Morire è transitivo – ballad for a child

October 31st, 2014 § 6 comments § permalink

Non riesco a scrivere niente sull’assoluzione dei responsabili della morte di Stefano Cucchi, perché l’indignazione non giova alla lucidità di pensiero. Questo è un post disordinato come i miei pensieri, ora. Ma non c’è molto.

Potrei elencare, come gli ingredienti di una ricetta, i miei sentimenti: disgusto, rabbia, senso di impotenza, voglia di gridare. Il risultato sarebbe un piatto impresentabile, caldissimo.
Mi trattengo.
Faccio finta di credere al principio della presunzione d’innocenza e alla moda per cui non si commentano le sentenze.
Ma tutto il bon-ton politico non può sovvertire il mio buonsenso, il nostro buonsenso, che poi è quello che spesso salva le vite. Quando c’è.

Evidentemente in Italia ti muoiono. E’ una condizione un po’ strana per cui qualcuno in divisa provoca la tua morte, ma non ti ammazza. E non è reato, se non per la grammatica e la logica. Tanto non sono materie richieste per entrare nelle Forze dell’Ordine.

Sono stufo di fare le “doverose premesse” quando parlo del problema della democrazia e della civiltà delle Forze dell’Ordine in Italia.
E non perché siano premesse false, ma perché è umiliante dover dire “premetto che ci sono tanti poliziotti e carabinieri onesti e civili” e poi lamentarsi, quando poliziotti e carabinieri dovrebbero essere quelli più civili e più onesti di tutti.

Siamo un paese in cui quando la Polizia mi ferma per strada per un controllo mi sento a disagio. Per anni ho pensato fosse un limite mio. “Ragiono da criminale”, mi dicevo. Davo colpe genetiche a un lontano trisnonno calabrese, pare dedito al brigantaggio. La realtà è che quando ho a che fare con un uomo in divisa ho paura. E come me credo tanti.

Mi sono chiesto le ragioni di questa paura. La risposta che mi do è questa: sappiamo che chi indossa una divisa di fatto non risponde delle sue azioni di fronte alla legge che dovrebbe difendere e far applicare. E sappiamo che il trattamento che le Forze dell’Ordine ci riservano è in gran parte dipendente dalla volontà dei singoli, che per fortuna sono spesso brave persone, seri professionisti, gente equilibrata.

Ma le rare volte che non è così, rischiamo. E sappiamo che per poliziotti e carabinieri che sbagliano o fanno male (o malissimo) c’è una sostanziale impunità che ha precisi elementi costitutivi:

– la totale assenza di documentazione delle azioni delle Forze dell’Ordine (già sappiamo dell’assenza di numeri identificativi sui caschi dei celerini, ma provate a riprendere un poliziotto o un carabiniere mentre compiono un’azione di qualsiasi genere e preparatevi a essere maltrattati, non so quanto legalmente)

– l’omertà di gruppo per cui la Polizia e i Carabinieri, come Corpo/Arma, non hanno nessun interesse a far emergere la verità sulle azioni dei loro membri. La divisa che si fa potere, quello odioso. Quello di “comandiamo noi”. Quello che cantava “uno in meno” quando uccisero Carlo Giuliani.

– la singolare coincidenza per cui, forse in nome di una insana “fratellanza” nella gestione esclusiva della giustizia, i giudici sembrano molto poco propensi a condannare elementi delle Forze dell’Ordine anche di fronte a responsabilità evidenti.

– la difficoltà con cui i cittadini possono far allontanare dalle loro mansioni i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che vanno oltre il loro mandato e delinquono, compiono atti di violenza, ecc. Di solito, nel raro caso vengano riconosciuti colpevoli di violenze abusi, gli uomini in divisa vengono sospesi e poi reintegrati (e poi magari promossi, come è capitato ad alcuni macellai del G8 di Genova). Alla peggio vengono trasferiti, roba che neanche il Vaticano coi preti pedofili.

Tra tutte le cose che sono in discussione in questo paese forzato al cambiamento, questo non c’è. Abbiamo ancora un’impostazione delle Forze dell’Ordine degna di un paese latino negli anni Settanta. E come cittadini non siamo ancora sufficientemente dotati di diritti nei confronti delle Forze dell’Ordine. Siamo ancora troppo esposti al loro arbitrio.

Se c’è qualcosa in cui è importante cambiare verso è la natura delle Forze dell’Ordine. Accountability, trasparenza, merito, chiarezza sulle linee di comando: sono tutte cose che mancano al mondo delle divise nostrane per considerarci un paese civile.
E se avessimo un governo coraggioso da questo punto di vista, faremmo partire una grande indagine su fascismo e sadismo tra le Forze dell’Ordine per stanare chi non è degno di vestire la divisa e di disporre delle sorti altrui.

E no, non è una questione di stipendi bassi, di condizioni di lavoro dure, di “noi poveri poliziotti”. Perché in Italia è pieno di gente che fa brutti lavori pagati male e nessuna di questa usa la sua condizione per giustificare infamie, violenze, soprusi.
Ed è pieno di carabinieri e poliziotti civili che guadagnano un salario da fame come i loro colleghi sadici in divisa. Ma a quanto pare dire che i migliori dovrebbero guadagnare di più e i peggiori meno (o essere licenziati) è di destra.
Chissà cos’è infierire su un inerme, col distintivo dalla parte del manico, allora.

Più Leopolde, meno manganelli. Un appello alla nonviolenza verbale e a Landini

October 29th, 2014 § 22 comments § permalink

Ieri la polizia ha caricato alcuni operai di una fabbrica di proprietà tedesca che rischiano il posto di lavoro e da un po’ non ricevono lo stipendio.
Manifestavano per un diritto fondamentale e per la loro dignità. Erano comprensibilmente su di giri e in cambio hanno ricevuto una carica inspiegabile che ha fatto alcuni feriti.

È successa una cosa orribile. Manganellare chi lotta per il proprio lavoro è un’infamia degna di altri tempi. E farlo a freddo (e il video della Polizia in cui si vedono i manifestanti lanciare qualche oggetto non giustifica la carica) è un’aggravante.

Il Governo ha chiesto subito chiarezza al ministro competente (cioè Alfano). È giusto andare in fondo e capire le responsabilità reali.

Fossi uno dei poliziotti che ha picchiato un operaio senza lavoro mi vergognerei a vita (e al primo commento di un poliziotto “sì, ma ci pagano poco, ecc.” perdo la calma: non c’è salario da fame che giustifichi l’infamia contro i più deboli).
Talvolta ho l’impressione che la sicurezza in piazza sia in mano a degli irresponsabili o a dei fascistoidi senza scrupoli. E di numeri identificativi sui caschi della celere non si vede nemmeno l’ombra.
Se vogliamo stare in Europa ci serve una Polizia all’altezza. Questa è da paese latino. Cambiano i governi ma le debolezze di quel mondo in divisa restano immutate. E nessuno che si prenda la responsabilità delle proprie azioni, meno che mai il Ministro dell’Interno.

A proposito di responsabilità, ma su un altro piano, mi ha colpito lo sfogo del segretario della FIOM Landini, che a caldo (troppo a caldo!) ha fatto direttamente in piazza una tirata contro il governo, approfittando della situazione.

In particolare ha chiuso dicendo che il Presidente del consiglio avrebbe dovuto chiedere scusa e smetterla con le balle e le Leopolde.

Sarò nostalgico, ma mi piace ricordare Togliatti che, quando si prese una pistolettata da Pallante, reagì all’attentato dicendo “state calmi” poco prima di perdere i sensi.
Landini, per molto meno, non è stato calmo. E se ho poco da dire sulla prima parte della sua sceneggiata a caldo (la condivido pure in buona misura), ho molto da contestare il finale.

Vorrei dire a Landini che la Leopolda è una riunione di persone, in gran parte ragazzi, che rinunciano a un weekend per chiudersi in un paio di stanzoni a parlare di politica.

È un evento di cui i media vedono solo la parte più narrabile nella loro solita superficialità: la passerella sul palco in cui alcuni cittadini e amministratori si alternano per un breve intervento.
Ma il cuore sono i tavoli tematici in cui, senza gerarchie e su base volontaria, i partecipanti parlano di ambiente, diritti, scuola, lavoro, ecc. e cercano idee e proposte condivise per migliorare le cose in ogni ambito.

La Leopolda, come metodo, è uno spazio di elaborazione politica aperto, perfino (odio l’espressione) “dal basso”, propositivo e per sua natura diverso e inclusivo, visto che può partecipare chiunque, perfino lui!

La Leopolda è uno spazio di confronto democratico, dove si producono idee. Ci si parla, si concorda e discorda e poi si trova una sintesi, si condivide un percorso.

Per tutte queste ragioni la Leopolda è l’antitesi dello scontro, della semplificazione dialettica, della radicalizzazione e del metodo violento.

Quindi la risposta alla violenza di piazza non è “basta Leopolde”, ma il suo contrario: fare più politica, tornare a far partecipare i cittadini, dare spazio al confronto tra le idee (naturalmente diverse) di tutti e offrire in cambio l’orgoglio di impegnarsi per migliorare la realtà. Sfida che riempie una vita, diceva un certo Berlinguer.

Certo, a Landini possono non piacere alcune idee emerse nella Leopolda renziana, ma in quanto democratico saprà rispettarle, spero.
Ma vorrei si rendesse conto che l’antidoto al veleno dell’odio politico è quel metodo lì.

Anzi, vorrei che Landini e i suoi nuovi amici della minoranza PD imparassero dalla Leopolda, visto che non sono ancora stati in grado di trovare un metodo politico capace di galvanizzare e coinvolgere così tanti cittadini in modo così profondo e ripetuto nel tempo.

Più Leopolde (o come le chiamerà ciascuno) ci saranno, ognuna col suo stile, il suo colore e i suoi protagonisti, più saremo politicamente adulti come paese. E meno ci metteremo in condizioni di picchiare, di essere picchiati e di dover scendere in piazza per chiedere lavoro e dignità.

Vorrei in ultimo far notare a Landini che spargere odio verso un metodo democratico e aperto di elaborazione politica da parte dei cittadini, equiparandolo a una bugia o peggio a un’accolita di manganellatori (ma non voglio credere che lo pensi) è offensivo per i tanti che vi partecipano, anche perché tra questi ci sono alcune tra le migliori persone che ho conosciuto.

E mi sento di dire, con un azzardo, visto che non sono mai stato a una Leopolda (ma le ho seguite tutte), che nessuna persona della Leopolda avrebbe avuto dubbi da che parte stare, in quella piazza: dalla parte dei lavoratori.

Landini se lo ricordi e rispetti la storia umana e politica di tanti cittadini democratici e non violenti, anche se non la pensano esattamente come lui su alcuni temi.
E impari da Togliatti a stare calmo e ad avere i nervi saldi prima di dire cose avventate.
Sono convinto che, seppure vittima di una carica sbagliatissima, si scuserà per la sua uscita.
E se sarà furbo, progetterà la propria Leopolda.

Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments § permalink

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
» Read the rest of this entry «

Lettera a un fratello che manifesta contro la riforma della Scuola

October 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Caro – ipotetico – fratello minore, non ci sentiamo da un bel pezzo e, se dovessimo dare retta a quella che nelle serie TV chiamano continuity, in teoria ora dovresti aver finito le Superiori da tempo. Ma questa è la finzione di un blog, quindi stai al gioco e fai finta di avere la pazienza di leggermi fino al fondo.

Oggi, con alcuni tuoi compagni di scuola e con un bel po’ di sigle del sindacato e dell’antagonismo, sei sceso in piazza contro la riforma scolastica che a breve dovrebbe cambiare la scuola pubblica in Italia, cercando di modernizzarla, migliorarla e rendendola più efficace.

Mentirei se ti dicessi che non ti capisco, perché per anni sono stato nei tuoi panni, nelle stesse piazze. E ogni volta ero lì per contestare una riforma imminente che poi alla fine non arrivava mai. Sarò onesto: erano riforme variabili tra il così così e il bruttissimo, ma il più delle volte sono sceso in piazza per inerzia o perché mi stava sull’anima il governo che le proponeva. E ci sta. A sedici anni uno ha tutto il diritto di essere un po’ prepolitico e frequentare solo la periferia del merito delle questioni.

Ho anche il timore, postumo, di aver fatto cortei, occupazioni e assemblee per conto terzi, imbeccato un po’ troppo dai sindacati-scuola, le cui lotte sicuramente avrebbero beneficiato della nostra massiccia presenza in piazza. È un brutto pensiero, lo so, ma ricordo perfettamente che la CGIL scuola ci faceva stampare i volantini (tanti volantini) nei propri uffici quando (casualmente?) le proteste studentesche erano in linea con quelle dei docenti. E altre volte  – quando non gli faceva comodo – no, perfino quella volta in cui volevamo celebrare Primo Levi e ci mandarono via dicendo “chiedete all’ANPI”.

Ok, ti ho già annoiato abbastanza col mio sterile reducismo da quarantenne. Il fatto è che pur avendo calpestato le stesse strade che oggi calpesti tu in corteo, non riesco a capire le ragioni della vostra protesta. Oppure le capisco e mi lasciano un po’ inquieto.

Qualcosa mi è chiaro, dopo aver fatto un giro sui giornali online: ho visto striscioni a favore della laicità della scuola, ho sentito i vostri slogan contro i tagli nella scuola (che, per la prima volta dopo anni, non ci saranno: fate slogan retroattivi?), ho percepito i vostri dubbi sui fondi per l’assunzione degli insegnanti precari promessa dal Governo (e qui mi si è accesa la spia “battaglia della CGIL fatta mandando avanti gli studenti” di cui ti dicevo prima).
Sono tutte cose su cui mi vedi concorde o partecipe. In verità ho letto il piano di riforma del Governo e non mi pare di aver scorto nulla che metta a repentaglio la laicità della scuola o che tagli i fondi all’istruzione pubblica.
Quindi probabilmente i vostri slogan su questi temi sono saltati fuori per eccesso di zelo. O forse per abitudine, visto com’è stato l’andazzo negli anni precedenti. Però, ecco, ci tenevo a dirtelo: a leggere le proposte di riforma non c’è nulla da temere. Ma in ogni caso vigileremo, ok?

Non vi capisco, invece, quando ve la prendete con la “scuola ficcanaso”, col Ministero che propone “il controllo” della scuola, degli studenti, degli insegnanti. Mi sembra che stiate manifestando contro una riforma astratta di vostra invenzione, una in cui ogni mattina prima di entrare a scuola c’è un omino del SISMI che vi fa la perquisizione e poi vi segue a casa e appena vi girate vi legge i messaggi su WhatsApp.

La realtà che vedo è che state manifestando contro una riforma che, per la prima volta in Italia, prova (peraltro in modo tenue, a mio giudizio) a mettere nella scuola pubblica italiana il concetto di merito. Sai già cos’è il merito: è quella cosa in cui chi è più bravo a fare il proprio lavoro ottiene di più di chi è meno bravo. E visto che entrambi concordiamo sul fatto che la scuola è l’elemento cardine delle sorti di uno Stato e di una comunità, premiare i più bravi mi sembra uno strumento ragionevole (forse l’unico) per garantirsi una scuola di qualità.

Certo, il merito è una cosa che va valutata. E valutare significa, per lo Stato, ficcare il naso. Cioè guardare materialmente i risultati dell’insegnamento, valutarli, metterli a sistema. Si fa in tutto il mondo, da decenni. Gli strumenti ci sono, funzionano. Se qualcuno lo nega, ti prende in giro. Apri Google e cerca. Vedrai.
L’obiettivo è uno ed è nel vostro interesse come studenti: darvi i migliori insegnanti possibili, cioè i più bravi in aula, i più preparati, i più aggiornati, i più appassionati al loro lavoro.

Mamma la conosci bene: ha 69 anni, è in pensione, ha fatto l’insegnante di Lettere tutta la vita e l’abbiamo vista ogni pomeriggio ripassare e prepararsi la lezione per il giorno dopo, frequentare tutti i corsi di aggiornamento possibili (ricordi che lei, classicista curiosa, è diventata responsabile dell’aula informatica? mi sa che è da lei che abbiamo preso la passione per i bit!) cercando di dare sempre qualcosa di più ai suoi studenti, cercando di stimolarli, offrirgli degli spunti di crescita, tendando perfino di farli divertire mentre imparavano con spirito critico.

Ci è riuscita? Sì, tante volte. Ogni tanto li incontriamo al mercato o in giro per il quartiere: sono suoi ex allievi, magari oggi padri di famiglia, che la fermano e le dicono “si ricorda di me? Lei mi ha cambiato la vita!”, “lei era la mia insegnante preferita, perché ci faceva capire il senso della Storia, non le date”, oppure “mi ricordo ancora di quel giornalino che ci faceva fare in classe con le parodie di Dante”. E lei a distanza di decenni si ricorda di tutti,  uno per uno, figli suoi per 5 ore al giorno.
Perché ha lavorato per loro mettendoci il cuore, cercando di capirli, tentando (e riuscendoci, spesso) di farli divertire. E prendendo lo stesso stipendio (basso, troppo basso) di altri insegnanti impreparati, inadeguati, incapaci, che gioiosamente se ne fregavano della scuola, degli allievi e della professione.

Ecco, ora sta per arrivare un modello scolastico in cui gli insegnanti come mamma, quelli bravi, quelli che ci credono e che fanno onore al mestiere più importante di tutti, potranno essere premiati, cioè guadagnare di più. Perché lo sai anche tu che gli stipendi degli insegnanti in Italia sono tra i più bassi in Europa, se confrontati col costo della vita. Guadagnano tutti poco, nell’attuale sistema che considera gli insegnanti un corpus indistinto che comprende bravissimi e pessimi e tutto quello che c’è nel mezzo. È una cosa da cambiare. Ed è una garanzia per voi studenti e per le famiglie.

Ecco perché non capisco quando alcuni tra voi studenti manifestano contro il merito nella scuola. Avete solo da guadagnarci, avreste un sistema più giusto e più trasparente in cui si sa chi vale e chi no, in cui un insegnante pigro può essere stimolato a svegliarsi e a iniziare a fare corsi d’aggiornamento.
Ho un sospetto e cioè che i veri registi dietro la vostra protesta siano i sindacati-scuola, che è una vita che osteggiano qualsiasi tentativo di riforma che introduca il concetto di merito. A loro il sistema piace così: lavoratori indistinti, bravi o pessimi che siano, pagati malissimo, scatti di anzianità e una scuola che non piace a nessuno, soprattutto a voi.
Ti sembra un sistema giusto? A me sembra una vergogna. Una cosa per cui scendere in piazza.

Ho sentito, poi, alcuni tuoi compagni di corteo scandire slogan contro la “scuola dei padroni”, “asservita agli interessi dell’impresa”. Wow.
Capiamoci: l’idea di una “scuola dei padroni” dà fastidio anche a me. Un po’ per l’uso vetusto della parola “padroni”, un po’ per il merito della questione. La scuola deve formare cittadini liberi, tirare fuori il meglio da ciascuno e preparare, con la conoscenza e l’esempio, i suoi allievi alla vita democratica e civile, affinché contribuiscano al progresso e al benessere della società. E deve essere aperta a tutti, anche a chi non ha il becco di un quattrino, offrendo opportunità ai più meritevoli (lo dice l’articolo 34 della Costituzione: poche righe micidiali nella loro perfezione). Non deve diventare il campionato pulcini di Confindustria, ovvio.

Il fatto è che nella vita democratica e civile c’è anche il mercato. E, salvo che per i ricchissimi di famiglia, c’è anche la necessità di trovare un lavoro, farlo al meglio, garantirsi un futuro economico.
Lo so che a sedici anni tutto suona un po’ anziano e molto paternale (questo è un post paternale, anzi “fraternale”, nonostante tutti i miei sforzi nel cercare di evitare che sia così), ma la scuola serve anche a quello.
Quindi non vedo niente di male se la scuola diventa un po’ più orientata al mondo del lavoro, anche perché lo è già. Solo che è orientata al lavoro degli anni Cinquanta, tra periti chimici, elettrotecnici, corrispondenti in lingue estere (che dattilografano su gloriose Olivetti Lettera 32), geometri, informatici esperti in Turbo Pascal e altre mansioni arcaiche.

Sto scherzando, la scuola è un po’ più moderna di così. Ma molto dipende dalla voglia, dallo slancio e dalla preparazione dei singoli insegnanti. Ma l’ottica è quella e mi sembra ragionevole: la scuola ti prepara anche al mondo del lavoro. E più lo fa in modo aggiornato e corrispondente alla realtà, meglio è, secondo me.

Di cosa avete esattamente paura? Che la scuola diventi una sorta di versione moderna della Scuola Allievi Fiat interamente focalizzata sulla preparazione professionale e addio cultura umanistica, piacere del sapere e materie che oltre a educare “elevano” lo studente?
Non mi pare sia così, leggendo la proposta di riforma. Nessuno ha proposto di tagliare l’insegnamento delle Lettere o delle materie scientifiche pure in cambio di ore di esercizio dell’obbedienza corporate o esercizi in palestra alla catena di montaggio. Visto che a scuola sei bravo, prova anche a esserlo quando valuti la scuola che verrà e dai un’occhiata seria alle proposte per il futuro, non giudicare per sentito dire.

Scoprirai che nella riforma contro cui hai manifestato c’è una cosa che sono convinto troverai anche tu sacrosanta: l’alternanza scuola-lavoro negli Istituti tecnici e professionali, negli ultimi 3 anni. Sì, perché siamo credo l’unico paese in Europa che forma i suoi tecnici e i suoi periti in via del tutto teorica. Conosco gente laureata (a trent’anni, all’italiana) che non ha mai passato un minuto in ufficio. Gente bravissima a scuola e resa inadeguata al mondo del lavoro dalla scuola stessa.

E c’è anche un generale adeguamento dei programmi scolastici alla contemporaneità. Cosa che non vuol dire “svendersi alle imprese”, ma per esempio aggiornare i programmi affinché aiutino gli allievi a orientarsi nel 2014 e non all’epoca manesca e lacrimevole di De Amicis.
Ti faccio un esempio da umanista a umanista. Secondo te è normale che al Liceo continuino l’insegnamento gentiliano delle “belle lettere” leziose e auliche senza introdurre uno straccio di cultura della comunicazione, cioè dello scrivere (bene) per farsi capire (bene) dagli altri?
Là fuori è pieno di gente rovinata dai temi del Liceo, quelli dove è considerato meritevole scrivere in “poetese pretenzioso” frasi che iniziano così: “Molti sono i giorni che separano…”. Gente che poi tenta la carriera giornalistica o finisce a fare il PR o l’addetto stampa, scrive da cani e si lamenta: “eppure prendevo sempre 8 di tema!”. È possibile aggiornare un po’ la proposta formativa affinché formiamo umanisti, scienziati, onesti lavoratori, ecc. che sappiano (e sappiano fare) cose utili nel 2014 e negli anni a venire?

La cultura pura, quella che ti eleva, ti incuriosisce, ti rende una persona migliore non è qualcosa di negoziabile, sono d’accordo. Ma non mi sembra affatto messa a repentaglio dalla riforma imminente della scuola. Anzi, uno dei punti qualificanti della riforma è il rafforzamento di materie come la Musica e la Storia dell’Arte (che in un paese con la nostra offerta artistica ha piuttosto senso, no?) e perfino dell’Educazione Fisica, perché sotto sotto ci piace essere un po’ littori :-).
I cambiamenti sono tutti, ai miei occhi, auspicabili: più cultura online, più Rete, più aggiornamento su temi di frontiera come il digital-making, il coding, ecc. Il tutto a scapito delle vecchiezze della scuola nostrana, che sono tante.

Capisci perché non vi capisco.
Mi rendo conto che i cambiamenti possano fare paura. Ma non a 16 anni, dannazione. Non questi.
La riforma semmai fa paura ad alcuni vostri insegnati e ai loro leaderini di corporazione. E gli fa paura perché ogni cambiamento è un momento della verità: si capirà chi, nella scuola, vale davvero, sa aggiornarsi, sa lavorare bene. E questo tocca rendite di posizione, privilegi precostituiti, stronzaggini arroccate su quel (basso) gradino di potere offerto dal sedere “dalla parte del manico” della cattedra.

Tutto questo è la ragione per cui in tanti andate (e siamo andati per anni) a scuola con il cattivo umore. Ed è la ragione per cui molti di noi sono usciti da scuola convinti di essere bravi e hanno preso un sacco di mazzate, sentendosi inadeguati, al momento di cercare un lavoro, diventare autonomi e farsi una vita propria.

Se c’è una ragione per cui mi sentirei di scendere in piazza insieme a te, oggi, è assicurarci che il cambiamento sia possibile e che non sia vanificato dagli interessi corporativi, dall’egualitarsimo deleterio e ottuso di certa sinistra sindacale, da sempre contraria alla cultura del merito.
Fossi in te scenderei in piazza per chiedere ancora più coraggio e non difenderei la scuola di oggi.
Voi, nel mentre, non fatevi usare, ché la lotta è preziosa e non va regalata a chi non vi ha a cuore.

Fare tardi non significa fare male – aka il golfino di nonno Fassino*

July 16th, 2014 § 7 comments § permalink

Sono una ragazza sfortunata: i miei genitori erano paranoici e bigotti. Per tutta l’adolescenza ho avuto coprifuoco assurdi, perché i miei temevano che, facendo tardi, finissi per combinare qualcosa di brutto: dovevo rientrare alle 6 di pomeriggio nei giorni di scuola e alla sera nei weekend non potevo fare più tardi delle 10. Risultato: il balordo punk della scuola mi ha messa incinta a 17 anni, in pieno pomeriggio”.

Ho intercettato questo mini-racconto di vita molti anni fa a una festa (non preoccupatevi, per quanto ne so la sventurata col coprifuoco prestissimo ora è un’avvocatessa e mamma felice) e mi sono accorto che è da allora che lo uso come esempio quando mi trovo a discutere di movida e più in generale di stili di vita.

IL PROBLEMA MOVIDA NON E’ UN PROBLEMA

Non ha sorpreso nessuno la notizia che il Comune di Torino ha deciso di ridurre ulteriormente l’orario dei locali aperti la notte in città. Sono anni che il centrosinistra al potere a Palazzo Civico ci prova.
Questa volta pare esserci riuscito, imponendo orari particolarmente punitivi ai locali: chiusura all’una fino a mercoledì e alle 2 da giovedì fino al weekend. Tutti a dormire presto, su!

Le ragioni superficiali dell’accorciamento degli orari sono note: i residenti vogliono dormire, la movida disturba, crea un po’ di problemi di ordine pubblico e, poiché i nottambuli tendono ad ammassarsi tutti negli stessi posti, colpisce solo alcuni quartieri.

La questione movida – mi rifiuto di chiamarla problema – non è una cosa nuova. Ne abbiamo già parlato ai tempi del boom dei Murazzi, poi ai tempi del boom del Quadrilatero Romano e ora ne riparliamo in pieno boom di San Salvario come luogo di ritrovo della vita notturna torinese. Sono più di vent’anni che ne parliamo e mi sto un po’ annoiando a scrivere questo post, perché l’ho già scritto decine di volte in altri frangenti, con altri orari, altri sindaci e sempre la stessa delusione.

La delusione è presto spiegata: mi rendo conto che chi amministra questa città continua a considerare la vita notturna solo un problema di ordine pubblico. E lo fa nonostante più di vent’anni di movida torinese abbiano dimostrato che avere una città viva di notte porta innumerevoli vantaggi.

 

COM’ERA TORINO QUANDO ANDAVAMO TUTTI A DORMIRE ALLE 9

Facciamo un piccolo esercizio di memoria: vi ricordate com’era il Quadrilatero prima del boom dei tardi anni Novanta? Io sì: era praticamente disabitato, abbandonato a se stesso, buio, pericoloso e in mano ai tossici. E vi ricordate San Salvario, descritta come il peggiore Bronx degli anni Settanta nei servizi politicamente orientati su Lucignolo?

Ma pensiamo ancora più in grande. Ve la ricordate Piazza Vittorio con la ghiaia, le migliaia di auto parcheggiate (con in mezzo i pusher) e, sotto i portici, tutto buio tranne il Caffè Elena e il Flora nei due angoli opposti?

Mi pare evidente che, al prezzo di un po’ di rumore e di traffico, la storia dimostri che in città la movida rivitalizza quartieri e luoghi mezzi morti, riduce (o sposta altrove) lo spaccio, rende le strade sicure di sera e, cosa non banale, fa aumentare il valore degli immobili. E non vi elenco i benefici che la vita notturna ha dal punto di vista culturale ed economico, perché sono evidenti: il divertimento è un’industria e la vita notturna ne è il laboratorio di ricerca & sviluppo.

 

TUTTI A NANNA PRESTO, PER FAR FELICI NONNO PIERO, IL FANTASMA DEL PCI E LA FIAT

Il fatto che il Comune abbia a cuore in modo esclusivo il sonno sereno di pochi cittadini e non il divertimento e i consumi (culturali e non) di tanti è una piccola ingiustizia: l’Amministrazione deve tutelare tutti, sia chi abita in piena San Salvario e vuole andare a dormire con le galline, sia chi vuole fare l’alba ballando o chiacchierando con gli amici (o sconosciuti o chi diavolo gli pare) in un locale .

Sapete cosa c’è di mezzo, nell’azione unilaterale del Comune all’insegna di “più sonno, meno divertimento”? C’è del moralismo.
E’ un giudizio silenzioso, mai esplicitato e applicato con un po’ di vergogna. C’è dietro il pensiero antico, gretto e conservatore che tutto sommato fare tardi la notte non è bene, anzi forse è un male. E più si fa tardi più si fa male: le ore piccole corrompono l’uomo e la sua morale.
Un pensiero da nonnine reazionarie, sempre pronte ad aggredirti con un golfino, un pensiero da catechisti, da parrocchiani.

Difficile spiegare alla nostra amministrazione comunale – che non abbiamo eletto nel ruolo di preside del liceo o genitore ansioso – che fare tardi non significa per forza fare male e che il tasso di devianza non sale col progredire della notte.
Ed è difficile, ma ci proviamo, spiegarsi perché gli autori di un provvedimento così drastico e così conservatore siano tecnicamente (avverbio dovuto) di (centro)sinistra.

Mi sono dato una spiegazione e coinvolge il sindaco Fassino.
Non lui personalmente, ma la cultura che rappresenta e incarna: la Torino stakanovista, serissima, incapace di gioire, musona, grigia. Un’eredità del PCI più moralista, quello che odiava il corpo, ripudiava il divertimento notturno come svenevole sovrastruttura, bollava come fascista la disco-music, umiliava Pasolini e tutti i non inquadrabili.
Purtroppo è un moralismo duro a morire, perché è socialmente approvato: sotto sotto in questa società fa ancora una figura migliore chi si sveglia presto rispetto a chi si sveglia tardi, chi si ammazza di lavoro rispetto a chi cerca di lavorare e nel mentre coltivarsi come individuo, magari divertendosi, chi riga dritto da mediocre rispetto a chi alterna alti e bassi.

Ecco i danni di un secolo di monocultura Fiat sia dalla parte del padronato, sia da quella degli sfruttati. Non divertirti, pensa a studiare. Non divertirti, pensa (solo) a lavorare. Non divertirti, pensa a militare.
Vi ricordate Torino nei tardi anni Ottanta? (anche prima, immagino, ma sono del 1974) Ecco, quella cultura ha prodotto quello schifo lì: la città spenta per antonomasia. Meno male che sono arrivati gli anni Novanta a riaccenderla.

MIGLIORARE LA MOVIDA, NON COMBATTERLA

Tutte le grandi città hanno una vita notturna, hanno quartieri dedicati alla movida e hanno un’industria del divertimento dopo il tramonto che produce idee, cultura, profitti, talenti e anche una ragionevole dose di problemi. Sfido chiunque a trovarmi un’entità di mercato, dal nightclubbing alla pastorizia, che non porti con sé anche conseguenze spiacevoli o controindicazioni.

A nessuna persona sana di mente e non viziata da moralismi arcaici o pura e semplice stupidità è mai venuto in mente di vietare un mercato, un’attività, una “vita” o regolarla in modo soffocante fino a spegnerla.
Nel resto del mondo si fa così: non si fa la guerra alla causa dei problemi (visto che è anche una grande causa di opportunità e benessere), ma si provano a risolvere le cose che non vanno.

Nello specifico, non si fa la guerra alla movida: si cerca di rendere la movida migliore.

C’è troppo traffico a San Salvario perché la gente si ostina a cercare parcheggio nelle vie strette e invase di gente e di dehors? Il Comune trovi il coraggio di chiudere al traffico dei non residenti la parte più viva del quartiere, faccia i parcheggi sotterranei necessari e il gioco è fatto. Ci siamo già passati ai tempi del Quadrilatero (che è chiuso al traffico di sera e ha i suoi parcheggi sotterranei che funzionano benissimo a prezzi ragionevoli) e il modello funziona senza problemi.

C’è casino? Se il Comune pedonalizza le aree della movida, riduce il rumore generato dal traffico. E soprattutto può far controllare meglio il territorio dalle Forze dell’Ordine. Può perfino responsabilizzare i locali (cosa impossibile se l’Amministrazione è quella che fa chiudere i locali all’una), se c’è un contesto di armonia e non di guerra totale.

Siamo di fronte al solito scenario italiano: pur di non doversi prendere la responsabilità di gestire le cose, il potere preferisce abolirle (perché il coprifuoco così stringente è una condanna a morte per la movida, non è un tentativo di management: diciamoci la verità).
Certo, è una fatica e prevede pure avere a che fare con gli “operatori culturali”, che non sono il massimo della buona volontà e del comprendonio. Ma è una cosa che va fatta, perché non c’è Fassino che tenga: alla gente non passa la voglia di uscire, bere, contarsela, ballare, farsi le canne, divertirsi, fare casino, fare musica, ecc. Anzi, finisce che, in assenza di luoghi dove divertirsi bene, i torinesi iniziano a divertirsi male, ubriacandosi al Valentino (o chissà dove) con l’alcool portato da casa.

 

CAMBIARE, ADEGUARSI, FARSENE UNA RAGIONE

E poi c’è un fatto naturale: le cose avvengono e la gente, lentamente, si adegua. Funziona così da sempre.

Ricordo che durante i primi giorni del boom della movida al Quadrilatero c’era un residente particolarmente infastidito dal casino che passava la sera a tirare petardi gavettoni sulla gente. Poi, come molte vittime dei cambiamenti (che a volte avvengono e non fanno piacere a tutti), si è adeguato. E ha venduto casa (molto cara, perché nel mentre il valore degli immobili in zona era salito tanto) e si è trasferito altrove.

Un londinese che vuole stare tranquillo non prenderebbe nemmeno in considerazione l’idea di andare a vivere a Camden, così come un abitante di New York col sonno leggero eviterebbe di prendere casa a Williamsburg. Forse è il caso che chi si appresta ad andare a vivere a San Salvario lo capisca. E se vuole stare tranquillo vada altrove.
L’alternativa è fare come Milano, una città così focalizzata sul suo ruolo di capitale del terziario impiegatizio da non avere una vita notturna degna di questo nome. Vogliamo morire di noia come i milanesi, tra locali per il dopolavoro degli impiegati e qualche disco per la bella gente in via d’estinzione dei privè e della bamba?

E’ un bene che le cose cambino, è sano che a Torino la “vita” dopo il tramonto segua percorsi di massa poco prevedibili, faccia liberamente il suo corso e ci sorprenda un po’. E’ segno che là fuori, nonostante il Comune che vuole mandarci tutti a letto dopo Carosello “perché altrimenti la gente pensa male”, nonostante le pessime figure di buona parte degli “operatori culturali” (leggi: birrai) della città, spesso incapaci o non desiderosi di fare realmente business e cultura insieme, nonostante il clima sempre più umido, c’è fermento, c’è movimento, c’è un’inespressa voglia di fare. Ed è una voglia più forte degli assurdi coprifuoco comunali.

 

*scusate, oggi ho la titolite stupida.

The newspaper formerly known as l’Unità

July 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Sulle cause del fastidio che in molti abbiamo provato di fronte al video con cui i dipendenti dell’Unità chiedono il salvataggio del giornale per cui lavorano ha già scritto bene Matteo Bordone.
Il video è un autogol nella forma, nelle retoriche, nei contenuti, nelle implicazioni politiche, nel tono stizzito verso coloro a cui si chiedono soldi, nella pretesa non dichiarata ma chiaramente intuibile che i suddetti soldi siano qualcosa di dovuto, anche se il giornale non ha lettori.
Insomma, siamo di fronte a quello che i militari americani chiamano un clusterfuck, cioè una situazione in cui tutto quello che può andare male lo fa in modo inesorabile.

Al di là di tutto questo – che è tantissimo e si aggiunge alla semplice considerazione che un giornale senza lettori non ha senso di esistere – mi hanno colpito due fatti  legati al video, che considero rivelatori di parte delle ragioni intime del fallimento del progetto editoriale e giornalistico dell’Unità.
Sono due fatti di metodo, totalmente scollegati dai contenuti.

Il primo è che i lavoratori dell’Unità non sono stati in grado di produrre il video-appello da soli. E dire che basta poco: uno smartphone, un programmino di editing video e via. Non serve una laurea in cinematografia, davvero: è un’attività elementare.
Saper girare un video di quel genere, montarlo e diffonderlo sono attività basilari che non possono mancare tra le competenze necessarie per fare un quotidiano nel 2014, a meno che il suddetto quotidiano non sia un fossile vivente.

Il secondo è che, incapaci (o non vogliosi) di produrlo, i dipendenti dell’Unità non hanno chiesto aiuto a un amico smanettone o anche solo alfabetizzato al minimo in cose tecnologiche, ma si sono fatti produrre (spero gratis) l’appello video dall’agenzia di Klaus Davi. Ripeto, Klaus Davi.

Ecco, non riesco a trovare una ragione intelligente o anche solo logica per cui il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sia associabile a una discussa agenzia di PR specializzata in clienti trash del peggiore jet set cafone e di destra, nota per sfornare bufale, ricerche inesistenti, siti di news inventate, al punto da essere osteggiata dalla sua stessa associazione di settore. E’ gente che, nel mio ingenuo cuore di militante, non dovrebbe essere nemmeno fatta avvicinare alla redazione romana del quotidiano, anzi dovrebbe essere respinta a leggeri colpi di giornale cartaceo ripiegato – tanto ne avanzano – come si fa coi cani molesti.

Anche se non avessi visto il video (che è un’aggravante), mi bastano questi due fatti per vedere tutti i limiti della situazione professionale e umana all’Unità. Un giornale del 2014 è fatto da gente a proprio agio con le  tecnologie contemporanee (mi sono un po’ stufato di chiamarle nuove, visto che lo sono da vent’anni). Un giornale che dovrebbe essere la voce della sinistra ha referenti, amicizie e orizzonti diversi dai rottami del berlusconismo più trash e dalla satrapia delle terrazze romane dove rossi e neri so’ tutti uguali mentre fanno il trenino alle feste.

Un giornale fatto così, da gente che pensa così, che si comporta così e che fa queste scelte non è l’Unità. E non lo è da tempo, lo dico da anima pia che ha provato, negli ultimi tempi a leggerla.

Non basta avere diritto al brand “l’Unità” per essere il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, bisogna avere riferimenti culturali, idee e dignità adeguati.
L’Unità è una cosa seria, ha una storia da pelle d’oca, è nella memoria di tutti noi che l’abbiamo letta, consigliata, conservata, ritagliata e che anni fa abbiamo speso qualche domenica mattina a diffonderla porta a porta.
Prima ancora di essere un giornale, l’Unità è un insieme di storia, dignità e valori.

Ecco perché questo fallimentare prodotto editoriale che si chiama l’Unità non merita di essere salvato, perché è un’altra cosa rispetto a quello che dichiara di essere. Ed è fatta da gente che evidentemente ha altri orizzonti o è troppo coinvolta nell’insalatona mista della politica romana dove vale tutto. Chiuda pure.

L’Unità, quella vera – cioè l’ambito ufficiale di discussione, riflessione e informazione della sinistra – è morta anni fa, non so bene quando. Forse il giorno in cui è diventata il pezzo di carta che avvolgeva le videocassette dei film che piacevano a Veltroni, forse si è persa tra le figurine di un Pizzaballa e un Oscar Tacchi Terzo, forse da quando le firme più interessanti del giornalismo a sinistra sono sparse qua e là tra Repubblica ed Europa.
O forse è altrove, sparsa a pezzetti in ogni angolo della rete dove la gente di sinistra si ritrova, si informa, parla di politica, ragiona, progetta. Perché non è obbligatorio che l’identità, il ruolo e lo scopo del contenitore dell’informazione e della conversazione politica di sinistra debbano per forza prendere la forma di un prodotto editoriale cartaceo.

Ladri fascisti di biciclette

June 3rd, 2014 § 12 comments § permalink

Questa mattina all’alba la Digos di Torino ha fatto un’operazione contro la cosiddetta “area antagonista” torinese, arrestando un bel po’ di persone per vari atti di violenza avvenuti in città, tra cui molti attacchi vandalici alle sedi del Partito Democratico (non capitava da decenni).

La notizia non è particolarmente rilevante: l’area antagonista torinese è esigua nei numeri, nel peso politico e nei risultati e da sempre soffre di un umiliante complesso di inferiorità nei confronti degli antagonisti di altre zone d’Italia e non ha combinato molto, nel bene e nel male. Giusto un po’ di violenza anonima che confina quell’area alle pagine di cronaca e mai a quelle di politica.

Quello che mi sorprende è nascosto al fondo di questo articolo: tra i vari oggetti rinvenuti durante lo sgombero di una palazzina occupata (che, ci tengo a specificarlo, non era un centro sociale aperto al quartiere) sono state trovate alcune biciclette del bike sharing della città di Torino.

Era già successo qualche tempo fa: alcuni antagonisti erano stati sorpresi mentre danneggiavano le biciclette di TO-Bike (che è la versione sabauda del Bike-MI, avviata dopo un intenso lavoro di naming) e nel giro di una notte, a seguito di alcuni arresti in area notav, erano state danneggiate e rubate numerose biciclette pubbliche, forse per rappresaglia, chi lo sa.

Detto che non mi scandalizzo per le occupazioni (non sono pregiudizialmente contrario, se intervengono sul tessuto metropolitano e producono benefici, coscienza sociale, mutualità) e neppure per la violenza politica (la condanno, ma da quell’area priva di contenuti non mi aspetto altro), per le biciclette del bike-sharing distrutte e rubate mi indigno. Anzi, non me lo spiego.

Non mi viene in mente niente di più innocuo, di più sano e di più rappresentativo della natura buona e giusta di un bene pubblico comune come le biciclette del bike-sharing, un servizio che è aperto a tutti, ha un costo irrisorio che lo rende accessibile a tutti, si diffonde sempre più al di là del centro città, favorisce una mobilità ecologica, a misura d’uomo e mi pare (giuro che mi sono sforzato a trovare qualche pecca) totalmente indiscutibile dal punto di vista politico, anche il più estremista e ostile.

Mi agito, quando non mi spiego le cose. Vorrei poter parlare con qualcuno dei responsabili di quel gesto per capire le sue motivazioni, perché davvero non le afferro. Riesco al massimo a rifugiarmi dietro la macchietta dell’antagonista che se la prende con le “biciclette borghesi”, ma appunto siamo al teatrino.

Quello che so è che un antagonista – che teoricamente dovrebbe essere uno che fa della sua vita intera una battaglia per un mondo più giusto – nel momento in cui danneggia o ruba le biciclette del bike-sharing fa un atto che non solo è intimamente sbagliato (come tutte le violenze), ma fa un furto e un danno a tutti noi. E deruba/danneggia una cosa bella che abbiamo noi, “noi” come società. Quindi un antagonista che fa un’operazione del genere viene perfino meno al suo ruolo (se fosse prendibile sul serio, beninteso).

E no, non c’è rabbia adolescenziale o spirito distruttivo punk dietro quel gesto, anche perché l’età media in quei giri antagonisti è  alta, a partire dai caporioni che sono ben oltre la cinquantina e qualche tardo scimmiottatore di slogan orribili ormai coi capelli brizzolati.
Anzi, c’è pure la contraddizione per cui questi violenti si riempiono la bocca di ecologismo militante quando si tratta di parlare di TAV, ma poi all’atto pratico distruggono e rubano le biciclette pubbliche ai cittadini, colpendo peraltro i più poveri e i meno garantiti (e, ma questa è una cosa nota, non fanno niente quando nella stessa valle scavano un secondo tunnel per l’autostrada).

Non mi interessa dire nulla sugli stili di vita, sulle retoriche e sul modo di condurre la lotta politica da parte di quel mondo lì. Non è la mia parte (lo è stata brevemente anni fa, con tutte le riserve del caso) e mi rendo conto che non è una parte con cui cercare un terreno comune.
Ho solo voglia di dire che questa cosa mi fa schifo come militante – perché fa solo male, squalifica il movimento e crea danno a quelli che teoricamente dovrebbero stare a cuore ai “duri e puri”  – e mi indigna come cittadino, perché è un furto a tutti noi, è un atto di fascismo puro, una rappresaglia gratuita senza senso.

La prossima volta che a qualcuno verrà in mente di giustificare le violenze di quest’area, perché magari colpiscono una parte politica sgradita, forse sarà meglio pensare a questo. E capire che quella violenza cieca e assurda fa male a tutti, anche a chi è così avventato da gioire perché gli antagonisti hanno devastato le sedi del PD.

Il PD cambia verbo (ausiliare). Riflessioni su una vittoria sorprendente

May 26th, 2014 § 5 comments § permalink

Di solito ci si trova da queste parti per consolarsi a vicenda dopo le elezioni. Siamo da sempre preparati all’ennesima mazzata, vissuta come una conseguenza naturale del solo fatto di esistere e di essere di sinistra. Questo spazio, quindi, di norma è occupato da un lacrimevole post pieno di pacche sulle spalle, abbracci consolatori e pile fazzolettini usati.
 
Ieri è successo che il centrosinistra ha vinto. No, dai. Ha stravinto.
Ancora meglio: ieri il PD  ha preso circa 7 punti percentuali in più del migliore risultato fatto da un grande partito di sinistra nella storia patria.
 
Non sono psicologicamente preparato per un’evenienza simile. Non ho le risposte emotive adeguate, non so bene cosa fare, non so gestire i sentimenti positivi e il senso di “release” che si prova in certe occasioni di smodato entusiasmo (a un certo punto, trascinato da una foga futurista, temo di aver scritto da qualche parte online un immotivato “adesso esco e vado a picchiare i vicini di casa”, contando che hanno facce e modi da elettori PD convinti e mi stanno pure simpatici e  pratico la nonviolenza).
 
Sono pure torinese, da noi le attività di giubilo scomposto (e a Torino sorridere in pubblico oltre una certa angolazione è considerato oltraggio al decoro) sono scoraggiate fin dalla più tenera età.
 
Mi sono comunque abbandonato a una notte intera di astratti furori, per una volta positivi. Capita di rado. Forse una volta sola nella vita.
Ne ho approfittato e spero lo abbiate fatto anche voi.
 
Ora, a bocce ferme, cerco di capire questa vittoria inattesa e imprevista e cosa si porta dietro. Perché sono ancora incredulo e ho bisogno di darmi una spiegazione razionale, proprio come quando perdiamo (ma con un mood migliore).
 
Ecco tre sensazioni che mi lasciano queste elezioni.
 
 
1 – Ha vinto la politica.
 
Vi risparmio la tirata sull’antipolitica grillina e berlusconiana, perché la sapete già.
 
Dico solo che sono bastati meno di 3 mesi di governo Renzi (che, ricordiamo, ha una maggioranza a tratti orribile e inaffidabile e una genesi costituzionalmente impeccabile ma non meravigliosa) perché arrivassero le prime riforme in Italia. Magari attività non enormi ed epocali, ma cambiamenti veri, necessari, concreti e in molti casi attivi subito e come tale verificabili.E sono stati aperti grandi cantieri per le riforme più rilevanti (che poi sono il punto debole della politica di Renzi, finora, ma c’è molto spazio per migliorare tutto).
 
Fatevi una domanda: quali altre riforme ricordate degli ultimi dieci anni? E quante di queste sono state firmate dal centrosinistra? Elencatele nei commenti, su.
A me è venuto in mente poco, perché ho l’impressione che, esclusi i problemi legali di Berlusconi, in Italia non succede niente da due decenni, sia a destra sia a sinistra.
 
Può sembrare strano, ma l’Italia era in astinenza da politica, quella vera. In compenso siamo tutti in overdose di chiacchiera politica, di gossip, di retroscena e “confronto gridato sfanculante” (non mi viene una definizione migliore per i toni degli ultimi giorni della campagna elettorale).
 
E’ bastato fare relativamente poco (enfasi su “fare”) e il paese se n’è accorto, ha iniziato di nuovo a parlare di politica, non di olgettine e pompette. E’ un risultato non numerico, questo, che forse vale più del 41%.
 
 
2 – La sinistra ha cambiato verso, ma soprattutto ha cambiato verbo (ausiliare).
 
Fino a qualche tempo fa, se qualcuno mi chiedeva le ragioni per il mio voto al centrosinistra, la mia risposta era più o meno standard: “Perché il centrosinistra è…”, “perché noi siamo…”.
Ora posso rispondere “Perché il centrosinistra ha fatto…”.
Siamo, cioè, passati dalla sinistra dell’identità e dell’essere a quella dell’azione, del fare.
 
Tanto tempo fa una mia lontana zia bigotta mi disse che nel Vangelo c’è scritto che non saremo giudicati per il male che non abbiamo causato, ma per il bene che abbiamo fatto.
Ecco, sono convinto che in politica valga un principio simile: la sinistra non si giudica per le posizioni teoriche che ha preso, ma per le cose buone e giuste che ha effettivamente fatto.
E da qualche mese abbiamo un centrosinistra al governo che, magari in modo un po’ frettoloso, fa, cambia, agisce e interviene senza troppi timori reverenziali.
 
Questa cosa sconvolge molti di noi (ove “noi” sta a intendere “quelli nati di sinistra e culturalmente tali”) ancora più di una vittoria inattesa.
Diciamolo, non siamo (più?) abituati al cambiamento, forse perché sono vent’anni che cerchiamo di difendere il paese dai cambiamenti in peggio proposti da Berlusconi.
 
Ne parlavo oggi con mia mamma, che è il mio ideologo di riferimento e in 50 anni di militanza ne ha vista qualcuna più di me. “Vedi”, mi diceva, “alcuni a sinistra hanno ancora una mentalità da ‘comitato centrale virtuale’ in cui il merito delle cose è meno importante della forma.
Quindi il ‘cosa fai’ gli importa meno di ‘come lo fai’ e di ‘con chi lo fai'”.
 
Credo sia un male endemico della sinistra identitaria, anche se qualcuno ne è guarito, con gli anni. Per fortuna molti votanti non *di* sinistra, ma *a* sinistra hanno un approccio più pragmatico. Gli interessa cosa la sinistra fa, non cosa penserebbe in linea teorica in un mondo ideale mentre sta lì con le mani in mano a tergiversare.
 
E’ bastato un elenco discreto di cose fatte al governo in 3 mesi per poter chiedere il voto in modo più convinto e convincente del solito, evidentemente.
Non sembra, ma erano anni che non avevamo risultati da sbandierare, giusto prese di posizione.
 
 
3 – Berlusconi e Grillo sono alleati inconsapevoli del PD.
 
No, non ho bevuto  (ok, sì, un po’ ieri sera per festeggiare). Provo a spiegarmi.
 
Sia Berlusconi sia Grillo di fatto tengono “fermi” la destra e il Movimento 5 Stelle. La loro presenza ingombrante (nel caso di Berlusconi anche fagocitante) è la causa della totale assenza di una classe dirigente presentabile all’interno dei loro partiti, al di là del leader di spicco.
 
La Lega, per fare un esempio, è riuscita a mettere da parte Bossi. Si è liberata dello spettro del fondatore ed è stata premiata alle urne, anche se poco.
 
La destra berlusconiana, invece, è in mezzo al guado. Berlusconi non va via, non andrà mai via (e se andrà via andranno via i suoi soldi) e questo impedisce a chiunque altro di emergere. Ed è un peccato (per loro, dico), perché i rari casi in cui si profila una figura carismatica extra-Berlusconi, la destra non solo tiene, ma addirittura rischia di vincere, come a Pavia dove è candidato il “Renzi di destra”.
 
Capita così anche con il Movimento 5 Stelle. E’ Beppe Grillo che prende i voti e questo fa sì che i candidati grillini, insomma la futura classe dirigente del Movimento, non abbiano alcuna necessità di essere autorevoli, preparati, capaci. Tanto la macchina dei voti funziona lo stesso: i grillini non votano i grillini, votano il “tutti a casa” e votano il comico sul palco.
 
Ecco perché il grado di preparazione politica, di cultura (assoluta e democratica), di capacità di distinguere il vero dalle fregnacce dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle è di solito bassissimo, con punte comiche con cui ci siamo intrattenuti negli ultimi giorni.
Ed ecco perché questa situazione non migliorerà, fino a quando Grillo comanda incontrastato: perché non c’è spazio per far emergere i migliori, lì dentro. Banalmente perché i migliori non ci sono: lì ci sono giusto burattini (che appena si ribellano vengono cacciati).
 
Con una classe dirigente senza un briciolo di autorevolezza, nessuno potrà mettere in discussione il grande limite del Movimento 5 Stelle, cioè la sua totale incapacità di dialogare e collaborare con altri partiti: una testardaggine infantile che fa solo danni, in primis a loro stessi. Anche perché è insostenibile.
 
Grazie a Grillo e a Berlusconi, quindi, il Movimento 5 Stelle e la destra non si muovono, non hanno per ora prospettive evolutive. E non credo possano crescere più di tanto, anzi. Forse possono solo calare.
Anche questa è una buona notizia.

Cambiamo le cose, partendo da noi

December 8th, 2013 § 15 comments § permalink

Dopo approfondite indagini ho finalmente scoperto uno dei colpevoli dello sfascio della sinistra italiana: io.

Ho guardato il mio sguardo finto-innocente nello specchio e mi sono ascoltato produrre la solita sequenza ventennale di scuse autoassolutorie: “è colpa degli altri”, “l’Italia non ci ha capito”, “c’era Berlusconi, bisognava adeguarsi”, “l’Italia è un paese di destra, cosa ci vuoi fare?”, “sembrava tanto una brava persona”, “bisognava spostare l’asse del partito a sinistra”, eccetera.

Sono anni che ci lamentiamo di questa sinistra, che non combina molto, che non ci piace, che non ci assomiglia (sempre che assomigliarci sia un pregio). E mai una volta che ci chiediamo perché.

I politici che rappresentano questa sinistra non ci piacciono? Cascasse il mondo, non ci chiediamo mai chi li ha messi lì. E soprattutto evitiamo di affrontare la domanda più antipatica di tutte: dopo anni di bruttezza (perché non è che la sinistra fa imbarazzo da qualche minuto, no?) perché non abbiamo fatto nulla per cambiare le cose e le persone?

Se l’Italia oggi è quel che è, la colpa è anche mia. Perché ho pensato che stare dalla parte giusta fosse sufficiente, senza chiedermi con troppa enfasi “ma stiamo davvero facendo le cose giuste?”. E soprattutto “le nostre buone intenzioni si traducono in pratiche giuste?”. E ho perso tempo a chiedermi se il PD fosse sufficientemente di sinistra, senza pormi il problema se stesse effettivamente facendo cose di sinistra (enfasi su “facendo”, perché uno dei rischi è avere un partito che si dice di sinistrissima e poi non fa niente, perché sta all’opposizione a vita).

Questa premessa piena di fastidiose interrogative retoriche prevede una risposta chiara: no.

Penso che per cambiare in meglio l’Italia sia necessario che la sinistra cambi il suo volto, aggiorni il suo modo di pensare e crei una nuova identità più aperta.
Per fare questo dobbiamo abbattere tutte le resistenze politiche e soprattutto psicologiche e culturali che abbiamo di fronte al cambiamento. Perché dobbiamo cambiare pure noi, dentro. Ed è difficile mettersi in discussione se ci si sente inequivocabilmente dalla parte giusta, ha un costo psicologico enorme. Ma mai come ora abbiamo la chance di cambiare le cose solo se iniziamo da noi.

Questo è un post in cui spiego perché andrò a votare alle Primarie per l’elezione del Segretario Nazionale del Partito Democratico e sceglierò Matteo Renzi.
E’ un post un po’ strano, perché è fatto un po’ come un librogame. Cioè alla fine di ogni paragrafo vi metto di fronte a un bivio in cui valutate se proseguire la lettura o meno a seconda delle vostre scelte. Non è necessario tirare i dadi.

» Read the rest of this entry «

Ma che colpa abbiamo noi? – pagina del 777 del Televideo per i non bersaniani

June 12th, 2013 § 9 comments § permalink

Forti dello straordinario successo del PD alle Amministrative, si sono fatti vivi i responsabili del tracollo elettorale del centrosinistra alle Politiche e del conseguente esaurimento della dignità del centrosinistra, grazie alla brillante “operazione-Marini” (in cui hanno inspiegabilmente affondato la Corazzata-Prodi con colpi di fuoco-amico). Sono usciti dal piumone sotto cui si erano rintanati al momento delle prime proiezioni elettorali a febbraio portando in dono un documento intitolato internamente “Meglio un morto in casa che Renzi alla porta”.

E’ una lettura interessante, perché racconta perfettamente il modo di pensare e gli universi di riferimento dei più affermati consiglieri del fu segretario del PD.
Poiché il documento è lungo – l’hanno scritto loro: “la comunicazione, come la musica balcanica, ha rotto i coglioni, quindi beccatevi il pippone” – e scritto in sinistrese liceale, ho pensato di fare cosa gradita traducendo in italiano semplice alcune sue parti.

A questo link trovate lo .zip del PDF del documento – preso da Europa – con evidenziate le parti più interessanti, accompagnate da mie note contenenti le opportune traduzioni. Per leggerlo, salvate il file, scompattatelo e apritelo con Acrobat Reader o Anteprima (sui Mac). Su iPhone e iPad non funziona, rassegnatevi.

Per visualizzare le note, fate click sui mini post-it che trovate sparsi per il testo. Teoricamente, se tutto va bene, dovrebbero comparire.

Buona lettura.

Where Am I?

You are currently browsing the politica category at Suzukimaruti.