Dubbi elettorali

May 26th, 2011 § 0 comments § permalink

Pare che Iva Zanicchi si esibirà al concerto di chiusura della campagna elettorale della Moratti.

Sono stati risolti i problemi di scaletta, che avevano messo in dubbio la sua partecipazione: può cantare tutto il suo repertorio, tranne “Zingara”.

 

L’isolato che non c’è

May 23rd, 2011 § 12 comments § permalink

Credo che a quest’ora abbiate letto già tutti la news sul clamoroso abboccamento dello staff di Letizia Moratti allo scherzo di Sucate.
Se non l’avete fatto, ecco la spiegazione: la Moratti, nella ricerca disperata di trovare qualche forma di consenso in più per il ballottaggio, ha aperto in fretta e furia un account Twitter, promettendo di rispondere a tutti i cittadini che avrebbero inviato domande, appelli, ecc.

L’esordio del (futuro ex, speriamo) sindaco di Milano non è stato dei migliori. A chi le faceva notare che in 5 anni di amministrazione si è ben guardata dall’aprire un canale di comunicazione diretto con i cittadini, mentre in campagna elettorale è improvvisamente diventata una paladina della comunicazione disintermediata, ha risposto “Vi ho sempre seguiti tutti. Solo non su Twitter“. Valutate voi quali risvolti leggere nella risposta, se la paraculaggine o direttamente una minacciosa pennellata di stalking.

Oggi è andata peggio. Un utente della rete con la propensione al cazzeggio creativo (Lucah, un genio) ha pensato bene di iscriversi al canale Twitter della Moratti e rivolgere al sindaco un appello dal suo fantomatico quartiere – Sucate – contro una altrettanto fantasiosa moschea abusiva di prossima costruzione nell’emblematica via Puppa.
Uno scherzo cazzone, insomma, in cui non sarebbe cascato nemmeno un bambino di terza elementare particolarmente intorpidito da ore di Playstation.

La sventurata ha risposto. E lo ha fatto sul serio, rispondendo: “Nessuna tolleranza per le moschee abusive. I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo PGT“.

Risultato: sono passate alcune ore, in cui mezza rete italiana è saltata sul treno per Sucate, inventandone di cotte e di crude su questo nuovo e finora inaudito quartiere di Milano in cui ben 4000 cittadini si proclamavano scontenti. E non sono state ore di inattività: per tutto il tempo il canale Twitter della Moratti ha continuato imperterrito a sfornare aggiornamenti autocelebrativi con solerzia meneghina.

Poi, finalmente, qualche berlusconiano che passava da quelle parti se ne deve essere accorto e ha risposto, chiudendo il caso e lasciando spazio alle risate postume.

Ha senso chiedersi cosa significa, cazzeggio a parte, questo episodio. Significa una cosa banale: nello staff della Moratti non conoscono Milano. O forse la conoscono male, così come posso conoscerla io che sono da 2 anni un torinese in trasferta.
E sono pure tonti, perché è evidente che la toponomastica patria, per quanto problematica in alcuni casi limite, non prevede un’area che si possa chiamare Sucate.

Credo che questo sia un dato politico decisamente più rilevante di molti altri: tra tutti gli autori e i lettori del profilo Twitter della Moratti non c’è stata – per ore – una singola intelligenza così attenta da rendersi conto che c’era un perculamento di massa in atto. E nessuno conosceva Milano così bene da accorgersi che in vita sua non ha mai sentito parlare del borgo di Sucate e di via Puppa, zone peraltro dove il conducator della destra si sarebbe trasferito istantaneamente, per ovvie affinità.
Alla fine dalle parti della Moratti rimediano all’ignoranza con l’unica soluzione a breve termine possibile: improvvisano. E lo fanno male.

(Poiché qui si ha – nonostante miliardi di prove contrarie – fiducia nel genere umano, abbiamo anche provato a darci delle spiegazioni razionali. La soluzione più gettonata è che il canale Twitter della Moratti sia gestito da un gruppo di ciellini: gente che, per definizione, manca di senso dell’umorismo e non è esattamente pratica quando si orbita intorno a sesso e affini; ma devono essere ciellini che vengono da una valle molto isolata e disabitata, in cui non ci sono le scuole medie, grado scolastico in cui si abusa del termine “suca” e di tutte le sue derivazioni)

Secoli fa, nello storico ballottaggio per la poltrona di sindaco a Roma, quando ancora non erano alleati, Rutelli tirò uno scherzo simile a Fini, chiedendogli – in un confronto al Maurizio Costanzo Show – dove avrebbe collocato un museo minore, ignoto ai più.
Fini, evidentemente impreparato, abbozzò una risposta e Rutelli infierì, spiegando che la sua domanda era un trappolone e quel museo aveva già una sede da anni e che – come rimase negli annali delle battute – “Fini di romano ha soltanto il saluto”.

Il fenomeno di candidati e staff che non conoscono la città ha avuto manifestazioni patologiche a Torino, città in cui, fin dagli anni Novanta, la destra non è riuscita a candidare sindaco di Torino un torinese o anche solo una persona pratica della città o un residente da lunga data.
Nell’ordine ha candidato il leghista Comino (di Morozzo, CN), l’ex ministro liberale Costa (ras di Mondovì, CN), l’attuale sottosegretario transitato in FLI e poi tornato a riscuotere all’ovile berlusconiano Roberto Rosso (di Trino Vercellese, VC) e poi la magia della candidatura di peso: l’allora berlusconiano Rocco Buttiglione, gallipolino di nascita e forte di ben 4 anni di liceo (neanche tutti e 5) a Torino, mezzo secolo addietro.

Le cronache politiche raccontano il gran divertimento dei candidati sindaco del centrosinistra, pronti a spiazzare l’avversario con banali riferimenti topografici, la crisi dei candidati e del loro staff, perennemente col Tuttocittà in mano (non era ancora tempo di TomTom e GPS) e l’ansia di perdersi qualche mercato rionale, le perfidie dei taxisti “ma Piazza Vittorio o Corso Vittorio, dottò!?” e, in generale, un senso di Caporetto perenne (Caporetto, amici del PDL, non Cavoretto, quasi omonima borgata collinare di Torino, voi capire?).

In verità sotto la Mole siamo abituati a scenari di questo genere: anni fa Berlusconi pensò bene di fare un discorso in città. Riempì per metà un teatro coi suoi pensionati a libro paga e, nel tripudio generale, lesse un credibilissimo discorso sui problemi dell’area portuale. In effetti aveva ragione, Torino ha il problema più serio del mondo col suo porto: nessuno è mai riuscito a trovarlo, forse per il solitamente trascurabile dettaglio che qui non c’è il mare.

A fine giornata – di nuovo con molta calma, segno che i contenuti politici non sono esattamente il primo pensiero della destra nostrana – arrivò una placida smentita da Forza Italia: Berlusconi aveva enunciato a Torino lo stesso discorso che aveva letto a Genova pochi giorni prima, tanto – parole sue – “sono città simili”. Ovvero città del Nord che non hanno abboccato al berlusconismo e che sono piuttosto fiere di non avere nulla da spartire con la Padania.

Dracula in Brianza – aka A ciascuno il suo (dungeon)

May 2nd, 2011 § 5 comments § permalink

Catturano Saddam Hussein e lo tirano fuori con la barba lunga da un tugurio sotterraneo, triste e disadorno, arredato come una seconda casa in Liguria.

Arrestano Totò Riina e lo trovano in una masseria mezza diroccata e un po’ zozza, alle prese con bibbie, santini, volantini di Forza Italia in mezzo a un mare di monnezza.

I telegiornali fanno uno scoop sul “nascondiglio extralusso” dell’ennesimo boss della camorra e si scopre che di extralusso c’è tuttalpiù un televisore LCD nemmeno troppo recente, un paio di DVD vecchi e una camera da letto modello Arabesque, rigorosamente di Aiazzone.

E oggi sparano a Bin Laden, ammazzandolo. E scopri che questo sceicco miliardario già alla nascita ha passato gli ultimi anni della sua vita a vivere in grotte sul confine afgano-pakistano e come massimo lusso si è concesso una casa nell’hinterland di Islamabad, senza Internet, senza telefono. Ha vissuto per anni, almeno dal 2005, confinato in un brutto edificio coi muri di recinzione altissimi e il filo spinato, con poche finestre e arredato in modo pietoso, almeno a giudicare da quanto si vede nel video trasmesso dalla ABC che ritrae gli interni della casa oggetto del raid.
Cioè, sei il nemico numero 1 dell’umanità, hai messo in crisi gli Stati Uniti d’America e mi vai a finire in una villetta-fortino in un luogo che sembra Corsico? (personalmente mi sono sorpreso quando ho visto dove era il paese che ospitava nascondiglio di Bin Laden: un posto di periferia “normale”, coi negozi, la statale, i camion, le insegne luminose, i bar, ecc.)

Credo che valga la pena chiedersi che senso ha fare la parte del “cattivo”, se poi – come in tutte le narrazioni più classiche e nei videogiochi – il ruolo ti costringe a vivere in un covo brutto, scomodo e puzzolente (o direttamente in un dungeon, nel caso dei videogiochi).

Tanta sete di potere, tanto esercizio di cattiveria verso il prossimo, tanta fatica per poi ritrovarsi rintanati in un buco? Mi sa che è vero il motto per cui – almeno a certi livelli – il crimine non paga. Forse è vero che i cattivi sanno fare bene il loro mestiere ma poi non sanno godersene i frutti.
Avessi avuto tutti i soldi di Bin Laden, mi sarei ritirato alle Bahamas a vita. E la cosa più terroristica che avrei fatto sarebbe stata far servire cocktail agli amici senza l’ombrellino di ordinanza, a bordo piscina.

Scendendo un (bel) po’ nell’ordine dei cattivi della storia e dimenticando per qualche minuto le ragioni politiche per cui l’individuo risulta odioso e dannoso a tutte le persone di buon senso, perfino Berlusconi mi sembra un cattivo stupido.
Pensiamoci: è l’uomo più ricco d’Italia e si ostina a vivere ad Arcore, cioè un posto orribile, in mezzo al nulla della Brianza di pianura (tutta capannoni, fabbriche, rotonde, discoteche con ampio parcheggio e villette a schiera vista statale), in un paese noto prevalentemente per il suo semaforo che genera code estenuanti nelle ore di punta e per la presenza di uno stabilimento della Rovagnati. (non me ne vogliano gli abitanti di Arcore – ciao Precario – ma è un posto che fa proprio cagare!)
Sì, sì, capisco che ha una villa faraonica: ma continua a essere in un posto dal clima sgradevole come la pianura padana, trafficatissimo, brutto a vedersi, inquinato. Chi glielo fa fare?

Considerazioni politiche e identitarie a parte, viene davvero spontaneo chiedersi che capacità di discernimento può avere uno che, potendo andare ovunque, sceglie pervicacemente di vivere in un posto orribile. So per certo che una persona così non vorrei mai che decidesse per me.

Noantri 2.0

April 15th, 2011 § 8 comments § permalink

In questi giorni sta girando su Facebook questo appello qui:

Secondo i sondaggi il 70% degli italiani non sa che il 12 e 13 giugno si voteranno i referendum. Questo significa che TU dovrai trovarne almeno 3, informarli e portarli a votare 4 Sì per bocciare la privatizzazione dell’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento.

Risultato: buona parte dei miei contatti sui socialnetwork ha ri-condiviso l’appello online. E nessuno di coloro che hanno l’hanno diffuso (ripeto, nessuno: ho controllato caso per caso) ha scritto, nei giorni seguenti, una cosa del tipo: “ok, ho convinto mia nonna e il mio vicino di casa”.

La mia impressione è che per molti sia bastato ripubblicare l’appello su Facebook o simili per illudersi di aver fatto qualcosa di realmente utile alla causa. Risultato: ci giriamo l’appello a vicenda, tra gente già informata.

Qualche tempo fa ci eravamo presi, meritandocela, l’accusa di essere “kamikaze vili” da Makkox: gente che di fronte al male berlusconiano è disposta a immolarsi ma non a lottare. Insomma, gente a cui pesa di più la fatica che la morte.

Makkox aveva ragione e all’epoca mi aveva ispirato un pensiero autocritico accessorio: oltre a essere kamikaze vili, siamo kamikaze pigri, cioè persone che, di fronte al male, producono reazioni più per scrupolo di coscienza (“con un click ho fatto la mia parte: sono a posto”) che per reale volontà (e speranza?) di cambiare.

Va a finire che la socialsfera nostrana, che pare trabocchi di fini analisti dei media, mi crolla su una semplice questione. E cioè che se anche la maggioranza degli utenti di Facebook andasse a votare ai referendum di giugno, il raggiungimento del quorum sarebbe lontano.
Forse è il caso di capirlo (e di capire che “fare cose in Rete” in questo paese significa ancora fare cose numericamente marginali, soprattutto a livello politico) e di agire di conseguenza, il che significa sporcarsi le mani con tutto quel pezzo di vita fuori dalla rete che tanto ci fa orrore.
Oppure non fare niente e non sperarci.

Derisi & Calpesti TV

March 16th, 2011 § 6 comments § permalink

Non prendetemi per leghista o per becero bastiancontrario, ma non ho molta voglia di festeggiare i 150 anni di unità italiana.

Certo, il Risorgimento è stata una fase importante della nostra storia patria, animata da una èlite consapevole e fatta *nonostante* il popolo. Anche perché quei trecento che provarono a fare l’Italia sbarcando a Sapri e convincendo le masse finirono presi a roncolate dai contadini stessi che volevano liberare.

Certo, la Resistenza è la pagina più bella dell’intera storia d’Italia ed è il fondamento di quel poco di dignità nazionale che ci rimane. Ma è stata fatta da una minoranza di persone, svegliatesi dalla truffa del fascismo a cui, in massa, la quasi totalità del paese aveva entusiasticamente aderito per un paio di decenni.

Non riesco a non pensare che le poche cose buone dell’Italia siano state fatte da poche avanguardie più o meno illuminate per rimediare alla straordinaria capacità degli italiani di trovarsi sempre e comunque dalla parte sbagliata della Storia, in compagnia dei peggiori infami.

Non riesco a festeggiare l’unità di un paese così. Un po’ perché statisticamente 150 anni di storia dimostrano che – lasciati a loro stessi – gli italiani fanno scelte stupide, sbagliate e autolesioniste. E si mettono in mano a leader imbarazzanti, disonesti.

E l’orgoglio patrio si basa tutto su azioni più o meno eroiche di cittadini che, da soli o in pochi, sono andati contro lo spirito nazionale, contro gli umori delle masse, contro le scelte sciagurate della maggioranza dei loro concittadini.

Capisco benissimo chi, esponendo il tricolore oggi, vuole celebrare quelle poche pagine belle del nostro libro di storia e i valori sani che, nonostante tutto, in qualche modo galleggiano qua e là come chiazze di pulito in un mare di cacca. E capisco chi piazza il tricolore sul balcone per contrastare in modo estetico l’idiozia leghista/nordista/localista.

Ma io non riesco a festeggiare, scusatemi.

Un po’ perché provo imbarazzo per questo paese disgraziato in cui sono nato e per la bruttezza umana dei suoi cittadini presenti, passati e – visto come stanno le cose – futuri.
Un po’ perché non sono così tanto convinto di essere altro rispetto a loro e di poter fare la differenza.

Scuola libera(l)

March 2nd, 2011 § 10 comments § permalink

Il dibbbbattito “scuola pubblica vs scuola privata” (e chi chiama quest’ultima “scuola libera”, come ha fatto Casini ieri sera a Ballarò torna a casa con un occhio nero causa manifesta scorrettezza ideologica nel naming) non mi appassiona più di tanto. Il motivo è semplice: sul tema ho una posizione morbidissima ma, a quanto pare, finora non scalfita, nemmeno minimamente, dalle opposte fazioni.

Provo a spiegarla con un esempio stupidino. Facciamo che devo andare da casa al lavoro. Posso prendere un mezzo pubblico oppure posso aggiustarmi col mio mezzo privato e guidare fino al mio ufficio.

Bene: la possibilità di scelta tra l’opzione pubblica e quella privata mi sembra un esempio perfetto di libertà offerta dal mercato. La libertà di scelta c’è tutta, è tutelata dalla legge e nessuno mi prende a male parole se prendo la macchina al posto del tram, tranne forse qualche ciclista fighetto-estremista in birkenstok.

Ogni scelta ha, ovviamente, i suoi pregi e i suoi difetti: se viaggio coi mezzi pubblici mi devo adeguare ai loro orari (mentre con la mia macchina parto quando voglio), non posso fumare (mentre in macchina sì), ma in compenso spendo di meno e guida un altro, mentre io posso guardare fuori dal finestrino e intrattenermi.

Mi chiedo, in questo scenario di libera scelta, cosa cavolo c’entri il fatto di finanziare la scuola privata.
Per caso che lo Stato mi dà dei soldi per farmi prendere la macchina al posto dei mezzi pubblici? (questo al netto di qualsiasi considerazione sull’inquinamento, l’ambiente, ecc.). Perché cavolo mai la collettività dovrebbe dare dei soldi ai consumatori per favorire l’acquisto di beni/servizi privati in uno scenario in cui c’è un’offerta pubblica gratuita o a costi ridotti?

E’ inutile nasconderlo: su questa cosa ho una posizione drammaticamente di destra. Destra liberale, intendo: interventi dello Stato sul mercato ridotti al minimo e piena libertà d’impresa. Quindi niente soldi all’impresa privata, se non per necessità strategiche evidenti e transitorie.
La libertà di scelta c’è già. Vuoi mandare i tuoi figli alla scuola privata? Benissimo: paga il dovuto e mandali pure. Ma perché mai dovrei pagarti io (io collettività, intendo) una parte di rate della scuola privata?

Per caso lo Stato, che pure mi assicura l’assistenza sanitaria gratuita, mi dà dei soldi per farmi curare in una clinica svizzera? O mi dà un contributo se, invece che prendere il tram, vado al lavoro in elicottero privato?

Se a questo discorso aggiungiamo due piccole considerazioni e cioè che

1 – la scuola pubblica dovrebbe essere un investimento per lo Stato, cioè la garanzia che i cittadini del futuro saranno preparati, civili, pronti a sfidare il mercato e a combinare qualcosa di buono per sè e per gli altri. E dovrebbe esserlo indipendentemente da chi governa.

2 – buona parte delle scuole private italiane sono diplomifici per asini, figli di papà e svogliati ricchi che si “comprano” il titolo di studio (e il suddetto titolo di studio – altra cosa illiberale – ha valore legale nei concorsi pubblici, così il riccastro che si è comprato la laurea al CEPU col massimo dei voti passa davanti in graduatoria a gente più meritevole, che ha la sola colpa di non avere la grana), oppure sono scuole confessionali cattoliche

credo venga da ridere a pensare che ci sia qualcuno che voglia dare soldi alla scuola privata, se non per preciso disegno politico in malafede (abbattere la scuola pubblica, ridurla a un’opzione per poveracci e creare un sistema di scuole private d’èlite) o per fare un favore al Vaticano.

Forse sono io che non capisco, ma mi chiedo come possa definirsi liberale o anche solo onesto chi supporta il finanziamento pubblico della scuola privata.
Giuro, non riesco a capire. Se c’è qualcuno che pensa che sia giusto che lo Stato paghi la scuola privata ai cittadini, mi spieghi perché. E mi spieghi perché questo principio, secondo lui/lei, non vale per la mia macchina.

Tryin’ to cause a big s-s-s-sensation

February 25th, 2011 § 2 comments § permalink

Guardo questa copertina del Time e mi viene da pensare che i ragazzi del Mediterraneo in rivolta hanno davvero qualcosa per cui essere fieri.

Berlinguer che scriveva che la lotta per migliorare il mondo può riempire degnamente una vita. Questi non solo lo stanno facendo, ma vincono. Li ammiro, davvero.

Poi guardo le foto e la gente della settimana della moda e mi vergogno della mia generazione (me incluso, ci mancherebbe).

Poi le riguardo e penso che probabilmente questi ragazzi lottano, tra le altre cose, anche per poter avere la libertà un bel giorno di fare la settimana della moda pure loro. E mi incupisco un po’.

E poi mi ri-incupisco perché mi sono incupito per una ragione un po’ fascista, ché la libertà è anche permettere di fare agli altri cose che personalmente ti stanno sul culo.
Dovrei ricordarmelo.

[è che questi eventi pubblici, vissuti collettivamente a livello planetario, per qualche strano spirito da bastiancontrario mi portano all'introspezione]

Morire per delle idee

February 21st, 2011 § 20 comments § permalink

Parte tutto da questa vignetta di Makkox sul Post. Più che una vignetta, è un editoriale. E mi ha fatto male, perché dice la verità. Ed è una verità antipatica, che mi procura un malsano odio autoriferito.

Mi urta anche solo pensarlo, perché speravo di meritare qualcosa di meglio, ma è assolutamente vero che la cifra identitaria di una generazione, della mia generazione, è Berlusconi. No, non l’opposizione a Berlusconi: la sua stessa esistenza, la sua irruzione nelle nostre vite, il nostro cercare colpe, meriti, eroismi, identità e il nostro sperare che, come un male non curato, vada via da solo.

Makkox ci chiama – e si mette anche lui nel mucchio – “kamikaze vili”, disposti a “morire per”, ma non a lottare. E ha ragione, purtroppo.
Perché pur di vederlo uscire dalle nostre vite, dalle nostre teste, dalle nostre conversazioni, ci siamo appigliati a tutto. E questo “tutto” era sempre al di fuori di noi e non era “noi”.
Insomma, per l’ennesima volta, come tutti i pigri e i passivi, abbiamo perso la speranza che esistesse una soluzione interna e di sistema al problema-Berlusconi e ci siamo affidati all’unico fattore di rinnovamento possibile in Italia: il caso (eventualità che comprende anche la morte).
C’è stato un momento in cui, evidentemente, ci siamo tutti convinti – io incluso – che è inutile darsi da fare e agitarsi e che questo male qui non va via con l’impegno, con la lotta, con la politica.

Come per il fascismo, come per mille mali profondi di questo paese e delle nostre vite quotidiane, non ci salviamo. Ci salvano. O il male passa da solo. O succede qualcosa di così grosso che, anche se finiamo nei guai o ci ricopriamo di merda, almeno ci liberiamo di lui.
E in assenza di salvatori, e visto che Berlusconi non accenna a schiattare, non ci resta che sperare nella terza soluzione: una disgrazia. Tutti morti, tutti finiti, lui incluso.
Siamo arrivati a questo: un cupio dissolvi collettivo, perché dal male così profondo non c’è fuga, perché è radicato, perché è ineluttabile.

E’ dal 1994 che viviamo così. E per molti di noi, per quanto ci sforziamo a non ammetterlo, Berlusconi è diventato una presenza quotidiana, un riferimento costante, un “qualcosa” che, anche se non nominato, anche se volutamente ignorato, è presente.
Ne parlavo, tempo fa, con un amico. Ci raccontavamo di come, sotto sotto, entrambi vivessimo con la cognizione di un “dopo” in cui, liberate le nostre vite dalla brutta presenza di Berlusconi, tutto sarebbe cambiato. Magari marginalmente in meglio, eh. Ma ci sarebbe stata una condizione in cui tutti gli sforzi sarebbero valsi un po’ più la pena. Ora no: questa situazione, che dura ormai da 17 anni, è un killer per qualsiasi entusiasmo. E’ un problema psicologico collettivo, più che un fatto politico. Ma non riesco (più) a nascondermi che vivo ogni giorno sperando in un “dopo”. Qualsiasi “dopo” che sia civile, fossero anche 50 anni di destra al potere. E non mi piace vivere sperando.

Sono gli anni di Berlusconi e mi fa schifo il solo fatto di viverci e di aver fatto pochissimo per porvi rimedio, giusto un po’ di militanza in campagna elettorale, il voto a sinistra (quello utile, senza velleità bertinottiane), qualche telefonata per convincere gli amici di tendenza astensionista, una secchiata di vacui post faziosi sul blog in cui ci si dava torto/ragione tra gente già convinta. E basta: tutte soluzioni comode, da divano.

In verità mi vergogno per il solo fatto che sto qui a chiedermi cosa posso, cosa possiamo, fare di più.
C’è il Mediterraneo in fiamme e a 40 miglia di mare sta succedendo qualcosa che qui non ci sogniamo nemmeno. Forse è nel destino di questa penisola incrostarsi, fossilizzarsi su un regime e vedere quelli che chiamavamo “barbari” superarci in modernità. E lentamente – o velocemente, a seconda di come la vedete – invaderci, scassare le nostre abitudini, entrare nelle nostre vite, cambiarle e dare una botta al motore della storia patria, che gira a vuoto – o all’indietro – da troppo tempo.

Credo che il declino, quello di un popolo, sia questo: osservare impotenti e indolenti il male, accorgendosi che l’unica forma di lotta che ci siamo concessi è stato il tentativo di assomigliargli un po’ meno. E aspettare che arrivi qualcuno, da fuori, a rompere lo specchio.

Trofeo Berlusconi

July 20th, 2010 § 3 comments § permalink

Nel giuoco (lui direbbe così) della pallavolo ci sono alzate talmente facili che quasi dispiace trasformarle in schiacciate micidiali, perché si rischia di essere banali e annoiare il pubblico a bordo campo.

Ci sono anche occasioni in cui l’alzata è perfetta e gli avversari, già che ci sono, sono andati un attimo al bar. E la rete è alta sì e no un metro e venti a essere generosi. E il campo è enorme: impossibile tirarla fuori.

Di fronte a meraviglie come

“statista di rara capacita, che conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il Paese verso un futuro di donne e di uomini liberi che compongono una società solidale fondata sull’amore, la tolleranza e il rispetto per la vita”

non vale nemmeno la pena schiacciare.
Ma forse non ha neanche senso partire da casa col borsone e giocare la partita, suvvia.

Devo per forza fare una battuta su una cosa così? Non ce la faccio: troppo facile. O forse troppo difficile, perché si ride già.

La mia unica preoccupazione è che tra una cinquantina d’anni racconterò tutto questo ai miei innumerevoli nipoti e rischierò di non essere creduto.
Già me li vedo: “Oh, raga, nonno è sclerato di brutto, forse l’adesivo per dentiere gli dà alla testa! Racconta da giorni ‘sta storia di Berlusconi e del premio come ‘statista di rara capacità’: ormai è andato del tutto e confonde i ricordi con Fantozzi, come quella volta che ha cercato di farci credere che a un certo punto in Italia avevano candidato Pippo Franco!”. (prometto di diseredare gli eventuali nipoti, qualora parlino così street-style).

Ci sono casi in cui la realtà supera la più perversa delle immaginazioni. Ed è finita nuovamente così: hanno vinto loro. Si sono presi pure la satira. Loro, con milanesissima operosità, la fanno accadere per davvero. Mica come quegli sfaticati dei comici comunisti che si limitavano a scriverla sui loro giornalacci.

Il fatto è che loro incarnano perfettamente il concetto di “fantasia al potere”. Noi, invece, siamo prevedibili.
E lo so già che nei prossimi giorni salterà fuori un generatore automatico online di premi del cazzo e tutti giù a pubblicarne i risultati sui socialcosi, tipo “paracadutista di rara simpatia, che conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il catamarano verso un postribolo di donne e di uomini liberi che compongono una tavolata canterina fondata sul varietà, sui funghi porcini e il rispetto per la zia”.

Poi Michele Serra scriverà (benissimo, come al solito) un’Amaca un po’ comica e un po’ triste, Stefano Benni si farà dare qualche pagina dall’Espresso e produrrà un pezzone divertentissimo inventandosi premi equipollenti per i ministri più in vista (già mi vedo il trofeo “minchia tanta” per La Russa e il premio “statura morale” per Brunetta) e sicuramente Repubblica farà una raccolta firme online o qualche giochino del tipo “fotografati mentre abbracci il Duomo di Milano per dire di no al premio a Berlusconi” e per settimane l’homepage di repubblica.it sarà invasa da fotografie dell “popolo delle guglie”.
Qualcuno del PD dirà che “la Milano democratica, etc, etc” e la butterà sul serioso, Di Pietro tirerà fuori un paragone col fascismo e se va bene Capezzone farà una dichiarazione del tipo “siete tutti invidiosi, perché l’unica cosa che avete vinto in vita vostra è una minimarcia di Topolino”.

Insomma, è un film già visto, il nostro. Loro, invece, sono dei geni, ben oltre i Monty Python. Bisognerebbe premiarli per questo.

Ok, però ora mi fate la Svizzera. E in fretta!

March 29th, 2010 § 18 comments § permalink

E’ un dato di fatto: la Lega vince (e in alcuni casi stravince) in tutte le grandi regioni del Nord. Insomma, il motore industriale, produttivo e terziario d’Italia è in mano a loro e ai loro alleati.

Al Nord sono forti, fortissimi, stravincono ovunque, incluso il Piemonte che – salvo il villaggio di Asterìx di Torino e provincia – inizialmente sembrava un po’ meno affascinato dalla cultura della provincia lombarda.

Ora la Padania, come la chiamano loro, è tutta in mano alla Lega o al PDL dominato dalla Lega, da Pian del Re al Delta del Po. Qui, come tanti, abbiamo provato ad opporci, ma è stato vano. Hanno vinto.

E visto che hanno vinto, governino. Ma lo facciano. Perché il fatto è che la Lega, in un modo o nell’altro, dal 1994 a oggi è stata al potere per gran parte del tempo.

E non si è visto uno straccio di riduzione fiscale
E l’immigrazione (che per loro è un problema e basta e come tale lo tratto, anche se non la penso proprio così) cresce di anno in anno.
E il federalismo non solo non c’è, ma l’unica tassa realmente federale che avevamo (l’ICI) è stata abolita anche coi loro voti.
E gran parte dei (pochi) soldi di questo paese disastrato andranno a finire nel Ponte di Messina, voluto con tutte le forze da Berlusconi e votato dalla Lega.
E Roma Ladrona continua a essere il centro nevralgico del potere nazionale.

UNA LETTERINA AI NUOVI PADRONI DEL NORD

Cari leghisti: governate a Roma e in tutta la Padania e in verità comandate da 15 anni senza aver combinato nulla. Ora non avete scuse: non ci sono governi ostili o altri impedimenti. Ora fatemi la Svizzera, forza!
Certo, governate da ormai tre lustri e ancora non avete combinato una mazza, ma magari le performance canoro-scoperecce del vostro principale alleato politico vi hanno inguaiato un po’. Ora avete veramente la possibilità per fare qualcosa di concreto.

Siete l’unico partito in Italia che può dire di aver stravinto le elezioni. Daje, fate una Svizzera subito qui al Nord! Datevi da fare.
Mi accontento anche di poco, eh! Mi va perfino bene la Svizzera Italiana, quella triste di Aldo Giovanni & Giacomo. Però fatela! Tirate fuori un po’ di efficienza brianzola, invece di stare lì a oliarvi i kalashnikov a vicenda.

WHAT A DIFFERENCE A REGION MAKES

Il fatto è che non riesco ad appassionarmi a un’elezione in cui dobbiamo stare appesi fino all’ultimo minuto per sapere se il canidato X ha vinto sul candidato Y, perché il tutto dipende da quanti voti arrivano dall’ultimo seggio sperduto di Torpignattara o della Val Varaita.

La realtà è che se questa destra, che al governo da 2 anni non ha fatto niente (e non dico “niente di buono”, ma niente del suo programma), salvo tamponare male i casini giudiziari del premier, dopo gli scandali economici, dopo gli scandali sessuali, dopo le tangenti dei suoi dirigenti al Nord e al Sud, dopo la ‘ndrangheta in Parlamento, dopo la truffa dei voti all’estero, dopo le risate oscene dei palazzinari berlusconiani di fronte alle macerie dell’Abruzzo, dopo gli appalti truccati alla Maddalena, ecc., continua a prendere più del 2% dei voti, il sistema è malato.

E sarebbe stato malato anche se si fosse vinto in Lazio e in Piemonte, che tanto erano questioni di pochissimi voti di differenza.
Vincere due regioni in più per il rotto della cuffia, per quanto importanti, non sarebbe stato affatto una svolta: avremmo fatto festa una sera, ecco. E ci saremmo illusi.
Ma la realtà, totalmente indipendente dall’esito delle regioni testa-a-testa, è che ormai il blocco elettorale Lega + PDL si è radicato in Italia in modo definitivo. E continua a prendere percentuali altissime, nonostante sia abominevole.

Provo a dirla più brutalmente: questi signori vinceranno sempre, senza appello. Non giriamoci intorno. Sono imbattibili. E non perché hanno una proposta politica meravigliosa o una performance amministrativa invidiabile. Anzi, finora hanno fatto proprio schifo. Il fatto è che l’Italia li vota. Gli piacciono. Punto.

E no, questa volta il centrosinistra non ha nemmeno la scusa autocritica, per cui ha candidato (con l’esclusione giusto di Loiero in Calabria) brutta gente o fatto scelte marginali, loffie o filoclericali. Insomma, la Bresso in Piemonte ha governato bene, con scelte coraggiose anche sul piano dei temi etici come l’eutanasia e l’aborto, la Bonino è la Bonino, ecc. Nessuna scusa di collateralismo con la Chiesa, nessun effetto-Binetti (che ora sta in un altro partito), nessuna scelta pavida. E si è perso uguale, poche storie.

SONO IO LA MORTE E PORTO CORONA (O I VOGON O MALGIOGLIO)

Quindi? Quindi, finché Bossi e Berlusconi resteranno in vita (perché le loro creature politiche dipendono strettamente dalle loro sorti: non sono esperienze ereditabili con facilità), perderemo per sempre in gran parte d’Italia, con giusto le solite eccezioni di Umbria-Emilia-Toscana, peraltro in via di lenta erosione.

La soluzione? Sperare nell’unico fattore reale di rinnovamento in questo paese: la morte.
No, non sto facendo un discorso da terrorista, capiamoci. Sto semplicemente riavvolgendo il nastro della storia e guardando alla Spagna che tanto ammiriamo da lontano (e che presto non ammireremo più, vista la crisi del modello di Zapatero).

Ripensiamo alla Spagna di qualche anno fa: decenni sotto il governo (più psicologico che reale) di Franco, ben oltre il Dopoguerra, fino agli anni Settanta inoltrati.
Tutti fascisti? No: addormentati, statici, fatalisti, abitudinari. Ha dovuto tirare le cuoia il dittatore, per far sì che si mettesse in moto il cambiamento e il paese si svegliasse.

Qui capiterà così. Fino a quando Bossi e Berlusconi saranno in vita, gli italiani li voteranno copiosamente.
Il timore è che morti Bossi e Berlusconi gli italiani si risveglino e scelgano qualcosa di peggio. E’ dura immaginarlo, ma pensavo così anche quando imperversavano Craxi, Forlani e Andreotti e tuttavia ci siamo ritrovati con qualcosa di molto peggio. Non so cosa può esserci di peggio di Berlusconi, Bossi e rispettive truppe (Corona? i Vogon? Malgioglio?), ma già lo temo.

OK, AVETE VINTO. ORA COSA VOLETE FARE, DI GRAZIA?

Nel mentre, visto che governeranno per ancora una ventina d’anni, andiamo al dunque.
Cari PDL e Lega,

- chiarito il fatto che nel prossimo futuro governerete l’Italia da Sondrio a Lampedusa, senza ostacolo alcuno

- stabilito che oltre a salvare Berlusconi dai suoi guai giudiziari e garantirvi con mille trucchi legali il mantenimento di un potere che vi sarebbe offerto comunque dagli italiani

ci volete dire che cosa avete in mente per l’Italia?

Ormai è ufficiale che comandate voi. Davvero: è come una di quelle partite in cui perdi 6 a 0 e manca mezz’ora alla fine. Non ci proviamo neanche più. Diteci, ora che non avete problemi e siete al sicuro, cosa intendete fare.
Perché a difendervi, finora, siete stati bravissimi. Ma ad attaccare, a cambiare il sistema, a farlo (orrore!) a vostra immagine e somiglianza, siete stati nulli.

Volete fare il federalismo fiscale? Fare tre repubbliche, così Milan-Napoli si gioca solo in coppa UEFA? Chiudere le frontiere, come non avete fatto finora? Uscire dall’Euro? Riempire l’Italia di casinò? Annettere la Corsica?

Avete un modello da emulare? La Svizzera? La Baviera? Il Buthan? Il Vaticano?

Insomma, fateci capire cosa volete fare, ora che tutti gli sforzi preventivi di mantenimento ad libitum del vostro potere hanno dato i loro frutti e potete davvero fare dell’Italia il paese dei vostri sogni.
E non limitatevi al piccolo cabotaggio revanscista. Sì, riabilitate pure Craxi e il fascismo, cambiate i nomi alle vie, riscrivete i libri di storia come vi pare e piace. Fate pure queste piccole fascistate, ma vi chiederei di pensare in grande.

Insomma, diteci cosa cavolo avete in mente, perché io vi seguo da un po’ e non ho proprio idea di cosa vogliate fare, al di là di autoalimentarvi e crescere a dismisura. Esattamente come il blob: la cosa più orribile che abbia visto in vita mia.

Fateci sapere, eh!? Siamo oggettivamente nelle vostre mani. Personalmente mi fate paura, ma vi tocca governare per davvero, perché i miei connazionali continueranno a votarvi in massa, incuranti delle vostre porcherie.

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