Leader, non cheerleader – cosa non va nella comunicazione del PD

May 31st, 2017 § 0 comments § permalink

Se avete fatto un giro sui social tra ieri e oggi è probabile che siate incappati in qualcuno che si lamentava della comunicazione online del PD.
Nel giro di poche ore è montata una piccola rivolta online contro due post condivisi da pagine Facebook del PD o comunque riconducibili a quel partito.

Si tratta di due post “fotografici”, in cui un testo brevissimo è sovraimposto a un’immagine fotografica, creando una specie di cartolina a metà tra il poster motivazionale e i meme con le frasi di Osho. È un format diffusissimo: ne vediamo a centinaia ogni giorno, dalle immagini apocrife dei Peanuts con frasi sdolcinate sull’amicizia o deliranti ego-trip ai tazebao digitali dell’universo del Movimento 5 Stelle.

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I “quadretti” diffusi dagli ambienti grillini sono il modello a cui si ispirano i due post oggetto di polemica (peraltro non i primi prodotti dal PD: è una strategia che va avanti da qualche mese).

Il format a modo suo è perfetto per questi tempi: un’immagine con un testo brevissimo, scritto in grande (in un paese di anziani, quindi di presbiti, è fondamentale), con poche parole semplici, spesso una frase sola. Tutto è enfatico: le fotografie, il font, i testi e le call-to-action.

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Un oggetto comunicativo fatto in questo modo funziona benissimo su Facebook: spicca in timeline, si legge senza dover cliccare e comunica la sua semplice essenza in pochissimi millisecondi.
È il mezzo ideale per un pubblico che non ama molto leggere, non è avvezzo alle complessità e non si pone il problema (anzi, forse ignora che esista) dei rischi portati dalla semplificazione estrema e dalla comunicazione “gridata”.

Insomma, i “quadretti grillini” vanno benissimo per la naturale e comprensibile superficialità del pubblico italiano, che per scarsità di tempo e di mezzi culturali ha bassissime soglie attentive e capacità di riflessione a caldo: hanno la brevità, l’emergenza e la forza dei titoli di giornale senza il peso accessorio degli articoli completi al seguito, che tanto non leggerebbe nessuno.

La caratteristica aggiuntiva dei quadretti, che spesso non emerge in mezzo a tanti segni così forti e grossolani, è il loro ruolo di conferma. Fateci caso: nella comunicazione gridata online il dubbio è totalmente assente, i toni conciliatori e la ragionevolezza pure.
Il fine di questo tipo di comunicazione, se applicata alla politica, è evidentemente uno solo: rafforzare a colpi di urla l’opinione di chi già è d’accordo. Sono camere dell’eco e nulla più.

Non è una cosa sbagliata, tecnicamente: la “base” va periodicamente scaldata, appassionata, attivata affinché scateni la sua advocacy, cioè la sua capacità di trasmettere con la militanza i valori e le parole d’ordine della “causa”.

Ma fatta così serve al suo scopo?

 

C’È SOLO UN CAPITANO 

Guardiamo nel dettaglio i due post attribuibili al PD.
Il primo, proveniente dalla misteriosa pagina (non è chiaro chi gestisca e quanto sia ufficiale questa pagina dedita alla comunicazione “grillina” pro-Renzi) Matteo Renzi News, dice “Orgogliosi di questa generazione. Due grandi capitani”, photoshoppando malissimo il tutto sulle fotografie affiancate di Matteo Renzi e Francesco Totti, entrambi colti in una foto di repertorio con il dito alzato.

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Andiamo al sodo. Il messaggio è chiaro: “Renzi è come Totti”, con una pennellata di orgoglio quarantenne.
Ci vuole poco per vedere in questo post, nell’ordine:

– un’appropriazione indebita: al di là del cattivo gusto di auto-lodarsi, non so quanto Totti sia felice di essere tirato in mezzo a un parallelo politico, con tanto di sua immagine (di cui saranno stati pagati i diritti?)

– un’associazione discutibile tra politica e calcio: “tifoseria”, “ultras”, “curva”, ecc. sono parole dispregiative nel linguaggio politico, che teoricamente dovrebbe avere più cura, più cautela e più buonsenso del linguaggio infervorato e fideistico da stadio o da bar sport. Tra l’altro una mossa simile viola l’ecumenismo calcistico che è d’uopo per i politici. Fossi un rarissimo elettore PD tifoso della Lazio, per dire, dopo un post così starei facendo il diavolo a quattro

– una mezza gaffe: Totti si sta ritirando dal calcio giocato e sul tema “ritirarsi” è sano che Renzi tenga un basso profilo, visto che ha avuto la sventurata idea di dire “se perdo il referendum vado a casa” (cosa che ha fatto, restando a casa un po’ troppo poco tempo per zittire i critici più infervorati)

– il vuoto comunicativo: cosa ci vogliono dire, a parte il fatto che Renzi e Totti hanno entrambi una quarantina d’anni? Le ho provate tutte, ma la risposta continua a essere “niente”. Vogliono che facciamo “alè-oo”, forse la ola in ufficio.

 

Ho dato un’occhiata alla pagina Matteo Renzi News per intero è piena di quadretti esaltati di questo genere, tutti enfasi e semplificazioni, che flirtano in modo evidente col culto della personalità e non offrono un argomento che sia uno all’eventuale advocacy dei militanti.
Cioè, dopo che un simpatizzante del PD viene esposto a post di questo tipo ha qualcosa di più da dire a favore del suo partito? Ha un’arma in più per convincere gli indecisi?

Non so se sono un buon benchmark per misurare gli effetti di questo tipo di comunicazione (dovrei esserlo: sono iscritto al PD e ho votato Renzi alle recenti primarie), ma anche spogliandomi degli abiti del pubblicitario che avrebbe non poche riserve estetiche e strategiche, non riesco a provare altro che fastidio verso la comunicazione pro-Renzi fatta in questo modo.
Non fidandomi di me, ho dato un’occhiata online: la quasi totalità dei militanti e degli elettori PD è sul piede di guerra e i più imbufaliti sono i renziani.

Non fatico a capire il perché della rabbia dei militanti. Sono già renziani, non hanno bisogno di confermare le loro convinzioni con il tifo.

Il partito, inclusa la sua base ha bisogno di programmi, chiarezza sulle scelte future e leader, non cheerleader.

 

 

LA SINISTRA CHE FA COME LA DESTRA

Il secondo post proviene da una delle pagine ufficiali del PD, quindi lo consideriamo ufficialmente approvato dal partito e dal suo Segretario.
In questo caso l’esaltazione del leader lascia il passo a un attacco alla giunta Raggi, fatto attraverso la citazione di un estratto da un articolo del New York Times che critica fortemente la sindaca grillina, additandola come zimbello universale a capo di una città allo sbando, ulteriormente ferita dall’addio calcistico di Totti.

Il post funzionerebbe abbastanza bene, essendo della categoria non raffinatissima “ecco le figuracce internazionali che ci fanno fare i nostri nemici!”.

Peccato che, come hanno notato in molti, la citazione dal New York Times sia tagliata a regola d’arte per escludere la parte in cui il giornalista dichiara che il degrado caratterizza Roma da un decennio. Decennio in cui Roma è stata governata anche dal PD.
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Vi risparmio l’elenco puntato di cose che non vanno, perché ne basta una grossa come una casa: questo è un post disonesto. La comunicazione, cioè, si basa su una bugia (per la precisione, un’omissione rilevante) nei confronti di chi legge e questa è la violazione del principio di fiducia su cui si basa la pubblicità politica.

Se freghi il tuo pubblico con premesse non vere, come puoi pretendere che ti segua nelle conclusioni?

Un post così non guadagna mezzo voto, soprattutto se la sua gabola viene scoperta.

Imbarazza i militanti e gli elettori potenziali, perché si rendono conto che negli uffici comunicazione del proprio partito c’è chi non gioca in modo pulitissimo e non convince nessun avversario, perché l’argomentazione “gli americani dicono che Roma fa schifo e la Raggi pure” non fa altro che mettere ancora più sulla difensiva chi parteggia per la sindaca di Roma.

Certo, la comunicazione che prova a indagare le ragioni per cui perfino il New York Times si prende la briga di dire che Roma è allo sbando e propone soluzioni precise e ragionevoli caso per caso è meno affascinante, meno immediata e fa meno click rispetto a una campagna gridata e capace solo di polarizzare ulteriormente elettorati già convinti e inamovibili dalle proprie posizioni. Però le elezioni, tranne che nel Movimento 5 Stelle, si vincono coi voti, non coi click.

In molti in queste ore mi stanno dicendo che non capisco, che dietro questa (per me) imbarazzante attività online del PD c’è una precisa strategia. Ecco, onestamente non la vedo e sfido chi ne è responsabile a farsi avanti e spiegarmela (già: chi ne è responsabile? È possibile che non si sappiano i nomi di chi decide e crea queste campagne? Sbaglio o il PD si fa forte dell’idea di essere un partito trasparente? Fuori i nomi! Lo chiedo da iscritto).

Per quello che capisco di comunicazione, l’abbassamento a quote grilline del livello dialettico del PD e di Matteo Renzi è inutile, perché:

– non convince i militanti (ora come ora li fa arrabbiare) e nella migliore delle ipotesi li trasforma da propugnatori di un’idea in tifosi dietro uno stendardo

– non convince gli indecisi, i dubbiosi, i neutri, perché non dice niente neanche al livello di comunicazione più basso al di là di “Renzi è figo perché sì” ai renziani e “Devi morire!” agli avversari.

– non “risponde per le rime” alla comunicazione grillina più becera, perché nel mercato della politica sgradevole e gridata vince chi grida più forte le cose più orribili. E in quello il Movimento 5 Stelle è imbattibile.

 

QUELLO CHE COMUNICAVA BENE?

Uno dei punti di forza della proposta politica di Renzi era la sua capacità di risvegliare la sinistra dal torpore comunicativo e dotarla di una comunicazione contemporanea ed efficace, dopo i disastri bersaniani che hanno portato il partito alla drammatica non-vittoria del 2013.

Pur capendo la necessità di reagire al degrado del discorso politico in Italia, credo che rispondervi emulando male i grillini e la parte di Internet meno capace di produrre contenuti originali sia una scelta sbagliatissima e improduttiva.
Non sposta voti, non infiamma coscienze, semmai rende ancora più ultras qualche ultras.
Avrei accettato, per pura ragion di militanza, una comunicazione “bassa” ma elettoralmente utile. Farla bassa, male e inutile è davvero sbagliato. Anzi, poco intelligente.

È anche una scelta tatticamente assurda, perché il partito che si piega a usare la narrativa degli avversari subisce una sconfitta evidente sul piano comunicativo. Insegue, emula, contrappunta, risponde e non guida/controlla mai la narrazione politica sui media.

Come ai tempi di Berlusconi, insomma.
All’epoca non andò benissimo.

Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

February 16th, 2017 § 0 comments § permalink

Ciao, mi chiamo Enrico e sono uno di quelli che, da quando ha 18 anni, vota il grande partito della sinistra in tutte le sue forme e sigle. Sono un militante leale, sono di bocca buona, sono paziente e so accontentarmi, sapendo che il bene comune viene prima delle mie arrabbiature e della mia naturale pedanteria.

E sono favorevole alla scissione del PD. Anzi, non vedo l’ora che avvenga.

 

No, non sono preso dal cupio dissolvi. È che penso che la scissione che è alle porte sia una cosa sana e utile per tutto il centrosinistra e per il paese in genere.
Provo a spiegare il perché, in un post chilometrico come quelli di una volta (ma con delle sottolineature per chi ha fretta), che non prevede giudizi su Renzi (quindi risparmiamoceli nei commenti, lo dico per il nostro bene).

Se avete proprio tanto tempo da perdere, continuate a leggere.

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Pubblicità progresso

October 25th, 2016 § 0 comments § permalink

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SMS Premium, una truffa per timidi – aka mai più Tre Italia.

October 5th, 2016 § 0 comments § permalink

Spesso amici, parenti e colleghi, ricordandosi che sono un nerd, mi chiedono consigli tecnologici.

Oggi do uno sconsiglio: non abbonatevi a Tre.

Non ho particolari problemi tecnologici, in compenso ho avuto un’esperienza cliente disastrosa, una di quelle che ti fa passare la voglia di avere a che fare con un’azienda di cui percepisci i comportamenti vessatori nei confronti del consumatore e la stupida impostazione burocratica che sfiora il kafkiano.

AL LADRO!

Ecco la mia storia: il 13 settembre alle 11 di mattina (mentre ero in riunione da un cliente) mi è arrivato un SMS da parte di sconosciuti che mi segnalava che mi ero appena abbonato a un servizio SMS Premium, uno di quelli tristi a cui credo non si abboni più nessuno dal 1999. Non so nemmeno bene che servizio sia, temo una cosa tipo dei quiz via SMS che ti arrivano quotidianamente e ti costano 5€ alla settimana.

Avendo lavorato per anni per un operatore telefonico, so come funziona quel mercato: l’azienda manda un SMS pubblicitario  del servizio contenente un’indicazione dei costi, il cliente manda un SMS di autorizzazione e da lì inizia l’addebito settimanale dei 5€.

È un business che si basa sugli allocchi: gente che non legge le righe in piccolo, che fa un uso elementare del cellulare e che probabilmente si diverte a rispondere a quiz del tipo “Preferisci le bionde o le more?” o trova divertente scaricare suonerie stupide.
Diciamo che non rientro in quella categoria e, per evitare problemi, navigo con un adblocker sullo smartphone, onde evitare guai. Essendo stato del mestiere, ci sto attento.

Mi accorgo subito di essere stato abbonato a un servizio che ovviamente non ho richiesto. Segnatevi il nome: M-live EnjoyGames (scritto così, tutto attaccato). Blocco subito l’abbonamento, così da evitare costi ulteriori, ma mi ritrovo già 5€ di addebito. Sono 5€, non mi cambiano la vita, ma recuperarli dopo un’appropriazione indebita è una questione di principio.

 

COSA FARE QUANDO TI FREGANO DEI SOLDI AL TELEFONO? SBRIGARSI!

Quello che mi è accaduto non è una rarità: fate una ricerca online e scoprirete che le persone che incappano passivamente e senza colpa in questa fregatura sono tantissime.
Il problema è dell’operatore telefonico: per qualche motivo i sistemi della Tre non sono in grado di fermare un servizio che, in modo truffaldino, addebita dei costi ai suoi utenti senza che questi abbiano dato il consenso.

Per farsi rimborsare i soldi “fregati” il cliente Tre derubato deve:

1 – accorgersene (e non è che uno stia lì a controllare ossessivamente il traffico telefonico: abbiamo tutti hobby migliori, tipo guardare le barre di download che si completano)

2 – chiamare il 133, rompersi le balle ascoltando decine di opzioni inutili e, dopo un po’ di tentativi, riuscire finalmente a parlare con un operatore, segnalando il problema. Di norma ti rimborsano.

E qui casca l’asino.
Per ragioni che non riesco a spiegarmi se non in modo malizioso, Tre mette un limite di 7 giorni per richiedere il rimborso dei soldi che ti sono stati sottratti senza consenso e in modo del tutto arbitrario.

È un limite stupido in primis perché la gente non passa il tempo a controllare gli addebiti online (anzi, in gran parte non sa come si fa) e in secondo luogo perché le bollette hanno cadenze mensili/bimestrali): è facilissimo, anzi quasi certo, che un cliente si accorga del maltolto dopo più di 7 giorni.

Siamo di fronte a una pratica vessatoria con cui l’operatore non solo non si fa carico della scarsa sicurezza dei suoi sistemi, ma mette clausole penalizzanti (e assurde, come tempi) per le “vittime” della sua inefficienza.

Capirete anche voi che un sistema così non funziona. Di fatto come utenti siamo esposti agli addebiti arbitrari degli operatori SMS Premium (ma non li selezionano? Perché Tre non blocca M-live EnjoyGames? E se domani questo addebito di 5€ mi capita 100 volte? Chi mi tutela?), dobbiamo spendere un bel po’ di tempo chiamando il call-center per farci riaddebitare i soldi rubati e dobbiamo pure farlo in fretta, altrimenti non ce li danno.

Personalmente sento puzza di bruciato, soprattutto tenendo conto di un fatto: * di norma gli operatori telefonici guadagnano dagli SMS Premium, anche quelli di aziende terze*.
Facciamo comunque finta di non avere pensieri cattivi: resta il fatto che la regola dei 7 giorni di Tre è stupida e vorrei tanto sapere il nome del “burocrate masochista” che l’ha inventata
Quello che vorrei che Tre capisse è che quella regola gli fa solo danni, perché appena uno la subisce scappa e va da qualsiasi altro operatore, fosse anche quello – defunto – col peggiore naming al mondo, cioè Noverca (che vuol dire “matrigna”: il copy che si è inventato  il nome evidentemente era malato quando a scuola hanno fatto Dante e Leopardi).

 

EPILOGO TRISTE: 5€ PER UN’INGIUSTIZIA

Visto che avevo le balle girate per l’assurdo burocratismo kafkiano, ho fatto casino sui social network: mi sono messo su Twitter, ho chiamato in causa l’account di Tre Italia e ho iniziato a protestare fino a quando un pazientissimo manager del servizio clienti mi ha chiamato e mi ha fatto il rimborso dei 5€ in totale deroga alla regola stupida dei 7 giorni.

Tutto a posto, quindi? Per niente.
Non funziona così. Il mio, nella sua piccolezza, è un privilegio. Ho una decina di migliaia di follower su Twitter e di fatto, nell’asfittico mondo del social media marketing italiano, se martello un po’ riesco a creare un piccolo problema di PR a un’azienda che lavora male. Un problema che vale comunque più dei 5€ che mi sono stati rimborsati.

Se non fossi stato uno avvezzo ai social (o non avessi avuto tempo) e se non avessi avuto un minimo di gente che mi dava corda, aumentando la portata del problema che avevo sollevato a Tre, probabilmente nessuno mi avrebbe filato.

Il problema, quindi, non sono i miei 5€, ma sono le centinaia (o migliaia? che portata ha questa truffa degli operatori di SMS Premium verso cui Tre non sembra fare nulla?) di persone che ogni giorno subiscono la truffa degli SMS Premium e non hanno altra risorsa che chiamare il call center di Tre e trovarsi a un’antipaticissima operatrice che non fa altro che ribadire, a colpi di “Computer says no!” che dopo i 7 giorni puoi scordarti il rimborso.

Insomma, fossi stato una vecchietta, uno senza Internet, un introverso o uno con poco tempo a disposizione, mi sarei fatto fregare come minimo 5€.
Questa disparità di trattamento è ingiusta, per quanto piccola.

Ecco, credo che Tre, che ovviamente mi perderà come cliente alla prima occasione possibile, dovrebbe cambiare le sue pratiche, perché oltre che vessatorie sono anche ingiuste. E penalizzano i più “deboli”.

 

I mercatini sono conversazioni (il resto, mazzate)

October 28th, 2015 § 6 comments § permalink

Qualche giorno fa ho scritto un post su Facebook in cui mettevo in vendita un Mac che ci avanzava in casa. Ero dubbioso se postare l’annuncio su Facebook fosse una mossa intelligente. Non so bene cosa temessi, ma la parte più torinese di me pensava che usare i social per vendere qualcosa fosse, se non proprio una violazione di un tacito patto etico, un atto inelegante. Ho mediato tra la mia ritrosia sabauda e la mia avidità e ho optato per un post leggero, senza cifre esposte e con trattative economiche in DM. Nel giro di poche ore il Mac era stato venduto a un amico, previo sconto simpatia.

Ciò che mi ha sorpreso è che quel post mi ha messo in contatto con un grande numero di persone, magari amici che non sento spesso, conoscenze lontane con cui ho avuto prevalentemente contatti online, ecc., con cui ho piacevolmente chiacchierato al di là della mera vendita del computer. Mi sono ritrovato a dare in chat consigli spassionati (a più di un amico ho sconsigliato di comprare il mio Mac, perché non faceva per loro), ad ascoltare necessità, a disquisire di lavoro e a divagare gioiosamente sul trittico vita, universo e tutto quanto.

L’esperienza mi è piaciuta così tanto che non vedo l’ora di mettere in vendita il prossimo Mac. Datemi solo il tempo di consumarne uno.

Per bilanciare il karma positivo della vendita, l’altro giorno ho scritto un post su Facebook in cui facevo notare come fosse ridotta male, fragile ed esposta alle intemperie la famigerata trazzera asfaltata dai grillini in Sicilia.
Per 24 ore la conversazione che ne è seguita è stata tranquilla, civile e perfino simpatica (in un contesto in cui non tutti eravamo d’accordo).
Con il consueto ritardo di un giorno (fateci caso: l’imbarbarimento di una discussione accade sempre con un certo ritardo, come se ci fosse una distanza da colmare tra chi chiacchiera in modo mediamente civile e le masse imbufalite che mandano tutto in vacca), sono arrivati i grillini. Quelli veri, quelli ancora più impresentabili dei candidati: gli elettori grillini.

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È stata una delle esperienze al contempo più divertenti e più abbrutenti della mia vita online: centinaia e centinaia di commentatori (il post ha avuto un migliaio di condivisioni, ho letteralmente perso il controllo di dove andasse a finire) sono arrivati su una discussione con sostanzialmente due fini: negare l’evidenza e/0 insultare l’autore del post.
Sotto i miei occhi – e sotto gli occhi dei tanti che, insieme a me, si sono goduti lo spettacolo – è avvenuto un vero e proprio atto di degradazione della conversazione, che è partito col sacrificio pubblico della grammatica e dell’ortografia, è proseguito col turpiloquio ed è finito con minacce, insulti, insinuazioni, aggressioni ad personam (dove la persona ero io), gente che si improvvisa Sherlock Holmes sui fatti tuoi (alcuni commentatori avevano da ridire su casa mia: segno che sono andarti a cercarsi le foto), gente che commenta il mio profilo LinkedIn e poi direttamente devianza pura, follia (tra cui un genio che ce l’aveva con “voi che avete le foto profilo in bianco e nero”).

Per puro sport, avendo qualche ritaglio di tempo libero, con alcuni amici abbiamo perfino provato a interagire con alcuni di questi individui. Il risultato è stato disarmante, al punto che i nostri intenti seri e gramsciani di incontro con le masse incolte sono finiti in un perculamento generale a cui, tra l’altro, buona parte dei grillini ha abboccato.

Sto cercando di confortarmi pensando ottimisticamente che i due mondi – quello della conversazione simpatica, disinteressata, leggera e quello delle masse di ignoranti aggressivi del tutto privi di capacità dialettica e di intelligenza sufficiente per rapportarsi al prossimo – in qualche modo si bilancino, si annullino a vicenda.
Sotto sotto so benissimo che non è così e che la “prevalenza del cretino” è inevitabile. Cerco di non pensarci, perché poi mi scattano di nuovo quei brutti pensieri sulla sopravvalutazione del suffragio universale.

In questi casi mi chiedo sempre se sia intelligente fermarsi a prendere atto del problema. Forse dovremmo fare qualcosa. Il problema è che non so bene cosa fare, salvo dare sfogo ai peggiori istinti misantropi, augurarmi una guerra di trincea che faccia molte vittime o tifare asteroide, sperando che mi eviti (ché gli asteroidi, come i grillini, non vanno molto per il sottile).

Con alcuni amici (più seri di quelli di prima) ci siamo presi l’impegno di studiare il fenomeno. Cioè prendere questo thread e altri e cercare di capire cosa succede, evidenziare i temi, i cliché, le narrazioni più evidenti e popolari. Insomma, cercare di fare una (psico)analisi quantitativa del grillismo.
Perché, come diceva Flaiano, un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi.

Forse è il caso di iniziare. Sdraiatevi.

Un “PD vicino” di cui non vergognarsi – un ultimatum a Renzi

May 29th, 2015 § 7 comments § permalink

Le diverse incarnazioni locali del PD stanno mettendo in imbarazzo molti di noi: militanti, elettori, simpatizzanti. E stanno mettendo nei guai il PD nazionale.

A livello locale – direi ovunque, ma forse c’è qualche eccezione che ignoro – mi pare evidente che il verso non è cambiato: ci sono realtà in cui l’effetto-Renzi non si è manifestato e ci sono realtà in cui si è manifestato per finta, cioè ci si è limitati a far cambiare la casacca ai soliti noti che localmente fanno quel che vogliono col partito, con la differenza che ora si dicono renziani.

Siamo arrivati al paradosso per cui c’è un partito “centrale” in cui ci sono stati un forte cambiamento, un miglioramento etico e materiale della classe dirigente e un rinnovamento di merito, di metodo e di protagonisti, e c’è un partito “periferico” nelle regioni, nei comuni, ecc. in cui non è cambiato nulla. Anzi, sta peggiorando.

So che di fronte a un problema è tipico di sinistra discutere fino allo sfinimento delle colpe e trascurare la soluzione. Visto che dentro me il verso è cambiato, la faccio breve sulle colpe e poi mi occupo delle soluzioni.

 

LE COLPE

Uso “colpe” al plurale, perché le colpe sono due, a mio giudizio.

Colpa numero 1.
C’è una colpa storica, ed è una colpa lunga, che è tutta da imputare alle gestioni del PD (e di DS e Margherita, prima) precedenti a quella di Renzi, che – lo ricordo – ha potere sul partito da poco tempo.

Se il PD nei territori fa schifo a livello politico, umano e in certi casi etico, la colpa è di chi ha permesso che si insediassero localmente gruppi di potere, signori delle tessere, amici degli amici, ecc.
Un esempio su tutti: De Luca.

De Luca non nasce con Renzi, anzi. L’ex sindaco di Salerno ha una storia politica lunghissima nel centrosinistra (scuola PCI/PDS/DS), ha fatto il parlamentare, è stato membro di una Commissione ed è sempre stato considerato un “campione” della sinistra al Sud (ricordo D’Alema bullarsi delle percentuali bulgare che i DS raccoglievano a Salerno), al punto che Bersani lo ha voluto accanto a sé durante le Primarie del 2012 contro Renzi e lo ha considerato come potenziale ministro in caso di vittoria elettorale nel 2013 (quella che non arrivò).

Insomma, è dagli anni Novanta che De Luca esiste e prospera nell’ambito del centrosinistra. Ci indigniamo solo ora, ma è “nostro” da anni. Dove eravamo, prima?

Considerate De Luca una parte per il tutto e pensate alle facce della dirigenza del PD nel vostro territorio. È molto probabile che siano sempre le stesse, da anni, vero? E se ne sono entrate di nuove negli ultimi anni è molto probabile che queste siano perfino peggio di quelle che c’erano prima.

[un excursus su Torino che potete perdervi]

Vi faccio l’esempio di Torino, in cui:

– è sindaco Fassino (uno che era vecchio ai tempi del PCI)

– alla faccia del rinnovamento è segretario un signore che aveva già concluso la sua carriera politica negli anni Novanta

– è in Consiglio comunale per il PD uno come Giusy La Ganga, interprete del craxismo in terra sabauda, un curriculum non limpido in campo legale e all’epoca nemico pubblico numero uno di noi della sinistra torinese.

E questi sono i “vecchi”.

Tra i “nuovi”, con ruoli di punta, un controllo militare del partito locale a colpi di tessere ci sono:

– un oscuro signore che possiede numerose cooperative non esattamente rosse (anche nel trattamento dei lavoratori) e molto in affari con gli enti pubblici torinesi

– una famiglia di ex craxiani fortemente immanicati nel business delle autostrade (sarà un caso: non poche persone della direzione PD locale lavorano per la Sitaf o sue consociate) e grandi acquirenti e distributori di pacchetti di tessere: una vera e propria OPA al partito torinese.

Per capirci: in Direzione del PD locale ci sono se va bene una o due persone di cui mi fido. Il resto sono individui che nella migliore delle ipotesi non vorrei più vedere e nella peggiore non vorrei *mai* vedere in un partito di centrosinistra moderno.

Credo si capisca perché a livello locale non voto PD. E se il PD perde il voto di quelli come me è spacciato.

[/un excursus su Torino che potete perdervi]

 

Colpa numero 2.
La colpa secondaria – in ordine di tempo e di importanza (ma sicuramente quella che mi fa più rabbia) – è di Renzi, perché non ha (ancora?) fatto niente contro le porcate avvenute a livello locale. Anzi, in certi casi ha cercato alleanze, supporto, “cittadinanza” all’interno di un PD locale del tutto avulso od ostile al renzismo, avvicinandosi a potenti locali che era meglio rottamare con forza.

Certo, c’è stato un terribile trasformismo per cui 10 minuti dopo la vittoria di Renzi alle Primarie d’improvviso erano tutti diventati renziani e capisco che la questione possa essere stata spinosa da gestire. Ma non è stato fatto niente, salvo nei casi estremi (vedi il caso Mafia Capitale a Roma o le infiltrazioni della criminalità a Ostia). Capisco che ci sono state altre priorità, ma è il caso di dirselo: a livello locale il PD fa spesso letteralmente schifo, per quanto riguarda i dirigenti palesi e occulti (cioè quelli che possiedono le tessere e controllano il potere vero).

 

CONTRO LA PERIFERIA E CONTRO LE COSE ” DAL BASSO!” (A MALINCUORE)

Poche righe sopra citavo in una parentesi Ostia e Roma, cioè casi in cui si è scoperto che il PD più orgogliosamente anti-renziano di tutti (quello romano esteso) era corrotto a ogni livello, invischiato in storie orribili e indegne di un partito di sinistra.

Non si poteva non intervenire e Renzi lo ha fatto, “cancellando” l’organigramma del partito locale, aprendo un’indagine interna e nominando Matteo Orfini commissario pro-tempore del PD romano.

A Ostia ha fatto un passo ancora più forte: ha mandato un senatore “alieno” e noto per non mandarla a dire a nessuno a fare il commissario.

(capita che quel senatore – Stefano Esposito – sia torinese, sia un amico che mia ha insegnato molte cose in politica e sia la persona che mi accolse in FGCI – mandandomi a stendere: è noto il suo caratteraccio – il giorno che, quattordicenne, andai a iscrivermi; so che è un uomo coraggioso, di quelli che non hanno paura delle minacce del crimine organizzato o dei notav e non si tirano mai indietro. Mai. Credo che il partito abbia bisogno anche di persone così).

Ecco, penso che il problema sia tutto qui: c’è una dialettica centro-periferia che va affrontata. E per una volta va rovesciato lo schema narrativo, forte negli ultimi anni, per cui è la periferia a essere buona e il centro cattivo ed è la “base” a essere pulita e i vertici sporchi.
Ci siamo così innamorati dei processi federali di decentramento del potere in ogni ambito e dei processi bottom up (o, come si dice in sinistrese odioso, “dal basso!”) da non accorgerci che spesso erano facilmente inquinabili e inquinati.

Insomma, se una volta il crimine e il malaffare familista esprimevano premier e ministri, ora si accontentano (e secondo me ci fanno più soldi) di esprimere centinaia e centinaia di consiglieri comunali, assessori, consiglieri d’amministrazione, membri nelle direzioni locali dei partiti, segretari di sezione, ecc.
Capisco anche perché: un consigliere comunale anonimo in un paesino si nota di meno di un ministro. E anche se ha un curriculum imbarazzante, chi vuoi che ci faccia caso?
È cambiata la granularità del male, per capirci. E purtroppo, così sottile e di massa, passa indisturbato nei filtri etici che – pare – la nostra società ha messo qua e là nei processi democratici, sempre che funzionino.

 

EVVIVA IL CENTRO! (NON QUELLO POLITICO)

La mia proposta è semplice ed è drastica. Ed è una proposta al PD, anzi direttamente a Matteo Renzi.
Eccola.

“Caro segretario, ecco cosa ti suggerisco di fare, passate queste sciagurate amministrative in cui siamo tutti un po’ in imbarazzo per ragioni che sai:

1 – COMMISSARIA IL PARTITO NEI TERRITORI
annulla il PD locale, salvo casi virtuosi. Sì, hai capito bene. Fai un reset totale del Partito a livello regionale, provinciale e comunale in tutta Italia: un armageddon in cui cancelli tutti gli organismi dirigenti e li commissari con figure di specchiata civiltà e onestà (gente abituata alle maniere forti, anche a rischio che non siano esattamente raffinati pensatori: viene prima l’etica) nominate dal PD nazionale. E lasci le cose così per un bel po’, perché nel mentre bisogna lavorare sul punto 2 delle mie richieste. Eccolo.

2 –  FAI UN COMITATO ETICO DEL PD CON POTERE DI VETO E ATTIVO
riprendi in mano i vari documenti di garanzia, la carta etica, ecc. del PD e li trasformi in regole pratiche per un PD pulito
Servono, cioè, regole in grado di proteggere il partito da infiltrazioni, incrostazioni (che sono come le infiltrazioni, ma sono fatte da gente “dei nostri”, già dentro il partito), entrismi a colpi di tessere, malaffare, ecc.
Attenzione: non ce ne facciamo niente, come partito, dell’ennesimo file di Word con dentro delle regole vaghe che poi dimentichiamo in uno schedario del Nazareno. Facciamo delle regole che vengano rispettate e facciamo in modo che sia così: evitiamo che siano i potentati locali stessi (in cui l’etica, come vedi, non pullula) ad autogiudicarsi a livello etico. E magari mettiamo, per una volta, la regola semplice, veloce e indolore per cui chi si è candidato in precedenza in liste che si sono opposte al PD non è candidabile nel PD, così con un colpo solo combattiamo il trasformismo e favoriamo il rinnovamento. Piace?

E poi facciamo un comitato etico nazionale che abbia potere di veto e valuti tutte le candidature, le alleanze, le liste, ecc. e sia precisissimo e ossessivo nell’applicazione delle regole. Magari un comitato in cui, come tutti i comitati di controllo, partecipa pure qualche tua controparte o qualche tuo nemico (sì, ti sto facendo la proposta punk di mettere alcuni tuoi elettori e, boh, un grillino assatanato nel comitato che indaga su noi stessi).

3 – CAMBIA LO STATUTO AL PD
per fare tutto questo credo ti sarà utile, per un po’, cambiare lo Statuto del PD, togliendo materialmente potere al partito a livello locale. Si torna, cioè, ai bei tempi in cui il Partito (qui ha la maiuscola) era gestito dal centro e localmente si decideva poco. Bisogna meritarselo, il diritto a decidere per sé.
Le candidature? Le approva il PD centrale, col suo comitato etico di fastidiose signorine Rottermeier, che indagano su ogni nome in lista (alleati inclusi).
Le alleanze? Le approva il comitato suddetto, dopo aver valutato se gli alleati sono eticamente degni, non hanno nomi imbarazzanti, ecc.

E così via. Lo so, lo so che è un grande rompimento di palle, gestire così le candidature, le nomine, ecc. Ma preferisco avere qualche fastidio in più e molti imbarazzi in meno. Te lo dico da elettore che sai che ci tiene.”

 

AUTOROTTAMAZIONE E POCHE SCUSE: UN ULTIMATUM A RENZI

Quando il PD sarà diventato pulito anche in periferia, con comodo e con giudizio potremo spostare di nuovo la governance locale nei territori. Ma prendiamoci del tempo.

Mi sa che anni di berlusconismo, di partito della “ditta” e di partiti personali e familiari ci hanno fatto dimenticare che i partiti sono prima di tutto (cioè, dovrebbero essere prima di tutto) realtà che si definiscono sul piano etico e poi, a valle di quello, sul piano politico.

Ci tengo a dirlo: io ho votato Renzi non solo perché riformasse il paese in meglio (cosa che penso stia facendo, con tutte le difficoltà e le riserve del caso, ché la materia è complessa: ma il mio giudizio è positivo), ma anche perché cambiasse in meglio il PD e la sinistra per intero in ogni suo aspetto, incluso quello etico. E l’ho fatto aspettandomi che facesse tutto questo con tutta la forza possibile, prendendosi il lusso di non essere gentile o rispettoso, ove il caso l’avesse richiesto.

Per me il senso della rottamazione resta questo. E qua e là ha dato i suoi frutti, nella composizione della Direzione Nazionale del PD, in molte nomine del Governo (Boeri, Cantone), in molte candidature alle Europee (accompagnate da nomi terribili, come Cofferati, purtroppo).
Localmente, però, non è cambiato nulla.

Sono mesi che in tanti sosteniamo che Renzi deve occuparsi del “PD vicino”, la cui bruttezza è evidente e rischia di fare danni a livello nazionale.
Fino a ora non è stato fatto quasi niente. La scusa per cui Renzi ha cose più importanti da fare (per esempio tirare fuori questo paese dai guai in cui l’hanno messo i suoi nemici politici di ogni colore) inizia a traballare. E non perché Renzi abbia finalmente del tempo libero, ma banalmente perché la qualità locale del PD rischia di fare male al PD nazionale, a Renzi e al suo processo di rinnovamento.

Quindi i casi sono due. O Renzi si prende carico di questo problema (se non lui direttamente, qualcuno per lui: non mancano i nomi degni) oppure ci dice chiaramente che il PD locale gli va bene così e che ha altro a cui pensare. In quel caso perde il mio voto (e, sia chiaro, se lo scordano tutti gli altri: sono infinitamente peggio di lui).

Elezioni in Liguria: che fare? Un post delusissimo

May 27th, 2015 § 14 comments § permalink

Fossi ligure (e un po’ lo sono, per ragioni familiari e soprattutto affettive) troverei veramente difficile esprimere un voto alle imminenti elezioni regionali.

Penso che negli ultimi tempi in Liguria la sinistra tutta abbia dato il peggio di sé, inanellando una sequenza così perfetta di errori, cliché, stupidaggini e autolesionismi da sembrare una parodia.

Anzi, se qualcuno ha voglia di creare un tutorial intitolato “cose che la sinistra non deve fare MAI” da lasciare alle prossime generazioni, credo che la sceneggiatura sia già pronta: basta seguire passo dopo passo la cronistoria di questo disastro annunciato, che inizia con le Primarie per la scelta del candidato regionale del centrosinistra e finisce con una scissione, una candidatura inutile e dannosa e il rischio di far vincere la destra.

 

DUE CANDIDATI IMPRESENTABILI ALLE PRIMARIE

Quando sostengo che la sinistra in Liguria ha dato il peggio di sé non sto ricorrendo a un’iperbole. Si è manifestato davvero il peggio (un peggio storico, ricorrente) in due forme note, corrispondenti alle due candidature principali alle Primarie del PD.
Vediamole, accompagnate dal problema che si portano dietro:

 

1 – Raffaella Paita – il potere dei soliti noti, che non si rinnova
Da un lato c’era un candidato espressione del gruppo di potere che da anni possiede materialmente il centrosinistra in Liguria, che fa capo a Burlando, e che nel corso del tempo ha fatto danni gravi a livello amministrativo, politico ed elettorale (tra cui perdere le primarie per il sindaco di Genova e gestire malissimo la questione alluvioni).
Insomma, da anni c’era un PD locale gestito da un potentato particolarmente sgradevole, maneggione e arrogante: una realtà da rottamare con tutte le forze. Peccato che, dopo anni di entusiastica militanza bersaniana, sia saltato sul carro renziano e abbia espresso la candidatura di Raffaella Paita, vera e propria creatura di Burlando.

2 – Sergio Cofferati – un impresentabile (oltre che una cariatide)
Lo sostengo da anni: se c’è un’icona del peggio che la sinistra abbia mai espresso, questa è Sergio Cofferati.
Al di là di essere espressione di un’idea vecchia e non reale della società (più o meno quella della CGIL più conservatrice), al di là di essere stato un pessimo sindaco a Bologna, paracadutato dalla politica in luoghi a cui non apparteneva e che non conosceva (una delle cose più “kasta!” di sempre), si è rivelato anche antipatico, poco responsabile e soprattutto bugiardo, interessato più ai fatti suoi e ai posti di potere che alla lealtà nei confronti di chi lo ha votato. Aggiungete al mix il fatto che è totalmente incapace di comunicare in modo non paternale, non calato dall’alto, non formulaico e non algido e capirete perché per moltissimi Cofferati – sostenuto da bersaniani e civatiani – è l’epitome della bruttezza della sinistra che fu, oltre a essere la negazione del concetto stesso di rinnovamento.

 

SCONTRO FRA TITANIC

Ecco il classico scenario “scontro fra Titanic”,  una condizione in cui la scelta è tra due mali che si combattono e che sono posizionati ben oltre la soglia dell’accettabile. Non importa chi vinca: sarà sempre e comunque un fallimento destinato a colare a picco.

Difficile fare di peggio. Però va riconosciuto ai due candidati di essere stati così bravi da riuscirci.

Fin dal primo giorno delle Primarie sono volati pubblicamente sospetti, accuse, insulti reciproci.
Da un lato Cofferati accusava la Paita di aver taroccato le Primarie accordandosi con la destra per portare ai seggi votanti a suo favore, dall’altro i pullman pieni di gente raccolta non si sa come dalla CGIL e intruppata per votare Cofferati erano difficili da non notare.
Alla fine ha vinto con un discreto distacco la Paita. Cofferati ha fatto un esposto al PD centrale, che dopo un’indagine ha rilevato alcune irregolarità, ma non così tante da invalidare le Primarie.

Resta il fatto che si è consumata per giorni una battaglia a cui entrambi i contendenti hanno contribuito con il loro fardello di panni sporchi. Panni che non sono stati lavati in famiglia, anzi sono stati fatti volare nel più classico dei litigi in pubblico: un regalo agli avversari e all’antipolitica.

(Personalmente, dopo questo episodio non mi conto più tra gli entusiasti dello strumento delle Primarie, se sono così penetrabili da gruppi d’interesse, sindacati, avversari, ecc. e se ogni sconfitto può gridare allo scandalo, portandosi via il pallone e mandando tutto in vacca)

 

LA TERZA VIA CHE NON COLSE

Mettiamo in fila gli errori fatti finora, nel più classico elenco puntato:

– due candidature vecchie, da rottamare e impresentabili, figlie della cultura del vecchio PD

– un tentativo di snaturamento della volontà della base, coinvolgendo soggetti estranei al PD

– litigi in pubblico tra gente dello stesso partito, condotti ben oltre la soglia del ragionevole.

Manca un classico della sinistra di una volta: l’autolesionismo.

Ecco, quindi, che entra in gioco Giuseppe Civati.

L’amleto brianzolo alle Primarie si era schierato apertamente con Cofferati, cosa che ha lasciato un po’ interdetti i suoi supporter e i pochi che ancora pensavano che fosse espressione di una forma di rinnovamento della sinistra.
La verità è che, a fronte di tante parole, quando si è trattato di fare delle scelte di rinnovamento, Civati si è sempre trovato dalla parte della conservazione, come nelle Primarie del 2012 in cui si schierò con Bersani e D’Alema.

Di solito a questo punto i suoi difensori fanno partire il coro del “Sì, stava con Cofferati/Bersani ma malvolentieri”, che per me è un’aggravante: dalle sue parti ci si aspetta un leader, non una fidanzata malmostosa.

Ciò che sorprende è che Civati e i suoi si siano lasciati sfuggire un’occasione come le Primarie liguri.
Pensiamoci: c’erano due candidature pessime, espressione delle due correnti PD a cui i civatiani si dicevano alternativi. Civati poteva per una volta smarcarsi, proporre una candidatura diversa dai due impresentabili, farsi notare e probabilmente vincere le Primarie. Poteva, per la prima volta nella sua carriera politica, farsi notare con una soluzione innovatrice. E aveva l’occasione enorme di essere in grado di chiamare a raccolta tutti i delusi dall’obbligo di una scelta stupida tra un male e un malissimo.

E lui si è schierato col malissimo.
Tocca arrendersi al fatto che Civati e il suo staff non sono all’altezza: questo era un goal a porta vuota, bastava candidare alle Primarie un amministratore civile e un po’ sveglio.

Se perdere un’occasione enorme è una cosa spiacevole, ciò che è accaduto in seguito è stato terribile.
Cofferati, sconfitto alle Primarie, non ha accettato di aver perso, è uscito dal PD e ha dato il via a una vendetta: cercare di far perdere la Paita.

Per questo scopo particolarmente autolesionista – perché far perdere la Paita significa far vincere la destra di Berlusconi e Salvini, che in Liguria si presenta unita ed è saldamente piazzata seconda nei sondaggi – Cofferati si è tirato indietro e, in accordo con Civati, ha mandato avanti tal Luca Pastorino.
Pastorino, un parlamentare del PD non di primissima fila, sindaco di Bogliasco e civatiano, è uscito dal PD (non si è dimesso da parlamentare né da sindaco) e si è candidato presidente della Regione al di fuori del centrosinistra, con zero chance di vittoria, ma con l’obiettivo di sottrarre voti alla Paita, così da far vincere la destra.

La candidatura Pastorino parte da premesse sbagliate, perché se Civati voleva farci votare il sindaco di Bogliasco poteva candidarlo alle Primarie ed evitare di schierarsi con Cofferati.
Fossi stato ligure, alle Primarie l’avrei votato per disperazione, pur di evitare gli altri due contendenti.

L’operazione Pastorino, in più, non ha senso logico: non costruisce un’alternativa credibile, non ha nessuna possibilità di competere per la presidenza e ha un solo compito/effetto: cercare di far perdere la Paita e quindi far vincere la destra, in un’elezione in cui c’è un turno solo e vince chi arriva primo.

È evidente che il senso della candidatura di Pastorino – che i sondaggi più ottimisti danno  lontanissimo dai primi tre piazzati e con zero speranze di essere eletto presidente – è del tutto estraneo alla politica locale: Cofferati e Civati vogliono cercare di far perdere un’elezione al PD di Renzi.

Ora, capisco benissimo che ci sia chi non si riconosce in Renzi e chi lo detesta umanamente e politicamente, capisco e faccio miei tutti i rilievi alla candidatura della Paita e ai metodi del PD ligure.
Ma rischiare di far vincere la destra per “dare una lezione” a Renzi mi sembra una speculazione politica fatta sulla pelle dei cittadini liguri, che non si meritano la ghenga fascio-zombie di Salvini e Berlusconi.

Al di là del metodo – uno strappo a sinistra inutile e vendicativo, funzionale alla destra – il merito è deprimente. Pastorino si è dimostrato una delusione: privo di idee, inconsistente, fiacco, incapace di comunicare, con un programma tanto generico e ingenuo quanto palesemente raccogliticcio e improvvisato.
D’altronde i contenuti contano poco: per i promotori si tratta di “picchiare Renzi” e nulla più. E se tra le vittime collaterali ci sono i cittadini liguri, chi se ne frega.

Il confronto tra candidati alla presidenza della Regione Liguria avvenuto l’altra sera su Sky è stato rivelatore: Pastorino è stato vacuo e poco credibile, riuscendo a raccogliere credo il gradimento più basso mai registrato in un confronto tra candidati: un umiliante 13%, come riportano i dati di gradimento riportati da Sky.
Insomma, ai promotori dell’operazione Pastorino manca perfino la scusa “qualitativa”: il candidato è indubbiamente mediocre.

 

OK, MA TU COSA VOTERESTI?

In uno scenario così verrebbe voglia di mandare tutti a stendere, restarsene a casa e pensare ad altro.

Non ci sono molte alternative praticabili, escludendo a priori la destra. Il Movimento 5 Stelle è invotabile e in ogni caso non è in grado di vincere e il resto dei partiti (tra cui 4 – quattro! – candidature diverse di estrema sinistra, a conferma dello spirito costruttivo e unitario che alberga da quelle parti) ha numeri da schedina.

I sondaggi dicono che il distacco tra la Paita e Toti è limitato. La priorità è fermare la destra malintenzionata di Berlusconi e Salvini.
Fossi ligure, darei un voto contro la destra, per fermarla.
L‘unico modo concreto per farlo è votare – col naso tappatissimo – la Paita come presidente.

Per fortuna dai sondaggi emerge un’opportunità e cioè che, in caso di vittoria, i partiti che sostengono la Paita potrebbero non avere la maggioranza per governare e dovrebbero cercare alleanze e alchimie fragili ed effimere, destinate a durare poco, qualora si concretizzassero.

Fossi un elettore ligure ne approfitterei: c’è l’occasione di fermare la destra e facendo “non vincere” le liste che supportano la Paita.
Uno scenario simile potrebbe seriamente portare a nuove elezioni regionali. E magari a un PD ligure commissariato e a una candidatura di centrosinistra innovativa, presentabile e in discontinuità con Burlando e amici.

Riassumendo:

–  voto tattico e col naso tappato alla Paita come presidente in funzione anti-destra

– voto di lista a un partito di un’altra coalizione (nel mio caso mai alla destra, agli autolesionisti di Pastorino e a Grillo).

Vorrei fosse chiaro che un voto così non è un voto “utile”. È un voto disperato e distruttivo, fatto per fermare la destra e al contempo impedire a una sinistra inqualificabile di governare male come ha spesso fatto, favorendo nuove elezioni e – si spera – un’offerta politica più civile.

 

ALZIAMO GLI STANDARD?

Doversi ridurre a votare con delle acrobazie per scegliere un “meno peggio” effimero pur di arginare una destra morta e sepolta e resuscitata dall’aventatezza di Cofferati e Civati è semplicemente umiliante. Perché siamo tornati a dividerci, a giocare di sponda e a rivitalizzare la destra. Questo è un mix di bruttezza, arroganza e autolesionismo che conosciamo da anni (avessi voglia di mettere delle immagini, qui comparirebbero le fotografie di D’Alema e Bertinotti).

Come elettore di sinistra, scusate, pretendo di più.

Pretendo più attenzione da parte del PD centrale alle realtà locali. È nelle realtà locali che i potentati che prosperano da anni, è lì che il partito viene invaso da gente con intenzioni poco pulite, è lì che non si è rinnovato nulla, perché i soliti noti hanno cambiato casacca da bersaniani a finti renziani dell’ultima ora.
Questo vale da anni in Liguria come in Piemonte (regione in cui vivo e in cui evito qualsiasi rapporto – anche elettorale: non lo voto – col PD locale, preso da una guerra tra bande di signori delle tessere e interessi terzi, tra cui un po’ troppa gente in direzione che ha ruoli dirigenziali nella Sitaf e aziende affini) e, a leggere i giornali, nel Lazio di Mafia Capitale, in Campania e chissà dove altro ancora.

Di grazia, Renzi vuole occuparsi di questo problema o no? Qui, nel “partito vicino” il verso non è cambiato. E le facce (e i metodi) nemmeno.
Ricordiamoci che Bersani non ha fatto nulla per risolvere questo problema, anzi la sua gestione è responsabile dell’incrostazione dei potentati locali; il risultato è stato un 25% alle politiche, perché la gente è difficile che sia così articolata nei giudizi da distinguere tra PD nazionale e PD locale.

Pretendo più civiltà e più responsabilità da parte di chi si oppone a Renzi, elettori inclusi.
L’operazione Pastorino è una stupidaggine assurda compiuta sulla pelle dei cittadini liguri. Cioè, pur di dare contro a Renzi, Civati e Cofferati sono disposti a regalare la Liguria a Berlusconi e Salvini. Sono i nuovi Bertinotti, ma con meno stile, meno idee e senza le attenuanti di allora.

Lo dico a quei pochi elettori intenzionati a votare Pastorino per dare una lezione a Renzi o perché schifati dalla Paita: capisco, ma riconsiderate le vostre priorità e fate i conti con la realtà.
Chi vota Pastorino contribuisce direttamente a far vincere la destra di Salvini, Casa Pound e Forza Italia. Capisco le buone (e cattive) intenzioni, ma cerchiamo di essere lucidi: quella gente è pericolosa e l’antifascismo viene prima di tutte le divisioni di cui ci piace circondarci.

Infine pretendo più qualità nelle candidature del centrosinistra, perché tra gli aspiranti presidenti emersi dal PD e dai suoi fuoriusciti non c’è un solo nome votabile, in queste elezioni liguri. Che si tratti di impresentabili, di infami funzionali alla destra o di semplici incapaci, la qualità è bassissima.
Sono deluso io che abito in un’altra regione, figuriamoci i liguri.

Giao Angelo! In morte di FriendFeed, la comunità che diventò l’ONU delle cricche

March 10th, 2015 § 14 comments § permalink

Alla fine chiude FriendFeed (non lo linko, tanto chiude). Se il nome non vi dice nulla, risparmiate i vostri “Chiii?” e non trattate come un Fassina qualsiasi uno dei social network più importanti della Rete italiana – in prospettiva storica, s’intende –  che tra un mese esatto finalmente muore.

Dovessi spiegare il senso di FriendFeed a chi non lo conosce, la metterei giù più o meno così: è il primo posto in cui la comunità dei primi “assidui conversatori online” si è definita in quanto tale ed è cresciuta.
La parola interessante è “comunità”.
Certo, prima di Friendfeed (e anche durante e dopo) molti di noi avevano un blog, ma siamo onesti (e forse è il caso di dircelo una volta per tutte): non è che coi blog fossimo così tanto comunità.  Certo, cercavamo di leggerci a vicenda, ma all’epoca mancavano, banalmente, gli strumenti per uscire dalla nostra comfort zone di letture certe: blogroll e commenti non erano il massimo per fare discussioni di gruppo e spesso le conversazioni lunghe e partecipate, che pure non mancavano, erano sparse su un arcipelago di singoli blog difficile da padroneggiare.
Insomma, data l’inevitabile “forumizzazione dei blog” nei commenti, tenere traccia delle conversazioni era difficile e ci si perdeva sempre qualcosa, non si sapeva mai dove andare, spesso si arrivava in ritardo dopo essersi persi il meglio e così via.

FriendFeed, alla sua nascita, era il social network giusto al momento giusto: intercettava il desiderio da parte dei blogger di avere uno spazio condiviso (e non personale) di aggregazione e di discussione e intuiva che l’identità digitale di una persona non si sarebbe limitata al solo blog, ma avrebbe incorporato altri servizi/mondi.

L’idea di fondo di FriendFeed era semplice: essere il social network dei social network, cioè un posto in grado di aggregare tutto ciò che ciascuno di noi postava sul suo blog, sul suo account Twitter, sul proprio account Facebook e su mille altri servizi (e anche direttamente su FriendFeed), consentendo ad amici e perfetti sconosciuti si sviluppare una conversazione sotto ciascun post.

Per anni buona parte di coloro che in Italia provavano piacere a contarsela online (in sostanza quasi tutti i blogger assidui) si sono ritrovati lì. Il bello di FriendFeed era che sotto a un post potevano nascere discussioni chilometriche, che spesso prendevano pieghe tutte loro, si allontanavano dal tema, venivano “rapite” da altre questioni, ti portavano altrove.

Era divertente, quel FriendFeed lì. Era diventato una piattaforma in cui una comunità di gente propensa alla chiacchiera e al cazzeggio (o al dibattito politico al coltello) esercitava e condivideva la propria competenza, le proprie opinioni e la propria creatività. Bastava una stupidaggine, per esempio un post intitolato “parole che mi stanno antipatiche”, e la comunità si scatenava per centinaia di righe esilaranti. Oppure era sufficiente creare un thread per seguire e commentare un evento, uno spettacolo televisivo, uno spoglio elettorale, ecc. e ci si ritrovava online a fare la social tv prima che qualcuno si inventasse la sua definizione.

Il mix di identità, contenuti e relazioni che animava FriendFeed aveva creato una vera e propria comunità, con un suo linguaggio condiviso (il titolo di questo post è un esempio di friendfeeddese), un epos, numerosi modi di dire che uso tuttora nell’incomprensione generale (#piastrelle!) e alcune figure immancabili: il genio, il morto di figa (tanti), l’idiota del villaggio (idem), la fatalona (troppe), quello tutto serio, il precisino, il bislacco, i tanti fake, l’esaltato, ecc. Tutte cose da manuale di micro-sociologia, niente di nuovo. Ma era la prima volta che in Italia capitava una cosa simile online, con questa portata.

Certo, FriendFeed restava un social network per pochi. Per un bel po’ è stato l’aureo isolamento di una sorta di élite di influencer che amavano frequentarsi online e spesso offline tra barcamp, blogbeer, ecc.
Poi è accaduto un fenomeno tipico di molte comunità: l’autoreferenzialità ha superato i limiti di guardia:
la comunità, cioè, ha iniziato a parlare più di se stessa che di ciò che stava là fuori.Vista la collezione di casi umani presenti lì sopra, non nego che per un po’ la cosa sia stata divertente, ma la cosa ha preso la mano a molti, soprattutto nel momento in cui in in tanti hanno iniziato a utilizzare la feature più distruttiva di FriendFeed: le stanze segrete. In sostanza era possibile creare aree di conversazione nascoste, accessibili solo su invito, in cui comunità più o meno grandi di persone potevano discutere tra loro a riparo da sguardi indiscreti.

In poco tempo FriendFeed si è balcanizzato: nella timeline pubblica c’era poco e l’attività nelle tantissime stanzette nascoste ferveva intensa. La comunità si era trasformata in una raccolta di conventicole, perlopiù dedite al pettegolezzo, al dissing, alle cattiverie e al postare nella stanza X gli screenshot della stanza Y in cui si parlava male di chissà chi. Uno scenario, alla lunga, deprimente. “Guardar senza esser visti, rende tristi”.

Non posso negare di essere stato un utente entusiasta di FriendFeed per un paio d’anni. Anzi, forse uno dei più entusiasti e assidui di tutti, anche perché a quel social network devo un bel po’ di amicizie vere (e altrettante superficiali ma finte bene), qualche relazione imbarazzante e alcune tra le letture e le risate migliori della mia vita. Lì sopra mi sono divertito fino al giorno in cui mi sono accorto che la cattiveria spadroneggiava e quello che prima era un diletto era diventato una relazione morbosa di amore-odio.
Non mi piaceva quello che avevo intorno e non mi piacevo io, lì sopra. Patisco gli arroganti, figuriamoci quando li vedo nello specchio.

Ricordo che nella tarda estate 2009 cancellai l’account di colpo, senza un preciso fattore scatenante, senza aver sentito segnali di crisi. La misura si era colmata e chiusi tutto, senza particolare rammarico. Così, click.

Col tempo, molti fecero altrettanto. Era diventato un brutto posto e nel corso degli anni si è svuotato.
Negli ultimi tempi pare fosse triste come una di quelle località termali minori in cui nel tempo sono morti quasi tutti gli anziani (anzi, anzyani in friendfeeddiano) che andavano lì a curarsi.

Spesso ho definito FriendFeed un luogo per addetti ai livori: negli ultimi tempi in cui lo frequentavo era davvero diventato “il socialino dell’odio” (la definizione è degli utenti stessi, che ne vanno fieri), in cui il massimo divertimento per molti era prendere in mezzo qualcuno a sua insaputa e insultarlo collettivamente, presi da una specie di food frenzy da squaletti.

Mi è capitato di rado di incappare in FriendFeed da quando ne sono uscito (lo ritengo un luogo nocivo), ma le rare volte che una ricerca o un link mi hanno riportato lì ho ritrovato le stesse meschinità di allora, magari scritte da gente che in altri contesti non si lascerebbe mai andare alla violenza verbale, alle logiche di branco, all’odio ideologico. E dico questo da persona con le spalle larghe, che non si scandalizza per una parolaccia o per una polemica che prende una brutta piega.

Alla fine FriendFeed è stata una bella storia finita male: ho sentimenti contrastanti, al riguardo. Da un lato sono contento di essermi divertito lì sopra per un bel po’ e dall’altro sono contento di essere stato tra i primi ad andarsene via.
Credo di essere amico di molte persone che ancora lo usavano, sperando di cavarci qualche conversazione intelligente. Purtroppo, perfino una cosa leggera, simpatica e disimpegnata come il cazzeggio diventa indigeribile quando passa al lato oscuro della forza.

Qualcuno obietterà che su Twitter non mancano i troll, gli arroganti, le brutte persone e le pratiche sgradevoli. Concordo, ne so qualcosa e ne ho scritto.
Ecco perché le rare volte che mi inalbero su Twitter è quando vedo emergere logiche di branco (per esempio gli antagonisti che retwittano un tweet sgradito, così da chiamare a raccolta i loro sodali e aggredire verbalmente l’autore, tanti-contro-uno: è quello che chiamo retweet passivo-aggressivo). Da ex friendfeeddiano so dove portano, quei comportamenti fascistelli.

Per fortuna il limite di 140 caratteri di Twitter ci impedisce di dare il peggio di noi tutto in una volta. E a furia di spezzettare la propria insulsaggine in raffiche di poche parole, anche il più stolido degli arroganti leoni da tastiera si stufa. Dove non arrivano l’etica e il buonsenso, arriva la noia. Per fortuna.

Vite parallele – affinità e affinità tra il compagno Tsipras e i suoi Little Tony

January 26th, 2015 § 8 comments § permalink

Dev’essere dura la vita dei professionisti dell’antirenzismo come Civati, Fassina e Vendola.

Riescono a essere perennemente sbugiardati dalla realtà, smentiti dai fatti, umiliati dai loro stessi eroi e miti. Spesso a caldo, come in questi giorni.

Questa è una cronaca sommaria degli ultimi mesi di rumore politico. Immaginatela come una sequenza di immagini veloci a cui fa seguito uno slow motion sugli eventi impietosi degli ultimi giorni.

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Lo scenario è quello di una commedia grottesca: una minoranza rumorosissima qui in Italia contesta il governo di larghe intese di Renzi (pur avendo fatto, nel caso di Fassina, il viceministro in governo di intese ancora più larghe e imbarazzanti insieme a Berlusconi, quando era presidente del Consiglio Enrico Letta) e specula sul fatto che il governo cerchi – come è normale e democratico – l’accordo sulle regole comuni (la legge elettorale, le riforme istituzionali) con le opposizioni, per quanto brutte queste possano essere.

 

Fanno gli schifati, chiamano “alleanza” una dolorosa necessità (perché il PD non ha i numeri con governare e, vista l’indisponibilità dei grillini, non restano che potenziali alleati di destra) e in alcuni casi invocano le elezioni, pur sapendo che il voto col Porcellum (edit: col propozionale puro voluto dalla Consulta) produrrebbe lo stesso scenario in cui nessuno ha i numeri per governare (e nel mentre si oppongono in tutti i modi ai tentativi di dare all’Italia una legge elettorale che stabilisca inesorabilmente un vincitore).

 

Per mesi si esaltano per il modello greco, cioè una sinistra super-assistenzialista e anti-austerità, che promette di non rispettare i patti e i debiti con l’Europa (e di usarne i fondi, sperando che non si offenda).
Per le Europee fondano addirittura una lista a nome del suo leader, che però sta allo Tsipras originale come Little Tony stava a Elvis. E la infarciscono di vecchie cariatidi della gauche caviar, rottami di Lotta Continua, gente dei salotti romani con servitù al seguito, ecc. Pura sinistra di lotta e di terrazzo. Risultato: un misero 4% rimediato con le unghie e con i denti.

 

Non contenti, si producono in un umiliante episodio in cui una delle suddette “grandi firme” della lista tradisce la promessa di ritirarsi una volta eletta per far spazio a un politico giovane. E per questo si sfanculano tra loro.
Vanno male alle elezioni, tradiscono gli impegni presi con gli elettori e litigano al primo momento utile: il ritratto perfetto della sinistra italiana pre-Renzi.

 

I loro propositi di riscatto risiedono tutti nella Grecia, in ossequio a un’esterofilia che da sempre caratterizza certa sinistra nostrana e che non ci ha impedito di prendere sonore e ripetute mazzate elettorali tutte le volte che ci siamo entusiasmati per le vittorie di Jospin o Zapatero, sperando che la loro onda lunga arrivasse sulle nostre sponde.
La vittoria di Tsipras, a loro detta, può costituire un modello di sinistra alternativa possibile, il riscatto dei duri e puri contro il “mostro” Renzi che fa le larghe intese col centrodestra e preferisce le riforme alle velleità identitarie.

 

Alcuni di loro – i civatiani e alcuni bersaniani irriducibili – sono arrivati al punto di partecipare entusiasticamente a Human Factor, cioè un evento di SEL dal nome orribile, proprio nei giorni prima delle elezioni greche. E hanno parlato malissimo del loro stesso partito e del governo che esprime, con toni da oppositori, talvolta da nemici. Tutti uniti nel nome della “sinistra doc” che combatte l’Euro.
Altro che Renzi con le sue larghe intese! Qui si esercita ai più alti livelli il mito della purezza ben raccontato da Francesco Piccolo e che da sempre pare essere la vera ossessione della sinistra nostrana, i cui sforzi sembrano tesi più alla perfezione dell’autorappresentazione che al cambiare il mondo in meglio.

Sono bastate 24 ore e si è palesata la crudele verità. L’ennesima che smentisce coi fatti i miti, le illusioni e le aspirazioni infantili di quella sinistra che non si rassegna a uscire dal proprio guscio identitario.

Sì, perché Tsipras col suo partito non ha conquistato la maggioranza assoluta per un paio di seggi e non ha avuto problemi ad allearsi istantaneamente con un partitino della destra nazionalista greca dura e pura per ottenere la maggioranza e governare.

In questo, Italia e Grecia scontano due plutarchiane vite parallele, seppure diverse per molti aspetti: entrambi i paesi hanno una legge elettorale che non garantisce un vincitore sicuro e in entrambi i paesi la sinistra si è vista costretta ad allearsi, seppure da posizioni di forza, con partiti di (centro)destra per poter governare, visto che le alleanze con altri partiti erano impraticabili.

 

Personalmente non mi scandalizzo: sono contento della vittoria di Tsipras e penso che la sua scelta di allearsi con la destra riveli un leader decisamente più pragmatico che ideologico.
Non vorrei, però, essere nei panni di Fassina, Civati, Vendola e dei loro supporter, ora che il loro beniamino si è comportato, dal punto di vista delle alleanze, proprio come Renzi (peraltro alleandosi con una destra decisamente peggiore di quella mozzarella di Alfano), facendo l’esatto contrario di quello di cui si bullavano.

 

Da strenuo ottimista, cerco di guardare il lato positivo della questione: forse questa è la volta buona che la parte immatura della sinistra capirà un concetto adulto: non si può avere sempre tutto nei modi che piacciono a noi e spesso è necessario fare compromessi.

Lo so che è un’affermazione ovvia, ma per alcuni della sinistra “tutto e subito” è un tabù, anzi è un’imposizione inaccettabile.

 

Nelle prossime ore assisteremo allo spettacolo imbarazzante di chi, constatata l’identità di azione tra Tsipras e Renzi, dovrà riposizionarsi per non perdere l’allure barricadera e alternativa e non rimangiarsi quanto urlato negli ultimi mesi.
Qualcuno terrà duro nonostante tutto e smentendo se stesso senza problemi.
In questo, la pervicacia di Gillioli che dice “ok, Tsipras si è alleato con la destra ma non vuole dire niente: lasciatelo governare” ispira tenerezza, così come la sua capacità – lo dico con affetto e stimando la persona, beninteso – di non azzeccare una scelta politica che sia una, da Ingroia in giù. fino a Barbara Spinelli.

Qualcun altro cercherà di produrre qualche attenuante o qualche ingenua speranza (la più in voga è “sì, ora è alleato con la destra, ma vedrai che presto la molla per allearsi con To Potami, che è di sinistra”), altri la butteranno sul “sì, ma qui è peggio”, sapendo di mentire.
Su questo è notevole, per comicità, la linea che molti civatiani paiono aver concordato. Dicono “sì, Tsipras si è alleato con la destra, ma è una destra anti austerity”. Tutto vero: quindi se domani Renzi si allea con la Lega di Salvini (che è destra anti austerity) non avranno nulla da obiettare?

Altri ancora – la maggioranza – faranno finta di niente e andranno alla ricerca del prossimo salvatore straniero che un bel giorno arriverà qui a risollevare le sorti della sinistra italiana.

Alla fine il problema è sempre questo: c’è una (piccola, sempre più piccola) parte di sinistra che, al di là delle più o meno ragionevoli critiche che si possono muovere (e che è giusto muovere) al governo Renzi, non si rassegna all’idea che i tempi, i modi, i linguaggi della politica in generale e della sinistra in particolare siano cambiati.

E in assenza di leader credibili, autorevoli e capaci di una proposta politica che vada al di là della conservatorismo assistenzialista e dell’antirenzismo identitario, quel pezzettino di sinistra lì guarda oltreconfine, alla ricerca di un senso che non c’è più.
Cercano l’interprete di un’identità e non capiscono che l’identità politica nel 2015 è fatta di sostanza, cioè di cose fatte. E non di posizioni prese. Cercano (anzi, ora possiamo dire agevolmente che sognano) un salvatore straniero. Sono disposti a vivere nell’illusione piuttosto che mettersi in discussione e cambiare.

Un giorno, con comodo, capiranno che la sinistra del “noi siamo” (anzi, del “noi non siamo”) perderà sempre contro la sinistra del “noi abbiamo fatto”. E – cosa più grave – perderà l’occasione di cambiare le cose in meglio. Che è il motivo per cui siamo di sinistra, credo.

This pencil kills fascists

January 7th, 2015 § 5 comments § permalink

Sto per fare una cosa che non mi piace e che solitamente rifuggo, soprattutto quando viene usata per argomentare “contro”, cioè un bieco atto di ragioneria dei morti.

Quando ho saputo che tra i morti dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo c’era anche Georges Wolinski ho subito pensato a quell’agosto terribile di una decina di anni fa in cui il povero Enzo Baldoni fu ucciso dal delirio religioso di qualche fanatico.

Ho saltato col pensiero da uno all’altro per una semplice questione logica: ho conosciuto entrambi grazie a Linus, la rivista di fumetti (e molto altro) che dal 1965 ai giorni nostri ha allargato la mente e gli orizzonti culturali a un paio di generazioni.

Entrambi avevano a che fare col fumetto. Wolinski come autore dissacrante, controverso e caustico, Baldoni come traduttore/adattatore, prima per Gérard Lauzier, poi per Doonesbury, di cui è diventato una sorta di “interprete”, nel senso più largo possibile della parola, fino a meritarsi l’addio dai protagonisti della striscia, quando è stato ammazzato.

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Ho peccato e ho fatto la conta: Linus, la mia rivista preferita (di cui mi bullo di avere la collezione completa, frutto di anni di mercatini, raid su ebay e una provvidenziale mamma collezionista fin dal 1965), ha ben due morti tra le sue firme, uccisi da fanatici religiosi espressione del più bieco fascismo islamico.

È sicuramente un caso, una orribile e sfortunata coincidenza. Però dà da pensare: due talenti che, per ragioni diversissime, sono incappati nel raggio di morte del fanatismo religioso. Due persone che si occupano della cosa che ai miei occhi pare più innocua al mondo, cioè il fumetto. Due collaboratori di una rivista che prende il nome da uno dei personaggi più riflessivi e placidi dell’intera storia dei fumetti e che ha sempre superato (senza nemmeno porsi il problema se fosse lecito o meno) tutti gli steccati ideologici, pubblicando sulle stesse pagine le vignette dell’extraparlamentare Dalmaviva e le strisce fieramente reazionarie di Al Capp.

Alla luce di questi due morti e di tutti gli altri nella strage di oggi, forse ho cambiato idea.
Mi sto chiedendo da ore perché la banda di fanatici assassini a Parigi ha scelto di colpire a morte un giornale di satira e non nemici più (scusatemi) “seri” e politici.
E sto iniziando a convincermi che i fumetti non sono così innocui.

Credo che ai fascisti fanatici di ogni colore e credo i fumetti facciano paura.
Gli fanno paura perché sono semplici, perché il fumetto è un mezzo espressivo capace di grandissima complessità, ma è anche l’entry level della letteratura, per tutti noi il primo “oggetto di lettura”.
E gli fanno paura perché i fumetti parlano a tutti, sono anticonformisti, non hanno limiti. E spesso fanno ridere e pensare anche senza parole. E per questo possono far ridere e pensare tutti, dai plurilaureati agli analfabeti forzati prodotti da ogni dittatura materiale o spirituale. E gli fanno paura perché i fumetti, soprattutto quelli satirici, fanno ridere. E le dittature (e le religioni: faceva bene il mio amico William Nessuno a ricordare “Il nome della rosa”, ai pochi fortunati che possono leggerlo su Facebook) si prendono molto sul serio. E temono chi ride.

Oggi è circolata molto su Twitter una vignetta di Rob Tornoe, che ritrae un terrorista armato di mitra fumante assediato e minacciato da una selva di penne, matite e pennini giganti.

tornoe

L’attacco di oggi è frutto della paura ritratta (senza parole!) in quella striscia.
Se i fascismi in ogni loro incarnazione hanno sempre temuto la parola libera, non possono essere che terrorizzati dai fumetti: la forza della parola e l’efficacia micidiale del disegno insieme.

Nei primi anni Quaranta Woody Guthrie portava scritto sulla sua chitarra “This machine kills fascists“.
Ogni volta che un fumetto provoca una risata e un pensiero insieme, si accende anche solo per un attimo un’intelligenza. E un fascista/fanatico (interiore) muore. Basta pochissimo.
Forse è il caso di mettere – con orgoglio – quella scritta su matite e pennini, da oggi.

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