Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva

November 5th, 2014 § Comments Off on Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva § permalink

Ho scritto un post sull’altro blog, quello che ho su ilPost.

Giusto per fare una divagazione dalle solite amarezze politiche, ho deciso di occuparmi di amarezze comunicative cercando di spiegarmi come nasce l’indignazione collettiva nel 2014 e quali sono le sue dinamiche fondanti.

Ne è venuto fuori un ragionamento in cui convivono oche, iPhone e Red Bull. E i Chumbawamba fanno un concertino polemico.
Parlo anche di marketing dell’indignazione, cioè il modo in cui Travaglio si paga le bollette da decenni. Ma anche il criterio fondante del Movimento 5 Stelle. O l’idea creativa dietro il “popolo dei Post-it” di Repubblica.

Lo leggete qui. Tanto per cambiare è lungo, ma non così lungo.

Sei proprio una scema

June 17th, 2014 § Comments Off on Sei proprio una scema § permalink

Post breve, per i miei standard.

La mia fidanzata ha scritto un romanzo per Baldini & Castoldi, che si intitola “Sei proprio una scema”. Esce domani in tutte le librerie della galassia ed è disponibile subito in ebook (sotto ci sono i link, tranquilli).

E’ un giallo-rosa-noir (la combinazione di colori, per quanto evochi un giocatore svedese biondissimo con la maglia del Palermo, è molto bella, una volta convertita in narrazione) in cui si parla di giovani donne sulla trentina che si innamorano a vanvera. E il destinatario dell’amore malriposto è una figura archetipica di questi tempi precari: lo Stronzo*.

Copertina

Non vi anticipo altro della trama, perché altrimenti non c’è gusto a leggerlo. Ma penso che molti (molte) di voi si riconosceranno nella protagonista.

Non vi resta altro che correre (o anche camminare con passo lesto) a comprare il libro. Lo dico da interessatissimo fidanzato dell’autrice e anche da disinteressato lettore (che peraltro correrebbe a provarci con l’autrice alla prima occasione). E’ leggero in senso calviniano, fa ridere, a volte fa riderissimo e c’è pure un mistero di mezzo come in Lost e in Game Of Thrones, ma con meno morti.

Se siete curiosi o diffidenti, qui potete leggere il primo capitolo (gratis, lo dico per i diffidenti)

Se, invece, siete tra quelli che ho minacciato di rappresaglia in assenza di una prova certa di acquisto, potete spintonarvi domani in tutte le librerie per procurarvene una copia, oppure potete acquistarlo in formato Kindle su Amazon e averlo subito sul vostro lettore o sul vostro smartphone/tablet o, sempre su Amazon, ordinarlo in formato cartaceo.

Buona lettura! Attenzione che poi vi interrogo.

* Lo Stronzo è una tipologia di maschio a cui non appartengo, cioè colui che considera uno sport valido e meritevole far soffrire le donne con cui si accompagna, a colpi di assenze, fughe, ermetismi, disimpegno malcelato e mezze parole. Ci tenevo a dirlo, anche perché potrei scrivere un dramma in una settantina di atti dedicato alle Stronze incontrate finora, specie affine a quella presente nel romanzo, ma dotata di ulteriore perfidia e di solito di un aspetto gradevole. Si intitolerebbe “Compagno di stronze” e sarebbe il primo caso di typosquatting letterario.

Non è un romanzo su di me, casomai ve lo domandaste, nonostante ci sia un vinile in copertina (peraltro rotto, cosa per cui potrei fare una strage). La vita di noi maschi-limulo (nota: il limulo maschio è grande meno della metà del limulo femmina e vive buona parte della sua vita attaccato con le chele alla sua coda, tranne quando la femmina mette su “Honky Tonk Woman”, fa la voce di Neffa e dice ‘baby, vieni su’ e assolve ai suoi compiti riproduttivi) non è narrativamente interessante, perché comporterebbe lacrimevoli versioni in prosa dei testi degli Smiths e poco più. E peraltro ha già detto tutto Nino Buonocore in “Scrivimi“.

Perché le aziende non pagano volentieri i creativi

January 16th, 2014 § Comments Off on Perché le aziende non pagano volentieri i creativi § permalink

Già, perché?

Me lo sono chiesto sul blog che ho sul Post.

Mi sa che non si scopa più

January 4th, 2011 § 17 comments § permalink

Ho comprato un Roomba. Anzi no, non è un Roomba ma un suo simile: un aspirapolvere automatico della Samsung.
Il fatto è che lo desideravo mostruosamente da anni e per questa mia debolezza mi sono fatto ridere dietro da centinaia di casalinghe per vocazione o per disperazione, convinte che la fatica è la migliore risposta ai problemi di igiene domestica. Sarà colpa di un’infanzia passata a guardare i Jetsons (o i Pronipoti, come veniva tremendamente chiamato il cartone da queste parti), ma l’idea di un robot che si prende la briga di fare le pulizie mentre io faccio altro è esattamente uno dei concetti più puri di progresso: noi ci divertiamo e le macchine sgobbano, cosa volete di più?

Il vero problema del Roomba e dei suoi simili è la diffidenza femminile. Sì, perché l’aspirapolvere automatico è un vizio da pigri, da maschi che non vogliono fare i lavori domestici e – inevitabilmente – da nerd che prima ancora di accendere il nuovo gingillo stanno lì a controllare se ha per caso una porta USB con cui hackerarlo in maniera creativa.

Quindi arrivi a casa tutto entusiasta col tuo nuovo giocattolo, lo ricarichi per bene e lo fai partire, incurante della nuvola rosa di perplessità che permea la casa più di quella di polvere. E succede il miracolo. Sì, il robottino pulisce che è una meraviglia, tira su la polvere con l’efficacia di un milanese da bere nell’87 e vince qualsiasi scetticismo, ma il sovrannaturale sta tutto in un fatto solo: lo guardi e ti affezioni.

Avevo letto in giro che tutti prima o poi finiscono per dare un nome al proprio (simil)Roomba, ma mi era sembrata una fesseria pucci, come dare un nome alla propria automobile. Però ci siamo cascati in pieno.
A un certo punto ti accorgi che tutta la polvere aspirata dall’oggettino va in qualche modo a riversarsi nel tuo orologio bioogico, che evidentemente è una clessidra.

Dopo 10 minuti eravamo in due, quasi commossi a guardare “lo scarafaggione” (in casa pratichiamo l’arte del naming estremo) mentre si dava da fare sulle piastrelle della cucina, emozionandoci a ogni svolta: “Guarda! Ha capito che lì c’è la sedia: che teeeneroooo!”, facendo il tifo a ogni briciola risucchiata e scambiandoci orgogliosi sguardi d’intesa quando il pargolo – ecco, l’ho detto – faceva qualcosa di intelligente.

A un certo punto il (simil)Roomba, che evidentemente dopo un giorno di lavoro gli era stanco come un mulo, si è accanito prima su uno stivale, poi sui piedini dello stendibiancheria, cavalcando entrambi con inequivocabili movimenti ondulo-sussultori. “Ormai sei diventato grande!”  – ho esclamato – “Diventeremo nonni!”.

Notizie su Tiziano Ferro che non lo erano (già nel 2006)

October 6th, 2010 § 1 comment § permalink

Post inutile e vanaglorioso, per segnalare che già nel giugno 2006 qui si aveva ragione.

Solo che, all’epoca, dire certe cose di Tiziano Ferro aveva come simpatica conseguenza l’assalto del blog da parte di un centinaio di negazioniste ululanti e praticanti l’astinenza dalla grammatica.

(inquieta un po’ notare come all’epoca avessi così tanto tempo da perdere in vane battaglie di trincea con le Sabbbry di turno)

Il Venerabile Maestro e chi lo venera

November 27th, 2009 § 1 comment § permalink

Ho prodotto la seconda puntata della mia panoramica sull’irriverenza online. La trovate come sempre sull’edizione online di Aprile.

In questo caso si parla di détournement online, cioè della deriva di prodotti mediatici in altri prodotti mediatici, al fine di cambiarne il senso, spesso ribaltando il significato del prodotto di partenza.

Alla fine, onde evitare di farla più lunga del solito, nell’articolo faccio tre esempi. Il primo è il Google bombing, che in effetti rovesciava (uso i verbi al passato perché pare che ora non si possa più fare) il fine stesso del fare una ricerca, pilotandone i risultati.

Il secondo riguarda l’uso politico della registrazione di domini. E’ una tecnica decisamente originale e forse di scarsa applicabilità e ha colpito Glenn Beck, il più scorretto e retorico tra i predicatori di Fox News.

Il più interessante, però, è il terzo, perché credo meriterebbe un po’ più di attenzione.

Accade questo: un gruppo di simpaticoni ha fondato per ridere un paradossale gruppo su Facebook chiamato “Comitato per la integrale riabilitazione di Licio Gelli“, ovviamente per stigmatizzare la contiguità politica tra il programma della destra berlusconiana al potere e il Piano di Rinascita Democratica prodotto dalla Loggia P2.

Nonostante il gruppo sia palesemente scherzoso e giochi sul paradosso – basta osservare che i due amministratori si fanno chiamare “Magister Venerabilis” e “Ics Ipsilon Zeta” – ci sono cascati in tanti. Curiosamente non gli allarmisti di sinistra, quelli che fanno le raccolte firme di Repubblica, ma i militanti di destra.

Basta dare un’occhiata all’elenco dei fan che vogliono riabilitare il Venerabile Maestro* ed ecco che vengono fuori la Gioventù Italiana dell’Alto Adige, Azione Giovani di Asti, la Giovane Italia di Asti, la Giovane Italia dei Nebrodi, Azione Giovani di Reggio Emilia, il Circolo PdL di Roccapiemonte, Azione Giovani di Rende e la Giovane Italia dell’Alcantara.

Sono tutte associazioni organiche al PdL. Tutti gruppi e associazioni che si dichiarano senza problemi fan di un tentato golpista e apertamente antidemocratico. Il tutto in uno scenario in cui perfino Berlusconi stesso, che era iscritto alla P2, ha sempre vissuto la cosa con estremo imbarazzo, non certo un’attività di cui andare fiero.

Paura, eh?

Chissà cosa ne dicono il PdL di Asti, di Reggio Emilia e dell’Alto Adige.

In verità, più che  ciò che mi spaventa di più è constatare che i suddetti berlusconiani, dall’Alcantara ad Asti, non sono stati in grado di distinguere una pagina apertamente paradossale e scherzosa da una seria. Ci sarebbe riuscito perfino un bambino, neanche tra i più svegli. Il fatto che si siano associati pubblicamente a idee mostruose, semmai, è un’aggravante.

* risparmiatevi pure le ironie sul fatto che tra  gli iscritti c’è pure l’Associazione Giovani Organettisti, perché in privato le abbiamo già fatte tutte.

Fai l’irriverenza

November 13th, 2009 § 5 comments § permalink

La redazione di Aprile Online mi ha proposto di tenere una rubrica settimanale dedicata alla Rete e alla tecnologia.

Mi sono dovuto porre il problema di scrivere di cose tecnologiche su una testata di chiara natura politica. Ovvero: faccio la mia solita panoramica di oggetti tecnologici del desiderio o ragiono su cose un po’ più profonde?

Fosse per me, mi abbandonerei quotidianamente al tecno-lust, ma il rischio di intristire il prossimo con una dotta disquisizione sui DPI dei gaming mouse di ultima generazione sarebbe altissimo e i lettori di Aprile Online, che già soffrono tanto per ovvi motivi politici, non se lo meritano.

Alla fine mi è venuta l’idea di fare una panoramica sull’irriverenza politica in Rete, cioè raccontare tutti i casi in cui il popolo di chi sta lì di fronte al computer sfida il potere, mette in dubbio le sue parole e, già che c’è, gli ride dietro.

Il pensiero un po’ da anarchico ottocentesco di tanti Franti digitali che, infami, ridono del potere sullo schermo è tanto romantico quanto irreale, soprattutto in un paese in cui la quasi totalità degli atti di irriverenza online finora non è andata molto più in là di “Meno tasse per Totti”.

Ecco, quindi, la prima puntata di “Il potere dei cittadini digitali, tra creatività, satira e conflitto”. Il resto dell’articolo è infinitamente meno peso del titolo.

Venerdì 20, la seconda puntata e venerdì 27 la terza e ultima.

Ogni suggerimento su come impiegare la rubrica dal 27 novembre in poi è benvenuto.

Facciamo tutti Barack*

January 20th, 2009 § 6 comments § permalink

La buona notizia è che domani si insedia Obama alla Casa Bianca. Quella cattiva è che Giorgio Valletta ed io seguiremo la cerimonia del suo insediamento dalle “frequenze” (cioè in streaming audio e video) di Current Radio, dalle 17 alle 21, ospitando le voci live in studio e in remoto di talmente tante persone che non azzardo nemmeno fare un elenco. Fate conto che da quelle parti passerà mezza blogosfera, ma anche un sacco di gente che con i blog non ha nulla da spartire.

L’altra notizia carina è che dopo un bel po’ di sperimentazione Current Italia ha deciso di lanciare la sua radio online: segno che la cara, buona, vecchia radio continua ad essere un mezzo di comunicazione che riesce a stare al passo coi tempi, a rinnovarsi, a mutare e – quindi – a meritare pure qualche investimento intelligente.

Quindi è un doppio onore per noi inaugurare il nuovo corso di Current Radio, per di più seguendo un evento importante che – speriamo – dia il via ad un anno nel segno del cambiamento.

Va da sé che il fenomeno Obama non è solo una questione politica (4 ore di chiacchiera politica potrebbero annoiare perfino un reduce del PCI del genere “duri e puri”), quindi cercheremo di raccontare insieme ai nostri ospiti tutto quello che circonda il Presidente più hyped della storia statunitense, dalla sua identità black alla musica che da sempre lo accompagna, fino alla first lady e alle spigolature sull’America che verrà. E parleremo anche di Sarah Palin, tanto per tirare un sospiro di sollievo sul pericolo mancato, e di altri mille spunti, sempre che ci vengano in mente.

Accorrete numerosi. Teoricamente dovreste vederci/ascoltarci cliccando qui. Altrimenti andate su www.current.tv e dovreste trovare un modo di guardarci.

 

* mi rendo conto che il titolo può suonare criptico ai più, ma è meglio così. A meno che proprio vogliate sapere a cosa mi riferisco, ma finireste per rigarmi la macchina

Anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine – post inutile

January 17th, 2008 § 37 comments § permalink

A Roma non piove mai, salvo quando ci vado io. Porto sfiga? Non è colpa mia. E’ che ho viaggiato in aereo col mitico Roberto Rosso, candidato sindaco (trombato) a Torino per la destra e, comincio a sospettare, potenziale portatore di piccole sfighe.

La sfortuna, infatti, si è manifestata più volte a piccole dosi, roba ridicola. Per dire, alloggiavo in un sontuoso hotel ai Parioli (e no, non ho visto il Teatro Parioli) e non ero munito di ombrello per affrontare le 12 ore di diluvio nell’Urbe. E in tutto il quartiere sembrava non esserci uno straccio di negozio che vendesse un ombrello. E il cappellino da vela vendutomi come “assolutamente impermeabile” da due trucidone in un negozio di roba sportiva ha tenuto sì e no un quarto d’ora.

Il risultato è che ho camminato un’ora sotto la pioggia per comprarmi un’ombrello sciccosissimo da Furla, pagato 40 euro (e un ombrello pieghevole da 40 euro deve essere come minimo fatto di pelle di colibrì e assemblato da Naomi Campbell seduta sulle mie ginocchia, per giustificarne il prezzo).

Insomma, mi sono lavato di pioggia per comprare un parapioggia identico in tutto e per tutto a quegli ombrelli che ti vendono i marocchini in giro per Roma (presenti ovunque tranne che ai Parioli).

E si vede che Roma non è fatta per la pioggia, perché dopo un’oretta si formano delle pozzanghere che a Torino considereremmo piscine comunali. Capitando accidentalmente su una di queste, per capirci, mi sono letteralmente lavato fino a metà polpaccio.

E poi per par condicio ne ho presa un’altra, col piede sinistro. Risultato: dalle 17 alle 20, testa bagnata e piedi fradici, letteralmente immersi nell’acqua.

Data la mia proverbiale pessima salute di ferro, resta assolutamente tra i miracoli il fatto che oggi non scriva da un letto d’ospedale con tanto di polmonite d’ordinanza, ma tant’è. Mistero.

In compenso la giornata si è dipanata così: giro solitario a vuoto per Roma infradiciata dalle 17 alle 20 abbondanti (ho fatto vari chilometri), con puntata lavorativa trascurabile, ritorno in albergo con scena fantozziana post doccia calda ristoratrice (l’acqua che elimina l’acqua: nulla è più vero, basta che la prima sia calda).

Immaginatevi, cioè, un blogger torinese in missione lavorativa che passa un’ora e mezzo ad asciugare col phon dell’hotel l’interno e l’esterno delle sue scarpe e stende i calzini fradici e sciacquati nel box doccia.

Secondo miracolo: le scarpe di cuoio vagamente scamosciato non sono diventate due pezzi di crispy McBacon per sicura intercesisone divina, dopo il trattamento acqua+phon che di norma farebbe rinsecchire perfino un budino.

In compenso, per la serie “dentro la notizia”, sono riuscito a passare davanti alla Sapienza nell’istante stesso in cui gli studenti (?) facevano un boato per salutare la rinuncia del Papa alla visita all’Università. E mi trovavo giusto in mezzo tra le forze dell’ordine che accorrevano per capire cosa stava capitando agli urlatori all’interno.

[parentesi politica]

Da vero democratico, non me la sono sentita di solidarizzare con chi si proponeva di censurare i censori. Mi sta antipatico il papa, odio e combatto le sue idee fasciste e retrograde e ogni mattina mi auguro che il trinciapeli del naso gli ricordi con una tirata dolorosa che la Chiesa continua ad essere uno dei principali centri ideologici del razzismo verso gli omosessuali.
Detto questo, io sono democratico, sono un democratico e un tollerante. Quindi nel mondo che voglio io il papa (e tutto il resto dell’umanità) ha tutto il diritto di parlare dove e quando cacchio gli pare, anche se detesto ogni singola sillaba che pronuncia.
Si chiama democrazia e tolleranza. Insomma, siamo in Italia, un paese che dal 1945 (con qualche difficoltà) è democratico: certe scene di censura si vedono solo in paesi dittatoriali come l’Iran, la Birmania, il Vaticano.

Insomma, fare i censori contro i censori per definizione non è intelligente. E’ sbagliato nel merito, perché è ciò che combattiamo e ciò che critichiamo nella Chiesa. Ed è sbagliato strategicamente, perché ora il capo dei censori passa – a ragione – da censurato e fa la vittima. E tutto questo danneggia la causa. Insomma, fa un favore ai preti e a chi gli crede ancora (cit.)
[/parentesi politica]

Aggiungiamo che il giorno dopo sono riuscito, complice un taxi, a guardare le palline simil-Sony in piazza di Spagna e il gioco è fatto. Ho involontariamente seguito “live” il telegiornale. E non ero a Ceppaloni ad assistere al Mastella-gate per puro caso.

Riemerso dalla doccia e indossate le scarpe in versione umido+ustionante (una sensazione bruttissima), sono uscito per raggiungere i colleghi all’Auditorium (anche a Roma fanno un Festival della Scienza, anche se come dimensioni non è comparabile all’edizione genovese).

In sostanza era dalle 14 che non pronunciavo una parola “live” ad un essere umano, salvo un laconico “mi chiamo Sola [risatina], ho una prenotazione a mio nome” alla concierge dell’hotel (che era svizzera e non ha colto).

Ho ancora fatto a tempo a cenare in perfetta solitudine nel ristorante nel portichetto dell’auditorium. Ristorante gggiovane di solida cucina insipida con pretese.

Mentre subivo cibo insapore ma con nomi altisonanti, al tavolo accanto a me due coppie scoppiate (cioè due uomini + due donne che i due intendevano baccagliare) godevano rumorosamente ad ogni forchettata.

Anzi no, godeva uno solo (quello che aveva suggerito il posto agli altri) e ogni due per tre se ne usciva con un “aaaaaah, ma in che posto straordinario vi ho portati, eh?”, oppure “senti che bbbbono questo pane, è un’opera d’arte”. Uno che ha concluso la cena dicendo alla cameriera “faccia i complimenti allo chef da parte dell’umanità intera”. Ecco, non so il resto dell’umanità, ma a me non hanno chiesto un giudizio. O forse non sono umano.
Sicuramente il tipo, rumorosissimo, spaccone, ecc. è andato in bianco. Anche perché ho improvvisato una bambolina voodoo con la mollica del pane (insipido e cotto male, per quanto fosse un’opera d’arte) per assicurarmi che accadesse, usando i rametti di rosmarino come chiodi. Così impara a gridare a tavola.

Poi, dopo ore di solitudine, ho incontrato i colleghi, bevuto qualcosa in compagnia, lievemente inorsito da tanto isolamento. E mi è passato un po’ il mini-magone.

Il mattino dopo, bruciate 4 brioche a colazione (un hotel da 200 euro a notte deve restituire al cliente parte del maltolto), ho compiuto la missione lavorativa (più o meno vendere la Fontana di Trevi ad un graaaaaande cliente), incontrato Svaroschi per pranzo (il meeting point era in Via dell’Umiltà, proprio di fronte alla sede di Forza Italia (dove curiosamente c’è un night): in una decina di minuti di attesa, mentre al telefono criticavamo il Macbook Air con Distretto 71, ho fatto tutte le facce possibili per far capire ai passanti che ero lì per caso e non ero uno appena uscito dal portone del brianzolo amico dei mafiosi. Conto di esserci riuscito.

Poi ho tergiversato sotto l’ennesima pioggia a tratti tra Termini e Fiumicino, non prima di aver bevuto un caffè in un bar dove volevano farmi pagare la connessione Internet del mio modem HSDPA (“ce sta er wireless! me lo deve pagà”, continuava a dire il cameriere che per puro caso non è stato garrotato con un cavo USB).

Il tutto si è svolto tra hall di alberghi algidi, sale d’attesa di stazioni e aeroporti, treni, taxi, uffici un po’ ministeriali come look e strade umidicce costantemente vuote o semivuote. Sembrava “Alphaville”, anche se la pioggia era da “Blade Runner”.

Al ritorno, dopo aver impedito con un ginocchio strategico per tutto il viaggio ad uno stanco Giulietto Chiesa di reclinare il sedile (un po’ perché detesto volare con le mie rotule infilate nelle gengive, un po’ per punirlo del suo triste lavoro di disinformazione sull’11 settembre, smontato perfettamente da Paolo Attivissimo), tanto per cambiare pioveva pure a Torino. Ma poco.

E nelle nuvole basse sulla città c’era un singolo squarcio in cui d’improvviso è comparsa, luminosissima, la Mole. Che, in modo molto torinese, dopo 5 secondi di splendore si è ritirata dietro altre nubi, pudica.

Una serie di cavoli miei tecnologici e librari

November 19th, 2007 § 30 comments § permalink

Sì, lo so. Praticamente non bloggo da un mese. Ho già bloggato prima per spiegare perché. In verità nei pochissimi ritagli di tempo che mi concede questa vita grama mi sono letteralmente buttato sullo shopping (prevalentemente librario e tecnologico), tanto per compensare. E così nel poco tempo libero acquisto oggetti che dovrei consumare/usare in altro tempo libero che ovviamente non ho. Un genio.

Partiamo coi libri, contando che sono mesi che ne compro – come sempre alla libreria Comunardi – e li metto lì (“lì” significa “ovunque per casa, con seri problemi di ordine pubblico”) e mi guardo bene dal leggerli.

Per la serie “danza e militanza”, “You Should Be Dancing – biografia politica della discomusic“, di Peter Shapiro. Ha 60 pagine di discografia-monstre e poi era ora di riscattare il genere. Batto già il piedino in attesa di leggermelo.

Naufraghi – Da Mussolini alla Mussolini, 60 anni di storia della destra radicale“, di Ugo Maria Tassinari (che poi era quello che aveva scritto “Fascisteria” per Castelvecchi). Da sempre cerco di leggere tutti i libri sulla destra, perché non rinuncio a cercare di capire chi, secondo me, fa il più grande errore possibile.

Mascolinità all’italiana – costruzioni, narrazioni, mutamenti“, a cura di Elena dell’Agnese ed Elisabetta Ruspini. Un libro così, che trasuda spessore già dal titolo, lo compri solo per un motivo: fare colpo su qualche tipa in libreria che sfoglia libri accanto a te e darti un tono da intellettuale “aperto ai temi della femminilità e sicuramente attento ai ruoli, vieni spesso in questa libreria a dare fuoco alla saggistica col tuo sex appeal? posso offrirti un caffé?“. Oppure, come nel mio caso, perché c’è una foto di Mastroianni in copertina che è troppo bella per non indurti alla spesa. Giuro che lo leggo. Anche perché un po’ serve a capire l’Italia, no?

Il liberismo è di sinistra”, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Di solito non compro libri di politica sulla cresta dell’onda, ma essendo un po’ giavazziano di mio tanto vale dargli un’occhiata. Tanto si finisce in un’oretta.

The Elephant, The Tiger and The Cell Phone – Reflections On India, The Emerging 21st-Century Power“, di Shashi Tharoor. Il libro è più o meno lungo quanto il titolo, cioè suppergiù 500 pagine. Tutta colpa della sezione libri stranieri della FNAC. Il fatto è che ho sempre dato l’India un po’ per scontata, mentre sarebbe il caso che ne capissi un po’ di più.

Ammazza un bastardo!“, di Colonel Durruti (dio mio, è uno pseudonimo bellissimo!). Il primo romanzo surrealista dopo una palata di decenni. Con in più dei sovratoni politici assolutamente folli, scritto da una coppia che si nasconde dietro lo pseudonimo di Durruti (Buenaventura, l’anarchico spagnolo, quello da cui ha preso il nome il gruppo un po’ moscio) ed edito dalle Edizioni Spartaco. Boh, la letteratura surrealista mi è sempre piaciuta, da Savinio in giù. Se la virano verso il punk, perché non darle una chance? Attenzione: il libro è ad alto rischio fighetteria, complici un po’ di recensioni osannanti nei posti sbagliati. Nel qual caso, entro pochi mesi fingerò di non averlo letto.

L’Italia dei colpi di Stato“, di Gianni Flamini. Classico saggio-complottone che esce per la Newton Compton e che dà un po’ di brividi facendoci sentire l’eco di qualche tintinnar di sciabole passato. Vale come intrattenimento

Ebbene sì, maledetto Carter – SuperGulp, i fumetti in TV“, con DVD allegato. Ovvio che un cofanetto così me lo sarei comprato ad occhi chiusi (cioè, ho comprato il cofanetto con le lezioni di storia contemporanea di Paolo Mieli, classificato come narcotico, vuoi che non compri questo?), anche perché è giusto che anche i figli degli anni Settanta comincino ad avere i loro revival. Da lì in poi, la strada per la vecchiaia è spianatissima.
Per ora la mente tiene (il fisico no, è scappato già verso la ventina) e mi rendo conto, con un po’ di terrore, che so ancora adesso praticamente ogni singola sigla o sketch a memoria. Mi piace sapere che impiego i miei neuroni per memorizzare dati così rilevanti.

Ah, il libro di Eio era esaurito (ok, lo so che Comunardi non fa testo e spesso esaurisce libri impensabili altrove [ricordo che fui costretto a prenotare con mesi d’anticipo il dizionario dei film stracult che altrove si sarebbe trovato senza problema, ma tutti i cinefili di Torino bazzicano lì, quindi andava a ruba] – ma comunque è di buon auspicio).

Passiamo alla tecnologia. Non ho comprato nulla di speciale, diciamo che mi sono buttato sull’accessorio. E infatti ho comprato:

– il nuovissimo mouse Bluetooth di Microsoft – avevo già un mouse wireless Microsoft (un Laser Mouse 6000, per la precisione), ma mi occupava una delle 2 porte USB del portatile col suo trasmettitore e non era il massimo. E poi il cazzillo che spuntava dalla porta USB rischiava di farsi tranciare via ogni volta che spostavo (goffamente, come sempre) il computer. Il nuovo mouse non solo è più comodo e non occupa nessuna porta, ma è mille volte più piacevole ad usarsi, con uno scorrimento perfetto, i due pulsanti silenziosi, la rotellina ben calibrata, ecc. Forse il migliore mouse che ho avuto in vita mia, il che può sembrare una minuzia, ma vogliamo fare il conto di quante ore al giorno passiamo con un mouse in mano?

– la nuova tastiera wireless Apple, quella in alluminio. Mi serviva una tastiera col layout italiano e cambiarla sul Macbook costa uno sproposito. L’ho presa esterna ed è oggettivamente un bel prodottino (se quel cornuto di Steve Jobs la smettesse di fare le cose bianche, mi venderebbe sicuramente più roba). Talmente bello che non la uso praticamente mai col mac, ma con tutti gli altri computer di casa, incluso il mio vecchio notebook col monitor scassato su cui da ieri gira Ubuntu “Gutsy Gibbon” (e mi fa da serverino “cieco”, cioè senza monitor, che comando via VNC). Certo non è regalata, ma è piccola, sottile, compatta e poi è la copia fisica della tastiera dei macbook, con cui mi trovo abbastanza bene.

– un secondo controller per la PS3: è che ho comprato Fifa 2008 e per giocarci in 2 ci vanno, lapalissianamente, 2 controller. In verità detesto tutti i videogiochi sportivi e mi guardo bene dal giocarci. Ho preso Fifa 2008 per invitare a casa 3 amici che hanno un torneo permanente di Fifa (lui, lui e lui) in atto e godermi le loro risse spettacolari mentre giocano.

– il minidock per l’Archos 605 Wi-Fi: è un aggeggio strepitoso, che non costa niente e apre altre prospettive. Innanzitutto mi fa caricare l’Archos dalla presa elettrica, riducendo tantissimo il tempo di ricarica (3 ore da morto a full). E poi mi consente di fare l’output video e Web sul televisore. E grazie a 2 porte USB integrate, posso collegare direttamente un hard disk esterno all’Archos ed eseguirne i contenuti. Anzi, meglio ancora, ci attacco la fotocamera digitale e trasferisco le foto direttamente lì, anche mentre sono in giro: tanto funziona tutto senza alimentazione. Questo significa girare con la reflex senza l’ansia di esaurire la scheda di memoria.

– (per mia mamma, il cui DVD recorder Philips è salito ai verdi pascoli dopo 5 anni di onorato servizio quotidiano) un videoregistratore Sony RDR-HX750 con tanto di hard-disk e porta USB.
Sono rimasto abbastanza colpito da quanto sia cambiato il concetto di videoregistratore negli ultimi anni.
Grazie ad una gabola tecnologica (cioè un canale dati che sfrutta l’infrastruttura del televideo di MTV, qui in Italia), sono riusciti a rendere obsoleto l’unico vero grande limite dei videoregistratori vecchio stile: la programmazione del timer. Riconosciamolo, programmare il timer era una palla tremenda e ogni videoregistratore aveva le sue modalità, spesso con un’usabilità pessima, combinazioni di tasti bizantine, ecc.
Ora grazie a questa tecnologia, che si chiama Guide+, un videoregistratore moderno riceve una guida TV di 7 giorni precisa e aggiornata in realtime. L’utente non deve fare altro che consultare la guida, selezionare con un click i programmi che gli interessano e  il videoregistratore provvede a programmare/registrare tutto senza patemi. E grazie ad una luce infrarossi supplementare e ad una libreria di comandi di decoder, lo fa perfino coi programmi di Sky, accendendo il decoder sul canale giusto al momento giusto. Purtroppo non si “parla” (ancora?) con la vecchia videostation di Fastweb (da cui mia madre si ostina a guardare Sky, per motivi a me ignoti visto che ora costa uguale), ma sto cercando una soluzione. 
Devo dire che, per il suo prezzo, il videoregistratore è ottimo (vede pure i DivX, anche se non via USB) ed ha un upscaling strepitoso se collegato via HDMI ad un televisore ad alta definizione.

Mi rendo conto che un post simile starebbe bene in un inedito shopping blog per nerd di sesso maschile, con tanto di omologo maschile di Hello Kitty, ma attualmente è quello che passa il convento.

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