Ladri fascisti di biciclette

June 3rd, 2014 § 12 comments § permalink

Questa mattina all’alba la Digos di Torino ha fatto un’operazione contro la cosiddetta “area antagonista” torinese, arrestando un bel po’ di persone per vari atti di violenza avvenuti in città, tra cui molti attacchi vandalici alle sedi del Partito Democratico (non capitava da decenni).

La notizia non è particolarmente rilevante: l’area antagonista torinese è esigua nei numeri, nel peso politico e nei risultati e da sempre soffre di un umiliante complesso di inferiorità nei confronti degli antagonisti di altre zone d’Italia e non ha combinato molto, nel bene e nel male. Giusto un po’ di violenza anonima che confina quell’area alle pagine di cronaca e mai a quelle di politica.

Quello che mi sorprende è nascosto al fondo di questo articolo: tra i vari oggetti rinvenuti durante lo sgombero di una palazzina occupata (che, ci tengo a specificarlo, non era un centro sociale aperto al quartiere) sono state trovate alcune biciclette del bike sharing della città di Torino.

Era già successo qualche tempo fa: alcuni antagonisti erano stati sorpresi mentre danneggiavano le biciclette di TO-Bike (che è la versione sabauda del Bike-MI, avviata dopo un intenso lavoro di naming) e nel giro di una notte, a seguito di alcuni arresti in area notav, erano state danneggiate e rubate numerose biciclette pubbliche, forse per rappresaglia, chi lo sa.

Detto che non mi scandalizzo per le occupazioni (non sono pregiudizialmente contrario, se intervengono sul tessuto metropolitano e producono benefici, coscienza sociale, mutualità) e neppure per la violenza politica (la condanno, ma da quell’area priva di contenuti non mi aspetto altro), per le biciclette del bike-sharing distrutte e rubate mi indigno. Anzi, non me lo spiego.

Non mi viene in mente niente di più innocuo, di più sano e di più rappresentativo della natura buona e giusta di un bene pubblico comune come le biciclette del bike-sharing, un servizio che è aperto a tutti, ha un costo irrisorio che lo rende accessibile a tutti, si diffonde sempre più al di là del centro città, favorisce una mobilità ecologica, a misura d’uomo e mi pare (giuro che mi sono sforzato a trovare qualche pecca) totalmente indiscutibile dal punto di vista politico, anche il più estremista e ostile.

Mi agito, quando non mi spiego le cose. Vorrei poter parlare con qualcuno dei responsabili di quel gesto per capire le sue motivazioni, perché davvero non le afferro. Riesco al massimo a rifugiarmi dietro la macchietta dell’antagonista che se la prende con le “biciclette borghesi”, ma appunto siamo al teatrino.

Quello che so è che un antagonista – che teoricamente dovrebbe essere uno che fa della sua vita intera una battaglia per un mondo più giusto – nel momento in cui danneggia o ruba le biciclette del bike-sharing fa un atto che non solo è intimamente sbagliato (come tutte le violenze), ma fa un furto e un danno a tutti noi. E deruba/danneggia una cosa bella che abbiamo noi, “noi” come società. Quindi un antagonista che fa un’operazione del genere viene perfino meno al suo ruolo (se fosse prendibile sul serio, beninteso).

E no, non c’è rabbia adolescenziale o spirito distruttivo punk dietro quel gesto, anche perché l’età media in quei giri antagonisti è  alta, a partire dai caporioni che sono ben oltre la cinquantina e qualche tardo scimmiottatore di slogan orribili ormai coi capelli brizzolati.
Anzi, c’è pure la contraddizione per cui questi violenti si riempiono la bocca di ecologismo militante quando si tratta di parlare di TAV, ma poi all’atto pratico distruggono e rubano le biciclette pubbliche ai cittadini, colpendo peraltro i più poveri e i meno garantiti (e, ma questa è una cosa nota, non fanno niente quando nella stessa valle scavano un secondo tunnel per l’autostrada).

Non mi interessa dire nulla sugli stili di vita, sulle retoriche e sul modo di condurre la lotta politica da parte di quel mondo lì. Non è la mia parte (lo è stata brevemente anni fa, con tutte le riserve del caso) e mi rendo conto che non è una parte con cui cercare un terreno comune.
Ho solo voglia di dire che questa cosa mi fa schifo come militante – perché fa solo male, squalifica il movimento e crea danno a quelli che teoricamente dovrebbero stare a cuore ai “duri e puri”  – e mi indigna come cittadino, perché è un furto a tutti noi, è un atto di fascismo puro, una rappresaglia gratuita senza senso.

La prossima volta che a qualcuno verrà in mente di giustificare le violenze di quest’area, perché magari colpiscono una parte politica sgradita, forse sarà meglio pensare a questo. E capire che quella violenza cieca e assurda fa male a tutti, anche a chi è così avventato da gioire perché gli antagonisti hanno devastato le sedi del PD.

Ma che colpa abbiamo noi? – pagina del 777 del Televideo per i non bersaniani

June 12th, 2013 § 9 comments § permalink

Forti dello straordinario successo del PD alle Amministrative, si sono fatti vivi i responsabili del tracollo elettorale del centrosinistra alle Politiche e del conseguente esaurimento della dignità del centrosinistra, grazie alla brillante “operazione-Marini” (in cui hanno inspiegabilmente affondato la Corazzata-Prodi con colpi di fuoco-amico). Sono usciti dal piumone sotto cui si erano rintanati al momento delle prime proiezioni elettorali a febbraio portando in dono un documento intitolato internamente “Meglio un morto in casa che Renzi alla porta”.

E’ una lettura interessante, perché racconta perfettamente il modo di pensare e gli universi di riferimento dei più affermati consiglieri del fu segretario del PD.
Poiché il documento è lungo – l’hanno scritto loro: “la comunicazione, come la musica balcanica, ha rotto i coglioni, quindi beccatevi il pippone” – e scritto in sinistrese liceale, ho pensato di fare cosa gradita traducendo in italiano semplice alcune sue parti.

A questo link trovate lo .zip del PDF del documento – preso da Europa – con evidenziate le parti più interessanti, accompagnate da mie note contenenti le opportune traduzioni. Per leggerlo, salvate il file, scompattatelo e apritelo con Acrobat Reader o Anteprima (sui Mac). Su iPhone e iPad non funziona, rassegnatevi.

Per visualizzare le note, fate click sui mini post-it che trovate sparsi per il testo. Teoricamente, se tutto va bene, dovrebbero comparire.

Buona lettura.

Antifascismo riflessivo: pensieri sul bruto che c’è in noi

March 20th, 2013 § 44 comments § permalink

Nei mesi passati, casomai non lo aveste notato :), ho supportato la corsa di Matteo Renzi alle Primarie del centrosinistra. (tranquilli, non è l’ennesimo post su Renzi, ma su una cosa molto più spiacevole)
Dal momento in cui ho dichiarato online il mio orientamento per le Primarie e il conseguente dissenso dall’attuale linea e classe dirigente del PD, mi sono accorto che su Twitter è iniziata una progressiva escalation dell’odio.

A ogni mio tweet sul tema PD e affini, cioè, corrispondevano sempre più risposte antipatiche da parte di altri utenti: spesso attacchi personali, polemiche pretestuose, provocazioni, eccetera.

Cosa curiosa: le persone più assidue in questi attacchi erano sempre le stesse, giorno dopo giorno.
Ho provato a controllare in giro: sempre loro, un gruppo ben definito, aggredivano altri utenti di Twitter non allineati con la linea bersaniana del PD. E lo facevano con toni aggressivi, talvolta offensivi e arroganti. Pura logica di branco: uno scrive e tanti arrivano ad aggredire, irridere, provocare (non a dialogare, che è cosa gradita anche se non si concorda).

Seguendo le tracce di uno degli utenti più aggressivi ho scoperto che era registrato a un sito: 300 Spartani.
E, con mia somma sorpresa (e fatica, ché mi è costato cliccare sull’avatar di tutti gli iscritti), mi sono accorto che gli aggressori digitali erano praticamente tutti lì, associati a quel sito.
Che sorpresa. Coincidenza?

Trecento Spartani sulla carta dovrebbe essere il volto “social” del PD: un gruppo di militanti digitali che fa campagna elettorale per il partito, dialogando sui social media con gli interessati.
A leggere questo articolo su Lettera 43 sembra proprio quello: tanti giovani volontari che fanno una campagna obamiana di inclusione digitale, allargamento del consenso, eccetera.

Nell’articolo si parla di “volontari a disposizione del dipartimento comunicazione del partito”, quindi le loro azioni sono ufficiali e su mandato del dipartimento comunicazione del PD. Il coordinatore del progetto, non a caso, è Tommaso Giuntella,  uno dei tre “scudieri” di Pierluigi Bersani durante la campagna delle Primarie (gli altri due erano Alessandra Moretti e Roberto Speranza, ora portavoce del PD alla Camera).

Imponendosi di non pensare male, possiamo essere così ingenui da pensare che la coesistenza del gruppetto d’assalto all’interno del sito Trecento Spartani sia pura casualità. D’altronde è evidente che tra i Trecento ci sono anche persone il cui agire online è civile e rispettoso e che non hanno partecipato alle squadracce.

A essere un po’ meno ingenui, invece, sorge il sospetto che non si tratti di una coincidenza e che l’azione di aggressione online del dissenso sia organizzata e parte del progetto.
A conferma di questo ci sono un po’ di fatti, al di là del riferimento culturale fascistoide nel nome (lo dico con dispiacere, amando quel fumetto e detestandone il film) e delle retoriche guerriere sbandierate qua e là sul sito.

 

AGGRESSIONI ORGANIZZATE?

Il primo fatto, e il più grave, è che il gruppo dei Trecento Spartani si è reso responsabile di un attacco di massa nei commenti al blog di Mantellini, a seguito di un suo post critico verso Bersani.
Niente di grave, materialmente (l’iniziativa era innocua negli esiti e Massimo ha visto di peggio), ma indicativo di un fatto: il gruppo compie azioni di attacco organizzate e coordinate e pare avere un focus sul disturbo del dissenso interno, più che sull’allargamento del consenso al partito.

Ieri sera il coordinatore del progetto ha confermato su Twitter qui qui e qui  che l’azione era organizzata da loro, cioè dai Trecento Spartani, e non spontanea. Ha ovviamente minimizzato: “era uno scherzo”, trascurando che quel gruppo lì agisce su mandato del PD e prima di fare cose simili deve pensarci due volte (e poi soprassedere).

Il secondo sono le rivelazioni dell’utente di Twitter @ArgoTone, uno tra gli utenti più attivi nella polemica, spesso con toni accesi (è un eufemismo).
Messo di fronte all’evidenza della presenza del suo profilo sul sito dei Trecento Spartani, ha riconosciuto di aver partecipato alla nascita del gruppo e di esserne uscito in seguito, in dissenso a suo dire con la linea e con le pratiche diffuse al suo interno.
Lascio alle sue parole, riprese dal suo profilo Twitter, la spiegazione del perché.

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Mentre ieri si dipanava la discussione con i protagonisti di questi attacchi, un bel po’ di persone su Twitter rivelava o realizzava di essere stata vittima di attacchi di gruppo organizzati da parte dei soliti difensori dell’ortodossia PD, a conferma che il fenomeno era diffuso su larga scala.

 

ESISTONO QUINDI I PICCHIATORI DIGITALI DEL PD?

La situazione è spinosa. Credo non ci siano le prove provate per affermare con certezza che il PD ha attivato un gruppo di “attivisti digitali” il cui focus purtroppo non è stato fare campagna elettorale o promuovere le idee del partito, ma aggredire sistematicamente e in modo organizzato e di gruppo il dissenso online su Twitter.
Ci sono però tutti gli elementi per sospettarlo. Ognuno si faccia la sua opinione.

La mia idea, che esula un po’ dal problema in sé, è che il “bullismo di sinistra” (ricordate l’hashtag “scagnozzixbersani“? ora mette un po’ i brividi, a ripensarci), spuntato durante le Primarie a difesa dell’ortodossia bersaniana, è dilagato a Primarie concluse e ha fatto danni elettorali, punendo il PD intero e mandando via tanti elettori dubbiosi, orbitanti, “di area”, ecc.
Mi rendo anche conto che il bullismo tanti-contro-uno è parte delle (deprecabili) grammatiche della conversazione online. Di solito si fa contro il potente/famoso di turno; chi di noi non si è divertito a impallinare Formigoni o la Santanché? Mi pare, tuttavia, che la questione sia diversa come valori e come gravità se il tutto è compiuto contro singoli utenti ed è fatto da parte di un gruppo spalleggiato dal PD.

Di certo c’è il fatto che il gruppo dei Trecento ha rivendicato, attraverso il suo coordinatore, un’azione di massa e organizzata di attacco a un blog che esprimeva dissenso verso la linea Bersani.
Per me, elettore PD, è una cosa gravissima (come metodo: gli esiti sono da ridere). E trovo ancora più grave che sia riconducibile al partito.
Mi chiedo se la dirigenza PD ne è al corrente e cosa ne pensa.
Come avreste reagito se una cosa simile fosse stata fatta dai berlusconiani o dai grillini più ultras? Pensateci.

E’ anche inoppugnabile che al suo interno ci sono protagonisti degli attacchi sistematici su Twitter a chi non sposava la linea Bersani. Un caso? O no?

Ciò che è evidente, però, è un dato politico: finite le Primarie, le forze a supporto di una parte del PD (quella bersaniana) sono state cooptate per gestire la comunicazione del partito per intero.
Si sono, cioè, presi i miliziani di una parte (gente che non va esattamente per il sottile e a cui è toccato il lavoro sporco) e li si è messi a comunicare con tutti e per conto del partito. Hanno fatto danni enormi per inesperienza, insipienza, inconsistenza dei responsabili, limiti personali dei protagonisti.
Chi li ha messi in quel ruolo ha fatto un errore evidente. (Già, chi?)

Questo ha fatto sì che la comunicazione sui social network fosse un fallimento da ogni punto di vista, con elettori dubbiosi mandati via, derisi, aggrediti, offesi. Ieri erano in tanti a lamentarsi di questo. Un ottimo modo per perdere voti.

 

GUERRIERI AUTOLESIONISTI AKA FRIENDLY FIRE

La mia critica politica ai Trecento Spartani, anche al netto della loro eventuale missione di repressione del dissenso, è proprio questa: aver agito prevalentemente, con i crismi del partito, per fare polemica interna e aver difeso l’ortodossia e non aver prodotto risultati credibili nell’unico campo utile, quello elettorale.

Il gruppo di “conversatori” del PD, insomma, ha conversato ben poco, al di là dell’urlare dietro a renziani e non allineati. Non ha fatto notizia, non ha guidato il dibattito, non ha prodotto consenso.

(No, non ci sono dati a supporto che possano convincermi: seguo il dibattito politico online con molta attenzione e confermo che gli Spartani non hanno combinato nulla di buono o interessante, a livello di contenuti e conversazione, anzi con buona probabilità molti di voi li sentono nominare oggi per la prima volta)

Di questa cosa, da elettore, chiedo conto alla dirigenza PD. Vorrei sapere chi ha deciso l’esistenza di questo gruppo, chi l’ha impostato in questo modo, con quali criteri sono stati scelti i partecipanti, chi ha dettato la linea e, in ultimo, quanto ci è costato (eventuale retribuzione del coordinatore, costo del sito, costo degli “esperti europei”, eccetera), visto che il partito campa coi soldi pubblici.
Perché se un progetto è inutile o, come in questo caso, fa danni, forse è il opportuno che qualcuno, comportandosi da adulto, si faccia avanti e agisca con responsabilità.
Se il PD è veramente cambiato negli ultimi 15 giorni (faccina ironica), sono certo ci farà un’operazione di trasparenza.

 

IL BRUTO NELL’ALBUM DI FAMIGLIA 

C’è una parte ancora più triste, in questo post. Ed è la considerazione che – seppure vaccinati al brutto della Rete, agli eccessi della conversazione e al sistematico emergere del “rumore di fondo” (fatto di meschinità, trollaggi, cliché, eccessi verbali, facilonerie, eccetera) – provo un dispiacere personale fortissimo quando il comportamento brutale, il cosiddetto “fascismo di metodo”, avviene a opera di gente della mia parte politica o quasi.

E’ una situazione in cui mi duole più per chi compie la malefatta che per i suoi esiti.
E’ un po’ brutto a dirsi, ma mi vergogno per loro. Perché mi assomigliano, perché è gente che probabilmente ha le mie idee al 90% ma non possiede o ha perso di vista, complice forse un clima da esaltazione da ultras, il tacito codice etico condiviso che regola comportamento online.

Se poi il cattivo comportamento è organizzato ed è di gruppo, tanti-contro-uno, mi viene la nausea.
Il branco mi fa schifo. E mi fa schifo ancora di più se ha i miei colori.

Ora non so dire se le logiche di branco siano state progettate dall’alto (sarebbe gravissimo e non ci voglio nemmeno pensare) o semplicemente siano emerse in modo naturale, vista l’origine di parte del gruppo, nato con le Primarie, fatto di fan ultra-ortodossi del segretario e volto più alla polemica e all’esclusione identitaria che all’inclusione e all’allargamento del consenso.

So che mi dispiace che una cosa così sia esistita. E mi sarebbe dispiaciuto anche se fossi stato bersaniano. Anzi, credo dispiaccia a tutti indipendentemente dagli orientamenti. E se ci fosse stata una cosa simile ma di natura renziana l’avrei attaccata con tutte le forze.

In questo dobbiamo essere, in tutti i modi, diversi dai grillini. Tanto. I più diversi possibile.

Capitelo – lo dico a tutti: dirigenti (spero dimissionari a breve, per colpe più gravi di questa, beninteso, ma anche per questo) e militanti: cose così non si devono fare.

L’atteggiamento da gradassi spalleggiati dai compari, l’arroganza di gruppo e la logica da branco non appartengono alla nostra cultura (in cui vivono benissimo i toni forti, le iperboli, gli scazzi, eccetera, non facciamo le mammole nemmeno per finta).
E in quanto uomo di sinistra combatto queste attitudini e questi comportamenti anche se me li ritrovo in casa.
Se l’antifascismo è un valore (e lo è), sta a noi combattere il fascismo in ogni sua forma. Anche quella riflessiva.

 

POSTILLA SUI PANNI SPORCHI E SULLA POSIZIONE DELLA LAVANDERIA

Non pochi, su Twitter, hanno sollevato l’annosa questione: “Restiamo uniti”, “Laviamo i panni sporchi in famiglia”, eccetera. Insomma, la critica è la solita ed è figlia di anni di centralismo democratico: non scanniamoci in pubblico.
Il tema è complesso e ho già scritto abbastanza. Ma è utile condividere cosa penso.

Penso che l’unità sia un valore, ma in certi casi – quando diventa connivenza o complicità su cose esecrabili – non lo è. E fa danni, ispira mentalità sbagliate e va oltre la mia personale soglia etica.

Se un mio compagno di partito, per dire, ruba, lo denuncio. E non lo denuncio al partito, ma alla Polizia (nota: è un comportamento che critichiamo alla Chiesa riguardo i preti pedofili: cercano la soluzione interna, zitti zitti).
Allo stesso tempo penso che l’unanimismo o la cultura del “parliamone a porte chiuse” sia da evitare quando reprime la dialettica. In un partito aperto e trasparente, che fa le Primarie come regola e che ha vocazione maggioritaria, è normale che non ci siano vincoli di unità così stretti.

In un caso come quello dei Trecento Spartani mi sembra inevitabile che la discussione e la messa in evidenza delle responsabilità siano pubbliche: stiamo parlando dei danni politici e d’immagine fatti da un gruppo di volontari che rispondono al dipartimento di comunicazione del PD, non di una bega di condominio.

 

SECONDA POSTILLA SULLA SINTESI

No, su certe cose che hanno a che fare con l’etica non c’è sintesi. Per me si risolve solo con la sparizione del gruppo dei Trecento Spartani e l’impegno affinché una cosa simile non avvenga mai più, soprattutto con la benedizione del partito.

Il problema è politico e riguarda comportamenti, ruoli, responsabilità e identità all’interno del PD e nella sua orbita più stretta.
Quello che è emerso non è qualcosa che dà fastidio a me e solo a me, ma è un problema complesso e trasversale, che ha fatto danni a tutto il partito.
Forse è perfino un problema che cela al suo interno le radici del problema più grande, cioè le ragioni della sconfitta elettorale del PD nel 2013.

Pensiamoci, parliamone, anche con toni accesi, paroloni, eccetera. Ma tra persone.
Gli altri modi, le bande tutti-contro-uno non ci appartengono. Ricordiamolo.

We Who Are Not As Others – appunti per la seconda parte del discorso che faremo lunedì alle 15

February 24th, 2013 § 8 comments § permalink

[notarella prima di iniziare: ho scelto di spezzare il “post-elettorale” (mi do fastidio da solo per questo calembour di cui da qualche parte dentro me evidentemente vado fiero) in due parti e pubblicare prima la pars destruens, perché è la più rilevante e per far capire il suo peso. Ora tocca alla parte costruttiva, quella che alla fine ha prevalso nonostante tutto. Ma che grosso, quel “nonostante”]

Alla fine, come scrivevo nella metà antipatica del post, ho votato PD. E nei giorni passati, un po’ per affetto e un po’ per disperazione (virgolettato è ciò che disse Nanni Moretti dichiarando il suo primo voto al PDS, secoli fa, in un’intervista riportata da Linus) ho annoiato gli indecisi, ammorbato i parenti, perfino chiamato mio padre al telefono per un confronto tra vecchi bolscevichi sul da farsi.

Alle 15 e 01 di domani, quando guarderemo i risultati che tutti sappiamo a spanne (la dico tutta: la prospettiva di una vittoria marginale del PD anche al Senato, per quanto improbabile, non cancella il dato politico: crollo nei sondaggi dalle Primarie in poi e adieu vocazione maggioritaria e percentuali conseguenti; qui si spera di più nei risultati locali e nelle regionali, a dirla tutta) ci toccherà anche fare la il lato B del discorso post-elettorale.

Mi sono segnato, nel solito modo disordinato, due o tre cose che credo dovrò dire e che si potrebbero ridurre, banalizzando, a un enorme “sì sì, ok, siamo brutti pure noi, ma gli altri sono incomparabilmente peggio e dalle nostre parti c’è un po’ di speranza”. Vediamole:

– constatare che, nel panorama attuale, il PD è comunque l’unico partito che ha una proposta di governo credibile, di sinistra ed europeista (sottolineare “credibile” e “europeista”, citare la posizione di Vendola sul Mali e in generale sulla politica estera italiana e far presente l’antieuropeismo esplicito di Grillo e Berlusconi).

 

– ricordare a tutti il Bersani ministro liberalizzatore di cui andare fieri (sorvolando su come possa ripetere la performance alleato con SEL) e fare battuta ipotizzando che esistano due Bersani e che quello giusto lo tirino fuori solo a campagna elettorale conclusa, quando si tratta di governare. Dispiacersi, a margine, che sia della juve.

 

– giocare di sponda dicendo un’amara verità: il PD è quel che è, ma il resto è peggio da tutti i punti di vista: qualità della classe dirigente proposta, qualità dei programmi, credibilità delle proposte, capacità di governare, democrazia interna. Abbondare di esempi horror. Evitare di accanirsi su Berlusconi: è passato di moda.

 

– smontare il voto a Vendola insistendo sulla folle posizione di SEL sul Mali, sui flirt coi notav, sulle proposte bislacche come rinegoziare il debito con l’Europa; a seconda dei casi aggiungere battuta su quanto sia noiosa e da “borsetta” milanese la pizzica. Far presente che non dispone di una classe dirigent presentabile, salvo rarissimi casi (tra cui la bravissima Chiara Cremonesi in Lombardia: votatela!)

 

– presentare Monti per quello che è: un abilissimo tecnico a cui andare grati per il ruolo che ha ricoperto, che però ha saltato lo squalo scendendo in campo e alleandosi con Fini e Casini (e i succedanei di Fini e Casini), cioè gente che fino all’altro giorno era alleata strettissima di Berlusconi e non si è tirata indietro di fronte alle peggio cose. E notate che non ho scritto la parola “Cuffaro” perché poi ci metto ore a pulire lo schermo dagli sputi.

 

– far presente che nel campo dei diritti civili e della persona il PD è il fattore di cambiamento più efficace (lo so, non è il più avanzato), cioè quello con più chance di combinare qualcosa. Non sarà un’avanguardia, ma se uno si allinea al pensiero di “quasi tutto subito” e abbandona l’adolescenza del “tutto, chissà quando”, fa una cosa furba. Contano i risultati, non i proclami. Lo dico da persona che su questi temi è molto (molto molto) più in là del PD e di Renzi.

 

– ricordare a tutti che il PD alla fine è il partito di Renzi, in cui Renzi milita e in cui le sue istanze modernizzatrici, di apertura e di civiltà politica non potranno che avere cittadinanza (nonostante i picchiatori bersaniani pensino il contrario) e ricordarsi che affinché Renzi prevalga è necessario che il partito esista e conti qualcosa.

 

– insinuare, con un po’ di perfidia, che l’equivoco per cui votando PD si dice all’attuale dirigenza “ci piacete un casino, continuate così” è svanito per il semplice fatto che il bottino di voti che c’era al tempo delle Primarie è stato dissipato: ci sono tutti i margini per lamentarsi e far presente che è il caso di cambiare, anche tenendo conto che Grillo continuerà a crescere, se non si fa qualcosa.

 

– mostrare l’evidenza, peraltro condivisa anche da tanti che non sono di sinistra, che il centrosinistra governa e ha governato bene (in alcuni casi come a Torino pre Fassino, benissimo) a livello locale e, prima che Vendola e compagni lo facessero cadere, il primo Governo Prodi era ottimo. Fare l’esempio di Chiamparino, Pisapia, Zedda. Citare il sorprendente sindaco renziano di Novara, capace di vincere in terra nemica in tempi non sospetti (e governare bene), a conferma del potenziale elettorale di Renzi e delle sue parole d’ordine.

 

– offrire speranza ricordando che il PD è l’unico partito in cui, avendo voglia di rompere le scatole e perderci tempo e risorse, le cose si possono tentare di cambiare dall’interno, perché dispone di strumenti democratici che funzionano. Ed è l’unico che li usa al suo interno, con le Primarie. L’esempio di Renzi è lampante: il suo aver raccolto il 40% contro il segretario del partito, in un ambito in cui l’ortodossia purtroppo continua a essere un valore, è segno che qualcosa si può fare. E va fatto.

 

– annunciare che è ora di iscriversi al PD, indipendentemente da come è andata, e iniziare una battaglia che – personalmente con colpevole inerzia – si è tardato a fare. Chiudere annunciando intenzioni bellicose, vaneggiando di future infuocate riunioni pre-congressuali in piemontese nella sezione di quartiere, litigando con gli anziani militanti di ogni età che le animano.

 

– sperare (in silenzio o a voce alta) che una buona volta i dirigenti – e anche un po’ i militanti – capiscano la lezione e la prossima volta siano un po’ più svegli; qui non gli si porta rancore, anzi li si ringrazia per l’impegno, anche se non era del tutto ben riposto.

 

– incrociare le dita, perché alla fine uno ci tiene; perché per quanto antipatici e antiquati siano, quei signori lì sono sul tuo album di famiglia e sono gli stessi che incontri ai matrimoni e ai funerali. Sta anche un po’ a te aiutarli ad allargare gli orizzonti. O alla peggio, direbbe il Segretario, trovare una quadra. E’ una fatica. Ma si fa.

“Noi ve l’avevamo detto. Anzi, l’avevamo anche fatto”. Appunti di conversazione disordinati per lunedì alle 15

February 24th, 2013 § 35 comments § permalink

Questo post è una sorta di blocchetto per appunti che riempio di note disordinate ed emotive, più che altro perché mi tornerà utile lunedì, quando avremo scoperto che le elezioni non sono andate un granché.
Visto che abbiamo tutti capito come andrà a finire, forse è il caso di farsi trovare preparati.

Nota: è tutto ultra-soggettivo e in disordine e cose con altissima priorità convivono con minuzie che magari danno fastidio solo a me.
Se serve, integrate nei commenti con altri spunti.

 

–  ricordare che avevamo la vittoria in tasca: gli avversari sgretolanti e in rotta e nessuna competizione credibile a sinistra. E siamo riusciti a non stravincere. Anzi, nemmeno a vincere!

 

– far intendere che l’orgoglio ultras della dirigenza e del middle management romano del PD ha fatto guai seri, allontanando migliaia e migliaia di interessati, di neo-orbitanti intorno al centrosinistra. Gente che voleva fare politica, parlare di politica, cambiare davvero in meglio l’Italia. Li abbiamo spediti via (mi intristisco ancora a pensare al tizio che, su Twitter, mi ha detto “allora vota per Monti, non sei uno di noi!”; e la tristezza non è per la sua evidente stupidità, ma per il fatto che questo tizio faceva parte di una sorta di team di “dialogatori” online del PD su socialnetwork, team di cui parlo male dopo)

 

– dare come esempio pratico, nel piccolo, la parzialità di YouDem durante le Primarie: cosa scorrettissima (ma fortunatamente poco importante: resta il fastidio).

 

– far capire la vergogna che gente che si dice di sinistra si sia comportata, in modo organizzato e supportata dal partito, come bulli, con azioni stupide su social network e blog. Penso ai “300 Spartani” e all’arroganza dei “giovani turchi”: iniziativa sbagliata da tutti i punti di vista, dal naming (e relativi riferimenti culturali fascistoidi e di brano) alle pratiche (aggressione invece che inclusione), all’etica nell’approccio alla Rete (il bombing nei commenti, peraltro facilmente sgamato). Per fortuna, come nel caso di YouDem, roba di poco conto, ma che vergogna.
Credo che i responsabili di questa iniziativa sbagliatissima, tuttavia, debbano dimettersi e andare a fare danni altrove. Lo chiedo da militante e vorrei sapere chi è che ha approvato questa iniziativa e chi doveva vigilare.

 

– dare la colpa a una piega identitaria che, già sbagliata alle Primarie, è proseguita alle politiche; ricordare i cretini che dicevano “i voti di destra non li vogliamo”, non capendo che se arrivano al PD sono istantaneamente voti di sinistra.

 

– insistere sul tema di un programma pavido, condizionato psicologicamente e fattualmente dall’alleanza con SEL (cioè l’estrema sinistra antimoderna, antieuropea e notav, con un leader già colpevole di aver fatto cadere Prodi e quindi inaffidabile) e soprattutto dalla sudditanza psicologica alla CGIL (in particolare per quanto riguarda l’impiego pubblico e la scuola, dove non figurano il merito e la licenziabilità di fannulloni, ecc.).

 

– dire una verità scomoda: c’è stato un rinnovamento più sbandierato che effettivo (citare il caso della Bindi paracadutata in Calabria, dove alle Primarie parlamentari votano i pacchetti di tessere dei capibastone), con esiti a volte imbarazzanti.

 

– da comunicatore far emergere il giudizio negativo su una campagna tutta in difesa, da statici, da residui degli anni Novanta, senza innovazioni tematiche, senza aggiornare la visione sulla società.

 

– sottolineare l’incapacità di capire che le elezioni si vincono prendendo voti agli avversari, quindi voti da gente che non è come te e quindi chiudersi nel fortino identitario non è intelligente.

 

– mettere di fronte a tutti l’errore nello scegliere il competitor principale e i temi da opporre (cioè si è scelto Berlusconi e non Grillo, lasciando a quest’ultimo il tema cialtrone e di retroguardia – ma sentitissimo presso l’elettorato – dei costi della politica).

 

– esporre un problema tattico interno che è diventato un problema politico globale: l’orgoglio cialtrone che ha fatto sì che, finite le Primarie, non ci fosse sintesi col 40% che ha votato per Renzi, ma una situazione del tipo “non faremo prigionieri” a cui ha fatto seguito l’umiliazione di dover richiamare Renzi all’ultimo minuto quando ormai era troppo tardi e lo schiaffo morale di scoprire che “il nemico” era leale, autorevole, onesto e disponibile, oltre che infinitamente più bravo di tutti a comunicare.

 

– far notare che non è stata fatta campagna sulle proposte (arrivate tardi e poco comunicate, vedi il taglio dei ticket), ma sull’identità di partito, con un’inutile foto del segretario.

 

– chiedere la testa su un piatto d’argento dei responsabili comunicazione del PD, sia per gli spot sbagliatissimi e incompleti, sia perché non c’è stato controllo sulla comunicazione spicciola, motivo per cui sono usciti video imbarazzanti (quello su “lo smacchiamo” è stato perfino insultato live da Nanni Moretti all’evento di chiusura della campagna), fatti da chicchessia. Il PD non può sperperare così la sua dignità, affidandosi a improvvisatori di bassa lega.

 

– far notare a tutti che non si è andati molto lontani dal solito 34% di tetto massimo storico della sinistra in Italia, come qui si diceva da tempo, suggerendo allargamenti non identitari che non sono stati fatti.

 

– a tutti i neorenziani che lunedì spunteranno come funghi dire “ve l’avevamo detto; anzi, l’avevamo anche fatto!”. E far notare che il partito in mano allo zoccolo duro viene votato solo dallo zoccolo duro e produce politica appetibile solo allo zoccolo duro. Il solito.

 

– zittire gli strenui difensori dello status quo, sulla cui lucidità politica sarà necessario interrogarsi, con un argomento irreprensibile: “ho votato PD nonostante tutto questo, per disciplina e responsabilità. E l’ho pure fatto votare” (nel mio caso fanno fede i rompimenti di balle da me praticati online e offline ad amici e indecisi).

 

– spiegare che nei paesi civili, dopo una performance del genere, il segretario si dimette e se ne vanno tutti i suoi scherani; e si rovescia il partito come un calzino, sperando non sia troppo tardi.

 

– diffondere uno slogan ispirato a Nanni Moretti: “Con militanti così non vinceremo MAI!”

Para(h)frasi*

September 24th, 2012 § 21 comments § permalink

Se non avete seguito l’affaire-Parah non vi siete persi nulla, ma dalle parti della blogosfera ci piace perdere tempo su questioni torbide, tipo appunto la scelta di questo brand di costumi e mutande (credo che loro lo dicano meglio, usando l’inglese) di utilizzare Nicole Minetti per una sua sfilata.
Molti si sono risentiti (ché la Minetti non è esattamente un esempio di donna che fa carriera in modo dignitoso), molti altri hanno riso, altri ancora hanno intravisto il segno inconfondibile del “responsabile comunicazione mannaro”, una pericolosissima specie che talvolta infesta le aziende nostrane e fa strage di buonsenso alla ricerca di soluzioni facili.

E’ sicuramente opera sua il comunicato emesso da Parah per giustificare a posteriori la scelta di una delle donne più  (giustamente, direi) vituperate del paese come testimonial: un esempio di alta scuola, forse addirittura la radice di un canone, di come non si comunica.

Come tutte le opere d’arte letteraria, merita una chiosa paragrafo dopo paragrafo. Buona lettura.

Si, volevamo la vostra attenzione.

L’avete avuta. Anche uno a cui cascano i pantaloni su un tram affollato la ottiene. Capisco che vendendo mutande e affini l’eventualità non possa sembrarvi necessariamente un male.

 

A quanto pare la notizia che Nicole Minetti sarà modella durante una sfilata Parah è riuscita ad ottenere la Vostra attenzione. L’attenzione di chi utilizza e ama i nostri prodotti, di chi conosce il nostro marchio e la sua storia, di chi probabilmente non ci conosceva neppure, ma ora sa chi siamo.

Ecco, anni e anni di cultura televisiva berlusconiana vi hanno portato a prediligere l’audience (cioè il numero di persone che sa della vostra esistenza) rispetto al buon vecchio indice di gradimento, che misurava quanto piacevate al vostro pubblico (strumento sicuramente incompleto, ma che teneva nell’equazione delle scelte la variabile della qualità).
Tutti parlano di voi, è vero. Anzi, probabilmente quel genio che ha deciso di far sfilare la Minetti sotto le vostre insegne attualmente è nell’ufficio dell’amministratore delegato a sventagliare numeri su numeri “uè, guarda lì, diecimila menzioni su Twitter in mezza giornata, troppo frizzante!” (scusate, per antichi pregiudizi da Italia nord-occidentale me lo immagino come uno di quelli che usa l’espressione “ci fasiamo”).

 

Parah negli anni ha sempre cercato di portare avanti l’immagine di un brand serio, ricercato, avvalendosi anche di testimonial famosi che hanno portato orgogliosamente i nostri capi e che noi con soddisfazione abbiamo visto far parte delle nostre campagne pubblicitarie.

Tralasciamo il disastro grammaticale per cui una frase inizia in terza persona singolare e prosegue con la prima plurale.
Siamo di fronte a una classica scusa non richiesta, che suona come un rimedio peggiore dei mali.
Dopo che scegli un testimonial impresentabile e associ i valori della tua marca ai valori che quel testimonial rappresenta (perché la questione è questa: il testimonial *è* la tua marca, dal momento che lo usi), l’ultima cosa che devi fare è dire “ehi, ma prima usavamo testimonial serissimi!”.
Perché se davvero la tua “è una provocazione” (l’espressione mi fa venire l’orticaria) e la tua marca ha le spalle così larghe da sostenerla, non devi certo metterti a specificare che sei la BBC delle mutande. La gente lo sa già, se lo sei.

 

Ma al giorno d’oggi l’unico modo per colpire l’attenzione sembra essere quello di stupire e creare scandalo, ecco perché spesso i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata, ancora meno se i testimonial sono ragazzi e ragazze scelti tra la gente comune.

Chi ha scritto (e approvato: non licenziate il povero copy che ha sfornato questo disastro, prendetevela con la filiera di manager che lo ha fatto uscire, ché colpire sempre l’ultimo della fila è facile, autoassolutorio e non risolutivo) questo paragrafo ha fatto l’equivalente comunicativo di 4 autogol di nuca.
Infatti il suddetto genio, spalleggiato dal management, riesce a scrivere nell’ordine che:

1- in questo paese l’unico modo per colpire la vostra attenzione, caro pubblico a cui cerchiamo di vendere le nostre mutande, è creare scandalo. E’ colpa vostra, perché non vi basta la gnocca, ma la volete famosa e – se possibile – con una pennellata di infamia e morbosità

2 – in passato i nostri modelli non hanno ottenuto l’attenzione sperata (errore gravissimo, ammettere una sequenza di insuccessi in comunicazione: su queste cose si sorvola), perché in fondo in fondo siete tutti dei minus habens e noi dobbiamo darvi quello che volete

3 – voi gente comune odiate la gente comune e non ci notate; la Minetti, insomma, l’avete messa voi sul nostro palco; fosse per noi avremmo fatto sfilare Rita Levi Montalcini

 

Ecco che questa volta abbiamo osato. Abbiamo sfruttato l’attenzione mediatica che circonda la figura di Nicole Minetti per rompere gli schemi e ottenere la Vostra attenzione.

Questa è avanguardia, pubblico di merda. L’ho già sentita, questa storia. E avevo sì e no 3 anni. Dietro ogni vaccata in comunicazione c’è un’arguta provocazione che rompe gli schemi, nella misura in cui dietro ogni musicista che stecca c’è un jazzista incompreso.

 

E’ stata una mossa coraggiosa.
Ci dispiace aver turbato e fatto arrabbiare qualcuno, soprattutto quando i nostri Clienti e Fan storici, che da sempre seguono Parah, dicono che vogliono abbandonarci.

Altro errore elementare: ammettere gli effetti nefasti della tua comunicazione sbagliata. Peraltro senza nemmeno addolcire il tutto con  qualche eufemismo. Se proprio devi (e non devi, fidati) dire che i tuoi clienti e fans ti stanno abbandonando, scrivi che *alcuni* tra i tuoi clienti e fans ti hanno “simpaticamente tirato le orecchie” o giù di lì. Ma così certifichi e ufficializzi la valle di lacrime in cui tu, marca, ti sei cacciata.

 

Ma se l’abbiamo fatto, soprattutto ora con la settimana della moda alle porte, è stato per portare l’attenzione su quello che vuole comunicare Parah, a partire dal Parah Online Contest.
Il Parah Online Contest è il concorso che ha visto quasi 300 ragazze provenienti da tutte le parti d’Italia e dall’estero, inviare le proprie fotografie o farsi fotografare sulla spiaggia per provare a diventare la nuova testimonial Parah online.
Potevamo prendere un testimonial famoso, ma abbiamo deciso di rimetterci in gioco e di dare una possibilità alle ragazze e siamo stati colpiti dal loro entusiasmo e dalla loro voglia di provare.
Ora siamo alle fasi finali. Le trenta ragazze finaliste faranno uno shooting a Milano il 4 ottobre e tra queste verranno scelte le tre finaliste che verranno votate da Voi.Una scelta pubblicitaria che non convincerà tutti i nostri fan. In questo modo però abbiamo ottenuto un risultato positivo: l’attenzione che le ragazze del Parah Online Contest ed il loro impegno meritano.

Tirata lunghissima contenente una evitabilissima auto-marchetta, con in più una scusa last-minute che non sta logicamente in piedi.
I geni del marketing di questo sventurato brand dicono, in sostanza:

1 – alla gente non piacciono le modelle comuni, perché la gente è morbosa

2 – ed è per questo che abbiamo chiamato come modella un personaggio controverso e schifato da tutti, così attiriamo l’attenzione nei confronti di un nostro contest in cui premieremo modelle non famose

3 – anche perché, se avessimo voluto, avremmo potuto scegliere una testimonial famoso (e non discusso) e avremmo fatto bingo.

Quindi lo fanno per noi, per educarci. Perché abbandonati a noi stessi faremmo sfilare solo gente come la Minetti e affini. Il loro è un trattamento omeopatico: ci danno una dose di morbosità gossippara per portarci sulla retta via dell’apprezzamento delle modelle anonime.
Son pure filantropi.

 

LA PARTE MORALEGGIANTE CHE POTETE PERDERVI PERCHE’ TANTO LA SAPETE GIA’

Vorrei evitare la notarella moraleggiante alla fine. Però, disgraziato di un responsabile comunicazione mannaro, ora il danno è fatto. E scoprirai sulla tua pelle, se tu e i tuoi superiori che ti hanno dato corda siete ancora in possesso di un lavoro lì dentro, che la credibilità  nel 2012 conta più della pura notorietà.

Probabilmente il tuo reparto marketing ti lancerà una ciambella di salvataggio sotto forma di test di mercato che rileveranno che la tua marca avrà guadagnato un bel po’ di punti di awareness. Non ne andrei così fiero.
Capiscimi, se ci riesci: c’è una bella differenza tra essere famoso perché sei credibile ed essere sulla bocca di tutti perché ne sei lo zimbello.

E ora per il tuo successore sarà veramente dura cancellare l’associazione mentale Parah –> costumi e mutande da mignottone.

C’è anche la chance che tu sia uno di quei pochi (sempre meno, ma comunque sempre troppi) che pensano che quel bel mondo lì di sgallettate e unti dal signore della Milano degli onnipotenti catodici sia quello giusto. Cioè, magari sei intimamente convinto che Nicole Minetti sia un modello di vita, perché bisogna reagire alla povertà in tutti i modi, anche dandola via facile al primo potente che passa.

In quel caso la colpa non è tua, ma di chi ti ha assunto e ti ha messo in un ruolo di responsabilità. E’ giusto che paghi le conseguenze del tuo modo di essere e pensare.
E forse non è nemmeno un male se qualche sano e auspicato fallimento contribuirà a far calare un po’ quell’arroganza fascistella che da sempre serpeggia nel mondo della moda.
Ci fasiamo al collocamento.

 

 

* disgraziatamente il nome Parah si presta a migliaia di calembour tra l’innocente e il pecoreccio grave e tutti – sottolineo tutti – sono stati utilizzati per twit, articoli, post e aggiornamenti di status su Facebook.
Restavano inutilizzati un mio parto, cioè “Parahparah parahparah parahparappapah! (figura di…)” e, appunto, “Para(h)frasi”: frutto della mente geniale di Michele Boroni.
A conferma che qui non si è provocatori, si è scelta l’opzione più bella.

This land is not your land

March 3rd, 2012 § 65 comments § permalink

No, la Valle di Susa non è la “vostra terra”. E’ il posto in cui abitate. E no, non siete legittimati a esprimervi sulle sorti di un’opera internazionale che passerà di lì più di quanto lo sia io o qualsiasi altro italiano.

Ai (pochi, fortunatamente) fautori di un referendum sulla TAV andrebbe spiegato un concetto semplice ma importante come quello di sovranità. Siamo uno Stato, cioè una cosa collettiva in cui – per dirla con il compagno Spock –  le necessità e le volontà dei tanti prevalgono su quelle di pochi o di uno solo. E le soluzioni a queste necessità/volontà si esercitano attraverso i vari gradi di amministrazione, che hanno portata “geografica” diversa: mondiale, europea, nazionale, regionale, provinciale, comunale, ecc. Nulla di incomprensibile per chi abbia fatto un po’ di insiemistica alle elementari.

E se lo Stato (cioè tutti i cittadini d’Italia) decide che una certa opera va costruita in un certo luogo, non c’è referendum locale che tenga. Perché l’opera è di interesse nazionale (anzi, in questo caso europea). E la sua costruzione o non costruzione può cambiare le vite di chi sta a Bussoleno come di chi sta a Pizzo Calabro o a Kiev. La TAV è un treno e non un campo sportivo. Chiaro, no?

Lo scenario per cui a Milano sono stati fatti alcuni referendum consultivi riguardanti il territorio è diverso: lì i cittadini erano chiamati a esprimersi su temi strettamente legati alla città e di competenza esclusiva del Comune di Milano. Qui si tratta di un progetto europeo che va da Kiev al Portogallo. Ed è un progetto su cui dovrebbero transitare persone e cose da mezza europa. Quindi non azzardiamo paragoni sbagliati.

Quindi no, il referendum in Valsusa sarebbe sbagliato, oltre che inutile. E stabilirebbe un precedente pericolosissimo (che sarebbe il trionfo del leghismo, inteso come pratica e ideologia iperlocalistica): dare precedenza agli interessi locali rispetto a quelli più grandi.

Il problema è che si perderebbe, in piccolo, il senso della misura. Mi spiego con un esempio nemmeno troppo fantasioso. Facciamo che siamo così sventurati da fare un referendum in Valsusa. Ci sarebbero già i primi problemi a definire cos’è la Valsusa, quali sono i cittadini interessati dall’opera e abilitati a votare (peraltro se si fa un lungo tunnel sotto una montagna, magari vorrebbero esprimersi sull’opera pure quelli che abitano nella valle contigua). Ma facciamo che si superano.
Poi succede che vincono i sì: l’opera ha il consenso della valle. Di sicuro salterebbero su i cittadini della bassa valle a dire che loro sono più legittimati a decidere rispetto ai cittadini dell’alta valle, dove la TAV non avrebbe grandi effetti.
Quindi, visto che piace il principio localista, toccherebbe fare un referendum limitato ai cittadini della bassa valle. Si fa e magari ri-vince il sì. Finirebbe che i cittadini del versante della bassa valle interessata dall’opera si sentirebbero più legittimati a decidere rispetto a quelli della bassa valle che stanno dall’altra parte o più distanti. E vai con un altro referendum. In cui magari vincono i sì, ma i cittadini sul versante dell’opera coi terreni espropriati si sentono più legittimati a decidere rispetto a quelli non espropriati. E allora si fa un altro referendum, facendo votare sempre meno gente.
E così via, fino a quando ognuno sarà titolare e principe del metro quadro che calpesta.

Il problema di scala dell’applicazione della sovranità è attualissimo, soprattutto in un’epoca in cui le decisioni importanti superano la dimensione nazionale. Cedere a tentazioni leghiste (questa è la vera natura, magari inconsapevole, del movimento notav fin dalle sue origini, dimenticando i plugin antagonisti/violenti aggiuntisi in seguito), magari non accorgendosene, è un rischio enorme per questo paese in cui i principi forti sono spesso offuscati, opachi, non definiti.
Non va fatto, così come non va fatta una pausa di ripensamento della TAV, perché la TAV non è in Valsusa. La TAV è in Europa. E va fatta il meglio possibile, ascoltando ovviamente le istanze costruttive (cioè ***come*** farla meglio; se farla o no è già stato deciso altrove, rispondendo a interessi di un numero più grande e ugualmente interessato di cittadini sovrani) di chi risiede nelle zone in cui passeranno i treni.

Purtroppo per le menti di certa sinistra poetico/vanitosa (vendoliana), per fortuna minoritaria e in via d’estinzione, l’immagine autogenerata facile-facile del povero contadino che lotta per la sua terra contro le multinazionali è una tentazione irresistibile: vera e propria pornografia ideologica, che genera eccitazione e schieramenti a priori. E poco importa se, come nel porno, è tutto finto. Quel che conta è crederci per un po’, senza avere coscienza dei pericoli più grandi che si nascondono – per tutti – nelle pieghe di un terzomondismo nostrano in salsa antimoderna.

Si scoprono i mandanti (o quantomeno i beneficiari) del raid fascista/juventino al campo rom della Continassa?

December 14th, 2011 § 7 comments § permalink

Post rapidissimo per segnalare che il blog di Riccardo Caldara contiene un’informazione piuttosto utile (e ovviamente taciuta dai media) riguardo il raid fascista fatto da ultras della juve nel campo rom nell’area della cascina Continassa.

A quanto dice il post di Caldara, l’area su cui c’era il campo rom è assegnata alla juventus s.p.a., che ha un grande piano di ristrutturazione dell’area (che comprende anche la costruzione della propria nuova sede in loco). Non c’è da sorprendersi, quindi, che il raid che ha dato fuoco a roulotte, baracche e tende (fortunatamente abbandonate in tempo dai rom) sia stato compiuto da ultras della juve: oltre al razzismo e alla violenza, che sono di casa tra la tifoseria organizzata bianconera, evidentemente rischia di esserci anche qualche motivo in più.

Il risultato è che l’unico beneficiario di questo episodio orribile pare essere, se quanto affermato nel post di Caldara corrisponde al vero, la società bianconera.

In assenza di prove, non ho risposte e non ho opinioni, ma giusto alcune domande.

1 – Chi ha avvertito i rom della Continassa dell’imminente raid? E chi li ha fatti scappare prima che avvenisse? Le forze dell’ordine? Dei privati?

2 – Come mai il raid fascista e potenzialmente omicida contro il campo rom è stato fatto quasi esclusivamente da noti ultras bianconeri? E’ credibile la spiegazione per cui, essendo le Vallette un quartiere abitato in gran parte da famiglie di origine meridionale (e quindi facilmente di fede juventina) si siano trovati “per caso” solo tifosi della juve?

3 – E’ vero che l’area su cui insisteva il campo rom è stata assegnata alla juventus s.p.a.?

4 – Per quale motivo le forze dell’ordine hanno sottovalutato il corteo da cui si è generato il raid al campo rom, quando era chiaro anche ai sassi che una manifestazione di quel genere non poteva che essere tesissima e sfociare in violenza?

5 – Come mai i reparti delle forze dell’ordine che vigilano sulle manifestazioni politiche e sul mondo ultrà (e che normalmente sono rapidissime nel fermare in anticipo eccessi e crimini) hanno lasciato che, in piena città in un corteo organizzato e pericolosissimo, potessero girare liberamente spranghe, molotov, bombole di gas, ecc?

6 – Perché non si sanno ancora con precisione i nomi degli arrestati e le accuse a loro carico?

 

Co-marketing politico parassitario, presente cadavere: l’imbarazzante caso di Sinistra Ecologia e Libertà e il necrologio per Steve Jobs

October 12th, 2011 § 29 comments § permalink

In queste ore sta girando in rete un’immagine che ritrae un manifesto, assemblato in fretta e furia, con cui Sinistra Ecologia e Libertà onora Steve Jobs. (trovata grazie al buon Menietti, che a sua volta l’ha presa da Frankie Hi NRG MC attraverso Zoro)

Se proprio ci tenete a vederla, eccola qui.

Il problema è che quando una cosa mi fa schifo per troppe ragioni, non so mai da dove cominciare e rimango senza parole. Poi mi faccio passare la nausea e me ne vengono tante.
Ond evitare di fare scempio del vostro tempo libero, mi limito a un elenco facile facile.

– è una campagna fuori tempo massimo: se arrivi con i manifesti funebri 4 giorni dopo che il de cuius è morto hai sbagliato tutto. E non riesci a profittare dell’effetto “tutti piangono, buttiamoci nella mischia”, perché ormai il lutto è stato elaborato e stiamo tutti aspettando iOS 5.

– è la classica campagna parassita, in cui si cerca neanche troppo sottilmente (vedi il visual imbarazzante in cui hanno incollato alla meglio il logo di Sinistra e Libertà nelle Mela) un’associazione tra marchi, sperando che la gente faccia uno più uno. E che magari pensi che Vendola è lo Steve Jobs della politica. Verrebbe voglia di augurarglielo.

– è una campagna contraddittoria in termini tecnologici: Sinistra Ecologia e Libertà ha in programma il supporto e la diffusione del software libero e open source e celebra uno dei paladini della massima chiusura, per fini economici e paternalistici/censori, dei sistemi.

– è una campagna contraddittoria in termini puramente politici: ti chiami Sinistra Ecologia e Libertà e celebri con un manifesto un tycoon americano ultra-capitalista e che partecipa all’embargo a Cuba  (nota, per me non c’è nessun problema nel fatto che sia ricco, americano, capitalista e nemico del regime di Castro, anzi: cerco di ragionare con la testa dell’elettore vendoliano medio) la cui azienda non solo sfrutta gli operai cinesi della Foxconn facendoli lavorare, minori inclusi, in condizioni degradanti e senza supporto sindacale, ma si è presa più volte il patentino di multinazionale anti-ecologica, inquinante, ecc.

– è una campagna loffia (in altri contesti direi “da sfigati”), perché si vede che è un disperato “me too”, un goffo tentativo di partecipare a una festa funebre a cui non si è invitati. E’ un problema noto di certa sinistra (e mi piange il cuore a dirlo): il disagio nei confronti della modernità, una lentezza ad adottare le novità, un amore estetizzante per il passato (mi gioco una pizza che Vendola, al secondo bicchiere di Negroamaro, ti tira fuori il discorso sull’intima bellezza del libro cartaceo o sul piacere di scrivere le sue poesie con la stilografica e così via).

– è una campagna a rischio, perché non è che puoi prendere il marchio Apple e conciarlo come ti pare col marchio del tuo partito e poi riempirci il centro di Roma. Sento già il rumore di una decina di avvocati a Cupertino che iniziano ad affilare i canini.

– in ultimo è uno sciacallaggio evidentissimo: non c’è una sola ragione al mondo per cui un partito politico italiano desideri celebrare una figura che non ha nulla da spartire con il suo mondo se non un palese tentativo di co-marketing forzato, presente cadavere (anzi, assente causa ritardo di Vendola & c.)

Nello spezzettamento lacaniano dell’io in rete, questa bella iniziativa del partito di Nichi Vendola è riuscita a infastidirmi come uomo di sinistra, come appassionato di tecnologia, come comunicatore di mestiere e pure come semplice cittadino. Per quanto ne capisco, Sinistra Ecologia e Libertà ha rimediato una figura imbarazzante e, cosa ancora più grave, ha fatto qualcosa di moralmente riprovevole.

Mi piacerebbe fare quello offeso che dice “ecco, per questa porcata non avranno il mio voto”, ma ho motivi più seri e più validi per non votarli. Però da oggi mi fanno anche un po’ schifo.

Update: Vendola ha preso le distanze dal manifesto, definendolo un “incidente di percorso” (via Claudio Cerasa). Il che solleva seri problemi su come gestisce il partito (che più personale non si può).

 

L’isolato che non c’è

May 23rd, 2011 § 12 comments § permalink

Credo che a quest’ora abbiate letto già tutti la news sul clamoroso abboccamento dello staff di Letizia Moratti allo scherzo di Sucate.
Se non l’avete fatto, ecco la spiegazione: la Moratti, nella ricerca disperata di trovare qualche forma di consenso in più per il ballottaggio, ha aperto in fretta e furia un account Twitter, promettendo di rispondere a tutti i cittadini che avrebbero inviato domande, appelli, ecc.

L’esordio del (futuro ex, speriamo) sindaco di Milano non è stato dei migliori. A chi le faceva notare che in 5 anni di amministrazione si è ben guardata dall’aprire un canale di comunicazione diretto con i cittadini, mentre in campagna elettorale è improvvisamente diventata una paladina della comunicazione disintermediata, ha risposto “Vi ho sempre seguiti tutti. Solo non su Twitter“. Valutate voi quali risvolti leggere nella risposta, se la paraculaggine o direttamente una minacciosa pennellata di stalking.

Oggi è andata peggio. Un utente della rete con la propensione al cazzeggio creativo (Lucah, un genio) ha pensato bene di iscriversi al canale Twitter della Moratti e rivolgere al sindaco un appello dal suo fantomatico quartiere – Sucate – contro una altrettanto fantasiosa moschea abusiva di prossima costruzione nell’emblematica via Puppa.
Uno scherzo cazzone, insomma, in cui non sarebbe cascato nemmeno un bambino di terza elementare particolarmente intorpidito da ore di Playstation.

La sventurata ha risposto. E lo ha fatto sul serio, rispondendo: “Nessuna tolleranza per le moschee abusive. I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo PGT“.

Risultato: sono passate alcune ore, in cui mezza rete italiana è saltata sul treno per Sucate, inventandone di cotte e di crude su questo nuovo e finora inaudito quartiere di Milano in cui ben 4000 cittadini si proclamavano scontenti. E non sono state ore di inattività: per tutto il tempo il canale Twitter della Moratti ha continuato imperterrito a sfornare aggiornamenti autocelebrativi con solerzia meneghina.

Poi, finalmente, qualche berlusconiano che passava da quelle parti se ne deve essere accorto e ha risposto, chiudendo il caso e lasciando spazio alle risate postume.

Ha senso chiedersi cosa significa, cazzeggio a parte, questo episodio. Significa una cosa banale: nello staff della Moratti non conoscono Milano. O forse la conoscono male, così come posso conoscerla io che sono da 2 anni un torinese in trasferta.
E sono pure tonti, perché è evidente che la toponomastica patria, per quanto problematica in alcuni casi limite, non prevede un’area che si possa chiamare Sucate.

Credo che questo sia un dato politico decisamente più rilevante di molti altri: tra tutti gli autori e i lettori del profilo Twitter della Moratti non c’è stata – per ore – una singola intelligenza così attenta da rendersi conto che c’era un perculamento di massa in atto. E nessuno conosceva Milano così bene da accorgersi che in vita sua non ha mai sentito parlare del borgo di Sucate e di via Puppa, zone peraltro dove il conducator della destra si sarebbe trasferito istantaneamente, per ovvie affinità.
Alla fine dalle parti della Moratti rimediano all’ignoranza con l’unica soluzione a breve termine possibile: improvvisano. E lo fanno male.

(Poiché qui si ha – nonostante miliardi di prove contrarie – fiducia nel genere umano, abbiamo anche provato a darci delle spiegazioni razionali. La soluzione più gettonata è che il canale Twitter della Moratti sia gestito da un gruppo di ciellini: gente che, per definizione, manca di senso dell’umorismo e non è esattamente pratica quando si orbita intorno a sesso e affini; ma devono essere ciellini che vengono da una valle molto isolata e disabitata, in cui non ci sono le scuole medie, grado scolastico in cui si abusa del termine “suca” e di tutte le sue derivazioni)

Secoli fa, nello storico ballottaggio per la poltrona di sindaco a Roma, quando ancora non erano alleati, Rutelli tirò uno scherzo simile a Fini, chiedendogli – in un confronto al Maurizio Costanzo Show – dove avrebbe collocato un museo minore, ignoto ai più.
Fini, evidentemente impreparato, abbozzò una risposta e Rutelli infierì, spiegando che la sua domanda era un trappolone e quel museo aveva già una sede da anni e che – come rimase negli annali delle battute – “Fini di romano ha soltanto il saluto”.

Il fenomeno di candidati e staff che non conoscono la città ha avuto manifestazioni patologiche a Torino, città in cui, fin dagli anni Novanta, la destra non è riuscita a candidare sindaco di Torino un torinese o anche solo una persona pratica della città o un residente da lunga data.
Nell’ordine ha candidato il leghista Comino (di Morozzo, CN), l’ex ministro liberale Costa (ras di Mondovì, CN), l’attuale sottosegretario transitato in FLI e poi tornato a riscuotere all’ovile berlusconiano Roberto Rosso (di Trino Vercellese, VC) e poi la magia della candidatura di peso: l’allora berlusconiano Rocco Buttiglione, gallipolino di nascita e forte di ben 4 anni di liceo (neanche tutti e 5) a Torino, mezzo secolo addietro.

Le cronache politiche raccontano il gran divertimento dei candidati sindaco del centrosinistra, pronti a spiazzare l’avversario con banali riferimenti topografici, la crisi dei candidati e del loro staff, perennemente col Tuttocittà in mano (non era ancora tempo di TomTom e GPS) e l’ansia di perdersi qualche mercato rionale, le perfidie dei taxisti “ma Piazza Vittorio o Corso Vittorio, dottò!?” e, in generale, un senso di Caporetto perenne (Caporetto, amici del PDL, non Cavoretto, quasi omonima borgata collinare di Torino, voi capire?).

In verità sotto la Mole siamo abituati a scenari di questo genere: anni fa Berlusconi pensò bene di fare un discorso in città. Riempì per metà un teatro coi suoi pensionati a libro paga e, nel tripudio generale, lesse un credibilissimo discorso sui problemi dell’area portuale. In effetti aveva ragione, Torino ha il problema più serio del mondo col suo porto: nessuno è mai riuscito a trovarlo, forse per il solitamente trascurabile dettaglio che qui non c’è il mare.

A fine giornata – di nuovo con molta calma, segno che i contenuti politici non sono esattamente il primo pensiero della destra nostrana – arrivò una placida smentita da Forza Italia: Berlusconi aveva enunciato a Torino lo stesso discorso che aveva letto a Genova pochi giorni prima, tanto – parole sue – “sono città simili”. Ovvero città del Nord che non hanno abboccato al berlusconismo e che sono piuttosto fiere di non avere nulla da spartire con la Padania.

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