocando, favorendo e forse – tramite lobbying – provocando operazioni di polizia di vario ordine e grado pur di colpire la pirateria diffusa. Non quella industriale dei gruppi criminali, ma quella spicciola degli utenti. E come tutte le operazioni chirurgiche praticate con la mietitrebbia, il risultato è infelice: il crimine (quello che campa sul materiale piratato) se la passa benissimo e la casalinga di turno – cioè uno sfigato tra un milione che continuano gioiosamente a scaricare – si trova a dover spiegare alla Finanza dove ha preso gli mp3 di Toni Santagata. Ne colpiscono uno, senza educare un piffero, alla faccia di Mao.

Dall’altra c’è chi scarica. E sono mille umanità diverse, accomunate da un atto ma divise per intenzioni, consumi, approccio e identità sul mercato. Certo, Internet è una grande pacchia. Perché se te la cavi un po’ con le cose digitali e sei di bocca buona, finisci per poter avere a tua disposizione un infinito negozio di dischi/film/libri/riviste/videogiochi a costo zero.
Ma le differenze tra il sedicenne tecnobulimico che scarica di tutto, il cinefilo che vuole vedere i film in anteprima, il collezionista di musica e la pensionata che voleva solo ascoltare Gianni Morandi sul computer, sono tantissime.

 

LE MAJOR COME LA SIP

La realtà è che il mondo delle major editoriali è affezionato al vecchio modello “controlliamo tutto noi” per un motivo semplicissimo: ci guadagnano ancora un sacco di soldi. Si scrive da anni che la discografia è in crisi, il cinema va a rotoli a causa della pirateria, l’editoria sguazza nella melma e così via. Eppure le popstar continuano a essere smodatamente ricche (segno che il business-musica funziona) tanto più sono insulse, il cinema continua a fare incassi strepitosi con film sempre più costosi, il mercato dei videogiochi tira come un camino nuovo e così via.

La realtà è che per gli editori è più conveniente vendere vetusti DVD a 20 euro ciascuno (o a meno in edicola, per i più attenti) a una larga fetta di mercato di “inadeguati tecnologici”. Cioè a tutti quelli che, per mille ragioni (mancanza di tempo, incompetenza, ignoranza, paura), alla fine cedono e comprano. Stanno facendo la stessa cosa che ha fatto il monopolista dei telefoni quando arrivò la liberalizzazione dell’ultimo miglio: cercano di profittare al massimo dell’equivalente moderno dei nonnini che ignoravano l’esistenza di Tele2 o non si fidavano delle novità. E continuavano a pagare bollette pesanti, chiamate in teleselezione, tariffazioni opache come le intersettoriali, eccetera.

Le major sanno benissimo che stanno scorrendo i titoli di coda per quel modello di business lì, quello dei supporti generici e non speciali tipo il DVD “normale” di un film. Però nel mentre sono ben al corrente del fatto che ci possono guadagnare ancora un bel po’, colpendo qua e là i consumatori informati e sperando in quelli ignoranti o pigri.

 

PROVINCIA FORZATA? NO, GRAZIE!

Il comportamento poliziesco delle major è talmente goffo e anacronistico da risultare odioso in certi casi. Vi è mai capitato di voler vedere un video online e trovare al suo posto un lugubre cartello nero con su scritto “E’ impossibile: questo contenuto è vietato nella tua area geografica”?
I limiti geografici, i confini, le frontiere *su Internet* sono semplicemente demenziali. E personalmente li vivo come un’ingiustizia di quelle stupide, da combattere.

Per molti, infatti, la Rete è uno strumento per sfuggire ai limiti imposti dal mercato e dagli editori locali. Se vuoi guardare lo show di David Letterman in Italia in modo legale non puoi: devi accontentarti di quello che passa Sky in ritardo. Ed è così anche per il Daily Show di Jon Stewart. Per le serie tv è peggio: molte non arrivano in Italia e molte altre – considerate meritevoli dagli editori per puro calcolo economico – arrivano in ritardo (con la bella eccezione di Fox che spesso trasmette serie TV statunitensi con ritardi minimi rispetto all’uscita americana) e vengono trasmesse male.

Coi film è un disastro, perché in Italia esce (con tempi imprevedibili) una minima parte di ciò che viene creato al mondo (o anche solo nei paesi anglofoni). Di questa minima parte, solo un pezzettino va a finire nelle sale (rigorosamente doppiato) e il resto esce direttamente in DVD (raramente in Blu-Ray: il catalogo dei film legali in HD nei negozi è disarmante per pochezza) che vi sfido a trovare.

Insomma, se uno ha l’interesse culturale, il piacere o anche solo la curiosità di uscire dai confini imposti dagli editori nostrani, non può far altro che scaricare “illegalmente” (?) prodotti dell’arte e dell’ingegno che in Italia non arriveranno mai o arriveranno tardi (spesso adattati male, doppiati peggio, programmati alla cazzo di cane e mandati in onda in disordine o in modo non completo).

Giusto la musica sembra non avere problemi di release. In compenso ne ha tantissimi di catalogo. Cioè, reperire online legalmente l’ultimo singolo di Madonna non è un problema per nessuno. Trovare un album non recente di Annette Peacock è impossibile. Quindi o cerchi disperatamente un vinile (e va bene se ti piacciono i Pooh o Celentano: magari sull’usato trovi qualcosa) in un mercatino o non puoi fare altro che aprire Google e cercare: li trovi tutti in mp3 in alta qualità, presi dalle copie in vinile e ripuliti.

Con i giornali qualcosa è cambiato da quando ci sono i tablet: ora puoi abbonarti a molte testate qua e là nel mondo. Non ci sono tutte, molte non hanno gli arretrati e molte sono disponibili solo nel proprio mercato locale (fortunatamente aggirabile su iTunes con qualche gabola). Quel che è certo è che gli abbonamenti digitali hanno prezzi comparabili con quelli cartacei, pur non avendo costi apprezzabili di distribuzione (e avendo pari o maggiore pubblicità). Insomma, salvo rari casi, costano ancora troppo.

Certo, stiamo parlando di prodotti che interessano una minoranza di persone, che intendono andare oltre al provincialismo (quello vero) imposto dagli editori locali. Gente che preferisce  guardare Kick Ass quando esce e non 12 mesi dopo, con un doppiaggio imbarazzante. O non vuole aspettare che Rete 4 (che ne comprò i diritti e ne trasmise poche puntate) decida di trasmettere tutto West Wing, anche perché non accadrà mai. E detesta Lost in italiano o Gilmore Girls adattata malissimo (a partire dal titolo) e con le protagoniste doppiate da due attrici con la voce identica.
Sarà perché mi ascrivo a quella minoranza (che poi non è così piccola), ma ho l’impressione che si tratti di gente tendenzialmente disposta a spendere per i propri consumi culturali (e magari scopre Frasier online, si scarica tutte le puntate che trova e alla prima occasione si compra il cofanetto – inglese, non esistente in Italia – con tutte le 11 stagioni).

 

LA CINETECA DI BABELE

Aggiornare il modello di business con cui si vendono film, libri, dischi, ecc. è possibile da anni.
Ci ha provato Apple con iTunes Store, ma in modo timido e talmente vessatorio per l’utente da aver riprodotto (e in certi casi accentuato) limiti e antipatie del modello tradizionale.
Coi film e le serie tv i tentativi sono imbarazzanti: la distribuzione legale online ha prezzi irragionevoli e, soprattutto, cataloghi irrisori al di fuori degli Stati Uniti.
Coi libri e i giornali, il fatto di distribuire edizioni digitali per iPad e Kindle con meccaniche di mercato e prezzi simili alle versioni cartacee non risolve il problema.
Nel campo dei videogiochi qualcosa sta cambiando: i giochi a 79 euro ciascuno lentamente lasciano il passo a quelli a 0,79 euro sull’AppStore di Apple, che rendono molto grazie a un’economia di massa senza (troppi) confini. E i servizi di gioco in streaming (che tra l’altro renderanno più rilevante la velocità di connessione dei dispositivi rispetto alle loro performance di calcolo e supereranno le barriere tra piattaforme) sono una possibilità interessante da esplorare, ma ancora nella culla.

Eppure la soluzione sembra a portata di mano, almeno per alcuni mercati: trasformare i prodotti in servizi.
Lo si dice da una vita, ma nessuno lo fa. O lo fanno male: ciascuna major nel proprio orticello, con cataloghi irrisori e prezzi irragionevoli. E un tono del tipo “guarda come siamo buoni, pezzente!”. E’ così difficile, invece di vendermi “al pezzo” cose digitali e impalpabili, vendermi un accesso universale alle “opere” – studiato in modo che io non possa “rubarlo” – su base temporale?

Mi spiace dirlo, perché è un individuo che mi fa orrore a 360 gradi, ma il fondatore di Megaupload/Megavideo aveva scritto una cosa giusta, poche ore prima di essere arrestato: care major, guardate che io qui non ho solamente una macchina sforna-soldi, ma ho un servizio, forse addirittura un medium, con cui potreste farne anche voi. Parliamoci.

Aveva ragione, il ciccione. Megavideo era una videoteca immensa, piena di film nuovi e vecchi. Ed era una manna dal cielo per i cinefili, perché conteneva migliaia di telefilm e film vecchi, introvabili in DVD e meno che mai in lingua originale (oppure presenti online ma non disponibili per il consumo in Italia).
Certo, sicuramente una parte rilevante del traffico era fatta da gente che si guardava l’ultimissimo Fast & Furious in HD. Ma nel mezzo c’era un intero mondo di persone che vorrebbe vedere “Walkabout” e non ha voglia di stare lì a sperare che lo passino a Fuori Orario in agosto alle 3 di notte. E su Megaupload c’era. Gratis, perché non lo vende nessuno.

Non costerebbe molto alle major mettere a disposizione online l’intero loro catalogo (ma tutto, eh!) – magari escludendo i film usciti nell’ultimo anno, così da garantirsi ancora più grana con i DVD per i pigri/ignoranti – e chiedere agli utenti un abbonamento mensile.
Per un servizio di questo genere pagherei senza battere ciglio 500 euro all’anno. Spetterebbe alle major spartirsi i soldi degli abbonamenti in base a quanto visto dagli utenti.
Sarebbe un servizio fatto prevalentemente da prodotti che non generano grandi introiti (non vanno in sala, sono fuori catalogo sul mercato dei supporti e in edizione digitale “un tanto al pezzo” vendono pochissimo, perché troppo cari), ma che in massa genererebbero guadagni rilevanti.

La cineteca di Babele – con buona pace dell’omonima rubrica sui vecchi Linus – c’era già e coloro che avrebbero potuto beneficiarne hanno preferito abbatterla, abbagliati da guadagni facili sul breve periodo.
Come utente reclamo un sistema di produzione, circolazione e consumo delle “opere” più giusto e più adeguato ai miei interessi. Non voglio la pirateria libera e non la reclamo come diritto. Vorrei più varietà, maggiore libertà di scelta, un’economia della coda lunga e un orizzonte più ampio di quello che pochi (miopi, ecumenici, paternalisti) oligarchi dei media decidono per me.

Poter consumare quello che voglio e che è disponibile sul mercato (ma non è venduto in Italia per miopia degli editori locali o per assurdi limiti geografici) è una libertà per cui sono disposto a pagare. E trovo sia giusto farlo. Ma fino a quando quella libertà mi viene negata, non crediate che mi metta a guardare le fiction lacrimevoli sui santi e sui “fascisti buoni” delle televisioni di regime: mi siederò in riva al torrent e aspetterò che prima o poi passi il cadavere delle major, travolto da un muro di CD e DVD invenduti.

Scritte, rottami, teppismi e Negri con la maiuscola – il negazionismo NOTAV e la città violata

January 30th, 2012 § 65 comments § permalink

Sabato un corteo Notav per le strade di Torino ha richiamato in città qualche migliaio di manifestanti. Non erano in tanti, contando che la manifestazione era preparata e annunciata dal lungo tempo, ma il corteo è riuscito a fare numerosi danni in città.

La manifestazione, infatti, ha lasciato una grande quantità di scritte sui muri (alcune creative, altre orribili e preoccupanti) e macchie di vernice contro edifici “antipatici” al movimento. I cittadini si sono, giustamente, incazzati, un po’ perché la pulizia è a carico della città, un po’ perché le scritte e i deturpamenti hanno colpito alcuni aspetti simbolici della città.

 

I FATTI

Ci sono due cose in particolare che hanno fatto sensazione:

- l’imbrattamento dell’immagine di Norberto Bobbio su un poster della ex libreria de La Stampa di via Roma

- la minaccia al giudice Giancarlo Caselli. “Caselli, TAV-visiamo” su un muro lungo il percorso del corteo.

 

LA POLEMICA

Tralasciamo per ora le minacce a Caselli, limitandoci a notare che vive sotto scorta ed è una delle figure di primo piano nella lotta prima al terrorismo e poi alla mafia. Ed è uno che fa il suo dovere con equilibrio, al punto di ritenere necessario commentare gli arresti di alcuni leader violenti dei Notav con parole rassicuranti e di grande civiltà, a tutela della parte sana e pacifica del movimento.

Ieri su Twitter è scoppiata – anche e soprattutto per causa mia – una notevole polemica sullo sfregio all’immagine di Bobbio.

La polemica ha avuto uno strascico piuttosto lungo, che dura anche questa mattina. L’indignazione per lo sfregio all’immagine di Norberto Bobbio è stata accolta male dai militanti Notav su Twitter, in particolare quelli che fanno riferimento alla sinistra radicale, ai centri sociali e più in generale all’antagonismo.

I motivi della loro critica sono sostanzialmente due (li riassumo tenendo conto che ne sono arrivati a pioggia, ciascuno con le sue sfumature), spesso concomitanti:

- la TAV è un’opera che a nostro giudizio farà molti danni e siamo molto incazzati, non andiamo molto per il sottile: tenetevi il centro imbrattato, non è poi la fine del mondo; (con corollario di notav romani che dicono di trovarsi benissimo in una città deturpata dalle scritte sui muri ed evidentemente vogliono estendere il piacere anche a Torino). Insomma, la famosa massima brechtiana per cui i portatori di gentilezza non poterono essere gentili. Bah.

- l’immagine del deturpamento della fotografia di Bobbio è un falso.

 

 

IL “FALSO”

Rispondo all’accusa di falso, perché sono stato tra i primi a proporre online l’immagine del povero Bobbio (che, per i non informati, è questo signore qui) violato dalla vernice lanciata dai Notav contro la ex libreria della Stampa (che loro credevano essere sede della Stampa, mentre è un edificio chiuso in cui presto sarà aperto il secondo Apple Store di Torino: non pretendiamo che il movimento sia informato, no?).

La polemica nasce da questa fotografia, che è un close-up che ritrae Bobbio “verniciato” accanto alla parola “servo”. L’ho presa da questo status qui, di un amico. Il quale l’ha presa da un suo contatto. E’ uscita nel pomeriggio, dopo le 16.

Va da sè che mi è scattata l’indignazione: violare l’immagine di Bobbio, che è da sempre un teorico della nonviolenza e una delle figure alte di riferimento della democrazia italiana, senza colori di sorta (pun intended), mi è sembrata e mi sembra tuttora una cosa raccapricciante. E soprattutto una cosa stupida da parte di un movimento che si dichiara pacifico e gioca a fare la vittima e in ogni sua manifestazione riesce a produrre e attirare solo violenza (anche con eccessi polizieschi nella risposta, talvolta, perché la violenza chiama violenza in un’escalation senza fine).

Qualche ora più tardi un altro amico, che fa il fotoreporter, condivide una fotografia più allargata dello scempio a Bobbio.


La fotografia rivela una buona notizia e una cattiva.
Quella buona è che lo scempio a Bobbio è meno infame: hanno sfregiato la sua fotografia, ma almeno non gli hanno dato del “servo”.
Quella cattiva è che l’appellativo “servo” è riferito a Massimo Numa, giornalista de La Stampa oggetto di una polemica dai contorni poco limpidi (è accusato dal movimento di aver postato commenti falsi a detrimento della causa Notav) su cui il giornale non ha fatto chiarezza (e visti gli elementi a carico si capisce anche perché).

 

 

#BOBBIO vs #FAKEBOBBIO

Visto lo sfregio all’immagine di Norberto Bobbio, ho cercato – insieme ad alcune persone in Rete – di diffondere il più possibile l’immagine dello scempio e di far riflettere i miei contatti online sulla natura del movimento Notav, ormai ostaggio dell’ala violenta e antagonista, estranea alla Valle Susa (lo dimostrano gli arresti dei violenti della settimana scorsa: solo 3 hanno riguardato valsusini).

A un certo punto è emersa su Twitter l’idea di portare tra i Trending Topic l’hashtag #Bobbio per rimediare, in sedicesimo, al danno e riabilitare l’immagine di un uomo che non si merita la vernice in faccia e la violenza teppista. L’operazione è riuscita e l’indignazione registrata in Rete è stata tantissima, per quanto – temo – effimera.

Il problema di Torino deturpata di fatto e deturpata nei suoi simboli ha costretto il (formalmente) leader dei Notav a una imbarazzata retromarcia con un delirante finale in cui vaneggia di “infiltrati” e non si prende alcuna responsabilità politica. E soprattutto non chiede scusa e non annuncia una sana operazione di pulizia a cura del movimento, che – lo capisce anche l’ultimo degli allievi a un corso di PR – sarebbe un’operazione d’immagine utilissima alla causa.

Trovatosi in difficoltà e messo in crisi da 4 gatti online, il movimento non ha potuto fare altro che aggrapparsi all’unico elemento possibile: la scritta “servo”.
E’ vero, quando è uscita l’immagine “ristretta” l’indignazione (mia e di tanti) era tripla, perché il povero Bobbio oltre che deturpato era pure insultato. Quando poi si è scoperto che gli insulti erano rivolti “solo” a Massimo Numa (uno a cui online dedicano inquietanti testi anonimi intitolati “Massimo Numa è ancora vivo“), l’accusa si è ridimensionata. Bobbio è stato solo deturpato, non insultato.

L’accusa dei Notav a me e a chi ha contribuito alla causa #Bobbio è di aver fatto montare ad arte la polemica sulla prima immagine. Peccato che sia stato io a diffondere via Twitter l’immagine più allargata, grazie al mio amico fotoreporter. E abbia ovviamente corretto all’istante il tiro alle accuse, peraltro ripetendo la cosa più volte (per esempio qui e qui, ma potrei andare avanti per due righe di “qui”) e basando le accuse – ovvie e indiscutibili – solo sullo scempio all’immagine del filosofo torinese.
COME FUNZIONA IL NEGAZIONISMO

[Edit: visto che qualcuno si lamenta, quella che segue non è una reductio ad Hitlerum ma una nota di metodo che non segue il sentiero di paragoni azzardati, ché qui si è per i toni poco accesi]

Non so se vi è mai capitato di parlare con un negazionista o leggere i suoi scritti. Di solito sono persone preparatissime nel dettaglio. E seguono un copione che tanti anni fa fu intelligentemente tracciato da Furio Colombo in un articolo che, purtroppo, non trovo più ma è da recuperare (anzi, se qualcuno ce l’ha sotto mano e me lo manda mi fa un grande piacere).

Scriveva Colombo che chi nega l’Olocausto segue una prassi precisa per raggiungere il suo obiettivo: corregge le minuzie e si basa su piccoli errori per dimostrare (o dare la sensazione) per sineddoche che tutto il resto sia sbagliato.
Se rievochi le malefatte di un gerarca nazista nel campo tal dei tali, il negazionista ti farà notare che il nome è scritto sbagliato o che il suddetto gerarca non aveva gli occhi azzurri ma verdi. E quindi è tutto sbagliato, tutto falso, eccetera.
E cercherà di far pesare i dettagli (su cui magari ha pure ragione) rispetto alla mostruosa evidenza di fatti più grandi.

Sta succedendo lo stesso con lo scempio a Bobbio. La sua immagine è stata violata e questo è un fatto indiscutibile e chiara a chiunque abbia il dono della vista.
Non gli è stato dato del “servo” e, appena la cosa è stata chiara (meno di un’ora dopo), ho diffuso l’immagine e corretto il tiro, eliminando le accuse di insulti e mantenendo quelle evidenti di scempio. E mantenendo l’indignazione, come tanti.

Il tentativo di ribaltare la verità basandosi su un dettaglio (che non cambia di molto i fatti: è giusto un’aggravante in meno) e tralasciando che sono stato colui che l’ha diffuso non è molto onorevole, ma visti i soggetti coinvolti (rottami anni Settanta rovinati dai sofismi filo-violenza di Toni Negri) non c’è da meravigliarsi.

Tra l’altro la scusa “non volevamo dare del servo a Bobbio, volevamo solo imbrattare la sede di un giornale per insultare un giornalista”, non so voi, ma a me suona male da qualsiasi lato la si prenda.

 

CAMMINA COME UNA LUCERTOLA, SI NUTRE COME UNA LUCERTOLA, DORME COME UNA LUCERTOLA…

Uno ci prova anche a essere comprensivo, a pensare bene, a illudersi che no, l’attacco all’immagine di Bobbio non è stato intenzionale e il movimento non è né stupido né violento e si è trattato di un compagno del plotone “uova di vernice” con la mira particolarmente grama.
Fosse stato un episodio isolato in un corteo pacifico, pulito e rispettoso della città, sarebbe stato un peccato non provare a essere ottimisti.
Ma la realtà non è così. Il movimento non solo è capace di violenze di piazza, ma deturpa la città e ha nelle sue corde toni, parole e slogan preoccupanti, in certi casi infami e che rievocano memorie oscure.

E il corteo ha lasciato dietro sè uno scempio totale del centro di Torino, con via Po imbrattata di scritte su ogni colonna.

E poi scritte brutte, pericolose. Come quella minaccia contro Giancarlo Caselli, gravissima. Non un errore del movimento: un orrore.
E mi meraviglia che gli epigoni di Toni Negri non siano ancora partiti con le scuse: ce l’avevano con Caterina, quella bugiarda.

 

QUINDI

Dati alla mano, gli scempi restano, la polemica negazionista crolla in modo inequivocabile. E i violenti Notav fanno l’ennesima brutta figura.

E fanno l’ennesimo errore strategico, inimicandosi i torinesi (gli unici a cui possono sperare di estendere l’ottica NIMBY della valle per recuperare un po’ di consenso, visto che sono in crisi di popolarità da tempo).

Come avrete notato, tutto quello che ho detto è indipendente dal giudizio di ciascuno sulla TAV. Indipendentemente da come la penso su quell’opera, sono indignato come torinese se vedo la mia città (che negli anni è diventata sempre più bella e pulita) sporcata da una manifestazione.
Mi sarei incazzato, da iscritto all’ANPI, perfino se la manifestazione del 25 aprile avesse deturpato la città e i suoi simboli (cosa impossibile, va da sè).

E non c’è fine, non c’è emergenza che giustifichi i mezzi. E non c’è infamia (presunta) di un giornalista che giustifichi inondare di vernice i muri della mia – della nostra – città.
E non c’è emergenza che giustifichi il teppismo, soprattutto se colpisce soggetti terzi.

Qualcuno, dopo questi episodi, dice “vietiamo le manifestazioni”. No, non vietiamole: la stupidità di pochi non deve ledere un diritto di molti. E i Notav hanno tutto il diritto di poter manifestare in pace e senza violenze in divisa. Ma in cambio DEVONO rispettare le leggi. Tutte.
Ci riusciranno solo quando l’ala pacifica del movimento isolerà quella violenta, che attualmente comanda e detta la linea (militaresca) del movimento.
Spacciarsi per ecologisti a colpi di teppismo e mancato rispetto per il prossimo non è una buona strategia. Speriamo facciano chiarezza. E speriamo corrano a ripulire Torino, dopo che l’hanno ridotta male.

Sabato i Notav hanno voluto portare i rottami del cantiere in Valle Susa di fronte al Consiglio Regionale. Si preoccupino dei rottami ideologici che si portano dietro dagli anni Settanta, perché fanno solo danni. Anche alla loro causa.

 

Iniziamo l’anno con una cosa figa (cioè, che piace a me e che magari potrebbe pure piacere ad altri)

January 13th, 2012 § 1 comment § permalink

EmmeBi ha dettato la linea: iniziamo il 2012 con una cosa figa (sul suo blog sono già 2 ma direi che l’abbondanza in questo caso non è un problema).

Mi unisco volentieri allo slancio di condivisione, anche perché giusto in questi giorni mi è capitato di incappare in qualcosa di musicale che non vedevo l’ora di condividere prima che i Maya ci obblighino a sentire musica latinoamericana in loop nei secoli dei secoli nel loro aldilà.

Potrà sembrare incredibile, ma è musica italiana.
Ok, non italiana nel senso che intendiamo comunemente. E’ un vecchio pezzo italo-disco (per i non informati sulla musica: il genere sintetico post-discomusic tutto italiano dei primi anni Ottanta, da sempre fonte di gemme musicali per chi ha voglia di ravanare tra i 45 giri o direttamente nei ricordi di infanzie in riviera tra un gelato Toseroni e le 3 ore di attesa inevitabili accanto a un juke-box prima di poter fare il bagno)

Il pezzo si chiama “Mind Games” e lo suonano i Jojo (sigla dietro cui si celano 3 cognomi italianissimi). Uscì all’epoca – 1982 – per la Disc8, label piuttosto fortunata dell’epoca.
A me piace molto la versione strumentale, sintetica, calda, con un giro di synth che ti fa battere il piede. E anche quella vocal ha un suo perché.
Sarà una fissa mia o una nostalgia per le notti magiche del 1982 (che, avendo 8 anni, finivano verso le 21 e 30), ma ho il pezzo in loop da ore.

 

In un’epoca in cui la colonna sonora plasticosa di Drive piace quasi più del film e il pop sintetico che flirta con la dance sembra tornare in voga, iniziamo il countdown in attesa che qualcuno tipo Todd Terje si svegli, ne faccia un re-edit come capitò con Camino del Sol e riempia le piste di gente che balla (fortunatamente) un po’ più piano del solito.