Ladri contro sbirri di frontiera: l’assurda distruzione della cineteca di Babele

February 8th, 2012 § 23 comments § permalink

Ok, il download illegale – come dice Matteo – è tecnicamente un furto.
Sul tema sono stati consumati quintali di parole, nel corso degli anni, dai tempi delle cassette coi programmi taroccati per Commodore Vic-20 in edicola fino a 5 minuti fa, al bar. Ci siamo limitati ad aggiornare lo sfondo della discussione (prima la pirateria sui supporti, poi quella online coi download, poi lo streaming), ma le visioni in campo sono più o meno sempre le stesse.

Da un lato c’è chi continua a cercare di imporre al presente un’idea editore-centrica del mercato dell’immateriale. Decidiamo noi (dove “noi” significa i piccoli e soprattutto grandi gruppi editoriali multimediali) cosa farvi consumare, come e e a quale prezzo. E voi, liberi di scegliere all’interno del nostro catalogo, vi adeguate.

Dall’altro c’è chi scarica liberamente tutto ciò che gli aggrada. E lo fa, in grandissima parte, in un contesto di impunità. Anzi, è convinzione diffusa che non sia peccato, come non lo era – anni fa – copiare un disco su cassetta per un amico o fare una compilation alla (potenziale) fidanzata.

A guardarla così è facile vedere il monte di buone ragioni degli editori, che sono tutto un coro di “ci lavora un sacco di gente; quando scarichi un film/telefilm/videogioco pensa ai poveri impiegati della XYZ presto sul lastrico e così via” e la collinetta di attenuanti per gli scaricatori: “era lì, era gratis, perché pagare?”.

 

POLICE & THIEVES

La realtà è più complessa e le figure in campo sono altre e molto più articolate delle semplificazioni che fanno i media.
Partiamo dalle major, dai colossi multimediali e giganti comparabili. Continuano a insistere evocando, favorendo e forse – tramite lobbying – provocando operazioni di polizia di vario ordine e grado pur di colpire la pirateria diffusa. Non quella industriale dei gruppi criminali, ma quella spicciola degli utenti. E come tutte le operazioni chirurgiche praticate con la mietitrebbia, il risultato è infelice: il crimine (quello che campa sul materiale piratato) se la passa benissimo e la casalinga di turno – cioè uno sfigato tra un milione che continuano gioiosamente a scaricare – si trova a dover spiegare alla Finanza dove ha preso gli mp3 di Toni Santagata. Ne colpiscono uno, senza educare un piffero, alla faccia di Mao.

Dall’altra c’è chi scarica. E sono mille umanità diverse, accomunate da un atto ma divise per intenzioni, consumi, approccio e identità sul mercato. Certo, Internet è una grande pacchia. Perché se te la cavi un po’ con le cose digitali e sei di bocca buona, finisci per poter avere a tua disposizione un infinito negozio di dischi/film/libri/riviste/videogiochi a costo zero.
Ma le differenze tra il sedicenne tecnobulimico che scarica di tutto, il cinefilo che vuole vedere i film in anteprima, il collezionista di musica e la pensionata che voleva solo ascoltare Gianni Morandi sul computer, sono tantissime.

 

LE MAJOR COME LA SIP

La realtà è che il mondo delle major editoriali è affezionato al vecchio modello “controlliamo tutto noi” per un motivo semplicissimo: ci guadagnano ancora un sacco di soldi. Si scrive da anni che la discografia è in crisi, il cinema va a rotoli a causa della pirateria, l’editoria sguazza nella melma e così via. Eppure le popstar continuano a essere smodatamente ricche (segno che il business-musica funziona) tanto più sono insulse, il cinema continua a fare incassi strepitosi con film sempre più costosi, il mercato dei videogiochi tira come un camino nuovo e così via.

La realtà è che per gli editori è più conveniente vendere vetusti DVD a 20 euro ciascuno (o a meno in edicola, per i più attenti) a una larga fetta di mercato di “inadeguati tecnologici”. Cioè a tutti quelli che, per mille ragioni (mancanza di tempo, incompetenza, ignoranza, paura), alla fine cedono e comprano. Stanno facendo la stessa cosa che ha fatto il monopolista dei telefoni quando arrivò la liberalizzazione dell’ultimo miglio: cercano di profittare al massimo dell’equivalente moderno dei nonnini che ignoravano l’esistenza di Tele2 o non si fidavano delle novità. E continuavano a pagare bollette pesanti, chiamate in teleselezione, tariffazioni opache come le intersettoriali, eccetera.

Le major sanno benissimo che stanno scorrendo i titoli di coda per quel modello di business lì, quello dei supporti generici e non speciali tipo il DVD “normale” di un film. Però nel mentre sono ben al corrente del fatto che ci possono guadagnare ancora un bel po’, colpendo qua e là i consumatori informati e sperando in quelli ignoranti o pigri.

 

PROVINCIA FORZATA? NO, GRAZIE!

Il comportamento poliziesco delle major è talmente goffo e anacronistico da risultare odioso in certi casi. Vi è mai capitato di voler vedere un video online e trovare al suo posto un lugubre cartello nero con su scritto “E’ impossibile: questo contenuto è vietato nella tua area geografica”?
I limiti geografici, i confini, le frontiere *su Internet* sono semplicemente demenziali. E personalmente li vivo come un’ingiustizia di quelle stupide, da combattere.

Per molti, infatti, la Rete è uno strumento per sfuggire ai limiti imposti dal mercato e dagli editori locali. Se vuoi guardare lo show di David Letterman in Italia in modo legale non puoi: devi accontentarti di quello che passa Sky in ritardo. Ed è così anche per il Daily Show di Jon Stewart. Per le serie tv è peggio: molte non arrivano in Italia e molte altre – considerate meritevoli dagli editori per puro calcolo economico – arrivano in ritardo (con la bella eccezione di Fox che spesso trasmette serie TV statunitensi con ritardi minimi rispetto all’uscita americana) e vengono trasmesse male.

Coi film è un disastro, perché in Italia esce (con tempi imprevedibili) una minima parte di ciò che viene creato al mondo (o anche solo nei paesi anglofoni). Di questa minima parte, solo un pezzettino va a finire nelle sale (rigorosamente doppiato) e il resto esce direttamente in DVD (raramente in Blu-Ray: il catalogo dei film legali in HD nei negozi è disarmante per pochezza) che vi sfido a trovare.

Insomma, se uno ha l’interesse culturale, il piacere o anche solo la curiosità di uscire dai confini imposti dagli editori nostrani, non può far altro che scaricare “illegalmente” (?) prodotti dell’arte e dell’ingegno che in Italia non arriveranno mai o arriveranno tardi (spesso adattati male, doppiati peggio, programmati alla cazzo di cane e mandati in onda in disordine o in modo non completo).

Giusto la musica sembra non avere problemi di release. In compenso ne ha tantissimi di catalogo. Cioè, reperire online legalmente l’ultimo singolo di Madonna non è un problema per nessuno. Trovare un album non recente di Annette Peacock è impossibile. Quindi o cerchi disperatamente un vinile (e va bene se ti piacciono i Pooh o Celentano: magari sull’usato trovi qualcosa) in un mercatino o non puoi fare altro che aprire Google e cercare: li trovi tutti in mp3 in alta qualità, presi dalle copie in vinile e ripuliti.

Con i giornali qualcosa è cambiato da quando ci sono i tablet: ora puoi abbonarti a molte testate qua e là nel mondo. Non ci sono tutte, molte non hanno gli arretrati e molte sono disponibili solo nel proprio mercato locale (fortunatamente aggirabile su iTunes con qualche gabola). Quel che è certo è che gli abbonamenti digitali hanno prezzi comparabili con quelli cartacei, pur non avendo costi apprezzabili di distribuzione (e avendo pari o maggiore pubblicità). Insomma, salvo rari casi, costano ancora troppo.

Certo, stiamo parlando di prodotti che interessano una minoranza di persone, che intendono andare oltre al provincialismo (quello vero) imposto dagli editori locali. Gente che preferisce  guardare Kick Ass quando esce e non 12 mesi dopo, con un doppiaggio imbarazzante. O non vuole aspettare che Rete 4 (che ne comprò i diritti e ne trasmise poche puntate) decida di trasmettere tutto West Wing, anche perché non accadrà mai. E detesta Lost in italiano o Gilmore Girls adattata malissimo (a partire dal titolo) e con le protagoniste doppiate da due attrici con la voce identica.
Sarà perché mi ascrivo a quella minoranza (che poi non è così piccola), ma ho l’impressione che si tratti di gente tendenzialmente disposta a spendere per i propri consumi culturali (e magari scopre Frasier online, si scarica tutte le puntate che trova e alla prima occasione si compra il cofanetto – inglese, non esistente in Italia – con tutte le 11 stagioni).

 

LA CINETECA DI BABELE

Aggiornare il modello di business con cui si vendono film, libri, dischi, ecc. è possibile da anni.
Ci ha provato Apple con iTunes Store, ma in modo timido e talmente vessatorio per l’utente da aver riprodotto (e in certi casi accentuato) limiti e antipatie del modello tradizionale.
Coi film e le serie tv i tentativi sono imbarazzanti: la distribuzione legale online ha prezzi irragionevoli e, soprattutto, cataloghi irrisori al di fuori degli Stati Uniti.
Coi libri e i giornali, il fatto di distribuire edizioni digitali per iPad e Kindle con meccaniche di mercato e prezzi simili alle versioni cartacee non risolve il problema.
Nel campo dei videogiochi qualcosa sta cambiando: i giochi a 79 euro ciascuno lentamente lasciano il passo a quelli a 0,79 euro sull’AppStore di Apple, che rendono molto grazie a un’economia di massa senza (troppi) confini. E i servizi di gioco in streaming (che tra l’altro renderanno più rilevante la velocità di connessione dei dispositivi rispetto alle loro performance di calcolo e supereranno le barriere tra piattaforme) sono una possibilità interessante da esplorare, ma ancora nella culla.

Eppure la soluzione sembra a portata di mano, almeno per alcuni mercati: trasformare i prodotti in servizi.
Lo si dice da una vita, ma nessuno lo fa. O lo fanno male: ciascuna major nel proprio orticello, con cataloghi irrisori e prezzi irragionevoli. E un tono del tipo “guarda come siamo buoni, pezzente!”. E’ così difficile, invece di vendermi “al pezzo” cose digitali e impalpabili, vendermi un accesso universale alle “opere” – studiato in modo che io non possa “rubarlo” – su base temporale?

Mi spiace dirlo, perché è un individuo che mi fa orrore a 360 gradi, ma il fondatore di Megaupload/Megavideo aveva scritto una cosa giusta, poche ore prima di essere arrestato: care major, guardate che io qui non ho solamente una macchina sforna-soldi, ma ho un servizio, forse addirittura un medium, con cui potreste farne anche voi. Parliamoci.

Aveva ragione, il ciccione. Megavideo era una videoteca immensa, piena di film nuovi e vecchi. Ed era una manna dal cielo per i cinefili, perché conteneva migliaia di telefilm e film vecchi, introvabili in DVD e meno che mai in lingua originale (oppure presenti online ma non disponibili per il consumo in Italia).
Certo, sicuramente una parte rilevante del traffico era fatta da gente che si guardava l’ultimissimo Fast & Furious in HD. Ma nel mezzo c’era un intero mondo di persone che vorrebbe vedere “Walkabout” e non ha voglia di stare lì a sperare che lo passino a Fuori Orario in agosto alle 3 di notte. E su Megaupload c’era. Gratis, perché non lo vende nessuno.

Non costerebbe molto alle major mettere a disposizione online l’intero loro catalogo (ma tutto, eh!) – magari escludendo i film usciti nell’ultimo anno, così da garantirsi ancora più grana con i DVD per i pigri/ignoranti – e chiedere agli utenti un abbonamento mensile.
Per un servizio di questo genere pagherei senza battere ciglio 500 euro all’anno. Spetterebbe alle major spartirsi i soldi degli abbonamenti in base a quanto visto dagli utenti.
Sarebbe un servizio fatto prevalentemente da prodotti che non generano grandi introiti (non vanno in sala, sono fuori catalogo sul mercato dei supporti e in edizione digitale “un tanto al pezzo” vendono pochissimo, perché troppo cari), ma che in massa genererebbero guadagni rilevanti.

La cineteca di Babele – con buona pace dell’omonima rubrica sui vecchi Linus – c’era già e coloro che avrebbero potuto beneficiarne hanno preferito abbatterla, abbagliati da guadagni facili sul breve periodo.
Come utente reclamo un sistema di produzione, circolazione e consumo delle “opere” più giusto e più adeguato ai miei interessi. Non voglio la pirateria libera e non la reclamo come diritto. Vorrei più varietà, maggiore libertà di scelta, un’economia della coda lunga e un orizzonte più ampio di quello che pochi (miopi, ecumenici, paternalisti) oligarchi dei media decidono per me.

Poter consumare quello che voglio e che è disponibile sul mercato (ma non è venduto in Italia per miopia degli editori locali o per assurdi limiti geografici) è una libertà per cui sono disposto a pagare. E trovo sia giusto farlo. Ma fino a quando quella libertà mi viene negata, non crediate che mi metta a guardare le fiction lacrimevoli sui santi e sui “fascisti buoni” delle televisioni di regime: mi siederò in riva al torrent e aspetterò che prima o poi passi il cadavere delle major, travolto da un muro di CD e DVD invenduti.

Tirarmela via blog nel 2011 – aka The reports on blog’s death are greatly exaggerated

March 28th, 2011 § 6 comments § permalink

Esattamente come ai tempi di Splinder conservo una straordinaria abilità nel mettermi nei guai (qui un esempio su mille in cui mi prendo l’insulto più bello del pianeta: “testa di cazzo master!”) e tirarmi la rogna addosso.

Avevo scritto un post del tutto innocente sul nuovo plugin per WordPress che permette di far vedere bene i blog sull’iPad. Poi, come capita quotidianamente al nostro amato Presidente del Consiglio, sono stato malinterpretato e qualcuno (lui, lui e lui) ha evinto dal mio post che stessi affermando che i blog sono morti (o moribondi).

Visto che il drammone “il blog è morto?” credo abbiano iniziato a farlo quelli di Splinder già nel tardo 2002 con gli stessi argomenti di oggi, ci tenevo tanto a dire – in assenza di un Buonaiuti che lo faccia per me – che no, non penso che i blog siano morti e non intendevo iniziare questo dibattito, che oltre a un sacco di noia porta anche un po’ sfiga.

I blog moriranno il giorno in cui alla gente passerà la voglia di scriverci (da quando ci sono i feed, i lettori e i commentatori in loco non sono così utili, anzi). Purtroppo/per fortuna non è ancora il momento. Ci sono meno lettori o meno commentatori? Fa lo stesso!

Diciamo che attualmente il blog è nella fase “distinto signore” (nota: le fasi nella vita sono, in ordine cronologico: “che bel bambino – che bel ragazzo – che bell’uomo – che distinto signore – ancora in gamba – che simpatico nonnetto – sembra che dorma) e non può farci molto.
Tutto invecchia. Basta saperlo e farsene una ragione. Ma morire no, non ancora, almeno.

 

NOTA PER ISCRITTI AL RODARY CLUB:
(certo che, a pensarci bene, la cosa che ha fatto risorgere la blogosfera italiana per un paio di giorni è stato il dibattito sulla morte dei blog; proprio come in “C’era due volte il Barone Lamberto”. La trovo una coincidenza irresistibile. Fossi stato nel 2004 ci avrei fatto un post.)

Tirarsela via blog nel 2011 – aka Cattedrali touch nel deserto

March 24th, 2011 § 6 comments § permalink

Facciamo che hai ancora un blog, nel 2011.

Non lo legge più nessuno, perché la “statusfera” si è mangiata il 99% dei contenuti della blogosfera (c’era un tempo in cui ci sembrava naturale bloggare “ho fame” e ai lettori sembrava altrettanto naturale commentare “pure io”). Però lo tieni lì, come si tiene la cyclette in casa: una specie di polveroso monumento al fatto che un giorno ci avevi creduto. E sì, quel post ogni tanto che spari via perché ti annoi è esattamente come quella stanca pedalata che fai ogni tanto per raggiungere la soglia minima che ti fa dire agli amici “guarda che la uso, eh!”.

Ogni tanto arriva qualche soluzione che, se non risolve il problema della naturale vetustà del blog, permette di vestirlo di nuovo e tenere il fossile al passo coi tempi.
Tempo fa era uscito WP-Touch, il plugin che permetteva di rendere compatibili i blog con gli iPhone e più in generale i cellulari touch. Lo usa mezza blogosfera, a beneficio dei 3 o 4 lettori di blog rimasti.

Da qualche ora è uscito On-Swipe, che non si limita a rendere i blog su WordPress carini se visualizzati con un iPad: trasforma realmente la lettura di un blog in un’esperienza touch graficamente gradevole, piena di transizioni cool e di effetti a portata di polpastrello. Chi ha un blog su wordpress.com passa a On-Swipe con un click.
Per chi ha un blog su WordPress self-hosted, si tratta di installare il plugin di On-Swipe, sincerandosi di avere prima fatto l’aggiornamento a WordPress 3.1 e avendo attivato PHP5 sul proprio dominio.

L’effetto è bellissimo e, messe giù così, le menate che scrivi sembrano perfino interessanti, professionali e frutto di una seria impostazione editoriale. Sul sito di On-Swipe si interrogano se la “rivistizzazione” (bleah: si accettano suggerimenti per un neologismo migliore) dei blog possa fare seriamente concorrenza alla digitalizzazione dei periodici. Boh, secondo me sparano altissimo. Per quanto mi riguarda è già sufficiente che On-Swipe renda un po’ più aureo l’isolamento dei nostri blog.

 

Mi sa che non si scopa più

January 4th, 2011 § 17 comments § permalink

Ho comprato un Roomba. Anzi no, non è un Roomba ma un suo simile: un aspirapolvere automatico della Samsung.
Il fatto è che lo desideravo mostruosamente da anni e per questa mia debolezza mi sono fatto ridere dietro da centinaia di casalinghe per vocazione o per disperazione, convinte che la fatica è la migliore risposta ai problemi di igiene domestica. Sarà colpa di un’infanzia passata a guardare i Jetsons (o i Pronipoti, come veniva tremendamente chiamato il cartone da queste parti), ma l’idea di un robot che si prende la briga di fare le pulizie mentre io faccio altro è esattamente uno dei concetti più puri di progresso: noi ci divertiamo e le macchine sgobbano, cosa volete di più?

Il vero problema del Roomba e dei suoi simili è la diffidenza femminile. Sì, perché l’aspirapolvere automatico è un vizio da pigri, da maschi che non vogliono fare i lavori domestici e – inevitabilmente – da nerd che prima ancora di accendere il nuovo gingillo stanno lì a controllare se ha per caso una porta USB con cui hackerarlo in maniera creativa.

Quindi arrivi a casa tutto entusiasta col tuo nuovo giocattolo, lo ricarichi per bene e lo fai partire, incurante della nuvola rosa di perplessità che permea la casa più di quella di polvere. E succede il miracolo. Sì, il robottino pulisce che è una meraviglia, tira su la polvere con l’efficacia di un milanese da bere nell’87 e vince qualsiasi scetticismo, ma il sovrannaturale sta tutto in un fatto solo: lo guardi e ti affezioni.

Avevo letto in giro che tutti prima o poi finiscono per dare un nome al proprio (simil)Roomba, ma mi era sembrata una fesseria pucci, come dare un nome alla propria automobile. Però ci siamo cascati in pieno.
A un certo punto ti accorgi che tutta la polvere aspirata dall’oggettino va in qualche modo a riversarsi nel tuo orologio bioogico, che evidentemente è una clessidra.

Dopo 10 minuti eravamo in due, quasi commossi a guardare “lo scarafaggione” (in casa pratichiamo l’arte del naming estremo) mentre si dava da fare sulle piastrelle della cucina, emozionandoci a ogni svolta: “Guarda! Ha capito che lì c’è la sedia: che teeeneroooo!”, facendo il tifo a ogni briciola risucchiata e scambiandoci orgogliosi sguardi d’intesa quando il pargolo – ecco, l’ho detto – faceva qualcosa di intelligente.

A un certo punto il (simil)Roomba, che evidentemente dopo un giorno di lavoro gli era stanco come un mulo, si è accanito prima su uno stivale, poi sui piedini dello stendibiancheria, cavalcando entrambi con inequivocabili movimenti ondulo-sussultori. “Ormai sei diventato grande!”  - ho esclamato – “Diventeremo nonni!”.

[bignami] Da Paolo Villaggio al sabato del villaggio. E dire che è un post sull’iPad

January 27th, 2010 § 0 comments § permalink

[i post "bignami" sono versioni condensate, sotto forma di elenco puntato, dei miei soliti post lunghi, ideali per chi non ha tempo o non ha voglia]

Il post originale (quello lungo) è qui.

Per l’occasione, il Bignami è a cura di Gaia Giordani

Per una migliore comprensione di questo dialogo, ecco una legenda: Cs = Copiascolla, E = Essere Umano di Riferimento aka Ectoplasma

E – L’aggeggio si chiama iPad e in sostanza è un grosso iPhone che non fa le telefonate…

Cs – Abbasso la tavoletta!

Da Paolo Villaggio al sabato del villaggio. E dire che è un post sull’iPad

January 27th, 2010 § 15 comments § permalink

Chiariamoci subito. Il problema è nostro, che in 10 anni di anticipazioni, sussurri e mormorii, in assenza di informazioni ci siamo costruiti un mito irraggiungibile, un po’ come il risultato di Italia-Inghilterra per Fantozzi e colleghi imprigionati nel cineforum aziendale a sorbirsi la corazzata Potëmkin.

Se l’iPhone aveva colto di sorpresa molti, l’iPad di Apple ha deluso tutte le aspettative. Attenzione, non sto scrivendo che l’iPad sia un brutto prodotto. Sto scrivendo che per una volta il prodotto è inferiore a ciò che ci si aspettava.

E non poteva essere che così. Il fantasmagorico Tablet della Apple è un prodotto leopardiano: atteso, mitizzato e desiderato fino al momento prima che si riveli. La domenica del villaggio è bella finché è sabato.

UNA DELUSIONE E QUATTRO PREOCCUPAZIONI

Psicologia collettiva a parte, il resto sono considerazioni tecnologiche e di mercato.

L’impressione è che l’hardware non faccia poi così tanto la differenza. Cioè, l’iPad sembra un prodotto del 2010, il che non è un problema, ma lo diventa se si pensa che l’iPhone sembrava un prodotto del 2010 quando fu presentato nel 2007.

La vera delusione è lo schermo: quasi 10 pollici e una risoluzione di 1024×768, come se fossimo nel 1999. Personalmente, nell’era dell’HD, da un gadget non tascabile mi aspetto minimo un display HD-Ready 720p, insomma 1280×720 o poco più. Invece no: proporzioni 4/3 e risoluzione XGA. Let’s go back to the old school!

Non dico che per me sia deal-breaking (lo devo provare), ma poco ci manca.

Ci sono, poi, un sacco di preoccupazioni, soprattutto per noi che siamo un interno-cortile nella periferia sfigata della provincia dell’impero. Ne elenco un po’.

La prima: un display da 10 pollici su un hardware leggero è perfetto come player video. E lo sarà per gli americani, che potranno accedere a un sacco di contenuti video su iTunes (pagandoli, ovvio) e goderseli come più gli aggrada.
Se per l’iPad in Italia va a finire come per l’iPhone – cioè attualmente zero contenuti video venduti su iTunes – una delle destinazioni d’uso dell’iPad va a farsi benedire. E dubito che Steve Jobs mi permetterà di riempirmi la tavoletta di DivX e guardarmeli (e dire che ci è arrivata perfino la Microsoft, che con il più recente aggiornamento di firmware ha reso compatibile lo zune HD con DivX e XviD). Una Apple TV portatile? No grazie, Steve, visto che qui non ci vuoi vendere i film su iTunes!

L’altra preoccupazione riguarda l’iPad come macchina per giocare. Visto che il 50% del keynote è stato occupato da demo di giochi, è palese che a Cupertino contano molto sulle capacità videoludiche della tavoletta. Dovessi dirvi che sono rimasto impressionato dai giochi mostrati, mentirei. Ok, c’era poco tempo a disposizione e ci sono ampi margini di crescita, però mi aspettavo di più. Vediamo che succede nei prossimi mesi.

La terza preoccupazione è forse la più grossa. L’iPad è rivoluzionario nel prezzo e nel modello di connettività mobile: niente abbonamenti pluriennali, giusto un hardware a un prezzo umano (di fatto costa meno dell’iPhone) e, volendo, sui modelli 3G una connettività che si paga mese per mese. Con 30$ al mese si ha banda 3G illimitata (il piano da 15$ per 250 Mb mensili è per soli masochisti) e tutto sommato 629$ per la tavoletta 3G sono accettabili.
Il problema è che nulla ci garantisce che accada altrettanto in Italia. Negli Stati Uniti è una pacchia e credo che il piano dati dell’iPad metterà nei guai i piani flat dati di molti operatori e li obbligherà a rivedere i prezzi verso il basso. Ma qui? Lo scopriremo a giugno/luglio.

La quarta si concentra tutta sull’uso dell’iPad come lettore di ebook. Il fatto è che in termini di qualità della lettura, un display tradizionale è anni luce peggio rispetto a uno schermo e-ink, che non è retroilluminato e non si ricarica 60 volte al secondo, ma sta fermo lì, opaco come la pagina di un libro. Davvero, sono due mondi diversi.
In cuor mio sapevo che Apple non avrebbe mai fatto un prodotto basato sull’e-ink e la cosa mi andava bene, perché mi aspettavo – anche tenendo conto dei rumors – che in cambio a Cupertino si sarebbero ri-inventati il mercato dei periodici, che è in crisi da tempo immemore.
Invece niente: giusto una versione del New York Times, decisamente ordinaria e drammaticamente simile alla versione NYT Reader, che già gira su tutti i computer su cui è installato Adobe Air.

MA MI SERVE? AKA “FAMOLO GROSSO”

Se non avessi di fronte al naso un iPhone (cioè, ora che sto scrivendo ho un MacBook, ma ci siamo capiti), probabilmente mi starei strappando i capelli dalla gioia per l’iPad. Ma la realtà è che fatico a trovare, almeno da quanto ho visto oggi nel keynote di Jobs, differenze mostruose tra il mio cellulare e l’iPad.

Anzi, ho il timore che la versatilità dell’iPhone sia il migliore argomento a sfavore dell’iPad. Di fatto l’iPhone fa tutto quello che fa l’iPad: oltre a farmi telefonare, suona gli mp3, mi fa vedere video in formati inutili, esegue centinaia di migliaia di applicazioni e qualche giochino interessante, mi fa navigare bene in mobilità senza Flash e mi fa pure leggere gli ebook su uno schermo retroilluminato. E la necessità di farlo più in grande per me non è così impellente, soprattutto se non c’è nemmeno il supporto a Flash o un abbozzo di multitasking a fare la differenza tra l’iPad e l’iPhone.

Sì, ovvio, qualcuno potrà dirmi che ora c’è la suite di iWork ricicciata per iPad. Saranno felici tutti i 25 utenti reali di iWork, ma non mi riesco a emozionare.
E se devo leggere ebook in mobilità, tenendo conto che il modello di business librario di Apple è, almeno per l’utente, identico alla concorrenze, tanto vale comprarmi un Kindle, almeno non mi cavo gli occhi. E se proprio voglio cavarmeli, o uso un iPhone (che con Stanza fa miracoli) o accendo il MacBook e mi apro un PDF.

COSE CHE NON HO

Alla fine, visto l’esercito di rumors prodotti dalla Rete negli ultimi mesi, si contano le feature sopravvissute e presenti nel prodotto finale e quelle cadute durante l’unveiling. Alcune mi erano particolarmente care.

L’idea dell’iPad come lettore di emagazine (non è un refuso, è come l’ebook ma con le riviste, capisce?) mi sembrava realizzabile e a portata di mano. Ma per ora nada.

Anche l’idea di utilizzare l’iPad come superficie tattile-visiva aggiuntiva di un Mac non mi sarebbe dispiaciuta. Cioè, immaginate di poter abbinare l’iPad al vostro Mac e poter controllare quest’ultimo attraverso l’iPad, che diventa una via di mezzo tra una tavoletta grafica, un touch-screen aggiuntivo e un touch-pad. Figo, no? Magari Apple col tempo si inventa un’applicazione simile: metterebbe nei guai, per esempio, tutte le aziende che vendono controller hardware fisici. Pensate che bello poter controllare in realtime i parametri di Logic smanettando sull’iPad mentre sul Mac “gira” la musica.

Mi sarebbe anche piaciuto un iPad un po’ più orientato alla comunicazione interpersonale. Nella mia immaginazione lo avrei visto bene con due fotovideocamere, una sul retro e una frontale, per fare videoconferenze e videotelefonate. Non ne ha nemmeno una. E dire che lo spazio su quella cornice spessissima (che è molto poco Apple) non manca.

QUINDI?

Quindi aspettiamo. Magari siamo di fronte a una sorta di primo iPhone (quello 2G senza applicazioni, che negli States dava occupato quando eri connesso a Internet e che non mi aveva convinto). Magari tra un po’ esce un iPad numero 2 che fa fare al prodotto il vero salto di qualità, così come è accaduto con l’iPhone 3G.
Oppure c’è qualcosa che mi sono perso (e non sono l’unico, tenendo conto che personalmente sospendo il giudizio e sto alla finestra, ma noto in giro un po’ di delusione, perfino su siti come Gizmodo ed Engadget, normalmente servilissimi quando si tratta di Apple) e Apple finisce per rifondare 3 o 4 mercati, rivoluzionare il mercato dei media, cancellare la fame nel mondo, donare la vista a Stevie Wonder e far vincere le elezioni al PD.
Oppure accettiamo che Apple abbia prodotto il suo Zune marrone e tiriamo avanti.

Di sfuggita dentro a un bar

December 9th, 2009 § 7 comments § permalink

In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un “fai in fretta!” da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l’umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi il tuo obiettivo è far fruttare quelle 10 monete strane e trasformarle in sensazioni videoludiche. Prolungate, se possibile.

Ecco perché sono certo che, preso già a nove anni da una logica utilitaristica, ho speso i primi due gettoni su un videogioco sicuro: uno di quelli che boh non è che ti diverta poi tanto, ché magari lo conosci a memoria. Però era un gioco in grado di garantirmi un quarto d’ora abbondante di partita ininterrotta, senza farmi perdere soldi e senza farmi sfigurare nell’effimero spazio di “tre vite e game over” di altri giochi tutti da scoprire.

Con otto gettoni rimasti potevo sbizzarrirmi, provare nuovi coin-op, farmi affascinare dalla grafica di qualche nuovo gioco, insistere con la mia bestia nera Gyruss (che pare fosse un gioco relativamente facile, ma avevo seri problemi ad adattarmi all’astronave che girava in tondo invece che spostarsi lungo i quattro assi) oppure spaccarmi gli occhi su Zaxxon, altro gioco che metteva in evidenza il mio disagio col 3D, per quanto “pseudo” e isometrico.

Ma se parlo delle mie idiosincrasie videogiocose divago. Ciò che rende rilevante quel pomeriggio di un giorno di luglio nuvoloso in luogo di mare è che, nella seconda stanza della sala giochi, troneggiava lui: Dragon’s Lair.

Nel 2009 blateriamo volentieri di “wow effect”, ma quello che avevo di fronte agli occhi era veramente da urlo: in un’epoca in cui la grafica migliore consisteva in una manciata di pixel più o meno disposti ad arte, Dragon’s Lair era molto più che un salto generazionale in termini tecnologici. Era chiedere troppo e ottenere ancora di più. Era il futuro del futuro del futuro. Guardare per credere: il confronto con un gioco – peraltro di successo: Manic Miner – uscito lo stesso anno è impietoso, dal punto di vista grafico.

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Avevo di fronte agli occhi un videogioco che aveva la grafica di un vero e proprio cartone animato. E non uno di quelli televisivi, con pochi frame e i fondali ricorsivi. Quello era un cartone del cinema, come Peter Pan, Bianca e Bernie, animato da Don Bluth, che era uno degli animatori più bravi della vecchia scuola Disney. Solo che quel cartone animato lì si comandava con il joystick. Non mi sembrava tecnicamente possibile. E tuttora non riesco a immaginare a qualcosa che, se si materializzasse ora sulla Terra, riuscirebbe a essere altrettanto futuribile.

Sarà che da bambini si è più propensi alla meraviglia, ma la visione di quel gioco lì, con quella grafica che sembrava provenire da mille anni dopo, è una delle emozioni tecnologiche più grandi che ho avuto. Giusto l’installazione fortuita – all’epoca del DOS – della primissima demo di Doom mi aveva dato qualche brivido, ma non c’era paragone.

Ricordo che ogni partita a Dragon’s Lair costava 4 gettoni. E si moriva subito, perché era un gioco impossibile, con un meccanismo stupido e indegno della grafica (si trattava di produrre, quadro per quadro, sequenze di movimenti col joystick: bastava avere molti soldi da spendere e un po’ di buona memoria; in alternativa l’esperienza era frustrante). Però era una gioia a vedersi e ogni partita richiamava una decina di spettatori che, tacitamente, si scambiavano occhiate meravigliate quadro dopo quadro. Preso da timore reverenziale (non ero degno), non ho mai giocato una singola partita a Dragon’s Lair. Ma ne ho spiate centinaia, stupito.

Poi uno dice che non bisogna abbandonarsi al progresso, che non bisogna cedere al determinismo tecnologico, che la fede nelle magnifiche sorti e progressive è ingenua e via con la puntina sul disco dello scetticismo da birreria.
E finirebbe pure per avere ragione.

Però ora quel gioco, quella sorta di futuro impensabile che – reale come non mai - si era materializzato dal nulla un pomeriggio di 26 anni fa, è un’applicazione da pochi euro (occhio e croce il valore di 4 gettoni del 1983) sull’iPhone (occhio: il link apre iTunes). E non è un surrogato, né uno dei tremila porting tristi che sono stati fatti nel corso degli anni per computer, DVD e console: è quel gioco lì, con quella grafica di allora, pixel per pixel. E sta in un taschino, a portata di mano. E Dirk ha vite infinite.

Gettoni illimitati e Dragon’s Lair disponibile dove e quando voglio: posso morire felice.
Ed è esattamente quello che è successo al mio bambino interiore: morto per avvenuta soddisfazione dell’ultimo sogno infantile, quello impossibile, iperbolico, irrealizzabile.
Tocca fare gli adulti al 100%, ora. Anzi, tra 5 minuti, mamma, ché prima mi tocca salvare Daphne dal drago Singe e sono incastrato all’ultimo quadro.

iPhone 3.0: come fare se non vi funziona il tethering con Tre (post notturno per nerd senza una vita)

June 18th, 2009 § 9 comments § permalink

E’ uscito il firmware 3.0 dell’iPhone e il mondo vi sorride. Sì, perché siete dei nerd all’ultimo stadio esattamente come il titolare di questo blog.
Quindi vi sarete sicuramente fiondati a scaricare i 230 Mb di aggiornamento sul vostro gadget preferito, pronti a godervi il cut&paste, gli MMS e – finalmente – il tethering, che per i non-nerd dotati di una vita sessuale sarebbe a dire “usare il cellulare come modem 3G per navigare in Internet col computer”.

Vi sarete subito accorti che, pur essendo tecnicamente possibile, il tethering non funziona subito sui vostri telefoni, meno che mai se avete Tre, che teoricamente non dovrebbe nemmeno supportare l’iPhone, visto che la Apple continua a non filarla.
Però in giro è pieno di soluzioni per attivare il tethering con le SIM di tutti gli operatori. Si tratta di scaricare un piccolo file di configurazione che – in teoria – dovrebbe risolvere tutti i problemi. Se siete fortunati, queste soluzioni funzionano al primo colpo.

Se non siete fortunati, con buona probabilità le avete provate tutte, incluso rivolgere preghiere al Santissimo, inginocchiati verso Salita Ruinà, con il risultato che spesso il vostro iPhone smette di navigare via 3G.

Niente panico. Ripristinate il profilo del telefono (andando su Impostazioni – Generale – Profilo, cancellando il profilo corrente e poi rimettendo l’APN giusto in Impostazioni – Generale – Rete – Rete dati cellulare) e leggete sotto.

Se non vi funziona il tethering può darsi che siate clienti business di Tre e abbiate scelto una delle opzioni Simply Dati Business (sono 3: B.on, B.time e B.unlimited), che vi garantiscono una chiavetta HSDPA con  dentro una SIM che, come molti, avete messo nell’iPhone.
[Personalmente ho la B.on che mi garantisce (esclusivamente, cioè non potete usarla per telefonare) un traffico dati di 5Gb alla settimana, cioè molto di più di quanto potrei immaginare, a un prezzo veramente basso: 14€ al mese.]

La caratteristica delle SIM di queste offerte è che utilizzano, per accedere a Internet, un APN diverso dagli altri terminali Tre. Infatti il loro APN è datacard.tre.it.

Tutte le soluzioni per abilitare il tethering sull’iPhone che si trovano online finora non tengono conto di questa famiglia di SIM e, per Tre, contemplano solo l’APN tre.it, che ovviamente non funziona con le SIM Simply Dati Business, col risultato che se le adottate il vostro iPhone smette di navigare.

Che fare?
L’unica è farsi un file di configurazione personalizzato. E’ facilissimo.

1 – Andate qui http://www.iphone-notes.de/mobileconfig e, invece che selezionare un operatore preconfigurato, fatevene uno personalizzato. In sostanza scegliete “custom carrier” e scrivete datacard.tre.it nel campo APN.  Lasciate tutti gli altri campi vuoti.

2 – Inserite in cima alla pagina uno degli indirizzi e-mail che leggete con l’iPhone (anzi, con il programma di posta dell’iPhone), riempite il noiosissimo captcha, cliccate su “send” e vi verrà spedito il file.

3 – Sull’iPhone aprite il messaggio di posta che vi è testé arrivato, cliccate sull’allegato, dite sì a tutto (fidatevi) e come per magia il tethering funzionerà anche a voi.

Attenzione, a volte il menù del tethering sull’iPhone (che si trova in Impostazioni – Generali – Rete) non funziona a meno che non abbiate fisicamente collegato il telefono al vostro computer tramite USB. Fatelo e vi permetterà di collegarvi anche via Bluetooth, ma la prima connessione è meglio che sia via cavo.

Da lì in poi tutto dovrebbe funzionare bene. Qui, almeno, va tutto (usando un Macbook): infatti questo post è stato pubblicato usando l’iPhone come modem.

Sicuramente emergeranno soluzioni più raffinate (anzi, se ne avete sono benvenute e aggiorniamo il post), ma nel mentre il tethering c’è.

Quelli che ce l’hanno con FriendFeed: un invito alle danze

January 2nd, 2009 § 22 comments § permalink

Mentre in giro per la Rete esplodeva l’ennesimo dibattito - stavolta innescato da un post di Gilioli- sulla natura di Facebook, da queste parti si manifestava, per la prima volta in modo evidente, una fronda anti FriendFeed, social network che uso con sommo gusto quotidianamente.

La cosa mi ha un po’ sorpreso, anche perché a mio giudizio FriendFeed riesce ad esprime e concentrare in un servizio solo molte cose del social Web che considero positive. Provo ad elencarle, poi do un’occhiata a cosa dicono di FriendFeed i suoi detrattori:

- aggregazione: FriendFeed è prima di tutto un aggregatore. Cioè ogni utente decide quali parti del proprio lifestream quotidiano – che normalmente è sparso su più servizi non interoperanti – costituiranno il suo feed. Per dire, io ci metto i post del mio blog e del mio tumblr, le mie twittate, le foto di flickr, i preferiti su Last.fm e altre cavolatine sparse qua e là. Così ho un “fiume” unico alimentato automaticamente dai vari “affluenti” e se uno ha una vita così triste da voler seguire tutto quello che faccio di social in Rete, basta che si abbona al mio FriendFeed e il gioco è fatto.

- conversazione: trovo che la conversazione su FriendFeed funzioni con le stesse dinamiche di Twitter ma senza il caos di quest’ultimo. Se su Twitter volevi rispondere ad un utente, la tua risposta finiva lì nel mucchio, elencata in puro ordine cronologico, con il risultato che i grafomani come il sottoscritto erano in grado di riempire 2 o 3 schermate di twittate in mezz’ora, se presi da una discussione che li interessava.

Il tutto su Twitter generava caos, scazzo e portava (ne parlo al passato perché lo uso pochissimo) al fenomeno per cui la gente ti chiedeva di scrivere di meno perché paradossalmente lo scrivere sul tuo Twitter invadeva i loro spazi.

Il vero problema, tuttavia, era che spesso non ci si capiva: mi è capitato più volte su Twitter di ricevere reply a cose scritte 2 giorni prima e non capire a cosa si riferivano. A volte la cosa avveniva in massa e il caos cresceva a dismisura.

FriendFeed da questo punto di vista offre tutti i vantaggi di Twitter con in più l’enorme feature di disporre le conversazioni per thread, ciascuna in ordine cronologico sotto il post che l’ha scatenata. Mi pare un incontestabile progresso, no?

 

- strumenti per migliorare la conversazione: oltre a favorire la conversazione, FriendFeed ha un paio di strumenti che la migliorano. Il primo è stupidino ma va di moda (è arrivato pure sui Tumblr) ed è il “like”. Se ti piace un intervento, esprimi il tuo apprezzamento premendo un pulsante e hai la possibilità di filtrare i vari interventi, isolando quelli a cui hai aggiunto un commento o un like: cosa utilissima per riprendere conversazioni lasciate a metà o passate (su Twitter, invece, o eri “qui e ora” o ti perdevi).

Ci sono, poi, strumenti di “moderazione”. Non amo particolarmente la categoria, ma sono molto light e rispettosi. Il più utile credo sia il tasto “hide”: se una conversazione non ti interessa, la nascondi. Ma questo non ti impedisce di parteciparvi (è paradossale, lo so) e soprattutto non impedisce agli altri di continuarla. Ed è un’opzione che si cambia con un singolo click.

Sorvolo sull’opportunità di rendere privato (decidendo chi lo legge e chi no) il proprio feed di contenuti, perché è un’opzione identica a quella di Twitter e non mi ha mai entusiasmato, perché non ne comprendo l’utilità (perché rendere privata una propria attività su un social network? non è un controsenso? o forse viene usato come misura anti stalker?).
In compenso si possono creare “stanze” tematiche in cui discutere liberamente, al riparo da occhi indiscreti (si vocifera, per esempio, di una stanza women-only in cui gli ormoni volano liberi come pterodattili su di giri).

C’è, in ultimo, lo strumento “block”, che permette di bloccare un utente. Il che non significa privare qualcuno del diritto di esprimersi, ma semplicemente decidere di non visualizzare più gli interventi di un utente sgradito, molestatore, deviante, spammer, ecc. L’utente sparisce dalla tua vista ma continua liberamente ad esprimersi: di fatto non gli togli nulla.

- allargamento della sfera degli amici: la feature che mi piace di più di FriendFeed è quella per cui – con dinamiche che non comprendo – il sistema ti mette a disposizione  anche gli interventi degli “amici degli amici”, così non leggi solo la tua combriccola di amichetti, ma vai oltre il solito giro di conoscenze.

Mi sembra una scelta vincente, oltre che buona e giusta. Prima di FriendFeed avevo un’area “blog che leggo” nel mio lettore di feed RSS. Li leggevo e morta lì: raramente aggiungevo nuovi nomi, perché ero costretto nella cerchia delle mie conoscenze.

Ora che ho FriendFeed, grazie allo strumento “amici di amici”, ho praticamente eliminato la cartella “blog che leggo” dal lettore di feed RSS (restano solo quelli che ancora non si sono convertiti) e leggo tutti su FriendFeed, con la differenza che leggo pure i loro amici (quelli non interessanti li nascondo) e ho scoperto un sacco di persone interessanti, che ora leggo quotidianamente.

 

LE CRITICHE

Ho letto, nei commenti ai post precedenti, varie critiche a FriendFeed. Provo a riassumerle per sommi capi:

- è elitario: la principale tesi a sostegno di questa accusa è il fatto che FriendFeed è un servizio aperto solo a chi si registra. Quindi è sì uno spazio ordinato, ma perché si perde un po’ lo spirito selvaggio del blog, che è un porto di mare.

In parte concordo: sul blog può capitare lo sconosciuto – magari “illetterato” di social Web – che lascia un commento. Dopo quasi un lustro di esperienza bloggante, tuttavia, mi sono accorto che quegli illustri sconosciuti prendono la forma di 2 o 3 commenti al mese a post vecchi di 2 anni, scritti in stampatello da individui che immagino dotati di tentacoli (ecco perché così tanti refusi), che solitamente si lamentano perché “HAI SCRITTO CHE TZN FRR E GAY MENTRE NN E VERO: LUI MI AMA”. E tra l’altro usare FriendFeed non gli impedisce di continuare ad imbrattare di commenti demenziali e oscenamente sgrammaticati il mio blog, quindi dov’è il problema?

Riguardo alla registrazione, mi chiedo perché non ci si lamenti del fatto che sul 99% degli altri servizi online sia necessaria. Perché nessuno l’ha mai scritto di Twitter?

- è cazzone: non riesco a trovare una sintesi migliore, ma è quanto dice – peraltro in modo condivisibile – Mitì.
Il fatto è che in effetti chi si approccia a FriendFeed può trovare commentini di una riga, battutine che pochi capiscono, una diffusa aria di “qui tra noi blogger” e la conseguente implicita e involontaria chiusura a chi viene da fuori.

Riconosco, a tratti, questo difetto. Però mi sembra sia una fase comune e inevitabile dei social network: i prime movers che li colonizzano tendono a farsi comunità stretta e – come tale – tendenzialmente autoriferita.

Però è, appunto, una fase e mi pare di averla già affrontata in ambiti diversi, per esempio quando secoli fa aprii un blog su Splinder, poi quando mi affacciai su Twitter. C’è sempre una sorta di iniziale “disagio da social network nuovo”, perché chi è lì da prima ha più dimestichezza, ha più amici e oggettivamente si diverte di più. 

Alla fine è un fenomeno che, per quanto ne so, prima o poi finisce.
Su Twitter – e prima ancora nella blogosfera – è finito nel momento in cui ai pionieri del sistema si sono affiancati sempre più utenti.
Giocoforza finiremo per usarlo meglio, perché le platee si allargheranno, arriveranno sempre più utenti e non sarà tanto facile sussurrarci battutine che capiamo in tre in un luogo così pubblico. Se proprio vogliamo flirtare, apriamo una stanza apposita e la usiamo come pied-à-terre.

E poi, se il problema di uno strumento “buono” non è lo strumento stesso ma l’uso che se ne fa, forse ha senso iniziare ad usarlo bene, dando il buon esempio. Conoscendo FriendFeed, i buoni contenuti attirano buoni commenti, buoni utenti, ecc.

QUINDI?

Quindi il consiglio per tutti è di provare FriendFeed, perché mi pare funzioni davvero bene. E più siamo più la conversazione migliora come qualità, più le reti, i giri, le “cricche” si allargano. Da quando uso FriendFeed leggo abitualmente una ventina di blog in più, tutti meritevoli e tutti colpevolmente ignorati/trascurati in precedenza. Mi sembra un buon risultato.

E se inizialmente vi trovate male, pazientate, partecipate alle conversazioni altrui, fate un po’ di amici (non è stupido aggiungere come friends su FriendFeed i blog che si seguono di più, quelli sul blogroll, ecc.) e in tempo breve potreste trovarvi più a vostro agio. E’ un po’ come andare a ballare: ci si mette un po’ ad entrare nel mood della serata, ma poi appena si ingrana si fa l’alba. E in alcuni casi gli afterhour.

Gente tranquilla, che commentava

December 28th, 2008 § 22 comments § permalink

Credo che chiunque bazzichi un po’ la blogosfera avrà notato che negli ultimi tempi il numero di commenti sui blog è generalmente calato (sto facendo una statistica a spanne, ok? Non arrivate in massa a dirmi “no, sul mio sono aumentati”, please). Anche da queste parti, dove già scarseggiano i post, i commenti sono pochini.

Eppure non è che la gente ha finito le cose da dire e non credo sia svanita la voglia di conversare. Il fatto è che un bel pezzo di chiacchiera intorno ai post si è trasferito su FriendFeed, attualmente il servizio più adatto alla conversazione, alla condivisione e  - da qualche tempo – mio personale compagno di viaggio durante tutta la giornata.

Ho già fatto un post su FriendFeed e vi evito la paternale su quanto sia bello. Credo basti sapere che è una sorta di luogo molto ben organizzato e chiaro in cui vanno a finire tutte le cose che uno produce, dai post di blog, tumblr, ecc. alle twittate, fino alle foto caricate o anche solo favorite su Flickr. E la gente commenta, in modo ordinato, funzionante, grazie al sistema che non permette molta “devianza” e consente agli utenti di bloccare gli utenti cialtroni, molesti, ecc. o bloccare/nascondere i contenuti considerati sgraditi.

Insomma, se ancora non lo avete fatto, registratevi a FriendFeed e partecipate alla chiacchiera (qui il link al FriendFeed mio e dei miei “amici”). Potete farlo anche se non avete un blog o un Tumblr, anzi è un bel modo per conversare ed essere non anonimi.

Alla fine i commenti sono tutti finiti su FriendFeed. Va sempre così: pubblichi un post, aspetti un po’ e scopri che nel giro di 10 minuti su FriendFeed una decina di persone lo ha commentato, mentre sul tuo blog ci sono le ragnatele nell’area commenti.

E visto che la chiacchiera è laggiù e mi spiace un po’ che si perda, ho pensato di integrare i commenti di FriendFeed sul blog. Quindi se per caso leggete un post, subito sotto ai commenti fatti direttamente sul blog troverete i commenti fatti su FriendFeed e pure un boxino per commentare su FriendFeed.

E’ una cosa che consiglio a tutti quanti, perché così si fanno collidere due universi che a modo loro sono vicini. Tra l’altro non ci va una laurea in wordpressologia: basta scaricare e installare questo plugin e inserire una stringa di testo nel file del “single post” del vostro tema di WordPress. Se ci sono riuscito io, ci può riuscire chiunque.

Mi raccomando, iscrivetevi a FriendFeed.

 

Aggiuntina: se per caso leggete il blog via iPhone vi perdete, almeno per ora, i commenti di FriendFeed, a meno che non leggiate il blog con il tema standard e non quello ottimizzato.

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