Et dona ferentes

March 22nd, 2010 § 2 comments § permalink

In questi giorni è scoppiata una polemica sfinente su un evento (gli Stati Generali della Città di Catania), organizzato dal Comune di Catania, in cui sono stati ospitati – con vitto, alloggio e trasporti spesati – un tot di blogger o giù di lì.

L’oggetto del contendere era la possibilità, ventilata dall’autore del thread linkato qui sopra, che l’evento sia in realtà finanziato surrettiziamente da Telecom Italia e che il tutto sia una cortina di fumo, in cui le spese per il marketing e le PR dell’evento siano enormemente superiori ai soldi investiti per finanziare progetti innovativi.

Il tema può essere interessante, eh, ma personalmente chi se ne frega: mi sembra inevitabile che iniziative di questo genere siano più PR che sostanza e magari il main sponsor reale giochi a nascondino. Siamo sempre su quel brutto confine alla berlinese in cui da un lato c’è il marketing e dall’altro c’è la marchetta più o meno ben mascherata e non sai mai bene dove stai camminando. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine.

In compenso mi pare che sia molto più interessante capire in che modo il Comune di Catania, che aveva accumulato uno dei più grandi debiti al mondo, con una situazione finanziaria disastrosa e una gestione politica berlusconiana che in passato ha fatto solo danni e prodotto 47 avvisi di garanzia, si possa permettere di pagare vitto, alloggio e trasporti ai blogger e non si possa permettere di pagare i servizi basilari ai cittadini.

Gaspar ha notato che c’è uno sponsor piuttosto munifico che rende possibile l’esistenza della manifestazione. Pare sia un’agenzia di casting di Roma, che non ha nemmeno un link sul sito della manifestazione e tra l’altro ha un sito incompleto fermo al 2007. Sì, infatti, chi glielo fa fare? Sarebbe bello saperlo, anche perché più che munifico, direi che lo sponsor è tendente all’autolesionistico, viste le cifre in ballo e la visibilità di ritorno, pari a poco più di zero.
Ma forse sono io che penso male e nel paese governato dal partito dell’Amore c’è finalmente qualcuno che dà via i soldi così, svulazzando garrulo, senza chiedersi il perché. Finisco sempre per fare la parte della brutta persona: ho il nuovo miracolo italiano sotto gli occhi e invece che commuovermi mi insospettisco.

Boh, fossi stato un blogger (…), sicuramente avrei passato qualche minuto a cogliere l’involontario umorismo del programma della manifestazione, con convegni dai titoli-perla tipo “Catania città pulita”  (davvero?) o “Catania città efficiente” (sicuri?).
Poi, prima di farmi regalare un viaggio da un Comune di quel genere e in quella situazione politica, amministrativa e finanziaria, ci avrei pensato su due volte. Anzi, avrei detto subito di no, con tutto il fiato che mi resta, dopo le risate.

Notarelle digitali d’uno dei mille

November 17th, 2009 § 1 comment § permalink

Non contento di aver riattivato il blog, ho fatto ripartire pure il Tumblr. E anche in questo caso l’indirizzo è stato cambiato.

Il nuovo Tumblr si trova qui: enrico-sola.tumblr.com

E già che c’ero ho capito (credo) come si usa un Tumblr (perché quello vecchio era più che altro una piattaforma di cazzeggio, sperimentazioni e deliri).

Anzi, per non farmi mancare nulla mi sono pure lanciato e ho messo su un template del genere urban-modern-fighetto-cool di cui sicuramente tra qualche settimana mi vergognerò, non appena il mio filosovietismo estetico avrà la meglio sulle mie buone ragioni e mi prenderà allo stomaco nel dormiveglia, come un senso di colpa non sopito.

Prometto di resistere, eh. Se è caduto il muro di Berlino, può anche cadere la mia predilezione per le periferie desolate d’Oltrecortina e la grafica digitale da esse derivata.

Ah, la foto che illustra il post è di Amir K.

Sarò breve (no, davvero)

November 12th, 2009 § 10 comments § permalink

Credo sia merito (o colpa) di Follini l’abuso del termine “discontinuità”. Sarà perché sono anni bui e da una parola in su tutti vogliamo rompere la continuità temporale e cambiare, cambiare, cambiare.

A fare i perfidi si potrebbe dire che qui è cambiato l’indirizzo del blog, è cambiato il template (ora ce n’è uno che non ricorda automaticamente l’edilizia popolare cecoslovacca degli anni Settanta), ma la musica è sempre quella.
Cioè, per quanto ci si sforzi a cambiare il blog, il tizio che ci scrive sopra è sempre quella testa di cavolo lì. Insomma, la discontinuità non si vede.

Sì, mi sono posto il problema. E ho prodotto una soluzione o quantomeno un innocente e speranzoso tentativo.

Bisogna cambiare qualcosa di rilevante? Detto, fatto. Ecco cosa succede. Farò post brevi.

No, non svenite.

Farò *anche* post brevi.

Anzi, farò versioni brevi (spesso brevissime) dei post lunghi che scriverò.

Se avete tempo e voglia, vi sorbite le versioni chilometriche. Se siete di fretta o il tema non vi emoziona più di tanto, vi buttate sulla versione compatta.

Anzi, se siete abbonati a Selezione del Readers’ Digest e proprio patite i post lunghi e volete leggere solo le versioni condensate, potete direttamente abbonarvi al feed RSS dei post brevi. Oppure, se non usate gli RSS, potete leggere i post sotto la categoria “bignami” e vi evitate le verbosità. Piace?

Ciao sono io

November 12th, 2009 § 68 comments § permalink

Sì, dai, quello là col nome giapponese strano che aveva un blog che riempiva di post lunghi.

Ecco, ora sono cambiate un po’ di cose. Non tante, eh. Cioè, scordatevi che mi metta a sfornare post brevi, per dirla tutta. Però sono cambiate due o tre cose, in primis l’indirizzo che avete digitato o cliccato per arrivare qui. Per spiegare il resto serve un passo indietro.

Credo che non sia un mistero il fatto che negli ultimi due anni i blog abbiano perso un po’ di slancio. Il fatto è che ci siamo buttati tutti sui socialcosi – prima su Twitter, poi anche su FriendFeed e su Facebook – e ci siamo un po’ dimenticati di quel posto là dove scrivevamo in modo approfondito e diffuso quello che ci girava per la testa senza l’assillo di dire qui e ora cosa pensi, vedi o fai.

Non è che siamo tutti rincretiniti di colpo. E’ che i socialcosi sono divertenti, raccontano e catturano benissimo il momento e la Conversazione, quella con la maiuscola, si è spostata là.

Confesso che non ho esitato a tuffarmi in quel mare di parole istantanee online, sguazzando felicemente tra la chiacchiera da bar sport o la gara tra ex liceali all’one-liner più witty. E sicuramente ricorderete come pietre miliari della vostra esistenza gli aggiornamenti sulla mia presenza alla sagra del lampredotto sbucciato di Lamporecchio (nota: prima che vi precipitiate nell’amena località del pistoiese, affamati di interiora, specifico che la sagra è inventata ed è lì per pura assonanza; a Lamporecchio fanno i brigidini, che personalmente detesto causa antipatia per l’anice).

Poi, però, a furia di fare castelli in Arial mi sono un po’ annoiato e un giorno ho chiuso l’account di FriendFeed. E i motivi sono sostanzialmente due.
Il primo è che i socialcosi portano via tempo e in un’epoca pervasività del Web ti mangiano i minuti e le ore sempre e ovunque. E se ti accorgi che hai consumato un’ora della tua vita a discutere online di olio delle scatolette di tonno o della volumetria della frangetta di un’attrice di cui ignoravi l’esistenza, forse è meglio darci un taglio, ché perdere tempo mi va benissimo, ma con un minimo di controllo qualità sul come.

Il secondo è che, nella penuria di caratteri consentiti dai socialcosi, mi sono trovato più volte a discutere di cose interessantissime, talvolta importanti, con un po’ di gente. E tutte le volte che la discussione si faceva interessante e meritava un approfondimento, ci dicevamo “magari non qui: ne riparliamo meglio altrove”. E rigorosamente finivamo per non approfondire.

Alla fine mi è venuta voglia di quella profondità lì. Senza farla troppo spessa, eh. Però mi piace pensare che qui ci sia un pezzo di quell’altrove dove è possibile “riparlarne”.

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