Ladri fascisti di biciclette

June 3rd, 2014 § 12 comments § permalink

Questa mattina all’alba la Digos di Torino ha fatto un’operazione contro la cosiddetta “area antagonista” torinese, arrestando un bel po’ di persone per vari atti di violenza avvenuti in città, tra cui molti attacchi vandalici alle sedi del Partito Democratico (non capitava da decenni).

La notizia non è particolarmente rilevante: l’area antagonista torinese è esigua nei numeri, nel peso politico e nei risultati e da sempre soffre di un umiliante complesso di inferiorità nei confronti degli antagonisti di altre zone d’Italia e non ha combinato molto, nel bene e nel male. Giusto un po’ di violenza anonima che confina quell’area alle pagine di cronaca e mai a quelle di politica.

Quello che mi sorprende è nascosto al fondo di questo articolo: tra i vari oggetti rinvenuti durante lo sgombero di una palazzina occupata (che, ci tengo a specificarlo, non era un centro sociale aperto al quartiere) sono state trovate alcune biciclette del bike sharing della città di Torino.

Era già successo qualche tempo fa: alcuni antagonisti erano stati sorpresi mentre danneggiavano le biciclette di TO-Bike (che è la versione sabauda del Bike-MI, avviata dopo un intenso lavoro di naming) e nel giro di una notte, a seguito di alcuni arresti in area notav, erano state danneggiate e rubate numerose biciclette pubbliche, forse per rappresaglia, chi lo sa.

Detto che non mi scandalizzo per le occupazioni (non sono pregiudizialmente contrario, se intervengono sul tessuto metropolitano e producono benefici, coscienza sociale, mutualità) e neppure per la violenza politica (la condanno, ma da quell’area priva di contenuti non mi aspetto altro), per le biciclette del bike-sharing distrutte e rubate mi indigno. Anzi, non me lo spiego.

Non mi viene in mente niente di più innocuo, di più sano e di più rappresentativo della natura buona e giusta di un bene pubblico comune come le biciclette del bike-sharing, un servizio che è aperto a tutti, ha un costo irrisorio che lo rende accessibile a tutti, si diffonde sempre più al di là del centro città, favorisce una mobilità ecologica, a misura d’uomo e mi pare (giuro che mi sono sforzato a trovare qualche pecca) totalmente indiscutibile dal punto di vista politico, anche il più estremista e ostile.

Mi agito, quando non mi spiego le cose. Vorrei poter parlare con qualcuno dei responsabili di quel gesto per capire le sue motivazioni, perché davvero non le afferro. Riesco al massimo a rifugiarmi dietro la macchietta dell’antagonista che se la prende con le “biciclette borghesi”, ma appunto siamo al teatrino.

Quello che so è che un antagonista – che teoricamente dovrebbe essere uno che fa della sua vita intera una battaglia per un mondo più giusto – nel momento in cui danneggia o ruba le biciclette del bike-sharing fa un atto che non solo è intimamente sbagliato (come tutte le violenze), ma fa un furto e un danno a tutti noi. E deruba/danneggia una cosa bella che abbiamo noi, “noi” come società. Quindi un antagonista che fa un’operazione del genere viene perfino meno al suo ruolo (se fosse prendibile sul serio, beninteso).

E no, non c’è rabbia adolescenziale o spirito distruttivo punk dietro quel gesto, anche perché l’età media in quei giri antagonisti è  alta, a partire dai caporioni che sono ben oltre la cinquantina e qualche tardo scimmiottatore di slogan orribili ormai coi capelli brizzolati.
Anzi, c’è pure la contraddizione per cui questi violenti si riempiono la bocca di ecologismo militante quando si tratta di parlare di TAV, ma poi all’atto pratico distruggono e rubano le biciclette pubbliche ai cittadini, colpendo peraltro i più poveri e i meno garantiti (e, ma questa è una cosa nota, non fanno niente quando nella stessa valle scavano un secondo tunnel per l’autostrada).

Non mi interessa dire nulla sugli stili di vita, sulle retoriche e sul modo di condurre la lotta politica da parte di quel mondo lì. Non è la mia parte (lo è stata brevemente anni fa, con tutte le riserve del caso) e mi rendo conto che non è una parte con cui cercare un terreno comune.
Ho solo voglia di dire che questa cosa mi fa schifo come militante – perché fa solo male, squalifica il movimento e crea danno a quelli che teoricamente dovrebbero stare a cuore ai “duri e puri”  – e mi indigna come cittadino, perché è un furto a tutti noi, è un atto di fascismo puro, una rappresaglia gratuita senza senso.

La prossima volta che a qualcuno verrà in mente di giustificare le violenze di quest’area, perché magari colpiscono una parte politica sgradita, forse sarà meglio pensare a questo. E capire che quella violenza cieca e assurda fa male a tutti, anche a chi è così avventato da gioire perché gli antagonisti hanno devastato le sedi del PD.

Azienda trasporti emotivi

February 21st, 2009 § 18 comments § permalink

Per questioni culturali ed affettive (ci lavorano un bel po’ di amici e di persone che stimo), mi sento molto vicino a Current Tv, che per i non pratici di tv è il canale 130 su Sky, quello voluto da Al Gore e prevalentemente dedicato al giornalismo d’inchiesta e all’informazione non comune, d’avanguardia, spesso “user generated”.

La formula innovativa, in uno scenario – quello televisivo – dove l’innovazione è amata quanto la sabbia tra le lenzuola – sta dando i suoi frutti, tanto che a Current hanno pensato, visto il successo, di lanciare il nuovo formato (che lascia spazio a contenuti ancora più “forti”, a inchieste e documentari lunghi, a tv magari “scomoda” ma veritiera) con una campagna di affissioni che promuove due imminenti video-inchieste di Vanguard, il programma di punta della Rete.

I manifesti sarebbero dovuti essere affissi nelle metropolitane di Roma e di Milano, ma sorprendentemente l’ATAC di Roma ha deciso di rifiutare all’ultimo minuto le affissioni di Current. Che succede?


LA PATRIA POTESTA’ DELL’ATAC SULLE NOSTRE VITE

Succede che all’ATAC non se la sentono.
I visual della campagna di Current promuovono due inchieste non banali.
La prima è sul rapporto tra la Chiesa e il crimine organizzato e si intitola “Cosa succede quando la camorra entra in chiesa?” e il relativo manifesto raffigura una bibbia crivellata di colpi di arma da fuoco.
La seconda video-inchiesta, rappresentata sul manifesto da un mitra a stelle e strisce e una mazzetta di dollari, è  altrettanto “scomoda”, visto che si intitola “Gli Stati Uniti stanno finanziando i terroristi?” e parla dei curiosi rapporti tra gli States e le forze paraterroristiche anti-Iran.

L’ATAC, che è l’azienda trasporti del Comune di Roma, rifiuta la campagna (che invece è stata tranquillamente accettata dall’azienda trasporti di Milano).
Il motivo? Lo spiegano direttamente con un comunicato stampa:

 

Tale decisione trova fondamento nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio.

 

Cioè, tradotto in termini più comprensibili: i tempi sono bui, la gente si agita facilmente e noi dell’Azienda Trasporti dobbiamo aiutare il Sindaco Alemanno a tenere tutti buoni

Che bello. E io che credevo che il compito dell’azienda trasporti di una grande città fosse spostare la gente dal punto A al punto B nel modo più efficace possibile.

Invece scopriamo che a Roma l’azienda trasporti si preoccupa prevalentemente di noi, dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo. Ci vogliono bene e non vogliono che ci agitiamo. Nel mezzo sì, ci portano da una parte all’altra della città, ma senza pensieri negativi.

E io che credevo che pagare il biglietto del tram servisse giusto a comprare la corsa! Stolto.
Invece no, l’ATAC a Roma dà anche una piacevole assistenza psicologica, anzi *non può non* aiutare il Sindaco a farci credere che tutto va bene, madama la marchesa, fosse anche impedendoci paternalisticamente di essere esposti a contenuti che – a giudizio del team di tranvieri psicologi che sicuramente dirige l’ATAC – potrebbero urtare la nostra sensibilità. Che gentili.

D’altronde siamo tutti dei minus habens incapaci di intendere e di volere ed è giusto che sia l’azienda trasporti del Comune di Roma a decidere cosa è bene e cosa è male per noi. 

 

I CONTI NON TORNANO

Qualcuno, però, si ricorda che forse abbiamo compiuto la maggiore età da un pezzo e non abbiamo bisogno di tutori o sostitutivi della figura paterna che decidano per noi cosa possiamo vedere e cosa no, meno che mai se i suddetti tutori sono aziende municipalizzate.

Altri notano che, visto anche il merito dei visual della campagna di Current, non è che i manifesti siano così minacciosi. Anzi, ancora devo capire come un manifesto possa minacciarmi, a meno che non ci sia sopra la mia faccia e la scritta “wanted, dead or alive”.

Altri bolscevichi si ricordano che in Italia ci sarebbe quella clausolina della Costituzione che dice che da queste parti c’è la libertà di espressione e che l’eventuale grado di offensività di una campagna pubblicitaria è valutato da un codice di autoregolamentazione professionale e, in extremis, dalla legge. Non certo dalle preoccupazioni dell’ATAC per la nostra salute mentale.

La cosa, poi, inizia a puzzare. Il Presidente dell’ATAC, Massimo Tabacchiera, intervistato sulla questione, dice cose che non sono esattamente in linea con il comunicato stampa ATAC del giorno prima. In primis dice

“Nella scelta (di rifiutare la campagna, ndSuz) non ha avuto alcun ruolo il tema della sicurezza”.

I casi sono due: o sono duro di comprendonio io, o Er Tabacchiera ha un problema con chi gli scrive i comunicati stampa, visto che basta leggere qualche riga più in su la citazione che dice “riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio”.

Si fa largo l’ipotesi che ci stiano vagamente prendendo in giro. Per di più le motivazioni “tecniche” addotte da Tabacchiera per il rifiuto della campagna sono deliziose e ci permettono di identificare subito un grande comunicatore, attento al dettaglio:
 

“Quei manifesti non vanno bene per dei mezzi in movimento, la gente non ha il tempo di fermarsi a leggere e comprendere il senso del messaggio… i caratteri sono troppo piccoli per poterli leggere mentre l’autobus si sposta”
 

A parte il fatto che sono gioiosi problemi di Current se il testo è troppo piccolo o troppo grande per il messaggio che vuole ottenere, c’è un problemino non da poco: i manifesti non dovevano essere attaccati agli autobus, ma dovevano essere giganteschi e statici, appesi sulle pareti delle stazioni della metropolitana, che salvo in caso di terremoto è ragionevole pensare ferme.

E siamo alle solite: o il Presidente dell’ATAC è mal informato sulle questioni che riguardano la società che dirige o ci sta prendendo in giro. 

 

A PENSAR MALE SI FA PECCATO

Certo che a voler essere perfidi e malpensanti (e qui lo si è con slancio) c’è da pensare che forse tanto affabile altruismo manifestato dall’ATAC nei confronti delle nostre povere menti di verginelle seicentesche sotto sotto è altro. 

Qualcuno ha detto censura? Personalmente sì, dico censura. E delle più gravi. Il fatto è che un’indagine sui rapporti (non esattamente conflittuali, anzi) tra Chiesa e camorra evidentemente a qualcuno non piace. E meno che mai una sulla faccia sporca della “war on terror” di Bush, che da queste parti ha trovato ciechi sostenitori nella parte politica ora al potere.

Di fatto, anche sforzandomi davvero a pensare all’ATAC come ad una società di filantropi preoccupati per noi tutti, quello che vedo è uno scenario desolante:

– un’azienda municipalizzata di trasporti che compie decisioni politiche e funzionali all’ideologia politica dell’amministrazione comunale e lo dice apertamente: questa campagna non è in linea con gli obiettivi del Comune, che vuole rassicurare e garantire la (sua) pace sociale.

– un presidente di nomina politica che, invece che occuparsi di trasporti, usa la società che dirige come braccio armato politico del Sindaco, censurando contenuti scomodi

– un presidente di nomina politica che è totalmente disinformato sulla questione o ci prende in giro (tristemente è più probabile la prima ipotesi), contraddicendo le comunicazioni ufficiali della propria amministrazione

– una censura *sui contenuti* alle videoindagini di Current Tv: non vogliono che si vedano, non vogliono che la gente sappia che esistono

– una visione paternale – con motivazioni pretestuose, perché l’immagine di una bibbia e di un mitra non sono certo ragione di scandalo o turbamento, visto soprattutto cosa passa normalmente sotto i nostri occhi sui manifesti – della società italiana: “pensiamo noi per voi, voi state tranquilli, va tutto bene, circolare!”

 

LE DUE DESTRE

E’ impossibile non buttare in politica questa storia di censura, operata dall’amministrazione di destra – guidata da Alemanno – su due contenuti che peraltro nessuno ancora ha visto in Italia. E’ proprio vero che le inchieste fanno paura, che le domande terrorizzano, che lo spirito irrequieto di chi vuole sapere di più fa tremare i potenti, comunque e sempre.

Ed è un caso curioso, perché questa storia di censura – che non finirà qui – racconta le due destre in Italia. Una è quella di Milano, che non censura – come è giusto – la campagna di Current, magari storcendo il naso, ma ricordandosi che in Italia esistono delle leggi che tutelano la libertà di espressione.
E soprattutto ricordandosi che non c’è niente di meglio che un atto di ingiustizia e di censura per “pompare” un contenuto sui media e dargli una visibilità insperata.

Dall’altra c’è la destra infinitamente stupida, quella ancora “fascia”, rozza e picchiatrice, che calpesta i diritti dei cittadini tutti. Quella che censura con motivi ridicoli, gestendo malissimo la vicenda, con personaggi evidentemente non all’altezza, comunicazioni che si contraddicono e un’aria ingiustificabile di improvvisazione.

E questa è la destra peggiore, anche se – detto da uomo di sinistra – la più auspicabile, perché è da operetta nel perseguire le “maniere forti” che risultano inesorabimente in una sconfitta.
Sì, perché oggi la notizia di questo atto di censura è sui giornali (per esempio in home su Repubblica.it), se ne parla diffusamente in Rete  e l’attesa per le due video-inchieste di Current è altissima non solo a Roma e a Milano, ma in tutta Italia. E questo senza che Current abbia attaccato un singolo manifesto sui tremolanti muri della metropolitana capitolina.

Verrebbe da dire “grazie Alemanno (o Tabacchiera), continua così”, perché questo è il più grande favore che si poteva fare a Current, ai suoi valori e ai suoi temi. I contenuti di questa tv iniziano – perfino preventivamente – a fare “paura”.

E viene da domandarsi chi è che può avere paura di una video-indagine sui rapporti tra la Chiesa e la camorra, tanto da non volerne diffondere la pubblicità. E soprattutto viene da domandarsi da che parte stia chi, politicamente, non vuole dare l’opportunità alla gente di informarsi su un tema così forte e controverso.

Ovvero, se la Chiesa non ha nulla da temere, perché censurare questa video-inchiesta?

 

SUPPORTIAMO CURRENT E LA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE

Quello che conforta è che la questione non finisce qui, anche perché gli episodi di censura tramviaria (mi duole dirlo: bipartisan, visto il caso della pubblicità della UAAR sui mezzi pubblici di Genova) stanno iniziano a diventare dei pessimi precedenti in questa Italia in cui si avvallano per legge le ronde e progressivamente spariscono i diritti personali, primo fra tutti quello all’espressione e, a breve, quello di libero accesso alla Rete.

E proprio la Rete, nel suo piccolo, si incazza. Qui c’è un gruppo di Facebook, a cui vi invito a partecipare, in cui è riassunta la questione, in cui c’è una rassegna stampa che spiega per filo e per segno cosa è accaduto e in cui si può discutere della questione e coordinarsi per protestare contro la censura.

Anche il sito di Current segue la questione qui. E c’è pure un sondaggio in cui è possibile esprimere la propria opinione su questo caso.

E presto sarà possibile vedere le due video-inchieste su Current che tanto fanno paura a quei filantropi dell’azienda trasporti romana e ai loro padrini politici.

I princìpi sulle nuvole, le persone sulla terra – riflessioni su una battaglia che non potremo che vincere

February 5th, 2009 § 9 comments § permalink

Vorrei scrivere qualcosa di sensato e di freddo sul caso di Eluana Englaro, ma mi è difficile.
Proprio non ci riesco, nonostante gli sforzi, perché sul tema mi considero un pratico, un semplice, ma contemporaneamente un estremista. E ne sono fiero, perché credo che su una questione come questa non esistano posizioni intermedie.

Non si può mediare su un concetto semplice e contemporaneamente life-defining come la libertà di disporre del proprio corpo.  Non esiste sfera più intima, salvo il controllo del pensiero. Ma all’atto pratico siamo questo: siamo corpi più o meno vivi e ci definiamo esseri viventi e senzienti perché ne disponiamo volontariamente. Scegliamo, cioè, che farne. E la libertà di “agire” liberamente il nostro corpo è una di quelle che – nella mia visione – sta a monte di tutte le altre. Io sono mio, mi sembra un principio inalienabile e non negoziabile.

Ecco perché trovo assurdo che la destra italiana, insieme alla Chiesa, si schieri per la limitazione di quella che è la “libertà madre” di tutte le libertà. E non c’è etica che tenga: se voglio dettare le condizioni per la mia morte, se voglio disporre liberamente di me, intimamente di me, con riflessi solo su di me, è anti-umano. E’ disumano nel vero senso della parola che qualcuno decida per legge cosa posso e cosa non posso fare di me, del mio corpo, della mia vita.

In linea di principio – pur combattendolo – trovo meno barbaro che la Legge e la politica decidano di mettermi il naso in camera da letto o nel repertorio di idee che porto addosso. Ma il corpo è ancora più intimo, non abbiamo altro: è il nostro ultimo bastione. Da lì, mi spiace, ma non si passa.

L’etica, la bioetica, la filosofia, ecc. per quanto mi riguarda contano davvero poco, perché viene tutto dopo: è sovrastruttura, mentre qui stiamo a parlare di carne.
Vanno giusto bene per normare le zone grigie, quelle in cui la volontà del cittadino non è espressa, quelle in cui è ambigua. Ma se voglio mangiare un gelato o morire o fare dieci flessioni è una scelta mia e risponde solamente alla mia coscienza, ai miei valori e alle mie relazioni con gli altri. Ma inizia e finisce dentro di me.

Il vero estremismo pericoloso è proprio quella malata ideologia che si maschera da “difesa della vita”. Ed è veramente qualcosa che confina con il peggiore estremismo e che ha tratti paraterroristici, perché si basa su principi assoluti (e peraltro non so quanto condivisi), non sulla realtà.

Le persone di buonsenso parlano di episodi, di casi, di individui. Gli estremisti della “difesa della vita” parlano di simboli, di categorie , di “bene assoluto” imposto a terzi, senza pensare cosa ci sia nel mezzo.

Ho già visto quel modo di pensare lì, animato da ottime intenzioni sulla carta. C’era gente che pensava di riscattare le masse e salvare il mondo. Per farlo bisognava sparare a qualche uomo, ma suvvia: non erano uomini, erano simboli. E si sa che ogni rivoluzione ha bisogno dei suoi boia, ecc. Abbiamo già dato.

Io ho paura di quelle persone lì, indipendentemente dalla bandiera che sventolano, perché sotto sotto è una sola: quella dell’alienazione dalla realtà. Ho paura di quelli che parlano per categorie assolute e agiscono di conseguenza. Il vero estremismo è quello: restare indomiti sulla nuvoletta dei principi puri senza guardare cosa succede realmente là sotto, dove c’è il paese reale, che per una volta non è un’espressione comune ma siamo noi.

Mi consola una cosa: perderanno. E perderanno perché non hanno tenuto conto che la morte, la sofferenza, il dolore, sono cose comuni a tutti.

E non lo dico per ecumenismo: moriamo tutti e tutti scontiamo da vivi la morte di alcuni che ci sono accanto.
E a tutti, indipendentemente dal colore politico, è capitato di vedere soffrire tanto qualcuno vicino e lontano e trovarsi un giorno ad un funerale e dirsi che sì, dispiace, ma è meglio che sia andata così.

Tutti abbiamo avuto un nonno, un prozio, un vicino di casa, un cugino, ecc. per cui la nostra pietà umana ha, obtorto collo, augurato una fine , piuttosto che un prolungamento sine die del capitolo del dolore, dell’umiliazione, della non-vita.

E quando i brigatisti del “movimento per la vita” parleranno di assoluti, di diritto alla vita e di sacralità, cercando di imporci un’ideologia che è antitetica al nostro senso pratico e praticato di pietà umana, al nostro non voler veder soffrire inutilmente le persone a cui teniamo, noi tutti saremo lì coi piedi per terra e penseremo ai nostri morti, ai nostri parenti, conoscenti, amici, alle loro storie, alla loro sofferenza. E sapremo, come abbiamo sempre fatto, cosa pensare e cosa fare.

Dai succhi di frutta all’etica

January 19th, 2009 § 9 comments § permalink

Sono anch’io “vittima” tra i tanti della “candid camera” (in realtà è avvenuto tutto al telefono, ma ci siamo capiti) orchestrata il 30 dicembre da Paul The Wine Guy.

Per chi non ha seguito l’evento: Paul telefona ad una decina di blogger il cui numero di telefono è disponibile online fingendosi un manager a cui il capo ha assegnato 70.000€ da spendere in una campagna di promozione di un brand di succhi di frutta attraverso la blogosfera e propone ai chiamati una campagna di pay-per-post, cercando di capire chi è disposto a farla e chi no.

Innanzitutto faccio i complimenti a Paul, perché lo scherzetto è riuscito. Per quanto mi riguarda, il 30 dicembre ero sicuramente stordito da troppi spumantini, tuttavia riuscire a gabbare un torinese (notoriamente la categoria di italiano più diffidente in assoluto) è cosa rara.

Il risultato dello “scherzo” è che gran parte degli sventurati che hanno risposto, a quanto pare, hanno detto di sì.

Personalmente ho detto di no, così come Gianluca, ma credo che la questione vada ben oltre il dominio delle scelte personali a caldo e meriti due parole in più.

Apprezzo, quindi, che Markingegno si ponga un po’ di domande più “alte” rispetto al pettegolezzo su chi ha venduto cosa e a quanto e provo a dare qualche risposta pertinente.

Vado per punti:

 

–  il perché di un no

come già anticipato, ho declinato tassativamente il pay per post, spiegando al manager misterioso per una buona decina di minuti che – per quanto ne so – funziona  male.

[Peraltro non è la prima volta che mi capita una cosa simile: un anno e mezzo fa rifiutai un bel po’ di soldi, peraltro mandando in bestia un manager d’agenzia che era covinto che il mio no fosse un modo per tirare su il prezzo e subendomi sue telefonate quotidiane in cui mi offriva sempre di più, tipo mercato delle vacche. 

Ho dovuto usare la f-word due volte per convincerlo che quei soldi lì non li volevo. Offeso, mi ha tenuto 10 minuti di lezione di vita al telefono spiegandomi che gente come me (letteralmente “comunisti”) non sarebbe mai diventata ricca e che fondamentalmente è colpa di quelli come me se il mondo è una schifezza. Spegnete un cero per me, la prossima volta che pregate.]

Come notate non c’è giudizio etico, ovvero ai clienti sconsiglio il pay per post non perché personalmente non lo trovo “corretto”, ma perché non rende, genera post-fotocopia e di fatto finisce per produrre sfiducia.

L’assenza di giudizio etico non è freddo calcolo, ma una semplice garanzia per il cliente (potenziale, in questo caso): il buon consulente cerca di non imporre i propri valori personali nella sua attività, semmai li spiega al cliente e verifica se collimano.

 

– le soluzioni che ho proposto

è doverosa una premessa; gestisco due piccole agenzie nel campo della comunicazione, quindi per me ricevere telefonate di quel genere è abbastanza normale.

Al professionista Enrico (non al blogger) un manager con 70.000€ in mano e zero visione strategica per la comunicazione è un’opportunità quantomeno da valutare (o in certi casi una mucca da mungere).
Potrà sembrare brutto a qualcuno che vive di caccia e raccolta di frutti spontanei, ma mi pago da mangiare così: vendo consulenza e servizi a gente che ha dei soldi da spendere per promuovere qualcosa, magari anche qualcosa che non mi piace e con modi che talvolta non approvo del tutto. E mi sento colpevole di questo nella stessa misura in cui avrebbe dovuto sentirsi colpevole l’operaio della catena di montaggio della Duna.

Cosa ho proposto? Ho spiegato perché i pay per post non funzionano, ho sconsigliato con tutto il cuore la creazione di blog fasulli (i pochi tentativi fatti al mondo sono stati beccati e massacrati dopo poche ore e nel caso specifico sarebbero stati comici) e ho suggerito una cosa che ai miei occhi è sensata, quasi ovvia: se hai un prodotto in cui credi e ritieni sia giusto farlo conoscere ad un determinato target, non puoi fare altro che una campagna di PR, sia essa online o offline.

Nello specifico ho consigliato di contattare Digital-PR, un po’ per affetto (sono persone con cui collaboro), un po’ perché li ho sempre trovati capaci di far parlare aziende e blogosfera in modo trasparente ed efficace.

Temo, in realtà, di essere stato poco convincente (anche perché lo scherzo non avrebbe retto), visto che il misterioso manager al telefono insisteva parlando di un capo che – in assenza di pay per post – avrebbe sicuramente avallato una campagna di blog fasulli (credibilissimi: di colpo spuntano 50 blog nuovi che parlano di succhi di frutta :-)).
Mosso da solidarietà verso un manager un po’ preso male e con l’acqua alla gola ho perfino proposto di segnalargli, in quel caso, un po’ di nomi di copy freelance, se proprio non poteva fare altro.

 

– cosa penso del pay per post – un parere tecnico

dovrei distinguere l’opinione tecnica da comunicatore da quella “etica” di blogger. Ci provo.

Tecnicamente, come già dicevo, l’impressione è che non funzioni.
Markingegno mi chiede direttamente se ho esperienza di campagne di pay per post e la risposta è no. Anzi, in generale nel mio lavoro cerco di lasciare le attività di PR e di buzz ad altri, perché non sono il mio forte.

Parlo, quindi, per esperienza indiretta quando dico che le poche campagne di pay per post che ho visto da spettatore mi hanno sempre deluso, indipendentemente dal grado di trasparenza, per la qualità dei risultati: post-fotocopia mal distribuiti nel tempo, aria di marchetta iperconcentrata e, più a monte ma anche più personalmente, spesso la sensazione che il quid di fiducia che un lettore ripone in un blog venga diminuito da queste operazioni, anche in presenza di una full disclosure. E quella sfiducia si riflette sulla marca.

Dovrei aggiungere un po’ di note dal punto di vista della strategia e della programmazione editoriale, ma ve le risparmio perché già vado lungo.

Mi limito a dire che il pay per post è un’attività poco controllabile nei modi, nei toni e nei tempi.
E si sa che le strategie di lancio di un prodotto di norma seguono copioni precisi, fatti per dire di attività limitate di prova, lancio in massa con modalità variabili e spesso opposte (dall’escalation che spesso si usa per i prodotti retail alla rarefazione che si usa nel lancio della musica attraverso i network radiofonici, motivo per cui spesso per 3 settimane tutte le radio ci martellano con un brano-tormentone e poi d’improvviso questo sparisce dalla programmazione, generando una sorta di crisi d’astinenza che si spera si traduca in acquisti, ecc.), ritorni di fiamma in presenza di eventi/avvenimenti, attività localizzate, intensificazioni su target specifici all’arrivo dei primi feedback, ecc.

In sostanza, una campagna di pay per post è come tirare un sasso nello stagno e vedere che effetto fanno le onde. E per i miei gusti è un’attività troppo “alla cieca” già a livello strategico: ho l’impressione (non sostanziata da prove, beninteso) che coi post a pagamento il rischio dal punto di vista della fiducia e dell’immagine del brand non valga il beneficio in buzz/conversazione. L’unico pregio di una campagna simile è che ha i numeri iniziali certi, quindi è vendibilissima internamente nelle aziende.

 

– cosa penso del pay per post e di chi lo fa – un parere “etico”

Ecco, volevo dare un parere puramente tecnico e non ci sono riuscito. E’ che non è facile separare etica e giudizio, alla faccia di Kant.

Personalmente non farei mai pay per post sul mio blog, perché è uno spazio di libertà.
E per libertà intendo non solo la possibilità di scrivere quello che mi pare nei modi e tempi che più mi aggradano, ma anche la libertà marxiana dal “bisogno”.
Cioè, il blog è finalmente qualcosa con cui posso prendermi la – ehm – libertà di non fare soldi: è un’attività felicemente in perdita, col bilancio economico in rosso e quello del divertimento e della socialità decisamente positivo.

Però sono un temibile relativista, di quelli che spaventano i papi tedeschi. E non pretendo minimamente che le mie scelte etiche siano regola per tutti. Meno che mai le uso per giudicare il prossimo (cioè, per alcune scelte etiche ovviamente sì), soprattutto se si tratta di questioni al confine tra l’etico e il pratico.

Mi spiego: non credo che chi cede al pay per post sia definitivamente un corrotto e meriti sfiducia.
Non mi piace lo strumento, non lo adotterei mai, ma mi riservo il giudizio di valutare caso per caso, perché a volte una campagna di post a pagamento – se messa in evidenza come tale – non incide sulla fiducia che attribuisco ad un blog o ad un sito, anzi spesso lo mantiene, cioè paga (magari solo in parte) il tempo dedicato dal suo autore alla condivisione di contenuti, ecc.

Per dire, Engadget e Gizmodo – due siti autorevoli che parlano di gadget elettronici – talvolta fanno post a pagamento, ben evidenziati in cui elencano gli sponsor della settimana o del mese, altre volte fanno contest sponsorizzati dalle aziende ma questo non influisce sull’autorevolezza che personalmente attribuisco loro, perché hanno dimostrato nel tempo di saper dare giudizi indipendenti nonostante spesso parlino di loro “clienti”.

E’ per quello che dell’ottima operazione di Paul The Wine Guy apprezzo tutto tranne la premessa dell’analisi finale e cioè che accettare una campagna di pay per post sul proprio blog sia necessariamente e inesorabilmente un male, un segno di corruzione, ecc.

Da parte non in causa posso dire che non lo farei e che non amo molto trovare post a pagamento in giro sui blog, ma mi riservo di valutare caso per caso se la cosa è così mostruosa o è accettabile.

 

– postilla rectoversiana

Rectoverso, che è sicuramente la coscienza cattiva della blogosfera e come tale è utilissimo e amusing, giustamente prende spunto in un suo post  da un mio commento al post di Paul The Wine Guy sulla questione “succhi di frutta” per criticare un’altra cosa che mi riguarda. E ha maledettamente ragione.

Qualche tempo fa ho ricevuto un Sony Xperia X1 da recensire e – come capita non di rado da queste parti con gli smartphone – l’ho recensito, dicendone bene e male.
Il Dottor Pruno mi fa notare che è inutile che io faccia il santarellino fiero del suo blog “vergine” dal mercato, se poi un’agenzia di PR mi regala un cellulare da 600€ e non lo specifico quando recensisco il prodotto.

Ha ragione.  A mia discolpa posso solo dire che ho dato per scontata la cosa, visto che l’aveva già specificato il buon Beggi nel suo post sull’X1, ma ho sottovalutato l’importanza della disclosure e soprattutto ho trascurato il fatto che magari non tutti sanno tutto.

Sulla questione “ecco, ti regalano un cellulare e tu ti senti spinto a fare un marchettone” ho poco da dire.
Per me è una questione vecchia e risale a quando scrivevo su Rumore e su altre riviste musicali.
All’epoca la critica era: “vi mandano i dischi promo da recensire, vi invitano ai concerti, vi riempiono di gadget: sicuramente siete dei venduti”. Cambia il prodotto ma non la critica.

E posso dire, dopo aver partecipato come giornalista a qualche decina di saloni e fiere, che il tentativo strisciante di “addolcire” i media attraverso le regalie è cosa nota (il più grosso problema per un giornalista al Salone dell’Auto di Ginevra, per dire, è trovare un modo sensato per portarsi dietro tutti i gadget che gli vengono catapultati addosso e contemporaneamente digerire tutti i pranzi luculliani che gli vengono offerti) ed è una questione seria per chi lo fa di mestiere.

Rispondere ad una critica simile è difficile.
Potrei dare una risposta da gradasso, dicendo che la mia credibilità vale più dei 600€ di un cellulare, ma non dimostrerei nulla e farei solo la figura del bulletto.

Il fatto è che l’autorevolezza, la credibilità, ecc. del mio blog non sono un valore assoluto e, soprattutto, non sono un valore su cui ho direttamente voce in capitolo.

L’autorevolezza (temo una parola un po’ sprecata per un blog il cui post precedente parla della scena ukulele emergente) di suzukimaruti.it, così come di tutti gli altri blog, è qualcosa che stabiliscono i lettori, anzi ogni singolo lettore.

Quindi sta a chi legge giudicare se ciò che un blog scrive è onesto o no. Personalmente posso ripetere ad nauseam che credo di scrivere cose oneste, ma non vale nulla ed è giusto che sia così.

Anzi, mi piacerebbe il confronto aperto con chi – se c’è – pensa che qui non si scrivano cose oneste.
Cioè, un confronto al di là delle mezze parole, perché credo serva a tutti (e a me professionalmente molto) per capire i limiti, l’accettazione, le sensibilità, ecc. che incontra la comunicazione attraverso i blog.

Quelli che ce l’hanno con FriendFeed: un invito alle danze

January 2nd, 2009 § 25 comments § permalink

Mentre in giro per la Rete esplodeva l’ennesimo dibattito – stavolta innescato da un post di Gilioli– sulla natura di Facebook, da queste parti si manifestava, per la prima volta in modo evidente, una fronda anti FriendFeed, social network che uso con sommo gusto quotidianamente.

La cosa mi ha un po’ sorpreso, anche perché a mio giudizio FriendFeed riesce ad esprime e concentrare in un servizio solo molte cose del social Web che considero positive. Provo ad elencarle, poi do un’occhiata a cosa dicono di FriendFeed i suoi detrattori:

– aggregazione: FriendFeed è prima di tutto un aggregatore. Cioè ogni utente decide quali parti del proprio lifestream quotidiano – che normalmente è sparso su più servizi non interoperanti – costituiranno il suo feed. Per dire, io ci metto i post del mio blog e del mio tumblr, le mie twittate, le foto di flickr, i preferiti su Last.fm e altre cavolatine sparse qua e là. Così ho un “fiume” unico alimentato automaticamente dai vari “affluenti” e se uno ha una vita così triste da voler seguire tutto quello che faccio di social in Rete, basta che si abbona al mio FriendFeed e il gioco è fatto.

– conversazione: trovo che la conversazione su FriendFeed funzioni con le stesse dinamiche di Twitter ma senza il caos di quest’ultimo. Se su Twitter volevi rispondere ad un utente, la tua risposta finiva lì nel mucchio, elencata in puro ordine cronologico, con il risultato che i grafomani come il sottoscritto erano in grado di riempire 2 o 3 schermate di twittate in mezz’ora, se presi da una discussione che li interessava.

Il tutto su Twitter generava caos, scazzo e portava (ne parlo al passato perché lo uso pochissimo) al fenomeno per cui la gente ti chiedeva di scrivere di meno perché paradossalmente lo scrivere sul tuo Twitter invadeva i loro spazi.

Il vero problema, tuttavia, era che spesso non ci si capiva: mi è capitato più volte su Twitter di ricevere reply a cose scritte 2 giorni prima e non capire a cosa si riferivano. A volte la cosa avveniva in massa e il caos cresceva a dismisura.

FriendFeed da questo punto di vista offre tutti i vantaggi di Twitter con in più l’enorme feature di disporre le conversazioni per thread, ciascuna in ordine cronologico sotto il post che l’ha scatenata. Mi pare un incontestabile progresso, no?

 

– strumenti per migliorare la conversazione: oltre a favorire la conversazione, FriendFeed ha un paio di strumenti che la migliorano. Il primo è stupidino ma va di moda (è arrivato pure sui Tumblr) ed è il “like”. Se ti piace un intervento, esprimi il tuo apprezzamento premendo un pulsante e hai la possibilità di filtrare i vari interventi, isolando quelli a cui hai aggiunto un commento o un like: cosa utilissima per riprendere conversazioni lasciate a metà o passate (su Twitter, invece, o eri “qui e ora” o ti perdevi).

Ci sono, poi, strumenti di “moderazione”. Non amo particolarmente la categoria, ma sono molto light e rispettosi. Il più utile credo sia il tasto “hide”: se una conversazione non ti interessa, la nascondi. Ma questo non ti impedisce di parteciparvi (è paradossale, lo so) e soprattutto non impedisce agli altri di continuarla. Ed è un’opzione che si cambia con un singolo click.

Sorvolo sull’opportunità di rendere privato (decidendo chi lo legge e chi no) il proprio feed di contenuti, perché è un’opzione identica a quella di Twitter e non mi ha mai entusiasmato, perché non ne comprendo l’utilità (perché rendere privata una propria attività su un social network? non è un controsenso? o forse viene usato come misura anti stalker?).
In compenso si possono creare “stanze” tematiche in cui discutere liberamente, al riparo da occhi indiscreti (si vocifera, per esempio, di una stanza women-only in cui gli ormoni volano liberi come pterodattili su di giri).

C’è, in ultimo, lo strumento “block”, che permette di bloccare un utente. Il che non significa privare qualcuno del diritto di esprimersi, ma semplicemente decidere di non visualizzare più gli interventi di un utente sgradito, molestatore, deviante, spammer, ecc. L’utente sparisce dalla tua vista ma continua liberamente ad esprimersi: di fatto non gli togli nulla.

– allargamento della sfera degli amici: la feature che mi piace di più di FriendFeed è quella per cui – con dinamiche che non comprendo – il sistema ti mette a disposizione  anche gli interventi degli “amici degli amici”, così non leggi solo la tua combriccola di amichetti, ma vai oltre il solito giro di conoscenze.

Mi sembra una scelta vincente, oltre che buona e giusta. Prima di FriendFeed avevo un’area “blog che leggo” nel mio lettore di feed RSS. Li leggevo e morta lì: raramente aggiungevo nuovi nomi, perché ero costretto nella cerchia delle mie conoscenze.

Ora che ho FriendFeed, grazie allo strumento “amici di amici”, ho praticamente eliminato la cartella “blog che leggo” dal lettore di feed RSS (restano solo quelli che ancora non si sono convertiti) e leggo tutti su FriendFeed, con la differenza che leggo pure i loro amici (quelli non interessanti li nascondo) e ho scoperto un sacco di persone interessanti, che ora leggo quotidianamente.

 

LE CRITICHE

Ho letto, nei commenti ai post precedenti, varie critiche a FriendFeed. Provo a riassumerle per sommi capi:

è elitario: la principale tesi a sostegno di questa accusa è il fatto che FriendFeed è un servizio aperto solo a chi si registra. Quindi è sì uno spazio ordinato, ma perché si perde un po’ lo spirito selvaggio del blog, che è un porto di mare.

In parte concordo: sul blog può capitare lo sconosciuto – magari “illetterato” di social Web – che lascia un commento. Dopo quasi un lustro di esperienza bloggante, tuttavia, mi sono accorto che quegli illustri sconosciuti prendono la forma di 2 o 3 commenti al mese a post vecchi di 2 anni, scritti in stampatello da individui che immagino dotati di tentacoli (ecco perché così tanti refusi), che solitamente si lamentano perché “HAI SCRITTO CHE TZN FRR E GAY MENTRE NN E VERO: LUI MI AMA”. E tra l’altro usare FriendFeed non gli impedisce di continuare ad imbrattare di commenti demenziali e oscenamente sgrammaticati il mio blog, quindi dov’è il problema?

Riguardo alla registrazione, mi chiedo perché non ci si lamenti del fatto che sul 99% degli altri servizi online sia necessaria. Perché nessuno l’ha mai scritto di Twitter?

– è cazzone: non riesco a trovare una sintesi migliore, ma è quanto dice – peraltro in modo condivisibile – Mitì.
Il fatto è che in effetti chi si approccia a FriendFeed può trovare commentini di una riga, battutine che pochi capiscono, una diffusa aria di “qui tra noi blogger” e la conseguente implicita e involontaria chiusura a chi viene da fuori.

Riconosco, a tratti, questo difetto. Però mi sembra sia una fase comune e inevitabile dei social network: i prime movers che li colonizzano tendono a farsi comunità stretta e – come tale – tendenzialmente autoriferita.

Però è, appunto, una fase e mi pare di averla già affrontata in ambiti diversi, per esempio quando secoli fa aprii un blog su Splinder, poi quando mi affacciai su Twitter. C’è sempre una sorta di iniziale “disagio da social network nuovo”, perché chi è lì da prima ha più dimestichezza, ha più amici e oggettivamente si diverte di più. 

Alla fine è un fenomeno che, per quanto ne so, prima o poi finisce.
Su Twitter – e prima ancora nella blogosfera – è finito nel momento in cui ai pionieri del sistema si sono affiancati sempre più utenti.
Giocoforza finiremo per usarlo meglio, perché le platee si allargheranno, arriveranno sempre più utenti e non sarà tanto facile sussurrarci battutine che capiamo in tre in un luogo così pubblico. Se proprio vogliamo flirtare, apriamo una stanza apposita e la usiamo come pied-à-terre.

E poi, se il problema di uno strumento “buono” non è lo strumento stesso ma l’uso che se ne fa, forse ha senso iniziare ad usarlo bene, dando il buon esempio. Conoscendo FriendFeed, i buoni contenuti attirano buoni commenti, buoni utenti, ecc.

QUINDI?

Quindi il consiglio per tutti è di provare FriendFeed, perché mi pare funzioni davvero bene. E più siamo più la conversazione migliora come qualità, più le reti, i giri, le “cricche” si allargano. Da quando uso FriendFeed leggo abitualmente una ventina di blog in più, tutti meritevoli e tutti colpevolmente ignorati/trascurati in precedenza. Mi sembra un buon risultato.

E se inizialmente vi trovate male, pazientate, partecipate alle conversazioni altrui, fate un po’ di amici (non è stupido aggiungere come friends su FriendFeed i blog che si seguono di più, quelli sul blogroll, ecc.) e in tempo breve potreste trovarvi più a vostro agio. E’ un po’ come andare a ballare: ci si mette un po’ ad entrare nel mood della serata, ma poi appena si ingrana si fa l’alba. E in alcuni casi gli afterhour.

L’anno che verrà – ovvero il mio primo Post sotto l’Albero

December 14th, 2008 § 7 comments § permalink

Quello che segue è il mio primo Post sotto l’Albero.
In quanto versione stalinista del Grinch, con punte quasi autolesioniste di odio per tutto ciò che è vagamente natalizio, mi sono perfino sorpreso io stesso della mia partecipazione ad una simile iniziativa.

Poi ci ho riflettuto e ho scoperto che scrivere il PSLA è una sorta di passatempo per sadici. Il fatto è che Sir Squonk, uomo dal multiforme talento, è una persona prima di tutto paziente. Quindi pone una data di scadenza in cui raccogliere i post dei partecipanti e attende fiducioso. E rigorosamente si trova a mani vuote o quasi.

Ecco, quindi, che scattano i primi appelli, con l’inevitabile arrivo dell’improcrastinabile. Prima appelli pubblici, inizialmente autorevoli, poi minacciosi, poi complici, poi ricattatorio/affettivi, poi ancora livorosi e infine disperati. E in seconda battuta gli appelli privati, dall’SMS vagamente mafioso fino alla mail dai toni barocchi del periodo bizzarro.

Il risultato è che chi partecipa e tarda a consegnare (cioè praticamente tutti) riceve dal Sir nel corso del tempo vere e proprie opere d’arte multimediale, da semplici haiku via SMS a lacrimevoli e-mail con biliosi allegati. Uno scritto meglio dell’altro, in un’escalation in cui è palese che l’autore ha un talento alimentato a disperazione.

Il resto è trascurabile: un po’ di gente attende proprio l’ultimo istante utile, pur di collezionare altre gemme squonkiane, e consegna un post. Il risultato della dialettica sfuggente fra il talento del raccoglitore e la cialtronaggine media dei partecipanti è, incredibilmente, ottimo nonostante l’impaginazione un po’ così, le clipart d’illustrazione prese da Office 95 e una generalizzata propensione al refuso. 

E’ qualcosa di inspiegabile, una sorta di ossimoro in cui la combinazione tra alto e basso, tra talento e intima bruttezza dei partecipanti produce accostamenti inaspettati  e forieri di gioia, come il tartufo bianco: un alimento eccellente che dà il meglio di sé su piatti vili, come l’uovo fritto. 

Quindi godetevi l‘intera raccolta di quest’anno di Post sotto l’Albero e, se proprio ci tenete, solo il mio contributo, che è qua sotto. 
Per fare quello filologico (leggi: non avevo altro), non ho scritto un post ad-hoc, ma ho letteralmente rubato al blog un post, l’ho incollato in Word e spedito al talentuoso curatore.
Risultato, una brutta figura: gran parte dei partecipanti ha prodotto piccole perle narrative e io sto qui a scaldarmi per un calendario con la Carfagna. Vestita, peraltro.

Buona lettura, neh

 

 

Uno ci prova anche a fare quello che non demonizza Berlusconi, che si dimentica la tessera della Loggia P2, i mafiosi e i corruttori in parlamento, l’ego smisurato che confina col borderline e tutte le altre porcherie che tutti conosciamo benissimo e che quasi tutti scordano quando si tratta di votare.

E giuro che io ci provo davvero, faccio un sacco di docce tiepide, mi stronco di tisane al tiglio e continuo a ripetermi “suvvia, è solo un governo di destra come tanti altri, siamo tutti democratici, sotto sotto siamo tutti fratelli, è la democrazia dell’alternanza e via di mantra rassicuranti.”

Ormai privo di riferimenti politici al di là del signor Spock in “Star Trek, l’ira di Khan”, uno arriva perfino a dirsi che tutto sommato un mezzo regime vagamente argentino, con a capo un ibrido tra un re travicello e un miles gloriosus, non è poi questo dramma, che alla fine perfino le cose brutte e cattive hanno un ruolo nel grande schema dell’esistenza e poi, insomma, in Argentina c’è il tango che non è così male, no?

Insomma, si cerca la via zen e si prova – dopo aver fallito nell’intento del “non pensiamoci, dimentichiamoci che la politica esiste e occupiamoci di altro” – ad accettare o quantomeno rendere più digeribile il male che non si riesce a rimuovere.
Serenamente. Pacatamente. Piano piano. Come vuole Veltroni.

L’operazione dopo un po’ ti riesce, perché l’essere umano ha grandi capacità di adattamento e se riesce a vivere negli igloo a sessanta sotto zero nutrendosi di yogurt di renna, figuriamoci se non può reggere queste cosucce qui.
Ci vuole ben altro per abbatterci, ha!

Poi, però, quando hai finalmente ottenuto la tanto sospirata semiserenità politica e ti sei quasi convinto che perfino La Russa al governo abbia una sua razionale utilità e che se non la vedi è solo perché lo schema delle cose è più grande della tua comprensione, Orazio, ecco il crollo, il rigurgito dell’inevitabile.

Maledetta Internet.
Sì, maledetta. Perché senza la Rete sicuramente mi sarei perso tutto ciò: apro La Stampa online e scopro che esiste il calendario 2009 “Grandi tra i grandi: i politici per i bambini“. 
Ora, già il nome è tremendo, ma il disgusto da copy è il meno. Ci si mette pure il progetto: fotografie di politici “casualmente” ritratti in atti di grazia e tenerezza con dei bambini.

Di norma detesto tutto ciò che sfrutta l’immagine dei bambini, ridotti spesso a versioni umane dei LOLCats da genitori infami. Figuriamoci che reazioni può suscitare un mix “bambini sfruttati + Schifani”, sponsorizzato dalla Presidenza del Consiglio, del Senato e della Camera.

Se poi clicchi sul link, attratto dall’orrido e poco propenso a cliccare sui calendari alternativi con l’ennesima velina photoshoppata desnuda, il gioco è fatto: ecco il regime che salta fuori.
Il regime, sì, quello vero, cioè quello fenotipico, che puoi toccare. Suvvia, gli aspetti estetici del regime, quelli più tangibili.

Perché tutti gli elementi “reali” del regime (i privilegi, le pastette, l’assenza di democrazia, la disuguaglianza, ecc.) un po’ te li nascondono, un po’ ormai li accetti come assodati e un po’ li dai per scontati come espressione dell’italianità.

Insomma, a noi che ci sia o meno il retroscena del regime non importa.
Ma a noi ultimi mohicani di sinistra danno fastidio alcuni aspetti visivi, cioè l’estroversione del regime, la sua retorica pubblica e i suoi atti trionfali.

Avete corroso la già esile tenuta democratica di questo paese? Fa lo stesso. Ma almeno fate finta che tutto vada bene.
Tanto noi siamo tra quelli che mangiano il surimi a forma di gambero e si convincono davvero che un po’ il gusto gli assomiglia.

Il pensiero del regime già ti aveva sfiorato la mente nei giorni intorno al 4 novembre, quando in tv passava uno spot – tutto rallentatore e controluce – che celebrava le Forze Armate con toni da dittatura bielorussa ed estetica da tv di stato irakena ai tempi di Saddam: militari che passano per le strade e la gente impettita che si alza e gli fa l’applauso, chissà poi perché.

Va visto, perché certe cose tra le righe si percepiscono meglio live che con una descrizione.
Vi basti sapere che si intitola “Grazie ragazzi”, come allo stadio.

Il calendario politici+bambini è la conferma di quel retropensiero novembrino: il regime, stufo del retrobottega, sta venendo fuori nei suoi aspetti estetici, i più fastidiosi per noi sinistrorsi.
Segno che dall’altra parte hanno rotto gli indugi e si stanno finalmente togliendo qualche soddisfazione personale.

Ecco, il calendario “Grandi tra i grandi” è la perfetta incarnazione della weltanschauung berlusconiana.
No, non quella antidemocratica, aziendalista e “brianzola” dell’imprenditore con le mani sporche prestato alla politica. Quella, invece, del “re buono” (che da queste parti era un certo Umberto I, noto cannoneggiatore di poveri che chiedevano pane), del presidente che riceve le classi delle elementari alla Camera e interrompe un Consiglio dei Ministri per andare a recitare a memoria “Rio Bo” ai bambini forzosamente plaudenti.

Basta scorrere un’immagine dietro l’altra, controllando la bile.
Non c’è una casualità nelle fotografie, c’è un indice preciso, un piano estetico/retorico e una line-up studiati a tavolino perfetti nei loro intenti.
E i valori di questa operazione d’immagine sono perfetta espressione di cosa è l’Italia da cartolina di Natale dell’immaginario berlusconiano.

Sembra l’ennesima pubblicità della Bauli, in cui la keyword dominante è “bontà”.
E allora ostentiamola, questa bontà!
Ed ecco i vari politici colti in casuali pose carine accanto a bambini sorridenti. Bambini da cartolina, peraltro, vestiti appositamente a festa (ho già messo in preallarme l’equipe di psichiatri che si occuperà di curare, una volta adulta, la povera bambina col papillon marrone nella foto con Cossiga) e messi lì a figurare, dopo chissà quante dolorose prove circondati da fotografi incazzati e urla del tipo “Michela fai più l’occhio da derelitta, altrimenti il Presidente Schifani poi ti sculaccia, eh!?”.

Telefono Azzurro? Sì, già all’altezza di maggio ho composto le prime 2 cifre del numero. Ma siamo il paese di “Piccoli fans”: di fronte a scene simili la stragrande maggioranza degli italiani si commuove, non chiama di certo la polizia.
Bisogna rassegnarsi.

Al di là dello sfruttamento paraculo dell’immagine dei bambini in situazioni potenzialmente pericolose (ve lo vedete Cossiga che chiede ai frugoletti “la vostra maestra è ancora viva? O è stata bastonata ad arte, come ho – modestamente – proposto?”), quello che spaventa è soprattutto la lineup delle playmate politiche di ciascun mese.

In primis l’opposizione non esiste. O meglio, esiste quello che il berlusconismo considera l’opposizione ideale. Cioè, su 12 fotografie gli “oppositori” sono 2, ovvero un nonnetto democristiano di lungo corso come Franco Marini e – ripescato dall’oblio nonostante politicamente e istituzionalmente conti quanto il mio verduriere – nientemeno che Fausto Bertinotti.

Peraltro il cittadino semplice Bertinotti è ritratto – a conferma di una precisissima progettazione estetica di queste foto – con le uniche due bambine non vestite a festa, anzi opportunamente conciate un po’ da zingare e un po’ da hippy, con un non trascurabile dettaglio per cui una delle due sfoggia sul vestitino un’inspiegabile quanto eloquente stella rossa.

Facendo i ragionieri, un’opposizione democristianissima, vecchia e alle soglie dell’impresentabile, con in più il “comunista fenotipico” da zoo o da commedia di Pozzetto: il mostro da tenere in salotto perché fa chic e anche un po’ orrore alle madame. 

Insomma, Bertinotti se lo coccolano su Mediaset da secoli, è tempo di ritirarlo fuori non appena la crisi si ammoscia un po’.

E dire che l’assenza di esponenti dell’opposizione sarebbe tecnicamente una buona notizia. Pensate che bello sarebbe se i vari Fassino, Rutelli, ecc. si fossero semplicemente eclissati dicendo “Il calendario coi bambini fatevelo voi, noi nonostante tutto abbiamo un senso della decenza e non ci prestiamo ad operazioni paracule di questo genere”.
Ma conoscendo Veltroni & C. è inevitabile pensare che su un calendario così i “nostri” si sarebbero buttati a pesce.
Semplicemente non li hanno invitati.

Segnalo a parte, in quarta di copertina, defilata, una figura mezzo bipartisan come Umberto Veronesi, che sì, si è candidato per il PD “ma alla fine è uno dei nostri, perché fa i miliardi”.

Il resto delle 10 immagini è emblematico: i ministri più in vista, quelli più televisivi, presentabili e utilizzabili a fini professionali (quindi niente leghisti e spazio ai più popolari secondo i sondaggi), due senatori a vita (in sostanza gli unici due ascrivibili alla destra, cioè Andreotti e Cossiga) e i presidenti di Camera e Senato, cioè un untuosissimo Schifani e un Fini a cui bisognerebbe spiegare che gli anni Ottanta sono finiti e il “bronzo” non tira più, soprattutto nella versione “fratello di Sammy Barbot”.

In ultimo, lui: Silvio la Tigre, rigorosamente a dicembre, in una posa che non lascia spazio ad interpretazioni terze: sguardo adorante e – notate bene – bambini non ariani, anzi vagamente stranieri ma non “negri” o “musi gialli” o peggio ancora “arabi”: quel bel mulatto da spot della Barilla, che piace tanto alle nonnine.
E Lui in mezzo, che li tiene in braccio, occhi socchiusi a dire “dio mio come sono buono, sto proprio bene in mezzo ai bambini”. 

Insomma, l’immagine perfetta per il “nonno d’Italia”, che in un paese civile sarebbe qualche vecchietto fotogenico infastidito dalla stampa che lo obbliga a fare la faccia buona mentre beve vinaccio alla bocciofila
In Italia, tristemente, il nonnino buono nazionale ha un ruolo precisissimo: Presidente della Repubblica.

Se vi state chiedendo cosa voglia fare Berlusconi da grande, guardate quella foto e la risposta verrà da sé. Come la nausea. 

Who’s gonna drive you home?

November 28th, 2008 § 18 comments § permalink

Dopo aver dato il meglio di sè nella gestione del problema della presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI, candidando un impresentabile e incompetente e vedendosi eleggere con un colpo di mano – coi voti della maggioranza berlusconiana  – un poco di buono ex mastelliano pronto a tutto (e mi inquieta che il PD candidi uno così, davvero), il partito che teoricamente dovrei votare sta consumando le sue preziose energie politiche per un’altra battaglia di altissimo profilo e che non mancherà di appassionarci per la sua utilità per il paese.

Quanto avrei voluto che dio mi avesse fulminato seduta stante il giorno in cui ho lasciato la mia email agli uffici stampa nazionali e locali del partito che teoricamente dovrei votare, perché è ormai da una settimana che quotidianamente le caselle di posta si intasano a causa di una pioggia di comunicati stampa su un tema fondamentale come la collocazione nel Parlamento Europeo del Partito Democratico.

Ovvero, fra un anno ci saranno le europee e verosimilmente il PD riuscirà a fare eleggere qualcuno, nonostante stia facendo di tutto affinché ciò non accada. Dove si siederanno costoro? Staranno nel gruppo del Partito Socialista Europeo? O con i Popolari? Oppure con un terzo gruppo?

Certo, se il tuo partito è fatto da una mai completata sintesi tra ex ex comunisti e ex ex democristiani, il problema è spinoso, perché non puoi certo chiedere a quella simpatica donna della Binetti di sedere tra i socialisti europei. Così impari a candidarla, peraltro.

Però, per quanto mi riguarda, è un problema inutile. E trovo pure insultante leggere che Fassino, Rutelli, Bobba, ecc. si lancino strali su una questione puramente formale mentre avrebbero un bel po’ di cose da fare (opposizione, costruire un’alternativa credibile al berlusconismo decadente di questi anni, ecc.)

Ma davvero, ci interessa dove siederanno gli eletti del Partito Democratico nel Parlamento Europeo?
A me francamente il dibattito dà le stesse vibrazioni che la serie B di pallamano femminile.
Mi interessa, invece, molto come il PD voterà, quali sono le sue proposte, le sue scelte e le sue posizioni. E mi sembrano questioni a monte rispetto al gruppo parlamentare a cui iscriversi.

Invece no, i pezzi da novanta del PD continuano questa guerra di comunicati piccati e stronzetti in cui di fatto gli ex DS continuano a dire “la grande tradizione riformista europea sta tra i socialisti” e gli ex democristiani rispondono “col cazzo, piuttosto ce ne andiamo”, coi pochi laici ex Margherita che tergiversano e, nel dubbio, dicono tutti la loro.

E quindi via con illuminanti e promettenti discussioni su un ipotetico scioglimento del PD, su una scissione, ecc. Non che si rovini nulla più di tanto, eh? Però c’è sempre un limite al peggio.

 

E’ UN FATTO DI APPARTENENZA

La cosa che mi spaventa e mi fa capire che a sinistra (ma in verità il problema è trasversale, sebbene con intensità differenti a seconda degli schieramenti) siamo ancora mostruosamente indietro nella visione dello scenario politico.

Continuiamo, cioè, a pensare alla politica come ad una questione di appartenenza. Quindi il problema numero 1 dell’esordio del PD nel Parlamento Europeo non sarà cosa voterà caso per caso, ma come si definirà, a quale “grande famiglia trasversale” della politica europea si iscriverà.

Tradotto in termini pratici, il PD spende il 99% delle sue già esigue e contraddittorie energie politiche per cercare litigiosamente di distillare una sintesi identitaria tra le sue componenti. E consuma se va bene l’1% a fare politica, cioè a compiere gli atti materiali che permettono ai suoi diretti e potenziali “consumatori” di definirlo.

E questo è un po’ il dramma della sinistra e del suo approccio al paese. Continuiamo, noi che di sinistra lo *siamo*, a non capacitarci come il resto del paese possa non esserlo senza sentirsi sporco, in colpa, ecc. E continuiamo a fare una politica in cui il nostro fine reale non è risolvere problemi (o proporre soluzioni per) e su questo conquistare voti, ma è di fatto lavorare affinché la gente si converta e *diventi* di sinistra o centro sinistra o centro centro sinistra.

In verità basta riavvolgere minimamente il nastro per notare come la dimensione identitaria a sinistra sia una priorità assoluta. Democratici di Sinistra, Sinistra Democratica, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, ecc. Lo vedete? L’ossessione di definire un’appartentenza che è a monte, a priori rispetto all’azione politica.

Ovvio che la gente che magari è così intelligente da non votare per Berlusconi ma non è de facto di sinistra o non si percepisce/definisce tale finisce per votare per Di Pietro, che di fatto è l’unico partito della coalizione in grado di intercettare gli swing voters tra uno schieramento e l’altro proprio in virtù del suo essere definito da scelte, da pratiche, da posizioni e non da appartenenze politiche ottocentesche.

 

QUASI QUASI MANDO UNA LETTERA A VELTRONI (NO, CHE POI LA LEGGE IN PIAZZA)

Il tragico è che ad ogni comunicato stampa che ricevo – l’ultimo, piccatissimo, di Gianni Vernetti, persona a cui sono peraltro vicino umanamente e che come sottosegretario agli esteri nella passata legislatura ho molto apprezzato, che sfancula Fassino – mi scatta una voglia tremenda di rispondere da semplice elettore.

E mi viene una voglia pazza di gridare ai dirigenti del mio partito che questo dibattito inutile viene fatto sulla pelle dei cittadini ed è un po’ un insulto per chi ha votato PD, fidandosi che non avrebbe votato per un partito di stupidi.

E mi piacerebbe segnalare ai vari Rutelli, Fassino, ecc. che le priorità politiche mi pare siano altre. E se per loro non è così, beh allora voto altrove.
Perché qui lo tsunami ci ha colpito in pieno (ricordate? quello con la cacca-Berlusconi che ci galleggia, irrilevante, in mezzo) e chi ci dovrebbe salvare sta a riva a dibattere se farlo nuotando a delfino o a rana.

Quella emme di MTV (aka “Aridatece i videoclip!”)

October 29th, 2008 § 16 comments § permalink

Non so più da quanti anni non guardo più MTV, ma so esattamente perché non la guardo e cosa mi ha fatto smettere di tenerla anche solo in considerazione: ignoro MTV dal giorno in cui hanno smesso di trasmettere video musicali.

Fateci caso e provate a passarci sopra facendo zapping. Nel 99% dei casi trovate una porcheria, solitamente un finto reality con dei giovani mostruosi che ballano o una trasmissione americana piena di ggiovani rifattissimi che o piangono o ballano o flirtano. Oppure vecchie stagioni di serie Tv in cui ci sono giovani rifattissimi che ballano, piangono e flirtano a seconda delle puntate.
E nel mezzo, come diversivo, qualche feature sui soliti VIP del mondo della musica, da Britney Spears in giù.

Stendo un velo pietoso sulle trasmissioni made in Italy (salvo rari casi, ma dio fulmini ora TRL e il suo pubblico) e continuo a pensare che, nei primi anni Novanta, MTV un po’ ci ha cambiato la vita. E continuo a pensare che noi torinesi forse siamo stati più fortunati di tutti, perché una rete locale (Videogruppo) per anni ha preso il segnale di MTV UK (quella bella, con Ray Cokes, Davina McCall, Zig & Zag, Party Zone, Chill Out Zone, Alternative Nation, ecc.) e l’ha trasmesso sulle sue frequenze, spesso interrompendolo crudelmente in orari impensabili per trasmettere orride pubblicità degli (allora) 144.
Eri lì pronto a goderti l’unplugged dei REM o di Bjork (in un notevole vestitino corto giallo)? Ti partivano le casalinghe assatanate e ti dovevi adeguare. Ma, insomma, era una bella cosa.

Poi è nata MTV Italia e, a fronte di 24 ore al giorno del canale, c’era ben poco da gioire. Ora è una tv che di musicale non ha niente di niente ed è un peccato perché ci lavorano un bel po’ di persone di talento e pure un bel po’ di amici. Certo, uno può recuperare con i suoi canali tematici via satellite, ma non è la stessa cosa.

Fortuna vuole che sia nato da non molto un servizio che permette di tornare al vecchio spirito fondante di MTV, che oltre a farti venire voglia di fumare crack dovrebbe essere una televisione musicale.

E’ nato, infatti, MTV Music (nome ridondante: a cosa serve la M del brand?), che altro non è che una sorta di YouTube casalingo di MTV in cui lentamente il colosso della videomusica sta riversando la versione digitalizzata di tutti i suoi video in archivio, inclusi quelli delle sussidiarie tipo VH1 e CMT.

Significa, insomma, che lì sopra ci saranno migliaia e migliaia di video musicali, vecchi e nuovi, peraltro fruibili in streaming in qualità decisamente superiore a YouTube. Il giorno che l’intero catalogo sarà digitalizzato ci saranno da fare i salti di gioia.

Per ora c’è già una base di video notevole. E c’è pure qualche pecca strutturale. La prima è che, mi pare, l’assortimento sia quello di MTV in versione americana. Quindi ben poca elettronica (ho provato a cercare qualcosa dei Future Sound Of London, ma niente) e molto più brutto rock melodico per wasp col mullet o hip hop moderno, da papponi. E i soliti anni Ottanta, che hanno rotto le balle già *negli* anni Ottanta.

Ci sono anche ingenuità tecniche, su tutte un motore di ricerca molto anni Novanta, esigentissimo per quanto riguarda lo spelling dei nomi dei gruppi. Cerchi i REM e non trovi niente. Devi mettere, come vorrebbe la regola, i puntini: R.E.M. Ed ecco che per magia puoi riascoltarti “Pop Song 89” e guardarti il video. Peccato sia la versione censurata. (con Bjork è peggio: vogliono la dieresi e via ad aprire la mappa caratteri).

Già, uffa, la mentalità è quella di MTV USA, super-puritana, pronta a riempire di biiiip ogni “motherfucker” e ogni fuck, motivo per cui rinunciate da subito all’idea di ascoltare i Rage Against The Machine o avranno talmente tanti bip da sembrarvi un gruppo della Warp.

Insomma, la mentalità è pessima, la realizzazione così così e l’archivio è quel che è, finora, e senza pesanti iniezioni da MTV UK non sarà niente di che. Però, nonostante tutti questi punti a sfavore, MTV Music è uno dei siti che cliccherò più ossessivamente nei prossimi giorni, non tanto per recuperare i grandi classici, ma per recuperare i video minori di cui ci siamo quasi dimenticati, in 30 anni di videomusica.
Anche da brutte premesse possono nascere cose fondamentali. Speriamo cresca bene.

Lettera ad un fratello occupante

October 24th, 2008 § 37 comments § permalink

Caro ipotetico fratello minore,

immagino che mentre io me ne sto qui comodo nei miei borghesissimi 100 metri quadri di proprietà, tu avrai abbandonato la tua cameretta in condivisione in qualche brutto bilocale in zona Università e starai occupando qualche aula per protestare contro i tagli all’Istruzione pubblica.

Ti confesso che oggi, vagamente scazzato da una giornata riempita male di cose lavorative, ho fatto un giro dalle parti di quell’Università in cui tu ora e io allora abbiamo più o meno studiato. Ecco, no, Scienze della Comunicazione a Torino  – il corso di laurea più facile al mondo, alla portata di chiunque – non giustifica il verbo “studiare”, che è una cosa seria.  Facciamo che tu (forse) ci studi e io ci ho dato gli esami, ok?

No, non era una passeggiata per i portici di Memory Lane. Banalmente volevo capire, dare un’occhiata ad un’occupazione del 2008 e confrontarla con quelle dei primi anni Novanta, quando stavo dalla tua stessa parte della cattedra.

Il fatto è che, contrariamente alle occupazioni dei miei tempi, stavolta avete proprio ragione. Incontestabilmente. Anzi, io vorrei proprio capire, se non fosse che si nascondono, da un elettore di Berlusconi e soci come mai un Governo, indipendentemente dal colore, tagli i fondi all’istruzione. 

Cioè, anche in un’ottica di destra, nella più marcia e fetida possibile, la scuola teoricamente dovrebbe essere comunque fondamentale. E se per noi che ancora ci definiamo democratici vale il principio per cui un buon sistema scolastico produce buoni cittadini, credo che per anche il più turpe governo iperdestrorso la scuola sarebbe ugualmente una risorsa, magari pronta a formare buoni guerrieri o buoni camerati o chissà cosa.

Boh, mi è sempre sembrato naturalmente bipartisan il pensare che, se uno ha a cuore le sorti del proprio paese, voglia che le scuole funzionino al meglio, con il massimo delle risorse possibili. Insomma, anche in un’ottica addirittura golpista è meglio avere una scuola che funziona: mal che vada la controlli politicamente e poi, forte della tua superiorità accademico-scientifica, invadi l’Istria e la Dalmazia. Ma perché tagliarle le gambe?

È per questo che non mi spiego come mai il Governo attuale stia smontando pezzo dopo pezzo la scuola pubblica. Qualcuno mi sa spiegare perché? C’è una verità di destra che è difendibile o che mi sfugge? So che qualche elettore di destra spia questa mia missiva. Ha per caso voglia di rispondere?

E dire che mi sono spaccato la testa in mille ragionamenti, dando fondo alle classiche paranoie sinistrorse che ancora mi attanagliano.
Vabbè, tiriamole fuori, sapendo che sono – appunto – paranoie.

La prima è che tutto questo smantellamento dell’istruzione pubblica sia funzionale a quella privata. Ma, salvo qualche diplomificio e qualche Università privata di poco conto, non c’è niente di rilevante e non mi sembra che la lobby delle scuole e università private sia così potente da giustificare tutto questo macello.

Seconda paranoia: che ci siano di mezzo – al solito – i preti?
Ok, è una fissa della destra, in barba al suo preteso liberalismo economico, regalare soldi pubblici ad imprese private (nello specifico le scuole private) per fare un favore alla Chiesa e ai suoi istituti privati. Ma è davvero questo? Non bastava il buono scuola, che è già una porcheria di per sé? Bisogna proprio smontare la scuola pubblica per rendere appetibile la scuola confessionale dei preti?

La terza ipotesi paranoica è vecchia come il cucco: vogliono una classe di dominati e una di dominanti. Insomma, italiani di serie A e di serie B. 

Ma anche qui i conti non tornano tanto. Di fatto manca tuttora una scuola che formi i ricchi e i fortunati (cioè, è pieno di scuole private per soli ricchi, ma l’eccellenza in quell’ambito è tutta all’estero e questo vale ancora di più per l’Università) e francamente per dividere l’Italia tra elite ricca e poveri ignoranti è più semplice e perfino accettabile una vecchia soluzione.

Già, basta tornare a come era l’Università una volta, quando le lezioni erano obbligatorie (e addio studenti lavoratori: studiava solo chi aveva la grana di papi) e, soprattutto, c’erano dei sani blocchi all’accesso, per cui se avevi per caso fatto 5 anni di istituto professionale col cavolo che ti iscrivevi a Lettere o a Scienze Politiche.
Insomma, il principio – in salsa maccheronica – delle caste, per cui a 13 anni prendi una via e da quella non ti schiodi più. Così addio alla promozione sociale: i figli degli operai fanno, in gran parte, gli operai. E quelli dei professionisti fanno in gran parte i professionisti. Non è così che è funzionata l’Italia democristiana per anni?

Per decenni quel metodo è servito ad evitare la “miscela tra l’alta e bassa gente”. E costa decisamente meno fatica che smantellare la scuola pubblica (e si prenderebbe pure un bel po’ di voti cattolici, perché agli ex democristiani sotto sotto questa cosa della scuola coi blocchi è sempre piaciuta, perfino a gente che sta nel PD) 

Vorrei, in verità, caro ipotetico fratello minore occupante, che i motivi che stanno alla base delle scelte del Governo me li spiegassi tu, tanto hai un sacco di tempo da impiegare, mentre occupi.

In compenso beccati un bel po’ di avvertimenti paternali, di quelli per cui dovresti fare altre occupazioni per puro esercizio di rabbia generazionale. 

Il primo è di non fidarti di quelli della mia età. Aspetta, lo rispiego altrimenti sembra che mi contraddico.
Vedi, oggi sono entrato in quella che era la mia Università e, a capo di tanti ventenni incazzati perché la destra al potere gli toglie la scuola (cioè il futuro) da sotto il naso, ho visto gli stessi che erano in prima fila 15 anni fa, quando facevo lo studente io. Ed erano già vecchierelli all’epoca. 

Sì, il problema è proprio quello. Ed è il solito. I capetti.
E’ uno dei motivi per cui, dopo anni felici di politica nelle scuole superiori, arrivato all’Università ho preferito passare ad altro. Il fatto è che all’Università c’è sempre qualcuno che è più a sinistra di te (a parole), che grida di più, che fa più rumore. E vince, perché nelle assemblee (luoghi rumorosi, dove la dialettica è un sottoprodotto del wrestling) conta quello.

Ecco perché oggi sono entrato all’Università e ho visto centinaia di ventenni monopolizzati da cariatidi coi capelli bianchi dei centri sociali o dell’estremismo politico. 

E’ che alla fine un’occupazione si riduce al puro atto di ordine pubblico, mentre dovrebbe avere un valore politico, simbolico e perfino pratico (occupiamo e nel mentre ragioniamo, studiamo il problema, ecc.).

Invece finisce che prende tristemente il sopravvento il valore puramente fisico dell’occupare. E gli estremisti, che hanno un ottimo know-how per quanto concerne gli aspetti “ginnici” della protesta, monopolizzano il movimento, perché trasudano un antagonismo fenotipico che – solo in quelle occasioni – sembra irresistibile.

Ecco, se vuoi un consiglio, gira alla larga da quelle cariatidi. Sì, lo so, è gente che a quarant’anni suonati è ancora legittimamente all’Università e continua a fare lo studente con i soldi che i genitori gli passano direttamente dal loculo. Lo so, perché me li ricordo ai miei tempi: stonavano già allora, vecchi nel look, nei modi, negli slogan. E perennemente portati a tirare il sasso, nascondere la mano e lasciare che la polizia picchi voi, i ventenni lì dietro.

Ecco, le botte. Parliamone. Mamma è preoccupata. Non per te, perché sei uno responsabile. È preoccupata per il clima. Perché le parole di Berlusconi prima e di Kossiga poi (oggi si prende la cara vecchia “k”, poi se fa il bravo e prende tutte le pastiglie gli restituiamo la “c”) non sono solo semplici fandonie di due anziani in crisi psichiatrica: sono un preciso segnale politico. E chi doveva intendere ha inteso.

Ecco, questi hanno paura. E hanno paura perché in questo caso hanno torto marcio, non hanno una singola giustificazione. E hanno capito che l’unica minaccia alla loro solida presa del potere in Italia, legittimata da milioni di voti scriteriati, è questo movimento qui, che può dilagare e in effetti ha misure sorprendenti. 

Insomma, non hanno certo paura del PD, che ormai aggiunto moderazione all’espressione “acqua di rose”. Hanno paura di voi.
E hanno paura delle madri e dei padri, in gran parte loro elettori, che con la scuola dell’obbligo a ramengo si troveranno seriamente nei guai per gestire i figli (senza il tempo pieno dove li si mette?).
E hanno paura dei genitori preoccupati perché loro figlio studia in università pessime, con insegnanti svogliati e non aggiornati e – una volta sul mercato del lavoro – finisce a servire Big Mac nella migliore delle ipotesi., oppure gli pesa sul groppone fino alla soglia dei quaranta.

Insomma, questa protesta qui – ben oltre lo stretto merito che la ispira – è potenzialmente dannosa per questa destra. E loro lo sanno.

E hanno solo un modo per fermarvi, che è criminalizzarvi, farvi passare tutti per sfascia vetrine, casseur e chissà cos’altro. E poi riempirvi di botte. Il segnale ai picchiatori di stato è già stato inviato.

E tristemente ci riusciranno, complici (non ho mai capito quanto volontari) i rappresentanti di quell’antagonismo politico di cui ti dicevo sopra. Sì, quelli che giocano a fare gli spartani ma poi hanno il fiatone da uomo di mezza età alla prima carica della celere.
Saranno loro ad imporvi di radicalizzare il movimento, ad iniziare ad alzare il tono del dibattito e poi dello scontro, a tirare fuori i barotti e i sampietrini e poi a lasciarvi lì, mentre la polizia carica.

Diffida di quella gente lì, prova a fare qualcosa che esuli dal ripetere tristi riti che dal 1977 ad oggi non sono cambiati.
Perché io oggi ho visto una sorta di filmato di repertorio: un’ostentazione di kefieh (e dio solo sa quanto significhi per me – da sempre filopalestinese militante – quel simbolo), di parole d’ordine vetuste (sono dovuto uscire dall’assemblea per reale disagio fisico di fronte al ripetersi di tic verbali), di cartelloni teletrasportati dai tempi della Pantera (però coi fumetti più manga-like, giusto una piccola discontinuità da parte dell’ala creativa del movimento).
 
Sembra quasi che, nel 2008, protestare contro i tagli all’istruzione sia una sorta di interpretazione teatrale in cui si fa a gara a chi imita meglio il settantasettino medio. Let’s do the timewarp again.

In verità mi ero già preoccupato, perché l’altra sera ho dato un’occhiata a Matrix (per errore: volevo guardare le donne nude delle pubblicità degli 166 su una rete privata, cosa sicuramente di cui vergognarsi meno) e ho visto un po’ di presunti capetti del movimento, ospitati ad arte in studio a scioccare i borghesi.

Erano tremendi, sembravano figuranti e stavano alla Sinistra così come il look dei travestiti sta alla femminilità. Cioè, solo un redattore di Libero particolarmente stupido avrebbe potuto immaginarli così temibili, stereotipati e caricaturali: brutti, sloganistici, inutilmente aggressivi, capaci di parlare solo per formule e, ovviamente, antagonisti oltre ogni limite, roba da record del mondo.

Renditi conto che dopo 2 minuti che ho sentito parlare uno di loro (anzi, era una ma ci ho messo un po’ a capirlo) mi è cresciuta una sana voglia di manganellare il prossimo, che ho faticosamente domato con un sorso di grappa di Arneis. E io sono un nonviolento di sinistra, quindi figurati gli altri.

Prova, caro fratello minore ipotetico, a liberarti da quella gente lì, catapultata da qualcuna di quelle sigle ridicole (Socialismo Rivoluzionario, Movimento Comunista Internazionalista, Marxisti Nudisti Albini, ecc.) che compaiono solo ai cortei e alle occupazioni, ma che poi nel mondo reale non esistono, come le camicie Dino Erre Collofit. 

Anche perché siete così in tanti, là dentro, che è palese che questa protesta qui è vostra e non va monopolizzata dai soliti capetti.
E sai che lì, tra tutti voi, c’è gente che non è di sinistra, ma è semplicemente interessata ad avere una scuola che funziona, che ha dei fondi e che crea gente competitiva dal punto di vista intellettuale, curiosa, profonda, capace di dire la sua in Italia e nel mondo.
E non è necessario essere i più comunisti del mondo per volere quello. Basta essere intelligenti, cosa molto più auspicabile che essere comunisti, se vogliamo proprio dircela tutta.

Sai, insomma, cosa rischi. Ma sai anche che hai l’opportunità di fare un’esperienza politica positiva.
Perché la battaglia che combatti, se non ti si piazza di fronte un quarantenne sfigato col suo simboletto politico insignificante, è giusta ed è una battaglia per tutti, inclusi quelli che si iscriveranno dopo che tu ti sarai laureato. Perfino per i figli di quelli che comprano Libero ogni mattina in edicola senza provare vergogna.

Quindi tieni dritte le antenne, non fare cavolate (se devi darci sotto col sesso, droga & rock’n’roll, fai pure, ma non mi pare che questo sia il ’68: i costumi nella nostra società sono tali per cui puoi darti alla pazza gioia dei sensi anche senza occupare l’Università, no? O ti senti, da quel punto di vista, represso? E poi, fidati di me, al di fuori di qualche film di Bertolucci, durante le occupazioni non si batte chiodo, si dorme scomodi, ci si lava necessariamente come si può e ci si fa solo un mazzo tanto) e diffida di chi viene a parlarti di rivoluzione, quando tu vuoi solo (si fa per dire) che il tuo futuro non sia messo a repentaglio da un governo di improvvisatori.
Ma non smettere di lottare per nemmeno un secondo. 

 

Stammi bene.
Un abbraccio militante,

 

Suz

 

P.S. Mamma dice di coprirti, che le aule universitarie di sera non sono riscaldate. Ho provato a spiegarle che il concetto di “golfino” è di destra, ma non mi sembra convinta. Temo insisterà.

P.P.S. Ne abbiamo già parlato: no, non ti addo su MSN perché non lo uso. Passati i 25, sicuramente userai anche tu degli IM da adulto, tipo Gtalk o Skype. Nel mentre, usiamo la cara vecchia e-mail, che è intergenerazionale.

Indignazione 2.0

September 17th, 2008 § 20 comments § permalink

L’indignazione è un curioso sport molto praticato. Anzi, è come la ginnastica simmetrica: un’attività fisica che, gira e rigira, finisci sempre per fare in luoghi non consoni, nel momento sbagliato e anche un po’ alla cazzo di cane.

Quindi è normale trovarsi di fronte a scene agghiaccianti e contemporaneamente all’indifferenza più assoluta da parte della gente che passa, così come è altrettanto normale che l’indignazione monti come un geyser inatteso per cose su cui, boh, avresti al massimo sprecato un mezzo punto esclamativo.

L’ultimo caso di indignazione incomprensibile è scoppiato all’improvviso quando si è scoperto che un giornalista del Rocky Mountain News di Detroit ha seguito in diretta via Twitter il funerale di un bambino che era stato vittima di un incidente in una gelateria qualche giorno prima.

E’ scoppiata una polemica notevole. Un giornalista racconta minuto dopo minuto le fasi salienti di un funerale via Twitter e questo è un male e forse è la dimostrazione che il Web 2.0 genera mostri, almeno così concordano tutti gli indignati, accorsi numerosi a stracciarsi le vesti in piazza.

 

COSA CAMBIA?

Sarò fesso io, ma il seguire la diretta giornalistica di un funerale via Twitter non mi indigna più di tanto. Anzi, riformulo. Mi indigna, ma non è il fatto che avvenga via Twitter. Mi urta che si trovi “notiziabile” un funerale privato.

Basta accendere la tv ogni giorno e ad ogni TG ecco le telecamere che penetrano la privacy delle persone, ecco le ormai abusate immagini di madri trafitte dal dolore in chissà quale funerale, ecco il close-up sulle macchie di sangue, sul braccio del defunto che spunta dalla body-bag o alla peggio sul citofono della vittima. Tutto congiura a metterti knee-deep nel mare di lacrime altrui, a sbatterti mostruosamente in prima pagina con la mostruosità degli eventi. 

Pornografia del dolore? Esattamente quella. Con anche punte estreme, roba per palati forti, come l’intervistatore ardito che si piazza di fronte ai parenti delle vittime nel momento peggiore, quando se va bene stanno in piedi perché non riescono nemmeno a svenire, e pone questioni fondamentali tipo “Cosa ha provato quando le hanno detto che suo figlio è stato stritolato da un autotreno?”. E mai nessuno che risponda “un lieve solletico” e migliori il mondo sparando in fronte all’intervistatore: tutti a piangere, sbavare, delirare. E noi lì che guardiamo. Un po’ inquietati, un po’ rapiti. Con la stessa erotica attrazione che ci fa rallentare e guardare quando passiamo accanto ad un incidente stradale.

Mi chiedo, quindi, cosa ci sia di tanto diverso, nel raccontare un funerale via Twitter, dal propinarci via etere inutili dosi audiovisive di dolore, dal fare del sensazionalismo sui traumi altrui.
Cosa cambia?

Cambia il mezzo. E francamente, pur trovando ributtante che si segua giornalisticamente un funerale (che non sia un funerale di Stato o qualcosa di simile), ho l’impressione che sotto sotto Twitter sia un mezzo molto meno violento, rispetto alle telecamere, per raccontare un evento doloroso.

 

L’INDIGNAZIONE A SENSO UNICO DEI MEDIA

Ecco perché l’indignazione riguardo questo evento, pompata ad arte dai media, mi suona stupida e smaccatamente eterodiretta, perfino peggio della ridda di inutili notizie di quest’estate, volte a screditare le compagnie aeree low-cost (ve ne siete accorti?) giusto mentre ripartiva l’affaire Alitalia.

Cioè, mi indignassi io, che a volte sono in imbarazzo ai funerali altrui perché mi sembra di presidiare spazi di dolore degli altri che non so quanto desiderino mostrare, capirei.
Ma se si indigna Repubblica o il TG5 (ho fatto due nomi a caso) finisce che mi incazzo.

Mi arrabbio perché mi chiedo con che faccia i media che praticano il peggiore giornalismo pornografico e crudele possano criticare chi fa esattamente come loro, semplicemente usando un servizio online.

Si aspettavano forse che Internet, visto il loro ruolo di cattivi maestri, avesse un’etica migliore? Ma soprattutto, i parametri etici che applicano i media quando parlano di Internet sono gli stessi che praticano quotidianamente nella loro attività?

Anni di televisione eticamente schifosa, di abuso violento del diritto di cronaca (un amico giornalista mi raccontava di come alcuni cronisti di nera entrino nelle case dove magari è avvenuta una disgrazia e, incuranti dei parenti affranti in lacrime, si mettano ad aprire mobili e cassetti alla ricerca di una foto della vittima da poter piazzare sul giornale, tanto chi li denuncia?), di microfoni sadici piazzati sotto madri in lacrime ci hanno completamente mitridatizzati.

E quindi, se uno segue un inutile e dolorosissimo funerale via Twitter, mi sorprendo perfino a pensare che sia un passo in avanti verso un giornalismo più civile.
Poi ci ripenso e mi rendo conto che no, non è così.

Meno male che il giornalista del Rocky Mountain News non ha scoperto Mogulus o Qix, consoliamoci in questo modo. Ma sarebbe giusto assomigliato alla tv. Solo, forse, ci avrebbe fatto meno effetto.

Where Am I?

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