Pannella senza filtro. Storia di un’affettuosa incomprensione

May 19th, 2016 § 0 comments § permalink

Nella prefazione di “Casa la vita”, Savinio scriveva che “la morte è una sineddoche”.

Insomma, alla fine il racconto di come te ne vai è in scala quello di come hai vissuto.

Pannella, quando ha iniziato a morire (ché non si muore quando si fa l’ultimo respiro, ma quando ci si prepara a quel momento, quando si inizia a “chiudere la pratica”) ha aperto la sua casa, ha ricevuto tutti, persone ammirevoli e individui che considero orribili, visite di piacere e visite dovute.

E ha parlato con tutti (anzi, conoscendolo ha parlato *a* tutti e gli altri hanno detto qualche sillaba nelle sue rare pause in cui usava l’accendino), cercando – davvero perinde ac cadaver – di portare avanti la sua filosofia di vita basata sul primato assoluto delle relazioni e dei contenuti rispetto alle identità. (ché a conti fatti in questo paese è un migliaio di anni che ci si scanna solo ed esclusivamente sulle tribù, sulle appartenenze).
Una filosofia che ho amato e odiato a seconda dell’oggetto delle relazioni che attivava. Quando toccava a noi di sinistra ero felice, quando è toccato alla destra, non capivo, sbraitavo, scrivevo mail infuocate a cui nessuno rispondeva. E non me ne faccio una ragione tuttora.

 

PANNELLA SENZA FILTRO

Come tutti gli estremisti (nel senso di persone iper-coerenti, che vivono fino in fondo le loro convinzioni), Pannella ha sempre praticato in prima persona la sua filosofia, perfino nel rapporto con gli elettori.
È stato il primo a rompere – ed è sembrata cosa naturale da subito, in un’epoca in cui era impensabile – la barriera di sussiego e reverenza riservata al politico, ovviamente alla lunga facendo il giro e sconfinando spesso nell’avanspettacolo.

In un mondo di icone della sinistra santificate (al punto che Gramsci è tranquillamente chiamato “l’Apostolo” in un paio di libri) o direttamente oggetto di proiezioni cristologiche come Berlinguer, Pannella era un alieno, perché accessibile e, pun intended, senza filtro.

Dalle e-mail dell’Associazione Coscioni che ti arrivavano da “Marco” e dovevi guardare l’indirizzo del mittente per esteso per capire che era lui e non Cappato o uno stagista, fino al fatto che ai cortei girava tra la gente senza codazzo, interagiva con chiunque e perfino a un torinese riservato come me è capitato un paio di volte di trovarsi in una discussione in piazza con lui, ovviamente mezza urlata e condita di sfanculamenti reciproci e strette di mano finali. Senza presentazioni, senza “scusi, onorevole”, senza astio, in un contesto in cui conta solo quello che dici e non chi sei. Un contesto che in Italia si manifesta di rado, senza Pannella nei paraggi.

 

PRIMA PARLAVA STRANO E IO NON LO CAPIVO

Vorrei scrivere parole più accorate, vorrei parlare male in anticipo e in tempo reale della banalità di tutti quelli che citeranno “Il signor Hood” (ma mi accontento di confondere un po’ di gente citando un altro pezzo di De Gregori), vorrei poter tirare fuori dalla vita di Marco Pannella (l’unico ad aver mantenuto in vita dopo un quarto di secolo dal crollo della prima repubblica, un partito tradizionale) un senso chiaro.
Ma anche oggi sono qui a gestire – con qualche disagio in più di prima – un rapporto conflittuale con lui, con le sue idee, con la sua icona. E a capirci poco.

Forse è un limite mio che, pur considerandomi da alcuni anni un “radicale di sinistra di scuola torinese e formazione marxiana”, ho faticato a tenere il passo degli spostamenti imperscrutabili di Pannella. O forse è un altro limite mio: è lui che sta fermo da una vita su una posizione e il mondo, schizofrenico, si riposiziona continuamente, Enrico incluso. Lui di certo la pensava così. Io boh.

Pannella mi confonde, mi costringe a intricarmi nei paradossi (il più gettonato è “sto al 100% coi radicali, escluso Pannella e le posizioni su Israele”, che fa il paio col musicale “ascolto tutto il reggae tranne Bob Marley”), mi strappa applausi e lacrimucce a ogni citazione di Ernesto Rossi e incazzature conseguenti quando mi accorgo che vengono fatti in un comizio congiunto con Storace.

Insomma, Pannella è l’equivalente politico di Frank Zappa, per me: troppa roba in una volta sola, troppe direzioni, un sacco di cose incomprensibili o direttamente mostruose e, là in mezzo, alcune scelte, alcune parole che reputo fondamentali, addirittura istruttive e in grado di dare senso a una vita. Il debito di gratitudine che ho verso quell’uomo è secondo solo al credito di giramenti di balle che mi ha provocato.
Ma forse è giusto così: ha passato una vita intera a cercare, tra le altre cose, di non essere mai irrilevante. E ci è riuscito, niente da dire.

 

IL PARTITO RADICALE PERCEPITO

Credo, ora che non c’è più, che Pannella paghi il prezzo di avere avuto esegeti non alla sua altezza, anche perché non è facile fare la versione in prosa di un individuo così politicamente, fisicamente e vocalmente ingombrante. Mi chiedo cosa resterà di questi 86 anni di vita e di lotte.

Di lui, ma più del suo figlio collettivo, che è il “Partito Radicale Percepito” (perché cosa fa quello reale, quanto conta, chi lo rappresenta, dove sta, ecc. credo sia di difficile comprensione anche per gli appassionati o i tesserati), credo resti viva – e da qualche giorno un po’ meno perdente del solito – la battaglia per un’Italia definitivamente laica, in cui le persone sono padrone del proprio corpo e non devono rendere conto allo Stato (e meno che mai alla Chiesa) di cosa ci fanno.
Credo, insomma, che se c’è una trama un po’ meno ondivaga nell’intrico di azioni e posizioni espresse da Pannella nel corso della sua rilevante esistenza, sia proprio la lotta per un paese in cui ogni cittadino è più intimamente libero di scegliere come vivere e come morire.
Come ha fatto lui.

Piano, sì. Ma avanti. Un post felice e disordinato

May 11th, 2016 § 11 comments § permalink

Finalmente l’Italia ha una legge sulle unioni civili. E non so bene cosa dire.

Potrei farne una questione di propaganda, spiegando che “i nostri fatti sono molto più forti delle vostre posizioni”.

Potrei sbattere di fronte ai tanti che sbandierano al mondo che loro sono più splendidamente di sinistra di tutti che un Presidente del Consiglio scout a suo agio con le parrocchie è riuscito a far fare ai diritti civili in Italia un primo passo importantissimo, superando a sinistra e in civiltà vent’anni di prese in giro, di leggi date in pasto alla Bindi e quindi arenate, di tergiversazioni, di “ne riparliamo”, di “sì, ma…” da parte di gente che teoricamente avrebbe un DNA molto più sinistrorso.

Potrei ridere in faccia a tutti i bigotti di questo paese che, con diverse gradazioni, in questi giorni stanno tirando fuori i loro sentimenti più osceni senza più provare quella cattolica vergogna meschina che li ha sempre protetti un po’ dallo scandalo delle loro idee raccapriccianti.

Potrei infierire sul quel movimento della “gggente” che, dopo tante parole e tanta confusione, è riuscito solo a peggiorare una legge e a renderla meno illuminata e aperta di quando era nata, rivelandosi per quello che è: una delle facce della destra italiana più retrograda e razzista.

Ma non mi interessa, perché sono impegnato a essere felice. Ed è una felicità diversa. Una felicità adulta, quella che si alimenta di felicità altrui.

Il mio primo pensiero, oggi, è per il mio amico Dario Ballini. Ci separano un bel po’ di chilometri, un pezzo di Tirreno – sta all’Elba – e qualche lustro di età, ché lui è giovane e io proprio no. Ma ci uniscono una vita dal passato non facile e, oggi, la stessa felicità.

Penso a lui perché in questi anni, mentre questa legge prendeva forma, sul tema  si è incazzato come una iena, ci ha sperato ogni volta, ha patito delusioni mostruose e in ogni occasione utile ha fatto casino, ha protestato, ha ironizzato, ha polemizzato con tutti, ha chiamato in causa ministri, parlamentari, militanti e a tratti ci ha fatti penare, preoccupare, pensare.
Insomma, ha lottato. E lo ha fatto molto più di molti di noi.
Dario mi ha insegnato che quando si combatte per un obiettivo di civiltà che ci è dovuto non ci sono mezze misure e non c’è una volta di troppo per reclamare ciò che ci spetta. Insomma, o i diritti o la barbarie.

Il risultato di oggi è anche un po’ suo e di tanti che non si sono mai arresi, in primis Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto.
La sua felicità di uomo che si vede riconosciuti per la prima volta diritti sacrosanti è la stessa mia che i diritti li ho da tempo, perché per anni la legge ha privilegiato gli eterosessuali.

Sono contento e un po’ meno infelice di essere italiano, da oggi.
E so che per le prossime lotte – perché questo è solo l’inizio e i diritti da conquistare sono ancora tantissimi: siamo contenti, ma non siamo ancora accontentati – saremo ancora uno a fianco all’altro, insieme a tanti.

Oggi è un bel giorno per l’Italia.

Quando la politica tocca il fondo. E si mette a trivellare

April 18th, 2016 § 13 comments § permalink

In tutta onestà, mi sarei risparmiato volentieri questo referendum.
No, non sto scrivendo un post per segnalare la mia non partecipazione a questo voto, anche perché ne ho già scritto uno e tra l’altro il referendum è fallito, avendo raccolto una partecipazione bassissima, ben sotto il quorum.

Sto parlando del referendum come esperienza: la sua campagna, le sue polemiche, le reazioni che ha suscitato. È stato uno spettacolo spesso avvilente, forse il momento collettivo più basso della politica italiana, sia quella praticata dai professionisti, sia quella chiacchierata da noi elettori.

L’impressione è che, al di là degli sconfitti politici, che sono noti e che ovviamente hanno cantato vittoria ugualmente, perché da noi si fa così (ed è un altro segno di degrado che va avanti indisturbato da anni), i veri sconfitti siamo noi tutti.
Anzi, sconfitti no (tecnicamente la mia parte avrebbe “vinto” questo referendum e anche piuttosto bene): siamo tutti un po’ più sporchi.

È uno sporco involontario, tipo quello che si raccoglie frequentando ambienti malsani, quella polverina sollevata da altri che alla fine ti macchia irreparabilmente la giacchetta e che nel nostro paese sembra essere così inevitabile e ubiqua che abbiamo iniziato a vestirci in tinta.

L’elenco delle nefandezze che questo referendum si è portato dietro è particolarmente deprimente ed è lunghissimo. Confesso che ho iniziato qualche giorno fa a raccoglierle e a catalogarle e ho dovuto rinunciare, perché sono stato travolto dalla quantità di bruttezze che mi si parava di fronte. E ogni giorno ne uscivano di nuove.

In questi casi gli elenchi non funzionano. Meglio ragionare per temi. Ho provato, quindi, a raccogliere le ragioni lunghe per cui questo referendum è stata un’esperienza politica, giornalistica e umana sgradevole in cui tutti abbiamo dato il peggio di noi. Eccole.

1 – POCA CHIAREZZA SULLA NATURA DEL REFERENDUM

A urne chiuse e ad animi raffreddati possiamo riconoscerlo: questo era un referendum molto tecnico, che riguardava alcuni aspetti gestionali del rapporto tra Stato e aziende che usufruiscono delle piattaforme energetiche.
Non era un referendum con una narrazione facile e istantaneamente comprensibile del tipo “caccia sì/no” o “divorzio sì/no”. Era un referendum che, per essere capito, richiedeva come minimo una lunga spiegazione e un serio approfondimento. Approfondimento che viene fatto da una minoranza esigua di elettori e spesso viene fatto male e in modo parziale.

Questo ha generato un contesto di incomprensione generale, in cui ognuno difendeva il proprio scampolo di conoscenza sul tema come se fosse la verità assoluta e intera. E tutti ne sapevamo un pezzo più o meno grosso, senza coglierlo tutto.

 

2 – POCA CHIAREZZA SULLE CONSEGUENZE DEL REFERENDUM

Mentre scrivo, c’è su La Stampa un articolo che affronta il tema “Cosa succede, ora che ha vinto il no”. Ed è un pezzo pieno di incognite, di ipotesi, di valutazioni azzardate.

Per tutta la campagna referendaria, che tratta un tema in cui i cambiamenti in caso di vittoria di sì o del no si sarebbero visti dopo numerosi anni, i dati oggettivi a cui ci si appiglia quando le opinioni sono poco definibili a priori, sono estremamente “ballerini”. Per esempio, quanti posti di lavoro si sarebbero perduti con la vittoria del sì? Chi lo sa? Qualcuno dice 11000, altri 6000, altri dicono zero e ognuno è convinto di avere la cifra esatta.

La realtà è che, trattando di un futuro dai confini incerti, non lo sa nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori. Figuriamoci noi. Si va di ipotesi, che sono la cosa più opinabile e “spinnabile” al mondo.

In uno scenario simile, in cui mancano gli elementi per valutare bene gli effetti (e in cui la causa al punto 1 è a sua volta difficile da cogliere per intero), si perde l’elemento fattuale che è alla base di molti giudizi logici e di buonsenso. Restano giusto i giudizi politici di parte, ma quelli fanno danni al punto seguente, soprattutto se mescolati alla furbizia di certi comunicatori e all’ignavia del giornalismo nostrano.

 

3 – UNA CAMPAGNA BUGIARDA E DI SUCCESSO

Non ne ne vogliano i reduci del comitato per il sì, ma penso tutto il male possibile della loro campagna referendaria. Lo dico da comunicatore, non da elettore (che peraltro arriva alla medesima conclusione).
Aggiungo: è stata una campagna di successo e ho l’impressione che buona parte dei votanti al referendum siano merito suo, perché è riuscita a imporre il proprio linguaggio, i propri termini e la propria visione del mondo al dibattito referendario.
Ha un solo difetto: è stata una campagna disonesta.

Se siete tra quelli che hanno reagito in qualche modo ai problemi esposti al punto 1 di questo elenco, sapete che il referendum non era “sulle trivelle”, ma sulle modalità di erogazione delle concessioni d’uso delle piattaforme di estrazione marine entro le 12 miglia (piattaforme in cui, salvo forse un singolo caso, ma anche qui il tema è dibattuto, non si trivella perché è già stato fatto anni fa: si estraggono a pompaggio i combustibili lì dove si è già trivellato).

Purtroppo l’intera campagna referendaria è stata basata sul concetto di “no alle trivelle”.
I comitati elettorali per il sì si sono chiamati “notriv”, sono stati fatti manifesti con lo slogan e l’hashtag “ferma le trivelle” (anche da associazioni serie come Legambiente) e perfino il logo del comitato per il sì conteneva l’immagine di una piattaforma petrolifera e la scritta, con le maiuscole un po’ a caso, “Ferma le Trivelle” (il premio, tuttavia, va a Sinistra Italiana, che ha prodotto un visual in cui si vede una grossa X cancellare un pozzo di petrolio terrestre, tipo quelli che si vedono nel video di “Rock The Casbah” dei Clash.

Non finisce qui: nonostante la quasi totalità delle piattaforme nel mare italiano estragga metano, gran parte della comunicazione delle forze che hanno appoggiato il sì al referendum si è concentrata sul petrolio, producendo un’infinità di immagini che spaziano dal gabbiano immerso nelle morchie oleose alle maree nere, con un piacevole contorno di piattaforme che bruciano.

Che cosa è successo? È successo che le opportunità offerte da una narrazione forte hanno vinto su una narrazione onesta. Insomma, chiamare a raccolta gli elettori dicendogli di votare no alle trivellazioni nel nostro mare e no agli sversamenti di petrolio è facile e vincente. Impossibile dire di no.

La narrazione di un paese che difende la bellezza delle sue coste e del suo ecosistema marino dall’avidità dei petrolieri è bellissima. È anche completamente falsa, nel caso di questo referendum (salvo i petrolieri, che restano avidi in ogni caso), ma è comunque più forte dire #noalletrivelle che #noaquestomododierogareleconcessionidusodellepiattaformeestrattive.

In comunicazione, si sa, una bella bugia spesso funziona meglio di una verità noiosa.

Infatti i comunicatori del comitato del sì hanno fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista del risultato (dal punto di vista dell’etica, se esistesse un giurì della pubblicità elettorale, la campagna del sì sarebbe stata fermata sul nascere per palese falsità): il concetto ha preso piede ed è stato utilizzato da tutti, in primis dai media.
Fatevi un giro online o leggete i giornali delle ultime settimane: tutti parlano di “referendum sulle trivelle”. Perfino chi si opponeva al referendum ha finito per chiamarlo così.

Se già non è bene che sui media neutrali si imponga un frame di parte (non facciamo i verginelli: alterare l’agenda dei media e il loro linguaggio a favore della propria parte è lo scopo di tutti i comunicatori politici), figuratevi quanto è male se quel frame è pure un enorme falso.

(se può servire come buona notizia, vedo che qualche illuminato nel campo del sì sta iniziando a fare autocritica su questo aspetto che, a bocce ferme, non sembra affatto marginale)

Questo tipo di comunicazione, con le sue punte retoriche, le sue iperboli e le sue scorrettezze testuali e visive ha esacerbato gli animi di molti, che avranno pensato: “come si può non stare dalla parte di chi lotta contro le trivelle che perforano il nostro mare, inondando di petrolio i notissimi pinguini del Mediterraneo? Chi sta dall’altra parte è un mostro!”. I deliri retorici conseguenti e i litigi inevitabili sono un corollario spiacevole, dovuto a premesse brutte.

 

4 – UN REFERENDUM TECNICO, POLITICIZZATO

A essere concreti si è votato su una questione tecnica che, tuttalpiù, ha limitati riflessi sull’economia. Non c’erano grandi cambiamenti all’orizzonte, non erano coinvolte grandi visioni, non si confrontavano due grandi scuole di pensiero o visioni del mondo contrapposte. Insomma, nella sua marginalità, il referendum poteva porre i cittadini di fronte a una scelta politicamente laica.

È accaduto l’esatto contrario: il referendum è diventato, nell’ordine:

  • un modo per fare una specie di “conta interna” che fungesse da preambolo al prossimo congresso del PD
  • un tentato plebiscito anti-Renzi, che ha visto unite tutte le opposizioni al suo governo dai trozkisti a Casa Pound, inclusi numerosi partiti che in passato non solo si sono fatti portatori di una politica antiecologica, ma hanno votato più volte a favore delle trivellazioni contro cui – miracolati? – si sono schierati di recente.
  • l’ennesima battaglia del conflitto tra Stato e Regioni
  • un tentativo un po’ psichedelico ed effimero di “dare la linea” al Governo, facendogli sapere che i cittadini preferiscono le rinnovabili al petrolio. Premio GAC 2016.
  • un modo per il Governo di ottenere una facile vittoria con una prova di forza, umiliando i suoi avversari

Tra coloro che si sono comportati male in questo frangente c’è anche il Governo che, di fronte alla politicizzazione di un referendum che più tecnico non si può, si è buttato nella mischia invece di mantenere un profilo più distaccato e concreto.

In questo scenario di partiti che cercano la rivincita contro chi li ha relegati all’opposizione e in certi casi all’irrilevanza e di politici che cercano la vendetta nei confronti di chi li ha battuti largamente al congresso, ci mancava giusto che l’oggetto di tanto odio rispondesse alle provocazioni. Lo sventurato ha risposto, seppure senza mai eccedere, e i toni sono ulteriormente peggiorati.

 

5 – UN DIBATTITO SULL’ASTENSIONE FATTO DA IGNORANTI

Questa è, per me, la parte più dolorosa di tutte. Purtroppo il dibattito referendario si è svolto quasi interamente su un tema totalmente estraneo al merito del quesito sulla scheda. Si è parlato, infatti, per settimane di astensione dal voto e della sua legalità, opportunità politica, dignità, ecc.

Tema interessantissimo. Continuo a pensare tutto il male possibile di chi non vota per noia o disinteresse.
Peccato che il dibattito spesso abbia visto coinvolte figure non all’altezza, cioè commentatori, giornalisti, politici, ecc. impreparati sulla questione. Vogliamo dirlo bene? La politica e il “sistema” che orbita intorno alla politica non erano preparati a discutere della questione.

Ecco, quindi, che giornalisti (fino ad allora) autorevolissimi, stimati membri della Corte Costituzionale, direttori di giornale, parlamentari, segretari di partito, ecc. hanno creduto alla notizia secondo cui i politici che nell’esercizio delle loro funzioni invitano non votare compiono un reato.
Una bufala clamorosa, dovuta al fatto che nessuno di questi professionisti che si occupano di politica si ricordava che il divieto di propaganda dell’astensione è stato cancellato nel 1993.

Mentre questo equivoco restava irrisolto, si compiva il danno: un atto tattico come l’astensione attiva e informata a un referendum (cioè il modo migliore per far vincere il no) veniva scambiato per il più bieco astensionismo passivo, quello disinteressato, superficiale e francamente odioso. Con l’aggravante di essere reato.

Questo scenario ha invaso i giornali di editoriali accorati su Renzi e Napolitano (che hanno annunciato che si sarebbero astenuti) e ha riempito i social network di temini sul valore del voto e sui nonni che hanno combattuto per la libertà, grazie a due effetti.
Il primo è, come dicevamo, la disinformazione sull’illegalità della propaganda per il non-voto.
Il secondo è una banale generalizzazione per cui quelli che non votano sono tutti uguali: amorfi calpestatori di un diritto democratico, ecc.
Non importa il contesto, non importano le finalità, non importa che buona parte di chi non ha votato lo ha fatto per “votare” no con più efficacia: anche qui molti hanno scelto la superficialità di giudizio, allineandosi a un frame imposto da altri (prevalentemente la minoranza PD, che è andata a votare no per contribuire a raggiungere il quorum, in modo tale da dare addosso a Renzi senza rischiare lo strappo), senza metterlo in discussione.

Ne è venuto fuori un pippone interminabile e ripetitivo sul diritto di voto, che ha mescolato cose diversissime tra loro, condendo tutto con molta retorica, e dimenticando che il fine di una chiamata alle urne è l’ottenimento di un risultato e non l’esercizio “poetico” del diritto di votare. E se quel risultato si ottiene più facilmente non partecipando al voto, ben venga.

6 – USI ALTERNATIVI DEL REFERENDUM

Scusate se sarò banale e pedante. I referendum abrogativi servono a cancellare a furor di popolo una legge sgradita (anzi, visto come si formulano i quesiti, “parti di una legge, spesso non cancellandola ma dandole un nuovo senso”, ma sto divagando).
È difficile che servano ad altro, anche perché la Costituzione prevede che servano solo a quello.

La politica, tuttavia, si ostina a cercare di dare ai referendum significati accessori, principalmente usare i referendum come “messaggi minacciosi” al governo in carica.
Di solito i referendum funzionano malissimo come messaggeri: non sono nati per quello, sono scomodi e costosi e hanno la brutta caratteristica di depotenziare totalmente il numero delle persone coinvolte.

Mi spiego con un esempio: a questo referendum hanno partecipato 14/15 milioni di elettori (perdonate il dato impreciso, ma non è ancora certo mentre scrivo) e il risultato per i promotori è una innegabile, enorme, sconfitta.

Se il fine reale del referendum fosse stato far sapere al governo, seppure con un pretesto un po’ capzioso, che gli italiani ci tengono al mare, vogliono farla finita presto con le fonti energetiche fossili e vogliono un paese che investa sulle rinnovabili, sarebbe stato più intelligente portare un quindicesimo dei votanti in piazza, a Roma.
Immaginatevelo: un milione di persone (non i figuranti di Berlusconi o i pensionati portati in massa dalla CGIL) che manifesta per chiedere una politica ancora più forte sui temi dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile. Una piazza così cambia le cose, in Italia. Soprattutto su un tema di questo genere.
Nessuno ci ha pensato. O forse ci hanno pensato e si sono accorti che alle iniziative in cui si parla di ambiente siamo sempre i soliti 4 gatti (sì, pure io che non ho votato al referendum, sono cause per cui milito da anni) ed è politicamente più spendibile un referendum perso che una mobilitazione che cambia davvero le cose.

In uno scenario in cui si sentono persone di norma preparate attente dire “sì, lo so che il referendum non è sulle trivelle, ma voto lo stesso sì per dire al governo che…”  è normale che i campi del sì e del no non si rispettino, perché una delle due parti è in “missione per dare messaggi al Governo” e l’altra invece ha opinioni diverse sulle licenze delle piattaforme marittime.
Tra chi fa questioni di principio e chi fa questioni pratiche, si sa, non corre buon sangue. E alla meglio non si capiscono

 

E QUINDI? SUCCEDE SEMPRE LA STESSA COSA

Il sovrapporsi (no, non userò mai l’espressione burocratica odiosa “combinato disposto”) di questi 6 temi ha fatto sì che il dibattito politico abbia toccato vette di inenarrabile bassezza, in cui i politici stessi (con l’eccezione, per una volta, di Renzi, che ha tenuto un profilo piuttosto sobrio per le sue abitudini) si sono insultati vicendevolmente sui media tradizionali e sui social network, ciascuno interpretando gli insulti personali ricevuti come se fossero diretti a tutto il suo campo e di conseguenza chiamando a raccolta i propri militanti, per rispondere in massa all’insultatore, con altrettante brutte parole. Insomma, il ritratto perfetto di un’escalation che esaspera i toni, mette gli elettori gli uni contro gli altri e non serve a niente.

Anzi, no. Visto che buona parte dei protagonisti di questa caduta di gusto collettiva sono politici che appartengono alla sinistra o al centrosinistra (se ricordate, al punto 4 segnalavo che questo referendum è diventato anche una questione tribale precongressuale nel PD), questo enorme volare di stracci ha una funzione perfetta: divide ancora di più la sinistra. Ce n’era bisogno, in effetti.

Nel mentre, sono un po’ più disgustato di prima. Anche se ho “vinto”.

Il mio sì a un referendum contro le trivelle

April 12th, 2016 § 49 comments § permalink

Siamo onesti: il referendum contro le trivelle merita tutti i nostri sì. Trivellare in mezzo al mare per ottenere combustibili fossili è un metodo antiquato e pericoloso.

Il futuro dell’energia è altrove, cioè nelle energie rinnovabili ed è un futuro che dobbiamo concretizzare il più possibile e il prima possibile: le tecnologie sono mature, l’efficienza degli impianti è migliorata enormemente e investire in una politica energetica che sostituisca i vecchi modi di produrre l’energia con quelli più nuovi, ecologici e intelligenti non è più una questione di facciata, ma una realtà praticabile e praticata da tutti i paesi civili, inclusa l’Italia. Ma si può sempre (e in questo caso si deve) fare di più

Insomma, a parte i peggiori petrolieri (ne esistono di migliori? o sono un falso inferenziale come il Duplo Nocciolato Pesante?) e i loro sodali, esiste ancora qualcuno che crede in un futuro fatto di combustibili fossili? Direi di no.

Poi, ovvio, c’è chi si dice contrario ai combustibili fossili e vota anche contro le pale eoliche nell’entroterra e off-shore, contro i campi di pannelli solari, contro gli impianti a biomasse, ecc. Ma sono di fatto i grillini e i pochi sopravvissuti alla cultura della decrescita: gente che è ancora alle prese con qualche pezzo di infanzia irrisolto. Insomma, quelli che sanno benissimo cosa non vogliono, ma non si sono mai posti il problema di cosa vogliono al suo posto, se non in termini vaghi.

Dimentichiamoli per un attimo e concentriamoci sul referendum contro le trivelle. È una causa per cui vale la pena militare in assoluto e ancor più se si è italiani: viviamo di turismo e lo facciamo in gran parte grazie alle nostre coste, che attirano milioni di turisti e producono, per il solo fatto di esistere ed essere belle e sane, una parte non indifferente del nostro PIL. Ne andiamo anche molto orgogliosi, penso.
Insomma, l’Italia “vende” e si gode due cose non negoziabili e da difendere: la propria natura e il proprio paesaggio. È inutile e pericoloso mettere entrambe a repentaglio con una politica di trivellazioni sotto costa per avere un po’ di idrocarburi in più. Non vale la pena, davvero.

Quindi invito tutti a fare come me e votare sì al referendum contro le trivelle in mare, il giorno che sarà necessario istituirne uno.

Quel giorno non è arrivato e con buona probabilità non arriverà mai, visto che di recente è stata fatta una legge che impedisce di fare trivellazioni all’interno delle acque territoriali italiane e il referendum che ci sarà tra qualche tempo riguarda tutt’altro.

Ecco un'immagine della campagna per il sì, che dice bellamente il falso. (con un mio commentino sotto)

Ecco un’immagine della campagna per il sì, che dice bellamente il falso.
(con un mio commentino sotto)

Ehi, ma io ho visto i poster con le trivelle, il petrolio e i gabbiani impastati!

Eppure i manifesti che vediamo per strada, alcuni titoli di giornale, qualche raro post che troviamo online parlano di un imminente referendum “sulle trivelle”, cosa sta succedendo?

Sta succedendo che ci stanno prendendo in giro.
Tra alcuni giorni ci sarà, in effetti, un referendum, ma questo non riguarderà per niente le trivelle e le trivellazioni, visto che sono impedite dalla legge.

Il referendum sarà – reggetevi forte – sulle concessioni in licenza delle piattaforme energetiche in mare, cioè gli impianti che vengono costruiti *dopo* le trivellazioni e che recuperano l’energia dai giacimenti, permettendone il trasferimento sulla terraferma.

Se siete appassionati di minimalismo politico, ecco a voi il tema del referendum: decidere se fermare le licenze d’uso delle piattaforme dopo un numero arbitrario di anni, senza nessuna ragione apparente, oppure utilizzarle fino alla fine del giacimento su cui insistono. Stiamo parlando di poche decine di piattaforme (tra l’altro quasi tutte a metano, che tra le energie fossili è la più pulita), giusto per avere chiara la portata della consultazione.

Lo so, lo so. Un referendum su un aspetto così minimale è folle e la prima opzione non ha senso. Perché sprecare un giacimento per cui si è già trivellato anni fa? Visto che in passato siamo stati così avventati da trivellare (che è la sola cosa pericolosa), perché non cercare di ottenere il massimo da una scelta sbagliata?

Non c’è una ragione logica. Ce ne sono molte politiche, che viaggiano sul versante simbolico: dire, attraverso una rinuncia/spreco di risorse che abbiamo a disposizione a rischio zero, un forte e pleonastico “no” alle energie fossili nonostante ci sia già una legge appena fatta in linea con questa posizione, oppure – è la più gettonata – posizionarsi politicamente dalla parte avversa all’attuale governo, che si è schierato per l’opzione logica: il danno è stato fatto in passato, massimizziamo il risultato delle ultime piattaforme rimaste, tanto nelle nostre acque territoriali non se ne faranno di nuove.
Vi risparmio le ragioni strettamente “partitiche”, che poi sono quelle vere alla base di questo referendum (fondamentalmente una lotta senza quartiere e con ogni mezzo necessario – anche un referendum farlocco – a Renzi da parte dei suoi avversari interni ed esterni, oltre a un perenne contrasto Stato-Regioni).

Ci sarebbero anche un bel po’ di conseguenze negative ulteriori – al di là dell’atto assurdo – a un’eventuale vittoria del sì al referendum sulle licenze delle piattaforme energetiche: un calo notevole e rapido (così da non consentire una valida politica di ricollocamento/formazione dei lavoratori) dell’occupazione in alcune regioni e soprattutto la necessità per l’Italia di comprare all’estero (per un bel po’ di anni, cioè il tempo necessario per integrare l’energia fossile persa con altre forme rinnovabili) l’energia che non estrarrebbe dalle piattaforme.

Questa arriverebbe da noi in parte per nave. E le navi che portano idrocarburi, soprattutto le petroliere, inquinano, sono ad alto rischio di incidenti. Immaginatevi cosa comporterebbe un riversamento di idrocarburi in un mare chiuso come l’Adriatico. Tra le piattaforme d’estrazione, che sono sicurissime (zero incidenti in quarant’anni) e le petroliere, che sono dei disastri ecologici viaggianti, nessuno ha dubbi.
Ecco perché ci sono valide ragioni ecologiche ed economiche (e sociali), oltre a quelle puramente logiche, per opporsi a questo referendum.

 

La politica si è accorta che non siamo intelligentissimi.

Perché sta succedendo tutto questo? Perché c’è un referendum su un tema e ci viene venduto come un referendum su tutt’altro?

La risposta non credo vi piacerà, ma ci riguarda.
Il fatto è che la politica si è accorta che siamo al contempo molto interessati a cosa ci succede attorno e molto superficiali.
Insomma, il mondo politico (con gradi diversi di sfacciataggine) ha scoperto che può tranquillamente proporre una narrazione parziale o, come in questo caso, totalmente falsa alla nostra voglia di sapere. E noi in gran parte ci cascheremo.

Quindi tutti i poster in cui vedete la scritta “no alle trivelle”, tutti i “comitati notriv”, tutte le immagini della campagna per il sì che dicono “salviamo il nostro mare” o mostrano foto terribili di gabbiani inzaccherati di morchia oleosa sono un palese caso di truffa politica. Una truffa a noi, elettori di sinistra, da parte di realtà che si schierano in gran parte a sinistra o le sono vicine.

Questo modo di fare politica attraverso iperboli che diventano bugie condivise purtroppo funziona. Il Movimento 5 Stelle ha costruito buona parte del proprio seguito utilizzando questa strategia, cioè diffondendo centinaia di notizie false, esagerate, iper-allarmiste, imprecise, ecc. su finte testate neutre, con un solo fine: confermare un proprio frame narrativo del tipo “noi tanti, buoni e onesti contro il malaffare dei partiti”.
È una tattica che lavora per accumulo e, come certe droghe, funziona solo se le dosi aumentano col passare del tempo. Ecco perché la disinformazione grillina non disdegna anche contenuti complottisti ben oltre il limite del ridicolo o palesi bugie, spesso erogate dal blog di Beppe Grillo stesso. Serve alzare il tiro sempre di più.

Anche la destra salviniana se la cava con questo metodo. Le decine di panzane sugli immigrati pagati, violentatori (e immediatamente scarcerati dalla Boldrini in persona, con la Kyenge che l’aspetta in macchina), ecc. diffuse dai giornali della destra o da finti giornali o gruppi Facebook specifici hanno un solo compito: fomentare l’odio, imponendo la narrazione di un paese invaso dai barbari, che hanno palesi complici “comunisti” che non vedono l’ora di islamizzare il paese. Suona assurdo, nelle vostre menti ragionevoli, logiche e ben informate? Chi se ne frega. Basta che funzioni. E funziona.

 

La sinistra che fa come la destra. E perde la “verginità etica”.

La brutta notizia è che questa tattica inizia a essere usata anche a sinistra. La campagna per il sì al referendum sulle piattaforme è, da questo punto di vista, un’orribile prima volta  e, duole dirlo, un successo di agenda-setting.

L’idea di adottare una narrazione facile facile, su cui è impossibile non schierarsi dalla parte giusta, cioè i poveri italiani amanti del loro paese contro i petrolieri devastatori e inzaccheratori di gabbiani, è vincente.
Poco importa che sia palesemente falsa. Tanto è così potente da imporsi sui media, perfino quelli più attenti e virtuosi come IlPost, che titola “Al referendum sulle *trivellazioni* come votano i partiti?” un suo (peraltro ottimo e ben informato, al di là della svista sul titolo) articolo sulle diverse posizioni dei partiti in merito alla questione.

Stiamo, quindi, assistendo a una progressiva degradazione del modo di fare comunicazione politica. Alle balle della destra grillina e della destra post-berlusconiana si sono aggiunte le balle della sinistra-sinistra e di movimenti e associazioni che fino a qualche giorno fa consideravo seri e credibili (e per i quali in alcuni casi ho militato per anni).
La portata di questa deriva bugiarda non è da sottovalutare: credo che a sinistra si sia persa una “verginità etica”, sotto questo aspetto (sotto altri abbiamo già dato ampiamente, eh). Non è una bella notizia.

Attenzione: non è tutto rose e fiori nemmeno nel PD e nel Governo, dove talvolta lo “spinning” applicato a fatti, numeri e fenomeni si è rivelato eccessivo. Certo è che, in un contesto in cui tutti gli oppositori mentono spudoratamente con toni e retoriche di rara enfasi, le apodittiche slide renziane sono- quando eccedono – una forma lieve di un male che altrove è più grande.

 

Le “scie chimiche di sinistra”. Per un’ecologia della comunicazione politica. 

Si è persa la serietà, in politica? Credo di sì, almeno in parte. E credo che il peggio debba ancora arrivare. E non c’è una pacificazione dei toni o una civilizzazione in vista. Questo non è un accidente: è un metodo politico che sfrutta la “neutralità giornalistica” dei mezzi di comunicazione odierni, abusa dell’eccesso di informazione disponibile e sfrutta, riconosciamolo, il nostro essere frettolosi, superficiali e, spesso, sprovvisti di mezzi per distinguere il vero dal falso.

Insomma, se lasciamo fare ai comunicatori politici, salvo rari casi, il fenomeno “frame narrativo sorretto da un’impalcatura di balle create ad arte” credo dilagherà e coinvolgerà tutti, un po’ perché funziona, un po’ per emulazione, un po’ per autodifesa.

Gli unici che possono fare qualcosa per fermare questa deriva verso un paese ancora più ridicolo di così siamo noi utenti/lettori.
Passiamo interi pomeriggi a ridere dietro a quelli che credono alle scie chimiche, al bicarbonato che cura i tumori, ai complottismi esilaranti di Socci contro Papa Francesco, agli articoli psichedelici di Giulietto Chiesa o alle teorie ubriache sul signoraggio bancario. Ora tocca a noi.

Il finto referendum sulle trivelle è la nostra scia chimica, la nostra sirena, i nostri Elohim, la nostra Boldrini che fa la ragazza coccodè (scegliete voi la panzana da creduloni che più vi aggrada).

Vediamo di non abboccare. Non prestiamoci al gioco, così come abbiamo imparato a non “nutrire” i troll online, evitiamo di farlo con la politica che ci trolla.

Ecco perché, da ecologista, da uomo di sinistra ma soprattutto da persona che teme l’inquinamento etico oltre a quello ambientale, mi rifiuto di prendere parte a questo referendum.

È una posizione informata di astensionismo attivo, più forte del “no”, perché dice no al merito del referendum (e sì al buonsenso) e dice “no” al metodo politico bugiardo e truffatore che è stato usato per comunicarlo.
Da persona che odia l’astensionismo, mi asterrò: non voglio dare dignità, col mio voto, a un’operazione truffaldina e con obiettivi politicanti ben diversi dal merito della questione.

Io alle scie chimiche, anche se autoprodotte a sinistra, continuo a non credere. E conto lo facciate anche voi, laici, scettici, logici e di buonsenso.

 

——-

 

Nota bene: scrivo queste cose da persona che, se non fossero stati superati dalla legge che ne ha accolto in buona parte le istanze, avrebbe votato e fatto campagna a favore di buona parte dei referendum (quelli sì) contro le trivelle che erano stati presentati.
E se si facesse un’iniziativa politica (credo a livello europeo o di paesi che affacciano su certi mari condivisi) per impedire le trivellazioni al di fuori delle acque nazionali, parteciperei volentieri.

Seconda nota: arriverà sicuramente qualcuno a commentare “eh, però Renzi…”. Ecco, mi rivolgo proprio a voi che lo farete. Non ho nessun problema con la vostra posizione, anzi apprezzo comunque e sempre il dibattito (gradirei, a dire il vero, che aveste qualche alternativa da suggerire, ma fa lo stesso), ma vi chiedo di non cedere all’ipocrisia.
Insomma, preferisco che mi diciate “odio Renzi e voto per principio contro lui, si trattasse anche di abolire il gelato” piuttosto che vi arrampichiate sugli specchi con argomenti ridicoli (il più gettonato è “voto sì perché vorrei che lo stato si facesse pagare royalties più alte dai gestori delle piattaforme”, cosa che non richiede un referendum, ma banalmente una trattativa)

 

I mercatini sono conversazioni (il resto, mazzate)

October 28th, 2015 § 6 comments § permalink

Qualche giorno fa ho scritto un post su Facebook in cui mettevo in vendita un Mac che ci avanzava in casa. Ero dubbioso se postare l’annuncio su Facebook fosse una mossa intelligente. Non so bene cosa temessi, ma la parte più torinese di me pensava che usare i social per vendere qualcosa fosse, se non proprio una violazione di un tacito patto etico, un atto inelegante. Ho mediato tra la mia ritrosia sabauda e la mia avidità e ho optato per un post leggero, senza cifre esposte e con trattative economiche in DM. Nel giro di poche ore il Mac era stato venduto a un amico, previo sconto simpatia.

Ciò che mi ha sorpreso è che quel post mi ha messo in contatto con un grande numero di persone, magari amici che non sento spesso, conoscenze lontane con cui ho avuto prevalentemente contatti online, ecc., con cui ho piacevolmente chiacchierato al di là della mera vendita del computer. Mi sono ritrovato a dare in chat consigli spassionati (a più di un amico ho sconsigliato di comprare il mio Mac, perché non faceva per loro), ad ascoltare necessità, a disquisire di lavoro e a divagare gioiosamente sul trittico vita, universo e tutto quanto.

L’esperienza mi è piaciuta così tanto che non vedo l’ora di mettere in vendita il prossimo Mac. Datemi solo il tempo di consumarne uno.

Per bilanciare il karma positivo della vendita, l’altro giorno ho scritto un post su Facebook in cui facevo notare come fosse ridotta male, fragile ed esposta alle intemperie la famigerata trazzera asfaltata dai grillini in Sicilia.
Per 24 ore la conversazione che ne è seguita è stata tranquilla, civile e perfino simpatica (in un contesto in cui non tutti eravamo d’accordo).
Con il consueto ritardo di un giorno (fateci caso: l’imbarbarimento di una discussione accade sempre con un certo ritardo, come se ci fosse una distanza da colmare tra chi chiacchiera in modo mediamente civile e le masse imbufalite che mandano tutto in vacca), sono arrivati i grillini. Quelli veri, quelli ancora più impresentabili dei candidati: gli elettori grillini.

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È stata una delle esperienze al contempo più divertenti e più abbrutenti della mia vita online: centinaia e centinaia di commentatori (il post ha avuto un migliaio di condivisioni, ho letteralmente perso il controllo di dove andasse a finire) sono arrivati su una discussione con sostanzialmente due fini: negare l’evidenza e/0 insultare l’autore del post.
Sotto i miei occhi – e sotto gli occhi dei tanti che, insieme a me, si sono goduti lo spettacolo – è avvenuto un vero e proprio atto di degradazione della conversazione, che è partito col sacrificio pubblico della grammatica e dell’ortografia, è proseguito col turpiloquio ed è finito con minacce, insulti, insinuazioni, aggressioni ad personam (dove la persona ero io), gente che si improvvisa Sherlock Holmes sui fatti tuoi (alcuni commentatori avevano da ridire su casa mia: segno che sono andarti a cercarsi le foto), gente che commenta il mio profilo LinkedIn e poi direttamente devianza pura, follia (tra cui un genio che ce l’aveva con “voi che avete le foto profilo in bianco e nero”).

Per puro sport, avendo qualche ritaglio di tempo libero, con alcuni amici abbiamo perfino provato a interagire con alcuni di questi individui. Il risultato è stato disarmante, al punto che i nostri intenti seri e gramsciani di incontro con le masse incolte sono finiti in un perculamento generale a cui, tra l’altro, buona parte dei grillini ha abboccato.

Sto cercando di confortarmi pensando ottimisticamente che i due mondi – quello della conversazione simpatica, disinteressata, leggera e quello delle masse di ignoranti aggressivi del tutto privi di capacità dialettica e di intelligenza sufficiente per rapportarsi al prossimo – in qualche modo si bilancino, si annullino a vicenda.
Sotto sotto so benissimo che non è così e che la “prevalenza del cretino” è inevitabile. Cerco di non pensarci, perché poi mi scattano di nuovo quei brutti pensieri sulla sopravvalutazione del suffragio universale.

In questi casi mi chiedo sempre se sia intelligente fermarsi a prendere atto del problema. Forse dovremmo fare qualcosa. Il problema è che non so bene cosa fare, salvo dare sfogo ai peggiori istinti misantropi, augurarmi una guerra di trincea che faccia molte vittime o tifare asteroide, sperando che mi eviti (ché gli asteroidi, come i grillini, non vanno molto per il sottile).

Con alcuni amici (più seri di quelli di prima) ci siamo presi l’impegno di studiare il fenomeno. Cioè prendere questo thread e altri e cercare di capire cosa succede, evidenziare i temi, i cliché, le narrazioni più evidenti e popolari. Insomma, cercare di fare una (psico)analisi quantitativa del grillismo.
Perché, come diceva Flaiano, un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi.

Forse è il caso di iniziare. Sdraiatevi.

Io non sto con Erri. Sto con la libertà di parola. E con la nonviolenza

October 19th, 2015 § 19 comments § permalink

“Un uomo è quello che ha commesso. Se dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso”

Queste parole sono di Erri De Luca, prese dal suo “Il peso della farfalla”. E sono per voi, avventati, che avete fatto di quest’uomo un eroe.

BENE, L’ASSOLUZIONE DI DE LUCA

Voglio chiarire subito un punto: dopo qualche riflessione – e un approfondimento sul reato di “istigazione a delinquere” – mi sono convinto che il processo a Erri De Luca per le sue dichiarazioni in cui esortava a compiere violenze e sabotaggi contro la TAV sia stato un errore che ha fatto danni notevoli, perché ha processato ingiustamente un uomo per dichiarazioni avventate (ma non reato) e soprattutto perché ha trasformato un cattivo maestro in martire e gli ha dato una tribuna enorme.
È un bene che sia stato assolto.

Concordo: le sue parole sulla TAV non costituiscono reato. Restano parole orribili, che auspicano la violenza come metodo politico e la giustificano. È legale dirle. È fuori legge – e fascista e violento – seguirle, metterle in pratica.

Può darsi che la deriva retorica notav abbia fatto perdere lucidità a molti, per cui ad alcuni sembra perfettamente normale e accettabile che una persona dica che se qualcosa non è gradito – anche se espressione della volontà democratica della maggioranza dei cittadini – è legittimo praticare atti violenti per impedire che avvenga.
Sbagliano di grosso, perché è un pensiero antidemocratico (la democrazia prevede che le maggioranze democraticamente elette decidono e gli altri si adeguano), ma faccio una proposta di “igiene” per questo post: non parliamo di TAV, così magari qualcuno la prende con più calma.

 

CHI È DAVVERO ERRI DE LUCA, CON PAROLE SUE

La mia idea è che, giustamente assolto per le sue parole su violenza e sabotaggi, Erri De Luca rimanga una persona con delle idee antidemocratiche, violente, culturalmente affini all’uso della prevaricazione come metodo politico e del tutto antitetiche alla sinistra e alle culture di pace.

Penso che molti che in questi giorni stanno facendo di quell’uomo un eroe stiano sbagliando. Spero per ignoranza o per superficiale faziosità notav, che li porta ad abbandonare il buonsenso.

Vorrei offrire qualche elemento in più, per favorire un giudizio, perché forse molti di voi non sanno chi è Erri De Luca, qual è la sua storia, qual è il suo rapporto con la violenza politica in Italia e credono che si tratti di un povero scrittore che ha osato dire la sua, finendo inguaiato.

Visto che è piaciuto nel post precedente, faccio un elenco puntato, incompleto e disordinato di fatti di cui tenere conto nel formarsi un giudizio umano e politico su Erri De Luca:

– è stato per anni il capo del “servizio d’ordine” romano di Lotta Continua, cioè del plotone responsabile delle violenze di piazza. Un vero potere manesco all’interno di Lotta Continua stessa, che ha praticato violenze arbitrarie, assalti contro singoli, minacce, e perfino una bella repressione con botte nei confronti delle donne della stessa Lotta Continua. Dall’estremizzazione del servizio d’ordine di Lotta Continua è nata Prima Linea, che ha fatto della lotta armata una ragione d’essere. Sul tema della violenza in Lotta Continua, ha dichiarato, fieramente: “No, no. Un servizio completamente dentro all’illegalità. Lotta Continua era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa (…) Proteggere dei latitanti era illegale, scontrarsi con le forze dell’ordine era illegale, fabbricare delle bottiglie incendiarie era illegale (…) Tutta la nostra attività era una attività armata”

– riguardo all’omicidio Calabresi, quando gli è stato chiesto se sapeva chi fossero i responsabili, si è trincerato dietro la più classica delle bocche cucite omertose: “Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo… ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale.”. Sembra quasi che preferisca la protezione di eventuali assassini rispetto alla verità, alla serenità di chi ha avuto un familiare ucciso.

– a proposito del terrorismo e delle Brigate Rosse ha dichiarato: “La lotta armata? Non fu terrorismo. In quegli anni era guerra civile” e anche “Le Brigate Rosse non posso­no considerarsi un gruppo di terro­risti.”

– riguardo al rapimento di Aldo Moro (e della sua esecuzione, inerme, dopo giorni di prigionia) e della contestuale uccisione degli uomini della sua scorta, ha dichiarato che non si è trattato di un’aggressione a una persona inerme, “perché la scorta era composta di uomini armati.”.

Tutte queste affermazioni sono relativamente recenti (i virgolettati sono presi verbatim dalle interviste che ha rilasciato e verificati una seconda volta su WikiQuote). E De Luca non ha mai fatto autocritica per le sue idee sul metodo della violenza politica, sulla lotta armata in Italia, sul terrorismo, ecc. Anzi, ha spesso rincarato la dose.

Lascio al vostro giudizio e alla vostra coscienza il compito (credo facilissimo) di farsi un’idea su chi sia Erri De Luca. Per me con le sue idee è nemico di tutto quello in cui io, uomo di sinistra, democratico e pacifista, credo da sempre.

E proprio perché ho, come tanti, valori completamente diversi da lui, trovo giusto che sia stato assolto nel processo per istigazione a delinquere. Un esito ben diverso dal processo che le Brigate Rosse – un gruppo di educande, mica di terroristi! – hanno riservato ad Aldo Moro. La differenza tra l’Italia democratica e la gente come Erri De Luca è tutta qui.

Chi di voi ha giocato con l’hashtag #iostoconerri sta in una zona grigia (tendente al nero) nel rapporto con la democrazia e con la violenza politica, se non prende le distanze dalle idee di quest’uomo nell’istante in cui ne difende la giusta libertà di espressione.
E mi indigna che una testata come Valigia Blu, che per me ha perso qualsiasi dignità e che accuso di pericolosa leggerezza nella gestione di questo tema, sia stata in prima fila – acriticamente, spesso con toni agiografici – in questa iniziativa.

Credo, come tutti i cittadini democratici, che la libertà di parola vada difesa, in questo paese. Ma penso che lottare per questa libertà non debba farci dimenticare il dovere del giudizio – politico, etico, culturale, storico – sulle parole e sulle loro conseguenze.

Serviva proprio un’opinione in più su Marino

October 9th, 2015 § 4 comments § permalink

Questa, almeno, è sotto forma di elenco puntato. Vuoi mettere la praticità?

  • Il “problema Marino” è a monte. Non andava candidato sindaco a Roma, perché non ha esperienza amministrativa (non ha mai fatto un minuto in un consiglio comunale, prima di prendere la fascia tricolore). E fare il sindaco di una grande città – una città come Roma, poi – è un mestiere per solutori più che abili, gente che conosce a memoria la macchina amministrativa e che sa che il sindaco ha un ruolo poliedrico: tribuno del popolo, alta figura politica, riempitore di buche, tagliatore di nastri, litigante con ambulanti, fine urbanista, mago della finanza, mezzo ministro degli Esteri (lo sono per definizione i sindaci di Roma, Firenze e Venezia). Penso sia più facile fare il Presidente del Consiglio o l’allenatore del Toro, tutto detto.
  • Marino, come persona e come politico, è un galantuomo e ha tutta la mia stima. Nel 2009 votai la sua mozione al congresso PD e penso tuttora che all’Italia servano uomini di scienza prestati alla politica e messi nei posti giusti (cioè a ispirare leggi, disegnare futuri possibili, ecc.). Non certo a fare il brutto e complesso mestiere di cui sopra.
    La questione scontrini è davvero irrilevante da tutti i punti di vista, degna dello stupido minimalismo rissoso dei grillini.
  • Penso che Marino abbia mostruosamente bisogno di un addetto alle PR, perché è riuscito a mettere in fila una serie di brutte figure involontarie, di gaffes, di cadute di gusto da costruire un castello di mini-colpe su cui tutti i suoi nemici naturali si sono buttati con somma gioia.
    Qui Marino – e chi ha deciso di candidarlo – ha pagato il prezzo di non essere un politico puro, cioè uno attento a certi aspetti estetico-marginali della rappresentazione politica.
    Soprattutto a Roma, essere del tutto refrattari a certi atteggiamenti populisti (o anche solo ad atteggiamenti che tengono a bada gli astratti furori del naturale populismo locale) è un difetto grave.
  • Penso che il PD romano – da sempre il più anti-renziano d’Italia, in una città in cui i renziani non esistono, come scrive giustamente Marco Damilano – sia una malabolgia che non si ripulisce, non si riforma, non si corregge. Va abbattuto, cancellato, commissariato, dimenticato per un po’. E penso che la segreteria di Renzi abbia sbagliato a non affrontare la situazione chiedendo in prestito a Salvini la ruspa. Sarebbe stato il suo primo uso legittimo e opportuno, in politica. E no, Orfini da solo non basta, nonostante la sua buona volontà e la sua bravura.
    Capisco anche che la sola ipotesi di affrontare il tema “PD di Roma” metta l’ansia e porti all’inazione: è un’ansia che condivido, pur abitando a centinaia di chilometri di distanza.
    (L’inazione del PD nazionale sullo schifo dei vari PD locali è un problema grosso e finora è il più rilevante errore di Renzi. Lo dico da tempi non sospetti. Se ci fate caso, ne parlo con toni allarmati nel post prima di questo, che è di maggio. Avevo – tristemente – ragione.)
  • Penso che, a questo punto, la questione Marino fosse diventata una lose-lose condition, cioè una situazione in cui qualsiasi opzione produce danni, inclusa l’inazione, e il tempo è un moltiplicatore delle disgrazie. Quindi capisco (nota: capisco, non “condivido”) il senso di chi abbia chiesto a Marino di dimettersi.
    Sul tema sono combattuto, perché evidentemente Marino non se lo merita e non si merita un milligrammo dell’infamia che gli stanno gettando addosso. E vedere le due destre romane, i fascisti e i grillini, che gongolano e festeggiano mi dà un fastidio mostruoso.
    Dall’altro lato, mi rendo conto che se Marino va via adesso e ci si inventa qualcosa – magari un commissario che, privo del problema del consenso, inizia a rimettere in ordine Roma senza guardare in faccia nessuno – forse si riesce a evitare di mettere di nuovo Roma in mano a gente ancora più brutta.
  • Penso che le attuali alternative a Marino e al mostruoso PD locale siano ancora peggio. Per destra romana direi che basta la parola “Alemanno” a rendere l’idea. Riguardo ai grillini, al di là delle considerazioni sulla pochezza umana, culturale, esistenziale, della classe dirigente che credono di avere, vorrei puntare l’attenzione su cosa sta succedendo a Ostia, realtà in cui il Movimento 5 Stelle sembra essere contiguo o comunque non ostile al malaffare locale, alle famiglie trafficone, ecc. Immaginate i danni che potrebbero fare a Roma persone così ingenue e inesperte.
  • Amo Roma con tutto il cuore, ma penso che ora sia ingovernabile. È uno dei pochi luoghi al mondo che mi mette a disagio, mi dà ansia, mi fa desiderare di essere altrove, pur essendo bellissimo. Qualche tempo fa ho riguardato “Roma” di Fellini. L’ho fatto malamente, distratto, e mi sono accorto che dal film emergeva un dettaglio che non avrei percepito altrimenti e che *è* Roma: il rumore, fortissimo, caotico, indomabile.
    Ogni volta che vado a Roma, il suo naturale “caos cattivo” si scontra con la mia razionalità torinese, ortogonale, sussurrante.
    E credo che il problema sia lì: Roma ha bisogno di ordine, parola che non amo. Per avere ordine, armonia, credo serva un sindaco “pazzo”, in grado di cambiare radicalmente la città, osando l’impensabile (cose pazze, tipo chiudere TUTTO il centro al traffico) e capendo che Roma, così com’è, non si corregge. Va ripensata da zero, riscritta, rivoluzionata. Sarebbe perfino una cosa di sinistra, a pensarci bene.
    Marino aveva iniziato bene, con la pedonalizzazione dei Fori Imperiali: aveva avviato finalmente la guerra alle automobili (che in centro a Roma sono un’assurdità e credo il primo fattore di peggioramento della qualità della vita dei cittadini), senza farsi troppi scrupoli. Speravo fosse un punto di partenza, invece era un punto d’arrivo. Purtroppo.

Un “PD vicino” di cui non vergognarsi – un ultimatum a Renzi

May 29th, 2015 § 7 comments § permalink

Le diverse incarnazioni locali del PD stanno mettendo in imbarazzo molti di noi: militanti, elettori, simpatizzanti. E stanno mettendo nei guai il PD nazionale.

A livello locale – direi ovunque, ma forse c’è qualche eccezione che ignoro – mi pare evidente che il verso non è cambiato: ci sono realtà in cui l’effetto-Renzi non si è manifestato e ci sono realtà in cui si è manifestato per finta, cioè ci si è limitati a far cambiare la casacca ai soliti noti che localmente fanno quel che vogliono col partito, con la differenza che ora si dicono renziani.

Siamo arrivati al paradosso per cui c’è un partito “centrale” in cui ci sono stati un forte cambiamento, un miglioramento etico e materiale della classe dirigente e un rinnovamento di merito, di metodo e di protagonisti, e c’è un partito “periferico” nelle regioni, nei comuni, ecc. in cui non è cambiato nulla. Anzi, sta peggiorando.

So che di fronte a un problema è tipico di sinistra discutere fino allo sfinimento delle colpe e trascurare la soluzione. Visto che dentro me il verso è cambiato, la faccio breve sulle colpe e poi mi occupo delle soluzioni.

 

LE COLPE

Uso “colpe” al plurale, perché le colpe sono due, a mio giudizio.

Colpa numero 1.
C’è una colpa storica, ed è una colpa lunga, che è tutta da imputare alle gestioni del PD (e di DS e Margherita, prima) precedenti a quella di Renzi, che – lo ricordo – ha potere sul partito da poco tempo.

Se il PD nei territori fa schifo a livello politico, umano e in certi casi etico, la colpa è di chi ha permesso che si insediassero localmente gruppi di potere, signori delle tessere, amici degli amici, ecc.
Un esempio su tutti: De Luca.

De Luca non nasce con Renzi, anzi. L’ex sindaco di Salerno ha una storia politica lunghissima nel centrosinistra (scuola PCI/PDS/DS), ha fatto il parlamentare, è stato membro di una Commissione ed è sempre stato considerato un “campione” della sinistra al Sud (ricordo D’Alema bullarsi delle percentuali bulgare che i DS raccoglievano a Salerno), al punto che Bersani lo ha voluto accanto a sé durante le Primarie del 2012 contro Renzi e lo ha considerato come potenziale ministro in caso di vittoria elettorale nel 2013 (quella che non arrivò).

Insomma, è dagli anni Novanta che De Luca esiste e prospera nell’ambito del centrosinistra. Ci indigniamo solo ora, ma è “nostro” da anni. Dove eravamo, prima?

Considerate De Luca una parte per il tutto e pensate alle facce della dirigenza del PD nel vostro territorio. È molto probabile che siano sempre le stesse, da anni, vero? E se ne sono entrate di nuove negli ultimi anni è molto probabile che queste siano perfino peggio di quelle che c’erano prima.

[un excursus su Torino che potete perdervi]

Vi faccio l’esempio di Torino, in cui:

– è sindaco Fassino (uno che era vecchio ai tempi del PCI)

– alla faccia del rinnovamento è segretario un signore che aveva già concluso la sua carriera politica negli anni Novanta

– è in Consiglio comunale per il PD uno come Giusy La Ganga, interprete del craxismo in terra sabauda, un curriculum non limpido in campo legale e all’epoca nemico pubblico numero uno di noi della sinistra torinese.

E questi sono i “vecchi”.

Tra i “nuovi”, con ruoli di punta, un controllo militare del partito locale a colpi di tessere ci sono:

– un oscuro signore che possiede numerose cooperative non esattamente rosse (anche nel trattamento dei lavoratori) e molto in affari con gli enti pubblici torinesi

– una famiglia di ex craxiani fortemente immanicati nel business delle autostrade (sarà un caso: non poche persone della direzione PD locale lavorano per la Sitaf o sue consociate) e grandi acquirenti e distributori di pacchetti di tessere: una vera e propria OPA al partito torinese.

Per capirci: in Direzione del PD locale ci sono se va bene una o due persone di cui mi fido. Il resto sono individui che nella migliore delle ipotesi non vorrei più vedere e nella peggiore non vorrei *mai* vedere in un partito di centrosinistra moderno.

Credo si capisca perché a livello locale non voto PD. E se il PD perde il voto di quelli come me è spacciato.

[/un excursus su Torino che potete perdervi]

 

Colpa numero 2.
La colpa secondaria – in ordine di tempo e di importanza (ma sicuramente quella che mi fa più rabbia) – è di Renzi, perché non ha (ancora?) fatto niente contro le porcate avvenute a livello locale. Anzi, in certi casi ha cercato alleanze, supporto, “cittadinanza” all’interno di un PD locale del tutto avulso od ostile al renzismo, avvicinandosi a potenti locali che era meglio rottamare con forza.

Certo, c’è stato un terribile trasformismo per cui 10 minuti dopo la vittoria di Renzi alle Primarie d’improvviso erano tutti diventati renziani e capisco che la questione possa essere stata spinosa da gestire. Ma non è stato fatto niente, salvo nei casi estremi (vedi il caso Mafia Capitale a Roma o le infiltrazioni della criminalità a Ostia). Capisco che ci sono state altre priorità, ma è il caso di dirselo: a livello locale il PD fa spesso letteralmente schifo, per quanto riguarda i dirigenti palesi e occulti (cioè quelli che possiedono le tessere e controllano il potere vero).

 

CONTRO LA PERIFERIA E CONTRO LE COSE ” DAL BASSO!” (A MALINCUORE)

Poche righe sopra citavo in una parentesi Ostia e Roma, cioè casi in cui si è scoperto che il PD più orgogliosamente anti-renziano di tutti (quello romano esteso) era corrotto a ogni livello, invischiato in storie orribili e indegne di un partito di sinistra.

Non si poteva non intervenire e Renzi lo ha fatto, “cancellando” l’organigramma del partito locale, aprendo un’indagine interna e nominando Matteo Orfini commissario pro-tempore del PD romano.

A Ostia ha fatto un passo ancora più forte: ha mandato un senatore “alieno” e noto per non mandarla a dire a nessuno a fare il commissario.

(capita che quel senatore – Stefano Esposito – sia torinese, sia un amico che mia ha insegnato molte cose in politica e sia la persona che mi accolse in FGCI – mandandomi a stendere: è noto il suo caratteraccio – il giorno che, quattordicenne, andai a iscrivermi; so che è un uomo coraggioso, di quelli che non hanno paura delle minacce del crimine organizzato o dei notav e non si tirano mai indietro. Mai. Credo che il partito abbia bisogno anche di persone così).

Ecco, penso che il problema sia tutto qui: c’è una dialettica centro-periferia che va affrontata. E per una volta va rovesciato lo schema narrativo, forte negli ultimi anni, per cui è la periferia a essere buona e il centro cattivo ed è la “base” a essere pulita e i vertici sporchi.
Ci siamo così innamorati dei processi federali di decentramento del potere in ogni ambito e dei processi bottom up (o, come si dice in sinistrese odioso, “dal basso!”) da non accorgerci che spesso erano facilmente inquinabili e inquinati.

Insomma, se una volta il crimine e il malaffare familista esprimevano premier e ministri, ora si accontentano (e secondo me ci fanno più soldi) di esprimere centinaia e centinaia di consiglieri comunali, assessori, consiglieri d’amministrazione, membri nelle direzioni locali dei partiti, segretari di sezione, ecc.
Capisco anche perché: un consigliere comunale anonimo in un paesino si nota di meno di un ministro. E anche se ha un curriculum imbarazzante, chi vuoi che ci faccia caso?
È cambiata la granularità del male, per capirci. E purtroppo, così sottile e di massa, passa indisturbato nei filtri etici che – pare – la nostra società ha messo qua e là nei processi democratici, sempre che funzionino.

 

EVVIVA IL CENTRO! (NON QUELLO POLITICO)

La mia proposta è semplice ed è drastica. Ed è una proposta al PD, anzi direttamente a Matteo Renzi.
Eccola.

“Caro segretario, ecco cosa ti suggerisco di fare, passate queste sciagurate amministrative in cui siamo tutti un po’ in imbarazzo per ragioni che sai:

1 – COMMISSARIA IL PARTITO NEI TERRITORI
annulla il PD locale, salvo casi virtuosi. Sì, hai capito bene. Fai un reset totale del Partito a livello regionale, provinciale e comunale in tutta Italia: un armageddon in cui cancelli tutti gli organismi dirigenti e li commissari con figure di specchiata civiltà e onestà (gente abituata alle maniere forti, anche a rischio che non siano esattamente raffinati pensatori: viene prima l’etica) nominate dal PD nazionale. E lasci le cose così per un bel po’, perché nel mentre bisogna lavorare sul punto 2 delle mie richieste. Eccolo.

2 –  FAI UN COMITATO ETICO DEL PD CON POTERE DI VETO E ATTIVO
riprendi in mano i vari documenti di garanzia, la carta etica, ecc. del PD e li trasformi in regole pratiche per un PD pulito
Servono, cioè, regole in grado di proteggere il partito da infiltrazioni, incrostazioni (che sono come le infiltrazioni, ma sono fatte da gente “dei nostri”, già dentro il partito), entrismi a colpi di tessere, malaffare, ecc.
Attenzione: non ce ne facciamo niente, come partito, dell’ennesimo file di Word con dentro delle regole vaghe che poi dimentichiamo in uno schedario del Nazareno. Facciamo delle regole che vengano rispettate e facciamo in modo che sia così: evitiamo che siano i potentati locali stessi (in cui l’etica, come vedi, non pullula) ad autogiudicarsi a livello etico. E magari mettiamo, per una volta, la regola semplice, veloce e indolore per cui chi si è candidato in precedenza in liste che si sono opposte al PD non è candidabile nel PD, così con un colpo solo combattiamo il trasformismo e favoriamo il rinnovamento. Piace?

E poi facciamo un comitato etico nazionale che abbia potere di veto e valuti tutte le candidature, le alleanze, le liste, ecc. e sia precisissimo e ossessivo nell’applicazione delle regole. Magari un comitato in cui, come tutti i comitati di controllo, partecipa pure qualche tua controparte o qualche tuo nemico (sì, ti sto facendo la proposta punk di mettere alcuni tuoi elettori e, boh, un grillino assatanato nel comitato che indaga su noi stessi).

3 – CAMBIA LO STATUTO AL PD
per fare tutto questo credo ti sarà utile, per un po’, cambiare lo Statuto del PD, togliendo materialmente potere al partito a livello locale. Si torna, cioè, ai bei tempi in cui il Partito (qui ha la maiuscola) era gestito dal centro e localmente si decideva poco. Bisogna meritarselo, il diritto a decidere per sé.
Le candidature? Le approva il PD centrale, col suo comitato etico di fastidiose signorine Rottermeier, che indagano su ogni nome in lista (alleati inclusi).
Le alleanze? Le approva il comitato suddetto, dopo aver valutato se gli alleati sono eticamente degni, non hanno nomi imbarazzanti, ecc.

E così via. Lo so, lo so che è un grande rompimento di palle, gestire così le candidature, le nomine, ecc. Ma preferisco avere qualche fastidio in più e molti imbarazzi in meno. Te lo dico da elettore che sai che ci tiene.”

 

AUTOROTTAMAZIONE E POCHE SCUSE: UN ULTIMATUM A RENZI

Quando il PD sarà diventato pulito anche in periferia, con comodo e con giudizio potremo spostare di nuovo la governance locale nei territori. Ma prendiamoci del tempo.

Mi sa che anni di berlusconismo, di partito della “ditta” e di partiti personali e familiari ci hanno fatto dimenticare che i partiti sono prima di tutto (cioè, dovrebbero essere prima di tutto) realtà che si definiscono sul piano etico e poi, a valle di quello, sul piano politico.

Ci tengo a dirlo: io ho votato Renzi non solo perché riformasse il paese in meglio (cosa che penso stia facendo, con tutte le difficoltà e le riserve del caso, ché la materia è complessa: ma il mio giudizio è positivo), ma anche perché cambiasse in meglio il PD e la sinistra per intero in ogni suo aspetto, incluso quello etico. E l’ho fatto aspettandomi che facesse tutto questo con tutta la forza possibile, prendendosi il lusso di non essere gentile o rispettoso, ove il caso l’avesse richiesto.

Per me il senso della rottamazione resta questo. E qua e là ha dato i suoi frutti, nella composizione della Direzione Nazionale del PD, in molte nomine del Governo (Boeri, Cantone), in molte candidature alle Europee (accompagnate da nomi terribili, come Cofferati, purtroppo).
Localmente, però, non è cambiato nulla.

Sono mesi che in tanti sosteniamo che Renzi deve occuparsi del “PD vicino”, la cui bruttezza è evidente e rischia di fare danni a livello nazionale.
Fino a ora non è stato fatto quasi niente. La scusa per cui Renzi ha cose più importanti da fare (per esempio tirare fuori questo paese dai guai in cui l’hanno messo i suoi nemici politici di ogni colore) inizia a traballare. E non perché Renzi abbia finalmente del tempo libero, ma banalmente perché la qualità locale del PD rischia di fare male al PD nazionale, a Renzi e al suo processo di rinnovamento.

Quindi i casi sono due. O Renzi si prende carico di questo problema (se non lui direttamente, qualcuno per lui: non mancano i nomi degni) oppure ci dice chiaramente che il PD locale gli va bene così e che ha altro a cui pensare. In quel caso perde il mio voto (e, sia chiaro, se lo scordano tutti gli altri: sono infinitamente peggio di lui).

Elezioni in Liguria: che fare? Un post delusissimo

May 27th, 2015 § 14 comments § permalink

Fossi ligure (e un po’ lo sono, per ragioni familiari e soprattutto affettive) troverei veramente difficile esprimere un voto alle imminenti elezioni regionali.

Penso che negli ultimi tempi in Liguria la sinistra tutta abbia dato il peggio di sé, inanellando una sequenza così perfetta di errori, cliché, stupidaggini e autolesionismi da sembrare una parodia.

Anzi, se qualcuno ha voglia di creare un tutorial intitolato “cose che la sinistra non deve fare MAI” da lasciare alle prossime generazioni, credo che la sceneggiatura sia già pronta: basta seguire passo dopo passo la cronistoria di questo disastro annunciato, che inizia con le Primarie per la scelta del candidato regionale del centrosinistra e finisce con una scissione, una candidatura inutile e dannosa e il rischio di far vincere la destra.

 

DUE CANDIDATI IMPRESENTABILI ALLE PRIMARIE

Quando sostengo che la sinistra in Liguria ha dato il peggio di sé non sto ricorrendo a un’iperbole. Si è manifestato davvero il peggio (un peggio storico, ricorrente) in due forme note, corrispondenti alle due candidature principali alle Primarie del PD.
Vediamole, accompagnate dal problema che si portano dietro:

 

1 – Raffaella Paita – il potere dei soliti noti, che non si rinnova
Da un lato c’era un candidato espressione del gruppo di potere che da anni possiede materialmente il centrosinistra in Liguria, che fa capo a Burlando, e che nel corso del tempo ha fatto danni gravi a livello amministrativo, politico ed elettorale (tra cui perdere le primarie per il sindaco di Genova e gestire malissimo la questione alluvioni).
Insomma, da anni c’era un PD locale gestito da un potentato particolarmente sgradevole, maneggione e arrogante: una realtà da rottamare con tutte le forze. Peccato che, dopo anni di entusiastica militanza bersaniana, sia saltato sul carro renziano e abbia espresso la candidatura di Raffaella Paita, vera e propria creatura di Burlando.

2 – Sergio Cofferati – un impresentabile (oltre che una cariatide)
Lo sostengo da anni: se c’è un’icona del peggio che la sinistra abbia mai espresso, questa è Sergio Cofferati.
Al di là di essere espressione di un’idea vecchia e non reale della società (più o meno quella della CGIL più conservatrice), al di là di essere stato un pessimo sindaco a Bologna, paracadutato dalla politica in luoghi a cui non apparteneva e che non conosceva (una delle cose più “kasta!” di sempre), si è rivelato anche antipatico, poco responsabile e soprattutto bugiardo, interessato più ai fatti suoi e ai posti di potere che alla lealtà nei confronti di chi lo ha votato. Aggiungete al mix il fatto che è totalmente incapace di comunicare in modo non paternale, non calato dall’alto, non formulaico e non algido e capirete perché per moltissimi Cofferati – sostenuto da bersaniani e civatiani – è l’epitome della bruttezza della sinistra che fu, oltre a essere la negazione del concetto stesso di rinnovamento.

 

SCONTRO FRA TITANIC

Ecco il classico scenario “scontro fra Titanic”,  una condizione in cui la scelta è tra due mali che si combattono e che sono posizionati ben oltre la soglia dell’accettabile. Non importa chi vinca: sarà sempre e comunque un fallimento destinato a colare a picco.

Difficile fare di peggio. Però va riconosciuto ai due candidati di essere stati così bravi da riuscirci.

Fin dal primo giorno delle Primarie sono volati pubblicamente sospetti, accuse, insulti reciproci.
Da un lato Cofferati accusava la Paita di aver taroccato le Primarie accordandosi con la destra per portare ai seggi votanti a suo favore, dall’altro i pullman pieni di gente raccolta non si sa come dalla CGIL e intruppata per votare Cofferati erano difficili da non notare.
Alla fine ha vinto con un discreto distacco la Paita. Cofferati ha fatto un esposto al PD centrale, che dopo un’indagine ha rilevato alcune irregolarità, ma non così tante da invalidare le Primarie.

Resta il fatto che si è consumata per giorni una battaglia a cui entrambi i contendenti hanno contribuito con il loro fardello di panni sporchi. Panni che non sono stati lavati in famiglia, anzi sono stati fatti volare nel più classico dei litigi in pubblico: un regalo agli avversari e all’antipolitica.

(Personalmente, dopo questo episodio non mi conto più tra gli entusiasti dello strumento delle Primarie, se sono così penetrabili da gruppi d’interesse, sindacati, avversari, ecc. e se ogni sconfitto può gridare allo scandalo, portandosi via il pallone e mandando tutto in vacca)

 

LA TERZA VIA CHE NON COLSE

Mettiamo in fila gli errori fatti finora, nel più classico elenco puntato:

– due candidature vecchie, da rottamare e impresentabili, figlie della cultura del vecchio PD

– un tentativo di snaturamento della volontà della base, coinvolgendo soggetti estranei al PD

– litigi in pubblico tra gente dello stesso partito, condotti ben oltre la soglia del ragionevole.

Manca un classico della sinistra di una volta: l’autolesionismo.

Ecco, quindi, che entra in gioco Giuseppe Civati.

L’amleto brianzolo alle Primarie si era schierato apertamente con Cofferati, cosa che ha lasciato un po’ interdetti i suoi supporter e i pochi che ancora pensavano che fosse espressione di una forma di rinnovamento della sinistra.
La verità è che, a fronte di tante parole, quando si è trattato di fare delle scelte di rinnovamento, Civati si è sempre trovato dalla parte della conservazione, come nelle Primarie del 2012 in cui si schierò con Bersani e D’Alema.

Di solito a questo punto i suoi difensori fanno partire il coro del “Sì, stava con Cofferati/Bersani ma malvolentieri”, che per me è un’aggravante: dalle sue parti ci si aspetta un leader, non una fidanzata malmostosa.

Ciò che sorprende è che Civati e i suoi si siano lasciati sfuggire un’occasione come le Primarie liguri.
Pensiamoci: c’erano due candidature pessime, espressione delle due correnti PD a cui i civatiani si dicevano alternativi. Civati poteva per una volta smarcarsi, proporre una candidatura diversa dai due impresentabili, farsi notare e probabilmente vincere le Primarie. Poteva, per la prima volta nella sua carriera politica, farsi notare con una soluzione innovatrice. E aveva l’occasione enorme di essere in grado di chiamare a raccolta tutti i delusi dall’obbligo di una scelta stupida tra un male e un malissimo.

E lui si è schierato col malissimo.
Tocca arrendersi al fatto che Civati e il suo staff non sono all’altezza: questo era un goal a porta vuota, bastava candidare alle Primarie un amministratore civile e un po’ sveglio.

Se perdere un’occasione enorme è una cosa spiacevole, ciò che è accaduto in seguito è stato terribile.
Cofferati, sconfitto alle Primarie, non ha accettato di aver perso, è uscito dal PD e ha dato il via a una vendetta: cercare di far perdere la Paita.

Per questo scopo particolarmente autolesionista – perché far perdere la Paita significa far vincere la destra di Berlusconi e Salvini, che in Liguria si presenta unita ed è saldamente piazzata seconda nei sondaggi – Cofferati si è tirato indietro e, in accordo con Civati, ha mandato avanti tal Luca Pastorino.
Pastorino, un parlamentare del PD non di primissima fila, sindaco di Bogliasco e civatiano, è uscito dal PD (non si è dimesso da parlamentare né da sindaco) e si è candidato presidente della Regione al di fuori del centrosinistra, con zero chance di vittoria, ma con l’obiettivo di sottrarre voti alla Paita, così da far vincere la destra.

La candidatura Pastorino parte da premesse sbagliate, perché se Civati voleva farci votare il sindaco di Bogliasco poteva candidarlo alle Primarie ed evitare di schierarsi con Cofferati.
Fossi stato ligure, alle Primarie l’avrei votato per disperazione, pur di evitare gli altri due contendenti.

L’operazione Pastorino, in più, non ha senso logico: non costruisce un’alternativa credibile, non ha nessuna possibilità di competere per la presidenza e ha un solo compito/effetto: cercare di far perdere la Paita e quindi far vincere la destra, in un’elezione in cui c’è un turno solo e vince chi arriva primo.

È evidente che il senso della candidatura di Pastorino – che i sondaggi più ottimisti danno  lontanissimo dai primi tre piazzati e con zero speranze di essere eletto presidente – è del tutto estraneo alla politica locale: Cofferati e Civati vogliono cercare di far perdere un’elezione al PD di Renzi.

Ora, capisco benissimo che ci sia chi non si riconosce in Renzi e chi lo detesta umanamente e politicamente, capisco e faccio miei tutti i rilievi alla candidatura della Paita e ai metodi del PD ligure.
Ma rischiare di far vincere la destra per “dare una lezione” a Renzi mi sembra una speculazione politica fatta sulla pelle dei cittadini liguri, che non si meritano la ghenga fascio-zombie di Salvini e Berlusconi.

Al di là del metodo – uno strappo a sinistra inutile e vendicativo, funzionale alla destra – il merito è deprimente. Pastorino si è dimostrato una delusione: privo di idee, inconsistente, fiacco, incapace di comunicare, con un programma tanto generico e ingenuo quanto palesemente raccogliticcio e improvvisato.
D’altronde i contenuti contano poco: per i promotori si tratta di “picchiare Renzi” e nulla più. E se tra le vittime collaterali ci sono i cittadini liguri, chi se ne frega.

Il confronto tra candidati alla presidenza della Regione Liguria avvenuto l’altra sera su Sky è stato rivelatore: Pastorino è stato vacuo e poco credibile, riuscendo a raccogliere credo il gradimento più basso mai registrato in un confronto tra candidati: un umiliante 13%, come riportano i dati di gradimento riportati da Sky.
Insomma, ai promotori dell’operazione Pastorino manca perfino la scusa “qualitativa”: il candidato è indubbiamente mediocre.

 

OK, MA TU COSA VOTERESTI?

In uno scenario così verrebbe voglia di mandare tutti a stendere, restarsene a casa e pensare ad altro.

Non ci sono molte alternative praticabili, escludendo a priori la destra. Il Movimento 5 Stelle è invotabile e in ogni caso non è in grado di vincere e il resto dei partiti (tra cui 4 – quattro! – candidature diverse di estrema sinistra, a conferma dello spirito costruttivo e unitario che alberga da quelle parti) ha numeri da schedina.

I sondaggi dicono che il distacco tra la Paita e Toti è limitato. La priorità è fermare la destra malintenzionata di Berlusconi e Salvini.
Fossi ligure, darei un voto contro la destra, per fermarla.
L‘unico modo concreto per farlo è votare – col naso tappatissimo – la Paita come presidente.

Per fortuna dai sondaggi emerge un’opportunità e cioè che, in caso di vittoria, i partiti che sostengono la Paita potrebbero non avere la maggioranza per governare e dovrebbero cercare alleanze e alchimie fragili ed effimere, destinate a durare poco, qualora si concretizzassero.

Fossi un elettore ligure ne approfitterei: c’è l’occasione di fermare la destra e facendo “non vincere” le liste che supportano la Paita.
Uno scenario simile potrebbe seriamente portare a nuove elezioni regionali. E magari a un PD ligure commissariato e a una candidatura di centrosinistra innovativa, presentabile e in discontinuità con Burlando e amici.

Riassumendo:

–  voto tattico e col naso tappato alla Paita come presidente in funzione anti-destra

– voto di lista a un partito di un’altra coalizione (nel mio caso mai alla destra, agli autolesionisti di Pastorino e a Grillo).

Vorrei fosse chiaro che un voto così non è un voto “utile”. È un voto disperato e distruttivo, fatto per fermare la destra e al contempo impedire a una sinistra inqualificabile di governare male come ha spesso fatto, favorendo nuove elezioni e – si spera – un’offerta politica più civile.

 

ALZIAMO GLI STANDARD?

Doversi ridurre a votare con delle acrobazie per scegliere un “meno peggio” effimero pur di arginare una destra morta e sepolta e resuscitata dall’aventatezza di Cofferati e Civati è semplicemente umiliante. Perché siamo tornati a dividerci, a giocare di sponda e a rivitalizzare la destra. Questo è un mix di bruttezza, arroganza e autolesionismo che conosciamo da anni (avessi voglia di mettere delle immagini, qui comparirebbero le fotografie di D’Alema e Bertinotti).

Come elettore di sinistra, scusate, pretendo di più.

Pretendo più attenzione da parte del PD centrale alle realtà locali. È nelle realtà locali che i potentati che prosperano da anni, è lì che il partito viene invaso da gente con intenzioni poco pulite, è lì che non si è rinnovato nulla, perché i soliti noti hanno cambiato casacca da bersaniani a finti renziani dell’ultima ora.
Questo vale da anni in Liguria come in Piemonte (regione in cui vivo e in cui evito qualsiasi rapporto – anche elettorale: non lo voto – col PD locale, preso da una guerra tra bande di signori delle tessere e interessi terzi, tra cui un po’ troppa gente in direzione che ha ruoli dirigenziali nella Sitaf e aziende affini) e, a leggere i giornali, nel Lazio di Mafia Capitale, in Campania e chissà dove altro ancora.

Di grazia, Renzi vuole occuparsi di questo problema o no? Qui, nel “partito vicino” il verso non è cambiato. E le facce (e i metodi) nemmeno.
Ricordiamoci che Bersani non ha fatto nulla per risolvere questo problema, anzi la sua gestione è responsabile dell’incrostazione dei potentati locali; il risultato è stato un 25% alle politiche, perché la gente è difficile che sia così articolata nei giudizi da distinguere tra PD nazionale e PD locale.

Pretendo più civiltà e più responsabilità da parte di chi si oppone a Renzi, elettori inclusi.
L’operazione Pastorino è una stupidaggine assurda compiuta sulla pelle dei cittadini liguri. Cioè, pur di dare contro a Renzi, Civati e Cofferati sono disposti a regalare la Liguria a Berlusconi e Salvini. Sono i nuovi Bertinotti, ma con meno stile, meno idee e senza le attenuanti di allora.

Lo dico a quei pochi elettori intenzionati a votare Pastorino per dare una lezione a Renzi o perché schifati dalla Paita: capisco, ma riconsiderate le vostre priorità e fate i conti con la realtà.
Chi vota Pastorino contribuisce direttamente a far vincere la destra di Salvini, Casa Pound e Forza Italia. Capisco le buone (e cattive) intenzioni, ma cerchiamo di essere lucidi: quella gente è pericolosa e l’antifascismo viene prima di tutte le divisioni di cui ci piace circondarci.

Infine pretendo più qualità nelle candidature del centrosinistra, perché tra gli aspiranti presidenti emersi dal PD e dai suoi fuoriusciti non c’è un solo nome votabile, in queste elezioni liguri. Che si tratti di impresentabili, di infami funzionali alla destra o di semplici incapaci, la qualità è bassissima.
Sono deluso io che abito in un’altra regione, figuriamoci i liguri.

Vite parallele – affinità e affinità tra il compagno Tsipras e i suoi Little Tony

January 26th, 2015 § 8 comments § permalink

Dev’essere dura la vita dei professionisti dell’antirenzismo come Civati, Fassina e Vendola.

Riescono a essere perennemente sbugiardati dalla realtà, smentiti dai fatti, umiliati dai loro stessi eroi e miti. Spesso a caldo, come in questi giorni.

Questa è una cronaca sommaria degli ultimi mesi di rumore politico. Immaginatela come una sequenza di immagini veloci a cui fa seguito uno slow motion sugli eventi impietosi degli ultimi giorni.

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Lo scenario è quello di una commedia grottesca: una minoranza rumorosissima qui in Italia contesta il governo di larghe intese di Renzi (pur avendo fatto, nel caso di Fassina, il viceministro in governo di intese ancora più larghe e imbarazzanti insieme a Berlusconi, quando era presidente del Consiglio Enrico Letta) e specula sul fatto che il governo cerchi – come è normale e democratico – l’accordo sulle regole comuni (la legge elettorale, le riforme istituzionali) con le opposizioni, per quanto brutte queste possano essere.

 

Fanno gli schifati, chiamano “alleanza” una dolorosa necessità (perché il PD non ha i numeri con governare e, vista l’indisponibilità dei grillini, non restano che potenziali alleati di destra) e in alcuni casi invocano le elezioni, pur sapendo che il voto col Porcellum (edit: col propozionale puro voluto dalla Consulta) produrrebbe lo stesso scenario in cui nessuno ha i numeri per governare (e nel mentre si oppongono in tutti i modi ai tentativi di dare all’Italia una legge elettorale che stabilisca inesorabilmente un vincitore).

 

Per mesi si esaltano per il modello greco, cioè una sinistra super-assistenzialista e anti-austerità, che promette di non rispettare i patti e i debiti con l’Europa (e di usarne i fondi, sperando che non si offenda).
Per le Europee fondano addirittura una lista a nome del suo leader, che però sta allo Tsipras originale come Little Tony stava a Elvis. E la infarciscono di vecchie cariatidi della gauche caviar, rottami di Lotta Continua, gente dei salotti romani con servitù al seguito, ecc. Pura sinistra di lotta e di terrazzo. Risultato: un misero 4% rimediato con le unghie e con i denti.

 

Non contenti, si producono in un umiliante episodio in cui una delle suddette “grandi firme” della lista tradisce la promessa di ritirarsi una volta eletta per far spazio a un politico giovane. E per questo si sfanculano tra loro.
Vanno male alle elezioni, tradiscono gli impegni presi con gli elettori e litigano al primo momento utile: il ritratto perfetto della sinistra italiana pre-Renzi.

 

I loro propositi di riscatto risiedono tutti nella Grecia, in ossequio a un’esterofilia che da sempre caratterizza certa sinistra nostrana e che non ci ha impedito di prendere sonore e ripetute mazzate elettorali tutte le volte che ci siamo entusiasmati per le vittorie di Jospin o Zapatero, sperando che la loro onda lunga arrivasse sulle nostre sponde.
La vittoria di Tsipras, a loro detta, può costituire un modello di sinistra alternativa possibile, il riscatto dei duri e puri contro il “mostro” Renzi che fa le larghe intese col centrodestra e preferisce le riforme alle velleità identitarie.

 

Alcuni di loro – i civatiani e alcuni bersaniani irriducibili – sono arrivati al punto di partecipare entusiasticamente a Human Factor, cioè un evento di SEL dal nome orribile, proprio nei giorni prima delle elezioni greche. E hanno parlato malissimo del loro stesso partito e del governo che esprime, con toni da oppositori, talvolta da nemici. Tutti uniti nel nome della “sinistra doc” che combatte l’Euro.
Altro che Renzi con le sue larghe intese! Qui si esercita ai più alti livelli il mito della purezza ben raccontato da Francesco Piccolo e che da sempre pare essere la vera ossessione della sinistra nostrana, i cui sforzi sembrano tesi più alla perfezione dell’autorappresentazione che al cambiare il mondo in meglio.

Sono bastate 24 ore e si è palesata la crudele verità. L’ennesima che smentisce coi fatti i miti, le illusioni e le aspirazioni infantili di quella sinistra che non si rassegna a uscire dal proprio guscio identitario.

Sì, perché Tsipras col suo partito non ha conquistato la maggioranza assoluta per un paio di seggi e non ha avuto problemi ad allearsi istantaneamente con un partitino della destra nazionalista greca dura e pura per ottenere la maggioranza e governare.

In questo, Italia e Grecia scontano due plutarchiane vite parallele, seppure diverse per molti aspetti: entrambi i paesi hanno una legge elettorale che non garantisce un vincitore sicuro e in entrambi i paesi la sinistra si è vista costretta ad allearsi, seppure da posizioni di forza, con partiti di (centro)destra per poter governare, visto che le alleanze con altri partiti erano impraticabili.

 

Personalmente non mi scandalizzo: sono contento della vittoria di Tsipras e penso che la sua scelta di allearsi con la destra riveli un leader decisamente più pragmatico che ideologico.
Non vorrei, però, essere nei panni di Fassina, Civati, Vendola e dei loro supporter, ora che il loro beniamino si è comportato, dal punto di vista delle alleanze, proprio come Renzi (peraltro alleandosi con una destra decisamente peggiore di quella mozzarella di Alfano), facendo l’esatto contrario di quello di cui si bullavano.

 

Da strenuo ottimista, cerco di guardare il lato positivo della questione: forse questa è la volta buona che la parte immatura della sinistra capirà un concetto adulto: non si può avere sempre tutto nei modi che piacciono a noi e spesso è necessario fare compromessi.

Lo so che è un’affermazione ovvia, ma per alcuni della sinistra “tutto e subito” è un tabù, anzi è un’imposizione inaccettabile.

 

Nelle prossime ore assisteremo allo spettacolo imbarazzante di chi, constatata l’identità di azione tra Tsipras e Renzi, dovrà riposizionarsi per non perdere l’allure barricadera e alternativa e non rimangiarsi quanto urlato negli ultimi mesi.
Qualcuno terrà duro nonostante tutto e smentendo se stesso senza problemi.
In questo, la pervicacia di Gillioli che dice “ok, Tsipras si è alleato con la destra ma non vuole dire niente: lasciatelo governare” ispira tenerezza, così come la sua capacità – lo dico con affetto e stimando la persona, beninteso – di non azzeccare una scelta politica che sia una, da Ingroia in giù. fino a Barbara Spinelli.

Qualcun altro cercherà di produrre qualche attenuante o qualche ingenua speranza (la più in voga è “sì, ora è alleato con la destra, ma vedrai che presto la molla per allearsi con To Potami, che è di sinistra”), altri la butteranno sul “sì, ma qui è peggio”, sapendo di mentire.
Su questo è notevole, per comicità, la linea che molti civatiani paiono aver concordato. Dicono “sì, Tsipras si è alleato con la destra, ma è una destra anti austerity”. Tutto vero: quindi se domani Renzi si allea con la Lega di Salvini (che è destra anti austerity) non avranno nulla da obiettare?

Altri ancora – la maggioranza – faranno finta di niente e andranno alla ricerca del prossimo salvatore straniero che un bel giorno arriverà qui a risollevare le sorti della sinistra italiana.

Alla fine il problema è sempre questo: c’è una (piccola, sempre più piccola) parte di sinistra che, al di là delle più o meno ragionevoli critiche che si possono muovere (e che è giusto muovere) al governo Renzi, non si rassegna all’idea che i tempi, i modi, i linguaggi della politica in generale e della sinistra in particolare siano cambiati.

E in assenza di leader credibili, autorevoli e capaci di una proposta politica che vada al di là della conservatorismo assistenzialista e dell’antirenzismo identitario, quel pezzettino di sinistra lì guarda oltreconfine, alla ricerca di un senso che non c’è più.
Cercano l’interprete di un’identità e non capiscono che l’identità politica nel 2015 è fatta di sostanza, cioè di cose fatte. E non di posizioni prese. Cercano (anzi, ora possiamo dire agevolmente che sognano) un salvatore straniero. Sono disposti a vivere nell’illusione piuttosto che mettersi in discussione e cambiare.

Un giorno, con comodo, capiranno che la sinistra del “noi siamo” (anzi, del “noi non siamo”) perderà sempre contro la sinistra del “noi abbiamo fatto”. E – cosa più grave – perderà l’occasione di cambiare le cose in meglio. Che è il motivo per cui siamo di sinistra, credo.

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