Nei mesi passati, casomai non lo aveste notato , ho supportato la corsa di Matteo Renzi alle Primarie del centrosinistra. (tranquilli, non è l’ennesimo post su Renzi, ma su una cosa molto più spiacevole)
Dal momento in cui ho dichiarato online il mio orientamento per le Primarie e il conseguente dissenso dall’attuale linea e classe dirigente del PD, mi sono accorto che su Twitter è iniziata una progressiva escalation dell’odio.
A ogni mio tweet sul tema PD e affini, cioè, corrispondevano sempre più risposte antipatiche da parte di altri utenti: spesso attacchi personali, polemiche pretestuose, provocazioni, eccetera.
Cosa curiosa: le persone più assidue in questi attacchi erano sempre le stesse, giorno dopo giorno.
Ho provato a controllare in giro: sempre loro, un gruppo ben definito, aggredivano altri utenti di Twitter non allineati con la linea bersaniana del PD. E lo facevano con toni aggressivi, talvolta offensivi e arroganti. Pura logica di branco: uno scrive e tanti arrivano ad aggredire, irridere, provocare (non a dialogare, che è cosa gradita anche se non si concorda).
Seguendo le tracce di uno degli utenti più aggressivi ho scoperto che era registrato a un sito: 300 Spartani.
E, con mia somma sorpresa (e fatica, ché mi è costato cliccare sull’avatar di tutti gli iscritti), mi sono accorto che gli aggressori digitali erano praticamente tutti lì, associati a quel sito.
Che sorpresa. Coincidenza?
Trecento Spartani sulla carta dovrebbe essere il volto “social” del PD: un gruppo di militanti digitali che fa campagna elettorale per il partito, dialogando sui social media con gli interessati.
A leggere questo articolo su Lettera 43 sembra proprio quello: tanti giovani volontari che fanno una campagna obamiana di inclusione digitale, allargamento del consenso, eccetera.
Nell’articolo si parla di “volontari a disposizione del dipartimento comunicazione del partito”, quindi le loro azioni sono ufficiali e su mandato del dipartimento comunicazione del PD. Il coordinatore del progetto, non a caso, è Tommaso Giuntella, uno dei tre “scudieri” di Pierluigi Bersani durante la campagna delle Primarie (gli altri due erano Alessandra Moretti e Roberto Speranza, ora portavoce del PD alla Camera).
Imponendosi di non pensare male, possiamo essere così ingenui da pensare che la coesistenza del gruppetto d’assalto all’interno del sito Trecento Spartani sia pura casualità. D’altronde è evidente che tra i Trecento ci sono anche persone il cui agire online è civile e rispettoso e che non hanno partecipato alle squadracce.
A essere un po’ meno ingenui, invece, sorge il sospetto che non si tratti di una coincidenza e che l’azione di aggressione online del dissenso sia organizzata e parte del progetto.
A conferma di questo ci sono un po’ di fatti, al di là del riferimento culturale fascistoide nel nome (lo dico con dispiacere, amando quel fumetto e detestandone il film) e delle retoriche guerriere sbandierate qua e là sul sito.
AGGRESSIONI ORGANIZZATE?
Il primo fatto, e il più grave, è che il gruppo dei Trecento Spartani si è reso responsabile di un attacco di massa nei commenti al blog di Mantellini, a seguito di un suo post critico verso Bersani.
Niente di grave, materialmente (l’iniziativa era innocua negli esiti e Massimo ha visto di peggio), ma indicativo di un fatto: il gruppo compie azioni di attacco organizzate e coordinate e pare avere un focus sul disturbo del dissenso interno, più che sull’allargamento del consenso al partito.
Ieri sera il coordinatore del progetto ha confermato su Twitter quiqui e qui che l’azione era organizzata da loro, cioè dai Trecento Spartani, e non spontanea. Ha ovviamente minimizzato: “era uno scherzo”, trascurando che quel gruppo lì agisce su mandato del PD e prima di fare cose simili deve pensarci due volte (e poi soprassedere).
Il secondo sono le rivelazioni dell’utente di Twitter @ArgoTone, uno tra gli utenti più attivi nella polemica, spesso con toni accesi (è un eufemismo).
Messo di fronte all’evidenza della presenza del suo profilo sul sito dei Trecento Spartani, ha riconosciuto di aver partecipato alla nascita del gruppo e di esserne uscito in seguito, in dissenso a suo dire con la linea e con le pratiche diffuse al suo interno.
Lascio alle sue parole, riprese dal suo profilo Twitter, la spiegazione del perché.
Mentre ieri si dipanava la discussione con i protagonisti di questi attacchi, un bel po’ di persone su Twitter rivelava o realizzava di essere stata vittima di attacchi di gruppo organizzati da parte dei soliti difensori dell’ortodossia PD, a conferma che il fenomeno era diffuso su larga scala.
ESISTONO QUINDI I PICCHIATORI DIGITALI DEL PD?
La situazione è spinosa. Credo non ci siano le prove provate per affermare con certezza che il PD ha attivato un gruppo di “attivisti digitali” il cui focus purtroppo non è stato fare campagna elettorale o promuovere le idee del partito, ma aggredire sistematicamente e in modo organizzato e di gruppo il dissenso online su Twitter.
Ci sono però tutti gli elementi per sospettarlo. Ognuno si faccia la sua opinione.
La mia idea, che esula un po’ dal problema in sé, è che il “bullismo di sinistra” (ricordate l’hashtag “scagnozzixbersani“? ora mette un po’ i brividi, a ripensarci), spuntato durante le Primarie a difesa dell’ortodossia bersaniana, è dilagato a Primarie concluse e ha fatto danni elettorali, punendo il PD intero e mandando via tanti elettori dubbiosi, orbitanti, “di area”, ecc.
Mi rendo anche conto che il bullismo tanti-contro-uno è parte delle (deprecabili) grammatiche della conversazione online. Di solito si fa contro il potente/famoso di turno; chi di noi non si è divertito a impallinare Formigoni o la Santanché? Mi pare, tuttavia, che la questione sia diversa come valori e come gravità se il tutto è compiuto contro singoli utenti ed è fatto da parte di un gruppo spalleggiato dal PD.
Di certo c’è il fatto che il gruppo dei Trecento ha rivendicato, attraverso il suo coordinatore, un’azione di massa e organizzata di attacco a un blog che esprimeva dissenso verso la linea Bersani.
Per me, elettore PD, è una cosa gravissima (come metodo: gli esiti sono da ridere). E trovo ancora più grave che sia riconducibile al partito.
Mi chiedo se la dirigenza PD ne è al corrente e cosa ne pensa.
Come avreste reagito se una cosa simile fosse stata fatta dai berlusconiani o dai grillini più ultras? Pensateci.
E’ anche inoppugnabile che al suo interno ci sono protagonisti degli attacchi sistematici su Twitter a chi non sposava la linea Bersani. Un caso? O no?
Ciò che è evidente, però, è un dato politico: finite le Primarie, le forze a supporto di una parte del PD (quella bersaniana) sono state cooptate per gestire la comunicazione del partito per intero.
Si sono, cioè, presi i miliziani di una parte (gente che non va esattamente per il sottile e a cui è toccato il lavoro sporco) e li si è messi a comunicare con tutti e per conto del partito. Hanno fatto danni enormi per inesperienza, insipienza, inconsistenza dei responsabili, limiti personali dei protagonisti.
Chi li ha messi in quel ruolo ha fatto un errore evidente. (Già, chi?)
Questo ha fatto sì che la comunicazione sui social network fosse un fallimento da ogni punto di vista, con elettori dubbiosi mandati via, derisi, aggrediti, offesi. Ieri erano in tanti a lamentarsi di questo. Un ottimo modo per perdere voti.
GUERRIERI AUTOLESIONISTI AKA FRIENDLY FIRE
La mia critica politica ai Trecento Spartani, anche al netto della loro eventuale missione di repressione del dissenso, è proprio questa: aver agito prevalentemente, con i crismi del partito, per fare polemica interna e aver difeso l’ortodossia e non aver prodotto risultati credibili nell’unico campo utile, quello elettorale.
Il gruppo di “conversatori” del PD, insomma, ha conversato ben poco, al di là dell’urlare dietro a renziani e non allineati. Non ha fatto notizia, non ha guidato il dibattito, non ha prodotto consenso.
(No, non ci sono dati a supporto che possano convincermi: seguo il dibattito politico online con molta attenzione e confermo che gli Spartani non hanno combinato nulla di buono o interessante, a livello di contenuti e conversazione, anzi con buona probabilità molti di voi li sentono nominare oggi per la prima volta)
Di questa cosa, da elettore, chiedo conto alla dirigenza PD. Vorrei sapere chi ha deciso l’esistenza di questo gruppo, chi l’ha impostato in questo modo, con quali criteri sono stati scelti i partecipanti, chi ha dettato la linea e, in ultimo, quanto ci è costato (eventuale retribuzione del coordinatore, costo del sito, costo degli “esperti europei”, eccetera), visto che il partito campa coi soldi pubblici.
Perché se un progetto è inutile o, come in questo caso, fa danni, forse è il opportuno che qualcuno, comportandosi da adulto, si faccia avanti e agisca con responsabilità.
Se il PD è veramente cambiato negli ultimi 15 giorni (faccina ironica), sono certo ci farà un’operazione di trasparenza.
IL BRUTO NELL’ALBUM DI FAMIGLIA
C’è una parte ancora più triste, in questo post. Ed è la considerazione che – seppure vaccinati al brutto della Rete, agli eccessi della conversazione e al sistematico emergere del “rumore di fondo” (fatto di meschinità, trollaggi, cliché, eccessi verbali, facilonerie, eccetera) – provo un dispiacere personale fortissimo quando il comportamento brutale, il cosiddetto “fascismo di metodo”, avviene a opera di gente della mia parte politica o quasi.
E’ una situazione in cui mi duole più per chi compie la malefatta che per i suoi esiti.
E’ un po’ brutto a dirsi, ma mi vergogno per loro. Perché mi assomigliano, perché è gente che probabilmente ha le mie idee al 90% ma non possiede o ha perso di vista, complice forse un clima da esaltazione da ultras, il tacito codice etico condiviso che regola comportamento online.
Se poi il cattivo comportamento è organizzato ed è di gruppo, tanti-contro-uno, mi viene la nausea.
Il branco mi fa schifo. E mi fa schifo ancora di più se ha i miei colori.
Ora non so dire se le logiche di branco siano state progettate dall’alto (sarebbe gravissimo e non ci voglio nemmeno pensare) o semplicemente siano emerse in modo naturale, vista l’origine di parte del gruppo, nato con le Primarie, fatto di fan ultra-ortodossi del segretario e volto più alla polemica e all’esclusione identitaria che all’inclusione e all’allargamento del consenso.
So che mi dispiace che una cosa così sia esistita. E mi sarebbe dispiaciuto anche se fossi stato bersaniano. Anzi, credo dispiaccia a tutti indipendentemente dagli orientamenti. E se ci fosse stata una cosa simile ma di natura renziana l’avrei attaccata con tutte le forze.
In questo dobbiamo essere, in tutti i modi, diversi dai grillini. Tanto. I più diversi possibile.
Capitelo – lo dico a tutti: dirigenti (spero dimissionari a breve, per colpe più gravi di questa, beninteso, ma anche per questo) e militanti: cose così non si devono fare.
L’atteggiamento da gradassi spalleggiati dai compari, l’arroganza di gruppo e la logica da branco non appartengono alla nostra cultura (in cui vivono benissimo i toni forti, le iperboli, gli scazzi, eccetera, non facciamo le mammole nemmeno per finta).
E in quanto uomo di sinistra combatto queste attitudini e questi comportamenti anche se me li ritrovo in casa.
Se l’antifascismo è un valore (e lo è), sta a noi combattere il fascismo in ogni sua forma. Anche quella riflessiva.
POSTILLA SUI PANNI SPORCHI E SULLA POSIZIONE DELLA LAVANDERIA
Non pochi, su Twitter, hanno sollevato l’annosa questione: “Restiamo uniti”, “Laviamo i panni sporchi in famiglia”, eccetera. Insomma, la critica è la solita ed è figlia di anni di centralismo democratico: non scanniamoci in pubblico.
Il tema è complesso e ho già scritto abbastanza. Ma è utile condividere cosa penso.
Penso che l’unità sia un valore, ma in certi casi – quando diventa connivenza o complicità su cose esecrabili – non lo è. E fa danni, ispira mentalità sbagliate e va oltre la mia personale soglia etica.
Se un mio compagno di partito, per dire, ruba, lo denuncio. E non lo denuncio al partito, ma alla Polizia (nota: è un comportamento che critichiamo alla Chiesa riguardo i preti pedofili: cercano la soluzione interna, zitti zitti).
Allo stesso tempo penso che l’unanimismo o la cultura del “parliamone a porte chiuse” sia da evitare quando reprime la dialettica. In un partito aperto e trasparente, che fa le Primarie come regola e che ha vocazione maggioritaria, è normale che non ci siano vincoli di unità così stretti.
In un caso come quello dei Trecento Spartani mi sembra inevitabile che la discussione e la messa in evidenza delle responsabilità siano pubbliche: stiamo parlando dei danni politici e d’immagine fatti da un gruppo di volontari che rispondono al dipartimento di comunicazione del PD, non di una bega di condominio.
SECONDA POSTILLA SULLA SINTESI
No, su certe cose che hanno a che fare con l’etica non c’è sintesi. Per me si risolve solo con la sparizione del gruppo dei Trecento Spartani e l’impegno affinché una cosa simile non avvenga mai più, soprattutto con la benedizione del partito.
Il problema è politico e riguarda comportamenti, ruoli, responsabilità e identità all’interno del PD e nella sua orbita più stretta.
Quello che è emerso non è qualcosa che dà fastidio a me e solo a me, ma è un problema complesso e trasversale, che ha fatto danni a tutto il partito.
Forse è perfino un problema che cela al suo interno le radici del problema più grande, cioè le ragioni della sconfitta elettorale del PD nel 2013.
Pensiamoci, parliamone, anche con toni accesi, paroloni, eccetera. Ma tra persone.
Gli altri modi, le bande tutti-contro-uno non ci appartengono. Ricordiamolo.
[notarella prima di iniziare: ho scelto di spezzare il "post-elettorale" (mi do fastidio da solo per questo calembour di cui da qualche parte dentro me evidentemente vado fiero) in due parti e pubblicare prima la pars destruens, perché è la più rilevante e per far capire il suo peso. Ora tocca alla parte costruttiva, quella che alla fine ha prevalso nonostante tutto. Ma che grosso, quel "nonostante"]
Alla fine, come scrivevo nella metà antipatica del post, ho votato PD. E nei giorni passati, un po’ per affetto e un po’ per disperazione (virgolettato è ciò che disse Nanni Moretti dichiarando il suo primo voto al PDS, secoli fa, in un’intervista riportata da Linus) ho annoiato gli indecisi, ammorbato i parenti, perfino chiamato mio padre al telefono per un confronto tra vecchi bolscevichi sul da farsi.
Alle 15 e 01 di domani, quando guarderemo i risultati che tutti sappiamo a spanne (la dico tutta: la prospettiva di una vittoria marginale del PD anche al Senato, per quanto improbabile, non cancella il dato politico: crollo nei sondaggi dalle Primarie in poi e adieu vocazione maggioritaria e percentuali conseguenti; qui si spera di più nei risultati locali e nelle regionali, a dirla tutta) ci toccherà anche fare la il lato B del discorso post-elettorale.
Mi sono segnato, nel solito modo disordinato, due o tre cose che credo dovrò dire e che si potrebbero ridurre, banalizzando, a un enorme “sì sì, ok, siamo brutti pure noi, ma gli altri sono incomparabilmente peggio e dalle nostre parti c’è un po’ di speranza”. Vediamole:
- constatare che, nel panorama attuale, il PD è comunque l’unico partito che ha una proposta di governo credibile, di sinistra ed europeista (sottolineare “credibile” e “europeista”, citare la posizione di Vendola sul Mali e in generale sulla politica estera italiana e far presente l’antieuropeismo esplicito di Grillo e Berlusconi).
- ricordare a tutti il Bersani ministro liberalizzatore di cui andare fieri (sorvolando su come possa ripetere la performance alleato con SEL) e fare battuta ipotizzando che esistano due Bersani e che quello giusto lo tirino fuori solo a campagna elettorale conclusa, quando si tratta di governare. Dispiacersi, a margine, che sia della juve.
- giocare di sponda dicendo un’amara verità: il PD è quel che è, ma il resto è peggio da tutti i punti di vista: qualità della classe dirigente proposta, qualità dei programmi, credibilità delle proposte, capacità di governare, democrazia interna. Abbondare di esempi horror. Evitare di accanirsi su Berlusconi: è passato di moda.
- smontare il voto a Vendola insistendo sulla folle posizione di SEL sul Mali, sui flirt coi notav, sulle proposte bislacche come rinegoziare il debito con l’Europa; a seconda dei casi aggiungere battuta su quanto sia noiosa e da “borsetta” milanese la pizzica. Far presente che non dispone di una classe dirigent presentabile, salvo rarissimi casi (tra cui la bravissima Chiara Cremonesi in Lombardia: votatela!)
- presentare Monti per quello che è: un abilissimo tecnico a cui andare grati per il ruolo che ha ricoperto, che però ha saltato lo squalo scendendo in campo e alleandosi con Fini e Casini (e i succedanei di Fini e Casini), cioè gente che fino all’altro giorno era alleata strettissima di Berlusconi e non si è tirata indietro di fronte alle peggio cose. E notate che non ho scritto la parola “Cuffaro” perché poi ci metto ore a pulire lo schermo dagli sputi.
- far presente che nel campo dei diritti civili e della persona il PD è il fattore di cambiamento più efficace (lo so, non è il più avanzato), cioè quello con più chance di combinare qualcosa. Non sarà un’avanguardia, ma se uno si allinea al pensiero di “quasi tutto subito” e abbandona l’adolescenza del “tutto, chissà quando”, fa una cosa furba. Contano i risultati, non i proclami. Lo dico da persona che su questi temi è molto (molto molto) più in là del PD e di Renzi.
- ricordare a tutti che il PD alla fine è il partito di Renzi, in cui Renzi milita e in cui le sue istanze modernizzatrici, di apertura e di civiltà politica non potranno che avere cittadinanza (nonostante i picchiatori bersaniani pensino il contrario) e ricordarsi che affinché Renzi prevalga è necessario che il partito esista e conti qualcosa.
- insinuare, con un po’ di perfidia, che l’equivoco per cui votando PD si dice all’attuale dirigenza “ci piacete un casino, continuate così” è svanito per il semplice fatto che il bottino di voti che c’era al tempo delle Primarie è stato dissipato: ci sono tutti i margini per lamentarsi e far presente che è il caso di cambiare, anche tenendo conto che Grillo continuerà a crescere, se non si fa qualcosa.
- mostrare l’evidenza, peraltro condivisa anche da tanti che non sono di sinistra, che il centrosinistra governa e ha governato bene (in alcuni casi come a Torino pre Fassino, benissimo) a livello locale e, prima che Vendola e compagni lo facessero cadere, il primo Governo Prodi era ottimo. Fare l’esempio di Chiamparino, Pisapia, Zedda. Citare il sorprendente sindaco renziano di Novara, capace di vincere in terra nemica in tempi non sospetti (e governare bene), a conferma del potenziale elettorale di Renzi e delle sue parole d’ordine.
- offrire speranza ricordando che il PD è l’unico partito in cui, avendo voglia di rompere le scatole e perderci tempo e risorse, le cose si possono tentare di cambiare dall’interno, perché dispone di strumenti democratici che funzionano. Ed è l’unico che li usa al suo interno, con le Primarie. L’esempio di Renzi è lampante: il suo aver raccolto il 40% contro il segretario del partito, in un ambito in cui l’ortodossia purtroppo continua a essere un valore, è segno che qualcosa si può fare. E va fatto.
- annunciare che è ora di iscriversi al PD, indipendentemente da come è andata, e iniziare una battaglia che – personalmente con colpevole inerzia – si è tardato a fare. Chiudere annunciando intenzioni bellicose, vaneggiando di future infuocate riunioni pre-congressuali in piemontese nella sezione di quartiere, litigando con gli anziani militanti di ogni età che le animano.
- sperare (in silenzio o a voce alta) che una buona volta i dirigenti – e anche un po’ i militanti – capiscano la lezione e la prossima volta siano un po’ più svegli; qui non gli si porta rancore, anzi li si ringrazia per l’impegno, anche se non era del tutto ben riposto.
- incrociare le dita, perché alla fine uno ci tiene; perché per quanto antipatici e antiquati siano, quei signori lì sono sul tuo album di famiglia e sono gli stessi che incontri ai matrimoni e ai funerali. Sta anche un po’ a te aiutarli ad allargare gli orizzonti. O alla peggio, direbbe il Segretario, trovare una quadra. E’ una fatica. Ma si fa.
Questo post è una sorta di blocchetto per appunti che riempio di note disordinate ed emotive, più che altro perché mi tornerà utile lunedì, quando avremo scoperto che le elezioni non sono andate un granché.
Visto che abbiamo tutti capito come andrà a finire, forse è il caso di farsi trovare preparati.
Nota: è tutto ultra-soggettivo e in disordine e cose con altissima priorità convivono con minuzie che magari danno fastidio solo a me.
Se serve, integrate nei commenti con altri spunti.
- ricordare che avevamo la vittoria in tasca: gli avversari sgretolanti e in rotta e nessuna competizione credibile a sinistra. E siamo riusciti a non stravincere. Anzi, nemmeno a vincere!
- far intendere che l’orgoglio ultras della dirigenza e del middle management romano del PD ha fatto guai seri, allontanando migliaia e migliaia di interessati, di neo-orbitanti intorno al centrosinistra. Gente che voleva fare politica, parlare di politica, cambiare davvero in meglio l’Italia. Li abbiamo spediti via (mi intristisco ancora a pensare al tizio che, su Twitter, mi ha detto “allora vota per Monti, non sei uno di noi!”; e la tristezza non è per la sua evidente stupidità, ma per il fatto che questo tizio faceva parte di una sorta di team di “dialogatori” online del PD su socialnetwork, team di cui parlo male dopo)
- dare come esempio pratico, nel piccolo, la parzialità di YouDem durante le Primarie: cosa scorrettissima (ma fortunatamente poco importante: resta il fastidio).
- far capire la vergogna che gente che si dice di sinistra si sia comportata, in modo organizzato e supportata dal partito, come bulli, con azioni stupide su social network e blog. Penso ai “300 Spartani” e all’arroganza dei “giovani turchi”: iniziativa sbagliata da tutti i punti di vista, dal naming (e relativi riferimenti culturali fascistoidi e di brano) alle pratiche (aggressione invece che inclusione), all’etica nell’approccio alla Rete (il bombing nei commenti, peraltro facilmente sgamato). Per fortuna, come nel caso di YouDem, roba di poco conto, ma che vergogna.
Credo che i responsabili di questa iniziativa sbagliatissima, tuttavia, debbano dimettersi e andare a fare danni altrove. Lo chiedo da militante e vorrei sapere chi è che ha approvato questa iniziativa e chi doveva vigilare.
- dare la colpa a una piega identitaria che, già sbagliata alle Primarie, è proseguita alle politiche; ricordare i cretini che dicevano “i voti di destra non li vogliamo”, non capendo che se arrivano al PD sono istantaneamente voti di sinistra.
- insistere sul tema di un programma pavido, condizionato psicologicamente e fattualmente dall’alleanza con SEL (cioè l’estrema sinistra antimoderna, antieuropea e notav, con un leader già colpevole di aver fatto cadere Prodi e quindi inaffidabile) e soprattutto dalla sudditanza psicologica alla CGIL (in particolare per quanto riguarda l’impiego pubblico e la scuola, dove non figurano il merito e la licenziabilità di fannulloni, ecc.).
- dire una verità scomoda: c’è stato un rinnovamento più sbandierato che effettivo (citare il caso della Bindi paracadutata in Calabria, dove alle Primarie parlamentari votano i pacchetti di tessere dei capibastone), con esiti a volte imbarazzanti.
- da comunicatore far emergere il giudizio negativo su una campagna tutta in difesa, da statici, da residui degli anni Novanta, senza innovazioni tematiche, senza aggiornare la visione sulla società.
- sottolineare l’incapacità di capire che le elezioni si vincono prendendo voti agli avversari, quindi voti da gente che non è come te e quindi chiudersi nel fortino identitario non è intelligente.
- mettere di fronte a tutti l’errore nello scegliere il competitor principale e i temi da opporre (cioè si è scelto Berlusconi e non Grillo, lasciando a quest’ultimo il tema cialtrone e di retroguardia – ma sentitissimo presso l’elettorato – dei costi della politica).
- esporre un problema tattico interno che è diventato un problema politico globale: l’orgoglio cialtrone che ha fatto sì che, finite le Primarie, non ci fosse sintesi col 40% che ha votato per Renzi, ma una situazione del tipo “non faremo prigionieri” a cui ha fatto seguito l’umiliazione di dover richiamare Renzi all’ultimo minuto quando ormai era troppo tardi e lo schiaffo morale di scoprire che “il nemico” era leale, autorevole, onesto e disponibile, oltre che infinitamente più bravo di tutti a comunicare.
- far notare che non è stata fatta campagna sulle proposte (arrivate tardi e poco comunicate, vedi il taglio dei ticket), ma sull’identità di partito, con un’inutile foto del segretario.
- chiedere la testa su un piatto d’argento dei responsabili comunicazione del PD, sia per gli spot sbagliatissimi e incompleti, sia perché non c’è stato controllo sulla comunicazione spicciola, motivo per cui sono usciti video imbarazzanti (quello su “lo smacchiamo” è stato perfino insultato live da Nanni Moretti all’evento di chiusura della campagna), fatti da chicchessia. Il PD non può sperperare così la sua dignità, affidandosi a improvvisatori di bassa lega.
- far notare a tutti che non si è andati molto lontani dal solito 34% di tetto massimo storico della sinistra in Italia, come qui si diceva da tempo, suggerendo allargamenti non identitari che non sono stati fatti.
- a tutti i neorenziani che lunedì spunteranno come funghi dire “ve l’avevamo detto; anzi, l’avevamo anche fatto!”. E far notare che il partito in mano allo zoccolo duro viene votato solo dallo zoccolo duro e produce politica appetibile solo allo zoccolo duro. Il solito.
- zittire gli strenui difensori dello status quo, sulla cui lucidità politica sarà necessario interrogarsi, con un argomento irreprensibile: “ho votato PD nonostante tutto questo, per disciplina e responsabilità. E l’ho pure fatto votare” (nel mio caso fanno fede i rompimenti di balle da me praticati online e offline ad amici e indecisi).
- spiegare che nei paesi civili, dopo una performance del genere, il segretario si dimette e se ne vanno tutti i suoi scherani; e si rovescia il partito come un calzino, sperando non sia troppo tardi.
- diffondere uno slogan ispirato a Nanni Moretti: “Con militanti così non vinceremo MAI!”
Ho coniugato così tante volte il verbo perdere che ormai la parola si sta consumando un po’.
Anni di militanza a sinistra e tifo granata mi hanno forgiato alla sconfitta: non ne faccio un dramma da anni. Anzi, si è diffusa una mezza tradizione di ritrovarsi da queste parti per leccarsi le ferite dopo l’ennesima batosta, parziale o collettiva.
Ci si consola, dove la parola bella è “ci”, perché prevede un “noi”.
Ho sentimenti contrastanti. Dovrei lamentarmi di molte cose, del bullismo di partito, dell’arroganza e delle cadute di stile dell’apparato e di quella dei militanti. Non ho mai scritto una parola contro gli avversari, a cui ho sempre riconosciuto legittimità, dignità e cittadinanza all’interno della sinistra. Non ho e non abbiamo ricevuto in cambio lo stesso rispetto. Peccato.
Dovrei dispiacermi perfino di alcune persone, che sono state particolarmente spiacevoli, scorrette, perfino cattive in quella che alla fine era una competizione interna, tra simili. Ma qualcuno ancora crede all’equazione diverso = nemico, sempre.
Dovrei anche preoccuparmi di questo inedito PCI che ha vinto le Primarie e di cosa succederà al partito per cui militerò e voterò, nonostante il dissenso. Ma lo faccio da domani.
Cosa mi resta.
Mi resta che riparto da me, perché dopo non so quanti anni sono tornato felice a fare attività politica, mi sono perfino un po’ entusiasmato (non troppo, ché sono torinese), ho avuto di nuovo piacere e voglia di scrivere e parlare di politica, di condividere o dibattere le idee con gli altri.
Sì, lo so, non ho mai smesso di scrivere di politica, ma ho scritto incattivito per anni, per sfogo, per rabbia, per amarezza. Ora scrivo con uno spirito diverso.
Qualcosa è cambiato ed è cambiato in me. Mi sembra un buon punto di partenza. Sono una frazione infinitesimale della sinistra italiana e sono cambiato. Nel mio seggio personale ho vinto le Primarie. Qui si cambia, poi si vedrà.
E poi resti tu, che ho trovato in questi giorni, con cui abbiamo condiviso un’esperienza, con cui abbiamo vissuto una delle cose più belle al mondo dopo l’amore, il rock e il mare: la politica, quella vera.
La cosa più piacevole di questi giorni è scorrere con la memoria tutte le facce, gli avatar, i nickname, le parole delle persone con cui abbiamo scambiato idee, supporto, battute. Mi sono affezionato perfino ad alcuni detrattori e “nemici” polemici. Mi sono sentito meno solo. Spero sia capitato anche a voi.
E nonostante a molti avversari sia mancato lo spirito costruttivo, mi sono sentito parte di qualcosa di più grande che si stava profilando.
Peccato che, probabilmente, questa cosa si rivelerà l’ennesima figura barbina della sinistra italiana. Ma mi è piaciuto partecipare, seppure nella parte di quello che prima o poi si troverà a dire “ve l’avevamo detto!”.
Sarò onesto. Ora che la battaglia è finita vedo con più lucidità le ragioni e anche i torti e le falle di ciò per cui ci siamo spesi. Vedo le nostre ingenuità, le cose da cambiare in noi, perfino le nostre inadeguatezze.
E vedo che non hanno vinto i motivi dei nostri avversari, ma le ragioni contro le nostre istanze e soprattutto contro chi se ne faceva portatore.
Ecco perché, da sconfitto, ho ragionevoli speranze.
Innanzitutto perché l’alleato più infallibile (e impresentabile) di Bersani non è stato Casini o Vendola, ma la paura. Paura del nuovo, mascherata da disciplina di partito, da ortodossia, da consuetudine.
E poi perché è evidente che è solo questione di tempo, forse di maturazione politica nostra e di chi abbiamo investito come nostro rappresentante (che oggi, nel suo discorso da sconfitto mi è già sembrato più maturo e più bravo).
Il fatto è che il partito non era pronto, l’elettorato nemmeno e noi neppure.
La terapia-shock del raid alle Primarie, tuttavia, ha dato molti frutti: una consistenza numerica importante e una visibilità altissima delle nostre idee, delle nostre parole d’ordine e delle nostre istanze.
Ora c’è più tempo per costruire il cambiamento, anzi l’evoluzione, con un po’ più di dolcezza, all’interno della sinistra. Sono convinto che, spiegate senza l’ansia di una competizione incombente, le nostre buone ragioni troveranno ascolto.
Speriamo solo che non sia troppo tardi e i vincitori oggi non abbiano fatto l’ennesimo disastro.
La battaglia comincia oggi: abbiamo un nome, sappiamo quanti siamo, il mondo sa che esistiamo e cosa vogliamo. Sarà una battaglia di contributi, di generosità, di diffusione di idee. Non c’è niente da vincere, se non una sinistra migliore.
Vi direi di rimboccarci le maniche, ma mi accusereste di saltare sul carro del vincitore. Ma ci siamo capiti. Ci.
*sì, il titolo è un super-criptico riferimento ai Fluxus e lo hai capito solo tu, fratello Enver
Avevi da fare, te ne sei dimenticato, non eri convintissimo, ti sei svegliato sverso, eri via, insomma: cavoli tuoi.
Non c’è problema: in un raro scatto di lucidità il centrosinistra burocratico ha deciso che puoi registrarti e votare al secondo turno, basta che lo fai entro venerdì e, come direbbe Elio, adduci una motivazione plausibile.
Sì, ci va la giustificazione, ma basta una motivazione generica tipo “questioni di lavoro”, “problemi di famiglia”: la solita formalità burocratica fatta per metterti il bastone tra le ruote e impedirti di dire la tua. Perché qualcuno lì a sinistra ha paura di te, che magari sei diverso o non sei un ortodosso con vent’anni di tessere in tasca che vota il segretario.
Come fare?
Semplice, vai su questo sito, compila il form e il sistema invia una mail con la tua richiesta di iscrizione direttamente al seggio in cui voterai.
IMPORTANTE: fallo entro venerdì.
Prima lo fai e meglio è. Anzi, fallo oggi stesso, se puoi.
E, soprattutto, fallo sapere in giro. Chiama gli amici, convinci gli indecisi, porta i familiari, manda un po’ di mail a gente potenzialmente interessata. E parlane in giro. Finalmente abbiamo la chance di parlare di politica, invece che lamentarcene.
Ieri sera, in prima serata su Rai 1, per la prima volta non sembrava di essere in Italia: discorsi politici seri e concreti, una conduzione sobria, nessuna soubrette, niente urla e la sensazione condivisa che la soluzione ai problemi nazionali passi attraverso questo bel modo di fare politica.
E’ un’occasione da cogliere: puoi incoraggiare la civilizzazione della politica italiana, scegliendo e mettendoti in gioco in prima persona.
E’ la volta che si cambia.
Ero in coda dietro te alle Primarie e non ho avuto il coraggio di dirtelo dal vivo. Però te lo dico con un post.
Grazie per aver votato alle Primarie della sinistra.
Grazie anche se non hai votato come me, anche se in coda ci siamo guardati e non ci siamo trovati simili, anche se negli ultimi giorni su Internet ci siamo più o meno simpaticamente mandati a stendere, anche se sei uno che faceva la faccia tutta preoccupata del tipo “mio dio cosa ci faccio qui”.
E grazie anche se in coda, all’ennesimo rallentamento, ho pensato che forse sarebbe stato meglio che tu fossi rimasto a casa.
Grazie per averci creduto un po’, per sperarci molto di più e per esserti impegnato a fare qualcosa per tutti.
La soluzione dei problemi di questo paese non è quello che hai votato. Sei tu.
Faccio subito coming out: io sono bersaniano. Ma proprio tanto.
Perché Bersani le ha tutte: ha un’età e un’esperienza politica e amministrativa tale da garantire competenza senza avere addosso troppo vecchiume, ha una storia politica affine alla mia, cioè è un ex comunista diventato sinceramente democratico con venature liberaleggianti ed è pure un esempio perfetto di “modello emiliano” con cui credo di avervi assillato negli ultimi vent’anni circa (scusatemi), peraltro avendo ragione.
Insomma, Pierluigi Bersani mi piace da morire come persona, come politico, come amministratore.
Dirò di più: Bersani mi rappresenta. Mi riconosco in lui e tra tutti i candidati alle Primarie è quello nei fatti più affine a quello che sono per storia, educazione, valori.
Ogni volta che guardo quell’immagine un po’ ingrata in cui lui è lì che si beve una birretta da solo (mentre pranza e lavora, perché quelli come noi sono degli stakanovisti quando si tratta di militare) mi viene voglia di pagargli un secondo giro e tenergli compagnia: la conversazione sarebbe di sicuro deliziosa.
Non ho problemi ad ammetterlo: Bersani sarebbe un perfetto leader di un centrosinistra di chiara matrice socialdemocratica. Nel 1992.
[Il post prosegue per altre 11 pagine di Word (sì, l'ho scritto in Word, sono un romantico a Milano), peraltro senza figure. Quindi o vi fermate qui o vi sincerate di avere un sacco di tempo e di pazienza a vostra disposizione. Se siete dei don Ferrante e il tempo non vi manca, proseguite oltre.] Oppure scaricate il post in PDF e ve lo leggete come più vi aggrada, qui.
è un po’ che non ti scrivo, ma siamo sempre lì: tu in piazza e io a guardarti dal balcone un po’ preoccupato, ché ho già quell’età in cui l’affetto diventa protettivo e probabilmente ti metterebbe in imbarazzo.
Lo so, negli ultimi anni abbiamo avuto i nostri scazzi e un po’ di divergenze politiche. E continuo a essere scandalizzato che ti piacciano i Muse nonostante tutti i dischi che hai trovato in casa. Però ci tenevo a dirti che oggi sono con te, lì in piazza.
Magari non la vediamo proprio allo stesso modo sul governo Monti, sul PD, ma al di là di qualche dettaglio ti capisco.
Capisco la tua frustrazione di ventenne quando incontri i tuoi coetanei in Europa e scopri che questi hanno una casa tutta per loro, hanno automobili, fidanzate (alcuni addirittura mogli e figli), viaggiano, fanno progetti, coniugano i verbi al futuro, si diertono e sanno che il meglio deve ancora venire.
E tu hai orizzonti semestrali, contratti che non sono nemmeno precari: sono fatui. Non progetti niente, non costruisci, non hai spazi di manovra, perché il sistema in cui viviamo (che è complesso e quindi non ha la esse maiuscola, perché è giusto non prendersi il lusso di essere generici) ha reso permanente il tuo status di collettore di paghette. Esatto, quelle che rimediavi in casa per pagarti la birra e i dischi. La tua condizione è così diffusa e abituale che vivi in un eterno presente: non riesci a pensare più in là di qualche settimana.
Oggi sei in piazza coi nervi tesi per una questione che va oltre l’economia: fatta così, questa vita non è vita. Lo so.
Intendiamoci: nessuno tra te e i tuoi amici sta patendo la fame. State tutti bene, grazie al cielo, perché c’è una famiglia alle spalle che garantisce una casa, pasti regolari, vacanze più o meno dignitose, vestiti, eccetera.
Ma, seppure tenuto al caldo e nutrito, posso immaginare quanto ti bruci tenere lì tutto il tuo potenziale. Scalpiti, lo sento. E ti monta la rabbia, perché questa esistenza a singhiozzo non ti fa esprimere, non ti dà una direzione. Ti porterà a trent’anni a essere un collezionista di frazioni d’esperienza, la maggior parte delle quali rimediate su internet, perché la vita reale è un limbo un po’ noioso.
Non ho molti anni più di te, ma a noi è andata bene: ci è scoppiata Internet tra le mani che avevamo vent’anni e più o meno tutti abbiamo trovato un lavoro da quelle parti lì, ciascuno con la sua inclinazione. A voi non è capitato. E la fatica che abbiamo fatto (e stiamo facendo) per far schiodare dai posti di potere i privilegiati, gli immeritevoli, i vecchi che godono a vita di rendite di posizione da secoli, ecc. è bastata malapena per pochi di noi, nemmeno tutti.
La cosa che mi dispiace di più, oltre a vedere il tuo potenziale non colto e continuare a chiedermi come saresti se ti fosse riconosciuto il diritto alle opportunità, è che non ho soluzioni. Riesco solo a sfilare mentalmente accanto a te in corteo.
Ricordi, il nonno ci diceva che alla fine “al male si spara”. Loro hanno dovuto farlo per davvero, perché il male sparava alla gente, la impiccava per strada, la mandava in guerra e poi al massacro.
Io ti dico di sparare con l’unica arma nonviolenta che ci è concessa: la parola.
Spara, fratello. Spara una raffica di no. E dì ai tuoi amici di fare altrettanto. Spara un no all’ennesimo lavoro mascherato da stage non retribuito, spara un no a tutti i “fallo gratis in cambio di visibilità”, spara un no ai siti e ai giornali da 3 euro al pezzo, spara un no ai “ringrazia che ti diamo un lavoro”. Spara a chi ti nega la dignità di coniugare te stesso al futuro. Vediamo se il sistema regge l’impatto di tutti quei “no”.
Oggi scioperate, scioperiamo. Ma se finisce oggi non risolviamo niente. Il vero sciopero inizia domani e dura tutta la vita: dire di no a chi se ne approfitta, a chi ci condanna al limbo, a chi ci vuole mediocri. Rompi il sistema in modo nonviolento, con la forza del tuo no, dei nostri no. Devono essere tantissimi.
Insomma, fratello fossimo in piazza ti direi di non rompere le vetrine: rompi le palle. Pretendi chance, opportunità, occasioni. Niente di garantito, solo la possibilità di giocartela.
Mi raccomando, occhi aperti, antenne dritte e buonsenso anche quando sfoghi la tua rabbia. Tanto in corteo ci sai stare. Fai in modo che oggi sia solo l’inizio. La vera austerity da combattere è questa congiura a volerci mediocri. Dì un no fantasioso e sarò ancora, come sono sempre stato, fiero di te.
Stammi bene.
Un abbraccio militante,
Enrico
P.S. Mamma insiste con la storia del golfino. Magari stavolta accontentala, ché è novembre inoltrato e il golf da sfigato va fortissimo tra gli hipster. Finisce pure che sei alla moda. (poi dalla prossima volta continua a fregartene e regolati termicamente come ti pare: ormai sei grande).
Prima o poi ci toccherà votare, perché la ricreazione-Monti sta per finire e sarà nuovamente il tempo di avere un governo che abbia un’identità politica più che tecnica. Non so se sarà un bene, ma pare inevitabile (ché qui, fosse per me, si terrebbe il governo Monti per un’altra ventina d’anni).
Il fatto è che il partito che vorrei votare non c’è. E ho un (disordinato, umorale, provvisorio, incompleto, in costante mutamento, criticabilissimo, troppo generico, troppo specifico, ingenuo, idealistico, disilluso, speranzoso, odioso) elenco di cose che vorrei che il partito facesse (un po’ su sé stesso, un po’ una volta al Governo) che condivido qui, più per sfogo che per altro.
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Vorrei un partito che sui diritti della persona non ha tabù e su questo tema si erge a portabandiera di valori e istanze innovative, senza cincischiare, senza nascondersi dietro un sacco di tatticismi che portano all’inazione: favorevole al matrimonio omosessuale, favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali, favorevole a tutte le forme più avanzate di fecondazione assistita, pronto a cancellare con leggi ad hoc la Legge 40 (una delle cose più incivili, intimamente fasciste, retrograde e crudeli approvate in Italia), pronto ad approvare una legge sul fine vita e legalizzare l’eutanasia.
Vorrei un partito che non teme la modernità e il mercato e, anzi, li favorisce. Un partito che capisca che il concetto di “sinistra” nel 2012 non coincide più con quello del ventesimo secolo e nemmeno con il suicidio antistorico della decrescita (che non potrebbe che essere infelice, tra l’altro).
Vorrei un partito che capisca che tra i nuovi conservatori ci sono la CGIL e la FIOM, che hanno una visione antica del mondo e del mercato e si ostinano a difendere gli assunti a tempo indeterminato ultragarantiti, mentre i veri precari del 2012 hanno quasi tutti la partita IVA (provate a telefonare alla CGIL e dire “buongiorno, sono una partita IVA, cosa potete fare per me?”: vi attaccheranno il telefono in faccia).
[anzi, forse ora più che mai ci vorrebbe un nuovo sindacato, cioè un sindacato che nasca su presupposti nuovi, che dia rappresentanza a nuovi soggetti, che sappia gestire in modo equo e non unilaterale il patto tra generazioni].
Da imprenditore, vorrei un partito che mette a programma come punto 1 in economia la riduzione massiccia del cuneo fiscale, cioè i soldi che un datore di lavoro deve fare fuori per dare una paga a un suo dipendente/consulente. E vorrei un partito che premia le assunzioni, defiscalizzando il pagamento dei neo-dipendenti per un tot di anni. E favorisce fiscalmente le imprese strategiche, che fanno innovazione, che non inquinano, che attraggono investimenti.
E stabilisce ed esige per legge i tempi dei pagamenti, annullando l’attuale sostanziale impunità per chi non paga i fornitori o li paga con tempi biblici.
Vorrei un partito che introduca la flexsecurity sul modello danese, approvando prima la flessibilità in entrata (così da tutelarsi da eventuali colpi di mano della destra) e poi quella in uscita. E che capisca che il modello welfarista può essere ritoccato, modernizzato, cambiato senza che questo implichi per forza metterlo in discussione in toto.
Vorrei un partito che abbia a programma un rialzo delle tasse sulle rendite finanziarie. Perché chi investe 10 milioni di euro in borsa paga molto meno tasse di chi investe 10 milioni di euro e apre un’impresa rischiando, dando da lavorare a molta gente e generando benefici a cascata.
Tassiamo di più chi si arricchisce senza far “girare l’economia” e favoriamo fiscalmente chi crea valore e benessere per gli altri, mentre si arricchisce (cosa – è ora di dirlo, cari compagni – che non è assolutamente un male, anzi, se fatta in modo onesto e civile).
Vorrei anche un partito che, per uscire dalle cattive acque economiche, fa una patrimoniale senza timori reverenziali. E la fa forte, colpendo i grandi accumulatori di ricchezza non investita con tassi ragionevolmente alti.
E vorrei un partito che, una volta al potere, tolga l’IMU e ripristini l’ICI: una tassa locale sulla proprietà, che “paghi a Torino e ‘vedi al lavoro’ a Torino” (mettete il vostro comune). Forse la tassa più giusta che c’era in Italia.
Vorrei un partito che metta a programma il progressivo smantellamento della spesa militare in Italia, che deve diventare un decimo dell’attuale, come minimo. L’Esercito Italiano è inutile, costoso, gestito da una manica di ladri graduati e totalmente inadeguato a un paese civile del 2012. Niente soldi per gli F-35, vendita delle caserme, vendita delle portaerei e del materiale militare inutilizzato e riduzione dell’esercito a pochissime unità (un paio di migliaia, intendo) di volontari d’èlite, formati su specifiche attività di pubblica utilità (gestione delle emergenze, principalmente).
Anzi, mi piacerebbe tanto una campagna “caserme x scuole“, con i soldi guadagnati dalla dismissione del patrimonio immobiliare militare riutilizzati per l’edilizia scolastica.
Vorrei un partito che abbia coraggio per quanto concerne i trasporti e si faccia pioniere della chiusura al traffico dei centro-città, imponga in tutte le grandi città la congestion-charge sul modello dell’Area C milanese, favorisca la riconversione del parco-vetture nazionale verso modelli ibridi o a basso impatto (sul modello californiano) e investa sui trasporti non inquinanti e veloci, come la TAV. E tassi enormemente le automobili inquinanti, pesanti e voluminose (con eventuali licenze per chi ha molti figli: il quoziente familiare, in campo automobilistico, avrebbe molto senso e ha un nome che si spiega da sé), seguendo il modello danese (ok, ho un debole per la Danimarca).
Vorrei un partito con la ruspa (fosse per me, la metterei nel logo), che si proponga di abbattere abusi edilizi, case non condonate, eco-mostri, eccetera e faccia leggi che snelliscano le procedure per arrivare alle demolizioni di tutto ciò che violenta il paesaggio italiano (che tra l’altro è il nostro unico selling point all’estero, oltre al cibo).
E lo faccia in fretta.
Vorrei un partito che, al Governo, si occupi fortemente del paesaggio italiano, della sua preservazione, della sua promozione e della sua qualificazione. Un po’ perché è giusto e bello che sia così, un po’ perché il turismo italiano potrebbe offrire e far guadagnare molto di più, se il nostro paese non fosse rovinato dal brutto in mezzo al bellissimo.
Ecco perché vorrei anche un partito che approvi a livello nazionale una legge che impedisce di costruire entro 2 km dalla costa (sul modello di quanto approvò Soru in Sardegna, preservando per alcuni anni le coste sarde dalla speculazione edilizia e dalla bruttezza delle villette a schiera).
Vorrei un partito che fa riconquistare il mare ai cittadini, de-privatizza le coste, rivede le concessioni delle spiagge riducendone la durata, si fa pioniere del diritto di tutti di accedere al mare liberamente (e fa smantellare a colpi di ruspa vergogne nazionali come gli stabilimenti sulla spiaggia di Paraggi)
Vorrei un partito che sappia realmente liberalizzare il sistema economico italiano, abbattendo privilegi e rendite di posizione, favorendo la concorrenza. Vorrei un partito che abolisce l’esame di stato per l’accesso alle professioni, abolisce gli ordini professionali, abolisce il valore legale dei titoli di studio (e marca a vista a suon di ispezioni le scuole private confessionali e non, a cui lo Stato non deve dare una lira, affinché non diventino diplomifici), abolisce le norme anti-concorrenziali (per esempio quella sulle farmacie), liberalizza le tariffe dei professionisti, liberalizza il mercato dei taxi, abolisce il più possibile il concetto di “licenza” e il suo mercato.
Vorrei un partito laico e aconfessionale, che proponga una legge chiarissima e semplice (che eventualmente cozzi contro i Patti Lateranensi, che potremmo tranquillamente abolire): “lo Stato Italiano non deve, per legge, pagare nulla alla Chiesa o al Vaticano a cui non corrisponda un’erogazione proporzionale e a prezzi di mercato di beni o servizi. Tutte le attività e le proprietà della Chiesa sono soggette alla legge e al Fisco italiano senza il riconoscimento di status speciali.”
Vorrei un partito che si proponga di scoraggiare il più possibile i pagamenti denaro contante (nemici della trasparenza), rendendo digitali e peritabili la maggior parte dei pagamenti.
E vorrei un partito che non abbia paura di instaurare quello che la destra chiama “stato di polizia fiscale” (spauracchio degli evasori, ma atto di civiltà che in altri paesi – come gli Stati Uniti – è la norma), continuando a colpire privilegi e veri e propri furti ai danni della collettività con perquisizioni, raid (come quelli a Cortina e altrove di qualche mese fa) e controlli a tappeto. Far pagare a tutti le tasse dovute è una condizione necessaria per poterle ridurre.
Vorrei un partito che ha come primo nemico i furbi, che in Italia sono tantissimi tra i cittadini e tra le imprese. Un partito che lotti contro le aziende che fanno cartello (per esempio le Assicurazioni e le compagnie petrolifere), un partito che per esempio favorisca – una volta al governo – una grande campagna di ri-valutazione, fatta da medici terzi, di tutti gli invalidi civili italiani (quanti saranno quelli falsi? credo tantissimi), un partito che lotti contro l’elusione fiscale, contro le ordinanze-canaglia di alcuni enti locali.
Vorrei un partito che, al Governo, riduce gli sprechi al minimo. E taglia tutte le forme di finanziamento all’editoria, taglia il 100% delle auto blu, mette un tetto massimo ragionevole allo stipendio dei manager pubblici (non è fantascienza: lo sta facendo Hollande in Francia). (Update: la notizia riguardo Hollande è una bufala; quindi è fantascienza, ma questo non significa che dobbiamo smettere di desiderarla, anzi: vogliamo un mondo come quello di Star Trek!)
Vorrei un partito che capisca che l’immigrazione è un fatto inevitabile della Storia e faccia proposte politiche per gestirla, non per tentare vanamente di arginarla. E vorrei un partito che lavora per l’integrazione e contemporaneamente per l’espulsione di chi sbaglia. Un partito che non fa pagare l’immigrazione ai bambini: chi nasce in Italia è italiano.
Vorrei un partito che smetta di far pagare gli insegnanti in modo uniforme e lotti affinché siano pagati i meritevoli con stipendi più alti, stabilendo criteri di valutazione a livello nazionale sulla loro preparazione, sul loro aggiornamento, sulla loro efficacia. E vorrei un partito che renda licenziabili quei dipendenti pubblici che lavorano male, non producono, sono assenteisti, rubano e non hanno uno spirito di servizio nei confronti dei cittadini.
Vorrei un partito che crei una commissione d’indagine parlamentare sulle violenze al G8 di Genova. E faccia partire un’azione a tutto campo contro il fascismo e il sadismo nelle Forze dell’Ordine, isolando a ogni livello i singoli colpevoli ed educando le forze di polizia alla democrazia.
E che imponga l’uso di numeri identificativi leggibili e ben in vista sulle divise dei membri delle Forze dell’Ordine impiegati sul campo.
Vorrei un partito che abbia una classe politica di competenti in costante rinnovamento, che non si arrocchi nella “dittatura dei dirigenti” e d’altro canto non si annulli nell’apertura plebiscitarista al primo che passa, che è la morte della democrazia rappresentativa. Vorrei un partito che studia, che forma i suoi militanti, che si guarda in giro e non ha paura di mettersi in discussione.
Vorrei un partito coraggioso – in un’epoca in cui chiunque grida porcate sentendosi legittimato da un mandato popolare che non ha – che faccia proposte forti (non pazze: forti), senza perdersi in mezze parole.
Vorrei un partito in cui le proposte e le idee contano il 90% e le alleanze solo il 10%. Vorrei un partito in cui i parlamentari fanno un numero limitato (variabile in base ai meriti acquisiti) di mandati, dirigenti inclusi; un partito che fa le primarie aperte a tutti per ogni tipo di elezione, incluse quelle di quartiere .
Vorrei un partito che ha più paura di perdere dignità e coerenza che perdere le elezioni.
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In verità mi accontenterei di un partito che mettesse a programma anche solo il 10% di quello che ho scritto in fretta e furia qui sopra.
E francamente mi interessa davvero poco stabilire se un partito simile sarebbe – secondo le trite categorie novecentesche che ci ostiniamo a usare – di sinistra, di centro, di destra o chissà cosa.
Per me è un *partito di sinistra del 2012 secondo parametri del 2012*, perché è progressista, lotta contro l’ingiustizia, impone il merito come criterio fondante di ogni forma di promozione sociale, favorisce il benessere di tutti senza odi sociali verso chi raggiunge o ha raggiunto la ricchezza, laicizza lo Stato e permette ai cittadini una completa autodeterminazione del proprio corpo.
Questo post è la cosa più stupidamente ingenua che ho scritto da quando ho aperto un blog (e forse in vita mia, escluse forse certe lettere d’amore da adolescente, ma dovrei verificare) ma a questo punto possiamo prenderci il lusso di dirla tutta.