Fare tardi non significa fare male – aka il golfino di nonno Fassino*

July 16th, 2014 § 7 comments § permalink

Sono una ragazza sfortunata: i miei genitori erano paranoici e bigotti. Per tutta l’adolescenza ho avuto coprifuoco assurdi, perché i miei temevano che, facendo tardi, finissi per combinare qualcosa di brutto: dovevo rientrare alle 6 di pomeriggio nei giorni di scuola e alla sera nei weekend non potevo fare più tardi delle 10. Risultato: il balordo punk della scuola mi ha messa incinta a 17 anni, in pieno pomeriggio”.

Ho intercettato questo mini-racconto di vita molti anni fa a una festa (non preoccupatevi, per quanto ne so la sventurata col coprifuoco prestissimo ora è un’avvocatessa e mamma felice) e mi sono accorto che è da allora che lo uso come esempio quando mi trovo a discutere di movida e più in generale di stili di vita.

IL PROBLEMA MOVIDA NON E’ UN PROBLEMA

Non ha sorpreso nessuno la notizia che il Comune di Torino ha deciso di ridurre ulteriormente l’orario dei locali aperti la notte in città. Sono anni che il centrosinistra al potere a Palazzo Civico ci prova.
Questa volta pare esserci riuscito, imponendo orari particolarmente punitivi ai locali: chiusura all’una fino a mercoledì e alle 2 da giovedì fino al weekend. Tutti a dormire presto, su!

Le ragioni superficiali dell’accorciamento degli orari sono note: i residenti vogliono dormire, la movida disturba, crea un po’ di problemi di ordine pubblico e, poiché i nottambuli tendono ad ammassarsi tutti negli stessi posti, colpisce solo alcuni quartieri.

La questione movida – mi rifiuto di chiamarla problema – non è una cosa nuova. Ne abbiamo già parlato ai tempi del boom dei Murazzi, poi ai tempi del boom del Quadrilatero Romano e ora ne riparliamo in pieno boom di San Salvario come luogo di ritrovo della vita notturna torinese. Sono più di vent’anni che ne parliamo e mi sto un po’ annoiando a scrivere questo post, perché l’ho già scritto decine di volte in altri frangenti, con altri orari, altri sindaci e sempre la stessa delusione.

La delusione è presto spiegata: mi rendo conto che chi amministra questa città continua a considerare la vita notturna solo un problema di ordine pubblico. E lo fa nonostante più di vent’anni di movida torinese abbiano dimostrato che avere una città viva di notte porta innumerevoli vantaggi.

 

COM’ERA TORINO QUANDO ANDAVAMO TUTTI A DORMIRE ALLE 9

Facciamo un piccolo esercizio di memoria: vi ricordate com’era il Quadrilatero prima del boom dei tardi anni Novanta? Io sì: era praticamente disabitato, abbandonato a se stesso, buio, pericoloso e in mano ai tossici. E vi ricordate San Salvario, descritta come il peggiore Bronx degli anni Settanta nei servizi politicamente orientati su Lucignolo?

Ma pensiamo ancora più in grande. Ve la ricordate Piazza Vittorio con la ghiaia, le migliaia di auto parcheggiate (con in mezzo i pusher) e, sotto i portici, tutto buio tranne il Caffè Elena e il Flora nei due angoli opposti?

Mi pare evidente che, al prezzo di un po’ di rumore e di traffico, la storia dimostri che in città la movida rivitalizza quartieri e luoghi mezzi morti, riduce (o sposta altrove) lo spaccio, rende le strade sicure di sera e, cosa non banale, fa aumentare il valore degli immobili. E non vi elenco i benefici che la vita notturna ha dal punto di vista culturale ed economico, perché sono evidenti: il divertimento è un’industria e la vita notturna ne è il laboratorio di ricerca & sviluppo.

 

TUTTI A NANNA PRESTO, PER FAR FELICI NONNO PIERO, IL FANTASMA DEL PCI E LA FIAT

Il fatto che il Comune abbia a cuore in modo esclusivo il sonno sereno di pochi cittadini e non il divertimento e i consumi (culturali e non) di tanti è una piccola ingiustizia: l’Amministrazione deve tutelare tutti, sia chi abita in piena San Salvario e vuole andare a dormire con le galline, sia chi vuole fare l’alba ballando o chiacchierando con gli amici (o sconosciuti o chi diavolo gli pare) in un locale .

Sapete cosa c’è di mezzo, nell’azione unilaterale del Comune all’insegna di “più sonno, meno divertimento”? C’è del moralismo.
E’ un giudizio silenzioso, mai esplicitato e applicato con un po’ di vergogna. C’è dietro il pensiero antico, gretto e conservatore che tutto sommato fare tardi la notte non è bene, anzi forse è un male. E più si fa tardi più si fa male: le ore piccole corrompono l’uomo e la sua morale.
Un pensiero da nonnine reazionarie, sempre pronte ad aggredirti con un golfino, un pensiero da catechisti, da parrocchiani.

Difficile spiegare alla nostra amministrazione comunale – che non abbiamo eletto nel ruolo di preside del liceo o genitore ansioso – che fare tardi non significa per forza fare male e che il tasso di devianza non sale col progredire della notte.
Ed è difficile, ma ci proviamo, spiegarsi perché gli autori di un provvedimento così drastico e così conservatore siano tecnicamente (avverbio dovuto) di (centro)sinistra.

Mi sono dato una spiegazione e coinvolge il sindaco Fassino.
Non lui personalmente, ma la cultura che rappresenta e incarna: la Torino stakanovista, serissima, incapace di gioire, musona, grigia. Un’eredità del PCI più moralista, quello che odiava il corpo, ripudiava il divertimento notturno come svenevole sovrastruttura, bollava come fascista la disco-music, umiliava Pasolini e tutti i non inquadrabili.
Purtroppo è un moralismo duro a morire, perché è socialmente approvato: sotto sotto in questa società fa ancora una figura migliore chi si sveglia presto rispetto a chi si sveglia tardi, chi si ammazza di lavoro rispetto a chi cerca di lavorare e nel mentre coltivarsi come individuo, magari divertendosi, chi riga dritto da mediocre rispetto a chi alterna alti e bassi.

Ecco i danni di un secolo di monocultura Fiat sia dalla parte del padronato, sia da quella degli sfruttati. Non divertirti, pensa a studiare. Non divertirti, pensa (solo) a lavorare. Non divertirti, pensa a militare.
Vi ricordate Torino nei tardi anni Ottanta? (anche prima, immagino, ma sono del 1974) Ecco, quella cultura ha prodotto quello schifo lì: la città spenta per antonomasia. Meno male che sono arrivati gli anni Novanta a riaccenderla.

MIGLIORARE LA MOVIDA, NON COMBATTERLA

Tutte le grandi città hanno una vita notturna, hanno quartieri dedicati alla movida e hanno un’industria del divertimento dopo il tramonto che produce idee, cultura, profitti, talenti e anche una ragionevole dose di problemi. Sfido chiunque a trovarmi un’entità di mercato, dal nightclubbing alla pastorizia, che non porti con sé anche conseguenze spiacevoli o controindicazioni.

A nessuna persona sana di mente e non viziata da moralismi arcaici o pura e semplice stupidità è mai venuto in mente di vietare un mercato, un’attività, una “vita” o regolarla in modo soffocante fino a spegnerla.
Nel resto del mondo si fa così: non si fa la guerra alla causa dei problemi (visto che è anche una grande causa di opportunità e benessere), ma si provano a risolvere le cose che non vanno.

Nello specifico, non si fa la guerra alla movida: si cerca di rendere la movida migliore.

C’è troppo traffico a San Salvario perché la gente si ostina a cercare parcheggio nelle vie strette e invase di gente e di dehors? Il Comune trovi il coraggio di chiudere al traffico dei non residenti la parte più viva del quartiere, faccia i parcheggi sotterranei necessari e il gioco è fatto. Ci siamo già passati ai tempi del Quadrilatero (che è chiuso al traffico di sera e ha i suoi parcheggi sotterranei che funzionano benissimo a prezzi ragionevoli) e il modello funziona senza problemi.

C’è casino? Se il Comune pedonalizza le aree della movida, riduce il rumore generato dal traffico. E soprattutto può far controllare meglio il territorio dalle Forze dell’Ordine. Può perfino responsabilizzare i locali (cosa impossibile se l’Amministrazione è quella che fa chiudere i locali all’una), se c’è un contesto di armonia e non di guerra totale.

Siamo di fronte al solito scenario italiano: pur di non doversi prendere la responsabilità di gestire le cose, il potere preferisce abolirle (perché il coprifuoco così stringente è una condanna a morte per la movida, non è un tentativo di management: diciamoci la verità).
Certo, è una fatica e prevede pure avere a che fare con gli “operatori culturali”, che non sono il massimo della buona volontà e del comprendonio. Ma è una cosa che va fatta, perché non c’è Fassino che tenga: alla gente non passa la voglia di uscire, bere, contarsela, ballare, farsi le canne, divertirsi, fare casino, fare musica, ecc. Anzi, finisce che, in assenza di luoghi dove divertirsi bene, i torinesi iniziano a divertirsi male, ubriacandosi al Valentino (o chissà dove) con l’alcool portato da casa.

 

CAMBIARE, ADEGUARSI, FARSENE UNA RAGIONE

E poi c’è un fatto naturale: le cose avvengono e la gente, lentamente, si adegua. Funziona così da sempre.

Ricordo che durante i primi giorni del boom della movida al Quadrilatero c’era un residente particolarmente infastidito dal casino che passava la sera a tirare petardi gavettoni sulla gente. Poi, come molte vittime dei cambiamenti (che a volte avvengono e non fanno piacere a tutti), si è adeguato. E ha venduto casa (molto cara, perché nel mentre il valore degli immobili in zona era salito tanto) e si è trasferito altrove.

Un londinese che vuole stare tranquillo non prenderebbe nemmeno in considerazione l’idea di andare a vivere a Camden, così come un abitante di New York col sonno leggero eviterebbe di prendere casa a Williamsburg. Forse è il caso che chi si appresta ad andare a vivere a San Salvario lo capisca. E se vuole stare tranquillo vada altrove.
L’alternativa è fare come Milano, una città così focalizzata sul suo ruolo di capitale del terziario impiegatizio da non avere una vita notturna degna di questo nome. Vogliamo morire di noia come i milanesi, tra locali per il dopolavoro degli impiegati e qualche disco per la bella gente in via d’estinzione dei privè e della bamba?

E’ un bene che le cose cambino, è sano che a Torino la “vita” dopo il tramonto segua percorsi di massa poco prevedibili, faccia liberamente il suo corso e ci sorprenda un po’. E’ segno che là fuori, nonostante il Comune che vuole mandarci tutti a letto dopo Carosello “perché altrimenti la gente pensa male”, nonostante le pessime figure di buona parte degli “operatori culturali” (leggi: birrai) della città, spesso incapaci o non desiderosi di fare realmente business e cultura insieme, nonostante il clima sempre più umido, c’è fermento, c’è movimento, c’è un’inespressa voglia di fare. Ed è una voglia più forte degli assurdi coprifuoco comunali.

 

*scusate, oggi ho la titolite stupida.

The newspaper formerly known as l’Unità

July 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Sulle cause del fastidio che in molti abbiamo provato di fronte al video con cui i dipendenti dell’Unità chiedono il salvataggio del giornale per cui lavorano ha già scritto bene Matteo Bordone.
Il video è un autogol nella forma, nelle retoriche, nei contenuti, nelle implicazioni politiche, nel tono stizzito verso coloro a cui si chiedono soldi, nella pretesa non dichiarata ma chiaramente intuibile che i suddetti soldi siano qualcosa di dovuto, anche se il giornale non ha lettori.
Insomma, siamo di fronte a quello che i militari americani chiamano un clusterfuck, cioè una situazione in cui tutto quello che può andare male lo fa in modo inesorabile.

Al di là di tutto questo – che è tantissimo e si aggiunge alla semplice considerazione che un giornale senza lettori non ha senso di esistere – mi hanno colpito due fatti  legati al video, che considero rivelatori di parte delle ragioni intime del fallimento del progetto editoriale e giornalistico dell’Unità.
Sono due fatti di metodo, totalmente scollegati dai contenuti.

Il primo è che i lavoratori dell’Unità non sono stati in grado di produrre il video-appello da soli. E dire che basta poco: uno smartphone, un programmino di editing video e via. Non serve una laurea in cinematografia, davvero: è un’attività elementare.
Saper girare un video di quel genere, montarlo e diffonderlo sono attività basilari che non possono mancare tra le competenze necessarie per fare un quotidiano nel 2014, a meno che il suddetto quotidiano non sia un fossile vivente.

Il secondo è che, incapaci (o non vogliosi) di produrlo, i dipendenti dell’Unità non hanno chiesto aiuto a un amico smanettone o anche solo alfabetizzato al minimo in cose tecnologiche, ma si sono fatti produrre (spero gratis) l’appello video dall’agenzia di Klaus Davi. Ripeto, Klaus Davi.

Ecco, non riesco a trovare una ragione intelligente o anche solo logica per cui il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sia associabile a una discussa agenzia di PR specializzata in clienti trash del peggiore jet set cafone e di destra, nota per sfornare bufale, ricerche inesistenti, siti di news inventate, al punto da essere osteggiata dalla sua stessa associazione di settore. E’ gente che, nel mio ingenuo cuore di militante, non dovrebbe essere nemmeno fatta avvicinare alla redazione romana del quotidiano, anzi dovrebbe essere respinta a leggeri colpi di giornale cartaceo ripiegato – tanto ne avanzano – come si fa coi cani molesti.

Anche se non avessi visto il video (che è un’aggravante), mi bastano questi due fatti per vedere tutti i limiti della situazione professionale e umana all’Unità. Un giornale del 2014 è fatto da gente a proprio agio con le  tecnologie contemporanee (mi sono un po’ stufato di chiamarle nuove, visto che lo sono da vent’anni). Un giornale che dovrebbe essere la voce della sinistra ha referenti, amicizie e orizzonti diversi dai rottami del berlusconismo più trash e dalla satrapia delle terrazze romane dove rossi e neri so’ tutti uguali mentre fanno il trenino alle feste.

Un giornale fatto così, da gente che pensa così, che si comporta così e che fa queste scelte non è l’Unità. E non lo è da tempo, lo dico da anima pia che ha provato, negli ultimi tempi a leggerla.

Non basta avere diritto al brand “l’Unità” per essere il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, bisogna avere riferimenti culturali, idee e dignità adeguati.
L’Unità è una cosa seria, ha una storia da pelle d’oca, è nella memoria di tutti noi che l’abbiamo letta, consigliata, conservata, ritagliata e che anni fa abbiamo speso qualche domenica mattina a diffonderla porta a porta.
Prima ancora di essere un giornale, l’Unità è un insieme di storia, dignità e valori.

Ecco perché questo fallimentare prodotto editoriale che si chiama l’Unità non merita di essere salvato, perché è un’altra cosa rispetto a quello che dichiara di essere. Ed è fatta da gente che evidentemente ha altri orizzonti o è troppo coinvolta nell’insalatona mista della politica romana dove vale tutto. Chiuda pure.

L’Unità, quella vera – cioè l’ambito ufficiale di discussione, riflessione e informazione della sinistra – è morta anni fa, non so bene quando. Forse il giorno in cui è diventata il pezzo di carta che avvolgeva le videocassette dei film che piacevano a Veltroni, forse si è persa tra le figurine di un Pizzaballa e un Oscar Tacchi Terzo, forse da quando le firme più interessanti del giornalismo a sinistra sono sparse qua e là tra Repubblica ed Europa.
O forse è altrove, sparsa a pezzetti in ogni angolo della rete dove la gente di sinistra si ritrova, si informa, parla di politica, ragiona, progetta. Perché non è obbligatorio che l’identità, il ruolo e lo scopo del contenitore dell’informazione e della conversazione politica di sinistra debbano per forza prendere la forma di un prodotto editoriale cartaceo.

Ladri fascisti di biciclette

June 3rd, 2014 § 12 comments § permalink

Questa mattina all’alba la Digos di Torino ha fatto un’operazione contro la cosiddetta “area antagonista” torinese, arrestando un bel po’ di persone per vari atti di violenza avvenuti in città, tra cui molti attacchi vandalici alle sedi del Partito Democratico (non capitava da decenni).

La notizia non è particolarmente rilevante: l’area antagonista torinese è esigua nei numeri, nel peso politico e nei risultati e da sempre soffre di un umiliante complesso di inferiorità nei confronti degli antagonisti di altre zone d’Italia e non ha combinato molto, nel bene e nel male. Giusto un po’ di violenza anonima che confina quell’area alle pagine di cronaca e mai a quelle di politica.

Quello che mi sorprende è nascosto al fondo di questo articolo: tra i vari oggetti rinvenuti durante lo sgombero di una palazzina occupata (che, ci tengo a specificarlo, non era un centro sociale aperto al quartiere) sono state trovate alcune biciclette del bike sharing della città di Torino.

Era già successo qualche tempo fa: alcuni antagonisti erano stati sorpresi mentre danneggiavano le biciclette di TO-Bike (che è la versione sabauda del Bike-MI, avviata dopo un intenso lavoro di naming) e nel giro di una notte, a seguito di alcuni arresti in area notav, erano state danneggiate e rubate numerose biciclette pubbliche, forse per rappresaglia, chi lo sa.

Detto che non mi scandalizzo per le occupazioni (non sono pregiudizialmente contrario, se intervengono sul tessuto metropolitano e producono benefici, coscienza sociale, mutualità) e neppure per la violenza politica (la condanno, ma da quell’area priva di contenuti non mi aspetto altro), per le biciclette del bike-sharing distrutte e rubate mi indigno. Anzi, non me lo spiego.

Non mi viene in mente niente di più innocuo, di più sano e di più rappresentativo della natura buona e giusta di un bene pubblico comune come le biciclette del bike-sharing, un servizio che è aperto a tutti, ha un costo irrisorio che lo rende accessibile a tutti, si diffonde sempre più al di là del centro città, favorisce una mobilità ecologica, a misura d’uomo e mi pare (giuro che mi sono sforzato a trovare qualche pecca) totalmente indiscutibile dal punto di vista politico, anche il più estremista e ostile.

Mi agito, quando non mi spiego le cose. Vorrei poter parlare con qualcuno dei responsabili di quel gesto per capire le sue motivazioni, perché davvero non le afferro. Riesco al massimo a rifugiarmi dietro la macchietta dell’antagonista che se la prende con le “biciclette borghesi”, ma appunto siamo al teatrino.

Quello che so è che un antagonista – che teoricamente dovrebbe essere uno che fa della sua vita intera una battaglia per un mondo più giusto – nel momento in cui danneggia o ruba le biciclette del bike-sharing fa un atto che non solo è intimamente sbagliato (come tutte le violenze), ma fa un furto e un danno a tutti noi. E deruba/danneggia una cosa bella che abbiamo noi, “noi” come società. Quindi un antagonista che fa un’operazione del genere viene perfino meno al suo ruolo (se fosse prendibile sul serio, beninteso).

E no, non c’è rabbia adolescenziale o spirito distruttivo punk dietro quel gesto, anche perché l’età media in quei giri antagonisti è  alta, a partire dai caporioni che sono ben oltre la cinquantina e qualche tardo scimmiottatore di slogan orribili ormai coi capelli brizzolati.
Anzi, c’è pure la contraddizione per cui questi violenti si riempiono la bocca di ecologismo militante quando si tratta di parlare di TAV, ma poi all’atto pratico distruggono e rubano le biciclette pubbliche ai cittadini, colpendo peraltro i più poveri e i meno garantiti (e, ma questa è una cosa nota, non fanno niente quando nella stessa valle scavano un secondo tunnel per l’autostrada).

Non mi interessa dire nulla sugli stili di vita, sulle retoriche e sul modo di condurre la lotta politica da parte di quel mondo lì. Non è la mia parte (lo è stata brevemente anni fa, con tutte le riserve del caso) e mi rendo conto che non è una parte con cui cercare un terreno comune.
Ho solo voglia di dire che questa cosa mi fa schifo come militante – perché fa solo male, squalifica il movimento e crea danno a quelli che teoricamente dovrebbero stare a cuore ai “duri e puri”  - e mi indigna come cittadino, perché è un furto a tutti noi, è un atto di fascismo puro, una rappresaglia gratuita senza senso.

La prossima volta che a qualcuno verrà in mente di giustificare le violenze di quest’area, perché magari colpiscono una parte politica sgradita, forse sarà meglio pensare a questo. E capire che quella violenza cieca e assurda fa male a tutti, anche a chi è così avventato da gioire perché gli antagonisti hanno devastato le sedi del PD.

Il PD cambia verbo (ausiliare). Riflessioni su una vittoria sorprendente

May 26th, 2014 § 5 comments § permalink

Di solito ci si trova da queste parti per consolarsi a vicenda dopo le elezioni. Siamo da sempre preparati all’ennesima mazzata, vissuta come una conseguenza naturale del solo fatto di esistere e di essere di sinistra. Questo spazio, quindi, di norma è occupato da un lacrimevole post pieno di pacche sulle spalle, abbracci consolatori e pile fazzolettini usati.
 
Ieri è successo che il centrosinistra ha vinto. No, dai. Ha stravinto.
Ancora meglio: ieri il PD  ha preso circa 7 punti percentuali in più del migliore risultato fatto da un grande partito di sinistra nella storia patria.
 
Non sono psicologicamente preparato per un’evenienza simile. Non ho le risposte emotive adeguate, non so bene cosa fare, non so gestire i sentimenti positivi e il senso di “release” che si prova in certe occasioni di smodato entusiasmo (a un certo punto, trascinato da una foga futurista, temo di aver scritto da qualche parte online un immotivato “adesso esco e vado a picchiare i vicini di casa”, contando che hanno facce e modi da elettori PD convinti e mi stanno pure simpatici e  pratico la nonviolenza).
 
Sono pure torinese, da noi le attività di giubilo scomposto (e a Torino sorridere in pubblico oltre una certa angolazione è considerato oltraggio al decoro) sono scoraggiate fin dalla più tenera età.
 
Mi sono comunque abbandonato a una notte intera di astratti furori, per una volta positivi. Capita di rado. Forse una volta sola nella vita.
Ne ho approfittato e spero lo abbiate fatto anche voi.
 
Ora, a bocce ferme, cerco di capire questa vittoria inattesa e imprevista e cosa si porta dietro. Perché sono ancora incredulo e ho bisogno di darmi una spiegazione razionale, proprio come quando perdiamo (ma con un mood migliore).
 
Ecco tre sensazioni che mi lasciano queste elezioni.
 
 
1 – Ha vinto la politica.
 
Vi risparmio la tirata sull’antipolitica grillina e berlusconiana, perché la sapete già.
 
Dico solo che sono bastati meno di 3 mesi di governo Renzi (che, ricordiamo, ha una maggioranza a tratti orribile e inaffidabile e una genesi costituzionalmente impeccabile ma non meravigliosa) perché arrivassero le prime riforme in Italia. Magari attività non enormi ed epocali, ma cambiamenti veri, necessari, concreti e in molti casi attivi subito e come tale verificabili.E sono stati aperti grandi cantieri per le riforme più rilevanti (che poi sono il punto debole della politica di Renzi, finora, ma c’è molto spazio per migliorare tutto).
 
Fatevi una domanda: quali altre riforme ricordate degli ultimi dieci anni? E quante di queste sono state firmate dal centrosinistra? Elencatele nei commenti, su.
A me è venuto in mente poco, perché ho l’impressione che, esclusi i problemi legali di Berlusconi, in Italia non succede niente da due decenni, sia a destra sia a sinistra.
 
Può sembrare strano, ma l’Italia era in astinenza da politica, quella vera. In compenso siamo tutti in overdose di chiacchiera politica, di gossip, di retroscena e “confronto gridato sfanculante” (non mi viene una definizione migliore per i toni degli ultimi giorni della campagna elettorale).
 
E’ bastato fare relativamente poco (enfasi su “fare”) e il paese se n’è accorto, ha iniziato di nuovo a parlare di politica, non di olgettine e pompette. E’ un risultato non numerico, questo, che forse vale più del 41%.
 
 
2 – La sinistra ha cambiato verso, ma soprattutto ha cambiato verbo (ausiliare).
 
Fino a qualche tempo fa, se qualcuno mi chiedeva le ragioni per il mio voto al centrosinistra, la mia risposta era più o meno standard: “Perché il centrosinistra è…”, “perché noi siamo…”.
Ora posso rispondere “Perché il centrosinistra ha fatto…”.
Siamo, cioè, passati dalla sinistra dell’identità e dell’essere a quella dell’azione, del fare.
 
Tanto tempo fa una mia lontana zia bigotta mi disse che nel Vangelo c’è scritto che non saremo giudicati per il male che non abbiamo causato, ma per il bene che abbiamo fatto.
Ecco, sono convinto che in politica valga un principio simile: la sinistra non si giudica per le posizioni teoriche che ha preso, ma per le cose buone e giuste che ha effettivamente fatto.
E da qualche mese abbiamo un centrosinistra al governo che, magari in modo un po’ frettoloso, fa, cambia, agisce e interviene senza troppi timori reverenziali.
 
Questa cosa sconvolge molti di noi (ove “noi” sta a intendere “quelli nati di sinistra e culturalmente tali”) ancora più di una vittoria inattesa.
Diciamolo, non siamo (più?) abituati al cambiamento, forse perché sono vent’anni che cerchiamo di difendere il paese dai cambiamenti in peggio proposti da Berlusconi.
 
Ne parlavo oggi con mia mamma, che è il mio ideologo di riferimento e in 50 anni di militanza ne ha vista qualcuna più di me. “Vedi”, mi diceva, “alcuni a sinistra hanno ancora una mentalità da ‘comitato centrale virtuale’ in cui il merito delle cose è meno importante della forma.
Quindi il ‘cosa fai’ gli importa meno di ‘come lo fai’ e di ‘con chi lo fai’”.
 
Credo sia un male endemico della sinistra identitaria, anche se qualcuno ne è guarito, con gli anni. Per fortuna molti votanti non *di* sinistra, ma *a* sinistra hanno un approccio più pragmatico. Gli interessa cosa la sinistra fa, non cosa penserebbe in linea teorica in un mondo ideale mentre sta lì con le mani in mano a tergiversare.
 
E’ bastato un elenco discreto di cose fatte al governo in 3 mesi per poter chiedere il voto in modo più convinto e convincente del solito, evidentemente.
Non sembra, ma erano anni che non avevamo risultati da sbandierare, giusto prese di posizione.
 
 
3 – Berlusconi e Grillo sono alleati inconsapevoli del PD.
 
No, non ho bevuto  (ok, sì, un po’ ieri sera per festeggiare). Provo a spiegarmi.
 
Sia Berlusconi sia Grillo di fatto tengono “fermi” la destra e il Movimento 5 Stelle. La loro presenza ingombrante (nel caso di Berlusconi anche fagocitante) è la causa della totale assenza di una classe dirigente presentabile all’interno dei loro partiti, al di là del leader di spicco.
 
La Lega, per fare un esempio, è riuscita a mettere da parte Bossi. Si è liberata dello spettro del fondatore ed è stata premiata alle urne, anche se poco.
 
La destra berlusconiana, invece, è in mezzo al guado. Berlusconi non va via, non andrà mai via (e se andrà via andranno via i suoi soldi) e questo impedisce a chiunque altro di emergere. Ed è un peccato (per loro, dico), perché i rari casi in cui si profila una figura carismatica extra-Berlusconi, la destra non solo tiene, ma addirittura rischia di vincere, come a Pavia dove è candidato il “Renzi di destra”.
 
Capita così anche con il Movimento 5 Stelle. E’ Beppe Grillo che prende i voti e questo fa sì che i candidati grillini, insomma la futura classe dirigente del Movimento, non abbiano alcuna necessità di essere autorevoli, preparati, capaci. Tanto la macchina dei voti funziona lo stesso: i grillini non votano i grillini, votano il “tutti a casa” e votano il comico sul palco.
 
Ecco perché il grado di preparazione politica, di cultura (assoluta e democratica), di capacità di distinguere il vero dalle fregnacce dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle è di solito bassissimo, con punte comiche con cui ci siamo intrattenuti negli ultimi giorni.
Ed ecco perché questa situazione non migliorerà, fino a quando Grillo comanda incontrastato: perché non c’è spazio per far emergere i migliori, lì dentro. Banalmente perché i migliori non ci sono: lì ci sono giusto burattini (che appena si ribellano vengono cacciati).
 
Con una classe dirigente senza un briciolo di autorevolezza, nessuno potrà mettere in discussione il grande limite del Movimento 5 Stelle, cioè la sua totale incapacità di dialogare e collaborare con altri partiti: una testardaggine infantile che fa solo danni, in primis a loro stessi. Anche perché è insostenibile.
 
Grazie a Grillo e a Berlusconi, quindi, il Movimento 5 Stelle e la destra non si muovono, non hanno per ora prospettive evolutive. E non credo possano crescere più di tanto, anzi. Forse possono solo calare.
Anche questa è una buona notizia.

Cambiamo le cose, partendo da noi

December 8th, 2013 § 15 comments § permalink

Dopo approfondite indagini ho finalmente scoperto uno dei colpevoli dello sfascio della sinistra italiana: io.

Ho guardato il mio sguardo finto-innocente nello specchio e mi sono ascoltato produrre la solita sequenza ventennale di scuse autoassolutorie: “è colpa degli altri”, “l’Italia non ci ha capito”, “c’era Berlusconi, bisognava adeguarsi”, “l’Italia è un paese di destra, cosa ci vuoi fare?”, “sembrava tanto una brava persona”, “bisognava spostare l’asse del partito a sinistra”, eccetera.

Sono anni che ci lamentiamo di questa sinistra, che non combina molto, che non ci piace, che non ci assomiglia (sempre che assomigliarci sia un pregio). E mai una volta che ci chiediamo perché.

I politici che rappresentano questa sinistra non ci piacciono? Cascasse il mondo, non ci chiediamo mai chi li ha messi lì. E soprattutto evitiamo di affrontare la domanda più antipatica di tutte: dopo anni di bruttezza (perché non è che la sinistra fa imbarazzo da qualche minuto, no?) perché non abbiamo fatto nulla per cambiare le cose e le persone?

Se l’Italia oggi è quel che è, la colpa è anche mia. Perché ho pensato che stare dalla parte giusta fosse sufficiente, senza chiedermi con troppa enfasi “ma stiamo davvero facendo le cose giuste?”. E soprattutto “le nostre buone intenzioni si traducono in pratiche giuste?”. E ho perso tempo a chiedermi se il PD fosse sufficientemente di sinistra, senza pormi il problema se stesse effettivamente facendo cose di sinistra (enfasi su “facendo”, perché uno dei rischi è avere un partito che si dice di sinistrissima e poi non fa niente, perché sta all’opposizione a vita).

Questa premessa piena di fastidiose interrogative retoriche prevede una risposta chiara: no.

Penso che per cambiare in meglio l’Italia sia necessario che la sinistra cambi il suo volto, aggiorni il suo modo di pensare e crei una nuova identità più aperta.
Per fare questo dobbiamo abbattere tutte le resistenze politiche e soprattutto psicologiche e culturali che abbiamo di fronte al cambiamento. Perché dobbiamo cambiare pure noi, dentro. Ed è difficile mettersi in discussione se ci si sente inequivocabilmente dalla parte giusta, ha un costo psicologico enorme. Ma mai come ora abbiamo la chance di cambiare le cose solo se iniziamo da noi.

Questo è un post in cui spiego perché andrò a votare alle Primarie per l’elezione del Segretario Nazionale del Partito Democratico e sceglierò Matteo Renzi.
E’ un post un po’ strano, perché è fatto un po’ come un librogame. Cioè alla fine di ogni paragrafo vi metto di fronte a un bivio in cui valutate se proseguire la lettura o meno a seconda delle vostre scelte. Non è necessario tirare i dadi.

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Ma che colpa abbiamo noi? – pagina del 777 del Televideo per i non bersaniani

June 12th, 2013 § 9 comments § permalink

Forti dello straordinario successo del PD alle Amministrative, si sono fatti vivi i responsabili del tracollo elettorale del centrosinistra alle Politiche e del conseguente esaurimento della dignità del centrosinistra, grazie alla brillante “operazione-Marini” (in cui hanno inspiegabilmente affondato la Corazzata-Prodi con colpi di fuoco-amico). Sono usciti dal piumone sotto cui si erano rintanati al momento delle prime proiezioni elettorali a febbraio portando in dono un documento intitolato internamente “Meglio un morto in casa che Renzi alla porta”.

E’ una lettura interessante, perché racconta perfettamente il modo di pensare e gli universi di riferimento dei più affermati consiglieri del fu segretario del PD.
Poiché il documento è lungo – l’hanno scritto loro: “la comunicazione, come la musica balcanica, ha rotto i coglioni, quindi beccatevi il pippone” – e scritto in sinistrese liceale, ho pensato di fare cosa gradita traducendo in italiano semplice alcune sue parti.

A questo link trovate lo .zip del PDF del documento – preso da Europa – con evidenziate le parti più interessanti, accompagnate da mie note contenenti le opportune traduzioni. Per leggerlo, salvate il file, scompattatelo e apritelo con Acrobat Reader o Anteprima (sui Mac). Su iPhone e iPad non funziona, rassegnatevi.

Per visualizzare le note, fate click sui mini post-it che trovate sparsi per il testo. Teoricamente, se tutto va bene, dovrebbero comparire.

Buona lettura.

Antifascismo riflessivo: pensieri sul bruto che c’è in noi

March 20th, 2013 § 44 comments § permalink

Nei mesi passati, casomai non lo aveste notato :), ho supportato la corsa di Matteo Renzi alle Primarie del centrosinistra. (tranquilli, non è l’ennesimo post su Renzi, ma su una cosa molto più spiacevole)
Dal momento in cui ho dichiarato online il mio orientamento per le Primarie e il conseguente dissenso dall’attuale linea e classe dirigente del PD, mi sono accorto che su Twitter è iniziata una progressiva escalation dell’odio.

A ogni mio tweet sul tema PD e affini, cioè, corrispondevano sempre più risposte antipatiche da parte di altri utenti: spesso attacchi personali, polemiche pretestuose, provocazioni, eccetera.

Cosa curiosa: le persone più assidue in questi attacchi erano sempre le stesse, giorno dopo giorno.
Ho provato a controllare in giro: sempre loro, un gruppo ben definito, aggredivano altri utenti di Twitter non allineati con la linea bersaniana del PD. E lo facevano con toni aggressivi, talvolta offensivi e arroganti. Pura logica di branco: uno scrive e tanti arrivano ad aggredire, irridere, provocare (non a dialogare, che è cosa gradita anche se non si concorda).

Seguendo le tracce di uno degli utenti più aggressivi ho scoperto che era registrato a un sito: 300 Spartani.
E, con mia somma sorpresa (e fatica, ché mi è costato cliccare sull’avatar di tutti gli iscritti), mi sono accorto che gli aggressori digitali erano praticamente tutti lì, associati a quel sito.
Che sorpresa. Coincidenza?

Trecento Spartani sulla carta dovrebbe essere il volto “social” del PD: un gruppo di militanti digitali che fa campagna elettorale per il partito, dialogando sui social media con gli interessati.
A leggere questo articolo su Lettera 43 sembra proprio quello: tanti giovani volontari che fanno una campagna obamiana di inclusione digitale, allargamento del consenso, eccetera.

Nell’articolo si parla di “volontari a disposizione del dipartimento comunicazione del partito”, quindi le loro azioni sono ufficiali e su mandato del dipartimento comunicazione del PD. Il coordinatore del progetto, non a caso, è Tommaso Giuntella,  uno dei tre “scudieri” di Pierluigi Bersani durante la campagna delle Primarie (gli altri due erano Alessandra Moretti e Roberto Speranza, ora portavoce del PD alla Camera).

Imponendosi di non pensare male, possiamo essere così ingenui da pensare che la coesistenza del gruppetto d’assalto all’interno del sito Trecento Spartani sia pura casualità. D’altronde è evidente che tra i Trecento ci sono anche persone il cui agire online è civile e rispettoso e che non hanno partecipato alle squadracce.

A essere un po’ meno ingenui, invece, sorge il sospetto che non si tratti di una coincidenza e che l’azione di aggressione online del dissenso sia organizzata e parte del progetto.
A conferma di questo ci sono un po’ di fatti, al di là del riferimento culturale fascistoide nel nome (lo dico con dispiacere, amando quel fumetto e detestandone il film) e delle retoriche guerriere sbandierate qua e là sul sito.

 

AGGRESSIONI ORGANIZZATE?

Il primo fatto, e il più grave, è che il gruppo dei Trecento Spartani si è reso responsabile di un attacco di massa nei commenti al blog di Mantellini, a seguito di un suo post critico verso Bersani.
Niente di grave, materialmente (l’iniziativa era innocua negli esiti e Massimo ha visto di peggio), ma indicativo di un fatto: il gruppo compie azioni di attacco organizzate e coordinate e pare avere un focus sul disturbo del dissenso interno, più che sull’allargamento del consenso al partito.

Ieri sera il coordinatore del progetto ha confermato su Twitter qui qui e qui  che l’azione era organizzata da loro, cioè dai Trecento Spartani, e non spontanea. Ha ovviamente minimizzato: “era uno scherzo”, trascurando che quel gruppo lì agisce su mandato del PD e prima di fare cose simili deve pensarci due volte (e poi soprassedere).

Il secondo sono le rivelazioni dell’utente di Twitter @ArgoTone, uno tra gli utenti più attivi nella polemica, spesso con toni accesi (è un eufemismo).
Messo di fronte all’evidenza della presenza del suo profilo sul sito dei Trecento Spartani, ha riconosciuto di aver partecipato alla nascita del gruppo e di esserne uscito in seguito, in dissenso a suo dire con la linea e con le pratiche diffuse al suo interno.
Lascio alle sue parole, riprese dal suo profilo Twitter, la spiegazione del perché.

Schermata 2013-03-20 alle 09.03.14 Schermata 2013-03-20 alle 09.06.21

Mentre ieri si dipanava la discussione con i protagonisti di questi attacchi, un bel po’ di persone su Twitter rivelava o realizzava di essere stata vittima di attacchi di gruppo organizzati da parte dei soliti difensori dell’ortodossia PD, a conferma che il fenomeno era diffuso su larga scala.

 

ESISTONO QUINDI I PICCHIATORI DIGITALI DEL PD?

La situazione è spinosa. Credo non ci siano le prove provate per affermare con certezza che il PD ha attivato un gruppo di “attivisti digitali” il cui focus purtroppo non è stato fare campagna elettorale o promuovere le idee del partito, ma aggredire sistematicamente e in modo organizzato e di gruppo il dissenso online su Twitter.
Ci sono però tutti gli elementi per sospettarlo. Ognuno si faccia la sua opinione.

La mia idea, che esula un po’ dal problema in sé, è che il “bullismo di sinistra” (ricordate l’hashtag “scagnozzixbersani“? ora mette un po’ i brividi, a ripensarci), spuntato durante le Primarie a difesa dell’ortodossia bersaniana, è dilagato a Primarie concluse e ha fatto danni elettorali, punendo il PD intero e mandando via tanti elettori dubbiosi, orbitanti, “di area”, ecc.
Mi rendo anche conto che il bullismo tanti-contro-uno è parte delle (deprecabili) grammatiche della conversazione online. Di solito si fa contro il potente/famoso di turno; chi di noi non si è divertito a impallinare Formigoni o la Santanché? Mi pare, tuttavia, che la questione sia diversa come valori e come gravità se il tutto è compiuto contro singoli utenti ed è fatto da parte di un gruppo spalleggiato dal PD.

Di certo c’è il fatto che il gruppo dei Trecento ha rivendicato, attraverso il suo coordinatore, un’azione di massa e organizzata di attacco a un blog che esprimeva dissenso verso la linea Bersani.
Per me, elettore PD, è una cosa gravissima (come metodo: gli esiti sono da ridere). E trovo ancora più grave che sia riconducibile al partito.
Mi chiedo se la dirigenza PD ne è al corrente e cosa ne pensa.
Come avreste reagito se una cosa simile fosse stata fatta dai berlusconiani o dai grillini più ultras? Pensateci.

E’ anche inoppugnabile che al suo interno ci sono protagonisti degli attacchi sistematici su Twitter a chi non sposava la linea Bersani. Un caso? O no?

Ciò che è evidente, però, è un dato politico: finite le Primarie, le forze a supporto di una parte del PD (quella bersaniana) sono state cooptate per gestire la comunicazione del partito per intero.
Si sono, cioè, presi i miliziani di una parte (gente che non va esattamente per il sottile e a cui è toccato il lavoro sporco) e li si è messi a comunicare con tutti e per conto del partito. Hanno fatto danni enormi per inesperienza, insipienza, inconsistenza dei responsabili, limiti personali dei protagonisti.
Chi li ha messi in quel ruolo ha fatto un errore evidente. (Già, chi?)

Questo ha fatto sì che la comunicazione sui social network fosse un fallimento da ogni punto di vista, con elettori dubbiosi mandati via, derisi, aggrediti, offesi. Ieri erano in tanti a lamentarsi di questo. Un ottimo modo per perdere voti.

 

GUERRIERI AUTOLESIONISTI AKA FRIENDLY FIRE

La mia critica politica ai Trecento Spartani, anche al netto della loro eventuale missione di repressione del dissenso, è proprio questa: aver agito prevalentemente, con i crismi del partito, per fare polemica interna e aver difeso l’ortodossia e non aver prodotto risultati credibili nell’unico campo utile, quello elettorale.

Il gruppo di “conversatori” del PD, insomma, ha conversato ben poco, al di là dell’urlare dietro a renziani e non allineati. Non ha fatto notizia, non ha guidato il dibattito, non ha prodotto consenso.

(No, non ci sono dati a supporto che possano convincermi: seguo il dibattito politico online con molta attenzione e confermo che gli Spartani non hanno combinato nulla di buono o interessante, a livello di contenuti e conversazione, anzi con buona probabilità molti di voi li sentono nominare oggi per la prima volta)

Di questa cosa, da elettore, chiedo conto alla dirigenza PD. Vorrei sapere chi ha deciso l’esistenza di questo gruppo, chi l’ha impostato in questo modo, con quali criteri sono stati scelti i partecipanti, chi ha dettato la linea e, in ultimo, quanto ci è costato (eventuale retribuzione del coordinatore, costo del sito, costo degli “esperti europei”, eccetera), visto che il partito campa coi soldi pubblici.
Perché se un progetto è inutile o, come in questo caso, fa danni, forse è il opportuno che qualcuno, comportandosi da adulto, si faccia avanti e agisca con responsabilità.
Se il PD è veramente cambiato negli ultimi 15 giorni (faccina ironica), sono certo ci farà un’operazione di trasparenza.

 

IL BRUTO NELL’ALBUM DI FAMIGLIA 

C’è una parte ancora più triste, in questo post. Ed è la considerazione che – seppure vaccinati al brutto della Rete, agli eccessi della conversazione e al sistematico emergere del “rumore di fondo” (fatto di meschinità, trollaggi, cliché, eccessi verbali, facilonerie, eccetera) – provo un dispiacere personale fortissimo quando il comportamento brutale, il cosiddetto “fascismo di metodo”, avviene a opera di gente della mia parte politica o quasi.

E’ una situazione in cui mi duole più per chi compie la malefatta che per i suoi esiti.
E’ un po’ brutto a dirsi, ma mi vergogno per loro. Perché mi assomigliano, perché è gente che probabilmente ha le mie idee al 90% ma non possiede o ha perso di vista, complice forse un clima da esaltazione da ultras, il tacito codice etico condiviso che regola comportamento online.

Se poi il cattivo comportamento è organizzato ed è di gruppo, tanti-contro-uno, mi viene la nausea.
Il branco mi fa schifo. E mi fa schifo ancora di più se ha i miei colori.

Ora non so dire se le logiche di branco siano state progettate dall’alto (sarebbe gravissimo e non ci voglio nemmeno pensare) o semplicemente siano emerse in modo naturale, vista l’origine di parte del gruppo, nato con le Primarie, fatto di fan ultra-ortodossi del segretario e volto più alla polemica e all’esclusione identitaria che all’inclusione e all’allargamento del consenso.

So che mi dispiace che una cosa così sia esistita. E mi sarebbe dispiaciuto anche se fossi stato bersaniano. Anzi, credo dispiaccia a tutti indipendentemente dagli orientamenti. E se ci fosse stata una cosa simile ma di natura renziana l’avrei attaccata con tutte le forze.

In questo dobbiamo essere, in tutti i modi, diversi dai grillini. Tanto. I più diversi possibile.

Capitelo – lo dico a tutti: dirigenti (spero dimissionari a breve, per colpe più gravi di questa, beninteso, ma anche per questo) e militanti: cose così non si devono fare.

L’atteggiamento da gradassi spalleggiati dai compari, l’arroganza di gruppo e la logica da branco non appartengono alla nostra cultura (in cui vivono benissimo i toni forti, le iperboli, gli scazzi, eccetera, non facciamo le mammole nemmeno per finta).
E in quanto uomo di sinistra combatto queste attitudini e questi comportamenti anche se me li ritrovo in casa.
Se l’antifascismo è un valore (e lo è), sta a noi combattere il fascismo in ogni sua forma. Anche quella riflessiva.

 

POSTILLA SUI PANNI SPORCHI E SULLA POSIZIONE DELLA LAVANDERIA

Non pochi, su Twitter, hanno sollevato l’annosa questione: “Restiamo uniti”, “Laviamo i panni sporchi in famiglia”, eccetera. Insomma, la critica è la solita ed è figlia di anni di centralismo democratico: non scanniamoci in pubblico.
Il tema è complesso e ho già scritto abbastanza. Ma è utile condividere cosa penso.

Penso che l’unità sia un valore, ma in certi casi – quando diventa connivenza o complicità su cose esecrabili – non lo è. E fa danni, ispira mentalità sbagliate e va oltre la mia personale soglia etica.

Se un mio compagno di partito, per dire, ruba, lo denuncio. E non lo denuncio al partito, ma alla Polizia (nota: è un comportamento che critichiamo alla Chiesa riguardo i preti pedofili: cercano la soluzione interna, zitti zitti).
Allo stesso tempo penso che l’unanimismo o la cultura del “parliamone a porte chiuse” sia da evitare quando reprime la dialettica. In un partito aperto e trasparente, che fa le Primarie come regola e che ha vocazione maggioritaria, è normale che non ci siano vincoli di unità così stretti.

In un caso come quello dei Trecento Spartani mi sembra inevitabile che la discussione e la messa in evidenza delle responsabilità siano pubbliche: stiamo parlando dei danni politici e d’immagine fatti da un gruppo di volontari che rispondono al dipartimento di comunicazione del PD, non di una bega di condominio.

 

SECONDA POSTILLA SULLA SINTESI

No, su certe cose che hanno a che fare con l’etica non c’è sintesi. Per me si risolve solo con la sparizione del gruppo dei Trecento Spartani e l’impegno affinché una cosa simile non avvenga mai più, soprattutto con la benedizione del partito.

Il problema è politico e riguarda comportamenti, ruoli, responsabilità e identità all’interno del PD e nella sua orbita più stretta.
Quello che è emerso non è qualcosa che dà fastidio a me e solo a me, ma è un problema complesso e trasversale, che ha fatto danni a tutto il partito.
Forse è perfino un problema che cela al suo interno le radici del problema più grande, cioè le ragioni della sconfitta elettorale del PD nel 2013.

Pensiamoci, parliamone, anche con toni accesi, paroloni, eccetera. Ma tra persone.
Gli altri modi, le bande tutti-contro-uno non ci appartengono. Ricordiamolo.

We Who Are Not As Others – appunti per la seconda parte del discorso che faremo lunedì alle 15

February 24th, 2013 § 8 comments § permalink

[notarella prima di iniziare: ho scelto di spezzare il "post-elettorale" (mi do fastidio da solo per questo calembour di cui da qualche parte dentro me evidentemente vado fiero) in due parti e pubblicare prima la pars destruens, perché è la più rilevante e per far capire il suo peso. Ora tocca alla parte costruttiva, quella che alla fine ha prevalso nonostante tutto. Ma che grosso, quel "nonostante"]

Alla fine, come scrivevo nella metà antipatica del post, ho votato PD. E nei giorni passati, un po’ per affetto e un po’ per disperazione (virgolettato è ciò che disse Nanni Moretti dichiarando il suo primo voto al PDS, secoli fa, in un’intervista riportata da Linus) ho annoiato gli indecisi, ammorbato i parenti, perfino chiamato mio padre al telefono per un confronto tra vecchi bolscevichi sul da farsi.

Alle 15 e 01 di domani, quando guarderemo i risultati che tutti sappiamo a spanne (la dico tutta: la prospettiva di una vittoria marginale del PD anche al Senato, per quanto improbabile, non cancella il dato politico: crollo nei sondaggi dalle Primarie in poi e adieu vocazione maggioritaria e percentuali conseguenti; qui si spera di più nei risultati locali e nelle regionali, a dirla tutta) ci toccherà anche fare la il lato B del discorso post-elettorale.

Mi sono segnato, nel solito modo disordinato, due o tre cose che credo dovrò dire e che si potrebbero ridurre, banalizzando, a un enorme “sì sì, ok, siamo brutti pure noi, ma gli altri sono incomparabilmente peggio e dalle nostre parti c’è un po’ di speranza”. Vediamole:

- constatare che, nel panorama attuale, il PD è comunque l’unico partito che ha una proposta di governo credibile, di sinistra ed europeista (sottolineare “credibile” e “europeista”, citare la posizione di Vendola sul Mali e in generale sulla politica estera italiana e far presente l’antieuropeismo esplicito di Grillo e Berlusconi).

 

- ricordare a tutti il Bersani ministro liberalizzatore di cui andare fieri (sorvolando su come possa ripetere la performance alleato con SEL) e fare battuta ipotizzando che esistano due Bersani e che quello giusto lo tirino fuori solo a campagna elettorale conclusa, quando si tratta di governare. Dispiacersi, a margine, che sia della juve.

 

- giocare di sponda dicendo un’amara verità: il PD è quel che è, ma il resto è peggio da tutti i punti di vista: qualità della classe dirigente proposta, qualità dei programmi, credibilità delle proposte, capacità di governare, democrazia interna. Abbondare di esempi horror. Evitare di accanirsi su Berlusconi: è passato di moda.

 

- smontare il voto a Vendola insistendo sulla folle posizione di SEL sul Mali, sui flirt coi notav, sulle proposte bislacche come rinegoziare il debito con l’Europa; a seconda dei casi aggiungere battuta su quanto sia noiosa e da “borsetta” milanese la pizzica. Far presente che non dispone di una classe dirigent presentabile, salvo rarissimi casi (tra cui la bravissima Chiara Cremonesi in Lombardia: votatela!)

 

- presentare Monti per quello che è: un abilissimo tecnico a cui andare grati per il ruolo che ha ricoperto, che però ha saltato lo squalo scendendo in campo e alleandosi con Fini e Casini (e i succedanei di Fini e Casini), cioè gente che fino all’altro giorno era alleata strettissima di Berlusconi e non si è tirata indietro di fronte alle peggio cose. E notate che non ho scritto la parola “Cuffaro” perché poi ci metto ore a pulire lo schermo dagli sputi.

 

- far presente che nel campo dei diritti civili e della persona il PD è il fattore di cambiamento più efficace (lo so, non è il più avanzato), cioè quello con più chance di combinare qualcosa. Non sarà un’avanguardia, ma se uno si allinea al pensiero di “quasi tutto subito” e abbandona l’adolescenza del “tutto, chissà quando”, fa una cosa furba. Contano i risultati, non i proclami. Lo dico da persona che su questi temi è molto (molto molto) più in là del PD e di Renzi.

 

- ricordare a tutti che il PD alla fine è il partito di Renzi, in cui Renzi milita e in cui le sue istanze modernizzatrici, di apertura e di civiltà politica non potranno che avere cittadinanza (nonostante i picchiatori bersaniani pensino il contrario) e ricordarsi che affinché Renzi prevalga è necessario che il partito esista e conti qualcosa.

 

- insinuare, con un po’ di perfidia, che l’equivoco per cui votando PD si dice all’attuale dirigenza “ci piacete un casino, continuate così” è svanito per il semplice fatto che il bottino di voti che c’era al tempo delle Primarie è stato dissipato: ci sono tutti i margini per lamentarsi e far presente che è il caso di cambiare, anche tenendo conto che Grillo continuerà a crescere, se non si fa qualcosa.

 

- mostrare l’evidenza, peraltro condivisa anche da tanti che non sono di sinistra, che il centrosinistra governa e ha governato bene (in alcuni casi come a Torino pre Fassino, benissimo) a livello locale e, prima che Vendola e compagni lo facessero cadere, il primo Governo Prodi era ottimo. Fare l’esempio di Chiamparino, Pisapia, Zedda. Citare il sorprendente sindaco renziano di Novara, capace di vincere in terra nemica in tempi non sospetti (e governare bene), a conferma del potenziale elettorale di Renzi e delle sue parole d’ordine.

 

- offrire speranza ricordando che il PD è l’unico partito in cui, avendo voglia di rompere le scatole e perderci tempo e risorse, le cose si possono tentare di cambiare dall’interno, perché dispone di strumenti democratici che funzionano. Ed è l’unico che li usa al suo interno, con le Primarie. L’esempio di Renzi è lampante: il suo aver raccolto il 40% contro il segretario del partito, in un ambito in cui l’ortodossia purtroppo continua a essere un valore, è segno che qualcosa si può fare. E va fatto.

 

- annunciare che è ora di iscriversi al PD, indipendentemente da come è andata, e iniziare una battaglia che – personalmente con colpevole inerzia – si è tardato a fare. Chiudere annunciando intenzioni bellicose, vaneggiando di future infuocate riunioni pre-congressuali in piemontese nella sezione di quartiere, litigando con gli anziani militanti di ogni età che le animano.

 

- sperare (in silenzio o a voce alta) che una buona volta i dirigenti – e anche un po’ i militanti – capiscano la lezione e la prossima volta siano un po’ più svegli; qui non gli si porta rancore, anzi li si ringrazia per l’impegno, anche se non era del tutto ben riposto.

 

- incrociare le dita, perché alla fine uno ci tiene; perché per quanto antipatici e antiquati siano, quei signori lì sono sul tuo album di famiglia e sono gli stessi che incontri ai matrimoni e ai funerali. Sta anche un po’ a te aiutarli ad allargare gli orizzonti. O alla peggio, direbbe il Segretario, trovare una quadra. E’ una fatica. Ma si fa.

“Noi ve l’avevamo detto. Anzi, l’avevamo anche fatto”. Appunti di conversazione disordinati per lunedì alle 15

February 24th, 2013 § 35 comments § permalink

Questo post è una sorta di blocchetto per appunti che riempio di note disordinate ed emotive, più che altro perché mi tornerà utile lunedì, quando avremo scoperto che le elezioni non sono andate un granché.
Visto che abbiamo tutti capito come andrà a finire, forse è il caso di farsi trovare preparati.

Nota: è tutto ultra-soggettivo e in disordine e cose con altissima priorità convivono con minuzie che magari danno fastidio solo a me.
Se serve, integrate nei commenti con altri spunti.

 

-  ricordare che avevamo la vittoria in tasca: gli avversari sgretolanti e in rotta e nessuna competizione credibile a sinistra. E siamo riusciti a non stravincere. Anzi, nemmeno a vincere!

 

- far intendere che l’orgoglio ultras della dirigenza e del middle management romano del PD ha fatto guai seri, allontanando migliaia e migliaia di interessati, di neo-orbitanti intorno al centrosinistra. Gente che voleva fare politica, parlare di politica, cambiare davvero in meglio l’Italia. Li abbiamo spediti via (mi intristisco ancora a pensare al tizio che, su Twitter, mi ha detto “allora vota per Monti, non sei uno di noi!”; e la tristezza non è per la sua evidente stupidità, ma per il fatto che questo tizio faceva parte di una sorta di team di “dialogatori” online del PD su socialnetwork, team di cui parlo male dopo)

 

- dare come esempio pratico, nel piccolo, la parzialità di YouDem durante le Primarie: cosa scorrettissima (ma fortunatamente poco importante: resta il fastidio).

 

- far capire la vergogna che gente che si dice di sinistra si sia comportata, in modo organizzato e supportata dal partito, come bulli, con azioni stupide su social network e blog. Penso ai “300 Spartani” e all’arroganza dei “giovani turchi”: iniziativa sbagliata da tutti i punti di vista, dal naming (e relativi riferimenti culturali fascistoidi e di brano) alle pratiche (aggressione invece che inclusione), all’etica nell’approccio alla Rete (il bombing nei commenti, peraltro facilmente sgamato). Per fortuna, come nel caso di YouDem, roba di poco conto, ma che vergogna.
Credo che i responsabili di questa iniziativa sbagliatissima, tuttavia, debbano dimettersi e andare a fare danni altrove. Lo chiedo da militante e vorrei sapere chi è che ha approvato questa iniziativa e chi doveva vigilare.

 

- dare la colpa a una piega identitaria che, già sbagliata alle Primarie, è proseguita alle politiche; ricordare i cretini che dicevano “i voti di destra non li vogliamo”, non capendo che se arrivano al PD sono istantaneamente voti di sinistra.

 

- insistere sul tema di un programma pavido, condizionato psicologicamente e fattualmente dall’alleanza con SEL (cioè l’estrema sinistra antimoderna, antieuropea e notav, con un leader già colpevole di aver fatto cadere Prodi e quindi inaffidabile) e soprattutto dalla sudditanza psicologica alla CGIL (in particolare per quanto riguarda l’impiego pubblico e la scuola, dove non figurano il merito e la licenziabilità di fannulloni, ecc.).

 

- dire una verità scomoda: c’è stato un rinnovamento più sbandierato che effettivo (citare il caso della Bindi paracadutata in Calabria, dove alle Primarie parlamentari votano i pacchetti di tessere dei capibastone), con esiti a volte imbarazzanti.

 

- da comunicatore far emergere il giudizio negativo su una campagna tutta in difesa, da statici, da residui degli anni Novanta, senza innovazioni tematiche, senza aggiornare la visione sulla società.

 

- sottolineare l’incapacità di capire che le elezioni si vincono prendendo voti agli avversari, quindi voti da gente che non è come te e quindi chiudersi nel fortino identitario non è intelligente.

 

- mettere di fronte a tutti l’errore nello scegliere il competitor principale e i temi da opporre (cioè si è scelto Berlusconi e non Grillo, lasciando a quest’ultimo il tema cialtrone e di retroguardia – ma sentitissimo presso l’elettorato – dei costi della politica).

 

- esporre un problema tattico interno che è diventato un problema politico globale: l’orgoglio cialtrone che ha fatto sì che, finite le Primarie, non ci fosse sintesi col 40% che ha votato per Renzi, ma una situazione del tipo “non faremo prigionieri” a cui ha fatto seguito l’umiliazione di dover richiamare Renzi all’ultimo minuto quando ormai era troppo tardi e lo schiaffo morale di scoprire che “il nemico” era leale, autorevole, onesto e disponibile, oltre che infinitamente più bravo di tutti a comunicare.

 

- far notare che non è stata fatta campagna sulle proposte (arrivate tardi e poco comunicate, vedi il taglio dei ticket), ma sull’identità di partito, con un’inutile foto del segretario.

 

- chiedere la testa su un piatto d’argento dei responsabili comunicazione del PD, sia per gli spot sbagliatissimi e incompleti, sia perché non c’è stato controllo sulla comunicazione spicciola, motivo per cui sono usciti video imbarazzanti (quello su “lo smacchiamo” è stato perfino insultato live da Nanni Moretti all’evento di chiusura della campagna), fatti da chicchessia. Il PD non può sperperare così la sua dignità, affidandosi a improvvisatori di bassa lega.

 

- far notare a tutti che non si è andati molto lontani dal solito 34% di tetto massimo storico della sinistra in Italia, come qui si diceva da tempo, suggerendo allargamenti non identitari che non sono stati fatti.

 

- a tutti i neorenziani che lunedì spunteranno come funghi dire “ve l’avevamo detto; anzi, l’avevamo anche fatto!”. E far notare che il partito in mano allo zoccolo duro viene votato solo dallo zoccolo duro e produce politica appetibile solo allo zoccolo duro. Il solito.

 

- zittire gli strenui difensori dello status quo, sulla cui lucidità politica sarà necessario interrogarsi, con un argomento irreprensibile: “ho votato PD nonostante tutto questo, per disciplina e responsabilità. E l’ho pure fatto votare” (nel mio caso fanno fede i rompimenti di balle da me praticati online e offline ad amici e indecisi).

 

- spiegare che nei paesi civili, dopo una performance del genere, il segretario si dimette e se ne vanno tutti i suoi scherani; e si rovescia il partito come un calzino, sperando non sia troppo tardi.

 

- diffondere uno slogan ispirato a Nanni Moretti: “Con militanti così non vinceremo MAI!”

Quello che resta*

December 2nd, 2012 § 16 comments § permalink

Ho coniugato così tante volte il verbo perdere che ormai la parola si sta consumando un po’.
Anni di militanza a sinistra e tifo granata mi hanno forgiato alla sconfitta: non ne faccio un dramma da anni. Anzi, si è diffusa una mezza tradizione di ritrovarsi da queste parti per leccarsi le ferite dopo l’ennesima batosta, parziale o collettiva.
Ci si consola, dove la parola bella è “ci”, perché prevede un “noi”.

 

Ho sentimenti contrastanti. Dovrei lamentarmi di molte cose, del bullismo di partito, dell’arroganza e delle cadute di stile dell’apparato e di quella dei militanti. Non ho mai scritto una parola contro gli avversari, a cui ho sempre riconosciuto legittimità, dignità e cittadinanza all’interno della sinistra. Non ho e non abbiamo ricevuto in cambio lo stesso rispetto. Peccato.

 

Dovrei dispiacermi perfino di alcune persone, che sono state particolarmente spiacevoli, scorrette, perfino cattive in quella che alla fine era una competizione interna, tra simili. Ma qualcuno ancora crede all’equazione diverso = nemico, sempre.

 

Dovrei anche preoccuparmi di questo inedito PCI che ha vinto le Primarie e di cosa succederà al partito per cui militerò e voterò, nonostante il dissenso. Ma lo faccio da domani.

 

Cosa mi resta.

Mi resta che riparto da me, perché dopo non so quanti anni sono tornato felice a fare attività politica, mi sono perfino un po’ entusiasmato (non troppo, ché sono torinese), ho avuto di nuovo piacere e voglia di scrivere e parlare di politica, di condividere o dibattere le idee con gli altri.

Sì, lo so, non ho mai smesso di scrivere di politica, ma ho scritto incattivito per anni, per sfogo, per rabbia, per amarezza. Ora scrivo con uno spirito diverso.

Qualcosa è cambiato ed è cambiato in me. Mi sembra un buon punto di partenza. Sono una frazione infinitesimale della sinistra italiana e sono cambiato. Nel mio seggio personale ho vinto le Primarie. Qui si cambia, poi si vedrà.

 

E poi resti tu, che ho trovato in questi giorni, con cui abbiamo condiviso un’esperienza, con cui abbiamo vissuto una delle cose più belle al mondo dopo l’amore, il rock e il mare: la politica, quella vera.

La cosa più piacevole di questi giorni è scorrere con la memoria tutte le facce, gli avatar, i nickname, le parole delle persone con cui abbiamo scambiato idee, supporto, battute. Mi sono affezionato perfino ad alcuni detrattori e “nemici” polemici. Mi sono sentito meno solo. Spero sia capitato anche a voi.

E nonostante a molti avversari sia mancato lo spirito costruttivo, mi sono sentito parte di qualcosa di più grande che si stava profilando.
Peccato che, probabilmente, questa cosa si rivelerà l’ennesima figura barbina della sinistra italiana. Ma mi è piaciuto partecipare, seppure nella parte di quello che prima o poi si troverà a dire “ve l’avevamo detto!”.

 

Sarò onesto. Ora che la battaglia è finita vedo con più lucidità le ragioni e anche i torti e le falle di ciò per cui ci siamo spesi. Vedo le nostre ingenuità, le cose da cambiare in noi, perfino le nostre inadeguatezze.

E vedo che non hanno vinto i motivi dei nostri avversari, ma le ragioni contro le nostre istanze e soprattutto contro chi se ne faceva portatore.

 

Ecco perché, da sconfitto, ho ragionevoli speranze.

Innanzitutto perché l’alleato più infallibile (e impresentabile) di Bersani non è stato Casini o Vendola, ma la paura. Paura del nuovo, mascherata da disciplina di partito, da ortodossia, da consuetudine.

E poi perché è evidente che è solo questione di tempo, forse di maturazione politica nostra e di chi abbiamo investito come nostro rappresentante (che oggi, nel suo discorso da sconfitto mi è già sembrato più maturo e più bravo).

Il fatto è che il partito non era pronto, l’elettorato nemmeno e noi neppure.
La terapia-shock del raid alle Primarie, tuttavia, ha dato molti frutti: una consistenza numerica importante e una visibilità altissima delle nostre idee, delle nostre parole d’ordine e delle nostre istanze.

 

Ora c’è più tempo per costruire il cambiamento, anzi l’evoluzione, con un po’ più di dolcezza, all’interno della sinistra. Sono convinto che, spiegate senza l’ansia di una competizione incombente, le nostre buone ragioni troveranno ascolto.

Speriamo solo che non sia troppo tardi e i vincitori oggi non abbiano fatto l’ennesimo disastro.

 

La battaglia comincia oggi: abbiamo un nome, sappiamo quanti siamo, il mondo sa che esistiamo e cosa vogliamo. Sarà una battaglia di contributi, di generosità, di diffusione di idee. Non c’è niente da vincere, se non una sinistra migliore.
Vi direi di rimboccarci le maniche, ma mi accusereste di saltare sul carro del vincitore. Ma ci siamo capiti. Ci.

 

*sì, il titolo è un super-criptico riferimento ai Fluxus e lo hai capito solo tu, fratello Enver

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