Vita in un igienico nuovo mondo – aka “ogni virus ha il suo silver lining”

March 4th, 2020 § 1 comment § permalink

Per anni la gente, soprattutto amici e colleghi, mi ha bollato (e neanche troppo sottilmente preso in giro): germofobo vagamente ossessivo. 

Per gli standard di vita italiani fino a un mese fa, probabilmente era così. Pur avendo un carattere sostanzialmente pacifico e tollerante, una delle poche cose che mi fa scattare la rabbia è il mancato rispetto delle norme igieniche da parte delle persone. 

Chi ha la sfortuna di frequentarmi è incappato più volte nelle mie filippiche contro quelli che vanno al lavoro col raffreddore (credendo di fare gli stakanovisti, gli astuti), nelle mie polemiche con la gente che arriva in ufficio dopo aver preso i mezzi pubblici e non si lava le mani, nei miei pipponi igienisti alla gente che non si lava le mani dopo essere tornata dalla pausa pranzo o dopo essere andata in bagno e così via. 

E poi frequentare me significa prendere freddo, ne sanno qualcosa i miei allievi, obbligati da ormai vent’anni a ventilare le aule prima, durante e dopo la lezione e stressati – beata posizione di potere del docente che minaccia 18 a chi non cambia l’aria – dal mio mantra “il freddo non ammala, lo stare stipati al chiuso ad alitarsi addosso a vicenda, sì”.

Aggiungete a questo alcune spigolosità alle soglie dell’impresentabile (tipo che se ci stringiamo la mano o ci battiamo il cinque, dopo 10 secondi corro a lavarmi – bene – le mani, o se qualcuno tossisce/starnutisce ripetutamente in un ambiente chiuso senza allontanarsi dagli altri lo sgrido), qualche idiosincrasia igienista e di civiltà (tipo la mia lotta contro gli indossatori di sandali da uomo in città o la mia antipatia per le gallette tipo polistirolo di mais, riso e altre granaglie, forse il cibo secco più puzzolente al mondo) e il ritratto è pronto: una brutta persona, però tanto pulita. 
E che da un mese è diventata un modello di comportamento. 

Insomma, avevo ragione io. E ora tutti (in verità l’OMS dice da anni, anche senza lo spauracchio del Coronavirus, di stare a distanza, lavarsi le mani, areare i locali, tossire/starnutire lontano dal prossimo, stare a casa se raffreddati o peggio, ecc.), magari senza saperlo mi danno ragione, soprattutto quelli che all’epoca ridevano delle mie “fisime” igieniste e ora fanno post ansiogeni sul contagio (cosa che, invece, a me non dà particolari preoccupazioni, essendo uno che rispetta le norme igieniche da decenni). 

Mi piacerebbe potermela tirare da precursore dei tempi che corrono e da fine profeta di sventure sanitarie, ma la ragione del mio igienismo minimo (perché stiamo parlando delle norme basiche di igiene, non di acrobazie per germofobi) ha radici estremamente prosaiche e autoriferite: ho un pessimo sistema immunitario, prendo ogni raffreddore possibile e ogni volta ci metto un mese a guarire. Per il resto sto bene, eh: ho solo una proverbiale “pessima salute di ferro” per cui non ho mai niente di grave, ma sempre qualcosa di non grave. E alla Kleenex credo abbiano un tempietto a me dedicato all’ingresso della sede centrale, tipo statua della mamma del Catellani in Fantozzi. 

Ora il mondo va, purtroppo non per buonsenso ma per legittima paura, nella direzione che ho sempre auspicato: una realtà in cui, come in Giappone, starnutire e tossire è una cosa da fare in disparte, dove ci si lava le mani più volte al giorno con regolarità e metodo, dove c’è la percezione che tutto quello che ci circonda è cosparso di virus e germi (ricordate l’Assioma di Bramati nelle Leggi di Murphy, ovvero “Tutto suda”? Ecco, cambiatelo in “Tutto infetta” e avete il Corollario di Sola) e dove agire per non ammalarsi è importante tanto quanto agire per non ammalare il prossimo.

In Italia, la patria del familismo amorale e dell’individualismo malapartiano disperato (nel senso de “La pelle”), è impossibile imporre alla gente di ragionare in ottica di sistema. Ognuno pensa al proprio bene, senza occuparsi degli altri e meno che mai della collettività, concetto che la gente non riconosce, se non come nemico (se state dicendovi mentalmente “io no!”, chiedetevi se non procedete a passo d’uomo nei controviali cercando parcheggio, rallentando incuranti tutte le auto che vi seguono; essere dei piccoli prepotenti inconsapevoli è un attimo).

Prendete, per esempio, le mascherine sanitarie. È noto che si indossano, nei paesi civili, per non infettare il prossimo. Sei raffreddato? Metti la mascherina, così non lasci una scia di germi e virus a maleficio degli altri. Da noi non è così: un bel mix di ignoranza, bigottismo ed egoismo fa sì che la gente, comicamente, indossi le mascherine nella vana speranza di non essere infettata dagli altri. 

In questo paese, da sempre, l’unico agente di cambiamento e rinnovamento è la morte (e la sua paura), basta accendere quella grande esibizione di cartapecora e di nostalgia canaglia che è la tv nazionale per rendersene conto. 
Ecco, la paura della morte in questo scenario può portare a un cambiamento positivo, lo spero con tutto il cuore. 
Sarebbe bello che – non mi illudo: nel caso accadrà per le ragioni sbagliate, cioè la paura individualista e non la civiltà – finita l’emergenza COVID-19/Coronavirus il paese riparta e gli italiani continuino a comportarsi in modo igienicamente appropriato come fanno in questi giorni. 

Le buone maniere, purtroppo, con gli italiani non servono. Ma un mondo in cui la gente fa attenzione al suo “viral/bacterial footprint” è innegabilmente un sogno che merita di essere realizzato. Staremmo tutti, letteralmente, meglio. 

Postilla
Per i sandali da uomo, invece, non c’è rimedio. A meno che, passata l’emergenza sanitaria, arrivino piogge estive acidissime che generano pozzanghere killer e diventi obbligatorio ope legis indossare scarpe chiuse in città. Pura fantascienza, ora come ora. E sperare nel buon gusto del prossimo è vano.

Il dj che ha hackerato il rock e anche un po’ la mia mente: un ricordo affettuoso di Andrew Weatherall

February 18th, 2020 § 1 comment § permalink

È morto ieri, a sorpresa, a soli 56 anni, Andrew Weatherall. Volendo, metto la puntina sul disco del necrologio e aggiungo: dj, produttore, musicista, critico musicale, agitatore culturale. 
Può darsi, se non siete un minimo appassionati di musica, che il suo nome non vi suoni familiare. È normale: quello che sarà ricordato negli anni come una delle figure più grandi di sempre della musica elettronica e della club culture è sempre stato un’anti-star, che non ha mai curato troppo la propria immagine pubblica. 

È altrettanto normale che, cliccando su uno dei tanti link di questo post, ritroviate brani che, negli anni Novanta, vi hanno fatto impazzire, vi hanno salvato una serata, vi hanno esaltato, vi hanno fatto fare l’alba, vi hanno fatto incuriosire o, mentalmente, vi hanno portato altrove. 

Mettiamola così: se gli anni Novanta sono ricordati come uno dei decenni con la musica dance/elettronica migliore di sempre, il merito è in buona parte di Andrew Weatherall, del suo eclettismo e della sua capacità di unire le persone. 

Questo è un post chilometrico su una delle figure che hanno inciso maggiormente nell’immaginario sonoro degli ultimi decenni, oltre che da sempre uno dei miei punti di riferimento culturali (inizialmente avevo scritto “eroi”).
È pensato prevalentemente per chi non conosce bene Andrew Weatherall e la sua arte (ecco perché è pieno di link a YouTube), quindi se siete suoi fan eventualmente scorrete verso il fondo, dove cerco di fare qualche considerazione sulla sua portata artistica, così vi perdete il pippone storico iniziale.
In qualsiasi caso, prendetevi del tempo, perché ho molte cose da dire.


DALLE FANZINE AL DANCEFLOOR

Di norma i geni musicali sono predestinati, enfant prodige, musicofili monomaniacali.
Andrew Weatherall no, anzi nella vita voleva fare altro, tipo il giornalista o il manager di una casa discografica. E infatti, poco più che ventenne, si fa notare perché fonda una fanzine cartacea – Boy’s Own – in cui si parla di tutto. Siamo alla fine degli anni Ottanta e in redazione c’è un gruppetto di amici che, come in tutte le fanzine che si rispettino, fanno quello che gli pare: recensiscono concerti e dischi, scrivono di calcio e politica e iniziano a parlare dei primi rave, fenomeno da cui, col tempo si fanno letteralmente assorbire.

Risultato: Boy’s Own, da cazzeggio di un gruppo di amici che amavano il clubbing, diventa la testata di riferimento e voce critica del mondo dei rave in pieno boom e del suono elettronico emergente, ma lo fa parlando anche d’altro: moda, arte e politica e tanto calcio. Su tutto, come collante trasversale e come ispirazione, sottofondo e prodotto, la musica. 

Dall’occuparsi di musica al suonarla a qualche party, poi a serate sempre più grandi e di successo, il passo è breve. Dalla redazione iniziale di Boy’s Own di fatto negli anni escono alcuni tra i dj più importanti di sempre nel Regno Unito, letteralmente facendo la gavetta di festa in festa, di serata in serata. 


L’INDIE ROCK SUL LETTINO DELLO PSICANALISTA

È un periodo strano, per la musica britannica. Siamo alla fine degli anni Ottanta: la acid house, che era stata inventata qualche anno prima a Chicago, arriva in UK e, contrariamente a ciò che era accaduto negli Stati Uniti, spacca. 

È il periodo della cosiddetta seconda Summer Of Love: l’epoca dei rave in cui nasce la moderna club culture, al suono di una fusione perfetta tra musica elettronica, dance e psichedelia. Come tutti i fenomeni musicali, ci mette pochissimo a trasformarsi in un fenomeno culturale e di costume (così rilevante che l’allora governo Tory, pochi anni dopo, si sentirà in dovere di fare una legge anti-rave, il cosiddetto Criminal Justice Act) e a raggiungere, seppure tangenzialmente il mainstream.

In questo scenario chi non se la passa benissimo è l’indie rock britannico, oscurato nei suoi anni migliori dalla crescita travolgente del fenomeno rave. Certo, nel sound di molti gruppi rock britannici di quegli anni, su tutti Blur e Stone Roses, si fanno notare tracce di attenzione ai nuovi ritmi: spuntano i primi campionamenti, sempre più pezzi uniscono batteria tradizionale e drum machine, il tradizionale impianto chitarristico delle canzoni lascia spazio a inserti groovy, ecc. 
Però sono solo segnali e in molti casi puri e semplici adeguamenti alla moda sonora, voluti più dalle case discografiche che dagli artisti stessi. 

Chi propizia più di tutti l’incontro e poi l’abbattimento delle barriere tra rock e club music è proprio Andrew Weatherall, nel ruolo non più solo di dj, ma anche di produttore. Ed è un fatto epocale.

Tutto avviene per step. All’inizio Weatherall fa tutto da solo, con un po’ di artigianato: prende un pezzo indie, ne campiona il riff e lo trasforma in un pezzo dance. È così che nasce “Raise”, primo singolo dei Bocca Juniors, progetto dietro cui si nascondevano nientemeno che Weatherall stesso, Terry Farley e Pete Heller: un riff di piano rubato a un remix dei Thrashing Doves (dignitoso gruppo rock londinese la cui carriera colò a picco dopo che Margaret Thatcher parlò bene di un loro videoclip, rendendoli istantaneamente uncool), una base di drum machine, una vocalist e il gioco è fatto. Il pezzo è un successo immediato, non tanto in classifica, quanto sui dancefloor tanto a Londra quanto a Ibiza, dove si sta perfezionando l’identità del sound “balearico”. 

Il secondo step è più semplice: sono i gruppi indie stessi a farsi remixare i brani da Weatherall e soci, alla ricerca di un suono che vada oltre il rock e non sia solamente pura dance. Il risultato, in gran parte dei casi, è straordinario e coinvolge alcuni tra i gruppi più interessanti e di successo dell’epoca. 

Se avete l’età giusta, probabilmente avete ballato il suo remix di “Soon” dei My Bloody Valentine: shoegazer irlandesi, gente che non ti immagineresti mai su un dancefloor se non a fare da tappezzeria. È un pezzo talmente perfetto da meritare il titolo di “miglior remix di sempre” da parte di un sondaggio dell’NME. 

Oppure avete ballato il remix di “Halleluja” degli Happy Mondays, inguaribili festaioli nati, chimicamente agitati, tutto tranne che shoegazer, ma a cui mancava una spintarella per abbracciare definitivamente la dance. Ecco, lo spingitore di Happy Mondays è proprio Weatherall.

Nel giro di pochi anni, buona parte delle realtà indie, inclusa gente del calibro di Saint Etienne e New Order, si regalano un remix di Andrew Weatherall e spesso poco dopo cambiano, si aprono a nuove sonorità.

Sembra quasi che il buon Andy metta il rock britannico sul lettino dello psicanalista e lo aiuti a scoprire i limiti sonori e compositivi che si autoimpone, fino a liberarlo in modo definitivo da totem, tabù e menate varie.


SCREAMADELICA – IL ROCK LIBERATO DAL ROCK

L’esempio più brillante del lavoro di Weatherall come “liberatore” dei gruppi indie rock, che dopo il suo trattamento si reinventano è sicuramente “Screamadelica”, terzo album dei Primal Scream, del 1991, che vede proprio il buon Andy nel ruolo di co-produttore.

Su questo disco, giustamente considerato uno degli album più importanti della storia della musica britannica (e non solo), oltre che una delle vette sonore del suo decennio, sia come resa musicale, sia come importanza culturale, è stato scritto di tutto. Credo basti leggere la ri-recensione che ne fa Pitchfork per capirne la rilevanza. Nel dubbio, se non lo avete ancora ascoltato, fatelo. Ora. 

Su “Screamadelica” potrei aggredirvi con un post di un’ottantina di cartelle che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare, ma preferisco parlare del singolo che ha lanciato l’album (con una rincorsa di quasi un anno) e che è un manifesto perfetto del “trattamento-Weatherall”.

Prima di Screamadelica i Primal Scream erano un piacevole gruppo indie rock scozzese, fondato da un ex roadie e poi batterista dei Jesus & Mary Chain. Suonavano innegabilmente rock, con qualche tiepida venatura soul, ma senza particolari sussulti. 
Dopo aver incontrato Andrew Weatherall a un rave e avergli passato i master di un pezzo estratto dal loro secondo album, “I’m Losing More Than I’ll Ever Have”, chiedendogli di remixarlo (scena già vista per decine di altri gruppi), sono successe due cose. 

La prima è che Weatherall si è presentato con un remix talmente bello, talmente “altro” rispetto al materiale di partenza da meritare di essere trattato come un pezzo nuovo, con tanto di titolo esclusivo. 

La seconda è che ai Primal Scream si è aperto il chakra del groove e hanno letteralmente cambiato identità sonora e allargato i propri orizzonti. 

Quel remix che è diventato canzone si intitola “Loaded” ed è probabile che la conosciate bene, perché è uno dei pochi remix al mondo da potersi pregiare del pesissimo titolo di “pietra miliare”. 

Il lavoro di Weatherall su “Loaded” è pura decostruzione artistica: prende solo la seconda parte del brano originale, la rallenta, rimuove il cantato, aggiunge una linea melodica di archi e fiati vagamente latineggiante e chiude il tutto con un loop di batteria elettronica campionato da un remix bootleg (tra l’altro fatto in Italia) di “What I Am” di Edie Brickell & The New Bohemians. E in ultimo dà contesto (oltre che il titolo) al pezzo, sovrapponendogli spezzoni di un discorso tratto da un filmaccio non esattamente progressista di Roger Corman con Peter Fonda del 1966, con protagonista una banda di biker. 

Il risultato è splendido: tecnicamente non è rock, anche se ci sono chitarra e piano che ricordano i migliori Stones, è troppo lento per essere dance nonostante abbia un beat elettronico e campionamenti, in certe fasi suona vagamente mariachi (mariachi???) e ha pure un coro dalle voci femminili soulful che ripete ritmicamente “I don’t wanna lose your love”. Sulla carta, un pezzo così apparentemente disfunzionale non dovrebbe avere senso. Nella realtà è un classico che resterà nei decenni. Ed è anche, chi se ne frega, il mio pezzo preferito nella vita. 

Curiosamente, il modo migliore per apprezzare il genio che c’è dietro a Loaded è ascoltare il remix che ne ha fatto Terry Farley (quindi dal compare di Weatherall), che è una specie di percorso che parte dal finale di “I’m Losing More Than I’ll Ever Have” ed evolve fino a “Loaded” vera e propria. Sono 6 minuti spesi benissimo. 

Ecco, Screamadelica è un intero album nel solco di Loaded: il rock dei Primal Scream si fa più soul, i brani si dilatano, talvolta fino a diventare suite psichedeliche impazzite o anthem dane pronti a riempire le piste e i testi alternano materialismo rock e spiritualità positiva da seconda Summer Of Love. 


FAMOLO STRANO, DAI SABRES OF PARADISE AI TWO LONE SWORDSMEN, FINO A OGGI

Può sembrare incredibile, ma dopo anni di “saccheggi sonori”, di remix e di produzioni per conto terzi (che nel corso degli anni passano dal traghettare i gruppi indie verso l’elettronica al remixare direttamente altri artisti che fanno elettronica e dance), quando Andrew Weatherall si cimenta con un album proprio spiazza tutti. 

Forma, infatti, con Jagz Kooner e Gary Burns (e poi Keith Tenniswood), i Sabres Of Paradise. E con questi produce tre album in cui fa tutt’altro rispetto a quanto suonato prima. I pezzi ballabili si contano sulle dita di una mano, in compenso la musica spazia dal dub più radicale a un sound più cinematografico, vagamente inquietante e sempre al 100% elettronico. 
Riascoltato oggi, il secondo album dei Sabres of Paradise, Haunted Dancehall, fin dal titolo evoca più immaginari da film horror che vibrazioni dance. L’enfasi è su “Haunted”, quindi. 

Nel mezzo della produzione dei Sabres Of Paradise spicca Smokebelch II (Beatless), che per anni è stato uno dei pezzi “chiudi-pista” più diffusi: un pezzo senza batteria, con un sound preso bene e unico incategorizzabile. 
Quando suonava nei locali, nel 99% dei casi significava che le danze erano finite, si accendevano le luci e si poteva tornare a casa o cercare un “after”.

All’afterhour probabilmente avrebbero suonato altri pezzi di Weatherall, magari di un altro suo progetto che è rimasto nella storia della musica elettronica e che incideva per la Warp Records (la stessa di Aphex Twin, per capirci): i Two Lone Swordmen. 
Il loro suono, inizialmentem era più elettronico, con pezzi tendenti all’house e alla techno più creative ma sempre con un fondo riflessivo e mai mai mai mai banale. Curiosamente, i loro brani, sebbene mai accomodanti o pop, sono stati usati tantissimo in pubblicità, forse perché avevano sempre un piacevole vibe che sapeva di futuro. 
Col tempo (il progetto è durato più di 10 anni, dal 1996 al 2007), il loro suono si è allontanato più volte dall’elettronica da club per avventurarsi qua e là, senza confini di genere, dal dub al suono alla DFA fino al post punk “rumoroso” vagamente alla “Metal Box” dei PiL.

Nel corso degli anni, Weatherall ha continuato a produrre musica, usando decine di nomi diversi, avviando band, progetti, collaborazioni a non finire. Stare dietro il suo eclettismo è difficile perfino per i suoi fan più ostinati. Il suo ultimo album è del 2017 si intitola “Qualia” ed è uscito, per motivi noti solo a lui, per un’etichetta svedese che stampa la sua musica solo su vinile (e grazie al cielo anche in digitale, ma non sperate in un CD), ma nel mentre ha fondato una manciata di label, ha curato, in tempi non sospetti, uno dei podcast musicali migliori di sempre e ha continuato a fare dj set in giro per mezzo mondo, Italia inclusa.


IL DJ COME COSTRUTTORE DI SENSO – ANDREW WEATHERALL IN CONSOLLE

Può sembrare incredibile, ma la vera grandezza di Andy Weatherall si esprime nei suoi dj-set, più ancora che nella sua musica e nei suoi remix.

Se vi è capitato di partecipare a una sua serata, è probabile che ve la ricordiate tuttora: è quella sera in cui avete consumato lo smartphone a furia di usare Shazam, in cui vi siete detti almeno 100  volte “questa dov’è già che l’ho sentita?” e altrettante “questa non l’ho mai sentita”. 

Quando saliva in consolle il suo eclettismo esplodeva in una selection che non teneva conto di generi, tempo, mode, etichette. Weatherall suonava tutto quello che aveva il potenziale per far ballare la gente. E lo faceva in un modo unico, suonando per il suo pubblico gemme nascoste riscoperte grazie alla sua cultura musicale infinita o, più semplicemente, suonando il pezzo giusto (magari famoso, ma mai scontato) al momento giusto.

Tutto funzionava alla perfezione: scatenatevi online e troverete centinaia di registrazioni di suoi dj-set, di suoi podcast, di sue playlist. In tutti i suoi mix emerge chiara una visione artistica di fondo, che ha capisaldi precisi.

Il primo è che non esiste la musica da ballo come genere codificato esclusivo. Esiste musica che può essere usata per far ballare la gente e se ne trova in quasi tutti i generi e in quasi tutte le epoche. 

Il secondo è che ciò che conta di più in un dj-set, come esperienza, è lo scenario. Non solo lo scenario artistico, ma anche lo scenario in cui il dj suona (il locale, il quartiere, la città, lo Stato), lo scenario economico sociale (è diverso un dj-set in un locale a pagamento di un quartiere in piena gentrification rispetto a uno gratuito in periferia?), il contesto politico e perfino quello organizzativo (siamo qui per rovinarci di acidi e birra o è una serata per intenditori? O è qualcosa nel mezzo, tra le infinite sfumature?)

Il terzo è che, se sa analizzare e comprendere lo scenario, se sa contestualizzare quello che fa, il dj può suonare di tutto e renderlo interessante per il pubblico, perché tutto contribuisce alla creazione di senso.
È il principio, estremizzato, del readymade: un orinatoio è un orinatoio. Un orinatoio con un nome creativo: “Fontana”, che ne setta il contesto, è un’opera d’arte. Duchamp, mancato dj, lo aveva capito benissimo.


L’ultimo caposaldo è un giudizio artistico: tutta l’arte, quando nasce, è contemporanea. Vale anche per la musica. Ecco perché nel mondo di Weatherall la distinzione tra passato e presente, quando si tratta di consumare musica, ha poco senso.

Un suo dj set ti arricchiva, ti dava nuovi titoli da scoprire, vecchi da ri-contestualizzare, stimoli sonori a non finire, madeleine musicali e al tempo stesso visioni di futuri prossimi. E nel mentre non smettevi di ballare e divertirti. 
Sono pochissimi i dj che riescono a costruire un vero e proprio discorso musicale e culturale e al contempo farti divertire e tra questi Andrew Weatherall è stato uno dei più grandi, dei più eclettici e dei più creativi, senza mai cedere al manierismo.

La cifra stilistica di Weatherall è proprio la sua fame totale di musica: una mente che, per ragioni sociali e anagrafiche, viene dal tardo punk e ne ritrova parte della cultura nei rave dei tardi anni Ottanta, inizio anni Novanta. Nel suo caso è un fenomeno esplicito, al punto da citare i Clash come gruppo ultra-influente per un’intera generazione di dj e produttori dell’elettronica britannica. Non è l’unico (Orbital e Massive Attack, giusto per citare altri due colossi, hanno solide radici, campionamenti e perfino un po’ di immaginario visivo che deve molto al punk più tardo, quello che iniziava ad andare oltre alle chitarre distorte e a esplorare tutti i suoni “altri”), ma è tra i primi e rimane fino alla fine uno degli ultimi irriducibili che non fanno musica compromissoria, inscatolata in un genere, creata ad arte per compiacere un mercato specifico. 

Il suo non è nemmeno eclettismo di maniera: è davvero un curioso che si diverte a creare, saltabeccando qua e là tra i generi, gli stimoli, le realtà. Certo, fa musica elettronica, ma sfugge ai generi. Nei suoi pezzi cita film, serie tv, discorsi politici, campiona di tutto, dal rock all’ambient più radicale, suona drittoni da impasticcati e ballate eteree da chill-out, a volte ti porta in una mossa dalla Jamaica più pura del dub al centro del tuo stesso cervello con un pezzo totalmente mentale.


SUPERSTAR DJ? NO GRAZIE

Aveva tutte le carte in regola per essere il più grande, il più credibile e il più prolifico dei superstar-dj, Andrew Weatherall. Ha scelto, invece, di non esserlo, preferendo le sponde di un mixer, che fosse in studio o in consolle, alla ribalta mediatica. 

In un mondo in cui abbondano gli ego e le brutte persone e in cui molte carriere si sono costruite più sull’immagine che sulla sostanza, Weatherall era una brava persona totalmente immune al divismo, un regular guy il cui talento multiforme era secondo solo alle sue doti umane. Insomma, era uno che sapeva ridere, che sapeva relazionarsi col prossimo, che incarnava pienamente lo spirito amichevole, aperto e down-to-earth dell’epoca dei rave. 
Personalmente le volte che l’ho visto in consolle ho notato quanto fosse “presente” durante i suoi set, quanto guardasse la pista, cercando di leggerla, di interagire, di “capire” il pubblico. 

Fare il dj alla Weatherall è un atto sociale, non è una performance pre-impostata: è un discorso che si fa per e co gli altri e che in tempo reale si adatta a un pubblico, alle sue reazioni, al suo mood, al suo linguaggio verbale e non verbale. Non è cosa da tutti.

Molti dj più sono famosi e più ti impongono la loro scaletta, tanto loro sono le star e tu in pista ti adegui. Con Andy Weatherall non era così: senza perdere un milligrammo del proprio peso autoriale, quando mixava in consolle ti faceva capire che lui era lì per te, per farti divertire, pensare, vagare con la mente. 

Weatherall non si è mai considerato un professionista della musica, semmai un hobbista con interessi e curiosità di varia natura. Ecco perché non gli è mai interessata molto la parte business del suo mestiere, ma più quella creativa, artistica e – se si può dire ancora sembrando seri, nel 2020 – pura. 


La forza del suo genio e la sua capacità di restare rilevante, influente e rispettato per 30 anni di carriera nascono da una semplice considerazione: gli esseri umani, in ogni epoca, condizione sociale, culturale o storica, avranno sempre piacere e voglia di ballare. 

Non è una banalità: è un assunto base dell’antropologia culturale, che considera il ballo (e anche gli stati alterati a esso collegati, aggiungerebbe Weatherall) un “universale culturale”, cioè un elemento presente in tutti i tipi di società, indipendentemente dal loro grado di evoluzione e dalla loro posizione geografica. E da sempre la danza è uno dei modi più piacevoli con cui, liberando il nostro corpo, liberiamo la mente, ci eleviamo.

“La necessità di raggiungere la trascendenza è parte della natura umana da migliaia di anni”, ha detto in un’intervista, “se riesco ad aiutare la gente a raggiungerla, ho fatto un buon lavoro”.

Nel mio caso – e credo di non essere solo – ci è riuscito. E a modo suo ha cambiato in meglio la mia vita. E continuerà a farlo per anni.

In memoria di Radio Flash e della Torino degli anni Novanta. Appunti ombelicali di un suo ex dj

July 13th, 2019 § 2 comments § permalink

La notizia non è di oggi, ma in assenza di comunicati da parte della proprietà, ci siamo accorti con comodo che Radio Flash non c’è più: la frequenza è stata venduta, lo streaming non funziona, il sito è in rovina e quella che per anni è stata la “radio alternativa” di Torino ha chiuso la sua esperienza.

Dovessi dare un giudizio attuale, non avrei problemi a dire che non si è perso molto: la radio era brutta e svogliata da tempo, salvo rare parentesi affidate all’estro e alla competenza di singoli dj, giornalisti e speaker. 
In prospettiva storica, invece, è una perdita enorme per la città.

Non credo sia un mistero che Radio Flash è stato per me un pezzo di cuore, anche se sono passati 21 anni dall’ultima volta che ci ho trasmesso. Però per un lustro è stata per me la principale occupazione, il primo e ultimo pensiero e perfino un “generatore di identità” nei miei vent’anni.

Quello che segue è il classico post-fiume ombelicale che potrebbe tranquillamente diventare un capitolo intero della mia autobiografia “Non è successo niente di interessante: vita noiosa di Enrico Sola”, che non leggerebbe nessuno salvo i parenti impietositi e qualche amico per vedere se si ritrova. Quindi procedete a vostro rischio. 

Erano i primi anni Novanta, con alcuni amici avevo una incasinatissima e dadaista trasmissione su Radio Blackout, la radio dei centri sociali torinesi (con una curiosa caratteristica: ex figiciotti che trasmettono sulla radio degli antagonisti, ma in “quota anarchici” nella lottizzazione interna). 

Era prevalentemente l’occasione per noi per suonare la musica che ci piaceva all’epoca e soprattutto prendere amorevolmente in giro la serietà militante con toni guerreschi degli autonomi, dei COBAS, dei collettivi, ecc.. Non a caso la trasmissione si chiamava “L’ora del futile” e il suo titolo faceva il verso a “L’ora del fucile”, serissimo (e quindi involontariamente esilarante, nel suo rigor mortis ideologico, in cui “gli operai polacchi acquistano coscienza” fa rima con “e nelle piazze scendono con la giusta violenza”) inno di Lotta Continua, cover di “Eve Of Destruction” di Barry McGuire

Fare autoironia sulla sinistra extraparlamentare era una specie di missione suicida che puoi fare giusto a vent’anni. Non a caso negli ultimi tempi ricevevamo una o due telefonate di protesta a puntata da parte di qualche capetto più antagonista di tutti che stigmatizzava i “gravi errori politici” contenuti nei nostri interventi ironici. E vi assicuro che nell’epoca in cui Rifondazione organizzava i viaggi “settimana ad Acapulco in hotel 4 stelle seguita da campo militante in Chiapas” c’era molto da ridere, a sinistra-sinistra. 
Peccato che una delle condizioni base dell’essere “più di sinistra” sia la rinuncia al sense of humour, evidentemente considerato un vezzo borghese decadente. 

Dopo un paio d’anni non eravamo graditissimi: meglio cambiare aria, anzi frequenza. 

L’occasione capitò grazie a Gianluca Gobbi, che mi prese nella sua redazione a Radio Flash. Non avevo mai fatto il giornalista radiofonico; avevo qualche vaga idea di come si facesse e ho avuto il privilegio da imparare da lui. 
Per un po’ ho fatto il giornalista nomade: giravo per le stanze del potere torinese a raccogliere notizie, entravo nelle scuole occupate a intervistare gli studenti, seguivo cortei (dove rischiavo mazzate perché avere un cellulare all’epoca era considerato di destra da qualche duro e puro), pedinavo assessori, ecc. Non era esattamente il mio mestiere, ma mi divertivo e imparavo, imparavo, imparavo. 

Poi grazie a Sergio Ricciardone, anche lui arrivato in radio da poco, sono tornato a fare lo speaker.
In verità inizialmente lo facevo all’insaputa dei colleghi e degli ascoltatori. Se ricordate le stupidaggini del “commentatore misterioso” nei pomeriggi del weekend (l’oroscopo con soli 2 segni, il commento radiofonico alla trasmissione di MTV sulla moda, la rubrica “agenzia diffamazioni” in cui parlavamo male di qualcosa su commissione, “l’oggetto del fine settimana o della vita tutta”, ecc.), ecco ero io. Ok, per molti era il segreto di pulcinella, ma casomai il dubbio vi attanagliasse da allora, ora lo avete sciolto (nel mentre, se visitate un professionista della salute mentale, è meglio per voi). 
Poi mi hanno sgamato e invece di licenziarmi, il buon direttore mi ha tolto dalla redazione e coinvolto in prima persona in una trasmissione: la prima versione di “Notte Flash”.

Era una trasmissione perfetta per me, per numerose ragioni.
La prima è che era notturna e lunghissima: il venerdì e il sabato sera dalle 8 di sera fino a notte fonda, “fino a quando ve la sentite”. Normalmente ce la sentivamo fino alle 6 di mattina, per un totale di 10 ore di trasmissione continua, da ripetere il giorno seguente. Nella nostra testa era un “raid radiofonico”, ma nella realtà era una maratona. 

La seconda ragione per cui ho amato quella trasmissione è perché era oltraggiosa: in una radio smaccatamente allineata alla sinistra tradizionale e un po’ fricchettona, tutta cantautori, succedanei delle posse e rock, rock rock, era impensabile fare una trasmissione che suonasse elettronica, dance e black music.

Per qualche strana ragione, la musica con radici non-bianche (a esclusione dell’etno, che piaceva molto alle “borsette” labranchiane di sinistra per ragioni di terzomondismo di facciata) era considerata “da fascisti” perché in parte si suonava nelle discoteche. E le discoteche, nell’immaginario della sinistra in cui non c’era molto agio nei confronti del corpo (e ballare è, almeno superficialmente, puro corpo; poi, se la musica è buona, il ballo diventa una questione mentale) e si diffidava di tutto quello che non era apertamente militante, erano roba del nemico. 


Poco importa che in quegli anni fosse il movimento elettronico a guidare le proteste contro il Criminal Justice Act del governo conservatore in UK, che la techno di Detroit fosse il sound degli operai (licenziati) della GM che portavano nella tarda disco music più astratta i suoni della fabbrica, che buona parte della house non commerciale nascesse in contesti antagonisti, in case occupate, in realtà progressiste, ecologiste, multietniche, aperte mentalmente, ecc.  e che all’epoca l’hip hop fosse ancora la voce della comunità afroamericana, prima di perdersi per sempre dietro ai soldi. 

Era una sfida, quella trasmissione, e per mesi, insieme al grande Gabriele De Rienzo e a Fabrizio Vespa, ci siamo presi una ragionevole quota di proteste e insulti da parte di gente che non sopportava l’idea che la sua radio del cuore suonasse il “tunz tunz”. Volevano ascoltare Neil Young, Guccini o i Pitura Freska alle 2 di notte di venerdì, quando il resto del mondo – finalmente – ballava. 

La terza ragione per cui adoravo la prima versione di Notte Flash è la libertà. Più o meno dalle 3 di notte in poi (in sostanza quando eravamo certi che il direttore fosse andato a dormire) avevamo licenza di dire e suonare quello che ci pareva e piaceva. Lo chiamavamo il “momento freestyle” ed è un bene che se ne sia persa memoria, perché oltre a dire un mare di stupidaggini e suonarne altrettante (una notte ricordo che suonai il tema di Profondo Rosso con sovrapposta la registrazione di una messa in sardo trovata in vinile negli archivi della radio, che girava a -8 sui Technics), ogni tanto ci lanciavamo in tirate decisamente fuorilegge, tanto nessuno ascoltava, o chi ascoltava se ne fregava o apprezzava o, alla peggio, chiamava in radio e ci diceva di smettere (cosa che è capitata più volte).

Negli anni seguenti la trasmissione, che a modo suo fu una scommessa vinta contro il pubblico più conservatore e perfino contro qualche collega, diventò quotidiana e con orari più normali (finiva a mezzanotte, con licenza di sforare solo nei weekend), fu affidata al trio “Valletta – Ricciardone – Sola” e a una comunità affettuosa di amici e collaboratori, tra cui Veronica Sandroni aka Miss Belle, Valentina Garbolino, Samuele Carosiello, Alessio Morena, Lara Ladu, Betta Bordone, Angelo Galeano e molti altri che non sono su Facebook e che forse dimentico.

La nuova versione di “Notte Flash” era più professionale, anche se non mancavano i momenti puramente dadaisti, e per un bel po’ di tempo credo sia stata la colonna sonora della Torino che “usciva”. Ci arrivavano notizie di gente che si metteva in uno spiazzo con l’autoradio a tutto volume e ballava intorno alla macchina, oppure c’era gente che ci lasciava in segreteria telefonica dettagliati report della propria serata, spesso a puntate.
Mi rendo conto che musicalmente quella trasmissione ha fatto una piccola opera di apertura mentale tra i giovani di sinistra in città e forse ne raccogliamo i frutti ancora adesso, vista la tanta attenzione che gli operatori culturali riservano all’elettronica in tutte le sue forme.
C’è da dire che erano altri anni, dal punto di vista umano e culturale.

TORINO DI NOTTE, NEGLI ANNI NOVANTA. E LA SUA RADIO.

Ecco, la storia degli anni migliori di Radio Flash, che ha avuto il suo boom negli anni Novanta fino a diventare la terza radio più ascoltata in città dopo i due colossi locali (e la radio più ascoltata dai giovani), non è completa se non si racconta com’era diventata Torino, in quell’epoca.

Per ragioni che non so nemmeno bene spiegarmi, forse un allineamento fortunato di piccoli pianeti di talento personale, forse una larga disponibilità di spazi industriali dismessi da riutilizzare, chissà, la città era diventata la capitale italiana del nightclubbing: un’eredità che a suo modo resiste tuttora, nonostante la repressione grillina, grazie a festival come Club 2 Club, Kappa Futur Festival, ecc. 
I migliori dj nazionali e internazionali suonavano qui (in parte perché molti sono di qui), le serate più interessanti e originali dal punto di vista musicale erano qui, i centri di produzione, sperimentazione, incontro creativo, ecc. erano tutti qui, sparsi, diversi, originali, talvolta inafferrabili. 


Curiosamente, in una città organizzata a comparti stagni, in cui tuttora vige una certa “elisione” dell’alta società (che esiste, semplicemente non si fa vedere: ha i suoi luoghi di intrattenimento, i suoi negozi aperti solo per pochi, i suoi luoghi di ritrovo nascostissimi, i suoi riti lontani dalle masse, ecc.) e in cui le culture (quella di sinistra, quella dei tamarri, quella dei fighetti, ecc.) tendono a non frequentarsi e a vivere autonomamente in spazi ben separati, il clubbing degli anni Novanta era un luogo inatteso di incontro. 

In una serata di Xplosiva di Giorgio Valletta e Sergio Ricciardone potevi trovare un rottame della militanza come il sottoscritto, un giovane manager Fiat rampante con la polo col colletto alzato, il “capo degli anarchici” (mi ha sempre fatto sorridere l’ossimoro implicito) over 40, universitari pulitini e perfino una piccola quota di tamarri illuminati, desiderosi di andare oltre Gigi D’Agostino (verso cui, comunque, respect!). Questo perché magari quella sera oltre alla loro serata c’era un live dei Faithless. 

Capitava lo stesso coi rave (per cui qui, tuttora, non c’è un problema di spazi disponibili: siamo pure sempre una citta ex industriale riconvertita in piccolissima parte), quasi esclusivamente organizzati dal ramo anarchico dei centri sociali: c’erano i fricchettoni col furgone e rampolli di casa Agnelli e un’umanità variegata nel mezzo. Tutti insieme, under one groove. 

In quello scenario Radio Flash era fondamentale: era il principale centro di circolazione delle informazioni sulle serate, sulle attività, sugli appuntamenti. Ed era il posto in cui si ascoltavano le novità musicali, grazie alla trasmissione quotidiana di Giorgio Valletta, che faceva il “Marco Polo” musicale, portando tesori non dalla Cina, ma da  Berwick Street, a Londra.
Era anche l’ambito in cui il “suono” della città e del suo immenso e inimitabile underground riverberava, raggiungeva persone nuove, stimolava curiosità, faceva incontrare e collaborare persone che non si sarebbero mai frequentate altrimenti. 

È da quello scenario lì, da quel groove condiviso via etere e nei locali, da quei diversi mondi che si incontravano 7 metri sotto la città, nella “terra di tutti” dei Murazzi, che sono nate realtà come i Subsonica (anche loro frutto di un incrocio tra identità diverse come provenienza e come età e capaci di diventare non solo un gruppo, ma una visione creativa condivisa, aperta agli altri, mutevole, dinamica), si sono formati gruppi musicali, gruppetti politici, si sono avviate e schiantate carriere e si sono consumati nel bene e nel male migliaia di storie, storiacce, amori intellettuali e prosaici, si sono scritti romanzi bellissimi e tanto fascinosi quanto velenosi.

IL BELLO DELLA RADIO (CHE NON SI SENTIVA ON AIR)

In quegli anni trasmettere a Radio Flash, fare parte del suo mondo, era senza dubbio cool. Da un lato trasmettere in radio garantiva alcuni benefit non indifferenti, se avevi vent’anni: qualche consumazione gratis nei locali, accrediti a quasi tutti i concerti in città e dintorni e una micro-fama locale, sostanzialmente spendibile a fini “affettivi”. Con me non funzionava molto (anche perché avevo tutte le sere e notti del weekend occupati a trasmettere: non ero frequentabilissimo), ma ricordo sempre con affetto il tizio che si fingeva me con le tipe e aveva una vita sessuale decisamente più movimentata della mia. 

Il vero benefit (emotivo, non materiale) dato dal trasmettere a Radio Flash, però, è stato conoscere e spesso diventare amico dei tanti e diversissimi personaggi che hanno animato le frequenze dei 97.6 in FM. La radio, che lo volessi o no, era anche una questione affettiva e a un certo punto nella sua lineup potevo contare i miei tre migliori amici, il mio socio in azienda, un cognato e una futura (poi ex) moglie. 

Il concentrato di genio, bizzarria e disagio che anima una radio libera è ormai diventato un topos narrativo. Se avete visto “ I love radio rock” / “The Boat That Rocked” / “Pirate Radio” (è sempre lo stesso film: i produttori erano indecisi sul titolo, così in ogni zona del mondo si chiama in modo diverso) sapete di cosa parlo. 
Sarà la nostalgia dei vent’anni, ma in quella comunità biodiversa di voci dell’etere, viste e sentite al di là e al di qua del microfono, c’era un’umanità pittoresca che mi ha regalato alcune tra le risate, le risse, le polemiche, le chiacchiere intellettuali, ecc. più intense di sempre. 
Nella quotidiana riunione radiofonica del venerdì si palesavano futuri conduttori di MTV, buona parte delle redazioni di Rumore, Rockerilla, Mucchio Selvaggio, poi Blow Up, ecc. (per qualche ragione a Torino c’è un’altissima densità di giornalisti musicali, credo senza pari in Italia), geni dell’informatica, futuri vincitori di David di Donatello, futuri romanzieri, buona parte dei venturi Perturbazione, futuri accademici di chiara fama e anche un’ampia dose di cazzoni e casi umani (a cui mi ascrivo), tutti però con qualche folle talento da esibire in modulazione di frequenza. 
La frase precedente è piena di “futuro/futuri” perché la radio era anche quello: un trampolino di lancio, un posto in cui sperimentare idee, capire cosa funzionava e poi provare a proporle a un pubblico maggiore.

Si litigava da morire (perché per ciascuno di questi personaggi c’era almeno un ego sgomitante), c’erano faide interne musicali, culturali, politiche, tanto vacue quanto prese sul serissimo e in generale si faceva un “prodotto radiofonico” in un piacevole contesto di scarsa armonia formale e abbondanza condivisa di cose da dire e da far ascoltare. In qualche modo funzionava. 

È grazie a Radio Flash se ho incontrato alcune tra le menti più stimolanti che – da amici, rimasti ben oltre l’esperienza radiofonica – rendono più ricca la mia vita, penso al fratello Giorgio Gianotto, a quel genio di Luca Signorelli (e di sponda suo fratello Andrea), penso a Carlo Bordone, passato anche lui dal cazzeggio on air all’advertising e compagno per mille ragioni, penso a Giorgio Valletta, che oltre a essere uno dei miei migliori amici è il compagno di altre avventure radiofoniche (e privatamente di costanti battute musical-demenziali in chat), penso a quel perenne agitatore culturale di Fabrizio Vespa o a Gabriele De Rienzo (aka Grand Laser Gee), che mi ha insegnato a scrivere “da giornalista”, oltre ad avermi fatto capire la black music e il reggae fino in fondo. 

La radio era anche un porto di mare: a ogni ora del giorno e della notte c’era gente che passava, magari per un’intervista, magari perché gli andava. E c’era sempre da divertirsi, da imparare, da ascoltare. È grazie alla radio che ho bevuto un caffè con Skin degli Skunk Anansie (ai tempi di “Selling Jesus”, quando ce li filavamo in pochi), ho fatto amicizia con il mai troppo compianto Marco Mathieu dei Negazione, con cui poi anni dopo sarei andato a lavorare nella new economy a Milano (credo di essere l’unico caso di impiegato che aveva avuto il poster del suo capo in camera, da ragazzo), ho passato serate intere a chiacchierare di politica con Max Casacci, che poi è diventato un amico, ho speso un’ora della mia vita a tardissima notte a ravanare nell’archivio di dischi jazz della radio con Rocco Pandiani, che mi ha fatto ascoltare per la prima volta “The Creator Has a Masterplan”, sconvolgendo per sempre le mie certezze musicali, ho visto la crew dei Whirlpool Production (quelli di “From Disco To Disco”) fare un’intervista serissima spiazzando tutti, ho accompagnato Carmen Consoli alla ricerca di un gelato chiacchierando di architettura barocca, ho bevuto un tè esotico buonissimo e provvidenziale insieme allo Chef Kumalè una notte che abbiamo deciso di dormire insieme ai barboni che abitavano nottetempo le alcove tiepide sotto la radio, per capire meglio la loro vita e poterla raccontare agli ascoltatori. Ogni giorno una sorpresa, una curiosità, un’esperienza o anche solo una menata da spendere la sera per rompere il ghiaccio a una festa. 

La realtà è che Radio Flash non è stato solo un passatempo o un mestiere negli anni della mia gioventù ma a posteriori posso dire che è stata una delle esperienze più formative in assoluto, anche a livello professionale. Insieme alla militanza politica, la “militanza radiofonica” è ciò che mi ha definito in modo più rilevante come persona. Per dire, ho imparato a parlare in pubblico grazie alla politica, ma è grazie alla radio che ho imparato come farlo senza far calare l’attenzione, senza perdere ritmo, ecc. E sempre grazie alla radio ho imparato a mascherare gli stati d’animo in pubblico, a riassumere in poche parole un concetto, a ragionare sull’efficacia di ciò che dico. 
Sono tutte cose che, quando ho deciso di fare sul serio con la pubblicità, mi sono servite tantissimo. E il “senso dello spettacolo” che automaticamente sviluppi dopo un po’ di esperienza di fronte a un microfono mi aiuta tuttora in ogni presentazione. 

Ecco perché amo la radio, tuttora è la cosa che mi piace di più al mondo. Mi piace farla, mi piace ascoltarla, mi piace (sono costretto a farlo, a dire il vero) detestarla quando mi infastidisce e penso tuttora che sia una palestra di vita incredibilmente divertente ed efficace.
Di fatto nel 2003 ho aperto un blog per sopperire alla mancanza cronica di una radio in cui sfogarmi. Quindi se siete qui e se sono qui è anche un po’ causa (colpa?) sua.

POCHE NOTE SGRADEVOLI

Ci sarebbe tutta una parte triste e negativa, nel racconto dell’ascesa e della caduta di Radio Flash, e riguarderebbe il modo in cui una proprietà disattenta e inadeguata (e interessata solo ai soldi) ha trascurato, sottopagato, “sprecato” alcuni grandi professionisti della radio, costringendoli ad andarsene altrove, a trovarsi un lavoro fuori dall’etere, ecc. Considero una loro colpa il fatto, per dire, che Giusi Brunetti non sia diventata la più grande speaker radiofonica del pianeta. Lo era, credo lo sia tuttora. E penso sia colpa loro se i Groovers non sono diventati la nuova Gialappa’s Band in versione intellettuale.
E considero una colpa della proprietà il disastro con cui nel 1998 l’intero parterre di dj e speaker ha abbandonato in massa la radio, di fatto condannandola a un progressivo declino negli anni successivi, salvo rare eccezioni come il mitico Fabio Giudice, grandissimo intrattenitore nei panni di Capitan Freedom. 

Però, ecco, mi sono imposto di spendere poche righe sugli aspetti spiacevoli di quell’esperienza, perché più di vent’anni dopo il bilancio è positivo per tutti, credo. Lo è per la città, che per anni ha avuto una “radio libera” realmente in sintonia coi giovani e lo è per tutti noi che ne abbiamo fatto parte (nel corso degli anni ho seguito un po’ i percorsi di vita di chi ci ha trasmesso in quegli anni e ho trovato quasi tutte vite interessanti, con belle carriere, successi, soddisfazioni, ecc.; ho l’impressione che la radio da un lato attirasse persone non comuni e dall’altro desse un senso, una direzione o forse palate di stimoli alle loro menti).

LA PROSSIMA RADIO FLASH (CHE NON FAREMO NOI)

Penso, da trekkie, che tutte le cose belle debbano prima o poi finire. Radio Flash era finita da un pezzo, negli ultimi tempi mi piangeva il cuore ascoltarla. Il suo senso si era esaurito ben prima che vendesse le frequenze. Nel mentre anche la città ha cambiato volto.  

Voglio, però, guardare il lato positivo e fare un appello: ripartiamo dalla città profonda.
A Torino l’underground esiste ancora, anzi in tempi magri (e questi lo sono) notoriamente prospera, si incattivisce, diventa ancora più creativo e piacevolmente disperato. Solo che lo considerano in pochi, ha sempre meno spazi per esprimersi, non fa il salto di qualità. Ma c’è, ne sono certo. 

Troviamo modo di dargli dignità, proviamo a uscire dalla gabbia del mainstream e torniamo a guardare un po’ in giù.
Se sapremo farlo, se sapremo dare di nuovo a Torino la brillante luce nera che veniva dai suoi bassifondi (che sicuramente ora hanno forme, luoghi, manifestazioni, ecc. diversi da vent’anni fa), la città tornerà a essere se stessa. E magicamente tornerà a esserci una Radio Flash (che forse non sarà una radio via etere e forse non si chiamerà così e di certo non la faremo noi matusa) che farà da eco al rumore delle cose che cambiano.

POSTILLA BALENGA: TRE COSE FOLLI AVVENUTE FACENDO RADIO A NOTTE FONDA

1 – Brucia il Duomo, mi arrestano, faccio la figura di merda del secolo.

L’11 aprile 1997 il Duomo di Torino ha preso fuoco. Gli inviati della nostra trasmissione se ne sono accorti arrivando in radio, dato che era a due passi. Il resto della città, pare, non ancora del tutto. 
In pochi istanti lascio la consolle al mio collega e mi fiondo verso il Duomo armato di ben due cellulari TACS e faccio partire una diretta infinita dallo scoppiare dell’incendio fino a notte fonda.
Per puro tempismo, per capacità organizzativa e anche per una discreta botta di fortuna, Radio Flash quella notte è stato l’unico mezzo di comunicazione che ha seguito in diretta l’evento per bocca di Davide Borsa e mia. 
È stata una notte piena. Quando ancora non c’erano i vigili del fuoco ho fatto l’errore di entrare nel Duomo mentre bruciava e ho tuttora stampata l’immagine della chiesa completamente al buio illuminata solo da una enorme colonna di fuoco nel centro del transetto. Se non fossi un ateo inguaribile, non esiterei a definirla una visione vagamente divina (tutta colpa di quel filmaccio biblico che immancabilmente danno a Pasqua su Rai 1 n cui Dio si manifesta come colonna infuocata). 
Poco dopo sono stato arrestato (in diretta radio) dalla Polizia, che si chiedeva cosa ci facesse un cretino senza autorizzazione, perennemente collegato al telefono, ben oltre il cordone di sicurezza e aggregato alla delegazione di parlamentari locali che constatava i danni. Mi ha liberato il mio collega, che ha avvertito il capo della Digos. Quest’ultimo mi conosceva a causa della mia militanza politica e, mentre mi faceva liberare, mi ha detto con tutta la simpatia che può avere un poliziotto la notte in cui brucia il Duomo “ma ora mi rompi i coglioni pure di notte!?!”.
Riconquistata la libertà, intercetto l’allora vicesindaco (e compianto amico di famiglia) Domenico Carpanini e, forse perché ancora un po’ scosso, gli chiedo un commento alla disgrazia sbagliando completamente il suo nome proprio. Mi fulmina con lo sguardo e, con estrema professionalità, mi risponde nonostante tutto. Poi mi restituisce il cellulare e mi manda a stendere con lo sguardo. Dagli torto.

2 – L’aspirante suicida ingrato. 

Tre di notte. In radio telefona, chissà perché, un aspirante suicida. Lascia due minuti strazianti di messaggio in segreteria, in cui racconta di un cuore spezzato, di una tal Tiziana che lo ha fatto soffrire troppo, della sua intenzione di farla finita entro pochi minuti. 
Per fortuna il tempo a disposizione per il suo messaggio finisce e, insoddisfatto, richiama. Riesco a tirare su in tempo la cornetta e, dopo aver messo su un brano musicale bello lungo, inizio a parlargli. 
Intortandolo un po’, riesco a farmi dire dall’aspirante suicida da quale cabina telefonica sta chiamando e il mio collega, usando l’altra linea, chiama la Polizia e manda una pattuglia a salvarlo/recuperarlo. 

Pochi minuti dopo, mentre ci diamo a vicenda una serie di pacche per la buona azione compiuta (cosa rara, per noi nemici dei boy scout), squilla il telefono. È l’aspirante suicida, incazzatissimo perché lo abbiamo fatto intercettare dalla Polizia.
Tiriamo su il telefono e ci manda a stendere: “Se vi dico che mi voglio ammazzare, non permettetevi di interferire, brutte merde! Avete rovinato tutto!”. Ci scusiamo, cos’altro possiamo fare? Gli abbiamo rovinato tutto, ora non si può suicidare. Che dramma.
Chissà che fine ha fatto. 

3 – La stupidaggine da cui è nato un hobby (costosissimo).

Tra le varie cretinate di “Notte Flash” c’era un disturbato e morboso culto per Alberto Campo, noto giornalista musicale torinese e laconico direttore artistico della radio, noto per le sue tirate di culo epiche quando (cioè quasi sempre) dicevamo qualcosa di stupido nottetempo. 

Per esorcizzare la sua figura, ci eravamo inventati AlbertField, nelle nostre menti malate dj/producer americano immaginario, fidanzato non troppo corrisposto con Crystal Waters e perennemente in orbita sul suo disco-consolle volante tra Miami, Chicago e Detroit. 
Da inside joke tra noi dj, era diventata una outside joke, con tanto di finte interviste al telefono in inglese maccheronico in diretta radio (fatte da Fabrizio Vespa dall’altra stanza).
Per rendere il tutto più credibile ci mancavano i brani. E visto che all’epoca ero un fottuto professionista delle cretinate, un giorno ho dato fondo ai risparmi, comprato una drum machine e un sintetizzatore e mi sono messo a produrre i presunti brani di AlbertField. Per fortuna non me li ricordo e credo fossero orribili.

Qualche tempo fa, svuotando casa di mia madre, ho rinvenuto un’audiocassetta autoprodotta intitolata “The AlbertField EP”, con ben 4 brani senza titolo e in copertina il “logo” di AlbertField (una foto azzurrina di Stalin con un orecchio enorme, che avevo “photoshoppato” in Microsoft Paint per Windows 3.1, immaginate con che perizia). Non ho ancora avuto il coraggio di ascoltarla e forse è meglio così. 

Il dramma è che quella volta mi è presa una inarrestabile passione per la produzione di musica elettronica e da allora buona parte dei miei guadagni viene bruciata in sintetizzatori, sequencer e altre diavolerie che poi regolarmente non suono per mancanza di tempo. 

Una storia italiana – riflessioni sulla truffa del Reddito di Cittadinanza e sui truffati

April 18th, 2019 § 2 comments § permalink

Il Reddito di Cittadinanza del Governo del Cambiamento si è rivelato una fregatura clamorosa. Purtroppo è balzato all’onore delle cronache non per la distanza tra la promessa elettorale e realtà, ma per la mezza rissa verbale che si è sviluppata sul profilo Facebook dell’INPS dedicato alla sua erogazione tra i richiedenti e il social media manager. I primi sono risentiti perché invece di 780€ al mese ne hanno ricevuti molti meno (40-70€ circa), il secondo si è trovato travolto dalla rabbia popolare in tutti i suoi aspetti più sgradevoli e ha perso il controllo. 

Avrei milioni di righe da spendere su tutta la questione, ma non ho molto tempo (devo andare a lavorare per pagare il reddito di cittadinanza ad altri).  

Mi limito a far notare che questa vicenda è un concentrato perfetto di “Italia” nei suoi aspetti più veraci e al contempo deplorevoli. Faccio un rapido elenco puntato di cose che ho trovato fastidiose e purtroppo, ampiamente già viste o prevedibili, poi se volete ne parliamo nei commenti.

  • È un caso evidente di truffa politica: un partito – il Movimento 5 Stelle – chiede il voto promettendo soldi in regalo, fa il pieno di voti e poi, una volta al governo, tradisce i suoi elettori, che avevano abboccato a una proposta impossibile, insostenibile per i conti dello Stato e – mio giudizio – sbagliata nel merito. 
    Inutile menarsela: chi promette soldi in regalo vince le elezioni. E governa. Poi magari perde voti quando non mantiene le promesse, ma intanto va al potere e fa danni. E magari porta i fascisti al governo con sé. 
    Non è una cosa nuova: da Achille Lauro (non il cantante) a Berlusconi, la bugia elettorale carica di doni è un classico della politica italiana. Riconosciamolo: la nostra società non ha gli anticorpi per difendersi da questo male. Ci casca ogni volta. Totalmente. 
    Al prossimo giro ne approfitteranno altri.

  • La burocrazia si è messa di mezzo, con tutta la sua pesantezza e capziosità. 
    Fateci caso: oltre alle lamentele per le cifre bassissime del reddito di cittadinanza ottenuto dai cittadini, il canale INPS su Facebook è pieno di gente in crisi con le procedure per ottenere un dato banale: sapere a quanto ammonta il loro Reddito di Cittadinanza. 
    Il settore privato ci ha abituati ad avere il pieno controllo di ogni tipo di servizi con estrema facilità: gestiamo il nostro conto in banca direttamente online, con un solo passaggio in banca per avere un codice di accesso, controlliamo e gestiamo il nostro abbonamento telefonico direttamente da app dedicate, senza dover passare da orride trafile alle Poste, sottoscriviamo mutui e assicurazioni online.
    Poi arriva lo Stato e per un semplice dato in lettura ci chiede di sottostare alla burocrazia kafkiana dell’INPS e alle sue pratiche bizantine . 
    Ho fatto un giro sul sito dello SPID (il sistema pubblico di identità digitale con cui accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione) e non ho dovuto mettermi nei panni di Candy Candy Forza Napoli per non capirci nulla. Sono bastati i miei.
    Qualcuno mi deve spiegare perché per gestire gli stessi dati sensibili e cose decisamente importanti (per esempio i soldi) il settore privato mi chiede meno dati, prevede meno sbattimento e mi offre meno complicazioni rispetto alla Pubblica Amministrazione italiana. 
    In verità è una domanda retorica, perché purtroppo ho una spiegazione (così spiacevole da non meritare la pubblicazione).
    Ma soprattutto, chi disegna una procedura mirata alle fasce più povere e meno scolarizzate della popolazione come può pretendere che si orientino nel mondo della Pubblica Amministrazione italiana, con le sue pratiche inutili e il suo linguaggio incomprensibile a tutti? 

  • Viene fuori l’Italia dei “furbi” stupidissimi: gente che chiede il Reddito di Cittadinanza e ammette gioiosamente in pubblico, con nome e cognome esposto, di lavorare in nero, gente che si lamenta della scarsa entità dei soldi mensili ottenuti, essendo nullatenente, e al contempo sul proprio profilo Facebook offre case in affitto, ecc. 
    Insomma, chiamiamo queste persone col loro nome: ladri. Verso questa categoria umana non ho altro che disprezzo e spero che le Autorità intervengano al più presto, punendo i richiedenti che lavorano in nero e i loro datori di lavoro. 
    E no, non sono dei poveri scugnizzi che si barcamenano: è gente che ruba ai poveri. Sì, perché chi ottiene il Reddito di Cittadinanza senza averne diritto toglie soldi a chi ne ha diritto davvero Dei Robin Hood al contrario, senza nemmeno il fascino letterario, ma pur sempre con la calzamaglia. Sulla faccia. E i rapinati siamo noi che paghiamo il Reddito di Cittadinanza agli altri e pure quelli che non lo ottengono (o non ne ottengono abbastanza) perché qualcuno glielo ruba.

  • L’ignoranza continua a essere un fattore rilevante. È un dato di fatto: buona parte della popolazione italiana ha problemi a comprendere il senso di un testo elementare. 
    Vediamo i frutti di questo dato negli avvenimenti di questi giorni: migliaia di persone che assaltano i canali social dell’INPS preposti alle comunicazioni sul Reddito di Cittadinanza con una totale ignoranza delle procedure, del buonsenso, della logica. Questo perché non sono in grado di capire cosa leggono, le rare volte che leggono. 
    Fino a quando non capiremo, come società, che questa cosa qui è un problema enorme e fino a quando daremo del radical chic di sinistra a chi segnala che è un danno strutturale essere il paese più ignorante tra gli Stati del primo mondo, la situazione non potrà che peggiorare. Avere orrore dell’ignoranza e dei suoi effetti non significa disprezzare gli ignoranti. Se proprio devo odiare qualcuno, vorrei odiare chi ha detto agli ignoranti che vanno bene così, che non devono accettare lezioni, che devono essere orgogliosi della loro ignoranza. I decenni di diseducazione berlusconiana sono serviti proprio a questo. 
    Tra l’altro mi sono fatto l’idea che non serva solo potenziare la scuola per i cittadini che verranno. Credo serva far tornare a scuola gli italiani adulti, in qualche modo. Auguri, lo so. 

  • La Pubblica Amministrazione non è in grado di gestire la situazione, né a livello di qualità del servizio, né a livello comunicativo. Tanto per cambiare. 
    Non è una novità: l’inadeguatezza totale della PA italiana è oggetto di studi ormai da anni. Non mi sorprende che il social media manager dell’INPS abbia perso la trebisonda e si sia ridotto a insultare la gente che, sempre più sgradevole, indisposta a capire e aggressiva, chiedeva informazioni e faceva ammuina. 
    Era tutto sbagliato già dal principio. Sbagliato il canale, sbagliate le modalità di engagement, sbagliato il tono di voce (prima iper-burocratico, poi insulti a tu sorella). 
    Non poteva finire che così. Però nessuno nella PA ci ha pensato, nessuno lo ha previsto, nessuno è intervenuto. 
    Ricordo a tutti che li paghiamo noi. 

  • Ci siamo tutti concentrati sul problema più piccolo e superficiale. Siamo il paese che discute del cravattino di Pillon e non della sua legge. O delle felpe di Salvini e non della sua perenne legittimazione dell’odio razziale e della xenofobia. 
    Quindi di tutta la vicenda del Reddito di Cittadinanza abbiamo abbracciato la narrazione (o meglio, l’episodio morboso da colonnina destra dei quotidiani online) (anzi, no, da qualche tempo le notizie morbose hanno conquistato la colonna centrale delle notizie importanti) dello sclero del social media manager dell’INPS. 
    Il che equivale a occuparsi di una cacca che galleggia sulla cresta dell’onda di uno tsunami.
    Forse non ce ne rendiamo conto.
    Comincia, ai miei occhi, a essere un problema serio nel già misero dibattito pubblico italiano.

  • La sinistra, tanto per cambiare, non ha molte idee in merito, non ha risposte politiche ai problemi contingenti e forse non si accorta dell’opportunità che ha per dire qualcosa di intelligente su reddito, vita, lavoro. Non è un caso che, nonostante il disastro in corso, le destre oggi al potere siano ancora così popolari. 

Quindi?

A conti fatti vedo un ritratto dei mali italiani: un popolo ignorante e tendenzialmente disonesto (e sempre “familista amorale”), perennemente truffato dalle destre politiche e trascurato dalla sinistra (sempre più autoreferenziale e senza idee), una burocrazia demenziale che si mette di traverso e un dibattito pubblico incapace di andare oltre la superficie morbosa dei temi discussi. 
Provate a prendere qualsiasi problema nazionale e scoprirete che questi ingredienti, a grandi linee, si ritrovano sempre. 

Facendo finta che valga la pena provare a fare qualcosa per salvare questo paese, forse partirei da qui. 

La sinistra inutile. Riflessioni su un paese che ha finalmente le idee chiare

March 5th, 2018 § 0 comments § permalink

Questo è il consueto post elettorale sulla sconfitta della sinistra. Sono un po’ stufo di scriverlo, ma la sinistra continua a perdere.
Se c’è una buona notizia in questa giornata terribile è che forse è l’ultimo che scriverò, non perché da qui in poi vinceremo tutte le elezioni, ma perché forse smetteremo di esistere per un po’.
Come sempre si tratta di un post chilometrico nemmeno troppo amareggiato ma estremamente lucido nel dichiarare qualcosa che è peggio di una sconfitta.
L’ho scritto un po’ di getto e con uno stato d’animo un po’ ballerino. Abbiate pazienza. Anche perché ne serve molta. Cliccate e prosegue.

 

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