I mercatini sono conversazioni (il resto, mazzate)

October 28th, 2015 § 6 comments § permalink

Qualche giorno fa ho scritto un post su Facebook in cui mettevo in vendita un Mac che ci avanzava in casa. Ero dubbioso se postare l’annuncio su Facebook fosse una mossa intelligente. Non so bene cosa temessi, ma la parte più torinese di me pensava che usare i social per vendere qualcosa fosse, se non proprio una violazione di un tacito patto etico, un atto inelegante. Ho mediato tra la mia ritrosia sabauda e la mia avidità e ho optato per un post leggero, senza cifre esposte e con trattative economiche in DM. Nel giro di poche ore il Mac era stato venduto a un amico, previo sconto simpatia.

Ciò che mi ha sorpreso è che quel post mi ha messo in contatto con un grande numero di persone, magari amici che non sento spesso, conoscenze lontane con cui ho avuto prevalentemente contatti online, ecc., con cui ho piacevolmente chiacchierato al di là della mera vendita del computer. Mi sono ritrovato a dare in chat consigli spassionati (a più di un amico ho sconsigliato di comprare il mio Mac, perché non faceva per loro), ad ascoltare necessità, a disquisire di lavoro e a divagare gioiosamente sul trittico vita, universo e tutto quanto.

L’esperienza mi è piaciuta così tanto che non vedo l’ora di mettere in vendita il prossimo Mac. Datemi solo il tempo di consumarne uno.

Per bilanciare il karma positivo della vendita, l’altro giorno ho scritto un post su Facebook in cui facevo notare come fosse ridotta male, fragile ed esposta alle intemperie la famigerata trazzera asfaltata dai grillini in Sicilia.
Per 24 ore la conversazione che ne è seguita è stata tranquilla, civile e perfino simpatica (in un contesto in cui non tutti eravamo d’accordo).
Con il consueto ritardo di un giorno (fateci caso: l’imbarbarimento di una discussione accade sempre con un certo ritardo, come se ci fosse una distanza da colmare tra chi chiacchiera in modo mediamente civile e le masse imbufalite che mandano tutto in vacca), sono arrivati i grillini. Quelli veri, quelli ancora più impresentabili dei candidati: gli elettori grillini.

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È stata una delle esperienze al contempo più divertenti e più abbrutenti della mia vita online: centinaia e centinaia di commentatori (il post ha avuto un migliaio di condivisioni, ho letteralmente perso il controllo di dove andasse a finire) sono arrivati su una discussione con sostanzialmente due fini: negare l’evidenza e/0 insultare l’autore del post.
Sotto i miei occhi – e sotto gli occhi dei tanti che, insieme a me, si sono goduti lo spettacolo – è avvenuto un vero e proprio atto di degradazione della conversazione, che è partito col sacrificio pubblico della grammatica e dell’ortografia, è proseguito col turpiloquio ed è finito con minacce, insulti, insinuazioni, aggressioni ad personam (dove la persona ero io), gente che si improvvisa Sherlock Holmes sui fatti tuoi (alcuni commentatori avevano da ridire su casa mia: segno che sono andarti a cercarsi le foto), gente che commenta il mio profilo LinkedIn e poi direttamente devianza pura, follia (tra cui un genio che ce l’aveva con “voi che avete le foto profilo in bianco e nero”).

Per puro sport, avendo qualche ritaglio di tempo libero, con alcuni amici abbiamo perfino provato a interagire con alcuni di questi individui. Il risultato è stato disarmante, al punto che i nostri intenti seri e gramsciani di incontro con le masse incolte sono finiti in un perculamento generale a cui, tra l’altro, buona parte dei grillini ha abboccato.

Sto cercando di confortarmi pensando ottimisticamente che i due mondi – quello della conversazione simpatica, disinteressata, leggera e quello delle masse di ignoranti aggressivi del tutto privi di capacità dialettica e di intelligenza sufficiente per rapportarsi al prossimo – in qualche modo si bilancino, si annullino a vicenda.
Sotto sotto so benissimo che non è così e che la “prevalenza del cretino” è inevitabile. Cerco di non pensarci, perché poi mi scattano di nuovo quei brutti pensieri sulla sopravvalutazione del suffragio universale.

In questi casi mi chiedo sempre se sia intelligente fermarsi a prendere atto del problema. Forse dovremmo fare qualcosa. Il problema è che non so bene cosa fare, salvo dare sfogo ai peggiori istinti misantropi, augurarmi una guerra di trincea che faccia molte vittime o tifare asteroide, sperando che mi eviti (ché gli asteroidi, come i grillini, non vanno molto per il sottile).

Con alcuni amici (più seri di quelli di prima) ci siamo presi l’impegno di studiare il fenomeno. Cioè prendere questo thread e altri e cercare di capire cosa succede, evidenziare i temi, i cliché, le narrazioni più evidenti e popolari. Insomma, cercare di fare una (psico)analisi quantitativa del grillismo.
Perché, come diceva Flaiano, un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi.

Forse è il caso di iniziare. Sdraiatevi.

Io non sto con Erri. Sto con la libertà di parola. E con la nonviolenza

October 19th, 2015 § 19 comments § permalink

“Un uomo è quello che ha commesso. Se dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso”

Queste parole sono di Erri De Luca, prese dal suo “Il peso della farfalla”. E sono per voi, avventati, che avete fatto di quest’uomo un eroe.

BENE, L’ASSOLUZIONE DI DE LUCA

Voglio chiarire subito un punto: dopo qualche riflessione – e un approfondimento sul reato di “istigazione a delinquere” – mi sono convinto che il processo a Erri De Luca per le sue dichiarazioni in cui esortava a compiere violenze e sabotaggi contro la TAV sia stato un errore che ha fatto danni notevoli, perché ha processato ingiustamente un uomo per dichiarazioni avventate (ma non reato) e soprattutto perché ha trasformato un cattivo maestro in martire e gli ha dato una tribuna enorme.
È un bene che sia stato assolto.

Concordo: le sue parole sulla TAV non costituiscono reato. Restano parole orribili, che auspicano la violenza come metodo politico e la giustificano. È legale dirle. È fuori legge – e fascista e violento – seguirle, metterle in pratica.

Può darsi che la deriva retorica notav abbia fatto perdere lucidità a molti, per cui ad alcuni sembra perfettamente normale e accettabile che una persona dica che se qualcosa non è gradito – anche se espressione della volontà democratica della maggioranza dei cittadini – è legittimo praticare atti violenti per impedire che avvenga.
Sbagliano di grosso, perché è un pensiero antidemocratico (la democrazia prevede che le maggioranze democraticamente elette decidono e gli altri si adeguano), ma faccio una proposta di “igiene” per questo post: non parliamo di TAV, così magari qualcuno la prende con più calma.

 

CHI È DAVVERO ERRI DE LUCA, CON PAROLE SUE

La mia idea è che, giustamente assolto per le sue parole su violenza e sabotaggi, Erri De Luca rimanga una persona con delle idee antidemocratiche, violente, culturalmente affini all’uso della prevaricazione come metodo politico e del tutto antitetiche alla sinistra e alle culture di pace.

Penso che molti che in questi giorni stanno facendo di quell’uomo un eroe stiano sbagliando. Spero per ignoranza o per superficiale faziosità notav, che li porta ad abbandonare il buonsenso.

Vorrei offrire qualche elemento in più, per favorire un giudizio, perché forse molti di voi non sanno chi è Erri De Luca, qual è la sua storia, qual è il suo rapporto con la violenza politica in Italia e credono che si tratti di un povero scrittore che ha osato dire la sua, finendo inguaiato.

Visto che è piaciuto nel post precedente, faccio un elenco puntato, incompleto e disordinato di fatti di cui tenere conto nel formarsi un giudizio umano e politico su Erri De Luca:

– è stato per anni il capo del “servizio d’ordine” romano di Lotta Continua, cioè del plotone responsabile delle violenze di piazza. Un vero potere manesco all’interno di Lotta Continua stessa, che ha praticato violenze arbitrarie, assalti contro singoli, minacce, e perfino una bella repressione con botte nei confronti delle donne della stessa Lotta Continua. Dall’estremizzazione del servizio d’ordine di Lotta Continua è nata Prima Linea, che ha fatto della lotta armata una ragione d’essere. Sul tema della violenza in Lotta Continua, ha dichiarato, fieramente: “No, no. Un servizio completamente dentro all’illegalità. Lotta Continua era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa (…) Proteggere dei latitanti era illegale, scontrarsi con le forze dell’ordine era illegale, fabbricare delle bottiglie incendiarie era illegale (…) Tutta la nostra attività era una attività armata”

– riguardo all’omicidio Calabresi, quando gli è stato chiesto se sapeva chi fossero i responsabili, si è trincerato dietro la più classica delle bocche cucite omertose: “Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo… ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale.”. Sembra quasi che preferisca la protezione di eventuali assassini rispetto alla verità, alla serenità di chi ha avuto un familiare ucciso.

– a proposito del terrorismo e delle Brigate Rosse ha dichiarato: “La lotta armata? Non fu terrorismo. In quegli anni era guerra civile” e anche “Le Brigate Rosse non posso­no considerarsi un gruppo di terro­risti.”

– riguardo al rapimento di Aldo Moro (e della sua esecuzione, inerme, dopo giorni di prigionia) e della contestuale uccisione degli uomini della sua scorta, ha dichiarato che non si è trattato di un’aggressione a una persona inerme, “perché la scorta era composta di uomini armati.”.

Tutte queste affermazioni sono relativamente recenti (i virgolettati sono presi verbatim dalle interviste che ha rilasciato e verificati una seconda volta su WikiQuote). E De Luca non ha mai fatto autocritica per le sue idee sul metodo della violenza politica, sulla lotta armata in Italia, sul terrorismo, ecc. Anzi, ha spesso rincarato la dose.

Lascio al vostro giudizio e alla vostra coscienza il compito (credo facilissimo) di farsi un’idea su chi sia Erri De Luca. Per me con le sue idee è nemico di tutto quello in cui io, uomo di sinistra, democratico e pacifista, credo da sempre.

E proprio perché ho, come tanti, valori completamente diversi da lui, trovo giusto che sia stato assolto nel processo per istigazione a delinquere. Un esito ben diverso dal processo che le Brigate Rosse – un gruppo di educande, mica di terroristi! – hanno riservato ad Aldo Moro. La differenza tra l’Italia democratica e la gente come Erri De Luca è tutta qui.

Chi di voi ha giocato con l’hashtag #iostoconerri sta in una zona grigia (tendente al nero) nel rapporto con la democrazia e con la violenza politica, se non prende le distanze dalle idee di quest’uomo nell’istante in cui ne difende la giusta libertà di espressione.
E mi indigna che una testata come Valigia Blu, che per me ha perso qualsiasi dignità e che accuso di pericolosa leggerezza nella gestione di questo tema, sia stata in prima fila – acriticamente, spesso con toni agiografici – in questa iniziativa.

Credo, come tutti i cittadini democratici, che la libertà di parola vada difesa, in questo paese. Ma penso che lottare per questa libertà non debba farci dimenticare il dovere del giudizio – politico, etico, culturale, storico – sulle parole e sulle loro conseguenze.

Serviva proprio un’opinione in più su Marino

October 9th, 2015 § 4 comments § permalink

Questa, almeno, è sotto forma di elenco puntato. Vuoi mettere la praticità?

  • Il “problema Marino” è a monte. Non andava candidato sindaco a Roma, perché non ha esperienza amministrativa (non ha mai fatto un minuto in un consiglio comunale, prima di prendere la fascia tricolore). E fare il sindaco di una grande città – una città come Roma, poi – è un mestiere per solutori più che abili, gente che conosce a memoria la macchina amministrativa e che sa che il sindaco ha un ruolo poliedrico: tribuno del popolo, alta figura politica, riempitore di buche, tagliatore di nastri, litigante con ambulanti, fine urbanista, mago della finanza, mezzo ministro degli Esteri (lo sono per definizione i sindaci di Roma, Firenze e Venezia). Penso sia più facile fare il Presidente del Consiglio o l’allenatore del Toro, tutto detto.
  • Marino, come persona e come politico, è un galantuomo e ha tutta la mia stima. Nel 2009 votai la sua mozione al congresso PD e penso tuttora che all’Italia servano uomini di scienza prestati alla politica e messi nei posti giusti (cioè a ispirare leggi, disegnare futuri possibili, ecc.). Non certo a fare il brutto e complesso mestiere di cui sopra.
    La questione scontrini è davvero irrilevante da tutti i punti di vista, degna dello stupido minimalismo rissoso dei grillini.
  • Penso che Marino abbia mostruosamente bisogno di un addetto alle PR, perché è riuscito a mettere in fila una serie di brutte figure involontarie, di gaffes, di cadute di gusto da costruire un castello di mini-colpe su cui tutti i suoi nemici naturali si sono buttati con somma gioia.
    Qui Marino – e chi ha deciso di candidarlo – ha pagato il prezzo di non essere un politico puro, cioè uno attento a certi aspetti estetico-marginali della rappresentazione politica.
    Soprattutto a Roma, essere del tutto refrattari a certi atteggiamenti populisti (o anche solo ad atteggiamenti che tengono a bada gli astratti furori del naturale populismo locale) è un difetto grave.
  • Penso che il PD romano – da sempre il più anti-renziano d’Italia, in una città in cui i renziani non esistono, come scrive giustamente Marco Damilano – sia una malabolgia che non si ripulisce, non si riforma, non si corregge. Va abbattuto, cancellato, commissariato, dimenticato per un po’. E penso che la segreteria di Renzi abbia sbagliato a non affrontare la situazione chiedendo in prestito a Salvini la ruspa. Sarebbe stato il suo primo uso legittimo e opportuno, in politica. E no, Orfini da solo non basta, nonostante la sua buona volontà e la sua bravura.
    Capisco anche che la sola ipotesi di affrontare il tema “PD di Roma” metta l’ansia e porti all’inazione: è un’ansia che condivido, pur abitando a centinaia di chilometri di distanza.
    (L’inazione del PD nazionale sullo schifo dei vari PD locali è un problema grosso e finora è il più rilevante errore di Renzi. Lo dico da tempi non sospetti. Se ci fate caso, ne parlo con toni allarmati nel post prima di questo, che è di maggio. Avevo – tristemente – ragione.)
  • Penso che, a questo punto, la questione Marino fosse diventata una lose-lose condition, cioè una situazione in cui qualsiasi opzione produce danni, inclusa l’inazione, e il tempo è un moltiplicatore delle disgrazie. Quindi capisco (nota: capisco, non “condivido”) il senso di chi abbia chiesto a Marino di dimettersi.
    Sul tema sono combattuto, perché evidentemente Marino non se lo merita e non si merita un milligrammo dell’infamia che gli stanno gettando addosso. E vedere le due destre romane, i fascisti e i grillini, che gongolano e festeggiano mi dà un fastidio mostruoso.
    Dall’altro lato, mi rendo conto che se Marino va via adesso e ci si inventa qualcosa – magari un commissario che, privo del problema del consenso, inizia a rimettere in ordine Roma senza guardare in faccia nessuno – forse si riesce a evitare di mettere di nuovo Roma in mano a gente ancora più brutta.
  • Penso che le attuali alternative a Marino e al mostruoso PD locale siano ancora peggio. Per destra romana direi che basta la parola “Alemanno” a rendere l’idea. Riguardo ai grillini, al di là delle considerazioni sulla pochezza umana, culturale, esistenziale, della classe dirigente che credono di avere, vorrei puntare l’attenzione su cosa sta succedendo a Ostia, realtà in cui il Movimento 5 Stelle sembra essere contiguo o comunque non ostile al malaffare locale, alle famiglie trafficone, ecc. Immaginate i danni che potrebbero fare a Roma persone così ingenue e inesperte.
  • Amo Roma con tutto il cuore, ma penso che ora sia ingovernabile. È uno dei pochi luoghi al mondo che mi mette a disagio, mi dà ansia, mi fa desiderare di essere altrove, pur essendo bellissimo. Qualche tempo fa ho riguardato “Roma” di Fellini. L’ho fatto malamente, distratto, e mi sono accorto che dal film emergeva un dettaglio che non avrei percepito altrimenti e che *è* Roma: il rumore, fortissimo, caotico, indomabile.
    Ogni volta che vado a Roma, il suo naturale “caos cattivo” si scontra con la mia razionalità torinese, ortogonale, sussurrante.
    E credo che il problema sia lì: Roma ha bisogno di ordine, parola che non amo. Per avere ordine, armonia, credo serva un sindaco “pazzo”, in grado di cambiare radicalmente la città, osando l’impensabile (cose pazze, tipo chiudere TUTTO il centro al traffico) e capendo che Roma, così com’è, non si corregge. Va ripensata da zero, riscritta, rivoluzionata. Sarebbe perfino una cosa di sinistra, a pensarci bene.
    Marino aveva iniziato bene, con la pedonalizzazione dei Fori Imperiali: aveva avviato finalmente la guerra alle automobili (che in centro a Roma sono un’assurdità e credo il primo fattore di peggioramento della qualità della vita dei cittadini), senza farsi troppi scrupoli. Speravo fosse un punto di partenza, invece era un punto d’arrivo. Purtroppo.

Un “PD vicino” di cui non vergognarsi – un ultimatum a Renzi

May 29th, 2015 § 7 comments § permalink

Le diverse incarnazioni locali del PD stanno mettendo in imbarazzo molti di noi: militanti, elettori, simpatizzanti. E stanno mettendo nei guai il PD nazionale.

A livello locale – direi ovunque, ma forse c’è qualche eccezione che ignoro – mi pare evidente che il verso non è cambiato: ci sono realtà in cui l’effetto-Renzi non si è manifestato e ci sono realtà in cui si è manifestato per finta, cioè ci si è limitati a far cambiare la casacca ai soliti noti che localmente fanno quel che vogliono col partito, con la differenza che ora si dicono renziani.

Siamo arrivati al paradosso per cui c’è un partito “centrale” in cui ci sono stati un forte cambiamento, un miglioramento etico e materiale della classe dirigente e un rinnovamento di merito, di metodo e di protagonisti, e c’è un partito “periferico” nelle regioni, nei comuni, ecc. in cui non è cambiato nulla. Anzi, sta peggiorando.

So che di fronte a un problema è tipico di sinistra discutere fino allo sfinimento delle colpe e trascurare la soluzione. Visto che dentro me il verso è cambiato, la faccio breve sulle colpe e poi mi occupo delle soluzioni.

 

LE COLPE

Uso “colpe” al plurale, perché le colpe sono due, a mio giudizio.

Colpa numero 1.
C’è una colpa storica, ed è una colpa lunga, che è tutta da imputare alle gestioni del PD (e di DS e Margherita, prima) precedenti a quella di Renzi, che – lo ricordo – ha potere sul partito da poco tempo.

Se il PD nei territori fa schifo a livello politico, umano e in certi casi etico, la colpa è di chi ha permesso che si insediassero localmente gruppi di potere, signori delle tessere, amici degli amici, ecc.
Un esempio su tutti: De Luca.

De Luca non nasce con Renzi, anzi. L’ex sindaco di Salerno ha una storia politica lunghissima nel centrosinistra (scuola PCI/PDS/DS), ha fatto il parlamentare, è stato membro di una Commissione ed è sempre stato considerato un “campione” della sinistra al Sud (ricordo D’Alema bullarsi delle percentuali bulgare che i DS raccoglievano a Salerno), al punto che Bersani lo ha voluto accanto a sé durante le Primarie del 2012 contro Renzi e lo ha considerato come potenziale ministro in caso di vittoria elettorale nel 2013 (quella che non arrivò).

Insomma, è dagli anni Novanta che De Luca esiste e prospera nell’ambito del centrosinistra. Ci indigniamo solo ora, ma è “nostro” da anni. Dove eravamo, prima?

Considerate De Luca una parte per il tutto e pensate alle facce della dirigenza del PD nel vostro territorio. È molto probabile che siano sempre le stesse, da anni, vero? E se ne sono entrate di nuove negli ultimi anni è molto probabile che queste siano perfino peggio di quelle che c’erano prima.

[un excursus su Torino che potete perdervi]

Vi faccio l’esempio di Torino, in cui:

– è sindaco Fassino (uno che era vecchio ai tempi del PCI)

– alla faccia del rinnovamento è segretario un signore che aveva già concluso la sua carriera politica negli anni Novanta

– è in Consiglio comunale per il PD uno come Giusy La Ganga, interprete del craxismo in terra sabauda, un curriculum non limpido in campo legale e all’epoca nemico pubblico numero uno di noi della sinistra torinese.

E questi sono i “vecchi”.

Tra i “nuovi”, con ruoli di punta, un controllo militare del partito locale a colpi di tessere ci sono:

– un oscuro signore che possiede numerose cooperative non esattamente rosse (anche nel trattamento dei lavoratori) e molto in affari con gli enti pubblici torinesi

– una famiglia di ex craxiani fortemente immanicati nel business delle autostrade (sarà un caso: non poche persone della direzione PD locale lavorano per la Sitaf o sue consociate) e grandi acquirenti e distributori di pacchetti di tessere: una vera e propria OPA al partito torinese.

Per capirci: in Direzione del PD locale ci sono se va bene una o due persone di cui mi fido. Il resto sono individui che nella migliore delle ipotesi non vorrei più vedere e nella peggiore non vorrei *mai* vedere in un partito di centrosinistra moderno.

Credo si capisca perché a livello locale non voto PD. E se il PD perde il voto di quelli come me è spacciato.

[/un excursus su Torino che potete perdervi]

 

Colpa numero 2.
La colpa secondaria – in ordine di tempo e di importanza (ma sicuramente quella che mi fa più rabbia) – è di Renzi, perché non ha (ancora?) fatto niente contro le porcate avvenute a livello locale. Anzi, in certi casi ha cercato alleanze, supporto, “cittadinanza” all’interno di un PD locale del tutto avulso od ostile al renzismo, avvicinandosi a potenti locali che era meglio rottamare con forza.

Certo, c’è stato un terribile trasformismo per cui 10 minuti dopo la vittoria di Renzi alle Primarie d’improvviso erano tutti diventati renziani e capisco che la questione possa essere stata spinosa da gestire. Ma non è stato fatto niente, salvo nei casi estremi (vedi il caso Mafia Capitale a Roma o le infiltrazioni della criminalità a Ostia). Capisco che ci sono state altre priorità, ma è il caso di dirselo: a livello locale il PD fa spesso letteralmente schifo, per quanto riguarda i dirigenti palesi e occulti (cioè quelli che possiedono le tessere e controllano il potere vero).

 

CONTRO LA PERIFERIA E CONTRO LE COSE ” DAL BASSO!” (A MALINCUORE)

Poche righe sopra citavo in una parentesi Ostia e Roma, cioè casi in cui si è scoperto che il PD più orgogliosamente anti-renziano di tutti (quello romano esteso) era corrotto a ogni livello, invischiato in storie orribili e indegne di un partito di sinistra.

Non si poteva non intervenire e Renzi lo ha fatto, “cancellando” l’organigramma del partito locale, aprendo un’indagine interna e nominando Matteo Orfini commissario pro-tempore del PD romano.

A Ostia ha fatto un passo ancora più forte: ha mandato un senatore “alieno” e noto per non mandarla a dire a nessuno a fare il commissario.

(capita che quel senatore – Stefano Esposito – sia torinese, sia un amico che mia ha insegnato molte cose in politica e sia la persona che mi accolse in FGCI – mandandomi a stendere: è noto il suo caratteraccio – il giorno che, quattordicenne, andai a iscrivermi; so che è un uomo coraggioso, di quelli che non hanno paura delle minacce del crimine organizzato o dei notav e non si tirano mai indietro. Mai. Credo che il partito abbia bisogno anche di persone così).

Ecco, penso che il problema sia tutto qui: c’è una dialettica centro-periferia che va affrontata. E per una volta va rovesciato lo schema narrativo, forte negli ultimi anni, per cui è la periferia a essere buona e il centro cattivo ed è la “base” a essere pulita e i vertici sporchi.
Ci siamo così innamorati dei processi federali di decentramento del potere in ogni ambito e dei processi bottom up (o, come si dice in sinistrese odioso, “dal basso!”) da non accorgerci che spesso erano facilmente inquinabili e inquinati.

Insomma, se una volta il crimine e il malaffare familista esprimevano premier e ministri, ora si accontentano (e secondo me ci fanno più soldi) di esprimere centinaia e centinaia di consiglieri comunali, assessori, consiglieri d’amministrazione, membri nelle direzioni locali dei partiti, segretari di sezione, ecc.
Capisco anche perché: un consigliere comunale anonimo in un paesino si nota di meno di un ministro. E anche se ha un curriculum imbarazzante, chi vuoi che ci faccia caso?
È cambiata la granularità del male, per capirci. E purtroppo, così sottile e di massa, passa indisturbato nei filtri etici che – pare – la nostra società ha messo qua e là nei processi democratici, sempre che funzionino.

 

EVVIVA IL CENTRO! (NON QUELLO POLITICO)

La mia proposta è semplice ed è drastica. Ed è una proposta al PD, anzi direttamente a Matteo Renzi.
Eccola.

“Caro segretario, ecco cosa ti suggerisco di fare, passate queste sciagurate amministrative in cui siamo tutti un po’ in imbarazzo per ragioni che sai:

1 – COMMISSARIA IL PARTITO NEI TERRITORI
annulla il PD locale, salvo casi virtuosi. Sì, hai capito bene. Fai un reset totale del Partito a livello regionale, provinciale e comunale in tutta Italia: un armageddon in cui cancelli tutti gli organismi dirigenti e li commissari con figure di specchiata civiltà e onestà (gente abituata alle maniere forti, anche a rischio che non siano esattamente raffinati pensatori: viene prima l’etica) nominate dal PD nazionale. E lasci le cose così per un bel po’, perché nel mentre bisogna lavorare sul punto 2 delle mie richieste. Eccolo.

2 –  FAI UN COMITATO ETICO DEL PD CON POTERE DI VETO E ATTIVO
riprendi in mano i vari documenti di garanzia, la carta etica, ecc. del PD e li trasformi in regole pratiche per un PD pulito
Servono, cioè, regole in grado di proteggere il partito da infiltrazioni, incrostazioni (che sono come le infiltrazioni, ma sono fatte da gente “dei nostri”, già dentro il partito), entrismi a colpi di tessere, malaffare, ecc.
Attenzione: non ce ne facciamo niente, come partito, dell’ennesimo file di Word con dentro delle regole vaghe che poi dimentichiamo in uno schedario del Nazareno. Facciamo delle regole che vengano rispettate e facciamo in modo che sia così: evitiamo che siano i potentati locali stessi (in cui l’etica, come vedi, non pullula) ad autogiudicarsi a livello etico. E magari mettiamo, per una volta, la regola semplice, veloce e indolore per cui chi si è candidato in precedenza in liste che si sono opposte al PD non è candidabile nel PD, così con un colpo solo combattiamo il trasformismo e favoriamo il rinnovamento. Piace?

E poi facciamo un comitato etico nazionale che abbia potere di veto e valuti tutte le candidature, le alleanze, le liste, ecc. e sia precisissimo e ossessivo nell’applicazione delle regole. Magari un comitato in cui, come tutti i comitati di controllo, partecipa pure qualche tua controparte o qualche tuo nemico (sì, ti sto facendo la proposta punk di mettere alcuni tuoi elettori e, boh, un grillino assatanato nel comitato che indaga su noi stessi).

3 – CAMBIA LO STATUTO AL PD
per fare tutto questo credo ti sarà utile, per un po’, cambiare lo Statuto del PD, togliendo materialmente potere al partito a livello locale. Si torna, cioè, ai bei tempi in cui il Partito (qui ha la maiuscola) era gestito dal centro e localmente si decideva poco. Bisogna meritarselo, il diritto a decidere per sé.
Le candidature? Le approva il PD centrale, col suo comitato etico di fastidiose signorine Rottermeier, che indagano su ogni nome in lista (alleati inclusi).
Le alleanze? Le approva il comitato suddetto, dopo aver valutato se gli alleati sono eticamente degni, non hanno nomi imbarazzanti, ecc.

E così via. Lo so, lo so che è un grande rompimento di palle, gestire così le candidature, le nomine, ecc. Ma preferisco avere qualche fastidio in più e molti imbarazzi in meno. Te lo dico da elettore che sai che ci tiene.”

 

AUTOROTTAMAZIONE E POCHE SCUSE: UN ULTIMATUM A RENZI

Quando il PD sarà diventato pulito anche in periferia, con comodo e con giudizio potremo spostare di nuovo la governance locale nei territori. Ma prendiamoci del tempo.

Mi sa che anni di berlusconismo, di partito della “ditta” e di partiti personali e familiari ci hanno fatto dimenticare che i partiti sono prima di tutto (cioè, dovrebbero essere prima di tutto) realtà che si definiscono sul piano etico e poi, a valle di quello, sul piano politico.

Ci tengo a dirlo: io ho votato Renzi non solo perché riformasse il paese in meglio (cosa che penso stia facendo, con tutte le difficoltà e le riserve del caso, ché la materia è complessa: ma il mio giudizio è positivo), ma anche perché cambiasse in meglio il PD e la sinistra per intero in ogni suo aspetto, incluso quello etico. E l’ho fatto aspettandomi che facesse tutto questo con tutta la forza possibile, prendendosi il lusso di non essere gentile o rispettoso, ove il caso l’avesse richiesto.

Per me il senso della rottamazione resta questo. E qua e là ha dato i suoi frutti, nella composizione della Direzione Nazionale del PD, in molte nomine del Governo (Boeri, Cantone), in molte candidature alle Europee (accompagnate da nomi terribili, come Cofferati, purtroppo).
Localmente, però, non è cambiato nulla.

Sono mesi che in tanti sosteniamo che Renzi deve occuparsi del “PD vicino”, la cui bruttezza è evidente e rischia di fare danni a livello nazionale.
Fino a ora non è stato fatto quasi niente. La scusa per cui Renzi ha cose più importanti da fare (per esempio tirare fuori questo paese dai guai in cui l’hanno messo i suoi nemici politici di ogni colore) inizia a traballare. E non perché Renzi abbia finalmente del tempo libero, ma banalmente perché la qualità locale del PD rischia di fare male al PD nazionale, a Renzi e al suo processo di rinnovamento.

Quindi i casi sono due. O Renzi si prende carico di questo problema (se non lui direttamente, qualcuno per lui: non mancano i nomi degni) oppure ci dice chiaramente che il PD locale gli va bene così e che ha altro a cui pensare. In quel caso perde il mio voto (e, sia chiaro, se lo scordano tutti gli altri: sono infinitamente peggio di lui).

Elezioni in Liguria: che fare? Un post delusissimo

May 27th, 2015 § 14 comments § permalink

Fossi ligure (e un po’ lo sono, per ragioni familiari e soprattutto affettive) troverei veramente difficile esprimere un voto alle imminenti elezioni regionali.

Penso che negli ultimi tempi in Liguria la sinistra tutta abbia dato il peggio di sé, inanellando una sequenza così perfetta di errori, cliché, stupidaggini e autolesionismi da sembrare una parodia.

Anzi, se qualcuno ha voglia di creare un tutorial intitolato “cose che la sinistra non deve fare MAI” da lasciare alle prossime generazioni, credo che la sceneggiatura sia già pronta: basta seguire passo dopo passo la cronistoria di questo disastro annunciato, che inizia con le Primarie per la scelta del candidato regionale del centrosinistra e finisce con una scissione, una candidatura inutile e dannosa e il rischio di far vincere la destra.

 

DUE CANDIDATI IMPRESENTABILI ALLE PRIMARIE

Quando sostengo che la sinistra in Liguria ha dato il peggio di sé non sto ricorrendo a un’iperbole. Si è manifestato davvero il peggio (un peggio storico, ricorrente) in due forme note, corrispondenti alle due candidature principali alle Primarie del PD.
Vediamole, accompagnate dal problema che si portano dietro:

 

1 – Raffaella Paita – il potere dei soliti noti, che non si rinnova
Da un lato c’era un candidato espressione del gruppo di potere che da anni possiede materialmente il centrosinistra in Liguria, che fa capo a Burlando, e che nel corso del tempo ha fatto danni gravi a livello amministrativo, politico ed elettorale (tra cui perdere le primarie per il sindaco di Genova e gestire malissimo la questione alluvioni).
Insomma, da anni c’era un PD locale gestito da un potentato particolarmente sgradevole, maneggione e arrogante: una realtà da rottamare con tutte le forze. Peccato che, dopo anni di entusiastica militanza bersaniana, sia saltato sul carro renziano e abbia espresso la candidatura di Raffaella Paita, vera e propria creatura di Burlando.

2 – Sergio Cofferati – un impresentabile (oltre che una cariatide)
Lo sostengo da anni: se c’è un’icona del peggio che la sinistra abbia mai espresso, questa è Sergio Cofferati.
Al di là di essere espressione di un’idea vecchia e non reale della società (più o meno quella della CGIL più conservatrice), al di là di essere stato un pessimo sindaco a Bologna, paracadutato dalla politica in luoghi a cui non apparteneva e che non conosceva (una delle cose più “kasta!” di sempre), si è rivelato anche antipatico, poco responsabile e soprattutto bugiardo, interessato più ai fatti suoi e ai posti di potere che alla lealtà nei confronti di chi lo ha votato. Aggiungete al mix il fatto che è totalmente incapace di comunicare in modo non paternale, non calato dall’alto, non formulaico e non algido e capirete perché per moltissimi Cofferati – sostenuto da bersaniani e civatiani – è l’epitome della bruttezza della sinistra che fu, oltre a essere la negazione del concetto stesso di rinnovamento.

 

SCONTRO FRA TITANIC

Ecco il classico scenario “scontro fra Titanic”,  una condizione in cui la scelta è tra due mali che si combattono e che sono posizionati ben oltre la soglia dell’accettabile. Non importa chi vinca: sarà sempre e comunque un fallimento destinato a colare a picco.

Difficile fare di peggio. Però va riconosciuto ai due candidati di essere stati così bravi da riuscirci.

Fin dal primo giorno delle Primarie sono volati pubblicamente sospetti, accuse, insulti reciproci.
Da un lato Cofferati accusava la Paita di aver taroccato le Primarie accordandosi con la destra per portare ai seggi votanti a suo favore, dall’altro i pullman pieni di gente raccolta non si sa come dalla CGIL e intruppata per votare Cofferati erano difficili da non notare.
Alla fine ha vinto con un discreto distacco la Paita. Cofferati ha fatto un esposto al PD centrale, che dopo un’indagine ha rilevato alcune irregolarità, ma non così tante da invalidare le Primarie.

Resta il fatto che si è consumata per giorni una battaglia a cui entrambi i contendenti hanno contribuito con il loro fardello di panni sporchi. Panni che non sono stati lavati in famiglia, anzi sono stati fatti volare nel più classico dei litigi in pubblico: un regalo agli avversari e all’antipolitica.

(Personalmente, dopo questo episodio non mi conto più tra gli entusiasti dello strumento delle Primarie, se sono così penetrabili da gruppi d’interesse, sindacati, avversari, ecc. e se ogni sconfitto può gridare allo scandalo, portandosi via il pallone e mandando tutto in vacca)

 

LA TERZA VIA CHE NON COLSE

Mettiamo in fila gli errori fatti finora, nel più classico elenco puntato:

– due candidature vecchie, da rottamare e impresentabili, figlie della cultura del vecchio PD

– un tentativo di snaturamento della volontà della base, coinvolgendo soggetti estranei al PD

– litigi in pubblico tra gente dello stesso partito, condotti ben oltre la soglia del ragionevole.

Manca un classico della sinistra di una volta: l’autolesionismo.

Ecco, quindi, che entra in gioco Giuseppe Civati.

L’amleto brianzolo alle Primarie si era schierato apertamente con Cofferati, cosa che ha lasciato un po’ interdetti i suoi supporter e i pochi che ancora pensavano che fosse espressione di una forma di rinnovamento della sinistra.
La verità è che, a fronte di tante parole, quando si è trattato di fare delle scelte di rinnovamento, Civati si è sempre trovato dalla parte della conservazione, come nelle Primarie del 2012 in cui si schierò con Bersani e D’Alema.

Di solito a questo punto i suoi difensori fanno partire il coro del “Sì, stava con Cofferati/Bersani ma malvolentieri”, che per me è un’aggravante: dalle sue parti ci si aspetta un leader, non una fidanzata malmostosa.

Ciò che sorprende è che Civati e i suoi si siano lasciati sfuggire un’occasione come le Primarie liguri.
Pensiamoci: c’erano due candidature pessime, espressione delle due correnti PD a cui i civatiani si dicevano alternativi. Civati poteva per una volta smarcarsi, proporre una candidatura diversa dai due impresentabili, farsi notare e probabilmente vincere le Primarie. Poteva, per la prima volta nella sua carriera politica, farsi notare con una soluzione innovatrice. E aveva l’occasione enorme di essere in grado di chiamare a raccolta tutti i delusi dall’obbligo di una scelta stupida tra un male e un malissimo.

E lui si è schierato col malissimo.
Tocca arrendersi al fatto che Civati e il suo staff non sono all’altezza: questo era un goal a porta vuota, bastava candidare alle Primarie un amministratore civile e un po’ sveglio.

Se perdere un’occasione enorme è una cosa spiacevole, ciò che è accaduto in seguito è stato terribile.
Cofferati, sconfitto alle Primarie, non ha accettato di aver perso, è uscito dal PD e ha dato il via a una vendetta: cercare di far perdere la Paita.

Per questo scopo particolarmente autolesionista – perché far perdere la Paita significa far vincere la destra di Berlusconi e Salvini, che in Liguria si presenta unita ed è saldamente piazzata seconda nei sondaggi – Cofferati si è tirato indietro e, in accordo con Civati, ha mandato avanti tal Luca Pastorino.
Pastorino, un parlamentare del PD non di primissima fila, sindaco di Bogliasco e civatiano, è uscito dal PD (non si è dimesso da parlamentare né da sindaco) e si è candidato presidente della Regione al di fuori del centrosinistra, con zero chance di vittoria, ma con l’obiettivo di sottrarre voti alla Paita, così da far vincere la destra.

La candidatura Pastorino parte da premesse sbagliate, perché se Civati voleva farci votare il sindaco di Bogliasco poteva candidarlo alle Primarie ed evitare di schierarsi con Cofferati.
Fossi stato ligure, alle Primarie l’avrei votato per disperazione, pur di evitare gli altri due contendenti.

L’operazione Pastorino, in più, non ha senso logico: non costruisce un’alternativa credibile, non ha nessuna possibilità di competere per la presidenza e ha un solo compito/effetto: cercare di far perdere la Paita e quindi far vincere la destra, in un’elezione in cui c’è un turno solo e vince chi arriva primo.

È evidente che il senso della candidatura di Pastorino – che i sondaggi più ottimisti danno  lontanissimo dai primi tre piazzati e con zero speranze di essere eletto presidente – è del tutto estraneo alla politica locale: Cofferati e Civati vogliono cercare di far perdere un’elezione al PD di Renzi.

Ora, capisco benissimo che ci sia chi non si riconosce in Renzi e chi lo detesta umanamente e politicamente, capisco e faccio miei tutti i rilievi alla candidatura della Paita e ai metodi del PD ligure.
Ma rischiare di far vincere la destra per “dare una lezione” a Renzi mi sembra una speculazione politica fatta sulla pelle dei cittadini liguri, che non si meritano la ghenga fascio-zombie di Salvini e Berlusconi.

Al di là del metodo – uno strappo a sinistra inutile e vendicativo, funzionale alla destra – il merito è deprimente. Pastorino si è dimostrato una delusione: privo di idee, inconsistente, fiacco, incapace di comunicare, con un programma tanto generico e ingenuo quanto palesemente raccogliticcio e improvvisato.
D’altronde i contenuti contano poco: per i promotori si tratta di “picchiare Renzi” e nulla più. E se tra le vittime collaterali ci sono i cittadini liguri, chi se ne frega.

Il confronto tra candidati alla presidenza della Regione Liguria avvenuto l’altra sera su Sky è stato rivelatore: Pastorino è stato vacuo e poco credibile, riuscendo a raccogliere credo il gradimento più basso mai registrato in un confronto tra candidati: un umiliante 13%, come riportano i dati di gradimento riportati da Sky.
Insomma, ai promotori dell’operazione Pastorino manca perfino la scusa “qualitativa”: il candidato è indubbiamente mediocre.

 

OK, MA TU COSA VOTERESTI?

In uno scenario così verrebbe voglia di mandare tutti a stendere, restarsene a casa e pensare ad altro.

Non ci sono molte alternative praticabili, escludendo a priori la destra. Il Movimento 5 Stelle è invotabile e in ogni caso non è in grado di vincere e il resto dei partiti (tra cui 4 – quattro! – candidature diverse di estrema sinistra, a conferma dello spirito costruttivo e unitario che alberga da quelle parti) ha numeri da schedina.

I sondaggi dicono che il distacco tra la Paita e Toti è limitato. La priorità è fermare la destra malintenzionata di Berlusconi e Salvini.
Fossi ligure, darei un voto contro la destra, per fermarla.
L‘unico modo concreto per farlo è votare – col naso tappatissimo – la Paita come presidente.

Per fortuna dai sondaggi emerge un’opportunità e cioè che, in caso di vittoria, i partiti che sostengono la Paita potrebbero non avere la maggioranza per governare e dovrebbero cercare alleanze e alchimie fragili ed effimere, destinate a durare poco, qualora si concretizzassero.

Fossi un elettore ligure ne approfitterei: c’è l’occasione di fermare la destra e facendo “non vincere” le liste che supportano la Paita.
Uno scenario simile potrebbe seriamente portare a nuove elezioni regionali. E magari a un PD ligure commissariato e a una candidatura di centrosinistra innovativa, presentabile e in discontinuità con Burlando e amici.

Riassumendo:

–  voto tattico e col naso tappato alla Paita come presidente in funzione anti-destra

– voto di lista a un partito di un’altra coalizione (nel mio caso mai alla destra, agli autolesionisti di Pastorino e a Grillo).

Vorrei fosse chiaro che un voto così non è un voto “utile”. È un voto disperato e distruttivo, fatto per fermare la destra e al contempo impedire a una sinistra inqualificabile di governare male come ha spesso fatto, favorendo nuove elezioni e – si spera – un’offerta politica più civile.

 

ALZIAMO GLI STANDARD?

Doversi ridurre a votare con delle acrobazie per scegliere un “meno peggio” effimero pur di arginare una destra morta e sepolta e resuscitata dall’aventatezza di Cofferati e Civati è semplicemente umiliante. Perché siamo tornati a dividerci, a giocare di sponda e a rivitalizzare la destra. Questo è un mix di bruttezza, arroganza e autolesionismo che conosciamo da anni (avessi voglia di mettere delle immagini, qui comparirebbero le fotografie di D’Alema e Bertinotti).

Come elettore di sinistra, scusate, pretendo di più.

Pretendo più attenzione da parte del PD centrale alle realtà locali. È nelle realtà locali che i potentati che prosperano da anni, è lì che il partito viene invaso da gente con intenzioni poco pulite, è lì che non si è rinnovato nulla, perché i soliti noti hanno cambiato casacca da bersaniani a finti renziani dell’ultima ora.
Questo vale da anni in Liguria come in Piemonte (regione in cui vivo e in cui evito qualsiasi rapporto – anche elettorale: non lo voto – col PD locale, preso da una guerra tra bande di signori delle tessere e interessi terzi, tra cui un po’ troppa gente in direzione che ha ruoli dirigenziali nella Sitaf e aziende affini) e, a leggere i giornali, nel Lazio di Mafia Capitale, in Campania e chissà dove altro ancora.

Di grazia, Renzi vuole occuparsi di questo problema o no? Qui, nel “partito vicino” il verso non è cambiato. E le facce (e i metodi) nemmeno.
Ricordiamoci che Bersani non ha fatto nulla per risolvere questo problema, anzi la sua gestione è responsabile dell’incrostazione dei potentati locali; il risultato è stato un 25% alle politiche, perché la gente è difficile che sia così articolata nei giudizi da distinguere tra PD nazionale e PD locale.

Pretendo più civiltà e più responsabilità da parte di chi si oppone a Renzi, elettori inclusi.
L’operazione Pastorino è una stupidaggine assurda compiuta sulla pelle dei cittadini liguri. Cioè, pur di dare contro a Renzi, Civati e Cofferati sono disposti a regalare la Liguria a Berlusconi e Salvini. Sono i nuovi Bertinotti, ma con meno stile, meno idee e senza le attenuanti di allora.

Lo dico a quei pochi elettori intenzionati a votare Pastorino per dare una lezione a Renzi o perché schifati dalla Paita: capisco, ma riconsiderate le vostre priorità e fate i conti con la realtà.
Chi vota Pastorino contribuisce direttamente a far vincere la destra di Salvini, Casa Pound e Forza Italia. Capisco le buone (e cattive) intenzioni, ma cerchiamo di essere lucidi: quella gente è pericolosa e l’antifascismo viene prima di tutte le divisioni di cui ci piace circondarci.

Infine pretendo più qualità nelle candidature del centrosinistra, perché tra gli aspiranti presidenti emersi dal PD e dai suoi fuoriusciti non c’è un solo nome votabile, in queste elezioni liguri. Che si tratti di impresentabili, di infami funzionali alla destra o di semplici incapaci, la qualità è bassissima.
Sono deluso io che abito in un’altra regione, figuriamoci i liguri.

Vite parallele – affinità e affinità tra il compagno Tsipras e i suoi Little Tony

January 26th, 2015 § 8 comments § permalink

Dev’essere dura la vita dei professionisti dell’antirenzismo come Civati, Fassina e Vendola.

Riescono a essere perennemente sbugiardati dalla realtà, smentiti dai fatti, umiliati dai loro stessi eroi e miti. Spesso a caldo, come in questi giorni.

Questa è una cronaca sommaria degli ultimi mesi di rumore politico. Immaginatela come una sequenza di immagini veloci a cui fa seguito uno slow motion sugli eventi impietosi degli ultimi giorni.

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Lo scenario è quello di una commedia grottesca: una minoranza rumorosissima qui in Italia contesta il governo di larghe intese di Renzi (pur avendo fatto, nel caso di Fassina, il viceministro in governo di intese ancora più larghe e imbarazzanti insieme a Berlusconi, quando era presidente del Consiglio Enrico Letta) e specula sul fatto che il governo cerchi – come è normale e democratico – l’accordo sulle regole comuni (la legge elettorale, le riforme istituzionali) con le opposizioni, per quanto brutte queste possano essere.

 

Fanno gli schifati, chiamano “alleanza” una dolorosa necessità (perché il PD non ha i numeri con governare e, vista l’indisponibilità dei grillini, non restano che potenziali alleati di destra) e in alcuni casi invocano le elezioni, pur sapendo che il voto col Porcellum (edit: col propozionale puro voluto dalla Consulta) produrrebbe lo stesso scenario in cui nessuno ha i numeri per governare (e nel mentre si oppongono in tutti i modi ai tentativi di dare all’Italia una legge elettorale che stabilisca inesorabilmente un vincitore).

 

Per mesi si esaltano per il modello greco, cioè una sinistra super-assistenzialista e anti-austerità, che promette di non rispettare i patti e i debiti con l’Europa (e di usarne i fondi, sperando che non si offenda).
Per le Europee fondano addirittura una lista a nome del suo leader, che però sta allo Tsipras originale come Little Tony stava a Elvis. E la infarciscono di vecchie cariatidi della gauche caviar, rottami di Lotta Continua, gente dei salotti romani con servitù al seguito, ecc. Pura sinistra di lotta e di terrazzo. Risultato: un misero 4% rimediato con le unghie e con i denti.

 

Non contenti, si producono in un umiliante episodio in cui una delle suddette “grandi firme” della lista tradisce la promessa di ritirarsi una volta eletta per far spazio a un politico giovane. E per questo si sfanculano tra loro.
Vanno male alle elezioni, tradiscono gli impegni presi con gli elettori e litigano al primo momento utile: il ritratto perfetto della sinistra italiana pre-Renzi.

 

I loro propositi di riscatto risiedono tutti nella Grecia, in ossequio a un’esterofilia che da sempre caratterizza certa sinistra nostrana e che non ci ha impedito di prendere sonore e ripetute mazzate elettorali tutte le volte che ci siamo entusiasmati per le vittorie di Jospin o Zapatero, sperando che la loro onda lunga arrivasse sulle nostre sponde.
La vittoria di Tsipras, a loro detta, può costituire un modello di sinistra alternativa possibile, il riscatto dei duri e puri contro il “mostro” Renzi che fa le larghe intese col centrodestra e preferisce le riforme alle velleità identitarie.

 

Alcuni di loro – i civatiani e alcuni bersaniani irriducibili – sono arrivati al punto di partecipare entusiasticamente a Human Factor, cioè un evento di SEL dal nome orribile, proprio nei giorni prima delle elezioni greche. E hanno parlato malissimo del loro stesso partito e del governo che esprime, con toni da oppositori, talvolta da nemici. Tutti uniti nel nome della “sinistra doc” che combatte l’Euro.
Altro che Renzi con le sue larghe intese! Qui si esercita ai più alti livelli il mito della purezza ben raccontato da Francesco Piccolo e che da sempre pare essere la vera ossessione della sinistra nostrana, i cui sforzi sembrano tesi più alla perfezione dell’autorappresentazione che al cambiare il mondo in meglio.

Sono bastate 24 ore e si è palesata la crudele verità. L’ennesima che smentisce coi fatti i miti, le illusioni e le aspirazioni infantili di quella sinistra che non si rassegna a uscire dal proprio guscio identitario.

Sì, perché Tsipras col suo partito non ha conquistato la maggioranza assoluta per un paio di seggi e non ha avuto problemi ad allearsi istantaneamente con un partitino della destra nazionalista greca dura e pura per ottenere la maggioranza e governare.

In questo, Italia e Grecia scontano due plutarchiane vite parallele, seppure diverse per molti aspetti: entrambi i paesi hanno una legge elettorale che non garantisce un vincitore sicuro e in entrambi i paesi la sinistra si è vista costretta ad allearsi, seppure da posizioni di forza, con partiti di (centro)destra per poter governare, visto che le alleanze con altri partiti erano impraticabili.

 

Personalmente non mi scandalizzo: sono contento della vittoria di Tsipras e penso che la sua scelta di allearsi con la destra riveli un leader decisamente più pragmatico che ideologico.
Non vorrei, però, essere nei panni di Fassina, Civati, Vendola e dei loro supporter, ora che il loro beniamino si è comportato, dal punto di vista delle alleanze, proprio come Renzi (peraltro alleandosi con una destra decisamente peggiore di quella mozzarella di Alfano), facendo l’esatto contrario di quello di cui si bullavano.

 

Da strenuo ottimista, cerco di guardare il lato positivo della questione: forse questa è la volta buona che la parte immatura della sinistra capirà un concetto adulto: non si può avere sempre tutto nei modi che piacciono a noi e spesso è necessario fare compromessi.

Lo so che è un’affermazione ovvia, ma per alcuni della sinistra “tutto e subito” è un tabù, anzi è un’imposizione inaccettabile.

 

Nelle prossime ore assisteremo allo spettacolo imbarazzante di chi, constatata l’identità di azione tra Tsipras e Renzi, dovrà riposizionarsi per non perdere l’allure barricadera e alternativa e non rimangiarsi quanto urlato negli ultimi mesi.
Qualcuno terrà duro nonostante tutto e smentendo se stesso senza problemi.
In questo, la pervicacia di Gillioli che dice “ok, Tsipras si è alleato con la destra ma non vuole dire niente: lasciatelo governare” ispira tenerezza, così come la sua capacità – lo dico con affetto e stimando la persona, beninteso – di non azzeccare una scelta politica che sia una, da Ingroia in giù. fino a Barbara Spinelli.

Qualcun altro cercherà di produrre qualche attenuante o qualche ingenua speranza (la più in voga è “sì, ora è alleato con la destra, ma vedrai che presto la molla per allearsi con To Potami, che è di sinistra”), altri la butteranno sul “sì, ma qui è peggio”, sapendo di mentire.
Su questo è notevole, per comicità, la linea che molti civatiani paiono aver concordato. Dicono “sì, Tsipras si è alleato con la destra, ma è una destra anti austerity”. Tutto vero: quindi se domani Renzi si allea con la Lega di Salvini (che è destra anti austerity) non avranno nulla da obiettare?

Altri ancora – la maggioranza – faranno finta di niente e andranno alla ricerca del prossimo salvatore straniero che un bel giorno arriverà qui a risollevare le sorti della sinistra italiana.

Alla fine il problema è sempre questo: c’è una (piccola, sempre più piccola) parte di sinistra che, al di là delle più o meno ragionevoli critiche che si possono muovere (e che è giusto muovere) al governo Renzi, non si rassegna all’idea che i tempi, i modi, i linguaggi della politica in generale e della sinistra in particolare siano cambiati.

E in assenza di leader credibili, autorevoli e capaci di una proposta politica che vada al di là della conservatorismo assistenzialista e dell’antirenzismo identitario, quel pezzettino di sinistra lì guarda oltreconfine, alla ricerca di un senso che non c’è più.
Cercano l’interprete di un’identità e non capiscono che l’identità politica nel 2015 è fatta di sostanza, cioè di cose fatte. E non di posizioni prese. Cercano (anzi, ora possiamo dire agevolmente che sognano) un salvatore straniero. Sono disposti a vivere nell’illusione piuttosto che mettersi in discussione e cambiare.

Un giorno, con comodo, capiranno che la sinistra del “noi siamo” (anzi, del “noi non siamo”) perderà sempre contro la sinistra del “noi abbiamo fatto”. E – cosa più grave – perderà l’occasione di cambiare le cose in meglio. Che è il motivo per cui siamo di sinistra, credo.

This pencil kills fascists

January 7th, 2015 § 5 comments § permalink

Sto per fare una cosa che non mi piace e che solitamente rifuggo, soprattutto quando viene usata per argomentare “contro”, cioè un bieco atto di ragioneria dei morti.

Quando ho saputo che tra i morti dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo c’era anche Georges Wolinski ho subito pensato a quell’agosto terribile di una decina di anni fa in cui il povero Enzo Baldoni fu ucciso dal delirio religioso di qualche fanatico.

Ho saltato col pensiero da uno all’altro per una semplice questione logica: ho conosciuto entrambi grazie a Linus, la rivista di fumetti (e molto altro) che dal 1965 ai giorni nostri ha allargato la mente e gli orizzonti culturali a un paio di generazioni.

Entrambi avevano a che fare col fumetto. Wolinski come autore dissacrante, controverso e caustico, Baldoni come traduttore/adattatore, prima per Gérard Lauzier, poi per Doonesbury, di cui è diventato una sorta di “interprete”, nel senso più largo possibile della parola, fino a meritarsi l’addio dai protagonisti della striscia, quando è stato ammazzato.

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Ho peccato e ho fatto la conta: Linus, la mia rivista preferita (di cui mi bullo di avere la collezione completa, frutto di anni di mercatini, raid su ebay e una provvidenziale mamma collezionista fin dal 1965), ha ben due morti tra le sue firme, uccisi da fanatici religiosi espressione del più bieco fascismo islamico.

È sicuramente un caso, una orribile e sfortunata coincidenza. Però dà da pensare: due talenti che, per ragioni diversissime, sono incappati nel raggio di morte del fanatismo religioso. Due persone che si occupano della cosa che ai miei occhi pare più innocua al mondo, cioè il fumetto. Due collaboratori di una rivista che prende il nome da uno dei personaggi più riflessivi e placidi dell’intera storia dei fumetti e che ha sempre superato (senza nemmeno porsi il problema se fosse lecito o meno) tutti gli steccati ideologici, pubblicando sulle stesse pagine le vignette dell’extraparlamentare Dalmaviva e le strisce fieramente reazionarie di Al Capp.

Alla luce di questi due morti e di tutti gli altri nella strage di oggi, forse ho cambiato idea.
Mi sto chiedendo da ore perché la banda di fanatici assassini a Parigi ha scelto di colpire a morte un giornale di satira e non nemici più (scusatemi) “seri” e politici.
E sto iniziando a convincermi che i fumetti non sono così innocui.

Credo che ai fascisti fanatici di ogni colore e credo i fumetti facciano paura.
Gli fanno paura perché sono semplici, perché il fumetto è un mezzo espressivo capace di grandissima complessità, ma è anche l’entry level della letteratura, per tutti noi il primo “oggetto di lettura”.
E gli fanno paura perché i fumetti parlano a tutti, sono anticonformisti, non hanno limiti. E spesso fanno ridere e pensare anche senza parole. E per questo possono far ridere e pensare tutti, dai plurilaureati agli analfabeti forzati prodotti da ogni dittatura materiale o spirituale. E gli fanno paura perché i fumetti, soprattutto quelli satirici, fanno ridere. E le dittature (e le religioni: faceva bene il mio amico William Nessuno a ricordare “Il nome della rosa”, ai pochi fortunati che possono leggerlo su Facebook) si prendono molto sul serio. E temono chi ride.

Oggi è circolata molto su Twitter una vignetta di Rob Tornoe, che ritrae un terrorista armato di mitra fumante assediato e minacciato da una selva di penne, matite e pennini giganti.

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L’attacco di oggi è frutto della paura ritratta (senza parole!) in quella striscia.
Se i fascismi in ogni loro incarnazione hanno sempre temuto la parola libera, non possono essere che terrorizzati dai fumetti: la forza della parola e l’efficacia micidiale del disegno insieme.

Nei primi anni Quaranta Woody Guthrie portava scritto sulla sua chitarra “This machine kills fascists“.
Ogni volta che un fumetto provoca una risata e un pensiero insieme, si accende anche solo per un attimo un’intelligenza. E un fascista/fanatico (interiore) muore. Basta pochissimo.
Forse è il caso di mettere – con orgoglio – quella scritta su matite e pennini, da oggi.

Morire è transitivo – ballad for a child

October 31st, 2014 § 6 comments § permalink

Non riesco a scrivere niente sull’assoluzione dei responsabili della morte di Stefano Cucchi, perché l’indignazione non giova alla lucidità di pensiero. Questo è un post disordinato come i miei pensieri, ora. Ma non c’è molto.

Potrei elencare, come gli ingredienti di una ricetta, i miei sentimenti: disgusto, rabbia, senso di impotenza, voglia di gridare. Il risultato sarebbe un piatto impresentabile, caldissimo.
Mi trattengo.
Faccio finta di credere al principio della presunzione d’innocenza e alla moda per cui non si commentano le sentenze.
Ma tutto il bon-ton politico non può sovvertire il mio buonsenso, il nostro buonsenso, che poi è quello che spesso salva le vite. Quando c’è.

Evidentemente in Italia ti muoiono. E’ una condizione un po’ strana per cui qualcuno in divisa provoca la tua morte, ma non ti ammazza. E non è reato, se non per la grammatica e la logica. Tanto non sono materie richieste per entrare nelle Forze dell’Ordine.

Sono stufo di fare le “doverose premesse” quando parlo del problema della democrazia e della civiltà delle Forze dell’Ordine in Italia.
E non perché siano premesse false, ma perché è umiliante dover dire “premetto che ci sono tanti poliziotti e carabinieri onesti e civili” e poi lamentarsi, quando poliziotti e carabinieri dovrebbero essere quelli più civili e più onesti di tutti.

Siamo un paese in cui quando la Polizia mi ferma per strada per un controllo mi sento a disagio. Per anni ho pensato fosse un limite mio. “Ragiono da criminale”, mi dicevo. Davo colpe genetiche a un lontano trisnonno calabrese, pare dedito al brigantaggio. La realtà è che quando ho a che fare con un uomo in divisa ho paura. E come me credo tanti.

Mi sono chiesto le ragioni di questa paura. La risposta che mi do è questa: sappiamo che chi indossa una divisa di fatto non risponde delle sue azioni di fronte alla legge che dovrebbe difendere e far applicare. E sappiamo che il trattamento che le Forze dell’Ordine ci riservano è in gran parte dipendente dalla volontà dei singoli, che per fortuna sono spesso brave persone, seri professionisti, gente equilibrata.

Ma le rare volte che non è così, rischiamo. E sappiamo che per poliziotti e carabinieri che sbagliano o fanno male (o malissimo) c’è una sostanziale impunità che ha precisi elementi costitutivi:

– la totale assenza di documentazione delle azioni delle Forze dell’Ordine (già sappiamo dell’assenza di numeri identificativi sui caschi dei celerini, ma provate a riprendere un poliziotto o un carabiniere mentre compiono un’azione di qualsiasi genere e preparatevi a essere maltrattati, non so quanto legalmente)

– l’omertà di gruppo per cui la Polizia e i Carabinieri, come Corpo/Arma, non hanno nessun interesse a far emergere la verità sulle azioni dei loro membri. La divisa che si fa potere, quello odioso. Quello di “comandiamo noi”. Quello che cantava “uno in meno” quando uccisero Carlo Giuliani.

– la singolare coincidenza per cui, forse in nome di una insana “fratellanza” nella gestione esclusiva della giustizia, i giudici sembrano molto poco propensi a condannare elementi delle Forze dell’Ordine anche di fronte a responsabilità evidenti.

– la difficoltà con cui i cittadini possono far allontanare dalle loro mansioni i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che vanno oltre il loro mandato e delinquono, compiono atti di violenza, ecc. Di solito, nel raro caso vengano riconosciuti colpevoli di violenze abusi, gli uomini in divisa vengono sospesi e poi reintegrati (e poi magari promossi, come è capitato ad alcuni macellai del G8 di Genova). Alla peggio vengono trasferiti, roba che neanche il Vaticano coi preti pedofili.

Tra tutte le cose che sono in discussione in questo paese forzato al cambiamento, questo non c’è. Abbiamo ancora un’impostazione delle Forze dell’Ordine degna di un paese latino negli anni Settanta. E come cittadini non siamo ancora sufficientemente dotati di diritti nei confronti delle Forze dell’Ordine. Siamo ancora troppo esposti al loro arbitrio.

Se c’è qualcosa in cui è importante cambiare verso è la natura delle Forze dell’Ordine. Accountability, trasparenza, merito, chiarezza sulle linee di comando: sono tutte cose che mancano al mondo delle divise nostrane per considerarci un paese civile.
E se avessimo un governo coraggioso da questo punto di vista, faremmo partire una grande indagine su fascismo e sadismo tra le Forze dell’Ordine per stanare chi non è degno di vestire la divisa e di disporre delle sorti altrui.

E no, non è una questione di stipendi bassi, di condizioni di lavoro dure, di “noi poveri poliziotti”. Perché in Italia è pieno di gente che fa brutti lavori pagati male e nessuna di questa usa la sua condizione per giustificare infamie, violenze, soprusi.
Ed è pieno di carabinieri e poliziotti civili che guadagnano un salario da fame come i loro colleghi sadici in divisa. Ma a quanto pare dire che i migliori dovrebbero guadagnare di più e i peggiori meno (o essere licenziati) è di destra.
Chissà cos’è infierire su un inerme, col distintivo dalla parte del manico, allora.

Più Leopolde, meno manganelli. Un appello alla nonviolenza verbale e a Landini

October 29th, 2014 § 22 comments § permalink

Ieri la polizia ha caricato alcuni operai di una fabbrica di proprietà tedesca che rischiano il posto di lavoro e da un po’ non ricevono lo stipendio.
Manifestavano per un diritto fondamentale e per la loro dignità. Erano comprensibilmente su di giri e in cambio hanno ricevuto una carica inspiegabile che ha fatto alcuni feriti.

È successa una cosa orribile. Manganellare chi lotta per il proprio lavoro è un’infamia degna di altri tempi. E farlo a freddo (e il video della Polizia in cui si vedono i manifestanti lanciare qualche oggetto non giustifica la carica) è un’aggravante.

Il Governo ha chiesto subito chiarezza al ministro competente (cioè Alfano). È giusto andare in fondo e capire le responsabilità reali.

Fossi uno dei poliziotti che ha picchiato un operaio senza lavoro mi vergognerei a vita (e al primo commento di un poliziotto “sì, ma ci pagano poco, ecc.” perdo la calma: non c’è salario da fame che giustifichi l’infamia contro i più deboli).
Talvolta ho l’impressione che la sicurezza in piazza sia in mano a degli irresponsabili o a dei fascistoidi senza scrupoli. E di numeri identificativi sui caschi della celere non si vede nemmeno l’ombra.
Se vogliamo stare in Europa ci serve una Polizia all’altezza. Questa è da paese latino. Cambiano i governi ma le debolezze di quel mondo in divisa restano immutate. E nessuno che si prenda la responsabilità delle proprie azioni, meno che mai il Ministro dell’Interno.

A proposito di responsabilità, ma su un altro piano, mi ha colpito lo sfogo del segretario della FIOM Landini, che a caldo (troppo a caldo!) ha fatto direttamente in piazza una tirata contro il governo, approfittando della situazione.

In particolare ha chiuso dicendo che il Presidente del consiglio avrebbe dovuto chiedere scusa e smetterla con le balle e le Leopolde.

Sarò nostalgico, ma mi piace ricordare Togliatti che, quando si prese una pistolettata da Pallante, reagì all’attentato dicendo “state calmi” poco prima di perdere i sensi.
Landini, per molto meno, non è stato calmo. E se ho poco da dire sulla prima parte della sua sceneggiata a caldo (la condivido pure in buona misura), ho molto da contestare il finale.

Vorrei dire a Landini che la Leopolda è una riunione di persone, in gran parte ragazzi, che rinunciano a un weekend per chiudersi in un paio di stanzoni a parlare di politica.

È un evento di cui i media vedono solo la parte più narrabile nella loro solita superficialità: la passerella sul palco in cui alcuni cittadini e amministratori si alternano per un breve intervento.
Ma il cuore sono i tavoli tematici in cui, senza gerarchie e su base volontaria, i partecipanti parlano di ambiente, diritti, scuola, lavoro, ecc. e cercano idee e proposte condivise per migliorare le cose in ogni ambito.

La Leopolda, come metodo, è uno spazio di elaborazione politica aperto, perfino (odio l’espressione) “dal basso”, propositivo e per sua natura diverso e inclusivo, visto che può partecipare chiunque, perfino lui!

La Leopolda è uno spazio di confronto democratico, dove si producono idee. Ci si parla, si concorda e discorda e poi si trova una sintesi, si condivide un percorso.

Per tutte queste ragioni la Leopolda è l’antitesi dello scontro, della semplificazione dialettica, della radicalizzazione e del metodo violento.

Quindi la risposta alla violenza di piazza non è “basta Leopolde”, ma il suo contrario: fare più politica, tornare a far partecipare i cittadini, dare spazio al confronto tra le idee (naturalmente diverse) di tutti e offrire in cambio l’orgoglio di impegnarsi per migliorare la realtà. Sfida che riempie una vita, diceva un certo Berlinguer.

Certo, a Landini possono non piacere alcune idee emerse nella Leopolda renziana, ma in quanto democratico saprà rispettarle, spero.
Ma vorrei si rendesse conto che l’antidoto al veleno dell’odio politico è quel metodo lì.

Anzi, vorrei che Landini e i suoi nuovi amici della minoranza PD imparassero dalla Leopolda, visto che non sono ancora stati in grado di trovare un metodo politico capace di galvanizzare e coinvolgere così tanti cittadini in modo così profondo e ripetuto nel tempo.

Più Leopolde (o come le chiamerà ciascuno) ci saranno, ognuna col suo stile, il suo colore e i suoi protagonisti, più saremo politicamente adulti come paese. E meno ci metteremo in condizioni di picchiare, di essere picchiati e di dover scendere in piazza per chiedere lavoro e dignità.

Vorrei in ultimo far notare a Landini che spargere odio verso un metodo democratico e aperto di elaborazione politica da parte dei cittadini, equiparandolo a una bugia o peggio a un’accolita di manganellatori (ma non voglio credere che lo pensi) è offensivo per i tanti che vi partecipano, anche perché tra questi ci sono alcune tra le migliori persone che ho conosciuto.

E mi sento di dire, con un azzardo, visto che non sono mai stato a una Leopolda (ma le ho seguite tutte), che nessuna persona della Leopolda avrebbe avuto dubbi da che parte stare, in quella piazza: dalla parte dei lavoratori.

Landini se lo ricordi e rispetti la storia umana e politica di tanti cittadini democratici e non violenti, anche se non la pensano esattamente come lui su alcuni temi.
E impari da Togliatti a stare calmo e ad avere i nervi saldi prima di dire cose avventate.
Sono convinto che, seppure vittima di una carica sbagliatissima, si scuserà per la sua uscita.
E se sarà furbo, progetterà la propria Leopolda.

Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments § permalink

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
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