Sabato un corteo Notav per le strade di Torino ha richiamato in città qualche migliaio di manifestanti. Non erano in tanti, contando che la manifestazione era preparata e annunciata dal lungo tempo, ma il corteo è riuscito a fare numerosi danni in città.
La manifestazione, infatti, ha lasciato una grande quantità di scritte sui muri (alcune creative, altre orribili e preoccupanti) e macchie di vernice contro edifici “antipatici” al movimento. I cittadini si sono, giustamente, incazzati, un po’ perché la pulizia è a carico della città, un po’ perché le scritte e i deturpamenti hanno colpito alcuni aspetti simbolici della città.
I FATTI
Ci sono due cose in particolare che hanno fatto sensazione:
- l’imbrattamento dell’immagine di Norberto Bobbio su un poster della ex libreria de La Stampa di via Roma
- la minaccia al giudice Giancarlo Caselli. “Caselli, TAV-visiamo” su un muro lungo il percorso del corteo.
LA POLEMICA
Tralasciamo per ora le minacce a Caselli, limitandoci a notare che vive sotto scorta ed è una delle figure di primo piano nella lotta prima al terrorismo e poi alla mafia. Ed è uno che fa il suo dovere con equilibrio, al punto di ritenere necessario commentare gli arresti di alcuni leader violenti dei Notav con parole rassicuranti e di grande civiltà, a tutela della parte sana e pacifica del movimento.
Ieri su Twitter è scoppiata – anche e soprattutto per causa mia – una notevole polemica sullo sfregio all’immagine di Bobbio.
La polemica ha avuto uno strascico piuttosto lungo, che dura anche questa mattina. L’indignazione per lo sfregio all’immagine di Norberto Bobbio è stata accolta male dai militanti Notav su Twitter, in particolare quelli che fanno riferimento alla sinistra radicale, ai centri sociali e più in generale all’antagonismo.
I motivi della loro critica sono sostanzialmente due (li riassumo tenendo conto che ne sono arrivati a pioggia, ciascuno con le sue sfumature), spesso concomitanti:
- la TAV è un’opera che a nostro giudizio farà molti danni e siamo molto incazzati, non andiamo molto per il sottile: tenetevi il centro imbrattato, non è poi la fine del mondo; (con corollario di notav romani che dicono di trovarsi benissimo in una città deturpata dalle scritte sui muri ed evidentemente vogliono estendere il piacere anche a Torino). Insomma, la famosa massima brechtiana per cui i portatori di gentilezza non poterono essere gentili. Bah.
- l’immagine del deturpamento della fotografia di Bobbio è un falso.
IL “FALSO”
Rispondo all’accusa di falso, perché sono stato tra i primi a proporre online l’immagine del povero Bobbio (che, per i non informati, è questo signore qui) violato dalla vernice lanciata dai Notav contro la ex libreria della Stampa (che loro credevano essere sede della Stampa, mentre è un edificio chiuso in cui presto sarà aperto il secondo Apple Store di Torino: non pretendiamo che il movimento sia informato, no?).
La polemica nasce da questa fotografia, che è un close-up che ritrae Bobbio “verniciato” accanto alla parola “servo”. L’ho presa da questo status qui, di un amico. Il quale l’ha presa da un suo contatto. E’ uscita nel pomeriggio, dopo le 16.
Va da sè che mi è scattata l’indignazione: violare l’immagine di Bobbio, che è da sempre un teorico della nonviolenza e una delle figure alte di riferimento della democrazia italiana, senza colori di sorta (pun intended), mi è sembrata e mi sembra tuttora una cosa raccapricciante. E soprattutto una cosa stupida da parte di un movimento che si dichiara pacifico e gioca a fare la vittima e in ogni sua manifestazione riesce a produrre e attirare solo violenza (anche con eccessi polizieschi nella risposta, talvolta, perché la violenza chiama violenza in un’escalation senza fine).
La fotografia rivela una buona notizia e una cattiva.
Quella buona è che lo scempio a Bobbio è meno infame: hanno sfregiato la sua fotografia, ma almeno non gli hanno dato del “servo”.
Quella cattiva è che l’appellativo “servo” è riferito a Massimo Numa, giornalista de La Stampa oggetto di una polemica dai contorni poco limpidi (è accusato dal movimento di aver postato commenti falsi a detrimento della causa Notav) su cui il giornale non ha fatto chiarezza (e visti gli elementi a carico si capisce anche perché).
#BOBBIO vs #FAKEBOBBIO
Visto lo sfregio all’immagine di Norberto Bobbio, ho cercato – insieme ad alcune persone in Rete – di diffondere il più possibile l’immagine dello scempio e di far riflettere i miei contatti online sulla natura del movimento Notav, ormai ostaggio dell’ala violenta e antagonista, estranea alla Valle Susa (lo dimostrano gli arresti dei violenti della settimana scorsa: solo 3 hanno riguardato valsusini).
A un certo punto è emersa su Twitter l’idea di portare tra i Trending Topic l’hashtag #Bobbio per rimediare, in sedicesimo, al danno e riabilitare l’immagine di un uomo che non si merita la vernice in faccia e la violenza teppista. L’operazione è riuscita e l’indignazione registrata in Rete è stata tantissima, per quanto – temo – effimera.
Il problema di Torino deturpata di fatto e deturpata nei suoi simboli ha costretto il (formalmente) leader dei Notav a una imbarazzata retromarcia con un delirante finale in cui vaneggia di “infiltrati” e non si prende alcuna responsabilità politica. E soprattutto non chiede scusa e non annuncia una sana operazione di pulizia a cura del movimento, che – lo capisce anche l’ultimo degli allievi a un corso di PR – sarebbe un’operazione d’immagine utilissima alla causa.
Trovatosi in difficoltà e messo in crisi da 4 gatti online, il movimento non ha potuto fare altro che aggrapparsi all’unico elemento possibile: la scritta “servo”.
E’ vero, quando è uscita l’immagine “ristretta” l’indignazione (mia e di tanti) era tripla, perché il povero Bobbio oltre che deturpato era pure insultato. Quando poi si è scoperto che gli insulti erano rivolti “solo” a Massimo Numa (uno a cui online dedicano inquietanti testi anonimi intitolati “Massimo Numa è ancora vivo“), l’accusa si è ridimensionata. Bobbio è stato solo deturpato, non insultato.
L’accusa dei Notav a me e a chi ha contribuito alla causa #Bobbio è di aver fatto montare ad arte la polemica sulla prima immagine. Peccato che sia stato io a diffondere via Twitter l’immagine più allargata, grazie al mio amico fotoreporter. E abbia ovviamente corretto all’istante il tiro alle accuse, peraltro ripetendo la cosa più volte (per esempio qui e qui, ma potrei andare avanti per due righe di “qui”) e basando le accuse – ovvie e indiscutibili – solo sullo scempio all’immagine del filosofo torinese. COME FUNZIONA IL NEGAZIONISMO
[Edit: visto che qualcuno si lamenta, quella che segue non è una reductio ad Hitlerum ma una nota di metodo che non segue il sentiero di paragoni azzardati, ché qui si è per i toni poco accesi]
Non so se vi è mai capitato di parlare con un negazionista o leggere i suoi scritti. Di solito sono persone preparatissime nel dettaglio. E seguono un copione che tanti anni fa fu intelligentemente tracciato da Furio Colombo in un articolo che, purtroppo, non trovo più ma è da recuperare (anzi, se qualcuno ce l’ha sotto mano e me lo manda mi fa un grande piacere).
Scriveva Colombo che chi nega l’Olocausto segue una prassi precisa per raggiungere il suo obiettivo: corregge le minuzie e si basa su piccoli errori per dimostrare (o dare la sensazione) per sineddoche che tutto il resto sia sbagliato.
Se rievochi le malefatte di un gerarca nazista nel campo tal dei tali, il negazionista ti farà notare che il nome è scritto sbagliato o che il suddetto gerarca non aveva gli occhi azzurri ma verdi. E quindi è tutto sbagliato, tutto falso, eccetera.
E cercherà di far pesare i dettagli (su cui magari ha pure ragione) rispetto alla mostruosa evidenza di fatti più grandi.
Sta succedendo lo stesso con lo scempio a Bobbio. La sua immagine è stata violata e questo è un fatto indiscutibile e chiara a chiunque abbia il dono della vista.
Non gli è stato dato del “servo” e, appena la cosa è stata chiara (meno di un’ora dopo), ho diffuso l’immagine e corretto il tiro, eliminando le accuse di insulti e mantenendo quelle evidenti di scempio. E mantenendo l’indignazione, come tanti.
Il tentativo di ribaltare la verità basandosi su un dettaglio (che non cambia di molto i fatti: è giusto un’aggravante in meno) e tralasciando che sono stato colui che l’ha diffuso non è molto onorevole, ma visti i soggetti coinvolti (rottami anni Settanta rovinati dai sofismi filo-violenza di Toni Negri) non c’è da meravigliarsi.
Tra l’altro la scusa “non volevamo dare del servo a Bobbio, volevamo solo imbrattare la sede di un giornale per insultare un giornalista”, non so voi, ma a me suona male da qualsiasi lato la si prenda.
CAMMINA COME UNA LUCERTOLA, SI NUTRE COME UNA LUCERTOLA, DORME COME UNA LUCERTOLA…
Uno ci prova anche a essere comprensivo, a pensare bene, a illudersi che no, l’attacco all’immagine di Bobbio non è stato intenzionale e il movimento non è né stupido né violento e si è trattato di un compagno del plotone “uova di vernice” con la mira particolarmente grama.
Fosse stato un episodio isolato in un corteo pacifico, pulito e rispettoso della città, sarebbe stato un peccato non provare a essere ottimisti.
Ma la realtà non è così. Il movimento non solo è capace di violenze di piazza, ma deturpa la città e ha nelle sue corde toni, parole e slogan preoccupanti, in certi casi infami e che rievocano memorie oscure.
E il corteo ha lasciato dietro sè uno scempio totale del centro di Torino, con via Po imbrattata di scritte su ogni colonna.
E poi scritte brutte, pericolose. Come quella minaccia contro Giancarlo Caselli, gravissima. Non un errore del movimento: un orrore.
E mi meraviglia che gli epigoni di Toni Negri non siano ancora partiti con le scuse: ce l’avevano con Caterina, quella bugiarda.
QUINDI
Dati alla mano, gli scempi restano, la polemica negazionista crolla in modo inequivocabile. E i violenti Notav fanno l’ennesima brutta figura.
E fanno l’ennesimo errore strategico, inimicandosi i torinesi (gli unici a cui possono sperare di estendere l’ottica NIMBY della valle per recuperare un po’ di consenso, visto che sono in crisi di popolarità da tempo).
Come avrete notato, tutto quello che ho detto è indipendente dal giudizio di ciascuno sulla TAV. Indipendentemente da come la penso su quell’opera, sono indignato come torinese se vedo la mia città (che negli anni è diventata sempre più bella e pulita) sporcata da una manifestazione.
Mi sarei incazzato, da iscritto all’ANPI, perfino se la manifestazione del 25 aprile avesse deturpato la città e i suoi simboli (cosa impossibile, va da sè).
E non c’è fine, non c’è emergenza che giustifichi i mezzi. E non c’è infamia (presunta) di un giornalista che giustifichi inondare di vernice i muri della mia – della nostra – città.
E non c’è emergenza che giustifichi il teppismo, soprattutto se colpisce soggetti terzi.
Qualcuno, dopo questi episodi, dice “vietiamo le manifestazioni”. No, non vietiamole: la stupidità di pochi non deve ledere un diritto di molti. E i Notav hanno tutto il diritto di poter manifestare in pace e senza violenze in divisa. Ma in cambio DEVONO rispettare le leggi. Tutte.
Ci riusciranno solo quando l’ala pacifica del movimento isolerà quella violenta, che attualmente comanda e detta la linea (militaresca) del movimento.
Spacciarsi per ecologisti a colpi di teppismo e mancato rispetto per il prossimo non è una buona strategia. Speriamo facciano chiarezza. E speriamo corrano a ripulire Torino, dopo che l’hanno ridotta male.
Sabato i Notav hanno voluto portare i rottami del cantiere in Valle Susa di fronte al Consiglio Regionale. Si preoccupino dei rottami ideologici che si portano dietro dagli anni Settanta, perché fanno solo danni. Anche alla loro causa.
[Premessa inutile da considerarsi una sorta di pagina 777 del Televideo per sinistrorsi permalosi: se non lo siete, saltate pure al post] Chi scrive ha frequentato CGIL per anni, ha passato un pezzo di vita non insignificante negli uffici torinesi di via Pedrotti 5, lì ha imparato qualcosa di politica e ha incontrato idee, persone e storie belle e talvolta ammirevoli; e ha anche visto morire improvvisamente qualche amico, come Pia Lai, per cui tuttora ogni tanto si sveglia un po’ triste e parla di sè in terza persona, odiandosi copiosamente per questo. Quindi no, non sto col padronato, non tradisco la classe operaia e non sono improvvisamente impazzito più del solito * [fine della premessa]
L’eterno formalismo con cui noi di sinistra ci balocchiamo rischia di nuovo di farci male. Anzi, malissimo visto che il rischio questa volta è perdere definitivamente l’identità, lo scopo, la ragione d’essere. E dividerci, tanto per cambiare.
Il problema, questa volta, è la riforma del mercato del lavoro, su cui ci stiamo spiaccicando inevitabilmente come un moscerino in volo sulla terza corsia in autostrada.
Credo, ormai da anni, che uno dei principali freni all’innovazione in questo paese sia il sindacato (tutto). Con questo non voglio dire che i sindacati siano il male, anzi li reputo fondamentali.
Però è da anni che, ogni volta che ne ascolto le idee, gli interventi, sento quello strano odore di canfora e chiuso che c’è nelle case delle vecchie nonne: gente a cui vuoi tutto il bene possibile ma di cui percepisci la naturale inadeguatezza all’oggi.
Penso che la battaglia della CGIL e del lato “welfarista” del PD contro la riforma del mercato del lavoro sia, come sempre, una questione prevalentemente estetica (o puramente ideologica, a volerla vedere bene). E gli attacchi alle proposte di Pietro Ichino (che, ricordiamolo, sta nel PD) e alle aperture del ministro Fornero a soluzioni innovative sono poco più che reazioni pavloviane: a stimolo propositivo corrisponde uno slogan apodittico (e immagino qualche sindacalista tapparsi le orecchie e gridare LALALALALALALALA per sfuggire alla discussione).
Non entro nel dettaglio delle proposte di Ichino e altri, della cosiddetta Flexsecurity, ecc. In compenso rifletto su cosa stiano attualmente difendendo la CGIL & c. Accanirsi difendendo a spada tratta l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori da qualsiasi tentativo di riforma del mercato del lavoro significa difendere un paradosso.
E’ un paradosso che si spiega in fretta: l’articolo 18 decreta la sacralità del posto fisso di lavoro, rendendo sostanzialmente impossibile licenziare gli assunti in aziende con più di 15 dipendenti (a meno che ci sia una evidente giusta causa – es. il dipendente viene sorpreso mentre frega sistematicamente le Fiesta dalla macchinetta distributrice).
Tutto giusto e bellissimo, con un solo neo: tra i lavoratori “giovani” (metto le virgolette perché in Italia si è ancora giovani a 35 anni) l’assunzione a tempo indeterminato è una rarità.
Avendo tempo da perdere, ho preso la rubrica dell’iPhone e controllato nome per nome dalla A alla Z la situazione lavorativa dei miei coetanei o quasi: sì e no il 2% dei miei conoscenti è assunto a tempo indeterminato. Gli altri si barcamenano tra partite IVA, contratti a progetto, collaborazioni volanti oppure sono in proprio. Non sono tutti necessariamente poveri e derelitti, ma sicuramente sono tutti non garantiti dall’articolo 18.
[ah, mi è appena stato fornito un dato: in Italia, considerato l'intero apparato economico, il 65,2% delle attività ha zero dipendenti: solo titolari o subordinati precari, interinali, temporanei, ecc.]
Magari è colpa mia e scopro ora di avere una straordinaria propensione a fare amicizia con precari e affini, ma credo che la realtà emersa dalla rubrica del mio telefonino possa essere estesa a livello nazionale, quantomeno a spanne.
Perché abbiamo tutti la rubrica piena di amici e conoscenti non garantiti? Perché i tempi sono cambiati, il mito del posto fisso per una vita intera è tramontato passando dalla generazione dei nostri genitori alla nostra e il costo del lavoro è diventato così alto che, per un’azienda sopra i 15 dipendenti, assumere una persona a tempo indeterminato è un atto costoso, rischioso e sostanzialmente irreversibile. Ovvio che ci vanno coi piedi di piombo quando si tratta di assumere.
Possiamo spaccarci la testa a individuare le cause di questa situazione ma rischiamo di perdere di vista il vero problema: i sindacati e chi gli va dietro si stanno arroccando per difendere una legge che, di fatto, tutela i già garantiti (perché le proposte di riforma di Ichino e altri prevedono di essere applicate solo sui nuovi contratti di lavoro, non toccando i diritti acquisiti da chi già lavora) e non incide in alcun modo sui reali problemi *attuali* del mondo del lavoro.
Cosa me ne faccio di una legge che, se mai fossi assunto a tempo indeterminato, mi renderebbe illicenziabile? Tanto non mi assume nessuno!
Lo so che là fuori è un mondo difficile, ma il problema principale del mondo del lavoro non è difendere perinde ac cadaver diritti e modalità di relazione sindacali che andavano benissimo 40 anni fa e che ora non riguardano nessun giovane, visto che le assunzioni sono una chimera, ma è *creare lavoratori*, cioè gente che guadagna dignitosamente e regolarmente e può costruirsi una vita.
Ovvio, qualcuno sta approfittando dell’inadeguatezza temporale del sindacato per infangarne i meriti storici e democratici. E la destra berlusconiana, quando governava, ha blandamente tentato di abolire i diritti dei lavoratori sanciti dall’articolo 18, aggiungendo a valle la solita gabola: eliminiamo i diritti e poi ci dimentichiamo di approvare gli ammortizzatori sociali e gli altri strumenti di equità.
Però il ministro Fornero non mi sembra programmaticamente e, lasciatemelo dire, antropologicamente assimilabile al sadismo padronale di Sacconi/Brunetta. E le sue intenzioni, le sue parole e la portata dei suoi interventi in merito alla riforma del mercato del lavoro mi sono sembrati quantomeno interessanti.
Certo, mi piacerebbe che la CGIL (non tutta, ché la FIOM è perduta ed è finita in mano a un manipolo di ottusi antagonisti) capisse che le soluzioni che propone e per cui ha lottato per decenni si sono rivelate ottime per la giustizia sociale in Italia ma ora non funzionano più: sono inadeguate e sono sostanzialmente inapplicabili allo scenario attuale.
Anzi, un sindacato incattivito e stretto nell’angolo della difesa di chi ha già un lavoro intoccabile a tempo indeterminato, totalmente disinteressato alla grande massa di non garantiti giovani che affollano le schiere dei disoccupati, sotto-occupati, mal-occupati e – tutti quanti – preoccupati, rischia di fare danni e di mettere stupidamente padri garantiti contro figli precari o poco più.
I “padri” non lo vogliono e non sono state poche le prese di distanza dall’ultimo sciopero, anche da parte di gente con la tessera CGIL in tasca: buon segno. I “figli”, intanto, considerano – obiettivamente con molte ragioni – i sindacati qualcosa di estraneo e inutile alla loro vita.
Non ci va una sfera di cristallo per capire che i sindacati rischiano, col tempo, di diventare una sorta di Touring Club Italiano: migliaia e migliaia di iscritti over 60 in memoria del tempo che fu, in calo costante causa morte.
Forse è il caso che al sindacato capiscano che le ottime medicine sociali di una volta sono scadute e rischiano di fare male. E chiedere di discutere queste medicine, cambiarne e trovarne di nuove più adatte alla contemporaneità non significa tifare per la malattia. Anzi.
* mi sono reso conto che, quando faccio qualche post che critica la sinistra, che è la mia parte, mi scattano automatiche premesse ansiose di questo genere. Ho deciso che d’ora in poi abbrevierò il tutto scrivendo solo “A zoccolè’!” e voi capite, ché un Mario Brega vale più di mille parole.
A quanto dice il post di Caldara, l’area su cui c’era il campo rom è assegnata alla juventus s.p.a., che ha un grande piano di ristrutturazione dell’area (che comprende anche la costruzione della propria nuova sede in loco). Non c’è da sorprendersi, quindi, che il raid che ha dato fuoco a roulotte, baracche e tende (fortunatamente abbandonate in tempo dai rom) sia stato compiuto da ultras della juve: oltre al razzismo e alla violenza, che sono di casa tra la tifoseria organizzata bianconera, evidentemente rischia di esserci anche qualche motivo in più.
Il risultato è che l’unico beneficiario di questo episodio orribile pare essere, se quanto affermato nel post di Caldara corrisponde al vero, la società bianconera.
In assenza di prove, non ho risposte e non ho opinioni, ma giusto alcune domande.
1 – Chi ha avvertito i rom della Continassa dell’imminente raid? E chi li ha fatti scappare prima che avvenisse? Le forze dell’ordine? Dei privati?
2 – Come mai il raid fascista e potenzialmente omicida contro il campo rom è stato fatto quasi esclusivamente da noti ultras bianconeri? E’ credibile la spiegazione per cui, essendo le Vallette un quartiere abitato in gran parte da famiglie di origine meridionale (e quindi facilmente di fede juventina) si siano trovati “per caso” solo tifosi della juve?
3 – E’ vero che l’area su cui insisteva il campo rom è stata assegnata alla juventus s.p.a.?
4 – Per quale motivo le forze dell’ordine hanno sottovalutato il corteo da cui si è generato il raid al campo rom, quando era chiaro anche ai sassi che una manifestazione di quel genere non poteva che essere tesissima e sfociare in violenza?
5 – Come mai i reparti delle forze dell’ordine che vigilano sulle manifestazioni politiche e sul mondo ultrà (e che normalmente sono rapidissime nel fermare in anticipo eccessi e crimini) hanno lasciato che, in piena città in un corteo organizzato e pericolosissimo, potessero girare liberamente spranghe, molotov, bombole di gas, ecc?
6 – Perché non si sanno ancora con precisione i nomi degli arrestati e le accuse a loro carico?
E’ la maledizione dei multiplex.
Paghi il biglietto e pregusti il rassicurante cinepanettone, coi cumenda lombardi epigoni del commendator Zampetti, pronti a superare il loro innato razzismo solo di fronte alla gnocca, i romani trucidoni, imbottiti di pajata e perennemente arrazzati, i meridionali (solitamente napoletani, per sineddoche) neri neri, piccoli, poveri ed escapisti ma sensibili alla femmina. E così via. Un Louvre di caricature nostrane con una costante universale: la gnocca, possibilmente circondata da disavventure scatologiche, eufemismi non troppo marcati di interiezioni anatomiche e una pennellata di omofobia da bar.
Però, nella fretta, hai sbagliato sala. E ti tocca un film di Bergman. Tre ore. In bianco e nero. Lento. Senza una sola occasione per ridere. Con poche donne, tutte vestitissime e difficilmente svestibili a mente. Prevedibile ma efficace. Ti tocca pure, a fine proiezione, dire che ti è piaciuto o rischi la brutta figura.
La notte del 12 novembre 2011, frastornati dal botto che fanno le colpe quando esplodono in tripudio per la fine dei propri errori, gli italiani hanno sbagliato sala. E si devono far piacere il film serissimo.
Aveva capito tutto Leopardi: l’illusorio sabato permanente in cui eravamo cacciati avrebbe lasciato spazio a una domenica ansiogena per i lunedì a venire.
Così, disabituati a tristezza e noia, ci siamo rassegnati a vivere per un po’ in una fastidiosa domenica sera. Tecnicamente è ancora weekend, ma la mente è già al lunedì in arrivo, ai sacrifici, alla sveglia (troppo) presto, alla prospettiva di fatiche e sacrifici imminenti.
Forse i giorni che verranno ci imporranno davvero un periodo di sangue, sudore e lacrime. Ma il sacrificio più duro sarà convivere con il senso di vuoto che proveranno i nostri istinti più bassi: svegliarsi e dare la colpa a qualcuno, vergognarsi per conto terzi, odiare categorie e stili di vita obiettivamente odiosi e noti in quanto tali (e quindi non meritevoli di esercizi d’odio ripetuti), chiamarsi fuori da turpitudini ovvie, vincere facile proclamandosi migliori di cose smaccatamente brutte e ingiuste.
Passano poche ore dalle sue dimissioni e Berlusconi già ci manca: la vita senza cattivi esempi è più dura, l’autostima senza termini di paragone di infimo livello è più difficile da conquistare, la salutare pratica dello spurgo quotidiano dell’indignazione diventa sempre più difficile da praticare.
Ovvio che l’italiano si deprime, si butta sul melenso, sul patriottico, finge imperturbabilità. Ma dentro gli suona forte e in loop “This House Is Empty Now” (o un equivalente pop italiano, per i meno sensibili/esposti al bello in musica).
Senza il mostro che tanto abbiamo voluto e amato (ecco, vedi, provo un minimo brivido di piacere ad aggiungere “non io, ovvio!”), dal 12 novembre 2011 in poi ci è molto più difficile pensarci migliori.
E ci tocca iniziare a esserlo per davvero.
Non voglio aggiungermi alla lista di quelli che hanno fatto la parte dei costernados dopo gli scontri del 15 ottobre e vi risparmio un post noioso contro la violenza uguale a tanti altri belli tondi e ragionevoli.
In compenso guardo avanti, per la precisione a domenica prossima, giorno in cui si terrà l’ennesimo corteo notav in Valle di Susa.
Si tratta di una manifestazione preoccupante, perché la sua “piattaforma” (scusate i burocratismi in sinistrese vintage) è tanto semplice quanto micidiale nel suo cupio dissolvi: ”migliaia di cittadini marceranno per tagliare le reti, per aprire varchi nel recinto” (del cantiere della TAV, ndSuz).
La spiego meglio: l’intenzione è fare un corteo di gente che si porta dietro cesoie e tronchesine (che ci dicono andate a ruba nelle ferramenta della valle, le uniche finora a profittare della protesta, visto che vendono a palate ai manifestanti anche mascherine antigas, guanti e scarponi da cantiere).
Ora possiamo anche fare finta che il 15 ottobre non sia successo nulla e sarebbe tutto sbagliato lo stesso. Ma poiché il 15 ottobre il già pesante distacco tra il “mondo dei cortei” e quello reale si è ampliato a dismisura, forse è il caso di ragionare alla luce dell’ubriacatura di delusioni, scazzi, rimpianti e rabbia maturata in quel brutto pomeriggio.
UN PROBLEMA GRAVE
Non ho mai fatto mistero di essere favorevole alla TAV in valsusa – riservandomi di avere ragionevoli perplessità sul “come” e confidando negli strumenti democratici per fare bene – e ho sempre avversato l’antimodernismo dell’ottica “nimby”, con sovratoni nicciani, del movimento notav. Ma scriverei le stesse cose anche se fossi contrario al treno ad alta velocità in Valle Susa, perché – prima ancora che di merito – il problema del movimento è di metodo. Ed è un problema grave che rischia di generare conseguenze pericolose, col suo mix di provocazioni e violenza.
E’ grave perché dopo gli scontri di sabato scorso le Forze dell’Ordine hanno una voglia matta di vendicarsi o quantomeno di farla pagare cara alle frange antagoniste, tenendo conto che queste ultime normalmente si infiltrano nei cortei ma nel caso del movimento notav sono pienamente alla guida.
E’ grave perché il movimento, nell’istante in cui prosegue la politica dell’assalto materiale al cantiere, agli operai che lavorano al suo interno e alle aziende che partecipano ai lavori, passa automaticamente dalla parte del torto e compie azioni al di fuori della legge. E anche se le recinzioni, come asseriscono i notav (non so bene sulla base di cosa), fossero illegali, non spetterebbe loro smantellarle. Cioè, se domani prendo una ruspa e abbatto la casa in cui abita un criminale, mi metto nei guai con la legge (e nel caso della TAV le accuse del movimento sono tutte da dimostrare, by the way).
E’ grave perché sono pochissimi quelli che, nel movimento notav, si rendono conto di marciare dritti verso la sconfitta, scegliendo l’opzione violenta. E sarà una sconfitta con perdite, un po’ per l’aria che tira, un po’ perché l’assalto al cantiere è un motivo perfetto e incontestabile per caricare un corteo e arrestare chi danneggia le reti (con tutti gli odiosi eccessi polizieschi che ben conosciamo, motivo per cui i capetti dei centri sociali resteranno impuniti e ben lontani dai guai e finiranno in mezzo i più fessi, magari gente al primo sampietrino).
E’ grave perché il movimento ormai ha adottato retorica e toni da gruppo talebano. Provate a leggere cosa scrivono gli appartenenti al movimento su siti, forum, gruppi di discussione, ecc. del movimento notav: i pochi che predicano la protesta pacifica sono zittiti, mobbati, sfanculati. E ci sono un mood da apocalisse, un allarmismo con toni totalmente ingiustificati, un’enfasi venata di senso di emergenza che, davvero, dovremmo riservare a questioni più gravi e più imminenti.
E’ grave perché il movimento si isola completamente, si ripiega su se stesso. E non dialoga con forze terze che magari avrebbero tutta la voglia di supportarlo o, come nel caso di SeL, cavalcarlo per fini elettorali. Anzi, la polemica con la sinistra parlamentare è fortissima, sui forum notav. E perfino gli amministratori locali faticano a tornare coi piedi per terra (c’è uno sconfortante articolo sulle pagine locali della Stampa in cui i sindaci della valle non riescono a prendere le distanze dalla violenza: è più forte di loro), presi come sono da una battaglia che è diventata talmente ombelicale da galleggiare nel totale disinteresse del resto d’Italia. E i movimenti isolati, che abbiano torto o ragione, solitamente finiscono male.
THIS FILM’S CRAP, LET’S SLASH THE SEATS
E no, non c’è nessuna valida ragione politica per tagliare le recinzioni di un cantiere pubblico.
Ho discusso della questione con alcuni notav su Twitter e la loro unica argomentazione a supporto dell’atto violento è “per noi il cantiere è illegale”, “per noi il cantiere è una minaccia alla salute pubblica”, “per noi il cantiere è sbagliato”. Quindi per loro è giusto attaccarlo, perché il cantiere è il male.
Il problema è il “per noi”. Nel momento in cui le opinioni di una parte diventano unilateralmente legge, si ragiona da fascisti.
Non voglio fare quello che si spaventa perché c’è gente che rinuncia alla politica e si mette ad attaccare fisicamente i simboli, fregandosene se dietro o in mezzo ci sono delle persone, però mi è naturale pensare che il motivo per cui un notav si sente perfettamente legittimato ad assaltare – con un atto palesemente illegale – un cantiere pubblico è lo stesso per cui per un incappucciato è giusto dare fuoco a un SUV o a un bancomat. Per loro sono i nemici, sono il male, sono la mafia, ecc., quindi è giusto e legittimo attaccarli, perché non riconoscono nessun principio superiore al proprio giudizio personale.
E poi, come dicono i notav, non sono attacchi alle persone, ma alle cose. Quindi si può, no? Ecco la logica da black bloc.
Difficile spiegare a gente così inutilmente agitata che il concetto di giustizia non è personale e che ciò che è ingiusto per una parte potrebbe essere giustissimo per un’altra o anche neutro. E non sta ai singoli stabilirlo, perché grazie al cielo abbiamo una società con adeguati strumenti per emanare e far rispettare la legge.
Il cantiere è illegale? Rivolgetevi alla magistratura. E’ un pericolo per la salute pubblica? Chiamate l’ufficio d’igiene. E così via.
Ma non è che esiste una valida ragione per distruggere, fregandosene delle leggi, tutto quello che non ci piace. Quella è violenza. Ed è stupida e infantile anche se hai ragione.
ARMIAMOCI E PARTITE: CHI GUIDA IL MOVIMENTO
Credo che buona parte delle azioni stupide del movimento notav siano da imputare all’ingenuità dei leader: gente che non ha esperienza politica e che è riuscita a farsi intortare dagli autonomi dell’Askatasuna (parlo da torinese che bazzicava in altri tempi quel mondo lì), che nei giri dell’antagonismo, in cui il livello umano e politico è quel che è, non sono mai brillati per acume rivoluzionario e hanno sempre fatto la figura dei cugini sfigati degli autonomi di Roma o di Padova, che passavano per “duri”.
Tra l’altro l’irresponsabilità con cui Alberto Perino, presunto capo dei notav, rischia di mandare testardamente a farsi riempire di mazzate centinaia di persone della valle è alle soglie del criminale. Perfino uno come lui è in grado di accorgersi che fare una manifestazione con atti provocatori (loro li chiamano “simbolici”) 8 giorni dopo i casini del 15 ottobre è un atto mostruosamente autolesionistico.
Alla fine emerge, tra un proclama militaresco e l’altro, la totale assenza di rivendicazioni politiche da parte del movimento, salvo un generico gridare “esistiamo e siamo incazzati”. Cosa che peraltro hanno capito tutti quelli che ancora leggono le notizie riguardo la TAV senza sbadigliare per la noia.
(aggiornamento del 21 ottobre)
Per fortuna nelle ultime ore pare si stia facendo largo un po’ di ragione e nelle più recenti assemblee aperte del movimento notav è emersa una linea un po’ più sana ma contraddittoria: non facciamoci picchiare, evitiamo scontri, teniamo fuori dal corteo la gente a volto coperto *ma comunque l’intenzione è arrivare al cantiere: tagliamo la recinzione, anche solo un pezzetto*.
Visto che la recinzione sarà a 1 km esatto da dove passerà il corteo, per poterla tagliare anche simbolicamente, i manifestanti dovrebbero valicare un limite imposto e difeso dalle Forze dell’Ordine. Insomma, dovrebbero sfondare un cordone. E dovrebbero essere armati di cesoie, che sono state vietate alla manifestazione. (e tra l’altro in caso di cariche si verificherebbe il più grande incubo di tutte le nonne: gente che corre con le forbici in mano, magari anche senza golfino).
Resta il fatto che i notav non riescono proprio a escludere dal menù gli atti violenti, anche quando l’eventualità di scontri è all’ordine del giorno e riempie le pagine dei giornali (nazionali e locali) da una settimana.
Tra l’altro le mezze buone intenzioni dell’ala meno dura del movimento contano poco di fronte ai proclami guerreschi degli antagonisti (mi sono sorbito un’ora abbondante di streaming dell’assemblea notav e non è mancato, a un certo punto, l’intervento di un tizio che continuava a ripetere “siamo legittimati a farlo [tagliare le reti ndSuz] perché lottiamo da vent’anni!”: una logica meravigliosa.)
Chiudo il post evitando il solito appello ragionevole (e l’unico possibile, a questo punto), cioè abbandonare la lotta ormai strapersa contro la scelta di fare la TAV e concentrarsi sul *come* fare la TAV, cercando di farla nel modo migliore possibile e utilizzando bene tutti gli strumenti che la nostra democrazia concede.
L’unica cosa che mi sento di consigliare agli avventati che il 23 intendono andare in Valsusa a farsi menare dalla polizia più incazzata che mai, spalleggiata da un governo disperatamente alla ricerca di risultati in qualsiasi campo (credo che non vedano l’ora di poter dire “abbiamo fatto piazza pulita”) è di pensare che tutto questo sarebbe un regalo enorme alla peggiore destra (quella a cui teoricamente sareste avversi). E fareste una fine peggiore degli indignados nostrani, a cui è bastato un pomeriggio di cariche dei vostri capetti autonomi per ripiombare nell’anonimato.
Fate voi, io (come tanti altri) vi ho avvertito.
In queste ore sta girando in rete un’immagine che ritrae un manifesto, assemblato in fretta e furia, con cui Sinistra Ecologia e Libertà onora Steve Jobs. (trovata grazie al buon Menietti, che a sua volta l’ha presa da Frankie Hi NRG MC attraverso Zoro)
Se proprio ci tenete a vederla, eccola qui.
Il problema è che quando una cosa mi fa schifo per troppe ragioni, non so mai da dove cominciare e rimango senza parole. Poi mi faccio passare la nausea e me ne vengono tante.
Ond evitare di fare scempio del vostro tempo libero, mi limito a un elenco facile facile.
- è una campagna fuori tempo massimo: se arrivi con i manifesti funebri 4 giorni dopo che il de cuius è morto hai sbagliato tutto. E non riesci a profittare dell’effetto “tutti piangono, buttiamoci nella mischia”, perché ormai il lutto è stato elaborato e stiamo tutti aspettando iOS 5.
- è la classica campagna parassita, in cui si cerca neanche troppo sottilmente (vedi il visual imbarazzante in cui hanno incollato alla meglio il logo di Sinistra e Libertà nelle Mela) un’associazione tra marchi, sperando che la gente faccia uno più uno. E che magari pensi che Vendola è lo Steve Jobs della politica. Verrebbe voglia di augurarglielo.
- è una campagna contraddittoria in termini tecnologici: Sinistra Ecologia e Libertà ha in programma il supporto e la diffusione del software libero e open source e celebra uno dei paladini della massima chiusura, per fini economici e paternalistici/censori, dei sistemi.
- è una campagna contraddittoria in termini puramente politici: ti chiami Sinistra Ecologia e Libertà e celebri con un manifesto un tycoon americano ultra-capitalista e che partecipa all’embargo a Cuba (nota, per me non c’è nessun problema nel fatto che sia ricco, americano, capitalista e nemico del regime di Castro, anzi: cerco di ragionare con la testa dell’elettore vendoliano medio) la cui azienda non solo sfrutta gli operai cinesi della Foxconn facendoli lavorare, minori inclusi, in condizioni degradanti e senza supporto sindacale, ma si è presa più volte il patentino di multinazionale anti-ecologica, inquinante, ecc.
- è una campagna loffia (in altri contesti direi “da sfigati”), perché si vede che è un disperato “me too”, un goffo tentativo di partecipare a una festa funebre a cui non si è invitati. E’ un problema noto di certa sinistra (e mi piange il cuore a dirlo): il disagio nei confronti della modernità, una lentezza ad adottare le novità, un amore estetizzante per il passato (mi gioco una pizza che Vendola, al secondo bicchiere di Negroamaro, ti tira fuori il discorso sull’intima bellezza del libro cartaceo o sul piacere di scrivere le sue poesie con la stilografica e così via).
- è una campagna a rischio, perché non è che puoi prendere il marchio Apple e conciarlo come ti pare col marchio del tuo partito e poi riempirci il centro di Roma. Sento già il rumore di una decina di avvocati a Cupertino che iniziano ad affilare i canini.
- in ultimo è uno sciacallaggio evidentissimo: non c’è una sola ragione al mondo per cui un partito politico italiano desideri celebrare una figura che non ha nulla da spartire con il suo mondo se non un palese tentativo di co-marketing forzato, presente cadavere (anzi, assente causa ritardo di Vendola & c.)
Nello spezzettamento lacaniano dell’io in rete, questa bella iniziativa del partito di Nichi Vendola è riuscita a infastidirmi come uomo di sinistra, come appassionato di tecnologia, come comunicatore di mestiere e pure come semplice cittadino. Per quanto ne capisco, Sinistra Ecologia e Libertà ha rimediato una figura imbarazzante e, cosa ancora più grave, ha fatto qualcosa di moralmente riprovevole.
Mi piacerebbe fare quello offeso che dice “ecco, per questa porcata non avranno il mio voto”, ma ho motivi più seri e più validi per non votarli. Però da oggi mi fanno anche un po’ schifo.
Prima di leggere il resto di questo post guardatevi questo video. Guardatelo tutto, fino in fondo, ché certe cose non vanno prese a piccole dosi ma ingurgitate fino alla fine.
Visto? Alzi la mano chi ancora adesso ha un moto nervoso a vedere i dipendenti Mediaset che, molto oltre la line of duty, si prendevano la briga di interrompere le trasmissioni che conducevano per fare veri e propri comizietti a favore del loro datore di lavoro Berlusconi e di Forza Italia, il suo partito-azienda. Tutti senza contraddittorio, tutti in spazi che non pertengono al dibattito politico. Belli apodittici e, poiché fatti da personaggi rassicuranti e familiari, micidialmente convincenti.
Su le mani, dai. Ecco: boschi battistiani di braccia tese. Perché danno un fastidio fortissimo. All”epoca nel mio caso la reazione più placida registrata in casa fu una mia ciabatta contro il televisore, fortunatamente ancora a tubo catodico.
Non è stupido chiedersi come mai questi simpatici interventi di Vianello, Ambra & c. infastidiscono, visto che qualcuno potrebbe dire che sono tutte azioni tutelate dal sacrosanto diritto di espressione delle proprie opinioni.
La risposta è semplice: percepiamo quelle azioni come abusi. E lo sono.
Abusi di un potere specifico: il “potere di essere in onda”, cioè di parlare a milioni di persone. E per di più con l’aggravante di farlo fuori contesto (cioè in spazi in cui normalmente si parla d’altro) e senza contraddittorio, senza che sia rappresentata la varietà di opinioni diverse da quella che ha voce.
Ora prendete il video in cui il metereologo Mercalli a “Che tempo che fa”, invece di parlare di clima, chiede la scarcerazione di due manifestanti notav arrestate in flagranza di reato durante un assalto militare – con armi non convenzionali, manifestanti armati di tutto punto, ecc. – fb al cantiere della futura ferrovia Torino-Lione, originato da un corteo non autorizzato (mi guardo bene dal linkarlo).
Forse non ci avete fatto caso, ma il metodo è lo stesso.
E, per quanto mi riguarda, il merito è ancora più antipatico (perché qualcuno, pagato coi soldi del canone, si mette a difendere in tv senza contraddittorio l’ala violenta di un movimento che attacca militarmente un cantiere, minaccia i lavoratori, dà fuoco ai camion delle aziende fornitrici e alle assemblee fa girare i nomi delle persone da “colpire”).
Riguardo al diritto di opinione: liberissimo Mercalli di pensare quello che vuole, anche se è un pensiero da fiancheggiatore dei violenti. Ma se abusa di una sua posizione dominante (lui parla in tv senza contraddittorio, chi la pensa come lui no), il diritto leso è il mio.
(E no – lo dico per scongiurare commenti stupidi o banali – non c’è nessuna violenza preesistente delle Forze dell’ordine che giustifichi una risposta ugualmente violenta da parte dei manifestanti: gli attacchi a un cantiere con sassi, fionde, mortai, ecc. durante manifestazioni illegali non sono autodifesa, sono un reato)
Da quel modo di pensare e agire - cioè una finta emergenza per cui “vale tutto”, inclusa la violenza, incluso l’abuso nella comunicazione – al trovarci a piangere un altro Guido Rossa (e poi iniziare una serie di bizantinismi e prese di distanza), il passo non è così tanto lungo. Pensateci bene.
Antonio Di Pietro si sta muovendo (politicamente, dico). E fa bene: la congiuntura politica lo vede in crescita dopo che si è intestato – a ragione – il merito della vittoria ai referendum. E si sa che i successi politici regalano sempre un po’ di margine di manovra. Basta sapere dove andare.
Molti si sono spaventati vedendo Di Pietro chiacchierare amabilmente con Berlusconi in Parlamento. Altrettanti si sono inquietati nel momento in cui ha pubblicamente attaccato/spronato Bersani alla Camera, invitandolo a costruire un’alternativa politica e a non tergiversare nei soliti tatticismi. Altri si sono indignati nel leggere la disponibilità di Di Pietro e dell’IdV a votare col Governo alcune riforme condivise.
In effetti suona strano: il partito che finora è stato vissuto come l’essenza dell’antiberlusconismo e della politica muro-contro-muro diventa improvvisamente un serio interlocutore dialogante, aperto al confronto con l’avversario e non più animato da una linea politica ispirata alla trascurabile “In prigione, in prigione” di Bennato?
Questa improvvisa inversione di marcia dipietresca mi ha confuso un po’ più del solito. Ho provato a chiedere lumi in giro, giacché qui non si rinuncia a parlare di politica, ma mi sono reso conto che ai miei “non capisco Di Pietro” fanno sempre seguito ragionevolissimi discorsi off-topic sulla sua inadeguatezza grammaticale.
Quindi mi sono dovuto fare un’idea da solo, corroborata da un’intervista di Di Pietro al Corriere della Sera in cui, con il suo solito modo disordinato di ragionare, tenta di fare chiarezza, aiutato da un paziente Aldo Cazzullo. Provo a condividerla.
DIECI MILIONI DI TRADITORI DA CONQUISTARE
Secondo me Di Pietro si è fatto incuriosire dall’analisi dei dati di partecipazione ai referendum: su 27 milioni di votanti, quasi 10 milioni sono elettori di PdL e Lega. Si tratta di voti in sostanziale libera uscita: votanti che non si sentono di “appartenere” al blocco Bossi-Berlusconi, dispostissimi a votare altro se opportunamente coinvolti e interessati.
Non è una notizia che ci sia disaffezione nei confronti di Berlusconi e dei suoi alleati, di recente. Il problema è tradurla in risultati elettorali positivi per il centrosinistra.
Il mio pessimismo della ragione mi ha convinto che la vittoria alle amministrative e ai referendum non è convertibile con facilità in un successo alle Politiche per il centrosinistra (e per ora non poniamoci la domanda “quale centrosinistra?”, ché vorrei dormire la notte).
Secondo me c’è stata una felice contingenza per cui il fastidio che Berlusconi & c. provocano nel popolo italiano, accompagnato da una serie di macroscopiche cavolate in campagna elettorale da parte del PdL, ha coinciso con il voto amministrativo, che da sempre è il meno identitario e il più “materiale”.
Insomma, c’è da pensare che per molti italiani sia più facile votare Pisapia sindaco (dove la parola forte è “sindaco”) che [mettete voi il parlamentare che più vi sta a cuore] deputato. Nel primo caso si sceglie un amministratore locale, che ha un programma relativo al territorio e le cui azioni sono in gran parte tangibili e misurabili dal cittadino, nel secondo si vota un listino bloccato di gente spesso scollegata dal territorio e gli effetti delle scelte politico/amministrative sono lenti, difficilmente percepibili nello spazio e nel tempo. Insomma, per votare alle politiche è necessario chiedere al cittadino un po’ più di fiducia a perdere. Se poi è un po’ cieca è meglio. E qui casca l’asino.
LA SOTTILE DIFFERENZA TRA VOTI DI SINISTRA E VOTI A SINISTRA
Oltre alla maggiore difficoltà ad acquisire voti alle Politiche rispetto alle Amministrative (dove, va detto, solitamente il centrosinistra propone candidati validi), c’è un altro problema: il voto di appartenenza.
E’ un problema a doppio taglio: da un lato il voto alle Politiche in Italia è da sempre una questione di appartenenza, di identità e perfino di tradizioni familiari. Se la scheda elettorale è il foglio su cui si scrive la risposta, la domanda che molti italiani si fanno quando votano non è “da chi vorresti essere governato?” ma “tu da che parte stai? destra o sinistra?”.
Conosco decine di persone con entusiaste idee di sinistra che non voteranno mai (o quasi mai, perché tra qualche riga provo a spremere un po’ di speranza dal tubetto ormai vuoto), perché sono state educate a un’altra cultura e si definiscono di destra, pur non essendolo. E conosco altrettante persone che si definiscono di sinistra, magari pure militanti, ma che all’atto pratico sono più o meno ragionevoli destrorsi. Basta non dirglielo, perché è facile rimediare un occhio nero.
Credo siano figure comuni a molti, perché l’eccessivo tribalismo politico ha creato fenomeni simili, molto notevoli.
Chi è riuscito a scardinare questo meccanismo di appartenenza, che fa sì che in Italia la fluidità del corpo elettorale sia bassissima, è stato Berlusconi. Dal suo esordio in poi è riuscito a intercettare i voti di quelli che stavano a destra e pure quelli di chi non si sentiva appartenere a nessuna delle rigidissime identità politiche che hanno diviso il paese dal 1948 in poi.
“NOI SIAMO I BUONI E PERCIO’ ABBIAMO SEMPRE RAGIONE E ANDIAMO DRITTI VERSO LA GLORIA”
(Oggi ce l’ho con Bennato, chissà perché.)
Dicevo che il problema del voto identitario e di appartenenza è a doppio taglio. Il suo altro aspetto temibile e non secondario è l’incapacità della sinistra italiana di ragionare al di fuori delle ottiche di appartenenza. Lo dico da militante (per appartenenza, ovvio): nei giri sinistrorsi che frequento e ho frequentato nel corso di una ventina d’anni di attività le attività di propaganda si sono sempre concentrate – con punte di ossessività – sul dire all’elettore “diventa come noi”, più che sul comunicare “ecco alcune buone ragioni/proposte/idee per cui potresti votarci”. Al massimo ci siamo trovati a dire “votaci, perché siamo più buoni/onesti/giusti di quelli là”, dove il “quelli là” era variabile a seconda dei casi (e in tutti i casi avevamo pure ragione, ma non bastava).
[piccolo episodio stupido ma che boh forse vuol dire qualcosa] Tanto (tanto) tempo fa partecipai a una delle mie prime manifestazioni studentesche, rigorosamente inquadrato dietro lo striscione della Federazione Giovanile Comunista Italiana. Con spirito militante cantavamo tutti in coro il terribile slogan “Siamo tanti, siamo qui, siamo della FGCI”. Ricordo perfettamente la faccia di uno studente che passava di lì e, sentendo il nostro coro, ci liquidò con un un “E quindi?”. Aveva ragione [fine dell'episodio stupido, ecc.]
Credo che le ultime Amministrative e i referendum abbiano dimostrato che il centrosinistra – ma diciamo pure “la sinistra”, senza eufemismi – vince se comunica “cose” e non identità, anche perché è necessario arrendersi al fatto che la maggioranza dei cittadini di questo paese non *è* di sinistra ma, con le giuste condizioni e le opportune proposte politiche, è *disposta a votare* a sinistra o giù di lì.
POSIZIONARE DI PIETRO
L’obiettivo di Di Pietro, negli ultimi giorni e (credo) da qui alle prossime elezioni, è proprio quel “giù di lì”: a occhio le sue mosse degli ultimi giorni mi sembrano una precisa opera di posizionamento politico. Al centrosinistra serve qualcuno/qualcosa che sappia raccogliere voti non di appartenenza e di identità.
In un’immaginaria ma non troppo coalizione tra SEL, PD e IdV, i ruoli sarebbero abbastanza chiari:
- SEL dovrebbe raccogliere i voti a sinistra del PD e una buona parte di voti di protesta/ipersindacalizzazione/antimodernismo/terzomondismo, voti indignati, voti catto-comunisti, voti intransigenti, ecc. indirizzandoli verso un partito che, si spera, faccia prevalere la sua identità “di governo” su quella “di lotta”: il modello Puglia, insomma, auspicabilmente senza la diffusione nationwide della di quella forma di tortura chiamata pizzica salentina.
- il PD dovrebbe fare il PD, cioè il partitone di massa che va bene per tutti e anche un po’ male e, salvo sorprese, l’unico posto in cui i cattolici di sinistra (tutti e tre) potrebbero trovare cittadinanza politica, pur restando giustamente minoranza. E sarebbe l’unico partito della coalizione capace di esprimere una classe dirigente all’altezza, a partire da Bersani (ottimo amministratore/ministro e segretario così così, in tempi di guerra).
- IdV avrebbe il ruolo di sponda destra, anche se “destra” è riduttivo e fuorviante. Sarebbe una sorta di approdo non identitario: un modo non troppo compromettente per uomini e donne non di sinistra per dare il voto alla coalizione di centrosinistra. Un partito per switchers politici in incognito.
A pensarla così, tutto torna. Funziona il ruolo dialogante di Di Pietro, che non può pretendere di chiedere il voto agli ex elettori berlusconiani se fino a 5 minuti prima li ha massacrati a parole. Funziona l’espressione di pietas nei confronti di Berlusconi, dipinto come un vecchietto narciso abbandonato da tutti e circondato da yesmen, profittatori, mignottone e minus habens provenienti da AN: l’elettore PDL in libera uscita è sicuramente caduto vittima del fascino berlusconiano e, ora che è in via di guarigione, non vuole che gli si gridi in faccia che è un pirla; meglio agevolarlo un po’. Funziona l’insistere sulla sua natura di uomo non di sinistra, funziona il ricordo del padre contadino democristiano tutto d’un pezzo, funziona rispolverare l’identità di poliziotto e privilegiarla rispetto a quella di giudice: il “destrorso civile non ultras” vuole quello, cioè persone di buon senso, non intellettuali, non eccessivamente progressiste, con un senso forte della giustizia declinato in salsa questurina.
L’ESTREMISTA CHE NON C’E’ E IL LIBERALE A CUI NON CREDO MOLTO
Ho sempre trovato stupido e sbagliato posizionare il partito di Di Pietro all’estrema sinistra. Eppure è un’analisi che ho sentito fare più volte. La realtà è che è un partito che non esiste realmente, salvo due o tre figure di spicco, e alle politiche candida gente presa qua e là senza andare troppo per il sottile (cough! Scilipoti! De Gregorio! cough!). Molte volte mi è stato difficile identificare o distinguere una linea dipietrista, salvo l’opposizione rabbiosa a Berlusconi. E le accuse di estremismo mi hanno sempre fatto sorridere: l’ex sbirro Di Pietro non ha nulla da spartire con la sinistra estrema italiana che, tra l’altro, ha sempre avuto in uggia i giudici. Semmai è estremo (ma non estremista) il giustizialismo incarnato dall’IdV, ma – dopo anni di inascoltata propaganda berlusconiana a reti unificate contro i giudici e la Giustizia – mi sembra un dato di fatto incontrovertibile che la passione per le manette è trasversale all’arco politico nostrano. E non credo sia un male.
La seconda intuizione giusta di Di Pietro, negli ultimi tempi, è aver capito che manca un profilo liberale alla coalizione di centrosinistra che verrà. Non perché non ci sia (se pensiamo che le uniche riforme liberali rilevanti degli ultimi anni sono state le “lenzuolate” di Bersani quando era ministro), ma perché non ha l’evidenza che merita ed è un po’ annacquato nel “vale tutto” del PD e nel caos che da sempre contraddistingue i Radicali.
Dare un’autonomia ontologica alle istanze liberali all’interno del centrosinistra sarebbe una mossa azzeccata, dal punto di vista elettorale: garantirebbe finalmente un profilo politico preciso all’Italia dei Valori, aumenterebbe la cultura riformista della coalizione e attirerebbe un bel po’ di voti responsabili e non solo quelli manettari di ritorno dalla gita prolungata nel leghismo-berlusconismo.
Il bello dei partiti “personali” è che hanno una straordinaria agilità di manovra: non devono passare attraverso congressi, commissioni, riunioni: il capo cambia idea e il partito si adegua. Certo, ne risente un po’ il senso di coerenza. Ma è un valore che è passato di moda, nel 2011.
Ho solo il dubbio che Di Pietro non sia una figura credibile per fare il liberale del centrosinistra, con l’agenda Giavazzi in mano. Boh, non me lo vedo. Forse in questo caso è un mio giudizio superficiale basato sulla natura e i limiti del personaggio, quindi su questo prendetemi ancora meno sul serio del solito. Tra l’altro non riesco a trovare argomenti a sufficienza per esprimere il mio scetticismo a pelle nei confronti di Di Pietro in salsa liberale. Prometto che li cerco, eh. Nel mentre se ne avete voi, tirateli fuori. O confortatemi: è credibilissimo e sono io che faccio il raffinato a cui sembra strano un liberale con la grammatica claudicante.
Alla fine l’operazione di Di Pietro, se è quella che ho immaginato, mi sembra avere senso.
Mi guardo bene dal votarlo e dal farlo votare, intendiamoci. Però intravedo una direzione e un piano precisi nelle sue mosse e apprezzo che chieda al PD e agli altri di produrre uno straccio di programma con cui vincere le elezioni, visto che si vince parlando di “cose”.
Con buona probabilità si candiderà alle Primarie, non so con quali esiti. E poi vorrà dire la sua, giustamente, sulle future alleanze.
Spero non faccia guai.
Il tema è caldo da qualche settimana, a occhio dal primo turno delle ultime elezioni amministrative: la Rete sposta voti? Ce lo stiamo chiedendo tutti.
La domanda è stupida e suona ancora più stupida se posta, come sta accadendo in questi giorni, dai giornali tradizionali. Cioè da quelli per cui la Rete è stata, fino a ieri, poco più che un grande “Mondo cane” pieno di morbosità da mostrare al prossimo tra lo scandalizzato e il complice.
Trattandosi di una questione stupida (è ovvio che la Rete sposta voti: il problema non è il “se”, ma il “quanto”), non posso perdermela. Ecco cosa ne penso.
Penso che ci stiamo facendo la domanda sbagliata.
Chiedersi se Internet sposta voti è, a mio giudizio, una domanda mal posta e precipitosa.
E’, innanzitutto, una domanda che tradisce una concezione “vecchia” della politica, quella in cui – in uno scenario di sostanziale immobilità – i giochi politici si facevano su margini differenziali strettissimi. Il voto in Italia è sempre stato, per definizione, identitario e ben poco mobile (basta dare un’occhiata alle serie storiche degli schieramenti per rendersene conto) e il successo politico dipendeva più dalle alleanze tattiche tra partiti e cespugli che dalla reale proposta politica ai cittadini.
L’ipotesi “dalemiana” [edit: visto che me lo chiedete in molti, spiego il "dalemiana": è tipico della visione politica di D'Alema e dei suoi sgherri indulgere in tatticismi e in una concezione della politica come sottrazione - attraverso il posizionamento - di elettori agli avversari/alleati, più che la conquista di voti con una precisa proposta politica, che magari porti al voto gente nuova che prima non votava] la Rete sposti voti mi sembra perdente e trascurabile rispetto al suo potenziale, cioè *creare voti*, offrendo al cittadino apatico, lontano, distaccato dalla politica tutto ciò che forma una coscienza civile e pratiche di cittadinanza attiva: contenuti (informazioni, propaganda, ecc.) e relazioni (comunità, reti sociali, spazi di condivisione dell’esperienza, buoni esempi, ecc.), peraltro in un contesto “comodo”.
[piccola partentesi: un giorno sarà il caso di ragionare sul fattore-comodità nell'analisi degli effetti sociali dei media digitali: per esempio la militanza attiva online è infinitamente meno coinvolgente (dal punto di vista pratico) rispetto a quella offline e può essere fatta senza problemi con un grado di coinvolgimento minore, addirittura senza un marcato senso di appartenenza. Cosa impossibile in real life, dove le strutture, le comunità e più in generale la cultura della militanza per le cause tendono a coinvolgere totalmente il cittadino, a farne "uno di noi", ecc.]
Il problema più grosso, tuttavia, è quello quantitativo. Se il buonsenso ci dice che è ragionevole pensare che la Rete produce consenso elettorale (uso un termine più generico che includa lo spostamento e la creazione di voti), trovo precipitoso chiedersi subito “quanto?”.
La questione è più grande ed è una vecchia conoscenza di chi fa comunicazione/pubblicità. Mi spiego: chi produce comunicazione può controllare tutto il processo comunicativo fino all’emissione del messaggio. In certi contesti, digitali o no, può perfino sapere chi viene esposto alla sua comunicazione, quando e per quanto.
Da lì in poi iniziano le incognite: cosa succeda nella mente di chi riceve/fruisce la comunicazione è materia per psicologi di massa, ricerche di mercato, analisi qualitative, focus group, cartomanti, aruspici, medium.
Se teniamo conto del fatto che il mercato delle cose è più comprensibile del mercato delle idee, è ragionevole pensare che prima di tuffarsi sul “quanto” sia opportuno ragionare sul “come” e chiedersi cosa succede dopo che una buona idea sboccia su Twitter. Capire cosa succede a quell’idea credo sia l’unico modo per arrivare a fare il tanto desiderato conto sui suoi effetti numerici.
Garantire alla comunicazione online la stessa cautela che si dà agli altri tipi di comunicazione sarebbe un buon primo passo, credo. E riconoscere che, nel 2011, non abbiamo (ancora?) strumenti validi per misurare l’efficacia della conversazione online, soprattutto quella “politica”, penso sarebbe un’altra mossa giusta.
E no, il successo (cioè il numero delle sue visualizzazioni) di un contenuto online non è la misura della sua efficacia. O almeno non ne è la misura esclusiva. E scusate la banalità.
Però il sentimento diffuso – che mi sento di condividere – è che effettivamente il gran rumore che si è sentito online in occasione degli ultimi appuntamenti editoriali ha prodotto risultati positivi, ha creato voti, mosso coscienze e coinvolto persone. Insomma, sposo la conclusione: “sento” che la Rete ha effettivamente cambiato qualcos(in)a, questa volta, ma vorrei spiegarmi come e perché.
Come in tutti i casi in cui le scienze non riescono a spiegare un’intuizione del buonsenso, si fa ricorso a invenzioni, congetture. Si dà, insomma, corpo a qualcosa che non si vede, sperando di averci azzeccato (o di essersi sbagliati poco).
Fossi un analista dei media digitali, mi concentrerei su questo, più che su un improbabile conteggio: capire come, nonostante i numeri contenuti dell’utenza italiana sui social network, tutti siamo convinti a pelle che questa volta la Rete abbia avuto un effetto reale e tangibile sugli orientamenti elettorali.
C’è una seconda circolazione di cui non teniamo conto?
Cioè i 350.000 utenti attivi di Twitter in Italia allargano a voce – o con altri mezzi – la sfera d’influenza della conversazione che costruiscono lì dentro?
Chiamiamola ipotesi del “pensatoio”, nel senso che consideriamo i social network il centro di produzione/scambio di idee, creatività, temi da comunicare altrove, con maggiore potenza di fuoco.
C’è un effetto ricaduta su altri mezzi che autoavvera un’ipotesi?
Cioè, se dieci giornali cartacei parlano, per esempio, della burla di #sucate finiscono per dare molta più visibilità alla cosa di quanta ne avesse di suo?
Chiamiamola ipotesi della “scintilla”- pensando un po’ a Lenin – nel senso dei social network come spazi attraverso i quali si “accendono” i media di massa tradizionali portando alle masse contenuti, istanze, pratiche, idee che normalmente non intercettano. (ha anche senso chiedersi se questa ipotesi è ripetibile alla lunga o tende a perdere efficacia man mano che si ripete e si perde l’effetto novità)
Oppure c’è una terza ipotesi? O le due ipotesi qui sopra si combinano e coesistono?
E poi, tanto per rovinarsi il fegato con altre domande, un’eventuale capacità di stimolare la circolazione di massa di istanze, idee, pratiche attraverso un uso “d’avanguardia”, sempre in senso leniniano, (tuttora l’unico possibile in Italia) dei social network è vendibile? E’ “industrializzabile”? E con che modelli?