Quel che penso del caso Luttazzi

December 10th, 2007 § 14 comments § permalink

Boh, passerò per infame ma non riesco ad appassionarmi alla questione Luttazzi e non riesco ad indignarmi, anzi.

Lo so, teoricamente la libertà d’espressione è un concetto assoluto e come tale va trattato. Quindi è giusto combattere per il diritto da parte di tutti di dire quello che vogliono, fatti salvi i principi di responsabilità, ecc. Cioè, “dì pure le cose più turpi, è un tuo diritto, ma sappine affrontare tutte le conseguenze”.

Però nel caso di Luttazzi a La7 sono in imbarazzo.
Il fatto è che se fossi stato il direttore della rete avrei pure io mandato a stendere Luttazzi per quel che ha detto (e lo avrei fatto, come ha fatto La7, DOPO, in modo tale da non censurare nessuno).
E non per lesa maestà nei confronti di Giuliano Ferrara o degli altri che ha menzionato, ma per la bruttezza, il livore e la mancanza di classe del quadretto immaginato. E lo dico da fan della primissima ora del comico romagnolo, per nulla imbarazzato dalle “parolacce” (giuro che mi leggo un paio di volte l’anno il Millelire di “101 cose da evitare ad un funerale” e rigorosamente rido per giorni come un bambino balengo).

Vuoi criticare l’orrido supporto supino della destra italiana all’inutile e sanguinaria (e masochista) guerra in Iraq?
Hai mille modi e francamente non ti manca il talento per farlo con uno stile incredibile, forse superiore a tutti gli altri comici che ci sono in giro, come hai sempre fatto.

Però se te ne esci con quello che hai detto l’altra sera in TV, significa che sei a corto di idee e ti vuoi solo sfogare/vendicare personalmente.
E vai mandato a casa non per quello che hai detto, ma per quello (di migliore) che non hai detto, perché evidentemente non ti è venuto in mente.

E se il barricadero incazzuso alla Sabina Guzzanti (che sui toni apocalittici ha fatto un intero film) ha la meglio sul grande comico che sei, tanto che ti mancano le idee, allora vai con lei a fare i film che schizzano veleno a 360 gradi.

Insomma, la mia contestazione a Luttazzi si basa su un parametro di qualità, non di lecchinismo politico.

Cioè, fossi stato Campo Dall’Orto (che per questioni lavorative mi sono trovato a stimare in più occasioni, by the way) avrei mandato legittimamente a stendere un comico che non riesce più a fare satira e si rifugia nell’insulto (peraltro tristanzuolo: un’immagine di pissing e shitting banale, piuttosto conservatrice e molto anni Settanta, con cui tuttalpiù dimentichi una riga sulla macchina, altro che gli orrori della guerra in Iraq) perché evidentemente è entrato anni fa nella modalità “vittima a priori” e non riesce più ad uscirne.
Magari non gli avrei fermato la trasmissione, ma sicuramente una pubblica reprimenda per la mancanza di idee l’avrei fatta girare, dopo averne fatta una in privato. Cioè, io direttore di rete ho tutto il diritto di pretendere qualità dai miei collaboratori. E Luttazzi poteva fare mooooolto di meglio, in quel frangente. 

Mi spiego meglio: se uno in tv fa una cosa sgradevole, schifosa, ecc. è ragionevole che venga rimosso dal video? Credo che qualsiasi persona dotata di buonsenso risponderebbe di sì.
E se lo fa un ex epurato da Berlusconi (per cui all’epoca mi indignai: adoravo la sua trasmissione con lo stacchetto di “Upside Down” di Diana Ross) la regola è valida lo stesso?

Cioè, se Luttazzi fa una cazzata o ha una caduta di stile è lecito farglielo notare e considerarlo responsabile di quanto ha fatto? O in quanto vittima sacrosanta di Berlusconi è immune e qualsiasi atto nei suoi confronti si configura come censura?

Non mi ricordo più chi – a proposito di Israele e della questione ebraica – parlava di “dittatura delle vittime” o qualcosa di simile. Cioè dell’arroganza di chi – dopo aver subito un torto enorme – si sente al di sopra di tutto e si considera intoccabile (e chi lo tocca, magari a ragione, è un nazista, antisemita, berlusconiano, ecc. a seconda dei casi).
Mi sa che questo è un caso da manuale di questa sindrome.

Aggiungerei anche che mi preoccupa leggere in giro per blog tanti post di indignazione per Luttazzi rimosso per questioni qualitative dal suo programma (notate bene: nè epurato politicamente, nè censurato, visto che tutto è regolarmente andato in onda, replichei incluse) e ben poco su cose che forse la meriterebbero di più (dal balcone di casa vedo giusto la Thyssen-Krupp, sì proprio quella).

L’ansia che ho è che il beppegrillismo imperante ci faccia perdere di vista un po’ di priorità. Quindi ci incazziamo di più per le sorti di un personaggio televisivo (vivo, in salute) che del fatto che nel 2007 ancora si muore (male) di lavoro, perfino nel “nord evoluto e che guarda all’Europa”. Fate voi.

Desperate viewers – una guida per capire se e quanto vedremo delle serie tv nel 2008

December 6th, 2007 § 14 comments § permalink

Presumo ormai tutti sappiamo che da qualche mese è in corso uno sciopero – con tanto di trattativa ad oltranza – degli autori televisivi statunitensi, riuniti nella Writers Guild Association. In sostanza gli autori, che poi sono quelli che fanno grande una serie tv, chiedono più soldi e che gli sia riconosciuto un ruolo maggiore nella catena del valore della tv seriale.

Facciamo finta di essere degli aridi menefreghisti e che questa sacrosanta protesta da parte di gente che, a mio giudizio, fa uno dei lavori più belli al mondo sia trascurabile. Bene, in quel caso credo ci interesserà molto sapere che, poiché gli auotri delle serie tv sono in sciopero, ovviamente non lavorano e non scrivono altre puntate delle nostre serie preferite. E se non le scrivono i registi non le girano, gli attori non le recitano, ecc.

Tradotto in termini ancora più allarmanti: ragazzi, quest’anno restiamo senza serie. Già, perché anche se si mettono d’accordo (cosa peraltro improbabile, attualmente), siamo piuttosto inguiaiati: le puntate non sono state nemmeno scritte, figuriamoci quanto tempo ci va a girarle.

Ecco, se volete sapere quante puntate della vostra serie preferita sono state girate pre-sciopero e se volete capire se avrete qualche chance di vedere qualcosa quest’anno, trovate tutte le informaizoni – serie per serie – qui.

Così scoprirete che la puntata di domenica scorsa di Desperate Housewives è stata l’ultima che avevano nel cassetto. Le altre vanno scritte, approvate, girate, ecc. Se ne parla con mooooooolto comodo.

Mi duole dirvi di Lost: già la stagione è corta e inizia a febbraio, ma su 16 puntate ne hanno registrate solo 8. Mezza serie, con tutti i misteri lì appesi. Fortunatamente inizia a febbraio, quindi se si mettessero d’accordo ora potrebbero recuperare in corsa, magari con un po’ di attesa. Noi siamo pazienti e speranzosi, come Penelope (Widmore).

(detto tra noi, cari producer di Lost, se per caso vi serve un crumiro che prenda il posto degli scioperanti, contate pure su di me: in terza elementare ero bravissimo a scrivere racconti, poi ho smesso ma mi è rimasto il tarlo narrativo inespresso. Sono certo che se mi prendeste come autore il pubblico gradirebbe molto, anche perché sarei un maghetto nel “colpo di scena + gnocca gratis” che ultimamente caratterizza le puntate di Dexter. Che ve ne pare di una scena in cui Kate sfugge al mostro fumoso in underwear che, disgraziatamente, si impiglia nei tanti rovi dell’isola misteriosa? O un litigio tra la coreana e Juliette, curiosamente cascate seminude in una pozza di fango? Secondo me questa formula crossover tra Lost e un qualsiasi video degli ZZ Top spaccherebbe. E non vi sto a dire cosa potrebbe capitare in Desperate Housewives e in Heroes)

Metallaro 2.0 o semplicemente moscio?

December 3rd, 2007 § 11 comments § permalink

A volte mi sorprendono i corsi e ricorsi della musica nel tempo e, ancora di più, l’intreccio di rimandi, percorsi, serendipity, ecc. che fanno da retrosecena.

Mi spiego: ci sono brani che ora come ora non ascolterei nemmeno sotto minaccia fisica e che a 13 anni, invece, avevano un senso oppure mi facevano letteralmente impazzire. E ci sono pezzi che ho detestato per tutta l’adolescenza e che ora mi sembrano imprescindibili, fondamentali, grandiosi, ecc.

Ogni volta che mi capita di scoprire una discontinuità temporale dei miei gusti musicali un po’ mi prende il magone e un po’ mi illumino, perché mi sono convinto che lì in mezzo c’è la spiegazione del mistero per cui a 40 anni uno inizia inesorabilmente ad ascoltare il jazz e non trova più i Manhattan Transfer un crimine contro l’umanità.

Ma sto divagando. Il fine di questo post era dirvi che, da buon thirtysomething che fa molto in anticipo il corso preparatorio ai quaranta, mi sono procurato il “Late Night Tales” compilato dagli Air (è una raccolta – modello “Back To Mine” – di brani cari ad un particolare artista o gruppo), attendendomi atmosfere rarefatte, raffinatezze fighette franco-parigine e una spruzzatina di crepuscolarismo for dummies. Musica che un tempo avrei bollato come “scopereccia”, ormai riciclata al ruolo di “rilassante”.

E in effetti la scelta degli Air è prevedibile: c’è pure il loro brutto pezzo con Baricco, più altra musica soffusa di vario genere. Però alla traccia 2 i fighetti francesi hanno messo “Planet Caravan” dei Black Sabbath e mi è scattata la madeleine.

Già, perché io quel brano l’ho odiato per anni con tutto il cuore. E dire che adoravo (e adoro) i Sabbath. Però “Planet Caravan” era, a mio giudizio, moscia, lenta, senza chitarre distorte, senza batteria, con dei bonghi da fricchettone e un assolo – mio dio – quasi jazz.
Era l’epoca in cui un brano musicale non mi interessava se non era prodotto da gente con le ascelle *molto* sudate durante la sua esecuzione, capitemi.

Con queste premesse “Planet Caravan” mi suonava triste, un cedimento alla musica non-metal, un bieco sellout al mercato degli “altri” (non si è buoni metallari senza una sana sindrome da accerchiamento), il nadir produttivo di un artista che stimavo (un po’ come “La donna cannone” di De Gregori, tuttora imbarazzante e inspiegabile in una discografia che non sia quella di Nek).

Beh, scopro quindici anni dopo che “Planet Caravan” è un brano che attualmente adoro senza se e senza ma: un pezzo di psichedelia incredibile, con suggestioni orientali, una melodia che ti si attacca alla memoria e non ti molla più (la canticchio da 3 giorni), un ritmo improponibile e coraggioso per il pubblico di riferimento dei Black Sabbath e un sound assolutamente fuori dagli schemi, con tanto di voce passata attraverso il Leslie (rassicuratevi: “La donna cannone” continua a farmi cagare come non mai).

E mentre me la riascolto in loop – talvolta eseguendo il trashissimo video-slideshow vagamente spaziale che la accompagna su YouTube e che dovreste vedere qui sopra – sto lì a chiedermi se avevo ragione allora oppure oggi.
E, soprattutto, mi chiedo se i miei gusti si sono evoluti o si sono semplicemente ammosciati: tra l’evoluzione della capacità di giudizio musicale e un futuro da “moscio” fatto di ascolti fatto di dischi degli Avion Travel e di Fiorella Mannoia c’è una bella differenza.

Una nuova stagione senza Dan Brown

November 22nd, 2007 § 11 comments § permalink

Uno degli aspetti che più patisco della letteratura di largo consumo è il successo strepitoso dei cosiddetti gialli storico o storico-esoterici.

Tutta colpa di Dan Brown, lo so. Di fatto sono libri che si producono con relativa facilità: basta avere un po’ di studi sparsi su un periodo storico, un personaggio, una citta, ecc. (possibilmente con una pennellata di mistero alla Voyager), usarli per disseminare di piccoli trabocchetti una trama sciapa e sfornare il tutto per le masse adoranti.

I vari “Codice Da Vinci”, “Angeli e Demoni” e tutti i succedanei nostrani e non che infestano le librerie funzionano tutti così: sono fumettoni (nel senso deleterio del termine: io amo i fumetti) un po’ tristanzuoli e pedanti, una sorta di traduzione in prosa degli albi meno riusciti di Martin Mystere o di quelle storie in cui Topolino fa l’investigatore know-it-all. E spesso sono prodotti mostruosamente industriali (Dan Brown, per dire, fa libri-fotocopia, con uno schema precisissimo e narratologicamente identici; detto in breve, lo detesto ed è per quello che qualche estate fa correvo sulla spiaggia con un manipolo di amici perfidi gridando “Il colpevole di Angeli e Demoni è il Camerlengooooooo!”, sperando di rovinare la lettura al maggior numero di persone possibili) in cui la ricostruzione storica è buttata un po’ lì e, cosa più grave, la narrazione è un accessorio.

L’effetto più antipatico, per quanto mi riguarda, è che questa pioggia di romanzi giallo-avventurosi che banalizzano il passato sta cannibalizzando altri generi che in letteratura (con alti e bassi, as usual) hanno un loro perché: il giallo, il mistery, i romanzi storici.

Ho deciso, per quanto concerne le mie letture, di metterci una pezza. E mi è andata bene. Sono, infatti, incappato in “Piero della Francesca e l’assassino“, libro di Bernd Roeck che riguarda uno dei dipinti che fin dal liceo più amo di tutto il Rinascimento: la cosiddetta “flagellazione di Urbino”.

Per chi non avesse mai visto la “flagellazione” (la trovate qui, in versione ridotta e – se ci cliccate sopra – in versione grande), è un dipinto inquietante, con la flagellazione relegata in secondo piano e in metà del quadro e, in primo piano, tre figure contemporanee (a Piero della Francesca) che non si capisce bene cosa stiano a fare lì.

Il libro racconta la genesi di quel dipinto e il mistero che porta con sè. Perché un quadro così che non ha pari – a partire dalla sua composizione scenica – nel resto della pittura? Chi sono quei personaggi? Perché sono in primo piano? Cosa voleva dirci il buon Piero, la cui arte “non eloquente” sarebbe dovuta essere puramente formale e, a modo suo, “laica”?

La teoria del libro è che Piero abbia voluto accusare, a modo suo, cioè con un fine accostamento che dovrebbe ispirare analogie, i colpevoli di un omicidio/congiura nei confronti di Oddantonio da Montefeltro, giovane e innocente duca, vittima di un attentato.

Confesso che la teoria non mi è nuova: ho avuto la fortuna di studiare Storia dell’Arte al liceo con un grande professore, di quelli capaci di accendere una passione intellettuale perfino negli adolescenti più scoppiati (infatti so distinguere un archetto commacino a prima vista, ma in compenso ho difficoltà a fare di conto), e già all’epoca presentandoci Piero della Francesca aveva già accennato al mistero della Flagellazione, tra l’altro sposando la teoria di Roeck (ce ne sono mille altre, un po’ più psichedeliche).

Però è bellissimo rileggerla, ovviamente in modo più approfondito. Il bello del libro di Roeck è che è un mix di saggio e narrazione, basato su elementi reali e non su menate alla Dan Brown. E come romanzo – ma un romanzo con le note, con una bibliografia, ecc. – funziona: sembra una di quelle inchieste/racconto di Augias (che tra l’altro gira per i teatri con un suo spettacolo/indagine su Giordano Bruno che è ottimo, oltre che una grande e motivata propaganda per il laicismo e l’anticlericalismo) che ogni tanto facevano capolino in tv ad ore sfigate.

Insomma, volete il mistero? C’è. Volete che sia spennellato di storia, arte e cultura? Ok. Volete qualcosa che non sia un saggio trombone per iniziati? C’è. Volete qualcosa che non sia pura fiction e magari vi ispiri una gita ad Urbino? C’è. Volete una bella indagine a tutto campo, che spazia dalla Storia alla moda, all’architettura? C’è (manca giusto Grissom).

L’alternativa a Dan Brown e succedanei è possibile: sta ai lettori non mortificarsi e risparmiarsi le avventure-fotocopia di Robert “perfettino” Langdon (l’uomo che – accompagnato da donne sole, senza padre e con una figura paterna sostitutiva testè schiattata – incappa in misteri da videogioco anni Ottanta ad ogni fine capitolo e li risolve all’inizio del seguente: gli manca solo l’uber-manuale delle Giovani Marmotte), senza per questo perdersi il groove dell’avventura.

We are the good guys*

October 21st, 2007 § 39 comments § permalink

Non ho molte parole sulla vittoria della Ferrari in entrambi i campionati di Formula 1, mi limito a godere.

Ne ho molte sulla McLaren, la squadra piu’ disonesta del Circus, la juve della Formula 1 (e Ron Dennis e’ il Moggi della situazione.

Quest’anno la McLaren e’ stata sorpresa a rubare. Ed e’ stato il piu’ grande scandalo di tutta la storia della Formula 1: pagare un meccanico del principale concorrente per farsi passare 780 pagine di dettagli tecnici sulla monoposto che, ormai regolarmente da 8 anni, li umilia.

Favoriti dal fatto che hanno un pilota Britannico, i signori della McLaren l’hanno scampata: sono stati presi con le mani nel sacco e la FIA si e’ limitata a cancellargli i punti dal Campionato costruttori, lasciando incredibilmente e scandalosamente impuniti due piloti che avevano guidato un intero campionato su un’automobile copiata dalla Ferrari grazie ai documenti ottenuti con lo spionaggio.

Per la Formula 1 l’occasione era troppo ghiotta: far tornare a vincere un pilota britannico e un team britannico, dopo anni in cui il Regno Unito (che una volta era la capitale degli sport motoristici) e’ stata la capitale di quello sport.

Insomma, l’economia e l’opportunismo stavano rischiando di vincere sulla sportivita’, sulla competizione onesta.

Poi il miracolo: la juve della Formula 1, anche stavolta aiutata dagli arbitri, e’ riuscita a mettersi nei guai con le sue mani, con una serie di errori, gaffe, litigi, maneggiamenti, ecc. E ha vinto il team onesto, la Ferrari. Quelli che non hanno copiato. Quelli che non hanno spiato.

Vincere cosi’ non ha prezzo. Anche perche’ questa vittoria Ferrari aiuta la Formula 1 a tornare uno sport (o qualcosa di simile). Ed e’ una vittoria morale, perche’ pur avendo contro tutto e tutti, alla fine hanno vinto i buoni. Non capita quasi mai.

* non vince niente salvo la mia stima chi capisce a cosa si riferisce il titolo (questa e’ facile)

UPDATE: il risultato e’ stato confermato: i tecnici della FIA non hanno punito le BMW e le Williams per la questione del carburante piu’ freddo del dovuto, tenuto conto degli sbalzi di temperatura della giornata e della lentezza dei tempi di reazione dei sensori e dei termostati delle macchine erogatrici di carburante (e tenuto conto che 2 gradi di differenza nelle temperature non avrebbero dato vantaggi competitivi apprezzabili [si parla di meno di 1 HP per pochi secondi di tempo]; bene!)

Mi chiamo Dexter, per gli amici “Veronica”

October 19th, 2007 § 11 comments § permalink

In questi giorni in casa siamo alle prese con Dexter, mini-serie televisiva del momento (solo 12 puntate all’anno, anche se lunghe) che racconta le avventure di un solitario consulente dei CSI di Miami (niente a che vedere con l’omonima serie con protagonista il gemello segreto di Osvaldo Bevilacqua) che, nel tempo libero, è un “serial killer etico”* (cioè se la prende solo con cattivi doc, certificati da Carlin Petrini in persona).

Nel frattempo Sky si è messa a ritrasmettere Veronica Mars, altra serie amata da queste parti, per di più snaturandola completamente nei promo (in cui la serie sembra un film sentimentale per adolescenti; ogni volta che li vedo aderisco per 15 minuti ad Al Qaeda).

Presi da una insana visione olistica dell’universo della fiction televisiva, per cui tutto rimanda a tutto, qui abbiamo deciso che le due serie sono strettamente imparentate e che Dexter sia – mutatis mutandis – una versione maschile ed East Coast di Veronica Mars. Il che, mi sia concesso, è un motivo in più per guardarlo.

Va da sè che il post ha senso solo se siete pratici delle due serie (e se non lo siete, siatelo!) ed è a tutti gli effetti una macroscopica pippa mentale che ho dovuto produrre perché altrimenti Svaroschi non ci dorme la notte.

 

Dropout

Sia Veronica Mars che Dexter Morgan sono due individui completamente isolati dalla società che li circonda. Lei vive da aliena in un telefilm che detesta, cioè The OC, lui vive da alieno atarassico in un mondo di sentimenti (in senso lato).
Quel che è certo è che sono due persone isolate e spesso ostracizzate da the rest of the world. E se qualcuno prova ad avere contatti con entrambi è per un equivoco.

 

Una vita a fare finta

Veronica e il suo gemello Dexter fingono. Lo fanno sempre, un po’ per mestiere, un po’ perché gli piace, un po’ per nascondersi in mezzo agli altri. E se non fingono, glissano. Cosa che porta ad effetti talvolta mostruosi. Sì, lo so che scopro l’acqua calda a dire che un’investigatrice e un serial-killer fingono, ma nessuno gli ha prescritto di fingere anche quando escono dai loro panni psico/professionali. O forse non riescono ad uscirne?

 

Humor nero

C’è un filo rosso scuro che unisce Dexter e Veronica Mars ed è lo humor nero. Entrambi, isolati dal mondo in cui volenti o nolenti devono sguazzare, hanno un solo rifugio contro il male (quello vero, quello piccolo e quotidiano, fatto di meschinità, cattivo gusto, mediocrità, ecc.) ed è la battuta caustica, perfida, che trasuda inevitabilmente un senso di superiorità dato per scontato. Il che poi è il bello delle due serie: due asociali (volenti o nolenti) che non possono fare altro che ridere di chi li emargina. E come tutti gli asociali, ridono da soli, con noi complici al di qua dello schermo.

 

Migliori degli altri

E’ palese che i due sono (e sanno di esserlo) migliori degli altri: più intelligenti, più attenti al dettaglio, più “svegli”, più bravi a mentire e a sfruttare la credulonità altrui (che evidentemente negli States, o nella rappresentazione che se ne dà in Tv, deve essere ai massimi livelli). Un po’ se ne compiacciono, anche perché la loro non è una superiorità da supereroi, utilizzata in modo sporadico e per singoli casi (insomma, il motivo per cui Eco dava del fascista a Superman, ricordate?), ma da veri e propri fighi. Cioè, sono superiori sempre rispetto agli altri. E gli unici che possono ambire a rivaleggiare con loro sono quelli come loro. Pochi, fortunatamente.

 

Giustizieri

Magari abbiamo un’idea diversa di giustiziere. Per dire, quelli nati nei miei anni se lo immaginano alla Charles Bronson con un pistolone fumante (espressione equivoca, lo capisco, superata a sinistra dal recentissimo “flauto spugnoso”) o alla Maurizio Merli mentre spara a qualcuno da un’Alfetta.
Però Veronica e Dexter sono giustizieri (individualisti: fanno giustizia quando gli gira e per cosa interessa loro, non si sognerebbero mai di affrontare il male del “sistema”, che accettano con palese pessimismo giansenista), pur non avendone il look. Poco importa che lei si vendichi col fioretto di una battuta o di una procurata figuraccia e lui lo faccia con la mannaia e il trinciapollo, il risultato è lo stesso: ogni tanto puniscono un cattivo e noi solidarizziamo (sentendoci morbosamente in colpa quando lo facciamo con Dexter, ma sotto sotto no, perché a noi pubblico a casa la legge del taglione un po’ piace), sorvolando su metodi ed esiti.

 

Padri ingombranti

Un’occhiata in famiglia rivela ancora più affinità tra i due. Madri? Zero, rimosse e lasciate lì per pochi fotogrammi (cioè, per un’intera stagione Veronica Mars cerca sua madre, poi la trova e viene liquidata dalla serie in sì e no 2 scene prima di sparire del tutto, per di più con un pretesto risibile).

In compenso i padri ci sono eccome. Ingombrantissimi, debordanti. Il che è paradossale, contando che uno è iper-presente in absentia. Eppure è così: genitori a modo loro “modello”, nel senso che hanno tracciato il solco e i figli si sono più che adeguati. Papi fa l’investigatore privato? Eccomi, dov’è la mia lente d’ingrandimento alla Sherlock Holmes? Papi, invece che farti chiudere in un manicomio criminale, decide che devi essere un control freak per incanalare la tua negatività omicida verso una sorta di sporadico giustizialismo alla cazzo di cane? Eccomi, farò i compiti alla lettera e non sgarrerò mai un secondo per tutta la vita.

In Veronica Mars tutta questa presenza incombente del padre ha perfino un po’ preso la mano agli sceneggiatori, al punto che per intere puntate si vedeva più Keith Mars, un inquietante sosia di Rubens Barrichello, che sua figlia.
In Dexter il padre compare sì e no ogni 5 minuti in una secchiata di flashback. E c’è una scena emblematica in cui Dexter, guardando una vecchia foto in cui suo padre fuori campo proietta un’ombra, realizza che suo padre “è sempre stato con me”. 

 

Ricordi perduti e un gigantesco “chi sono”?

Vogliamo sfogliare l’album dei ricordi di Veronica e Dexter? Oh che sorpresa: mancano un sacco di fotografie. Sì, entrambi hanno avuto un trauma di qualche genere che gli ha cancellato un pezzo di memoria. Memoria che contiene tutte le chiavi per risolvere le magagne e i demoni che li perseguitano da sempre, che ci volete fare.

Insomma, una trama costante nella serie è il tentativo prima di cacciare (perché spiacevole) e poi di recuperare (perché tanto va affrontata e non le si sfugge) la memoria rimossa.

In mezzo a tanta incertezza sul passato, ad entrambi capita pure di averne sul presente. Già, tutti e due ad un certo punto della loro vita si devono chiedere “chi sono?”. La domanda non è banale: entrambi hanno dubbi (Dexter fondatissimi, visto che sa di essere figlio adottivo) sulla loro identità, su quella dei loro genitori e non vivono la cosa benissimo. Anzi, ne approfittano entrambi per rimediare un bel test di paternità (ovviamente ottenendolo entrambi con l’inganno), perché non si sa mai.

 

Differenze?

A parte quelle anatomiche e a parte un intero continente di mezzo (lei sta in California e lui in Florida), le differenze sono poche.

Certo, in Dexter c’è un cattivo (?) da manuale, una nemesi da scoprire pian piano e interessantissima, forse più del protagonista (siamo ai livelli di Sephiroth in Final Fantasy 7, come “carisma del cattivo”). In Veronica Mars, invece, la nemesi è più opaca e addirittura cambia d’identità in itinere. 

La vera differenza, però, sta nell’appeal dei due (che, non neghiamocelo, piacciono da morire al pubblico di sesso opposto in quanto figure impossibili).

Lei piace perché è una sorta di Reese Whiterspoon (intesa come il suo personaggio classico) con il cervello, il senso dell’umorismo, la non superficialità (niente telenovelas, niente shopping, niente Avril Lavigne) e una pennellatina di indie che piace ai maschi. Insomma, il paradosso vivente della “bionda californiana” (sempre in senso lato: non offendetevi, bionde!) intelligente e non superficiale: una donna impossibile, punto.

Lui è il bel tenebroso all’ennesima potenza, con in più il vantaggio – per le donne – di sapere cosa pensa mentre sta in silenzio a tenebroseggiare (e lui, contrariamente ai bei tenebrosi nella realtà, pensa, esiste, si esprime: miracolo!). Poco importa che nella vita reale i silenzi carismatici dei bei tenebrosi tradiscano una più banale assenza di cose intelligenti da dire: l’afasia va di moda ed è giusto illudersi che dietro quel silenzio riempitivo ci sia qualcosa di bello e di reale che solo tarda a mostrarsi. Noi maschi facciamo così di fronte ad un push-up, loro di fronte ad un taciturno. Basta crederci.

 

Quindi?

Quindi il consiglio è di guardare entrambe le serie, sempre che Veronica Mars non ve la siate già goduta nella scorsa stagione. Così potete divertirvi a trovare affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi. E se l’esercizio di stile vi piglia particolarmente, passate al livello successivo e lanciatevi in comparazioni ardite, per esempio scovando l’assoluta affinità tra Scooby-Doo e Ally McBeal o tra Friends e il segnale orario della Rai (questa è facile: nell’ultima stagione gli attori di Friends erano così bolsi e inespressivi, oltre che non più giovani, da risultare quasi entusiasmanti quanto la tipa che dice “Ore tre!”)

Se, invece, le avete già viste e morite di noia, trovatevi qualcosa da fare: mi sono studiato attentamente le nuove serie americane di quest’autunno e se va bene quelle degne di essere provate sono 4 o 5 al massimo e non è assolutamente detto che siano belle.

* la definizione si presta a dilemmi morali laceranti che lascio alla vostra insonnia; io ho già la mia, sorry

Altri funambolismi tecnologici con l’Archos 605 di cui bullarsi ai BarCamp (poi smetto)

October 17th, 2007 § 13 comments § permalink

Ma mano che passano i giorni scopro nuovi modi di utilizzare l’Archos 605 WiFi con cui recentemente mi sono fidanzato.

La scoperta più funky del giorno è che ho trovato il modo di crearmi una sorta di servizio Slingbox personalizzato.
Qui in Europa non è diffuso, ma lo Slingbox negli Stati Uniti è un piccolo mito tecnologico. Di fatto è uno scatolotto (tra l’altro con un design molto cool) che, se attaccato alla rete, permette agli utenti di usufruire via Internet dei contenuti audio e video ospitati sui computer di casa.

Mi spiego meglio. Sono in ufficio da un cliente, ho un’ora di anticamera da fare prima che mi degni di attenzione e allora, già che ci sono, decido di guardarmi una puntata di Dexter sul computer. Peccato che mi sia dimenticato di portarla con me. Che fare? 
Con uno Slingbox è facile: posso usare il WiFi del cliente, collegarmi alla mia pagina personalizzata (e protetta da password)sul Web e guardarmi in streaming la puntata dimenticata, proveniente direttamente dal computer di casa, per di più con un flusso ottimizzato per la banda a mia disposizione e per le capacità del dispositivo che sto usando (cioè, Slingbox funziona pure con i cellulari, i palmari, ecc.).

Non è fantascienza: negli States è pieno di gente che lavora fuori città, si registra la partita a casa e se la guarda col WiFi dell’albergo sul palmare o sul computer.

In assenza di Slingbox, che qui in Europa non credo sia in vendita, ci si deve ingegnare. Fortunatamente c’è un servizio simile, credo piuttosto noto: Orb.com.

In sostanza Orb ti fa scaricare un piccolo client (Windows only, sorry) che installi su un computer, trasformandolo in un server streaming online personale. Poi non fa altro che crearti una pagina Web personalizzata in cui, con un click, puoi vedere/ascoltare in streaming via Internet tutti i file audio e video che hai sul computer di casa (cioè, tutti i file che *vuoi* rendere accessibili a te stesso via remoto).

Orb è un servizio – gratuito e ad-based – che funziona da dio coi computer, ma finora ha sempre snobbato i dispositivi mobili (per dire, l’iPod Touch riesce a far funzionare lo streaming audio, ma coi video nisba). Ripeto FINORA.

Già, perché Orb.com funziona senza problemi sull’Archos 605 WiFi, sul quale posso tranquillamente, oltre all’audio, guardarmi in streaming i video archiviati a casa: basta attendere qualche secondo prima di premere OK e guardarsi il video a pieno schermo.
Perché l’Archos ci riesce e gli altri no? Semplice, perché l’adorabile gingillo è l’unico player multimediale con un browser compatibile con Flash. E fortunatamente Orb.com può mandare in streaming audio e video in formato Flash.
E la qualità dei video, che ovviamente dipende dalla banda disponibile, nelle varie prove che ho fatto è sempre stata alta (per i primi 2 o 3 secondi i video sono cubettosi, poi il sistema ingrana).

Cosa significa, in parole povere?
Significa, per esempio, che a fine mese dovrò stare per 2 settimane a Genova, causa Festival della Scienza, e – essendo tutto il giorno in giro – non potrò scaricarmi le nuove puntate di Desperate Housewives (che grazie a tvrss.net si scaricano automaticamente con uTorrent sul computer di casa, nelle cartelle abilitate allo sharing di Orb).
Però potrò guardarle ugualmente: mi bastano un’oretta libera in pausa pranzo, una connessione WiFi in ufficio e posso ficcare il naso nelle storiacce di Wisteria Lane, provenienti in streaming direttamente dal computer di casa (volendo c’è anche un’opzione per scaricarsi il file dal pc di casa, per i più esigenti).

Le possibilità offerte dal binomio Orb.com e Archos 605 WiFi sono tante, merito anche del fatto che l’interfaccia di Orb.com si adatta perfettamente al display dell’Archos (sull’Archos uso il look da mediacenter e lo trovo bellissimo).

La più interessante, sicuramente, è la possibilità di superare i limiti di capienza del player portatile. Non mi bastano 30 Gigabyte? E chi se ne frega: se sono sotto WiFi posso accedere in remoto a tutta la mia collezione musicale e a tutta la mia collezione di video digitali gelosamente conservata a casa in una teca ipogea guardata a vista da gendarmi incazzusi.

Quindi se mi viene una voglia insana di ascoltare una B-side di Califano che non ho copiato sull’Archos, appena trovo un Wi-Fi me la ascolto in streaming o me la copio direttamente dal pc di casa. Lo stesso se mi viene voglia di farmi una verticale di puntate di Halloween dei Simpsons, annata dopo annata. O se sono al lavoro e mi viene voglia di ascoltare un po’ di musica archiviata a casa.

Un’altra possibilità divertente è usare l’Archos 605 WiFi come televisore live.
Orb.com, infatti, è in grado di mandare in streaming anche feed video live. Basta avere un sintonizzatore tv sul computer (o uno esterno da acquisire live) ed ecco pronto un flusso in streaming tutto da guardare. Ci va solo qualcuno che ti cambi i canali a casa, ma non si può avere tutto (anche se sono certo che esiste una soluzione pure per questo problema)

I miei primi 30 Gigabyte

October 16th, 2007 § 46 comments § permalink

Dopo anni di osservazioni, ragionamenti, polemiche, valutazioni e un inquietante numero di post a tema, ho finalmente comprato quello che posso definire il mio primo lettore multimediale portatile (cioe’, in verita’ in precedenza ho ereditato da mia moglie il suo Creative fatto a forma di sparacaramelle PEZ e lo uso come fonte sonora per le dirette radiofoniche su uStream ed e’ tuttora un mito).

Essendo solitamente una persona decisa, soprattutto per quanto concerne la tecnologia, il fatto che per anni mi sia privato di un “walkman 2.0” non significa che mi sono fatto attanagliare dai dubbi, ma semplicemente segnala che non sono stato in grado di trovare un prodotto che mi soddisfacesse. Si’, ho i gusti difficili, lo so. Pero’ se mi piace un prodotto e’ perche’ (almeno per me) ne vale altamente la pena.
Di qui il post si dilunga in una precisa descrizione del mio primo lettore multimediale portatile. Se non temete la visione di un blogger che sbava in preda ad un orgasmo tecnologico, cliccate oltre

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Stasera siamo di nuovo in radio e pure sui vostri computer, se proprio volete

October 10th, 2007 § 1 comment § permalink

Seconda puntata di Casa Torino, nella nuova versione settimanale che evita di incasinarci troppo la vita. In studio, lombrosiani come sempre, il sottoscritto e Giorgio Valletta.

Dalle 21 alle 24, i fortunati residenti delle ridenti valli e pianure del Piemonte ci ascoltano sui 91.2 Mhz in FM (e altre frequenze a seconda della provincia in cui vi trovate).

Tutti gli altri o prendono la macchina e si posizionano al di qua del confine piemontese o ci seguono in streaming audio e video direttamente qui: http://www.ustream.tv/channel/casatorino

Chi ci vede in streaming, se si registra su uStream, può pure partecipare alla chat, richiedere brani (che ci guardiamo bene dal mettere) e insultare i due conduttori (per gli ospiti ci pensiamo noi da studio).

Come sempre, garantiamo una quantità fastidiosa di lepidezze on the air, musica finemente selezionata dal miglior blogger musicale italiano (Valletta) e inspiegabili cadute nell’accento piemontese quando meno ve lo aspettate.

Accorrete numerosi, così cascano i server dello streaming.

Robot has got the blues*

September 26th, 2007 § 6 comments § permalink

Come ho già annunciato un po’ di post addietro ho avviato una piccola collezione di video che ritengo meritevoli, creando una pagina apposita su YouTube.

Purtroppo non è possibile creare feed RSS delle cose che scelgo ed è un peccato, anche perché mi sono reso conto che è una delle cose che aggiorno più spesso e più volentieri (nel giro di pochi giorni sono a più di 150 video linkati): il poco tempo libero che ho davanti al pc lo passo usando YouTube come una sorta di piccola discoteca personale.

[EDIT: Il feed RSS dei preferiti di YouTube si può fare con un accrocchio spiegato qui (nota: è cambiato rispetto a ieri, visto che il vecchio accrocchio ha smesso di funzionare)! In ogni caso, il feed della mia selezione video è questo]

Il senso di questo post era un po’ ricordarvi che c’è questa collezione video che credo sia carina (cioè a me piace, visto che è fatta da video che scelgo io! :-)), un po’ per far girare il più possibile il clip che NON vedete qui sotto, ma che vedete cliccando qui (prima funzionava l’embedding, ora no).

Lo considero uno dei momenti videomusicali più belli e malinconici che abbia mai visto in vita mia ed è estratto da Electroma, il primo film diretto dai Daft Punk (la musica è di Jackson C. Frank, forse uno dei musicisti più sfortunati di sempre; tra l’altro, leggere la sua biografia evoca inquietanti paralleli col contenuto del video; in quanto suo fan, un bel giorno ci farò un post lacrimevole).

Chi bazzicada un po’ questo blog sa che ho una passione smodata da più di un decennio per Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homem Christo, al punto che assistere al loro concerto quest’estate a Traffic mi ha letteralmente lasciato senza parole (cioè, ho un post in bozza che cerco di scrivere da luglio, ma non ci riesco perché sono troppo preso e perché le poche cose scritte sono troppo circonvolute, ombelicali e comprensibili solo a me stesso per essere condivise).

Però confesso che ho avviato la visione di Electroma (si trova, ehm, “in giro”: tanto io sono uno di quelli che il 15 ottobre, appena esce in Italia, lo compra originale come segno di supporto agli autori) convinto che avrei visto un’eminente stronzata.

Evidentemente non volevo accettare il fatto che i due Daft Punk, oltre ad essere i migliori produttori di musica elettronica degli ultimi 10 anni (e dire che di concorrenza ce n’è), potessero essere anche due ottimi registi.

Eppure gli articoli su Electroma spiegavano accuratamente che loro si erano preparati, che avevano letto tutti i manuali e tutte le guide possibili per imparare “come si fa un film” e che non avrebbero fatto una vaccata.

Non mi fidavo, insomma. E mi sbagliavo.
Me ne sono fatto una ragione dopo 10 secondi di video: Electroma è stranamente bellissimo e consiglio a tutti di vederlo. Sì, è un film completamente muto, coi tempi lentissimi, più simile alla videoarte che al cinema vero e proprio. Eppure racconta una storia e ti fa pure venire il magone. Il tutto senza una singola nota suonata dai Daft Punk, cosa che sulla carta ha deluso molti fans assetati di inediti. Ed è una visione bella non solo perché è “dei Daft Punk”, ma bella di suo. E lontanissima – robot a parte – dal loro immaginario, girata nella California desertica, molto rocchettara e folk-intimista, sia come suoni che come immagini. Mi hanno spiazzato, e dire che credevo di conoscerli bene.

Essendo notoriamente un iper-schizzinoso per quanto concerne le mie visioni, vi posso assicurare che Electroma non solo merita, ma conferma quanto già temevo e cioè che i due Daft Punk sono fottutissimi bravi in tutto quello che fanno, cosa che mi dà pure un po’ di fastidio invidioso, ad essere sincero (consigli per autoprocurarsi un po’ di amarezza (c): riflettere sul seguente concetto, adattandolo al proprio caso personale: “ecco, loro sono miei coetanei e sono già i Daft Punk e hanno appena fatto un film fighissimo, mentre io sono in boxer in cucina che bloggo e la cosa più creativa che ho fatto è stata una grande interpretazione dell’oste del moro, che ha strappato l’applauso convinto dei nonni materni nella recita di terza elementare”.)

Amarezza a parte, date una chance alla videoteca (e/o al suo RSS): aggiungo spesso roba nuova (giusto ieri la meravigliosa e storica performance di PJ Harvey che canta “Rid of Me” nello show di Jay Leno, facendo, imperfetta com’è, un sesso incredibile perfino al termosifone che inquadrano alle sue spalle) e cerco di sfuggire, nei limiti, alla banalità da YouTube (cioè niente video di bullismo o di CocaCola e Mentos, a meno che non abbiano una bella colonna sonora).

* teoricamente farei pure il concorso per premiare con un’altra orrida autocassetta (questa volta di pessime tracce drum’n’bass composte dal sottoscritto negli anni Novanta) chi riconosce la citazione nel titolo, ma mi sa che i Worm Is Green (che pure meriterebbero altre platee, essendo musicalmente una specie di versione islandese degli Spiritualized, ma giusto un po’ più apocalittici) li ascoltiamo in 3, cioè la mamma del cantante, un troll islandese ed io (aspirante troll del basso Piemonte), quindi niente. Quindi le tracce drum’n’bass (invereconde, roba per cui Goldie verrebbe a casa a menarmi) restano lì nel cassetto.

Where Am I?

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