Ladri contro sbirri di frontiera: l’assurda distruzione della cineteca di Babele

February 8th, 2012 § 23 comments § permalink

Ok, il download illegale – come dice Matteo – è tecnicamente un furto.
Sul tema sono stati consumati quintali di parole, nel corso degli anni, dai tempi delle cassette coi programmi taroccati per Commodore Vic-20 in edicola fino a 5 minuti fa, al bar. Ci siamo limitati ad aggiornare lo sfondo della discussione (prima la pirateria sui supporti, poi quella online coi download, poi lo streaming), ma le visioni in campo sono più o meno sempre le stesse.

Da un lato c’è chi continua a cercare di imporre al presente un’idea editore-centrica del mercato dell’immateriale. Decidiamo noi (dove “noi” significa i piccoli e soprattutto grandi gruppi editoriali multimediali) cosa farvi consumare, come e e a quale prezzo. E voi, liberi di scegliere all’interno del nostro catalogo, vi adeguate.

Dall’altro c’è chi scarica liberamente tutto ciò che gli aggrada. E lo fa, in grandissima parte, in un contesto di impunità. Anzi, è convinzione diffusa che non sia peccato, come non lo era – anni fa – copiare un disco su cassetta per un amico o fare una compilation alla (potenziale) fidanzata.

A guardarla così è facile vedere il monte di buone ragioni degli editori, che sono tutto un coro di “ci lavora un sacco di gente; quando scarichi un film/telefilm/videogioco pensa ai poveri impiegati della XYZ presto sul lastrico e così via” e la collinetta di attenuanti per gli scaricatori: “era lì, era gratis, perché pagare?”.

 

POLICE & THIEVES

La realtà è più complessa e le figure in campo sono altre e molto più articolate delle semplificazioni che fanno i media.
Partiamo dalle major, dai colossi multimediali e giganti comparabili. Continuano a insistere evocando, favorendo e forse – tramite lobbying – provocando operazioni di polizia di vario ordine e grado pur di colpire la pirateria diffusa. Non quella industriale dei gruppi criminali, ma quella spicciola degli utenti. E come tutte le operazioni chirurgiche praticate con la mietitrebbia, il risultato è infelice: il crimine (quello che campa sul materiale piratato) se la passa benissimo e la casalinga di turno – cioè uno sfigato tra un milione che continuano gioiosamente a scaricare – si trova a dover spiegare alla Finanza dove ha preso gli mp3 di Toni Santagata. Ne colpiscono uno, senza educare un piffero, alla faccia di Mao.

Dall’altra c’è chi scarica. E sono mille umanità diverse, accomunate da un atto ma divise per intenzioni, consumi, approccio e identità sul mercato. Certo, Internet è una grande pacchia. Perché se te la cavi un po’ con le cose digitali e sei di bocca buona, finisci per poter avere a tua disposizione un infinito negozio di dischi/film/libri/riviste/videogiochi a costo zero.
Ma le differenze tra il sedicenne tecnobulimico che scarica di tutto, il cinefilo che vuole vedere i film in anteprima, il collezionista di musica e la pensionata che voleva solo ascoltare Gianni Morandi sul computer, sono tantissime.

 

LE MAJOR COME LA SIP

La realtà è che il mondo delle major editoriali è affezionato al vecchio modello “controlliamo tutto noi” per un motivo semplicissimo: ci guadagnano ancora un sacco di soldi. Si scrive da anni che la discografia è in crisi, il cinema va a rotoli a causa della pirateria, l’editoria sguazza nella melma e così via. Eppure le popstar continuano a essere smodatamente ricche (segno che il business-musica funziona) tanto più sono insulse, il cinema continua a fare incassi strepitosi con film sempre più costosi, il mercato dei videogiochi tira come un camino nuovo e così via.

La realtà è che per gli editori è più conveniente vendere vetusti DVD a 20 euro ciascuno (o a meno in edicola, per i più attenti) a una larga fetta di mercato di “inadeguati tecnologici”. Cioè a tutti quelli che, per mille ragioni (mancanza di tempo, incompetenza, ignoranza, paura), alla fine cedono e comprano. Stanno facendo la stessa cosa che ha fatto il monopolista dei telefoni quando arrivò la liberalizzazione dell’ultimo miglio: cercano di profittare al massimo dell’equivalente moderno dei nonnini che ignoravano l’esistenza di Tele2 o non si fidavano delle novità. E continuavano a pagare bollette pesanti, chiamate in teleselezione, tariffazioni opache come le intersettoriali, eccetera.

Le major sanno benissimo che stanno scorrendo i titoli di coda per quel modello di business lì, quello dei supporti generici e non speciali tipo il DVD “normale” di un film. Però nel mentre sono ben al corrente del fatto che ci possono guadagnare ancora un bel po’, colpendo qua e là i consumatori informati e sperando in quelli ignoranti o pigri.

 

PROVINCIA FORZATA? NO, GRAZIE!

Il comportamento poliziesco delle major è talmente goffo e anacronistico da risultare odioso in certi casi. Vi è mai capitato di voler vedere un video online e trovare al suo posto un lugubre cartello nero con su scritto “E’ impossibile: questo contenuto è vietato nella tua area geografica”?
I limiti geografici, i confini, le frontiere *su Internet* sono semplicemente demenziali. E personalmente li vivo come un’ingiustizia di quelle stupide, da combattere.

Per molti, infatti, la Rete è uno strumento per sfuggire ai limiti imposti dal mercato e dagli editori locali. Se vuoi guardare lo show di David Letterman in Italia in modo legale non puoi: devi accontentarti di quello che passa Sky in ritardo. Ed è così anche per il Daily Show di Jon Stewart. Per le serie tv è peggio: molte non arrivano in Italia e molte altre – considerate meritevoli dagli editori per puro calcolo economico – arrivano in ritardo (con la bella eccezione di Fox che spesso trasmette serie TV statunitensi con ritardi minimi rispetto all’uscita americana) e vengono trasmesse male.

Coi film è un disastro, perché in Italia esce (con tempi imprevedibili) una minima parte di ciò che viene creato al mondo (o anche solo nei paesi anglofoni). Di questa minima parte, solo un pezzettino va a finire nelle sale (rigorosamente doppiato) e il resto esce direttamente in DVD (raramente in Blu-Ray: il catalogo dei film legali in HD nei negozi è disarmante per pochezza) che vi sfido a trovare.

Insomma, se uno ha l’interesse culturale, il piacere o anche solo la curiosità di uscire dai confini imposti dagli editori nostrani, non può far altro che scaricare “illegalmente” (?) prodotti dell’arte e dell’ingegno che in Italia non arriveranno mai o arriveranno tardi (spesso adattati male, doppiati peggio, programmati alla cazzo di cane e mandati in onda in disordine o in modo non completo).

Giusto la musica sembra non avere problemi di release. In compenso ne ha tantissimi di catalogo. Cioè, reperire online legalmente l’ultimo singolo di Madonna non è un problema per nessuno. Trovare un album non recente di Annette Peacock è impossibile. Quindi o cerchi disperatamente un vinile (e va bene se ti piacciono i Pooh o Celentano: magari sull’usato trovi qualcosa) in un mercatino o non puoi fare altro che aprire Google e cercare: li trovi tutti in mp3 in alta qualità, presi dalle copie in vinile e ripuliti.

Con i giornali qualcosa è cambiato da quando ci sono i tablet: ora puoi abbonarti a molte testate qua e là nel mondo. Non ci sono tutte, molte non hanno gli arretrati e molte sono disponibili solo nel proprio mercato locale (fortunatamente aggirabile su iTunes con qualche gabola). Quel che è certo è che gli abbonamenti digitali hanno prezzi comparabili con quelli cartacei, pur non avendo costi apprezzabili di distribuzione (e avendo pari o maggiore pubblicità). Insomma, salvo rari casi, costano ancora troppo.

Certo, stiamo parlando di prodotti che interessano una minoranza di persone, che intendono andare oltre al provincialismo (quello vero) imposto dagli editori locali. Gente che preferisce  guardare Kick Ass quando esce e non 12 mesi dopo, con un doppiaggio imbarazzante. O non vuole aspettare che Rete 4 (che ne comprò i diritti e ne trasmise poche puntate) decida di trasmettere tutto West Wing, anche perché non accadrà mai. E detesta Lost in italiano o Gilmore Girls adattata malissimo (a partire dal titolo) e con le protagoniste doppiate da due attrici con la voce identica.
Sarà perché mi ascrivo a quella minoranza (che poi non è così piccola), ma ho l’impressione che si tratti di gente tendenzialmente disposta a spendere per i propri consumi culturali (e magari scopre Frasier online, si scarica tutte le puntate che trova e alla prima occasione si compra il cofanetto – inglese, non esistente in Italia – con tutte le 11 stagioni).

 

LA CINETECA DI BABELE

Aggiornare il modello di business con cui si vendono film, libri, dischi, ecc. è possibile da anni.
Ci ha provato Apple con iTunes Store, ma in modo timido e talmente vessatorio per l’utente da aver riprodotto (e in certi casi accentuato) limiti e antipatie del modello tradizionale.
Coi film e le serie tv i tentativi sono imbarazzanti: la distribuzione legale online ha prezzi irragionevoli e, soprattutto, cataloghi irrisori al di fuori degli Stati Uniti.
Coi libri e i giornali, il fatto di distribuire edizioni digitali per iPad e Kindle con meccaniche di mercato e prezzi simili alle versioni cartacee non risolve il problema.
Nel campo dei videogiochi qualcosa sta cambiando: i giochi a 79 euro ciascuno lentamente lasciano il passo a quelli a 0,79 euro sull’AppStore di Apple, che rendono molto grazie a un’economia di massa senza (troppi) confini. E i servizi di gioco in streaming (che tra l’altro renderanno più rilevante la velocità di connessione dei dispositivi rispetto alle loro performance di calcolo e supereranno le barriere tra piattaforme) sono una possibilità interessante da esplorare, ma ancora nella culla.

Eppure la soluzione sembra a portata di mano, almeno per alcuni mercati: trasformare i prodotti in servizi.
Lo si dice da una vita, ma nessuno lo fa. O lo fanno male: ciascuna major nel proprio orticello, con cataloghi irrisori e prezzi irragionevoli. E un tono del tipo “guarda come siamo buoni, pezzente!”. E’ così difficile, invece di vendermi “al pezzo” cose digitali e impalpabili, vendermi un accesso universale alle “opere” – studiato in modo che io non possa “rubarlo” – su base temporale?

Mi spiace dirlo, perché è un individuo che mi fa orrore a 360 gradi, ma il fondatore di Megaupload/Megavideo aveva scritto una cosa giusta, poche ore prima di essere arrestato: care major, guardate che io qui non ho solamente una macchina sforna-soldi, ma ho un servizio, forse addirittura un medium, con cui potreste farne anche voi. Parliamoci.

Aveva ragione, il ciccione. Megavideo era una videoteca immensa, piena di film nuovi e vecchi. Ed era una manna dal cielo per i cinefili, perché conteneva migliaia di telefilm e film vecchi, introvabili in DVD e meno che mai in lingua originale (oppure presenti online ma non disponibili per il consumo in Italia).
Certo, sicuramente una parte rilevante del traffico era fatta da gente che si guardava l’ultimissimo Fast & Furious in HD. Ma nel mezzo c’era un intero mondo di persone che vorrebbe vedere “Walkabout” e non ha voglia di stare lì a sperare che lo passino a Fuori Orario in agosto alle 3 di notte. E su Megaupload c’era. Gratis, perché non lo vende nessuno.

Non costerebbe molto alle major mettere a disposizione online l’intero loro catalogo (ma tutto, eh!) – magari escludendo i film usciti nell’ultimo anno, così da garantirsi ancora più grana con i DVD per i pigri/ignoranti – e chiedere agli utenti un abbonamento mensile.
Per un servizio di questo genere pagherei senza battere ciglio 500 euro all’anno. Spetterebbe alle major spartirsi i soldi degli abbonamenti in base a quanto visto dagli utenti.
Sarebbe un servizio fatto prevalentemente da prodotti che non generano grandi introiti (non vanno in sala, sono fuori catalogo sul mercato dei supporti e in edizione digitale “un tanto al pezzo” vendono pochissimo, perché troppo cari), ma che in massa genererebbero guadagni rilevanti.

La cineteca di Babele – con buona pace dell’omonima rubrica sui vecchi Linus – c’era già e coloro che avrebbero potuto beneficiarne hanno preferito abbatterla, abbagliati da guadagni facili sul breve periodo.
Come utente reclamo un sistema di produzione, circolazione e consumo delle “opere” più giusto e più adeguato ai miei interessi. Non voglio la pirateria libera e non la reclamo come diritto. Vorrei più varietà, maggiore libertà di scelta, un’economia della coda lunga e un orizzonte più ampio di quello che pochi (miopi, ecumenici, paternalisti) oligarchi dei media decidono per me.

Poter consumare quello che voglio e che è disponibile sul mercato (ma non è venduto in Italia per miopia degli editori locali o per assurdi limiti geografici) è una libertà per cui sono disposto a pagare. E trovo sia giusto farlo. Ma fino a quando quella libertà mi viene negata, non crediate che mi metta a guardare le fiction lacrimevoli sui santi e sui “fascisti buoni” delle televisioni di regime: mi siederò in riva al torrent e aspetterò che prima o poi passi il cadavere delle major, travolto da un muro di CD e DVD invenduti.

Compagni che iniziano a sbagliare un po’

September 20th, 2011 § 35 comments § permalink

Prima di leggere il resto di questo post guardatevi questo video. Guardatelo tutto, fino in fondo, ché certe cose non vanno prese a piccole dosi ma ingurgitate fino alla fine.

httpv://www.youtube.com/watch?v=vuH3IAZrsA8

Visto? Alzi la mano chi ancora adesso ha un moto nervoso a vedere i dipendenti Mediaset che, molto oltre la line of duty, si prendevano la briga di interrompere le trasmissioni che conducevano per fare veri e propri comizietti a favore del loro datore di lavoro Berlusconi e  di Forza Italia, il suo partito-azienda. Tutti senza contraddittorio, tutti in spazi che non pertengono al dibattito politico. Belli apodittici e, poiché fatti da personaggi rassicuranti e familiari, micidialmente convincenti.

Su le mani, dai. Ecco: boschi battistiani di braccia tese. Perché danno un fastidio fortissimo. All”epoca nel mio caso la reazione più placida registrata in casa fu una mia ciabatta contro il televisore, fortunatamente ancora a tubo catodico.
Non è stupido chiedersi come mai questi simpatici interventi di Vianello, Ambra & c. infastidiscono, visto che qualcuno potrebbe dire che sono tutte azioni tutelate dal sacrosanto diritto di espressione delle proprie opinioni.

La risposta è semplice: percepiamo quelle azioni come abusi. E lo sono.
Abusi di un potere specifico: il “potere di essere in onda”, cioè di parlare a milioni di persone. E per di più con l’aggravante di farlo fuori contesto (cioè in spazi in cui normalmente si parla d’altro) e senza contraddittorio, senza che sia rappresentata la varietà di opinioni diverse da quella che ha voce.

Ora prendete il video in cui il metereologo Mercalli a “Che tempo che fa”, invece di parlare di clima, chiede la scarcerazione di due manifestanti notav arrestate in flagranza di reato durante un assalto militare – con armi non convenzionali, manifestanti armati di tutto punto, ecc. – fb al cantiere della futura ferrovia Torino-Lione, originato da un corteo non autorizzato (mi guardo bene dal linkarlo).

Forse non ci avete fatto caso, ma il metodo è lo stesso.
E, per quanto mi riguarda, il merito è ancora più antipatico (perché qualcuno, pagato coi soldi del canone, si mette a difendere in tv senza contraddittorio l’ala violenta di un movimento che attacca militarmente un cantiere, minaccia i lavoratori, dà fuoco ai camion delle aziende fornitrici e alle assemblee fa girare i nomi delle persone da “colpire”).

Riguardo al diritto di opinione: liberissimo Mercalli di pensare quello che vuole, anche se è un pensiero da fiancheggiatore dei violenti. Ma se abusa di una sua posizione dominante (lui parla in tv senza contraddittorio, chi la pensa come lui no), il diritto leso è il mio.

(E no – lo dico per scongiurare commenti stupidi o banali – non c’è nessuna violenza preesistente delle Forze dell’ordine che giustifichi una risposta ugualmente violenta da parte dei manifestanti: gli attacchi a un cantiere con sassi, fionde, mortai, ecc. durante manifestazioni illegali non sono autodifesa, sono un reato)

Da quel modo di pensare e agire  – cioè una finta emergenza per cui “vale tutto”, inclusa la violenza, incluso l’abuso nella comunicazione – al trovarci a piangere un altro Guido Rossa (e poi iniziare una serie di bizantinismi e prese di distanza), il passo non è così tanto lungo. Pensateci bene.

La Vénus d’argent du radiateur

March 30th, 2008 § 9 comments § permalink

La tv francese negli anni Settanta doveva essere qualcosa di straordinario, non so se nel bene o nel male.

Fatto sta che nel 1971 hanno prodotto un mega-special su Serge Gainsbourg, di quelli a metà tra fiction e one-man-show, coi video fatti in studio, ecc.. Sì, da noi li fanno fare a gente del calibro di Panariello e Celentano, lo so.

Il risultato è contemporaneamente – ecco perché Gainsbourg è divino nei suoi ossimori – sublime e terribile e lo dimostra il video di “Melody”, che riesce contemporaneamente ad essere:

– una delle mie 10 canzoni da isola deserta, anche se tecnicamente non è che il porcone canti (e visto che l’hanno coverizzata lasciandola praticamente immutata, credo lo sia anche di Beck e di David Holmes)

– una poesia futurista sull’automobile che Marinetti se la sogna

– la migliore pubblicità possibile per la Rolls-Royce; fossi stato il loro capo marketing all’epoca, avrei venduto l’anima di tutto il reparto per far scrivere del mio logo:

Prince des ténèbres, archange maudit,
Amazone modern’ style que le sculpteur,
En anglais, surnomma Spirit of Ecstasy

– una cosa di pessimo gusto (cioè, davvero, lei che fa l’angelo della Rolls è TROPPO)

– una cosa meravigliosa (cioè, davvero, lei che fa l’angelo della Rolls è TROPPO)

– una cosa davvero romantica (e se non vi sembra romantica la storia di un ubriaco che mette sotto con la sua Rolls una ciclista e da lì nasce una liason, significa che non credete all’amore per caso; tanto vale trasferirsi in India e combinare un matrimonio o comprarsi una moglie filippina per posta)

Allegria di randagi

March 24th, 2008 § 7 comments § permalink

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Non so se questa vignetta mi fa ridere o mi addolora mostruosamente. Ma già solo l’immagine dei due cani che si amano, tenuti alla catena in modo da non potersi sfiorare, mi trapassa da parte a parte. E da trafitto ridere diventa problematico.

Ecco che tirano fuori di nuovo i cosacchi in campagna elettorale

March 20th, 2008 § 23 comments § permalink

Le liste di candidati espresse direttamente dai partiti sono una manna dal cielo, perché – soprattutto a destra, ma non esclusivamente – candidano cani e porci, con punte surreali.

La più bella candidatura è sicuramente quella dell’UDC, che ha piazzato numero 19 in lista in un collegio impossibile nientemeno che il mitico bambino che in uno Zecchino d’oro di più di quarant’anni fa cantava “Popoff, il piccolo cosacco”.

In verità la canzone è stucchevole, anche se c’è di peggio, cioè i commenti al video degli utenti di YouTube, credo tutte persone a cui la chiusura di una trasmissione come “Piccoli fans” ha svuotato la vita di significato (cioè, esiste una vera e propria categoria di persone, in gran parte pubblicitari anni Ottanta, che trova “cariiiiiiiino” guardare bambini obbligati a fare cose per loro imbarazzanti).

Però, visto che ormai in questo blog va di moda interpretare l’esistente attraverso l’opera di Elio e le Storie Tese, riascoltato “Popoff” non può non venire in mente questa adorabile cover di Minghi&Mietta, forse una delle cose più belle fatte da Elio in tutta la sua carriera: un mashup tra il brano più mielosamente “palazzeschiano” della produzione di Minghi – pardon, del “maestro Minghi” – “Popoff” e pure un sirtaki classico, tanto per gradire.

 

Ciarrapico? Fascista? Ma di che vi lamentate? Noi lo amiamo!

March 10th, 2008 § 32 comments § permalink

Sbagliate a prendervela con Ciarrapico, autodefinitosi fascista nel 2008 e candidato nel PDL, in nome del rinnovamento (oltre a credere in idee fresche è giovane pure lui e non è un potente, ma un esordiente della politica, un precario). Siete i soliti intolleranti. Lui è una brava persona e si merita tutto il nostro amore. 

D’altronde l’aveva detto anche Elio anni e anni fa. Lui si che è uno avanti.

  

Tutti in coro! Ti amo, ti amo Ciarrapico!

Una covone di cavoli miei in occasione della morte del mio scrittore preferito

February 19th, 2008 § 17 comments § permalink

Brutta giornata. Muore Alain Robbe-Grillet, cioè il mio scrittore (straniero) preferito.

Sì, non era esattamente un autore facile e leggere i suoi libri non è mai una passeggiata, ma forse anche per questo suo estremismo mai ostentato è sempre stato un grande.

Non ho bene idea di come mi sia venuta su la passione per la letteratura d’avanguardia francese, contando che – salvo la letteratura americana – non ho mai amato particolarmente la narrativa straniera.

E’ un limite un po’ mio: ho la fissa delle traduzioni. Insomma, quando prendo un libro straniero ho sempre l’ansia che la traduzione lo deturpi.
Per dire, quando leggo che i libri di Stefano Benni – con tutti i giochi di parole, le inside jokes, le citazioni, ecc. – vengono tradotti in varie lingue, mi spavento. E mi immagino quanto mi perderei leggendo l’equivalente ghanese di Benni tradotto in italiano.

A parte il Signore degli Anelli, che ho letto più volte in italiano e in inglese in età diverse, il vero banco di prova della debolezza della letteratura tradotta è stato – come credo per molti – Harry Potter.
Gli appassionati comprano i suoi libri in inglese appena escono e poi li ricomprano in italiano mesi dopo. Ovviamente scatta il confronto tra una versione e l’altra e il responso è sempre lo stesso: se possibile, meglio in lingua originale, senza se e senza ma.

A questo proposito IlariaK ha trasformato in libro un suo studio interessante sulla traduzione in italiano dei libri della Rowling, utilissimo per capire meriti e demeriti di chi scrive e chi traduce (certo che i Corvonero chiamati Pecoranera nella prima traduzione italiana è notevole, come castroneria).

In verità credo che il mio debole per certe avanguardie letterarie d’Oltralpe e in particolare per Robbe-Grillet, tenuto conto che non capisco una mazza di francese e non sono particolarmente francofilo, sia dovuto prevalentemente a mere questioni fortuite.

La prima è palese: le connessioni tra Alain Robbe-Grillet e Torino sono tante. Ok, usciva per Einaudi, ma soprattutto aveva un traduttore-adattatore di lusso, cioè Franco Lucentini. E si sa che da queste parti si tifa affinché “La donna della domenica” e “A che punto è la notte” vengano insegnati a scuola, quindi tutto ciò che è stato promosso dal mitico duo è entrato di diritto nella mia libreria.

E dopo Lucentini ha avuto un altro ottimo traduttore, torinese anch’esso: Roberto Marro (che si è preso i complimenti live e, credo, amicizia e stima da Robbe-Grillet in persona).

Ecco, accade che Roberto Marro sia il fratello maggiore di un mio compagno di classe delle medie (ve l’avevo detto che era una questione realmente fortuita!) e durante una vacanza a Londra quando avevo sì e no sedici anni si era portato dietro – tanto per rilassarsi – “La battaglia di Farsalo” di Claude Simon, un classico della letteratura sperimentale, poli-planare, chiamatela come volete.
Avevo chiesto lumi (e sbirciato le prime pagine), ricevendo una spiegazione ragionevole ma affrettata – in un metrò affollato – che mi aveva incuriosito e indotto a cercare il libro, leggerlo varie volte e ad ogni lettura constatare che non capivo molto e dovevo rileggere.

Da Simon a Robbe-Grillet il passaggio è stato rapido: i romanzieri avanguardisti francesi non sono poi così tanti e se te ne piace uno finisci per farteli piacere tutti.
Una caratteristica piacevole è che buona parte della letteratura contemporanea francese che conta ha ottimi traduttori, gente del calibro appunto di Lucentini, Eco, Calvino, Fortini, ecc. Ecco perché ho sopportato, per una volta, l’idea di leggere libri tradotti.

Sempre per puro caso sono ri-incappato nella letteratura sperimentale (un po’ più all’acqua di rose) all’università. Per qualche strano motivo l’esame di letteratura che si dava obbligatoriamente a Scienze della Comunicazione a Torino riguardava la fase sperimentale di Calvino e, ovviamente, tutte le esperienze francesi – ben più coraggiose – di contorno. L’esame, viste le letture che avevo fatto, fu una passeggiata, ma mi fece tornare un po’ la passione, che intanto era cresciuta dal punto di vista cinematografico.

Yes, chiunque abbia dato un esame di Storia del Cinema è incappato in “L’anno scorso a Marienbad” di Alan Resnais, di cui Robbe-Grillet ha scritto la sceneggiatura e i dialoghi, trasformando il tutto in una delle esperienze cinematografiche più alienanti: un film in cui ci si perde nei numeri, nelle geometrie, nella musica, nelle parole, nel tempo e ovviamente nel terribile gioco dei fiammiferi, che pare che al Politecnico di Torino siano riusciti a capire.

Per gli erotomani, “Slittamenti progressivi del piacere” è un misto tra un incubo vagamente porno, una versione intellettuale di Basic Instinct, una puntata di Law & Order che va in loop e in generale un’esperienza nichilista, al cui confronto “Fargo” dei fratelli Cohen è un inno alla vita (anche se in “Fargo” si puntava sull’assenza di punti di riferimento e in “Slittamenti…” l’effetto si ottiene con la ridondanza, la moltiplicazione, il loop).

Quello che ha sempre stupito dei libri di Robbe-Grillet è la sua precisione da ingegnere (e in effetti lo era) e la pervicacia nel cercare di scrivere romanzi “per oggetti”, fatti di descrizioni solitamente asettiche, moltiplicazioni dei punti di vista (una vista sempre “tecnica”, non emotiva), interi passaggi narrativi che altro non sono che pattern, microvariazioni in un continuum che può sembrare ripetitivo, rotture palesi del contratto tradizionale tra autore e lettore.

I suoi romanzi sono (non mi viene una parola migliore) strani.
Alcuni, come “La gelosia” sono un palese trionfo della forma della narrazione sul contenuto e in un certo senso sono virtuosismi, talvolta pure un po’ strafottenti. La storia (una banale questione di sospetti di corna in una piantagione di banane, con un marito geloso, una moglie ambigua e un vicino di casa che boh…) è secondaria, quel che “fa” il romanzo è la sua tecnica narrativa, fatta di descrizioni minuziosissime, visioni d’insieme e in prospettiva, ecc. Roba per cui o ci si procura una mappa o la si crea man mano che si legge. Sì, Robbe Grillet non fa libri da portarsi sul treno e leggiucchiare qua e là, magari facendo i pendolari, ma quel poco di fatica in più che costa al lettore viene ampiamente ripagato.

Altri, per esempio il suo tardo romanzo “La ripresa“, sembrano spy-story “traditrici”, in cui il lettore stesso è vittima dei cambi d’identità del protagonista, delle lacune narrative, delle carte in tavola che inesorabilmente cambiano e non è detto che qualcuno ti spieghi il perché (anzi, Robbe Grillet sembra dire “carte? quali carte?”). E man mano che prosegue la lettura le certezze si sgretolano e ci si perde negli stravolgimenti onomastici e topografici (e nelle autocitazioni da altri romanzi). Ha senso un romanzo in cui alla centesima pagina ne sai meno che alla prima?

Svacchiamo: vi sembra un po’ Lost? Confesso che la visione della terza puntata della quarta stagione di Lost, con Sayid in giro a fare il killer per Berlino, con una scena in cui non si capisce più chi caccia e chi è cacciato mi ha ricordato a tratti “La ripresa”, che per altro si svolge proprio a Berlino, nell’immediato dopoguerra. Ma sono entità non paragonabili: in Lost, che è un prodotto generalista, la spiegazione dei fatti è semplicemente omessa o rimandata, ne “La ripresa” è superflua, perché i fatti non sono da spiegare, essendo archetipici e orbitando notevolmente dalle parti della tragedia di un certo Edipo.

La storia più strana (extra-romanzesca) è sicuramente quella di “Un regicidio“, il primissimo libro di Robbe-Grillet che però è stato pubblicato tardi, nel 1978, dopo vari decenni di polvere nel cassetto ed è stato tradotto solo qualche anno fa in italiano. Essendo opera di un Robbe-Grillet giovane, “Un regicidio” è forse uno dei romanzi più accessibili e ha un suo fascino curioso, visto che racconta la coincidenza d’identità tra un uomo che progetta di uccidere il re (un re “normale”, per niente dispotico, semmai un po’ assente) senza motivo alcuno e l’abitante di una sorta di limbo marinaro che ha le forme di un’isola del nord della Francia, con un brumoso clima opprimente e una sensazione di noia perenne.

L’identità condivisa tra uno degli isolani annoiati e soli e il potenziale regicida (alla ricerca, anche lui come un Lafcadio qualsiasi, di un atto gratuito?) è di fatto l’unica crepa nelle certezze narrative su cui si appoggia normalmente un lettore che approccia un romanzo sperimentale. Ed è per questo che se qualcuno vuole avvicinarsi a Robbe Grillet dovrebbe iniziare da qui.

Mi spiace molto che Robbe-Grillet sia morto, anche perché temo che resti per molti uno scrittore incompreso e trascurato. In verità mi aveva fatto molto piacere qualche anno fa assistere ad una sua conferenza al Centre Culturel Français di Torino (dove hanno parlato francese tutto il tempo e ho capito il 40% di quello che si diceva grazie alle assonanze tra la lingua di Asterix e quella di Gianduja) e scoprire che era affollatissima e, insomma, c’era uno zoccolo duro di appassionati.
Appassionati che credo da ieri abbiano un po’ di magone.

Previously on strike*

February 8th, 2008 § 5 comments § permalink

Post rapido e telegrafico ma pieno di speranze: Walter Veltroni ha appena annunciato che il PD candiderà il Dotto Jack Shepard direttamente dall’isola di Lost, per la circoscrizione elettorale dell’Oceania riservata agli italiani all’estero (e non preoccupatevi per la nazionalità, Jack ha annunciato che, per ottenerla, è disposto a sposare la prima donna italiana che si fa avanti; ci sono volontarie?)

a quanto pare lo sciopero della WGA (la Writers Guild Association, non la risoluzione 800×480 degli schermi), cioè il sindacato degli autori televisivi è finito ed è stato trovato un accordo! Si tratta di uno sciopero decisamente “pesante” per noi spettatori, visto che va avanti da molti mesi e ha bloccato praticamente tutta la tv americana, impedendo a tutte le serie di uscire da un certo punto in poi.

Per ora l’unico a dirlo è nientemeno che Michael Eisner, cioè il capo della Disney (cioè l’azienda che possiede la ABC, cioè la televisione che trasmette Lost): non esattamente un estraneo al settore.

Normalmente le notizie sindacali mettono un po’ di noia, ma questa è decisamente importante, visto che ora gli autori torneranno a scrivere le puntate e, dopo una lieve attesa tecnica, le nostre serie preferite (e anche quelle non preferite) riprenderanno finalmente vita.

Insomma, iniziate ad oliare i client BitTorrent, perché si ricomincia.

 

* lo so che è da stupidini, ma vado molto fiero di questo titolo

May I take my shirt off? Ehm… not yet, Bill

January 8th, 2008 § 16 comments § permalink

La notizia che Bill Gates lascia il lavoro full-time alla Microsoft e si dedica alla filantropia non è nuova (e poi cos’era il mitico Windows ME se non un atto filantropico nei confronti della concorrenza?).

Però il buon Bill riesce a passare ad altro in un modo ultra-cool, senza rinunciare alla sua identità nerd. Anzi, ci scherza sopra in un video esilarante, che altri non avrebbero fatto mai, presi come sono dal culto di loro stessi e dal loro reality distortion field. Bisogna avere le spalle larghe per avere la forza di sapersi prendere in giro.

Alla fine uno degli aspetti più rassicuranti dell’uomo più ricco del mondo è proprio il suo essere rimasto l’everyday nerd che tutti abbiamo imparato ad (amare|odiare, dosate voi i sentimenti) e in cui noi tutti nerd sotto sotto ci riconosciamo.

Insomma, uno che pur con tutti quei soldi continua tuttora a portare gli stessi occhiali del brutto dei Kings of Convenience  e va ai concerti dei Grateful Dead in platea come uno spettatore qualunque ti fa sentire un po’ più a tuo agio col mondo e con le sue abissali differenze tra gli have e gli have-nots.

Anzi, il tutto evoca illusori pensieri proattivi, del genere “se ce l’ha fatta uno come lui, io *che sono pettinato molto meglio e porto le lenti a contatto* chissà dove posso arrivare”.  

Luttazzi 2.0 – riprendiamo il dibattito da qui

December 10th, 2007 § 37 comments § permalink

Riprendo qui un lungo commento che ho fatto al mio post precedente. Mi sono accorto che è più lungo del post e a modo suo è un post, quindi lo ribadisco qui così la discussione riprende in modo più ordinato.

Ecco il commento.

Approfitto di quanto scrive il buon daiwojima (che mi trova peraltro d’accordo e ha citato Pasolini come intendevo fare nel post, ma poi ho evitato per non allungarlo troppo) per rispondere ad un po’ di commenti.
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Il fatto è che o leggete male e non capite o – cosa più probabile – mi esprimo male io.

Vado per punti.

Primo: non sono affatto favorevole – e l’ho scritto – alla sospensione del programma di Luttazzi.

Secondo: non considero l’intervento di La7 un atto di censura, visto che la puntata è andata in onda, così come le sue repliche. Qualcuno ribalta la prospettiva dicendo che questo è una “colpa” del direttore di rete. Per me è un merito: si è concesso a Luttazzi di trasmettere nella sua piena autonomia e *dopo* gli si è detto che ha fatto qualcosa che la Rete considera spiacevole. Mi sembra un atteggiamento correttissimo.

Terzo: riguardo alla presunta violazione della libertà d’espressione (cosa che io contesto) mi pare che tutti dimentichiamo un dato e cioè che Luttazzi parla su La7, cioè una rete privata che – come tutte le libere imprese – ha precisi valori, parametri di qualità, sensibilità interne, ecc. e che ha diritto per contratto a ficcare il naso nella qualità di quello che trasmette. Sarebbe folle se non lo facesse.
Cioè se domani il tizio che legge le previsioni del tempo su La7 lo fa ruttando, la rete ha tutto il diritto di prenderlo da parte e dirgli due paroline.

Quarto: e siamo proprio al punto chiave: è legittimo che una rete televisiva abbia suoi parametri di qualità, di decenza, ecc. (discutibili quanto vogliamo, magari non coincidenti coi nostri) e che decida liberamente di applicarli? Secondo me sì. E lo dico constatando che i parametri di decenza di La7 non coincidono coi miei (a me le “parolacce” non danno fastidio, anzi io consentirei anche la bestemmia in tv proprio in nome della libertà d’espressione).

Quinto: quanto detto sopra smentisce nei fatti (ma l’ho scritto nel post, boh forse ve lo siete perso) chi ha scritto che io sia tra quelli che si sono scandalizzati per cacca+pipì+sadomaso.
Tutt’altro! Io sono incacchiato – in quanto fan – con Luttazzi per il fatto che ha preferito il livore e un’immagine triste (che non scandalizza nessuno se non qualche anima pia) ad una battuta fulminante, intelligente, che fa pensare.
E qui ringrazio Daiwojima per aver menzionato Pasolini. Già, penso proprio a “Salò” e al suo “girone” della merda. Lì la violenza gratuita, il pugno in faccia delle immagini crudeli, ecc. erano grande arte e servivano a far toccare con mano (e con le pareti interne dello stomaco) l’orrore del fascismo, la sua perversione umana e ideologica, la barbarie di essere servi o padroni, ecc. E’ un film che violenta la mia sensibilità e mi inquieta solo a pensarci. Però *è arte* e di fatto il genio di Pasolini sta nell’usare il sesso, la merda, la violenza, ecc. in modo tale da dire qualcosa di nuovo e di forte su un tema come il fascismo. Cioè da vero intellettuale ha usato cose “disdicevoli” per fare e dire qualcosa di grande.
Quindi a me va benissimo la merda, la coprolalia, le parolacce, ecc. Ma che servano. E Luttazzi non è Pasolini. E la sua uscita sulla scenetta sadomaso con pissing & shitting è roba da terza media rispetto a Salò. E non fa orrore quanto dovrebbe. E non fa ridere. Serve solo a lui a sfogarsi dei suoi scazzi (giustificatissimi, beninteso) col mondo e con la destra che all’epoca lo epurò.

Sesto: a chi mi critica la preoccupazione che la blogosfera stia dando più importanza all’affaire Luttazzi che a cose ben più gravi come i morti in acciaieria, beh l’invito è uno solo: farsi un giro in Rete.
Lo so benissimo che esiste un’indignazione multitasking, per cui ci si incazza per Luttazzi e per i morti in acciaieria contemporaneamente. Però quando si tratta di esprimere l’indignazione, passare all’azione, ecc. chissà perché il caso Luttazzi straccia la questione dei morti sul lavoro. Andate su Blogbabel e date un’occhiata ai tag del momento e ve ne fate un’idea.
Mi piacerebbe pensare che in verità tutti si stanno indignando col giusto grado di priorità e antepongono i morti sul lavoro alle bizze di un comico che ha fatto un’uscita non alla sua altezza e semplicemente sulla questione non hanno ritenuto utile scrivere nulla perché senza parole, ma so che non è vero.
La mia teoria è che nella blogosfera – e temo anche nella società italiana – si va diffondendo un qualunquismo “grilliano” distruttivo e superficiale, per cui le sorti del comico di turno contano più di questioni che una volta avremmo considerato fondamentali. D’altronde la gente è disposta a scendere in piazza in trentamila per chiedere la riduzione dello stipendio dei parlamentari, ma quando si tratta di chiedere che nel 2007 non si muoia più di lavoro finisce che al corteo ci vanno poche persone.
Ecco cosa succede: le nuove forme di impegno politico del 2007 sono pesantemente venate di un “minimalismo ingenuo” che mi spaventa un po’. E su quelle issues minori spadroneggeranno i soliti guitti arruffapopolo.

Settimo: a chi mi critica l’aver citato l’Olocausto nel ragionamento posso solo ribadire un invito pacato: rileggi. Parlavo di “dittatura delle vittime” e mi sembra assolutamente appropriato fare un parallelo tra una teoria e un fatto avvenuto. Non vedo dove stia il dolo o dove stia l’offesa, l’inadeguatezza, ecc.
E proprio in nome della libertà d’espressione rivendico il diritto di parlare di quel che voglio nei modi in cui più mi aggrada (il “canale” è mio, in questo caso).
E credo che l’atto censorio per cui uno arriva e dice “Vietato menzionare la Shoah!” ma poi attacca una rete che si è limitata a sospendere la trasmissione di un comico che potrebbe fare di meglio, sia emblematico della confusione politica che impera di questi tempi.

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