Si può fare senza

May 7th, 2013 § 7 comments § permalink

Mi sono preso una pausa di un mese dai social network. Per 30 giorni, anzi in verità per qualche giorno in più, ho vissuto più o meno come se Facebook e Twitter non esistessero, lasciando i profili a prendere polvere, inesorabilmente aggiornati per l’ultima volta il 30 marzo.

 

Le ragioni di un’azione di questo genere sono, nel mio caso, semplici e non drammatiche: ogni tanto fa bene fare una piccola dieta detox dalla Grande Conversazione, soprattutto se la chiacchiera condivisa riguarda in modo quasi esclusivo temi logoranti come la politica. Forse è un limite mio, ma le campagne elettorali finiscono sempre per consumarmi, figuriamoci quelle a cui fa seguito il più grande momento di crisi della storia della sinistra italiana, vissuto collettivamente e in tempo reale, come Twitter comanda.

E poi volevo vedere che effetto fa – su di me, sugli altri – il digiuno improvviso dopo anni di lauti pasti social quotidiani.

 

La verità è che non succede niente di rilevante: registro con un po’ di dispiacere il fatto che la quotidianità non risente in modo rilevante dell’assenza dei social media.
Forse ti senti un po’ meno informato di prima, ma alla fine ti accorgi che non lo sei, o lo sei su cose non molto importanti, come la cronaca politica spicciola.

In compenso hai un po’ più di tempo, ma non così tanto quanto preventivavi. La verità è che hai più attenzione e continuità nel compiere molte azioni (banalmente: lavorare) e finisci per fare più in fretta. Quindi sì, hai più tempo libero, ma di sponda.

 

Finisce che ti trovi nella condizione degli ex fumatori freschi di rinuncia al vizio: non è un problema dire di no alla sigaretta, ma è molto più dura gestire i tempi morti, quelli che prima passavi con l’iPhone in mano.

La buona notizia, nonostante non siano cambiate molte cose, è che dopo un mese di pausa mi sono accorto che la pratica dei social network era diventata un’abitudine più che una volontà praticata scientemente. Fare un’astinenza lunga aiuta a osservare il tutto in prospettiva.

 

In compenso intorno a te succedono cose strane. Da qualche parte dobbiamo aver condiviso il pensiero per cui se uno si assenta dall’aggiornare i propri profili sui social network per più di un certo numero di giorni, sicuramente ha dei problemi, sta male, ha casini familiari, è ammalato, impazzito, morto. Oppure è andato in vacanza senza avvertire nessuno, ma l’ipotesi non è contemplata.

Quindi la gente, con ammirevole affabilità, ti scrive e ti chiede che succede. Nel mio caso il primo “tutto ok?” è arrivato dopo 48 ore e gli altri a seguire (un paio sono perle da antologia). Ci tengo a dire che ho risposto a tutti e ringrazio tutti.

 

Cosa succede, adesso? Succede, nel mio caso, che ti ridoti di una vita su social network, ma con un po’ più di consapevolezza (diceva il vate – “la vita non è qui”), un approccio meno meccanico e scontato e un po’ più di tentata leggerezza calviniana nelle parole.

 

Resta da fare il conto di cosa ci si perde in un mese da sordomuto sui social. L’elenco dei post e dei twit mai nati è lì, sotto forma di elenco puntato mentale lunghissimo, su cui spicca qualche pezzo in bold.

C’è qualcosa che ti sarebbe tanto piaciuto scrivere ma che aveva senso a caldo, come quella riflessione su Enzo Jannacci e il fatto che il suo esegeta più credibile e sentito sia suo figlio. Mi sarebbe piaciuto dire che avere un figlio che diventa il migliore interprete del tuo pensiero, del tuo stile e della tua arte è qualcosa che dà senso a una vita e forse ti fa morire felice, soddisfatto. Mi sembra un buon lavoro, degno di una persona speciale, ecco.

Ci sono fiumi e fiumi di parole che è meglio che siano rimasti sotterranei: incassare una “vittoria” da Cassandra, vedendo confermate dal disastro del PD bersaniano le riflessioni politiche che da mesi gridavi ai quattro venti non è una consolazione. Avrei preferito aver torto.
Il silenzio imposto mi ha preservato dalla tentazione antipatica di bullarmi del mio “ve l’avevamo detto!” sulle macerie della sinistra italiana conseguenti alla Caporetto di Bersani e soci.
E no, aver fatto di tutto affinché questo non avvenisse non mi consola dalla tristezza che quello che è capitato in questi giorni sia avvenuto.

Ci sono prese di posizione più o meno vanitose, come se il profilo di quello che siamo fosse definito dal confine formato dalle parole condivise col prossimo. Quindi affrettarsi a dire che si è contro (ma tanto) questo governo PD-PDL, fare una battuta possibilmente non scontata sulla morte di Andreotti, indignarsi un po’ per le bruttezze quotidiane da cui sembra obbligatorio prendere le distanze.

E poi ci sono le cose piacevoli, divertenti, che avresti voluto condividere, raccontare, spiegare. Elio che fa un nuovo album con un singolo fighissimo che crocifigge una delle cose che più detesti al mondo. Oppure i Daft Punk che tornano con un album disco (sorprendendo giusto la gente che non sa chi era il babbo di Thomas Bangalter). E Pharoah Sanders dal vivo al Blue Note.

Non ci siamo persi niente di che, alla fine.

In compenso ora so che è vera la massima per cui un periodico e ragionevole digiuno non fa venire più fame: aiuta a controllarla.

Scritte, rottami, teppismi e Negri con la maiuscola – il negazionismo NOTAV e la città violata

January 30th, 2012 § 66 comments § permalink

Sabato un corteo Notav per le strade di Torino ha richiamato in città qualche migliaio di manifestanti. Non erano in tanti, contando che la manifestazione era preparata e annunciata dal lungo tempo, ma il corteo è riuscito a fare numerosi danni in città.

La manifestazione, infatti, ha lasciato una grande quantità di scritte sui muri (alcune creative, altre orribili e preoccupanti) e macchie di vernice contro edifici “antipatici” al movimento. I cittadini si sono, giustamente, incazzati, un po’ perché la pulizia è a carico della città, un po’ perché le scritte e i deturpamenti hanno colpito alcuni aspetti simbolici della città.

 

I FATTI

Ci sono due cose in particolare che hanno fatto sensazione:

- l’imbrattamento dell’immagine di Norberto Bobbio su un poster della ex libreria de La Stampa di via Roma

- la minaccia al giudice Giancarlo Caselli. “Caselli, TAV-visiamo” su un muro lungo il percorso del corteo.

 

LA POLEMICA

Tralasciamo per ora le minacce a Caselli, limitandoci a notare che vive sotto scorta ed è una delle figure di primo piano nella lotta prima al terrorismo e poi alla mafia. Ed è uno che fa il suo dovere con equilibrio, al punto di ritenere necessario commentare gli arresti di alcuni leader violenti dei Notav con parole rassicuranti e di grande civiltà, a tutela della parte sana e pacifica del movimento.

Ieri su Twitter è scoppiata – anche e soprattutto per causa mia – una notevole polemica sullo sfregio all’immagine di Bobbio.

La polemica ha avuto uno strascico piuttosto lungo, che dura anche questa mattina. L’indignazione per lo sfregio all’immagine di Norberto Bobbio è stata accolta male dai militanti Notav su Twitter, in particolare quelli che fanno riferimento alla sinistra radicale, ai centri sociali e più in generale all’antagonismo.

I motivi della loro critica sono sostanzialmente due (li riassumo tenendo conto che ne sono arrivati a pioggia, ciascuno con le sue sfumature), spesso concomitanti:

- la TAV è un’opera che a nostro giudizio farà molti danni e siamo molto incazzati, non andiamo molto per il sottile: tenetevi il centro imbrattato, non è poi la fine del mondo; (con corollario di notav romani che dicono di trovarsi benissimo in una città deturpata dalle scritte sui muri ed evidentemente vogliono estendere il piacere anche a Torino). Insomma, la famosa massima brechtiana per cui i portatori di gentilezza non poterono essere gentili. Bah.

- l’immagine del deturpamento della fotografia di Bobbio è un falso.

 

 

IL “FALSO”

Rispondo all’accusa di falso, perché sono stato tra i primi a proporre online l’immagine del povero Bobbio (che, per i non informati, è questo signore qui) violato dalla vernice lanciata dai Notav contro la ex libreria della Stampa (che loro credevano essere sede della Stampa, mentre è un edificio chiuso in cui presto sarà aperto il secondo Apple Store di Torino: non pretendiamo che il movimento sia informato, no?).

La polemica nasce da questa fotografia, che è un close-up che ritrae Bobbio “verniciato” accanto alla parola “servo”. L’ho presa da questo status qui, di un amico. Il quale l’ha presa da un suo contatto. E’ uscita nel pomeriggio, dopo le 16.

Va da sè che mi è scattata l’indignazione: violare l’immagine di Bobbio, che è da sempre un teorico della nonviolenza e una delle figure alte di riferimento della democrazia italiana, senza colori di sorta (pun intended), mi è sembrata e mi sembra tuttora una cosa raccapricciante. E soprattutto una cosa stupida da parte di un movimento che si dichiara pacifico e gioca a fare la vittima e in ogni sua manifestazione riesce a produrre e attirare solo violenza (anche con eccessi polizieschi nella risposta, talvolta, perché la violenza chiama violenza in un’escalation senza fine).

Qualche ora più tardi un altro amico, che fa il fotoreporter, condivide una fotografia più allargata dello scempio a Bobbio.


La fotografia rivela una buona notizia e una cattiva.
Quella buona è che lo scempio a Bobbio è meno infame: hanno sfregiato la sua fotografia, ma almeno non gli hanno dato del “servo”.
Quella cattiva è che l’appellativo “servo” è riferito a Massimo Numa, giornalista de La Stampa oggetto di una polemica dai contorni poco limpidi (è accusato dal movimento di aver postato commenti falsi a detrimento della causa Notav) su cui il giornale non ha fatto chiarezza (e visti gli elementi a carico si capisce anche perché).

 

 

#BOBBIO vs #FAKEBOBBIO

Visto lo sfregio all’immagine di Norberto Bobbio, ho cercato – insieme ad alcune persone in Rete – di diffondere il più possibile l’immagine dello scempio e di far riflettere i miei contatti online sulla natura del movimento Notav, ormai ostaggio dell’ala violenta e antagonista, estranea alla Valle Susa (lo dimostrano gli arresti dei violenti della settimana scorsa: solo 3 hanno riguardato valsusini).

A un certo punto è emersa su Twitter l’idea di portare tra i Trending Topic l’hashtag #Bobbio per rimediare, in sedicesimo, al danno e riabilitare l’immagine di un uomo che non si merita la vernice in faccia e la violenza teppista. L’operazione è riuscita e l’indignazione registrata in Rete è stata tantissima, per quanto – temo – effimera.

Il problema di Torino deturpata di fatto e deturpata nei suoi simboli ha costretto il (formalmente) leader dei Notav a una imbarazzata retromarcia con un delirante finale in cui vaneggia di “infiltrati” e non si prende alcuna responsabilità politica. E soprattutto non chiede scusa e non annuncia una sana operazione di pulizia a cura del movimento, che – lo capisce anche l’ultimo degli allievi a un corso di PR – sarebbe un’operazione d’immagine utilissima alla causa.

Trovatosi in difficoltà e messo in crisi da 4 gatti online, il movimento non ha potuto fare altro che aggrapparsi all’unico elemento possibile: la scritta “servo”.
E’ vero, quando è uscita l’immagine “ristretta” l’indignazione (mia e di tanti) era tripla, perché il povero Bobbio oltre che deturpato era pure insultato. Quando poi si è scoperto che gli insulti erano rivolti “solo” a Massimo Numa (uno a cui online dedicano inquietanti testi anonimi intitolati “Massimo Numa è ancora vivo“), l’accusa si è ridimensionata. Bobbio è stato solo deturpato, non insultato.

L’accusa dei Notav a me e a chi ha contribuito alla causa #Bobbio è di aver fatto montare ad arte la polemica sulla prima immagine. Peccato che sia stato io a diffondere via Twitter l’immagine più allargata, grazie al mio amico fotoreporter. E abbia ovviamente corretto all’istante il tiro alle accuse, peraltro ripetendo la cosa più volte (per esempio qui e qui, ma potrei andare avanti per due righe di “qui”) e basando le accuse – ovvie e indiscutibili – solo sullo scempio all’immagine del filosofo torinese.
COME FUNZIONA IL NEGAZIONISMO

[Edit: visto che qualcuno si lamenta, quella che segue non è una reductio ad Hitlerum ma una nota di metodo che non segue il sentiero di paragoni azzardati, ché qui si è per i toni poco accesi]

Non so se vi è mai capitato di parlare con un negazionista o leggere i suoi scritti. Di solito sono persone preparatissime nel dettaglio. E seguono un copione che tanti anni fa fu intelligentemente tracciato da Furio Colombo in un articolo che, purtroppo, non trovo più ma è da recuperare (anzi, se qualcuno ce l’ha sotto mano e me lo manda mi fa un grande piacere).

Scriveva Colombo che chi nega l’Olocausto segue una prassi precisa per raggiungere il suo obiettivo: corregge le minuzie e si basa su piccoli errori per dimostrare (o dare la sensazione) per sineddoche che tutto il resto sia sbagliato.
Se rievochi le malefatte di un gerarca nazista nel campo tal dei tali, il negazionista ti farà notare che il nome è scritto sbagliato o che il suddetto gerarca non aveva gli occhi azzurri ma verdi. E quindi è tutto sbagliato, tutto falso, eccetera.
E cercherà di far pesare i dettagli (su cui magari ha pure ragione) rispetto alla mostruosa evidenza di fatti più grandi.

Sta succedendo lo stesso con lo scempio a Bobbio. La sua immagine è stata violata e questo è un fatto indiscutibile e chiara a chiunque abbia il dono della vista.
Non gli è stato dato del “servo” e, appena la cosa è stata chiara (meno di un’ora dopo), ho diffuso l’immagine e corretto il tiro, eliminando le accuse di insulti e mantenendo quelle evidenti di scempio. E mantenendo l’indignazione, come tanti.

Il tentativo di ribaltare la verità basandosi su un dettaglio (che non cambia di molto i fatti: è giusto un’aggravante in meno) e tralasciando che sono stato colui che l’ha diffuso non è molto onorevole, ma visti i soggetti coinvolti (rottami anni Settanta rovinati dai sofismi filo-violenza di Toni Negri) non c’è da meravigliarsi.

Tra l’altro la scusa “non volevamo dare del servo a Bobbio, volevamo solo imbrattare la sede di un giornale per insultare un giornalista”, non so voi, ma a me suona male da qualsiasi lato la si prenda.

 

CAMMINA COME UNA LUCERTOLA, SI NUTRE COME UNA LUCERTOLA, DORME COME UNA LUCERTOLA…

Uno ci prova anche a essere comprensivo, a pensare bene, a illudersi che no, l’attacco all’immagine di Bobbio non è stato intenzionale e il movimento non è né stupido né violento e si è trattato di un compagno del plotone “uova di vernice” con la mira particolarmente grama.
Fosse stato un episodio isolato in un corteo pacifico, pulito e rispettoso della città, sarebbe stato un peccato non provare a essere ottimisti.
Ma la realtà non è così. Il movimento non solo è capace di violenze di piazza, ma deturpa la città e ha nelle sue corde toni, parole e slogan preoccupanti, in certi casi infami e che rievocano memorie oscure.

E il corteo ha lasciato dietro sè uno scempio totale del centro di Torino, con via Po imbrattata di scritte su ogni colonna.

E poi scritte brutte, pericolose. Come quella minaccia contro Giancarlo Caselli, gravissima. Non un errore del movimento: un orrore.
E mi meraviglia che gli epigoni di Toni Negri non siano ancora partiti con le scuse: ce l’avevano con Caterina, quella bugiarda.

 

QUINDI

Dati alla mano, gli scempi restano, la polemica negazionista crolla in modo inequivocabile. E i violenti Notav fanno l’ennesima brutta figura.

E fanno l’ennesimo errore strategico, inimicandosi i torinesi (gli unici a cui possono sperare di estendere l’ottica NIMBY della valle per recuperare un po’ di consenso, visto che sono in crisi di popolarità da tempo).

Come avrete notato, tutto quello che ho detto è indipendente dal giudizio di ciascuno sulla TAV. Indipendentemente da come la penso su quell’opera, sono indignato come torinese se vedo la mia città (che negli anni è diventata sempre più bella e pulita) sporcata da una manifestazione.
Mi sarei incazzato, da iscritto all’ANPI, perfino se la manifestazione del 25 aprile avesse deturpato la città e i suoi simboli (cosa impossibile, va da sè).

E non c’è fine, non c’è emergenza che giustifichi i mezzi. E non c’è infamia (presunta) di un giornalista che giustifichi inondare di vernice i muri della mia – della nostra – città.
E non c’è emergenza che giustifichi il teppismo, soprattutto se colpisce soggetti terzi.

Qualcuno, dopo questi episodi, dice “vietiamo le manifestazioni”. No, non vietiamole: la stupidità di pochi non deve ledere un diritto di molti. E i Notav hanno tutto il diritto di poter manifestare in pace e senza violenze in divisa. Ma in cambio DEVONO rispettare le leggi. Tutte.
Ci riusciranno solo quando l’ala pacifica del movimento isolerà quella violenta, che attualmente comanda e detta la linea (militaresca) del movimento.
Spacciarsi per ecologisti a colpi di teppismo e mancato rispetto per il prossimo non è una buona strategia. Speriamo facciano chiarezza. E speriamo corrano a ripulire Torino, dopo che l’hanno ridotta male.

Sabato i Notav hanno voluto portare i rottami del cantiere in Valle Susa di fronte al Consiglio Regionale. Si preoccupino dei rottami ideologici che si portano dietro dagli anni Settanta, perché fanno solo danni. Anche alla loro causa.

 

Lievi dimenticanze

June 30th, 2011 § 6 comments § permalink

Come molti sto provando Google+ cioè il nuovo social network di Google dopo il flop di Google Buzz.

Vi risparmio le mie impressioni per esteso e dico solo che è una specie di Facebook senza compagni delle elementari e relativo rumore di fondo (Farmville, gattini, citazioni sgrammaticate di Vasco Rossi, ecc.) e una specie di FriendFeed senza, per ora, tagliagole, attention-whores, flame, ecc e soprattutto con semplici ed efficacissimi strumenti (i circoli) per tagliare via le brutte persone senza dover tagliare via tutto.

L’unica mia perplessità grande è che – se non ho visto male – a Google+ manca giusto una feature: la ricerca.
Esiste, a dire il vero, un box di ricerca, ma serve a trovare nomi/nickname di persone dentro e fuori dai propri circoli. Ma se voglio cercare tra tutti i contenuti a me accessibili (e sottolineo “a me accessibili”, perché il focus di Google+ è sulla compartimentazione della condivisione in circoli precisi e definiti utente per utente) quelli che contengono una parola specifica, non posso.

Fosse stato il social network di chiunque altro al mondo, avrei capito e giustificato la mancanza: impostare una ricerca full-text in una bolgia di contenuti incasinati dai permessi dei circoli di ogni utente non è un’impresa alla portata di tutti. Però, cavoli, siamo in casa di Google e mi sembra una mancanza grave.

Il tutto potrebbe non essere un problema se, come molti ipotizzano (non so con quanta ragione), Google+ farà la fine di Buzz e ce lo dimenticheremo in fretta e furia. Nel mentre, passato lo slancio di provare un socialgiocattolo nuovo, attendiamo e vediamo cosa sarà di noi.

Non avere fretta di contare per contare davvero: la rilevanza elettorale della Rete e l’inspiegabilità del suo successo

June 14th, 2011 § 7 comments § permalink

Il tema è caldo da qualche settimana, a occhio dal primo turno delle ultime elezioni amministrative: la Rete sposta voti? Ce lo stiamo chiedendo tutti.

La domanda è stupida e suona ancora più stupida se posta, come sta accadendo in questi giorni, dai giornali tradizionali. Cioè da quelli per cui la Rete è stata, fino a ieri, poco più che un grande “Mondo cane” pieno di morbosità da mostrare al prossimo tra lo scandalizzato e il complice.

Trattandosi di una questione stupida (è ovvio che la Rete sposta voti: il problema non è il “se”, ma il “quanto”), non posso perdermela. Ecco cosa ne penso.

Penso che ci stiamo facendo la domanda sbagliata.
Chiedersi se Internet sposta voti è, a mio giudizio, una domanda mal posta e precipitosa.
E’, innanzitutto, una domanda che tradisce una concezione “vecchia” della politica, quella in cui – in uno scenario di sostanziale immobilità – i giochi politici si facevano su margini differenziali strettissimi. Il voto in Italia è sempre stato, per definizione, identitario e ben poco mobile (basta dare un’occhiata alle serie storiche degli schieramenti per rendersene conto) e il successo politico dipendeva più dalle alleanze tattiche tra partiti e cespugli che dalla reale proposta politica ai cittadini.

L’ipotesi “dalemiana” [edit: visto che me lo chiedete in molti, spiego il "dalemiana": è tipico della visione politica di D'Alema e dei suoi sgherri indulgere in tatticismi e in una concezione della politica come sottrazione - attraverso il posizionamento - di elettori agli avversari/alleati, più che la conquista di voti con una precisa proposta politica, che magari porti al voto gente nuova che prima non votava] la Rete sposti voti mi sembra perdente e trascurabile rispetto al suo potenziale, cioè *creare voti*, offrendo al cittadino apatico, lontano, distaccato dalla politica tutto ciò che forma una coscienza civile e pratiche di cittadinanza attiva: contenuti (informazioni, propaganda, ecc.) e relazioni (comunità, reti sociali, spazi di condivisione dell’esperienza, buoni esempi, ecc.), peraltro in un contesto “comodo”.

[piccola partentesi: un giorno sarà il caso di ragionare sul fattore-comodità nell'analisi degli effetti sociali dei media digitali: per esempio la militanza attiva online è infinitamente meno coinvolgente (dal punto di vista pratico) rispetto a quella offline e può essere fatta senza problemi con un grado di coinvolgimento minore, addirittura senza un marcato senso di appartenenza. Cosa impossibile in real life, dove le strutture, le comunità e più in generale la cultura della militanza per le cause tendono a coinvolgere totalmente il cittadino, a farne "uno di noi", ecc.]

Il problema più grosso, tuttavia, è quello quantitativo. Se il buonsenso ci dice che è ragionevole pensare che la Rete produce consenso elettorale (uso un termine più generico che includa lo spostamento e la creazione di voti), trovo precipitoso chiedersi subito “quanto?”.

La questione è più grande ed è una vecchia conoscenza di chi fa comunicazione/pubblicità. Mi spiego: chi produce comunicazione può controllare tutto il processo comunicativo fino all’emissione del messaggio. In certi contesti, digitali o no, può perfino sapere chi viene esposto alla sua comunicazione, quando e per quanto.
Da lì in poi iniziano le incognite: cosa succeda nella mente di chi riceve/fruisce la comunicazione è materia per psicologi di massa, ricerche di mercato, analisi qualitative, focus group, cartomanti, aruspici, medium.
Se teniamo conto del fatto che il mercato delle cose è più comprensibile del mercato delle idee, è ragionevole pensare che prima di tuffarsi sul “quanto” sia opportuno ragionare sul “come” e chiedersi cosa succede dopo che una buona idea sboccia su Twitter. Capire cosa succede a quell’idea credo sia l’unico modo per arrivare a fare il tanto desiderato conto sui suoi effetti numerici.

Garantire alla comunicazione online la stessa cautela che si dà agli altri tipi di comunicazione sarebbe un buon primo passo, credo. E riconoscere che, nel 2011, non abbiamo (ancora?) strumenti validi per misurare l’efficacia della conversazione online, soprattutto quella “politica”, penso sarebbe un’altra mossa giusta.
E no, il successo (cioè il numero delle sue visualizzazioni) di un contenuto online non è la misura della sua efficacia. O almeno non ne è la misura esclusiva. E scusate la banalità.

Ovvio che cadono le braccia a leggere sui giornali che “ha vinto Twitter“, sapendo che su Twitter ci sono non più di 350.000 utenti attivi in Italia: un numero bassissimo, soprattutto se comparato ai dati di audience televisiva.
Le metriche sole non spiegano niente, anzi a essere ottusi dicono che – escluso un uso di massa di Facebook – non c’è social network in Italia che possa direttamente muovere coscienze, idee, voti in quantità rilevanti. E fa bene Piero Vietti – abituato da anni di sofferta fede granata a non farsi facili illusioni –  a dubitare sulle pagine del Foglio del trionfo di Twitter rispetto alla Tv.

Però il sentimento diffuso – che mi sento di condividere – è che effettivamente il gran rumore che si è sentito online in occasione degli ultimi appuntamenti editoriali ha prodotto risultati positivi, ha creato voti, mosso coscienze e coinvolto persone. Insomma, sposo la conclusione: “sento” che la Rete ha effettivamente cambiato qualcos(in)a, questa volta, ma vorrei spiegarmi come e perché.

Come in tutti i casi in cui le scienze non riescono a spiegare un’intuizione del buonsenso, si fa ricorso a invenzioni, congetture. Si dà, insomma, corpo a qualcosa che non si vede, sperando di averci azzeccato (o di essersi sbagliati poco).

Fossi un analista dei media digitali, mi concentrerei su questo, più che su un improbabile conteggio: capire come, nonostante i numeri contenuti dell’utenza italiana sui social network, tutti siamo convinti a pelle che questa volta la Rete abbia avuto un effetto reale e tangibile sugli orientamenti elettorali.

C’è una seconda circolazione di cui non teniamo conto?
Cioè i 350.000 utenti attivi di Twitter in Italia allargano a voce – o con altri mezzi – la sfera d’influenza della conversazione che costruiscono lì dentro?
Chiamiamola ipotesi del “pensatoio”, nel senso che consideriamo i social network il centro di produzione/scambio di idee, creatività, temi da comunicare altrove, con maggiore potenza di fuoco.

C’è un effetto ricaduta su altri mezzi che autoavvera un’ipotesi?
Cioè, se dieci giornali cartacei parlano, per esempio, della burla di #sucate finiscono per dare molta più visibilità alla cosa di quanta ne avesse di suo?
Chiamiamola ipotesi della “scintilla”- pensando un po’ a Lenin – nel senso dei social network come spazi attraverso i quali si “accendono” i media di massa tradizionali portando alle masse contenuti, istanze, pratiche, idee che normalmente non intercettano. (ha anche senso chiedersi se questa ipotesi è ripetibile alla lunga o tende a perdere efficacia man mano che si ripete e si perde l’effetto novità)

Oppure c’è una terza ipotesi? O le due ipotesi qui sopra si combinano e coesistono?

E poi, tanto per rovinarsi il fegato con altre domande, un’eventuale capacità di stimolare la circolazione di massa di istanze, idee, pratiche attraverso un uso “d’avanguardia”, sempre in senso leniniano, (tuttora l’unico possibile in Italia) dei social network è vendibile? E’ “industrializzabile”? E con che modelli?

L’isolato che non c’è

May 23rd, 2011 § 12 comments § permalink

Credo che a quest’ora abbiate letto già tutti la news sul clamoroso abboccamento dello staff di Letizia Moratti allo scherzo di Sucate.
Se non l’avete fatto, ecco la spiegazione: la Moratti, nella ricerca disperata di trovare qualche forma di consenso in più per il ballottaggio, ha aperto in fretta e furia un account Twitter, promettendo di rispondere a tutti i cittadini che avrebbero inviato domande, appelli, ecc.

L’esordio del (futuro ex, speriamo) sindaco di Milano non è stato dei migliori. A chi le faceva notare che in 5 anni di amministrazione si è ben guardata dall’aprire un canale di comunicazione diretto con i cittadini, mentre in campagna elettorale è improvvisamente diventata una paladina della comunicazione disintermediata, ha risposto “Vi ho sempre seguiti tutti. Solo non su Twitter“. Valutate voi quali risvolti leggere nella risposta, se la paraculaggine o direttamente una minacciosa pennellata di stalking.

Oggi è andata peggio. Un utente della rete con la propensione al cazzeggio creativo (Lucah, un genio) ha pensato bene di iscriversi al canale Twitter della Moratti e rivolgere al sindaco un appello dal suo fantomatico quartiere – Sucate – contro una altrettanto fantasiosa moschea abusiva di prossima costruzione nell’emblematica via Puppa.
Uno scherzo cazzone, insomma, in cui non sarebbe cascato nemmeno un bambino di terza elementare particolarmente intorpidito da ore di Playstation.

La sventurata ha risposto. E lo ha fatto sul serio, rispondendo: “Nessuna tolleranza per le moschee abusive. I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo PGT“.

Risultato: sono passate alcune ore, in cui mezza rete italiana è saltata sul treno per Sucate, inventandone di cotte e di crude su questo nuovo e finora inaudito quartiere di Milano in cui ben 4000 cittadini si proclamavano scontenti. E non sono state ore di inattività: per tutto il tempo il canale Twitter della Moratti ha continuato imperterrito a sfornare aggiornamenti autocelebrativi con solerzia meneghina.

Poi, finalmente, qualche berlusconiano che passava da quelle parti se ne deve essere accorto e ha risposto, chiudendo il caso e lasciando spazio alle risate postume.

Ha senso chiedersi cosa significa, cazzeggio a parte, questo episodio. Significa una cosa banale: nello staff della Moratti non conoscono Milano. O forse la conoscono male, così come posso conoscerla io che sono da 2 anni un torinese in trasferta.
E sono pure tonti, perché è evidente che la toponomastica patria, per quanto problematica in alcuni casi limite, non prevede un’area che si possa chiamare Sucate.

Credo che questo sia un dato politico decisamente più rilevante di molti altri: tra tutti gli autori e i lettori del profilo Twitter della Moratti non c’è stata – per ore – una singola intelligenza così attenta da rendersi conto che c’era un perculamento di massa in atto. E nessuno conosceva Milano così bene da accorgersi che in vita sua non ha mai sentito parlare del borgo di Sucate e di via Puppa, zone peraltro dove il conducator della destra si sarebbe trasferito istantaneamente, per ovvie affinità.
Alla fine dalle parti della Moratti rimediano all’ignoranza con l’unica soluzione a breve termine possibile: improvvisano. E lo fanno male.

(Poiché qui si ha – nonostante miliardi di prove contrarie – fiducia nel genere umano, abbiamo anche provato a darci delle spiegazioni razionali. La soluzione più gettonata è che il canale Twitter della Moratti sia gestito da un gruppo di ciellini: gente che, per definizione, manca di senso dell’umorismo e non è esattamente pratica quando si orbita intorno a sesso e affini; ma devono essere ciellini che vengono da una valle molto isolata e disabitata, in cui non ci sono le scuole medie, grado scolastico in cui si abusa del termine “suca” e di tutte le sue derivazioni)

Secoli fa, nello storico ballottaggio per la poltrona di sindaco a Roma, quando ancora non erano alleati, Rutelli tirò uno scherzo simile a Fini, chiedendogli – in un confronto al Maurizio Costanzo Show – dove avrebbe collocato un museo minore, ignoto ai più.
Fini, evidentemente impreparato, abbozzò una risposta e Rutelli infierì, spiegando che la sua domanda era un trappolone e quel museo aveva già una sede da anni e che – come rimase negli annali delle battute – “Fini di romano ha soltanto il saluto”.

Il fenomeno di candidati e staff che non conoscono la città ha avuto manifestazioni patologiche a Torino, città in cui, fin dagli anni Novanta, la destra non è riuscita a candidare sindaco di Torino un torinese o anche solo una persona pratica della città o un residente da lunga data.
Nell’ordine ha candidato il leghista Comino (di Morozzo, CN), l’ex ministro liberale Costa (ras di Mondovì, CN), l’attuale sottosegretario transitato in FLI e poi tornato a riscuotere all’ovile berlusconiano Roberto Rosso (di Trino Vercellese, VC) e poi la magia della candidatura di peso: l’allora berlusconiano Rocco Buttiglione, gallipolino di nascita e forte di ben 4 anni di liceo (neanche tutti e 5) a Torino, mezzo secolo addietro.

Le cronache politiche raccontano il gran divertimento dei candidati sindaco del centrosinistra, pronti a spiazzare l’avversario con banali riferimenti topografici, la crisi dei candidati e del loro staff, perennemente col Tuttocittà in mano (non era ancora tempo di TomTom e GPS) e l’ansia di perdersi qualche mercato rionale, le perfidie dei taxisti “ma Piazza Vittorio o Corso Vittorio, dottò!?” e, in generale, un senso di Caporetto perenne (Caporetto, amici del PDL, non Cavoretto, quasi omonima borgata collinare di Torino, voi capire?).

In verità sotto la Mole siamo abituati a scenari di questo genere: anni fa Berlusconi pensò bene di fare un discorso in città. Riempì per metà un teatro coi suoi pensionati a libro paga e, nel tripudio generale, lesse un credibilissimo discorso sui problemi dell’area portuale. In effetti aveva ragione, Torino ha il problema più serio del mondo col suo porto: nessuno è mai riuscito a trovarlo, forse per il solitamente trascurabile dettaglio che qui non c’è il mare.

A fine giornata – di nuovo con molta calma, segno che i contenuti politici non sono esattamente il primo pensiero della destra nostrana – arrivò una placida smentita da Forza Italia: Berlusconi aveva enunciato a Torino lo stesso discorso che aveva letto a Genova pochi giorni prima, tanto – parole sue – “sono città simili”. Ovvero città del Nord che non hanno abboccato al berlusconismo e che sono piuttosto fiere di non avere nulla da spartire con la Padania.

Tirarmela via blog nel 2011 – aka The reports on blog’s death are greatly exaggerated

March 28th, 2011 § 6 comments § permalink

Esattamente come ai tempi di Splinder conservo una straordinaria abilità nel mettermi nei guai (qui un esempio su mille in cui mi prendo l’insulto più bello del pianeta: “testa di cazzo master!”) e tirarmi la rogna addosso.

Avevo scritto un post del tutto innocente sul nuovo plugin per WordPress che permette di far vedere bene i blog sull’iPad. Poi, come capita quotidianamente al nostro amato Presidente del Consiglio, sono stato malinterpretato e qualcuno (lui, lui e lui) ha evinto dal mio post che stessi affermando che i blog sono morti (o moribondi).

Visto che il drammone “il blog è morto?” credo abbiano iniziato a farlo quelli di Splinder già nel tardo 2002 con gli stessi argomenti di oggi, ci tenevo tanto a dire – in assenza di un Buonaiuti che lo faccia per me – che no, non penso che i blog siano morti e non intendevo iniziare questo dibattito, che oltre a un sacco di noia porta anche un po’ sfiga.

I blog moriranno il giorno in cui alla gente passerà la voglia di scriverci (da quando ci sono i feed, i lettori e i commentatori in loco non sono così utili, anzi). Purtroppo/per fortuna non è ancora il momento. Ci sono meno lettori o meno commentatori? Fa lo stesso!

Diciamo che attualmente il blog è nella fase “distinto signore” (nota: le fasi nella vita sono, in ordine cronologico: “che bel bambino – che bel ragazzo – che bell’uomo – che distinto signore – ancora in gamba – che simpatico nonnetto – sembra che dorma) e non può farci molto.
Tutto invecchia. Basta saperlo e farsene una ragione. Ma morire no, non ancora, almeno.

 

NOTA PER ISCRITTI AL RODARY CLUB:
(certo che, a pensarci bene, la cosa che ha fatto risorgere la blogosfera italiana per un paio di giorni è stato il dibattito sulla morte dei blog; proprio come in “C’era due volte il Barone Lamberto”. La trovo una coincidenza irresistibile. Fossi stato nel 2004 ci avrei fatto un post.)

Tirarsela via blog nel 2011 – aka Cattedrali touch nel deserto

March 24th, 2011 § 6 comments § permalink

Facciamo che hai ancora un blog, nel 2011.

Non lo legge più nessuno, perché la “statusfera” si è mangiata il 99% dei contenuti della blogosfera (c’era un tempo in cui ci sembrava naturale bloggare “ho fame” e ai lettori sembrava altrettanto naturale commentare “pure io”). Però lo tieni lì, come si tiene la cyclette in casa: una specie di polveroso monumento al fatto che un giorno ci avevi creduto. E sì, quel post ogni tanto che spari via perché ti annoi è esattamente come quella stanca pedalata che fai ogni tanto per raggiungere la soglia minima che ti fa dire agli amici “guarda che la uso, eh!”.

Ogni tanto arriva qualche soluzione che, se non risolve il problema della naturale vetustà del blog, permette di vestirlo di nuovo e tenere il fossile al passo coi tempi.
Tempo fa era uscito WP-Touch, il plugin che permetteva di rendere compatibili i blog con gli iPhone e più in generale i cellulari touch. Lo usa mezza blogosfera, a beneficio dei 3 o 4 lettori di blog rimasti.

Da qualche ora è uscito On-Swipe, che non si limita a rendere i blog su WordPress carini se visualizzati con un iPad: trasforma realmente la lettura di un blog in un’esperienza touch graficamente gradevole, piena di transizioni cool e di effetti a portata di polpastrello. Chi ha un blog su wordpress.com passa a On-Swipe con un click.
Per chi ha un blog su WordPress self-hosted, si tratta di installare il plugin di On-Swipe, sincerandosi di avere prima fatto l’aggiornamento a WordPress 3.1 e avendo attivato PHP5 sul proprio dominio.

L’effetto è bellissimo e, messe giù così, le menate che scrivi sembrano perfino interessanti, professionali e frutto di una seria impostazione editoriale. Sul sito di On-Swipe si interrogano se la “rivistizzazione” (bleah: si accettano suggerimenti per un neologismo migliore) dei blog possa fare seriamente concorrenza alla digitalizzazione dei periodici. Boh, secondo me sparano altissimo. Per quanto mi riguarda è già sufficiente che On-Swipe renda un po’ più aureo l’isolamento dei nostri blog.

 

Notizie su Tiziano Ferro che non lo erano (già nel 2006)

October 6th, 2010 § 1 comment § permalink

Post inutile e vanaglorioso, per segnalare che già nel giugno 2006 qui si aveva ragione.

Solo che, all’epoca, dire certe cose di Tiziano Ferro aveva come simpatica conseguenza l’assalto del blog da parte di un centinaio di negazioniste ululanti e praticanti l’astinenza dalla grammatica.

(inquieta un po’ notare come all’epoca avessi così tanto tempo da perdere in vane battaglie di trincea con le Sabbbry di turno)

Cosa sta succedendo qui?

July 19th, 2010 § 2 comments § permalink

Innanzitutto la buona notizia è che sta succedendo qualcosa, visto che era da aprile che qui era tutto in sospeso.

Il motivo di tanta latitanza? Cose migliori da fare. Non è che non ho bloggato per mancanza di tempo.

Il vero fattore che mi impediva di bloccare era la natura stessa del blog, nella sua versione precedente. Il famigerato tema Arras, che ormai prolifera ovunque e ha un po’ rotto le balle, mi obbligava a mettere un’immagine per ciascun post. E non un’immagine qualsiasi: una esattamente larga 700 pixel e alta chissà quanti. Senza immagini, quel tema fa pietà, il blog sembra una fanzine ciclostilata dei tardi anni Ottanta (senza nemmeno la naiveté indie) e non c’è gusto a bloggare.

La sola prospettiva di dovermi mettere lì a cercare un’immagine sensata, tagliarla in modo tale che fosse delle dimensioni giuste e caricarla è stata sufficiente per un bel po’ di mesi, passato l’entusiasmo iniziale, a impedirmi anche solo di iniziare a scrivere una cinquantina di post che mi venivano in mente.

Rinvendico un’identità oblomoviana: sono fieramente pigro e quel tema fighetto mi costava troppa fatica. E poi bisogna rassegnarsi: o scrivi o disegni. Almeno, per me è così. E se mai frequentassi una mensa aziendale, mi andrei a sedere al tavolo di quelli che scrivono, non certo a quello dei grafici. Quindi non aspettatevi fotografie, illustrazioni o grafici a supporto dei miei post. E’ già tanto se bloggo.

La vera news è che mi sono accorto, ora che ho ridotto enormemente la potenza di fuoco sui socialcosi, che tutto ciò che scrivo e segnalo si disperde in mille rivoli. Ecco perché mi sono messo lì e ho integrato i miei vari account sui singoli social network in modo tale che compaiano sul blog. Cioè, se aggiungo qualcosa su Tumblr, compare pure sul blog. Se segnalo qualcosa su Delicious, compare pure sul blog. Se aggiungo una foto su Flickr (molto improbabile), compare pure sul blog. E così via.

Insomma, se siete pigri vi abbonate al feed del blog e fate tutto in una volta, come un non-battezzato che si sposa in chiesa.

Postilla: lo so che il template è molto meno cool di quello prima. Però si chiama Oulipo: non potevo resistere.

Et dona ferentes

March 22nd, 2010 § 2 comments § permalink

In questi giorni è scoppiata una polemica sfinente su un evento (gli Stati Generali della Città di Catania), organizzato dal Comune di Catania, in cui sono stati ospitati – con vitto, alloggio e trasporti spesati – un tot di blogger o giù di lì.

L’oggetto del contendere era la possibilità, ventilata dall’autore del thread linkato qui sopra, che l’evento sia in realtà finanziato surrettiziamente da Telecom Italia e che il tutto sia una cortina di fumo, in cui le spese per il marketing e le PR dell’evento siano enormemente superiori ai soldi investiti per finanziare progetti innovativi.

Il tema può essere interessante, eh, ma personalmente chi se ne frega: mi sembra inevitabile che iniziative di questo genere siano più PR che sostanza e magari il main sponsor reale giochi a nascondino. Siamo sempre su quel brutto confine alla berlinese in cui da un lato c’è il marketing e dall’altro c’è la marchetta più o meno ben mascherata e non sai mai bene dove stai camminando. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine.

In compenso mi pare che sia molto più interessante capire in che modo il Comune di Catania, che aveva accumulato uno dei più grandi debiti al mondo, con una situazione finanziaria disastrosa e una gestione politica berlusconiana che in passato ha fatto solo danni e prodotto 47 avvisi di garanzia, si possa permettere di pagare vitto, alloggio e trasporti ai blogger e non si possa permettere di pagare i servizi basilari ai cittadini.

Gaspar ha notato che c’è uno sponsor piuttosto munifico che rende possibile l’esistenza della manifestazione. Pare sia un’agenzia di casting di Roma, che non ha nemmeno un link sul sito della manifestazione e tra l’altro ha un sito incompleto fermo al 2007. Sì, infatti, chi glielo fa fare? Sarebbe bello saperlo, anche perché più che munifico, direi che lo sponsor è tendente all’autolesionistico, viste le cifre in ballo e la visibilità di ritorno, pari a poco più di zero.
Ma forse sono io che penso male e nel paese governato dal partito dell’Amore c’è finalmente qualcuno che dà via i soldi così, svulazzando garrulo, senza chiedersi il perché. Finisco sempre per fare la parte della brutta persona: ho il nuovo miracolo italiano sotto gli occhi e invece che commuovermi mi insospettisco.

Boh, fossi stato un blogger (…), sicuramente avrei passato qualche minuto a cogliere l’involontario umorismo del programma della manifestazione, con convegni dai titoli-perla tipo “Catania città pulita”  (davvero?) o “Catania città efficiente” (sicuri?).
Poi, prima di farmi regalare un viaggio da un Comune di quel genere e in quella situazione politica, amministrativa e finanziaria, ci avrei pensato su due volte. Anzi, avrei detto subito di no, con tutto il fiato che mi resta, dopo le risate.

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