Capire Di Pietro

June 24th, 2011 § 3 comments § permalink

Antonio Di Pietro si sta muovendo (politicamente, dico). E fa bene: la congiuntura politica lo vede in crescita dopo che si è intestato – a ragione – il merito della vittoria ai referendum. E si sa che i successi politici regalano sempre un po’ di margine di manovra. Basta sapere dove andare.

Molti si sono spaventati vedendo Di Pietro chiacchierare amabilmente con Berlusconi in Parlamento. Altrettanti si sono inquietati nel momento in cui ha pubblicamente attaccato/spronato Bersani alla Camera, invitandolo a costruire un’alternativa politica e a non tergiversare nei soliti tatticismi. Altri si sono indignati nel leggere la disponibilità di Di Pietro e dell’IdV a votare col Governo alcune riforme condivise.
In effetti suona strano: il partito che finora è stato vissuto come l’essenza dell’antiberlusconismo e della politica muro-contro-muro diventa improvvisamente un serio interlocutore dialogante, aperto al confronto con l’avversario e non più animato da una linea politica ispirata alla trascurabile “In prigione, in prigione” di Bennato?

Questa improvvisa inversione di marcia dipietresca mi ha confuso un po’ più del solito. Ho provato a chiedere lumi in giro, giacché qui non si rinuncia a parlare di politica, ma mi sono reso conto che ai miei “non capisco Di Pietro” fanno sempre seguito ragionevolissimi discorsi off-topic sulla sua inadeguatezza grammaticale.

Quindi mi sono dovuto fare un’idea da solo, corroborata da un’intervista di Di Pietro al Corriere della Sera in cui, con il suo solito modo disordinato di ragionare, tenta di fare chiarezza, aiutato da un paziente Aldo Cazzullo. Provo a condividerla.

 

DIECI MILIONI DI TRADITORI DA CONQUISTARE

Secondo me Di Pietro si è fatto incuriosire dall’analisi dei dati di partecipazione ai referendum: su 27 milioni di votanti, quasi 10 milioni sono elettori di PdL e Lega. Si tratta di voti in sostanziale libera uscita: votanti che non si sentono di “appartenere” al blocco Bossi-Berlusconi, dispostissimi a votare altro se opportunamente coinvolti e interessati.

Non è una notizia che ci sia disaffezione nei confronti di Berlusconi e dei suoi alleati, di recente. Il problema è tradurla in risultati elettorali positivi per il centrosinistra.
Il mio pessimismo della ragione mi ha convinto che la vittoria alle amministrative e ai referendum non è convertibile con facilità in un successo alle Politiche per il centrosinistra (e per ora non poniamoci la domanda “quale centrosinistra?”, ché vorrei dormire la notte).
Secondo me c’è stata una felice contingenza per cui il fastidio che Berlusconi & c. provocano nel popolo italiano, accompagnato da una serie di macroscopiche cavolate in campagna elettorale da parte del PdL, ha coinciso con il voto amministrativo, che da sempre è il meno identitario e il più “materiale”.

Insomma, c’è da pensare che per molti italiani sia più facile votare Pisapia sindaco (dove la parola forte è “sindaco”) che [mettete voi il parlamentare che più vi sta a cuore] deputato. Nel primo caso si sceglie un amministratore locale, che ha un programma relativo al territorio e le cui azioni sono in gran parte tangibili e misurabili dal cittadino, nel secondo si vota un listino bloccato di gente spesso scollegata dal territorio e gli effetti delle scelte politico/amministrative sono lenti, difficilmente percepibili nello spazio e nel tempo. Insomma, per votare alle politiche è necessario chiedere al cittadino un po’ più di fiducia a perdere. Se poi è un po’ cieca è meglio. E qui casca l’asino.

 

LA SOTTILE DIFFERENZA TRA VOTI DI SINISTRA E VOTI A SINISTRA

Oltre alla maggiore difficoltà ad acquisire voti alle Politiche rispetto alle Amministrative (dove, va detto, solitamente il centrosinistra propone candidati validi), c’è un altro problema: il voto di appartenenza.

E’ un problema a doppio taglio: da un lato il voto alle Politiche in Italia è da sempre una questione di appartenenza, di identità e perfino di tradizioni familiari. Se la scheda elettorale è il foglio su cui si scrive la risposta, la domanda che molti italiani si fanno quando votano non è “da chi vorresti essere governato?” ma “tu da che parte stai? destra o sinistra?”.
Conosco decine di persone con entusiaste idee di sinistra che non voteranno mai (o quasi mai, perché tra qualche riga provo a spremere un po’ di speranza dal tubetto ormai vuoto), perché sono state educate a un’altra cultura e si definiscono di destra, pur non essendolo. E conosco altrettante persone che si definiscono di sinistra, magari pure militanti, ma che all’atto pratico sono più o meno ragionevoli destrorsi. Basta non dirglielo, perché è facile rimediare un occhio nero.
Credo siano figure comuni a molti, perché l’eccessivo tribalismo politico ha creato fenomeni simili, molto notevoli.

Chi è riuscito a scardinare questo meccanismo di appartenenza, che fa sì che in Italia la fluidità del corpo elettorale sia bassissima, è stato Berlusconi. Dal suo esordio in poi è riuscito a intercettare i voti di quelli che stavano a destra e pure quelli di chi non si sentiva appartenere a nessuna delle rigidissime identità politiche che hanno diviso il paese dal 1948 in poi.

 

“NOI SIAMO I BUONI E PERCIO’ ABBIAMO SEMPRE RAGIONE E ANDIAMO DRITTI VERSO LA GLORIA”

(Oggi ce l’ho con Bennato, chissà perché.)
Dicevo che il problema del voto identitario e di appartenenza è a doppio taglio. Il suo altro aspetto temibile e non secondario è l’incapacità della sinistra italiana di ragionare al di fuori delle ottiche di appartenenza. Lo dico da militante (per appartenenza, ovvio): nei giri sinistrorsi che frequento e ho frequentato nel corso di una ventina d’anni di attività le attività di propaganda si sono sempre concentrate – con punte di ossessività – sul dire all’elettore “diventa come noi”, più che sul comunicare “ecco alcune buone ragioni/proposte/idee per cui potresti votarci”. Al massimo ci siamo trovati a dire “votaci, perché siamo più buoni/onesti/giusti di quelli là”, dove il “quelli là” era variabile a seconda dei casi (e in tutti i casi avevamo pure ragione, ma non bastava).

[piccolo episodio stupido ma che boh forse vuol dire qualcosa] Tanto (tanto) tempo fa partecipai a una delle mie prime manifestazioni studentesche, rigorosamente inquadrato dietro lo striscione della Federazione Giovanile Comunista Italiana. Con spirito militante cantavamo tutti in coro il terribile slogan “Siamo tanti, siamo qui, siamo della FGCI”. Ricordo perfettamente la faccia di uno studente che passava di lì e, sentendo il nostro coro, ci liquidò con un un “E quindi?”. Aveva ragione [fine dell'episodio stupido, ecc.]

Credo che le ultime Amministrative e i referendum abbiano dimostrato che il centrosinistra – ma diciamo pure “la sinistra”, senza eufemismi – vince se comunica “cose” e non identità, anche perché è necessario arrendersi al fatto che la maggioranza dei cittadini di questo paese non *è* di sinistra ma, con le giuste condizioni e le opportune proposte politiche, è *disposta a votare* a sinistra o giù di lì.

 

POSIZIONARE DI PIETRO

L’obiettivo di Di Pietro, negli ultimi giorni e (credo) da qui alle prossime elezioni, è proprio quel “giù di lì”: a occhio le sue mosse degli ultimi giorni mi sembrano una precisa opera di posizionamento politico. Al centrosinistra serve qualcuno/qualcosa che sappia raccogliere voti non di appartenenza e di identità.
In un’immaginaria ma non troppo coalizione tra SEL, PD e IdV, i ruoli sarebbero abbastanza chiari:

- SEL dovrebbe raccogliere i voti a sinistra del PD e una buona parte di voti di protesta/ipersindacalizzazione/antimodernismo/terzomondismo, voti indignati, voti catto-comunisti, voti intransigenti,  ecc. indirizzandoli verso un partito che, si spera, faccia prevalere la sua identità “di governo” su quella “di lotta”:  il modello Puglia, insomma, auspicabilmente senza la diffusione nationwide della di quella forma di tortura chiamata pizzica salentina.

- il PD dovrebbe fare il PD, cioè il partitone di massa che va bene per tutti e anche un po’ male e, salvo sorprese, l’unico posto in cui i cattolici di sinistra (tutti e tre) potrebbero trovare cittadinanza politica, pur restando giustamente minoranza. E sarebbe l’unico partito della coalizione capace di esprimere una classe dirigente all’altezza, a partire da Bersani (ottimo amministratore/ministro e segretario così così, in tempi di guerra).

- IdV avrebbe il ruolo di sponda destra, anche se “destra” è riduttivo e fuorviante. Sarebbe una sorta di approdo non identitario: un modo non troppo compromettente per uomini e donne non di sinistra per dare il voto alla coalizione di centrosinistra. Un partito per switchers politici in incognito.

A pensarla così, tutto torna. Funziona il ruolo dialogante di Di Pietro, che non può pretendere di chiedere il voto agli ex elettori berlusconiani se fino a 5 minuti prima li ha massacrati a parole. Funziona l’espressione di pietas nei confronti di Berlusconi, dipinto come un vecchietto narciso abbandonato da tutti e circondato da yesmen, profittatori, mignottone e minus habens provenienti da AN: l’elettore PDL in libera uscita è sicuramente caduto vittima del fascino berlusconiano e, ora che è in via di guarigione, non vuole che gli si gridi in faccia che è un pirla; meglio agevolarlo un po’. Funziona l’insistere sulla sua natura di uomo non di sinistra, funziona il ricordo del padre contadino democristiano tutto d’un pezzo, funziona rispolverare l’identità di poliziotto e privilegiarla rispetto a quella di giudice: il “destrorso civile non ultras” vuole quello, cioè persone di buon senso, non intellettuali, non eccessivamente progressiste, con un senso forte della giustizia declinato in salsa questurina.

 

L’ESTREMISTA CHE NON C’E’ E IL LIBERALE A CUI NON CREDO MOLTO

Ho sempre trovato stupido e sbagliato posizionare il partito di Di Pietro all’estrema sinistra. Eppure è un’analisi che ho sentito fare più volte. La realtà è che è un partito che non esiste realmente, salvo due o tre figure di spicco, e alle politiche candida gente presa qua e là senza andare troppo per il sottile (cough! Scilipoti! De Gregorio! cough!). Molte volte mi è stato difficile identificare o distinguere una linea dipietrista, salvo l’opposizione rabbiosa a Berlusconi. E le accuse di estremismo  mi hanno sempre fatto sorridere: l’ex sbirro Di Pietro non ha nulla da spartire con la sinistra estrema italiana che, tra l’altro, ha sempre avuto in uggia i giudici. Semmai è estremo (ma non estremista) il giustizialismo incarnato dall’IdV, ma – dopo anni di inascoltata propaganda berlusconiana a reti unificate contro i giudici e la Giustizia – mi sembra un dato di fatto incontrovertibile che la passione per le manette è trasversale all’arco politico nostrano. E non credo sia un male.

La seconda intuizione giusta di Di Pietro, negli ultimi tempi, è aver capito che manca un profilo liberale alla coalizione di centrosinistra che verrà. Non perché non ci sia (se pensiamo che le uniche riforme liberali rilevanti degli ultimi anni sono state le “lenzuolate” di Bersani quando era ministro), ma perché non ha l’evidenza che merita ed è un po’ annacquato nel “vale tutto” del PD e nel caos che da sempre contraddistingue i Radicali.
Dare un’autonomia ontologica alle istanze liberali all’interno del centrosinistra sarebbe una mossa azzeccata, dal punto di vista elettorale: garantirebbe finalmente un profilo politico preciso all’Italia dei Valori, aumenterebbe la cultura riformista della coalizione e attirerebbe un bel po’ di voti responsabili e non solo quelli manettari di ritorno dalla gita prolungata nel leghismo-berlusconismo.

Il bello dei partiti “personali” è che hanno una straordinaria agilità di manovra: non devono passare attraverso congressi, commissioni, riunioni: il capo cambia idea e il partito si adegua. Certo, ne risente un po’ il senso di coerenza. Ma è un valore che è passato di moda, nel 2011.

Ho solo il dubbio che Di Pietro non sia una figura credibile per fare il liberale del centrosinistra, con l’agenda Giavazzi in mano. Boh, non me lo vedo. Forse in questo caso è un mio giudizio superficiale basato sulla natura e i limiti del personaggio, quindi su questo prendetemi ancora meno sul serio del solito. Tra l’altro non riesco a trovare argomenti a sufficienza per esprimere il mio scetticismo a pelle nei confronti di Di Pietro in salsa liberale. Prometto che li cerco, eh. Nel mentre se ne avete voi, tirateli fuori. O confortatemi: è credibilissimo e sono io che faccio il raffinato a cui sembra strano un liberale con la grammatica claudicante.

Alla fine l’operazione di Di Pietro, se è quella che ho immaginato, mi sembra avere senso.
Mi guardo bene dal votarlo e dal farlo votare, intendiamoci. Però intravedo una direzione e un piano precisi nelle sue mosse e apprezzo che chieda al PD e agli altri di produrre uno straccio di programma con cui vincere le elezioni, visto che si vince parlando di “cose”.
Con buona probabilità si candiderà alle Primarie, non so con quali esiti. E poi vorrà dire la sua, giustamente, sulle future alleanze.
Spero non faccia guai.

 

 

 

 

 

Non avere fretta di contare per contare davvero: la rilevanza elettorale della Rete e l’inspiegabilità del suo successo

June 14th, 2011 § 7 comments § permalink

Il tema è caldo da qualche settimana, a occhio dal primo turno delle ultime elezioni amministrative: la Rete sposta voti? Ce lo stiamo chiedendo tutti.

La domanda è stupida e suona ancora più stupida se posta, come sta accadendo in questi giorni, dai giornali tradizionali. Cioè da quelli per cui la Rete è stata, fino a ieri, poco più che un grande “Mondo cane” pieno di morbosità da mostrare al prossimo tra lo scandalizzato e il complice.

Trattandosi di una questione stupida (è ovvio che la Rete sposta voti: il problema non è il “se”, ma il “quanto”), non posso perdermela. Ecco cosa ne penso.

Penso che ci stiamo facendo la domanda sbagliata.
Chiedersi se Internet sposta voti è, a mio giudizio, una domanda mal posta e precipitosa.
E’, innanzitutto, una domanda che tradisce una concezione “vecchia” della politica, quella in cui – in uno scenario di sostanziale immobilità – i giochi politici si facevano su margini differenziali strettissimi. Il voto in Italia è sempre stato, per definizione, identitario e ben poco mobile (basta dare un’occhiata alle serie storiche degli schieramenti per rendersene conto) e il successo politico dipendeva più dalle alleanze tattiche tra partiti e cespugli che dalla reale proposta politica ai cittadini.

L’ipotesi “dalemiana” [edit: visto che me lo chiedete in molti, spiego il "dalemiana": è tipico della visione politica di D'Alema e dei suoi sgherri indulgere in tatticismi e in una concezione della politica come sottrazione - attraverso il posizionamento - di elettori agli avversari/alleati, più che la conquista di voti con una precisa proposta politica, che magari porti al voto gente nuova che prima non votava] la Rete sposti voti mi sembra perdente e trascurabile rispetto al suo potenziale, cioè *creare voti*, offrendo al cittadino apatico, lontano, distaccato dalla politica tutto ciò che forma una coscienza civile e pratiche di cittadinanza attiva: contenuti (informazioni, propaganda, ecc.) e relazioni (comunità, reti sociali, spazi di condivisione dell’esperienza, buoni esempi, ecc.), peraltro in un contesto “comodo”.

[piccola partentesi: un giorno sarà il caso di ragionare sul fattore-comodità nell'analisi degli effetti sociali dei media digitali: per esempio la militanza attiva online è infinitamente meno coinvolgente (dal punto di vista pratico) rispetto a quella offline e può essere fatta senza problemi con un grado di coinvolgimento minore, addirittura senza un marcato senso di appartenenza. Cosa impossibile in real life, dove le strutture, le comunità e più in generale la cultura della militanza per le cause tendono a coinvolgere totalmente il cittadino, a farne "uno di noi", ecc.]

Il problema più grosso, tuttavia, è quello quantitativo. Se il buonsenso ci dice che è ragionevole pensare che la Rete produce consenso elettorale (uso un termine più generico che includa lo spostamento e la creazione di voti), trovo precipitoso chiedersi subito “quanto?”.

La questione è più grande ed è una vecchia conoscenza di chi fa comunicazione/pubblicità. Mi spiego: chi produce comunicazione può controllare tutto il processo comunicativo fino all’emissione del messaggio. In certi contesti, digitali o no, può perfino sapere chi viene esposto alla sua comunicazione, quando e per quanto.
Da lì in poi iniziano le incognite: cosa succeda nella mente di chi riceve/fruisce la comunicazione è materia per psicologi di massa, ricerche di mercato, analisi qualitative, focus group, cartomanti, aruspici, medium.
Se teniamo conto del fatto che il mercato delle cose è più comprensibile del mercato delle idee, è ragionevole pensare che prima di tuffarsi sul “quanto” sia opportuno ragionare sul “come” e chiedersi cosa succede dopo che una buona idea sboccia su Twitter. Capire cosa succede a quell’idea credo sia l’unico modo per arrivare a fare il tanto desiderato conto sui suoi effetti numerici.

Garantire alla comunicazione online la stessa cautela che si dà agli altri tipi di comunicazione sarebbe un buon primo passo, credo. E riconoscere che, nel 2011, non abbiamo (ancora?) strumenti validi per misurare l’efficacia della conversazione online, soprattutto quella “politica”, penso sarebbe un’altra mossa giusta.
E no, il successo (cioè il numero delle sue visualizzazioni) di un contenuto online non è la misura della sua efficacia. O almeno non ne è la misura esclusiva. E scusate la banalità.

Ovvio che cadono le braccia a leggere sui giornali che “ha vinto Twitter“, sapendo che su Twitter ci sono non più di 350.000 utenti attivi in Italia: un numero bassissimo, soprattutto se comparato ai dati di audience televisiva.
Le metriche sole non spiegano niente, anzi a essere ottusi dicono che – escluso un uso di massa di Facebook – non c’è social network in Italia che possa direttamente muovere coscienze, idee, voti in quantità rilevanti. E fa bene Piero Vietti – abituato da anni di sofferta fede granata a non farsi facili illusioni –  a dubitare sulle pagine del Foglio del trionfo di Twitter rispetto alla Tv.

Però il sentimento diffuso – che mi sento di condividere – è che effettivamente il gran rumore che si è sentito online in occasione degli ultimi appuntamenti editoriali ha prodotto risultati positivi, ha creato voti, mosso coscienze e coinvolto persone. Insomma, sposo la conclusione: “sento” che la Rete ha effettivamente cambiato qualcos(in)a, questa volta, ma vorrei spiegarmi come e perché.

Come in tutti i casi in cui le scienze non riescono a spiegare un’intuizione del buonsenso, si fa ricorso a invenzioni, congetture. Si dà, insomma, corpo a qualcosa che non si vede, sperando di averci azzeccato (o di essersi sbagliati poco).

Fossi un analista dei media digitali, mi concentrerei su questo, più che su un improbabile conteggio: capire come, nonostante i numeri contenuti dell’utenza italiana sui social network, tutti siamo convinti a pelle che questa volta la Rete abbia avuto un effetto reale e tangibile sugli orientamenti elettorali.

C’è una seconda circolazione di cui non teniamo conto?
Cioè i 350.000 utenti attivi di Twitter in Italia allargano a voce – o con altri mezzi – la sfera d’influenza della conversazione che costruiscono lì dentro?
Chiamiamola ipotesi del “pensatoio”, nel senso che consideriamo i social network il centro di produzione/scambio di idee, creatività, temi da comunicare altrove, con maggiore potenza di fuoco.

C’è un effetto ricaduta su altri mezzi che autoavvera un’ipotesi?
Cioè, se dieci giornali cartacei parlano, per esempio, della burla di #sucate finiscono per dare molta più visibilità alla cosa di quanta ne avesse di suo?
Chiamiamola ipotesi della “scintilla”- pensando un po’ a Lenin – nel senso dei social network come spazi attraverso i quali si “accendono” i media di massa tradizionali portando alle masse contenuti, istanze, pratiche, idee che normalmente non intercettano. (ha anche senso chiedersi se questa ipotesi è ripetibile alla lunga o tende a perdere efficacia man mano che si ripete e si perde l’effetto novità)

Oppure c’è una terza ipotesi? O le due ipotesi qui sopra si combinano e coesistono?

E poi, tanto per rovinarsi il fegato con altre domande, un’eventuale capacità di stimolare la circolazione di massa di istanze, idee, pratiche attraverso un uso “d’avanguardia”, sempre in senso leniniano, (tuttora l’unico possibile in Italia) dei social network è vendibile? E’ “industrializzabile”? E con che modelli?

Dubbi elettorali

May 26th, 2011 § 0 comments § permalink

Pare che Iva Zanicchi si esibirà al concerto di chiusura della campagna elettorale della Moratti.

Sono stati risolti i problemi di scaletta, che avevano messo in dubbio la sua partecipazione: può cantare tutto il suo repertorio, tranne “Zingara”.

 

Colpo di genio di Sara Montrasio

May 24th, 2011 § 0 comments § permalink



Colpo di genio di Sara Montrasio

L’isolato che non c’è

May 23rd, 2011 § 12 comments § permalink

Credo che a quest’ora abbiate letto già tutti la news sul clamoroso abboccamento dello staff di Letizia Moratti allo scherzo di Sucate.
Se non l’avete fatto, ecco la spiegazione: la Moratti, nella ricerca disperata di trovare qualche forma di consenso in più per il ballottaggio, ha aperto in fretta e furia un account Twitter, promettendo di rispondere a tutti i cittadini che avrebbero inviato domande, appelli, ecc.

L’esordio del (futuro ex, speriamo) sindaco di Milano non è stato dei migliori. A chi le faceva notare che in 5 anni di amministrazione si è ben guardata dall’aprire un canale di comunicazione diretto con i cittadini, mentre in campagna elettorale è improvvisamente diventata una paladina della comunicazione disintermediata, ha risposto “Vi ho sempre seguiti tutti. Solo non su Twitter“. Valutate voi quali risvolti leggere nella risposta, se la paraculaggine o direttamente una minacciosa pennellata di stalking.

Oggi è andata peggio. Un utente della rete con la propensione al cazzeggio creativo (Lucah, un genio) ha pensato bene di iscriversi al canale Twitter della Moratti e rivolgere al sindaco un appello dal suo fantomatico quartiere – Sucate – contro una altrettanto fantasiosa moschea abusiva di prossima costruzione nell’emblematica via Puppa.
Uno scherzo cazzone, insomma, in cui non sarebbe cascato nemmeno un bambino di terza elementare particolarmente intorpidito da ore di Playstation.

La sventurata ha risposto. E lo ha fatto sul serio, rispondendo: “Nessuna tolleranza per le moschee abusive. I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo PGT“.

Risultato: sono passate alcune ore, in cui mezza rete italiana è saltata sul treno per Sucate, inventandone di cotte e di crude su questo nuovo e finora inaudito quartiere di Milano in cui ben 4000 cittadini si proclamavano scontenti. E non sono state ore di inattività: per tutto il tempo il canale Twitter della Moratti ha continuato imperterrito a sfornare aggiornamenti autocelebrativi con solerzia meneghina.

Poi, finalmente, qualche berlusconiano che passava da quelle parti se ne deve essere accorto e ha risposto, chiudendo il caso e lasciando spazio alle risate postume.

Ha senso chiedersi cosa significa, cazzeggio a parte, questo episodio. Significa una cosa banale: nello staff della Moratti non conoscono Milano. O forse la conoscono male, così come posso conoscerla io che sono da 2 anni un torinese in trasferta.
E sono pure tonti, perché è evidente che la toponomastica patria, per quanto problematica in alcuni casi limite, non prevede un’area che si possa chiamare Sucate.

Credo che questo sia un dato politico decisamente più rilevante di molti altri: tra tutti gli autori e i lettori del profilo Twitter della Moratti non c’è stata – per ore – una singola intelligenza così attenta da rendersi conto che c’era un perculamento di massa in atto. E nessuno conosceva Milano così bene da accorgersi che in vita sua non ha mai sentito parlare del borgo di Sucate e di via Puppa, zone peraltro dove il conducator della destra si sarebbe trasferito istantaneamente, per ovvie affinità.
Alla fine dalle parti della Moratti rimediano all’ignoranza con l’unica soluzione a breve termine possibile: improvvisano. E lo fanno male.

(Poiché qui si ha – nonostante miliardi di prove contrarie – fiducia nel genere umano, abbiamo anche provato a darci delle spiegazioni razionali. La soluzione più gettonata è che il canale Twitter della Moratti sia gestito da un gruppo di ciellini: gente che, per definizione, manca di senso dell’umorismo e non è esattamente pratica quando si orbita intorno a sesso e affini; ma devono essere ciellini che vengono da una valle molto isolata e disabitata, in cui non ci sono le scuole medie, grado scolastico in cui si abusa del termine “suca” e di tutte le sue derivazioni)

Secoli fa, nello storico ballottaggio per la poltrona di sindaco a Roma, quando ancora non erano alleati, Rutelli tirò uno scherzo simile a Fini, chiedendogli – in un confronto al Maurizio Costanzo Show – dove avrebbe collocato un museo minore, ignoto ai più.
Fini, evidentemente impreparato, abbozzò una risposta e Rutelli infierì, spiegando che la sua domanda era un trappolone e quel museo aveva già una sede da anni e che – come rimase negli annali delle battute – “Fini di romano ha soltanto il saluto”.

Il fenomeno di candidati e staff che non conoscono la città ha avuto manifestazioni patologiche a Torino, città in cui, fin dagli anni Novanta, la destra non è riuscita a candidare sindaco di Torino un torinese o anche solo una persona pratica della città o un residente da lunga data.
Nell’ordine ha candidato il leghista Comino (di Morozzo, CN), l’ex ministro liberale Costa (ras di Mondovì, CN), l’attuale sottosegretario transitato in FLI e poi tornato a riscuotere all’ovile berlusconiano Roberto Rosso (di Trino Vercellese, VC) e poi la magia della candidatura di peso: l’allora berlusconiano Rocco Buttiglione, gallipolino di nascita e forte di ben 4 anni di liceo (neanche tutti e 5) a Torino, mezzo secolo addietro.

Le cronache politiche raccontano il gran divertimento dei candidati sindaco del centrosinistra, pronti a spiazzare l’avversario con banali riferimenti topografici, la crisi dei candidati e del loro staff, perennemente col Tuttocittà in mano (non era ancora tempo di TomTom e GPS) e l’ansia di perdersi qualche mercato rionale, le perfidie dei taxisti “ma Piazza Vittorio o Corso Vittorio, dottò!?” e, in generale, un senso di Caporetto perenne (Caporetto, amici del PDL, non Cavoretto, quasi omonima borgata collinare di Torino, voi capire?).

In verità sotto la Mole siamo abituati a scenari di questo genere: anni fa Berlusconi pensò bene di fare un discorso in città. Riempì per metà un teatro coi suoi pensionati a libro paga e, nel tripudio generale, lesse un credibilissimo discorso sui problemi dell’area portuale. In effetti aveva ragione, Torino ha il problema più serio del mondo col suo porto: nessuno è mai riuscito a trovarlo, forse per il solitamente trascurabile dettaglio che qui non c’è il mare.

A fine giornata – di nuovo con molta calma, segno che i contenuti politici non sono esattamente il primo pensiero della destra nostrana – arrivò una placida smentita da Forza Italia: Berlusconi aveva enunciato a Torino lo stesso discorso che aveva letto a Genova pochi giorni prima, tanto – parole sue – “sono città simili”. Ovvero città del Nord che non hanno abboccato al berlusconismo e che sono piuttosto fiere di non avere nulla da spartire con la Padania.

Ricette facili e veloci: il mondo via Marc Johns.

May 23rd, 2011 § 0 comments § permalink



Ricette facili e veloci: il mondo

via Marc Johns.

Alla Stampa dovrebbero spiegare che le prove per la nuova…

May 20th, 2011 § 0 comments § permalink



Alla Stampa dovrebbero spiegare che le prove per la nuova homepage si fanno di notte, quando c’è poca gente che legge.

(comunque con quella piattaforma in .asp legnosa, La Stampa continua ad avere il peggior sito tra quelli dei grandi giornali)

Il 31 luglio SKY chiude Current: facciamo qualcosa

May 19th, 2011 § 2 comments § permalink

Scrivo live da una mini-conferenza a Roma tenuta da Al Gore. Ci sta spiegando che il 31 luglio SKY chiuderà l’accesso satellitare a Current Italia. Di colpo.

Il motivo? Pare una rappresaglia: Murdoch ha in uggia Current, le sue posizioni, le sue indagini scomode sui potentati di ogni genere, il suo non essere allineata e allineabile. E allora, dopo un duro confronto sui servigi di Keith Olbermann (il programma “Countdown”), Murdoch ha fatto il colpaccio: via Current Italia da SKY.

E auguri a trovare l’approvazione governativa per una frequenza digitale terrestre (dimenticando i costi che avrebbe, tra l’altro).

Il risultato è che lo strapotere monopolistico di due persone sole (Murdoch che possiede tutto il satellitare italiano e Berlusconi che controlla tutto il resto della tv attraverso la pubblicità e le leggi), in Italia rischia seriamente di sparire un canale indipendente di informazione. L’ennesimo. E forse l’ultimo di quelli “grandi”.

Forse è il caso di preoccuparsi. E magari, da abbonati a SKY, farsi sentire.

Volevate toccare con mano i frutti del monopolio (o della spartizione duopolistica) sui media? Eccoli: Murdoch si sveglia male e chiude Current in Italia, pur non essendo sua. E l’alternativa è chiedere permesso a quel gran democratico di Berlusconi, notoriamente molto aperto con la libera informazione.

E no, cari deterministi, la Rete non basta. Non è profittabile a sufficienza. Senza l’etere, il giornalismo libero e “d’avanguardia” di Current non ce la può fare, perché costa troppo.

Come sempre, money matters.

E visto che il denaro è l’unica cosa che compra/difende i diritti e le libertà in questo paese, l’unica è prendere Murdoch per la borsa. Farsi sentire come abbonati (se lo siete) e come potenziali abbonati (se non lo siete) e far pesare l’unico potere che ci resta: quello del portafogli.

(metterei dei link ma sono live: arrangiatevi, please)

The Queen is dead (or hiding in a bunker somewhere)

May 18th, 2011 § 0 comments § permalink

Intervistato a proposito della monarchia britannica, Morrissey l’ha messa giù così

The very existence of The Queen and her now enormous family – all supported by the British taxpayer whether the British taxpayer likes it or not – is entirely against any notion of democracy, and is against freedom of speech. For a broad historical view of what The Queen is and how she “rules”, examine Gaddafi or Mubarak, and see if you can spot any difference. You won’t be able to.

adamweinstein: If the UK had launched the raid against Osama…

May 4th, 2011 § 3 comments § permalink



adamweinstein:

If the UK had launched the raid against Osama bin Laden.

(via @chrisalbon)