La rabbia degli insoddisfatti pigri: riflessioni dopo un attacco fascista online

September 3rd, 2018 § 0 comments § permalink

Circa un mese fa sono stato attaccato online (tanti contro uno, come prevede il loro modus operandi) da migliaia di utenti leghisti, grillini ed espressamente fascisti. Si è trattato del classico shitstorm che, sempre più spesso, impesta i social media in Italia (e che da queste parti non è una novità, visto che amiamo farci volere male e fin dai tempi di Splinder).

La ragione per cui sono stato vittima di una ridda sempre più incattivita di migliaia di insulti sgrammaticati, deliranti e spesso dai toni mafiosi è presto detta: ho fatto un paio di tweet in cui suggerivo alcune pratiche di autodifesa e di lotta contro la nuova maggioranza di italiani razzisti, violenti e sempre più sobillati dai ministri dell’attuale governo.

Proponevo in sostanza due cose semplici.

La prima è creare un punto di riferimento per le vittime di atti di razzismo e di intolleranza in genere, creando un legal team che consenta alle vittime di trovare una sponda legale con cui denunciare gli aggressori alle autorità competenti (buona parte di questi attacchi non vengono denunciati o vengono snobbati dalle forze dell’ordine, che tendono a scoraggiare l’indicazione dell’aggravante razziale) e fornendo supporto psicologico e materiale alle vittime.

La seconda è ancora più semplice e in tanti già la facciamo: colpire economicamente i razzisti e chi li supporta.

Insomma, non dare soldi ai razzisti. E, se possibile, metterli in difficoltà con mezzi legali (per esempio suggerivo una pratica diffusissima: dare una recensione online negativa ai locali in cui ci si è trovati male perché i loro titolari/gestori sono intolleranti, manifestano o diffondono idee razziste, ecc. evidenziando nel testo il loro comportamento).

 

 

Agire politicamente col portafoglio

Il boicottaggio civile e legale delle attività sgradite è una pratica diffusa e assolutamente normale. Per dire, i vegani non danno i loro soldi ai ristoranti che servono carne, gli juventini girano al largo dal bar Sweet di via Filadelfia a Torino (per i non torinesi: è la “casa” degli ultras del Toro), io non frequento i bar col videopoker, le armerie, le pelliccerie e non viaggio in Russia, Turchia, Israele e Cuba. Il tutto per ragioni etiche, politiche, di civiltà o banalmente di gusti.

Ecco, con qualche tweet ragionavo sulla possibilità di unire le “mappe” per non dare i nostri soldi collettivamente alle attività commerciali e professionali riconoscibili come razziste o supporter del razzismo e dei razzisti.

La pratica del boicottaggio economico è una forma nonviolenta di lotta diffusissima, legale e che ha precedenti storici notevoli e perfino patriottici (penso allo “sciopero del fumo” ai danni del monopolio austriaco sui tabacchi nella Milano indipendentista del 1848, oppure il boicottaggio dei mezzi pubblici a Montgomery per favorire la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti o il boicottaggio dei prodotti britannici nell’India voluto da Gandhi).

A volte il boicottaggio legale ha espresse finalità di lotta politica attiva. Per esempio fu praticato in opposizione alle leggi e alla retorica antisemita della Germania nazista.

Cosa ha destato scandalo nella mia serie di tweet? Due cause.
La prima è che li ho scritti in modo poco chiaro. Coi limiti di spazio di Twitter e con i ben più gravi limiti di lucidità mia nei primi giorni di vacanza, ho prodotto una serie di due tweet che non si comprendeva fossero in sequenza (benché uno dei due iniziasse con “quindi”), al punto che alle menti maliziose o in malafede e ai duri di comprendonio poteva sembrare che invitassi a boicottare gli elettori leghisti e grillini in quanto tali, cosa peraltro impossibile e piuttosto fantasiosa, visto che il voto in Italia è segreto.

E qui veniamo alla seconda causa: il pubblico.
Succede ogni volta: scrivi qualcosa che rischia di indisporre quell’unico calderone (di cui parliamo dopo) in cui ormai si riconoscono fascisti, leghisti e grillini e, di norma dopo 24/48 ore (credo perché richiamati da opportuni post voluti da una regia centrale sui gruppi dediti alla sobillazione degli adepti), arrivano in massa a insultarti la mamma, la nonna e la zia e a minacciarti le peggio cose.

Anche qui, errore mio: sono su Twitter da quando la gente (non io) parlava di sé in terza persona e dovrei sapere come funziona e di come funzionano le logiche di branco.

Basta non reagire e passano. Qualche volta capita un commento che sembra avere toni più pacati di “ti veniamo a prendere a casa, zecca di merda”, ma non bisogna cadere in tentazione. Dopo un paio di scambi ti mandano a stendere lo stesso alle prime inevitabili loro difficoltà nell’argomentare. Purtroppo in quell’area condivisa tra fascisti, leghisti e grillini non alberga la capacità dialettica e devo ancora capire se questa è una causa di adesione a quel mondo o ne è effetto.

 

Le “argomentazioni” dei nuovi fascisti

Al netto degli insulti, resta il fatto che questo sciame di insultatori presissimi dal loro ruolo esprime collettivamente un paio di argomenti ricorrenti, nascosti tra le invettive, le minacce e i calembour più prevedibili al mondo sul tuo cognome.

Vediamoli, riassumendoli in un paio di affermazioni.

“Sei tu che sei razzista, perché discrimini i razzisti!”

Ecco, hanno in parte ragione: discrimino i razzisti e i fascisti, è vero. Il fatto è che lo fa anche la Costituzione italiana, lo fa la legge italiana lo fa (faceva?) il buonsenso condiviso degli uomini democratici e lo fa l’etica.

Una realtà (un individuo, uno Stato) tollerante e democratica può essere tollerante con chi programmaticamente si propone di essere antidemocratico e intollerante?

È un dibattito complesso che va avanti dal primo dopoguerra, quando nientemeno che Karl Popper si è posto il problema e si è dato una risposta che condivido e che il nostro ordinamento giuridico condivide: no, una realtà tollerante e democratica ha il dovere pratico e morale di combattere contro i nemici della tolleranza e della democrazia.

L’Italia su questo tema non è neutra: oltre alla Costituzione (attraverso la legge Scelba), ha leggi precise (la legge Mancino, la legge Fiano) che considerano criminali alcune forme di pensiero, la loro propaganda, la loro apologia e messa in pratica: il fascismo, il razzismo, ecc.

Insomma, discriminare, isolare, colpire con la legge i razzisti non solo è legale e a favore della legge, ma è una pratica positiva dal punto di vista etico e sana per la società, perché frena retoriche e impulsi pericolosi che potrebbero dividere, creare violenza, colpire gli inermi, ecc.
Insomma, è sano farlo.

E in questo disgraziato 2018 è opportuno, perché credo di non essere il solo ad avere l’impressione che il clima razzista in questo paese stia saltando fuori dalle fogne. Le ragioni per cui questo avviene sono note: parte di questi razzisti sono al potere in questo momento, sono politicamente in crescita e – soprattutto – nella società italiana sono venuti meno gli “anticorpi del buonsenso” che in precedenza se non combattevano apertamente il razzismo e le intolleranze in genere, almeno colpivano questi ultimi con un sano stigma negativo.

Ecco, credo che la società dovrebbe porsi un obiettivo minimo: far tornare socialmente impresentabili le idee razziste. È il primo step per combatterle, ma per prima cosa è necessario renderle brutte agli occhi della gente, ridicole, sintomo di sfiga. Come le pellicce da uomo, avete presente? No? Ecco, tanti anni fa si usavano, ma con loro lo stigma sociale negativo ha funzionato.

 

“Noi non siamo razzisti”

Ho fatto la stupidaggine di andare a dare un’occhiata nei profili dei tanti aggressori su Twitter che si scandalizzavano: “non puoi prendertela con noi elettori, noi non siamo razzisti!”.

Ho scoperto che dentro la quasi totalità dei profili social che sono venuti, scandalizzati, a dire “io non sono razzista” ci sono contenuti razzisti, talvolta razzistissimi.
E ho notato che succede in particolare con chi si identifica come elettore del Movimento 5 Stelle: pensano le stesse cose dell’estrema destra ma si inalberano se glielo si fa notare. Insomma, pretendono di avere le idee della destra estrema e la presunzione di purezza della sinistra. Comoda la vita, eh?

È dura far accettare a una parte rilevante della società il fatto che è diventata intollerante, imbevuta di odio malriposto e portatrice di disvalori distruttivi, divisivi e violenti. E a parte qualche ridicolo fascista vecchia scuola – incluso un personaggio da operetta che ogni volta che nei commenti menzionava Mussolini faceva precedere il suo nome dall’appellativo “Sua Eccellenza” -la reazione è di incredulità. È dura per chi appartiene alla generazione che sicuramente ha visto qualche replica dei Blues Brothers  su Rete 4 realizzare che si è parte dei nazisti dell’Illinois.

 

Ora li riconoscete

Ho cercato di capire, al netto delle centinaia di account fake che si sono manifestati sul mio profilo Twitter, cos’è quella massa di persone che perde ore del proprio tempo a cercare di indagare su chi sono, dove abito, cosa faccio, cercando – a proposito di fascisti e di loro metodi – di farmi paura tanti vs uno e di “boldrinizzarmi” a colpi di minacce, coinvolgimento dei miei familiari e dei miei presunti (e sbagliati) datori di lavoro.
L’idea è capire, gramscianamente, cosa c’è dietro, quali sono le ragioni che “make a good man turn bad”. Non è un ritratto, attenzione, degli elettori del “polpettone” Lega – Movimento 5 Stelle – fascistume, che immagino piuttosto complesso, ma esclusivamente degli aggressori online che orbitano intorno a quell’area politica.

Non ho indicazioni chiarissime, ma vedo qualche pattern ricorrente.

Il primo è che non si tratta di una massa politicamente eterogenea: buona parte degli assalitori online con cui ho avuto a che fare non distingue tra Movimento 5 Stelle, Lega, Casa Pound e altra fascisteria. In gran parte postano entusiasticamente dispacci, fake news e propaganda di tutte le aree. Non solo, ho visto più volte militanti del Movimento 5 Stelle solidarizzare e corrispondere amorosi sensi con gente espressamente fascista, tra un insulto e l’altro alle “zecche”.
Davvero, il mito del “grillino di sinistra” o anche solo del “grillino brava persona arrabbiata” è una panzana a cui è impossibile credere: si sta cementando un’area unica in cui non c’è distinzione tra M5S e Lega, interamente basata sull’odio del diverso e su toni apertamente fascisti. E sta diventando sempre più pericolosa.

La seconda cosa che ho notato è la trasversalità dell’insoddisfazione. È stata una faticaccia ma ho provato a “capire” le persone che venivano ad attaccarmi, cioè a farmi un’idea della loro vita, delle loro aspirazioni, della loro condizione umana e sociale. E ho trovato un fattore comune: tanta insoddisfazione.
Ecco, personalmente adoro l’insoddisfazione: è uno stato d’animo bellissimo, perché è alla base del progresso umano. Sei insoddisfatto? Cambi le cose, cresci, vai altrove, ti migliori, ecc.

In questo caso, però, ho visto quella che definirei “insoddisfazione dei pigri”.
Mi spiego meglio: il profilo sociale che ho visto emergere in modo costante e prevalente tra gli insultatori fascistoidi non è fatto di “ultimi”, di disperati, di famigerati “italiani che non ce la fanno più”. È composto, invece, di uomini (tanti) e donne di media scolarità, con un diploma tecnico e nessuna formazione ulteriore, abitanti in provincia, senza particolari consumi culturali, con lavori dignitosi ma non entusiasmanti o vittime del precariato.

Insomma, l’italiano medio che ha fatto l’ITIS né tra i primi né tra gli ultimi della classe e si è fermato lì, non ha una grande spendibilità sul mondo del lavoro, non ha interessi particolari a parte il calcio e la figa (entrambi da spettatore remoto), non viaggia molto e non lo fa volentieri, abita vicino alla statale che taglia in due un paese anonimo di provincia, ecc. Il ritratto della noia, insomma.

Tutti siamo potenziali “medi”, condannati alla villetta a schiera lungo la statale con il quadro di Audrey Hepburn preso da Ikea o gli angioletti della Thun (sì, ho guardato anche le foto delle loro case e sono in overdose da soprammobili pacchiani) e insoddisfatti del lavoro, della vita di provincia in cui non succede mai niente, un po’ “indietro” rispetto alle novità, non informati o informati male, in generale lontani da tutto. Ci salva l’insoddisfazione, che genera cambiamento.

Per alcuni, però, l’insoddisfazione non è lo stimolo a tentare un riscatto o rompere la mediocrità, ma è ciò che scatena la rabbia e l’odio conseguente verso gli “altri”, quelli che ai loro occhi ce l’hanno fatta.
Ecco, per questa categoria di persone l’avvento del Movimento 5 Stelle significa l’arrivo del momento della rivincita (non il riscatto) verso quelli che sono stati più bravi e più intraprendenti di loro.

Insomma, i “medi” vedono nei grillini l’occasione per affermarsi socialmente, non per merito proprio ma per abbattimento degli “altri”: i “professoroni”, gli “snob”, gli “intellettuali”. Tutte parole che per loro sono un insulto e che invece nella stragrande maggioranza dei casi ritraggono semplicemente persone come loro che non si sono rassegnate ma hanno cercato di migliorarsi e di migliorare le loro condizioni.
Per loro, insomma, la promozione sociale non è frutto di fatica e impegno, ma gli è dovuta e non dipende dal merito. E hanno pure un bel po’ di evidenze a supporto di questo pensiero, se uno come Luigi Di Maio è Ministro del Lavoro o Paola Taverna sottosegretario a non so bene cosa.

È più un sentimento che un dato scientifico, ma ho percepito trasversalmente un pensiero che qualche volta è stato anche verbalizzato: “è finita l’epoca per voi professoroni/buonisti, ora tocca a noi”. Anzi, una signora l’altro giorno in spiaggia ha detto “i colti al potere hanno fallito, ora tocca agli ignoranti!”.
Insomma, la loro idea di “ascensore sociale” consiste nel distruggere i piani superiori al loro, non nel cercare di raggiungerli o addirittura superarli.

 

Dove abbiamo sbagliato

Se c’è un ambito in cui la sinistra ha fallito miseramente è questo: non aver dato alla grande massa dei “medi” la voglia di cambiamento positivo, il desiderio di migliorare socialmente attraverso l’impegno e il lavoro. È un fallimento culturale e “pedagogico” e non materiale, perché in gran parte d’Italia gli strumenti per provare a migliorarsi e conquistare la promozione sociale ci sono e sono accessibili gratuitamente: c’è la scuola pubblica, ci sono i consorzi di formazione permanente, ci sono le operazioni (volute dalla politica, di norma dalla sinistra) di riqualificazione professionale, ecc.
Semplicemente la sinistra ha fallito nel proporre una visione in cui chi studia di più, chi lavora meglio, chi si impegna di più, chi reagisce in modo positivo alla mediocrità ottiene più felicità, più successo sociale, ecc. Insomma, la politica della sinistra non ha lavorato sul desiderio e sul “premio” conseguente all’impegno. Un po’ è anche colpa della realtà: merito e successo (ma “successo” è una parola sbagliata: ci andrebbe una traduzione in italiano del concetto complesso di “fullfillment”) non sempre sono conseguenti, in Italia.
Al suo posto si è imposta la narrazione di chi dice “vai bene così come sei; la tua vita bruttina è colpa di chi, con la scusa di aver studiato e lavorato più e meglio di te, ti ha portato via ciò che ti spetta. Prenditi ciò che ti è stato negato con la menzogna del merito; la colpa della tua insoddisfazione è di chi è sotto di te (cioè i poveri) e di chi è sopra di te nella scala sociale”.

Le nuove destre stanno cercando di far passare l’idea che questo sia il “popolo” e la sinistra sia composta da snob che non vogliono averci a che fare. Non è così.
È che il popolo, anche negli strati più deboli della nostra società, aveva chiaro il valore dello studio, dell’impegno, del lavoro come mezzi di promozione sociale. Ricordate gli operai che facevano sacrifici enormi per far studiare i figli?
Poi forse qualcosa è cambiato, complici credo alcune pedagogie negative berlusconiane che hanno iniziato a corrodere progressivamente il concetto decente, borghese, a modo suo banale di progresso sociale (e pure economico) attraverso lo studio e il miglioramento di sé stessi. Vuoi vivere bene e felice? Studia, migliorati, allarga i tuoi orizzonti, acquisisci sapere, relazioni ed esperienze.
Lo so che sono banalità, ma ho il timore che in Italia abbiano smesso di avere valore.
Il frutto di quella cattiva educazione è qui: una generazione che fa del “non accetto lezioni” il suo motto (fateci caso: è una delle espressioni che Salvini ama dire di più).

 

Quindi?

Quindi non arretriamo di un millimetro, anzi avanziamo. Sono ancora più convito che siano iniziati i tempi bui e sia necessario reagire su due fronti.
Il primo è l’autodifesa, il secondo è un’operazione culturale per far tornare lo stigma negativo verso il razzismo e i razzisti, iniziando a non dare più loro i nostri soldi di liberi consumatori.
Credo serva organizzarsi, stabilire sponde sicure. Ecco due bozze di proposte, realizzabili senza ricorrere al Governo, che sta dall’altra parte, e che invece chiamano in causa il settore privato.

1- Facciamo una rete di “locali antirazzisti”, così come ci sono i locali gay friendly, segnalati su tutte le guide?

2 – Stimoliamo il settore privato a reagire, per esempio creando una carta etica delle imprese, che si impegnano a non fare discriminazioni di nessun tipo e condannano il razzismo in ogni sua forma e la facciamo sottoscrivere alle aziende?

Il secondo è tornare a ragionare politicamente di pedagogia, ma ne parleremo meglio quando riuscirò a finire il mega-ultra-lungo post velleitario e ingenuo su cosa fare per cercare di salvare la sinistra dal suo angolo di irrilevanza. È un po’ come il galeone di Dylan Dog (d’altronde là fuori è pieno di mostri), ma sono ottimista.

Sia chiaro, non è qualcosa che spetta a noi come militanti singoli: è qualcosa che di cui dovrebbero occuparsi la politica civile, le associazioni, i “corpi intermedi”, ecc.
Va bene anche limitare la cosa alla sola sinistra. Se esiste ancora una “base di sinistra” fatta di persone al di là della politica e dei politici (che attualmente stanno litigando tra di loro per capire chi, al prossimo congresso, potrà sedere da leader sul cumulo di macerie della parte progressista del paese e su buona parte dei nostri sogni buoni), forse è il caso che reagisca.

La sinistra inutile. Riflessioni su un paese che ha finalmente le idee chiare

March 5th, 2018 § 0 comments § permalink

Questo è il consueto post elettorale sulla sconfitta della sinistra. Sono un po’ stufo di scriverlo, ma la sinistra continua a perdere.
Se c’è una buona notizia in questa giornata terribile è che forse è l’ultimo che scriverò, non perché da qui in poi vinceremo tutte le elezioni, ma perché forse smetteremo di esistere per un po’.
Come sempre si tratta di un post chilometrico nemmeno troppo amareggiato ma estremamente lucido nel dichiarare qualcosa che è peggio di una sconfitta.
L’ho scritto un po’ di getto e con uno stato d’animo un po’ ballerino. Abbiate pazienza. Anche perché ne serve molta. Cliccate e prosegue.

 

» Read the rest of this entry «

Leader, non cheerleader – cosa non va nella comunicazione del PD

May 31st, 2017 § Comments Off on Leader, non cheerleader – cosa non va nella comunicazione del PD § permalink

Se avete fatto un giro sui social tra ieri e oggi è probabile che siate incappati in qualcuno che si lamentava della comunicazione online del PD.
Nel giro di poche ore è montata una piccola rivolta online contro due post condivisi da pagine Facebook del PD o comunque riconducibili a quel partito.

Si tratta di due post “fotografici”, in cui un testo brevissimo è sovraimposto a un’immagine fotografica, creando una specie di cartolina a metà tra il poster motivazionale e i meme con le frasi di Osho. È un format diffusissimo: ne vediamo a centinaia ogni giorno, dalle immagini apocrife dei Peanuts con frasi sdolcinate sull’amicizia o deliranti ego-trip ai tazebao digitali dell’universo del Movimento 5 Stelle.

18739879_860355874119552_9103893084435868589_n

I “quadretti” diffusi dagli ambienti grillini sono il modello a cui si ispirano i due post oggetto di polemica (peraltro non i primi prodotti dal PD: è una strategia che va avanti da qualche mese).

Il format a modo suo è perfetto per questi tempi: un’immagine con un testo brevissimo, scritto in grande (in un paese di anziani, quindi di presbiti, è fondamentale), con poche parole semplici, spesso una frase sola. Tutto è enfatico: le fotografie, il font, i testi e le call-to-action.

18449752_1425707437495197_6193815186465105214_o

Un oggetto comunicativo fatto in questo modo funziona benissimo su Facebook: spicca in timeline, si legge senza dover cliccare e comunica la sua semplice essenza in pochissimi millisecondi.
È il mezzo ideale per un pubblico che non ama molto leggere, non è avvezzo alle complessità e non si pone il problema (anzi, forse ignora che esista) dei rischi portati dalla semplificazione estrema e dalla comunicazione “gridata”.

Insomma, i “quadretti grillini” vanno benissimo per la naturale e comprensibile superficialità del pubblico italiano, che per scarsità di tempo e di mezzi culturali ha bassissime soglie attentive e capacità di riflessione a caldo: hanno la brevità, l’emergenza e la forza dei titoli di giornale senza il peso accessorio degli articoli completi al seguito, che tanto non leggerebbe nessuno.

La caratteristica aggiuntiva dei quadretti, che spesso non emerge in mezzo a tanti segni così forti e grossolani, è il loro ruolo di conferma. Fateci caso: nella comunicazione gridata online il dubbio è totalmente assente, i toni conciliatori e la ragionevolezza pure.
Il fine di questo tipo di comunicazione, se applicata alla politica, è evidentemente uno solo: rafforzare a colpi di urla l’opinione di chi già è d’accordo. Sono camere dell’eco e nulla più.

Non è una cosa sbagliata, tecnicamente: la “base” va periodicamente scaldata, appassionata, attivata affinché scateni la sua advocacy, cioè la sua capacità di trasmettere con la militanza i valori e le parole d’ordine della “causa”.

Ma fatta così serve al suo scopo?

 

C’È SOLO UN CAPITANO 

Guardiamo nel dettaglio i due post attribuibili al PD.
Il primo, proveniente dalla misteriosa pagina (non è chiaro chi gestisca e quanto sia ufficiale questa pagina dedita alla comunicazione “grillina” pro-Renzi) Matteo Renzi News, dice “Orgogliosi di questa generazione. Due grandi capitani”, photoshoppando malissimo il tutto sulle fotografie affiancate di Matteo Renzi e Francesco Totti, entrambi colti in una foto di repertorio con il dito alzato.

totti

Andiamo al sodo. Il messaggio è chiaro: “Renzi è come Totti”, con una pennellata di orgoglio quarantenne.
Ci vuole poco per vedere in questo post, nell’ordine:

– un’appropriazione indebita: al di là del cattivo gusto di auto-lodarsi, non so quanto Totti sia felice di essere tirato in mezzo a un parallelo politico, con tanto di sua immagine (di cui saranno stati pagati i diritti?)

– un’associazione discutibile tra politica e calcio: “tifoseria”, “ultras”, “curva”, ecc. sono parole dispregiative nel linguaggio politico, che teoricamente dovrebbe avere più cura, più cautela e più buonsenso del linguaggio infervorato e fideistico da stadio o da bar sport. Tra l’altro una mossa simile viola l’ecumenismo calcistico che è d’uopo per i politici. Fossi un rarissimo elettore PD tifoso della Lazio, per dire, dopo un post così starei facendo il diavolo a quattro

– una mezza gaffe: Totti si sta ritirando dal calcio giocato e sul tema “ritirarsi” è sano che Renzi tenga un basso profilo, visto che ha avuto la sventurata idea di dire “se perdo il referendum vado a casa” (cosa che ha fatto, restando a casa un po’ troppo poco tempo per zittire i critici più infervorati)

– il vuoto comunicativo: cosa ci vogliono dire, a parte il fatto che Renzi e Totti hanno entrambi una quarantina d’anni? Le ho provate tutte, ma la risposta continua a essere “niente”. Vogliono che facciamo “alè-oo”, forse la ola in ufficio.

 

Ho dato un’occhiata alla pagina Matteo Renzi News per intero è piena di quadretti esaltati di questo genere, tutti enfasi e semplificazioni, che flirtano in modo evidente col culto della personalità e non offrono un argomento che sia uno all’eventuale advocacy dei militanti.
Cioè, dopo che un simpatizzante del PD viene esposto a post di questo tipo ha qualcosa di più da dire a favore del suo partito? Ha un’arma in più per convincere gli indecisi?

Non so se sono un buon benchmark per misurare gli effetti di questo tipo di comunicazione (dovrei esserlo: sono iscritto al PD e ho votato Renzi alle recenti primarie), ma anche spogliandomi degli abiti del pubblicitario che avrebbe non poche riserve estetiche e strategiche, non riesco a provare altro che fastidio verso la comunicazione pro-Renzi fatta in questo modo.
Non fidandomi di me, ho dato un’occhiata online: la quasi totalità dei militanti e degli elettori PD è sul piede di guerra e i più imbufaliti sono i renziani.

Non fatico a capire il perché della rabbia dei militanti. Sono già renziani, non hanno bisogno di confermare le loro convinzioni con il tifo.

Il partito, inclusa la sua base ha bisogno di programmi, chiarezza sulle scelte future e leader, non cheerleader.

 

 

LA SINISTRA CHE FA COME LA DESTRA

Il secondo post proviene da una delle pagine ufficiali del PD, quindi lo consideriamo ufficialmente approvato dal partito e dal suo Segretario.
In questo caso l’esaltazione del leader lascia il passo a un attacco alla giunta Raggi, fatto attraverso la citazione di un estratto da un articolo del New York Times che critica fortemente la sindaca grillina, additandola come zimbello universale a capo di una città allo sbando, ulteriormente ferita dall’addio calcistico di Totti.

Il post funzionerebbe abbastanza bene, essendo della categoria non raffinatissima “ecco le figuracce internazionali che ci fanno fare i nostri nemici!”.

Peccato che, come hanno notato in molti, la citazione dal New York Times sia tagliata a regola d’arte per escludere la parte in cui il giornalista dichiara che il degrado caratterizza Roma da un decennio. Decennio in cui Roma è stata governata anche dal PD.
nytraggi

Vi risparmio l’elenco puntato di cose che non vanno, perché ne basta una grossa come una casa: questo è un post disonesto. La comunicazione, cioè, si basa su una bugia (per la precisione, un’omissione rilevante) nei confronti di chi legge e questa è la violazione del principio di fiducia su cui si basa la pubblicità politica.

Se freghi il tuo pubblico con premesse non vere, come puoi pretendere che ti segua nelle conclusioni?

Un post così non guadagna mezzo voto, soprattutto se la sua gabola viene scoperta.

Imbarazza i militanti e gli elettori potenziali, perché si rendono conto che negli uffici comunicazione del proprio partito c’è chi non gioca in modo pulitissimo e non convince nessun avversario, perché l’argomentazione “gli americani dicono che Roma fa schifo e la Raggi pure” non fa altro che mettere ancora più sulla difensiva chi parteggia per la sindaca di Roma.

Certo, la comunicazione che prova a indagare le ragioni per cui perfino il New York Times si prende la briga di dire che Roma è allo sbando e propone soluzioni precise e ragionevoli caso per caso è meno affascinante, meno immediata e fa meno click rispetto a una campagna gridata e capace solo di polarizzare ulteriormente elettorati già convinti e inamovibili dalle proprie posizioni. Però le elezioni, tranne che nel Movimento 5 Stelle, si vincono coi voti, non coi click.

In molti in queste ore mi stanno dicendo che non capisco, che dietro questa (per me) imbarazzante attività online del PD c’è una precisa strategia. Ecco, onestamente non la vedo e sfido chi ne è responsabile a farsi avanti e spiegarmela (già: chi ne è responsabile? È possibile che non si sappiano i nomi di chi decide e crea queste campagne? Sbaglio o il PD si fa forte dell’idea di essere un partito trasparente? Fuori i nomi! Lo chiedo da iscritto).

Per quello che capisco di comunicazione, l’abbassamento a quote grilline del livello dialettico del PD e di Matteo Renzi è inutile, perché:

– non convince i militanti (ora come ora li fa arrabbiare) e nella migliore delle ipotesi li trasforma da propugnatori di un’idea in tifosi dietro uno stendardo

– non convince gli indecisi, i dubbiosi, i neutri, perché non dice niente neanche al livello di comunicazione più basso al di là di “Renzi è figo perché sì” ai renziani e “Devi morire!” agli avversari.

– non “risponde per le rime” alla comunicazione grillina più becera, perché nel mercato della politica sgradevole e gridata vince chi grida più forte le cose più orribili. E in quello il Movimento 5 Stelle è imbattibile.

 

QUELLO CHE COMUNICAVA BENE?

Uno dei punti di forza della proposta politica di Renzi era la sua capacità di risvegliare la sinistra dal torpore comunicativo e dotarla di una comunicazione contemporanea ed efficace, dopo i disastri bersaniani che hanno portato il partito alla drammatica non-vittoria del 2013.

Pur capendo la necessità di reagire al degrado del discorso politico in Italia, credo che rispondervi emulando male i grillini e la parte di Internet meno capace di produrre contenuti originali sia una scelta sbagliatissima e improduttiva.
Non sposta voti, non infiamma coscienze, semmai rende ancora più ultras qualche ultras.
Avrei accettato, per pura ragion di militanza, una comunicazione “bassa” ma elettoralmente utile. Farla bassa, male e inutile è davvero sbagliato. Anzi, poco intelligente.

È anche una scelta tatticamente assurda, perché il partito che si piega a usare la narrativa degli avversari subisce una sconfitta evidente sul piano comunicativo. Insegue, emula, contrappunta, risponde e non guida/controlla mai la narrazione politica sui media.

Come ai tempi di Berlusconi, insomma.
All’epoca non andò benissimo.

Il viaggio in Svizzera che non ho fatto – riflessioni sul diritto di morire

February 27th, 2017 § Comments Off on Il viaggio in Svizzera che non ho fatto – riflessioni sul diritto di morire § permalink

Sto di nuovo scrivendo parole dolorose e non vorrei farci l’abitudine, però vorrei dire qualcosa sul fine vita, ora che la storia di Dj Fabo ha portato in primo piano il tema.

La scelta di Fabo di interrompere la sua vita in Svizzera, approfittando della legge che consente alle persone con malattie gravi e incurabili una morte volontaria dignitosa, è stata quella che abbiamo fatto nella mia famiglia, quando mia madre era negli ultimi mesi del suo tumore al cervello e aveva deciso di risparmiarsi la morte orribile e dolorosa che comportava.

Purtroppo non siamo riusciti a fare il suicidio assistito, perché la procedura prevede che la persona che termina la propria vita sia mentalmente lucida. Nel tempo passato tra la scelta di terminare la propria esistenza e il giorno in cui effettivamente decidi di partire per la Svizzera, le condizioni mentali e cognitive di mia madre sono peggiorate troppo per poter procedere.

So, però, cosa significa compiere questa decisione. Conosco il coraggio che serve per presentarsi alla porta di una delle associazioni che si occupano di morte dignitosa e dire: “buongiorno, sono qui perché mia madre è malata terminale e vorrebbe fare un suicidio assistito”.

È una delle cose più difficili che ho fatto in vita mia e devo dire grazie all’umanità straordinaria di Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, se quel pomeriggio non sono impazzito. La sua leggerezza mi ha salvato.

Abbiamo parlato per ore, quel giorno, chiacchierando di filosofia, di politica, di medicina e soprattutto di persone, di famiglie, di noi.

Perché la scelta di suicidarsi per evitare un male peggiore (e rendermi conto che esistono davvero mali in vita peggiori della morte stessa è uno dei momenti di crescita più dolorosi e utili che ho vissuto finora), quando “scende sulla terra” e abbandona i libri di etica, è qualcosa che riguarda noi in carne e ossa.

La dimensione di quell’esperienza non è filosofica, è affettiva: è una questione di sguardi, di abbracci, di parole dette e non dette, di pena per qualcuno che ami, di dolore e sollievo. È anche una questione pratica di camere da letto, di infermiere, di letti contenitivi, di badanti, di pannoloni, di tubi, cannule, di medicine, di conti alla rovescia col tempo, di logistica.

È una realtà così umana e così privata che quando ti accorgi che di mezzo c’è lo Stato, ospite non invitato in quelle stanze della sofferenza in cui non fai entrare nemmeno certi parenti, ti senti violato.
È un’intrusione violenta nella scelta più basilare e umana che c’è: decidere della nostra sopravvivenza.
E appena l’intruso ti dice: “non puoi” senti davvero la “politica” che si occupa di te. Lo fa quando non dovrebbe.

Mi sono sempre chiesto come sarebbe stato, nella mia situazione, fare il suicidio assistito in Svizzera.
Sono pieno di domande: non so se risparmiare a mia madre mesi e mesi di dolore e morfina avrebbe migliorato davvero i suoi ultimi giorni. Non so come avrei reagito e confesso che ogni tanto mi interrogo ancora su cosa ci saremmo detti in quelle 3 ore di macchina tra casa sua e la clinica in Svizzera. Forse avremmo messo su i suoi mp3 preferiti, chissà.
Sono uno a cui non mancano le parole e davvero non riesco a immaginare la conversazione, così come non riesco a quantificare un numero sufficiente di abbracci da darsi prima di farla finita davvero.

Ho poche certezze, dopo aver sfiorato quell’esperienza.

La prima è che uno Stato che non ci permette di essere liberi nella gestione del nostro corpo compie un crimine contro di noi e viola il nostro diritto all’autodeterminazione. E non è una questione politica (anzi, averne fatto una questione politica ha fatto danni): è una questione di mamme, di papà, di fratelli, sorelle e di buonsenso.

La seconda è che tra tutte le cause per cui è giusto militare, il diritto alla libertà nella gestione del proprio corpo è la più basilare e dovrebbe essere in cima alle priorità di noi cittadini.
Sul serio: viene prima della lotta alla disoccupazione, della legge elettorale e del reddito di cittadinanza. Stabilire finalmente che “il corpo è tuo e ne fai cosa vuoi” è fondamentale. Tutto il resto – per quanto importante – viene dopo.
Mi spiace molto che il discorso pubblico sul fine vita abbia poca evidenza, a scapito della lotta per altri diritti che sono importanti e forse più “narrabili” e meno problematici.

La terza è che, per quanto ho capito parlando con le persone nel corso degli ultimi mesi, la società italiana è molto più avanti della politica, riguardo il fine vita. Ma tanto. E, da uomo di sinistra, faccio una colpa grave alla mia area politica: sul tema è stata blanda, lasciando spesso i Radicali soli nella battaglia vera per il fine vita.
Questa è una battaglia che non ha colore, se non il rosino della nostra pelle: mette d’accordo chiunque sia passato attraverso un’esperienza di malattia terminale con un proprio caro o con un amico. Conosco gente che la pensa come me su questo tema e che ha i busti di Mussolini in casa e altri che vanno a messa tutti i giorni eppure capiscono il valore umano dell’eutanasia.
Dovremmo farci qualcosa. Parlo di noi cittadini, perché la politica sul tema è lenta e pavida.
E forse andrebbe scardinata, su quello. E le associazioni che aiutano chi soffre a scegliere una morte dignitosa andrebbero aiutate, finanziate (magari col 5×1000 o col volontariato? Lo troviamo là fuori uno sviluppatore che abbia voglia di rifare gratis il sito all’associazione Exit Italia, liberandola dal Comic Sans?), comunicate.

La quarta è che no, non c’è un numero sufficiente di abbracci da dare a chi se ne va. Ne vorremo sempre uno in più.

Oggi ne darei volentieri uno a Dj Fabo e al suo coraggio. So che la sua battaglia non sarà vana. E spero che diventi la battaglia di tanti.

Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

February 16th, 2017 § Comments Off on Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro § permalink

Ciao, mi chiamo Enrico e sono uno di quelli che, da quando ha 18 anni, vota il grande partito della sinistra in tutte le sue forme e sigle. Sono un militante leale, sono di bocca buona, sono paziente e so accontentarmi, sapendo che il bene comune viene prima delle mie arrabbiature e della mia naturale pedanteria.

E sono favorevole alla scissione del PD. Anzi, non vedo l’ora che avvenga.

 

No, non sono preso dal cupio dissolvi. È che penso che la scissione che è alle porte sia una cosa sana e utile per tutto il centrosinistra e per il paese in genere.
Provo a spiegare il perché, in un post chilometrico come quelli di una volta (ma con delle sottolineature per chi ha fretta), che non prevede giudizi su Renzi (quindi risparmiamoceli nei commenti, lo dico per il nostro bene).

Se avete proprio tanto tempo da perdere, continuate a leggere.

» Read the rest of this entry «

Piano, sì. Ma avanti. Un post felice e disordinato

May 11th, 2016 § 11 comments § permalink

Finalmente l’Italia ha una legge sulle unioni civili. E non so bene cosa dire.

Potrei farne una questione di propaganda, spiegando che “i nostri fatti sono molto più forti delle vostre posizioni”.

Potrei sbattere di fronte ai tanti che sbandierano al mondo che loro sono più splendidamente di sinistra di tutti che un Presidente del Consiglio scout a suo agio con le parrocchie è riuscito a far fare ai diritti civili in Italia un primo passo importantissimo, superando a sinistra e in civiltà vent’anni di prese in giro, di leggi date in pasto alla Bindi e quindi arenate, di tergiversazioni, di “ne riparliamo”, di “sì, ma…” da parte di gente che teoricamente avrebbe un DNA molto più sinistrorso.

Potrei ridere in faccia a tutti i bigotti di questo paese che, con diverse gradazioni, in questi giorni stanno tirando fuori i loro sentimenti più osceni senza più provare quella cattolica vergogna meschina che li ha sempre protetti un po’ dallo scandalo delle loro idee raccapriccianti.

Potrei infierire sul quel movimento della “gggente” che, dopo tante parole e tanta confusione, è riuscito solo a peggiorare una legge e a renderla meno illuminata e aperta di quando era nata, rivelandosi per quello che è: una delle facce della destra italiana più retrograda e razzista.

Ma non mi interessa, perché sono impegnato a essere felice. Ed è una felicità diversa. Una felicità adulta, quella che si alimenta di felicità altrui.

Il mio primo pensiero, oggi, è per il mio amico Dario Ballini. Ci separano un bel po’ di chilometri, un pezzo di Tirreno – sta all’Elba – e qualche lustro di età, ché lui è giovane e io proprio no. Ma ci uniscono una vita dal passato non facile e, oggi, la stessa felicità.

Penso a lui perché in questi anni, mentre questa legge prendeva forma, sul tema  si è incazzato come una iena, ci ha sperato ogni volta, ha patito delusioni mostruose e in ogni occasione utile ha fatto casino, ha protestato, ha ironizzato, ha polemizzato con tutti, ha chiamato in causa ministri, parlamentari, militanti e a tratti ci ha fatti penare, preoccupare, pensare.
Insomma, ha lottato. E lo ha fatto molto più di molti di noi.
Dario mi ha insegnato che quando si combatte per un obiettivo di civiltà che ci è dovuto non ci sono mezze misure e non c’è una volta di troppo per reclamare ciò che ci spetta. Insomma, o i diritti o la barbarie.

Il risultato di oggi è anche un po’ suo e di tanti che non si sono mai arresi, in primis Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto.
La sua felicità di uomo che si vede riconosciuti per la prima volta diritti sacrosanti è la stessa mia che i diritti li ho da tempo, perché per anni la legge ha privilegiato gli eterosessuali.

Sono contento e un po’ meno infelice di essere italiano, da oggi.
E so che per le prossime lotte – perché questo è solo l’inizio e i diritti da conquistare sono ancora tantissimi: siamo contenti, ma non siamo ancora accontentati – saremo ancora uno a fianco all’altro, insieme a tanti.

Oggi è un bel giorno per l’Italia.

Il mio sì a un referendum contro le trivelle

April 12th, 2016 § 49 comments § permalink

Siamo onesti: il referendum contro le trivelle merita tutti i nostri sì. Trivellare in mezzo al mare per ottenere combustibili fossili è un metodo antiquato e pericoloso.

Il futuro dell’energia è altrove, cioè nelle energie rinnovabili ed è un futuro che dobbiamo concretizzare il più possibile e il prima possibile: le tecnologie sono mature, l’efficienza degli impianti è migliorata enormemente e investire in una politica energetica che sostituisca i vecchi modi di produrre l’energia con quelli più nuovi, ecologici e intelligenti non è più una questione di facciata, ma una realtà praticabile e praticata da tutti i paesi civili, inclusa l’Italia. Ma si può sempre (e in questo caso si deve) fare di più

Insomma, a parte i peggiori petrolieri (ne esistono di migliori? o sono un falso inferenziale come il Duplo Nocciolato Pesante?) e i loro sodali, esiste ancora qualcuno che crede in un futuro fatto di combustibili fossili? Direi di no.

Poi, ovvio, c’è chi si dice contrario ai combustibili fossili e vota anche contro le pale eoliche nell’entroterra e off-shore, contro i campi di pannelli solari, contro gli impianti a biomasse, ecc. Ma sono di fatto i grillini e i pochi sopravvissuti alla cultura della decrescita: gente che è ancora alle prese con qualche pezzo di infanzia irrisolto. Insomma, quelli che sanno benissimo cosa non vogliono, ma non si sono mai posti il problema di cosa vogliono al suo posto, se non in termini vaghi.

Dimentichiamoli per un attimo e concentriamoci sul referendum contro le trivelle. È una causa per cui vale la pena militare in assoluto e ancor più se si è italiani: viviamo di turismo e lo facciamo in gran parte grazie alle nostre coste, che attirano milioni di turisti e producono, per il solo fatto di esistere ed essere belle e sane, una parte non indifferente del nostro PIL. Ne andiamo anche molto orgogliosi, penso.
Insomma, l’Italia “vende” e si gode due cose non negoziabili e da difendere: la propria natura e il proprio paesaggio. È inutile e pericoloso mettere entrambe a repentaglio con una politica di trivellazioni sotto costa per avere un po’ di idrocarburi in più. Non vale la pena, davvero.

Quindi invito tutti a fare come me e votare sì al referendum contro le trivelle in mare, il giorno che sarà necessario istituirne uno.

Quel giorno non è arrivato e con buona probabilità non arriverà mai, visto che di recente è stata fatta una legge che impedisce di fare trivellazioni all’interno delle acque territoriali italiane e il referendum che ci sarà tra qualche tempo riguarda tutt’altro.

Ecco un'immagine della campagna per il sì, che dice bellamente il falso. (con un mio commentino sotto)

Ecco un’immagine della campagna per il sì, che dice bellamente il falso.
(con un mio commentino sotto)

Ehi, ma io ho visto i poster con le trivelle, il petrolio e i gabbiani impastati!

Eppure i manifesti che vediamo per strada, alcuni titoli di giornale, qualche raro post che troviamo online parlano di un imminente referendum “sulle trivelle”, cosa sta succedendo?

Sta succedendo che ci stanno prendendo in giro.
Tra alcuni giorni ci sarà, in effetti, un referendum, ma questo non riguarderà per niente le trivelle e le trivellazioni, visto che sono impedite dalla legge.

Il referendum sarà – reggetevi forte – sulle concessioni in licenza delle piattaforme energetiche in mare, cioè gli impianti che vengono costruiti *dopo* le trivellazioni e che recuperano l’energia dai giacimenti, permettendone il trasferimento sulla terraferma.

Se siete appassionati di minimalismo politico, ecco a voi il tema del referendum: decidere se fermare le licenze d’uso delle piattaforme dopo un numero arbitrario di anni, senza nessuna ragione apparente, oppure utilizzarle fino alla fine del giacimento su cui insistono. Stiamo parlando di poche decine di piattaforme (tra l’altro quasi tutte a metano, che tra le energie fossili è la più pulita), giusto per avere chiara la portata della consultazione.

Lo so, lo so. Un referendum su un aspetto così minimale è folle e la prima opzione non ha senso. Perché sprecare un giacimento per cui si è già trivellato anni fa? Visto che in passato siamo stati così avventati da trivellare (che è la sola cosa pericolosa), perché non cercare di ottenere il massimo da una scelta sbagliata?

Non c’è una ragione logica. Ce ne sono molte politiche, che viaggiano sul versante simbolico: dire, attraverso una rinuncia/spreco di risorse che abbiamo a disposizione a rischio zero, un forte e pleonastico “no” alle energie fossili nonostante ci sia già una legge appena fatta in linea con questa posizione, oppure – è la più gettonata – posizionarsi politicamente dalla parte avversa all’attuale governo, che si è schierato per l’opzione logica: il danno è stato fatto in passato, massimizziamo il risultato delle ultime piattaforme rimaste, tanto nelle nostre acque territoriali non se ne faranno di nuove.
Vi risparmio le ragioni strettamente “partitiche”, che poi sono quelle vere alla base di questo referendum (fondamentalmente una lotta senza quartiere e con ogni mezzo necessario – anche un referendum farlocco – a Renzi da parte dei suoi avversari interni ed esterni, oltre a un perenne contrasto Stato-Regioni).

Ci sarebbero anche un bel po’ di conseguenze negative ulteriori – al di là dell’atto assurdo – a un’eventuale vittoria del sì al referendum sulle licenze delle piattaforme energetiche: un calo notevole e rapido (così da non consentire una valida politica di ricollocamento/formazione dei lavoratori) dell’occupazione in alcune regioni e soprattutto la necessità per l’Italia di comprare all’estero (per un bel po’ di anni, cioè il tempo necessario per integrare l’energia fossile persa con altre forme rinnovabili) l’energia che non estrarrebbe dalle piattaforme.

Questa arriverebbe da noi in parte per nave. E le navi che portano idrocarburi, soprattutto le petroliere, inquinano, sono ad alto rischio di incidenti. Immaginatevi cosa comporterebbe un riversamento di idrocarburi in un mare chiuso come l’Adriatico. Tra le piattaforme d’estrazione, che sono sicurissime (zero incidenti in quarant’anni) e le petroliere, che sono dei disastri ecologici viaggianti, nessuno ha dubbi.
Ecco perché ci sono valide ragioni ecologiche ed economiche (e sociali), oltre a quelle puramente logiche, per opporsi a questo referendum.

 

La politica si è accorta che non siamo intelligentissimi.

Perché sta succedendo tutto questo? Perché c’è un referendum su un tema e ci viene venduto come un referendum su tutt’altro?

La risposta non credo vi piacerà, ma ci riguarda.
Il fatto è che la politica si è accorta che siamo al contempo molto interessati a cosa ci succede attorno e molto superficiali.
Insomma, il mondo politico (con gradi diversi di sfacciataggine) ha scoperto che può tranquillamente proporre una narrazione parziale o, come in questo caso, totalmente falsa alla nostra voglia di sapere. E noi in gran parte ci cascheremo.

Quindi tutti i poster in cui vedete la scritta “no alle trivelle”, tutti i “comitati notriv”, tutte le immagini della campagna per il sì che dicono “salviamo il nostro mare” o mostrano foto terribili di gabbiani inzaccherati di morchia oleosa sono un palese caso di truffa politica. Una truffa a noi, elettori di sinistra, da parte di realtà che si schierano in gran parte a sinistra o le sono vicine.

Questo modo di fare politica attraverso iperboli che diventano bugie condivise purtroppo funziona. Il Movimento 5 Stelle ha costruito buona parte del proprio seguito utilizzando questa strategia, cioè diffondendo centinaia di notizie false, esagerate, iper-allarmiste, imprecise, ecc. su finte testate neutre, con un solo fine: confermare un proprio frame narrativo del tipo “noi tanti, buoni e onesti contro il malaffare dei partiti”.
È una tattica che lavora per accumulo e, come certe droghe, funziona solo se le dosi aumentano col passare del tempo. Ecco perché la disinformazione grillina non disdegna anche contenuti complottisti ben oltre il limite del ridicolo o palesi bugie, spesso erogate dal blog di Beppe Grillo stesso. Serve alzare il tiro sempre di più.

Anche la destra salviniana se la cava con questo metodo. Le decine di panzane sugli immigrati pagati, violentatori (e immediatamente scarcerati dalla Boldrini in persona, con la Kyenge che l’aspetta in macchina), ecc. diffuse dai giornali della destra o da finti giornali o gruppi Facebook specifici hanno un solo compito: fomentare l’odio, imponendo la narrazione di un paese invaso dai barbari, che hanno palesi complici “comunisti” che non vedono l’ora di islamizzare il paese. Suona assurdo, nelle vostre menti ragionevoli, logiche e ben informate? Chi se ne frega. Basta che funzioni. E funziona.

 

La sinistra che fa come la destra. E perde la “verginità etica”.

La brutta notizia è che questa tattica inizia a essere usata anche a sinistra. La campagna per il sì al referendum sulle piattaforme è, da questo punto di vista, un’orribile prima volta  e, duole dirlo, un successo di agenda-setting.

L’idea di adottare una narrazione facile facile, su cui è impossibile non schierarsi dalla parte giusta, cioè i poveri italiani amanti del loro paese contro i petrolieri devastatori e inzaccheratori di gabbiani, è vincente.
Poco importa che sia palesemente falsa. Tanto è così potente da imporsi sui media, perfino quelli più attenti e virtuosi come IlPost, che titola “Al referendum sulle *trivellazioni* come votano i partiti?” un suo (peraltro ottimo e ben informato, al di là della svista sul titolo) articolo sulle diverse posizioni dei partiti in merito alla questione.

Stiamo, quindi, assistendo a una progressiva degradazione del modo di fare comunicazione politica. Alle balle della destra grillina e della destra post-berlusconiana si sono aggiunte le balle della sinistra-sinistra e di movimenti e associazioni che fino a qualche giorno fa consideravo seri e credibili (e per i quali in alcuni casi ho militato per anni).
La portata di questa deriva bugiarda non è da sottovalutare: credo che a sinistra si sia persa una “verginità etica”, sotto questo aspetto (sotto altri abbiamo già dato ampiamente, eh). Non è una bella notizia.

Attenzione: non è tutto rose e fiori nemmeno nel PD e nel Governo, dove talvolta lo “spinning” applicato a fatti, numeri e fenomeni si è rivelato eccessivo. Certo è che, in un contesto in cui tutti gli oppositori mentono spudoratamente con toni e retoriche di rara enfasi, le apodittiche slide renziane sono- quando eccedono – una forma lieve di un male che altrove è più grande.

 

Le “scie chimiche di sinistra”. Per un’ecologia della comunicazione politica. 

Si è persa la serietà, in politica? Credo di sì, almeno in parte. E credo che il peggio debba ancora arrivare. E non c’è una pacificazione dei toni o una civilizzazione in vista. Questo non è un accidente: è un metodo politico che sfrutta la “neutralità giornalistica” dei mezzi di comunicazione odierni, abusa dell’eccesso di informazione disponibile e sfrutta, riconosciamolo, il nostro essere frettolosi, superficiali e, spesso, sprovvisti di mezzi per distinguere il vero dal falso.

Insomma, se lasciamo fare ai comunicatori politici, salvo rari casi, il fenomeno “frame narrativo sorretto da un’impalcatura di balle create ad arte” credo dilagherà e coinvolgerà tutti, un po’ perché funziona, un po’ per emulazione, un po’ per autodifesa.

Gli unici che possono fare qualcosa per fermare questa deriva verso un paese ancora più ridicolo di così siamo noi utenti/lettori.
Passiamo interi pomeriggi a ridere dietro a quelli che credono alle scie chimiche, al bicarbonato che cura i tumori, ai complottismi esilaranti di Socci contro Papa Francesco, agli articoli psichedelici di Giulietto Chiesa o alle teorie ubriache sul signoraggio bancario. Ora tocca a noi.

Il finto referendum sulle trivelle è la nostra scia chimica, la nostra sirena, i nostri Elohim, la nostra Boldrini che fa la ragazza coccodè (scegliete voi la panzana da creduloni che più vi aggrada).

Vediamo di non abboccare. Non prestiamoci al gioco, così come abbiamo imparato a non “nutrire” i troll online, evitiamo di farlo con la politica che ci trolla.

Ecco perché, da ecologista, da uomo di sinistra ma soprattutto da persona che teme l’inquinamento etico oltre a quello ambientale, mi rifiuto di prendere parte a questo referendum.

È una posizione informata di astensionismo attivo, più forte del “no”, perché dice no al merito del referendum (e sì al buonsenso) e dice “no” al metodo politico bugiardo e truffatore che è stato usato per comunicarlo.
Da persona che odia l’astensionismo, mi asterrò: non voglio dare dignità, col mio voto, a un’operazione truffaldina e con obiettivi politicanti ben diversi dal merito della questione.

Io alle scie chimiche, anche se autoprodotte a sinistra, continuo a non credere. E conto lo facciate anche voi, laici, scettici, logici e di buonsenso.

 

——-

 

Nota bene: scrivo queste cose da persona che, se non fossero stati superati dalla legge che ne ha accolto in buona parte le istanze, avrebbe votato e fatto campagna a favore di buona parte dei referendum (quelli sì) contro le trivelle che erano stati presentati.
E se si facesse un’iniziativa politica (credo a livello europeo o di paesi che affacciano su certi mari condivisi) per impedire le trivellazioni al di fuori delle acque nazionali, parteciperei volentieri.

Seconda nota: arriverà sicuramente qualcuno a commentare “eh, però Renzi…”. Ecco, mi rivolgo proprio a voi che lo farete. Non ho nessun problema con la vostra posizione, anzi apprezzo comunque e sempre il dibattito (gradirei, a dire il vero, che aveste qualche alternativa da suggerire, ma fa lo stesso), ma vi chiedo di non cedere all’ipocrisia.
Insomma, preferisco che mi diciate “odio Renzi e voto per principio contro lui, si trattasse anche di abolire il gelato” piuttosto che vi arrampichiate sugli specchi con argomenti ridicoli (il più gettonato è “voto sì perché vorrei che lo stato si facesse pagare royalties più alte dai gestori delle piattaforme”, cosa che non richiede un referendum, ma banalmente una trattativa)

 

I mercatini sono conversazioni (il resto, mazzate)

October 28th, 2015 § 6 comments § permalink

Qualche giorno fa ho scritto un post su Facebook in cui mettevo in vendita un Mac che ci avanzava in casa. Ero dubbioso se postare l’annuncio su Facebook fosse una mossa intelligente. Non so bene cosa temessi, ma la parte più torinese di me pensava che usare i social per vendere qualcosa fosse, se non proprio una violazione di un tacito patto etico, un atto inelegante. Ho mediato tra la mia ritrosia sabauda e la mia avidità e ho optato per un post leggero, senza cifre esposte e con trattative economiche in DM. Nel giro di poche ore il Mac era stato venduto a un amico, previo sconto simpatia.

Ciò che mi ha sorpreso è che quel post mi ha messo in contatto con un grande numero di persone, magari amici che non sento spesso, conoscenze lontane con cui ho avuto prevalentemente contatti online, ecc., con cui ho piacevolmente chiacchierato al di là della mera vendita del computer. Mi sono ritrovato a dare in chat consigli spassionati (a più di un amico ho sconsigliato di comprare il mio Mac, perché non faceva per loro), ad ascoltare necessità, a disquisire di lavoro e a divagare gioiosamente sul trittico vita, universo e tutto quanto.

L’esperienza mi è piaciuta così tanto che non vedo l’ora di mettere in vendita il prossimo Mac. Datemi solo il tempo di consumarne uno.

Per bilanciare il karma positivo della vendita, l’altro giorno ho scritto un post su Facebook in cui facevo notare come fosse ridotta male, fragile ed esposta alle intemperie la famigerata trazzera asfaltata dai grillini in Sicilia.
Per 24 ore la conversazione che ne è seguita è stata tranquilla, civile e perfino simpatica (in un contesto in cui non tutti eravamo d’accordo).
Con il consueto ritardo di un giorno (fateci caso: l’imbarbarimento di una discussione accade sempre con un certo ritardo, come se ci fosse una distanza da colmare tra chi chiacchiera in modo mediamente civile e le masse imbufalite che mandano tutto in vacca), sono arrivati i grillini. Quelli veri, quelli ancora più impresentabili dei candidati: gli elettori grillini.

This slideshow requires JavaScript.


È stata una delle esperienze al contempo più divertenti e più abbrutenti della mia vita online: centinaia e centinaia di commentatori (il post ha avuto un migliaio di condivisioni, ho letteralmente perso il controllo di dove andasse a finire) sono arrivati su una discussione con sostanzialmente due fini: negare l’evidenza e/0 insultare l’autore del post.
Sotto i miei occhi – e sotto gli occhi dei tanti che, insieme a me, si sono goduti lo spettacolo – è avvenuto un vero e proprio atto di degradazione della conversazione, che è partito col sacrificio pubblico della grammatica e dell’ortografia, è proseguito col turpiloquio ed è finito con minacce, insulti, insinuazioni, aggressioni ad personam (dove la persona ero io), gente che si improvvisa Sherlock Holmes sui fatti tuoi (alcuni commentatori avevano da ridire su casa mia: segno che sono andarti a cercarsi le foto), gente che commenta il mio profilo LinkedIn e poi direttamente devianza pura, follia (tra cui un genio che ce l’aveva con “voi che avete le foto profilo in bianco e nero”).

Per puro sport, avendo qualche ritaglio di tempo libero, con alcuni amici abbiamo perfino provato a interagire con alcuni di questi individui. Il risultato è stato disarmante, al punto che i nostri intenti seri e gramsciani di incontro con le masse incolte sono finiti in un perculamento generale a cui, tra l’altro, buona parte dei grillini ha abboccato.

Sto cercando di confortarmi pensando ottimisticamente che i due mondi – quello della conversazione simpatica, disinteressata, leggera e quello delle masse di ignoranti aggressivi del tutto privi di capacità dialettica e di intelligenza sufficiente per rapportarsi al prossimo – in qualche modo si bilancino, si annullino a vicenda.
Sotto sotto so benissimo che non è così e che la “prevalenza del cretino” è inevitabile. Cerco di non pensarci, perché poi mi scattano di nuovo quei brutti pensieri sulla sopravvalutazione del suffragio universale.

In questi casi mi chiedo sempre se sia intelligente fermarsi a prendere atto del problema. Forse dovremmo fare qualcosa. Il problema è che non so bene cosa fare, salvo dare sfogo ai peggiori istinti misantropi, augurarmi una guerra di trincea che faccia molte vittime o tifare asteroide, sperando che mi eviti (ché gli asteroidi, come i grillini, non vanno molto per il sottile).

Con alcuni amici (più seri di quelli di prima) ci siamo presi l’impegno di studiare il fenomeno. Cioè prendere questo thread e altri e cercare di capire cosa succede, evidenziare i temi, i cliché, le narrazioni più evidenti e popolari. Insomma, cercare di fare una (psico)analisi quantitativa del grillismo.
Perché, come diceva Flaiano, un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi.

Forse è il caso di iniziare. Sdraiatevi.

Io non sto con Erri. Sto con la libertà di parola. E con la nonviolenza

October 19th, 2015 § 19 comments § permalink

“Un uomo è quello che ha commesso. Se dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso”

Queste parole sono di Erri De Luca, prese dal suo “Il peso della farfalla”. E sono per voi, avventati, che avete fatto di quest’uomo un eroe.

BENE, L’ASSOLUZIONE DI DE LUCA

Voglio chiarire subito un punto: dopo qualche riflessione – e un approfondimento sul reato di “istigazione a delinquere” – mi sono convinto che il processo a Erri De Luca per le sue dichiarazioni in cui esortava a compiere violenze e sabotaggi contro la TAV sia stato un errore che ha fatto danni notevoli, perché ha processato ingiustamente un uomo per dichiarazioni avventate (ma non reato) e soprattutto perché ha trasformato un cattivo maestro in martire e gli ha dato una tribuna enorme.
È un bene che sia stato assolto.

Concordo: le sue parole sulla TAV non costituiscono reato. Restano parole orribili, che auspicano la violenza come metodo politico e la giustificano. È legale dirle. È fuori legge – e fascista e violento – seguirle, metterle in pratica.

Può darsi che la deriva retorica notav abbia fatto perdere lucidità a molti, per cui ad alcuni sembra perfettamente normale e accettabile che una persona dica che se qualcosa non è gradito – anche se espressione della volontà democratica della maggioranza dei cittadini – è legittimo praticare atti violenti per impedire che avvenga.
Sbagliano di grosso, perché è un pensiero antidemocratico (la democrazia prevede che le maggioranze democraticamente elette decidono e gli altri si adeguano), ma faccio una proposta di “igiene” per questo post: non parliamo di TAV, così magari qualcuno la prende con più calma.

 

CHI È DAVVERO ERRI DE LUCA, CON PAROLE SUE

La mia idea è che, giustamente assolto per le sue parole su violenza e sabotaggi, Erri De Luca rimanga una persona con delle idee antidemocratiche, violente, culturalmente affini all’uso della prevaricazione come metodo politico e del tutto antitetiche alla sinistra e alle culture di pace.

Penso che molti che in questi giorni stanno facendo di quell’uomo un eroe stiano sbagliando. Spero per ignoranza o per superficiale faziosità notav, che li porta ad abbandonare il buonsenso.

Vorrei offrire qualche elemento in più, per favorire un giudizio, perché forse molti di voi non sanno chi è Erri De Luca, qual è la sua storia, qual è il suo rapporto con la violenza politica in Italia e credono che si tratti di un povero scrittore che ha osato dire la sua, finendo inguaiato.

Visto che è piaciuto nel post precedente, faccio un elenco puntato, incompleto e disordinato di fatti di cui tenere conto nel formarsi un giudizio umano e politico su Erri De Luca:

– è stato per anni il capo del “servizio d’ordine” romano di Lotta Continua, cioè del plotone responsabile delle violenze di piazza. Un vero potere manesco all’interno di Lotta Continua stessa, che ha praticato violenze arbitrarie, assalti contro singoli, minacce, e perfino una bella repressione con botte nei confronti delle donne della stessa Lotta Continua. Dall’estremizzazione del servizio d’ordine di Lotta Continua è nata Prima Linea, che ha fatto della lotta armata una ragione d’essere. Sul tema della violenza in Lotta Continua, ha dichiarato, fieramente: “No, no. Un servizio completamente dentro all’illegalità. Lotta Continua era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa (…) Proteggere dei latitanti era illegale, scontrarsi con le forze dell’ordine era illegale, fabbricare delle bottiglie incendiarie era illegale (…) Tutta la nostra attività era una attività armata”

– riguardo all’omicidio Calabresi, quando gli è stato chiesto se sapeva chi fossero i responsabili, si è trincerato dietro la più classica delle bocche cucite omertose: “Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo… ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale.”. Sembra quasi che preferisca la protezione di eventuali assassini rispetto alla verità, alla serenità di chi ha avuto un familiare ucciso.

– a proposito del terrorismo e delle Brigate Rosse ha dichiarato: “La lotta armata? Non fu terrorismo. In quegli anni era guerra civile” e anche “Le Brigate Rosse non posso­no considerarsi un gruppo di terro­risti.”

– riguardo al rapimento di Aldo Moro (e della sua esecuzione, inerme, dopo giorni di prigionia) e della contestuale uccisione degli uomini della sua scorta, ha dichiarato che non si è trattato di un’aggressione a una persona inerme, “perché la scorta era composta di uomini armati.”.

Tutte queste affermazioni sono relativamente recenti (i virgolettati sono presi verbatim dalle interviste che ha rilasciato e verificati una seconda volta su WikiQuote). E De Luca non ha mai fatto autocritica per le sue idee sul metodo della violenza politica, sulla lotta armata in Italia, sul terrorismo, ecc. Anzi, ha spesso rincarato la dose.

Lascio al vostro giudizio e alla vostra coscienza il compito (credo facilissimo) di farsi un’idea su chi sia Erri De Luca. Per me con le sue idee è nemico di tutto quello in cui io, uomo di sinistra, democratico e pacifista, credo da sempre.

E proprio perché ho, come tanti, valori completamente diversi da lui, trovo giusto che sia stato assolto nel processo per istigazione a delinquere. Un esito ben diverso dal processo che le Brigate Rosse – un gruppo di educande, mica di terroristi! – hanno riservato ad Aldo Moro. La differenza tra l’Italia democratica e la gente come Erri De Luca è tutta qui.

Chi di voi ha giocato con l’hashtag #iostoconerri sta in una zona grigia (tendente al nero) nel rapporto con la democrazia e con la violenza politica, se non prende le distanze dalle idee di quest’uomo nell’istante in cui ne difende la giusta libertà di espressione.
E mi indigna che una testata come Valigia Blu, che per me ha perso qualsiasi dignità e che accuso di pericolosa leggerezza nella gestione di questo tema, sia stata in prima fila – acriticamente, spesso con toni agiografici – in questa iniziativa.

Credo, come tutti i cittadini democratici, che la libertà di parola vada difesa, in questo paese. Ma penso che lottare per questa libertà non debba farci dimenticare il dovere del giudizio – politico, etico, culturale, storico – sulle parole e sulle loro conseguenze.

Serviva proprio un’opinione in più su Marino

October 9th, 2015 § 4 comments § permalink

Questa, almeno, è sotto forma di elenco puntato. Vuoi mettere la praticità?

  • Il “problema Marino” è a monte. Non andava candidato sindaco a Roma, perché non ha esperienza amministrativa (non ha mai fatto un minuto in un consiglio comunale, prima di prendere la fascia tricolore). E fare il sindaco di una grande città – una città come Roma, poi – è un mestiere per solutori più che abili, gente che conosce a memoria la macchina amministrativa e che sa che il sindaco ha un ruolo poliedrico: tribuno del popolo, alta figura politica, riempitore di buche, tagliatore di nastri, litigante con ambulanti, fine urbanista, mago della finanza, mezzo ministro degli Esteri (lo sono per definizione i sindaci di Roma, Firenze e Venezia). Penso sia più facile fare il Presidente del Consiglio o l’allenatore del Toro, tutto detto.
  • Marino, come persona e come politico, è un galantuomo e ha tutta la mia stima. Nel 2009 votai la sua mozione al congresso PD e penso tuttora che all’Italia servano uomini di scienza prestati alla politica e messi nei posti giusti (cioè a ispirare leggi, disegnare futuri possibili, ecc.). Non certo a fare il brutto e complesso mestiere di cui sopra.
    La questione scontrini è davvero irrilevante da tutti i punti di vista, degna dello stupido minimalismo rissoso dei grillini.
  • Penso che Marino abbia mostruosamente bisogno di un addetto alle PR, perché è riuscito a mettere in fila una serie di brutte figure involontarie, di gaffes, di cadute di gusto da costruire un castello di mini-colpe su cui tutti i suoi nemici naturali si sono buttati con somma gioia.
    Qui Marino – e chi ha deciso di candidarlo – ha pagato il prezzo di non essere un politico puro, cioè uno attento a certi aspetti estetico-marginali della rappresentazione politica.
    Soprattutto a Roma, essere del tutto refrattari a certi atteggiamenti populisti (o anche solo ad atteggiamenti che tengono a bada gli astratti furori del naturale populismo locale) è un difetto grave.
  • Penso che il PD romano – da sempre il più anti-renziano d’Italia, in una città in cui i renziani non esistono, come scrive giustamente Marco Damilano – sia una malabolgia che non si ripulisce, non si riforma, non si corregge. Va abbattuto, cancellato, commissariato, dimenticato per un po’. E penso che la segreteria di Renzi abbia sbagliato a non affrontare la situazione chiedendo in prestito a Salvini la ruspa. Sarebbe stato il suo primo uso legittimo e opportuno, in politica. E no, Orfini da solo non basta, nonostante la sua buona volontà e la sua bravura.
    Capisco anche che la sola ipotesi di affrontare il tema “PD di Roma” metta l’ansia e porti all’inazione: è un’ansia che condivido, pur abitando a centinaia di chilometri di distanza.
    (L’inazione del PD nazionale sullo schifo dei vari PD locali è un problema grosso e finora è il più rilevante errore di Renzi. Lo dico da tempi non sospetti. Se ci fate caso, ne parlo con toni allarmati nel post prima di questo, che è di maggio. Avevo – tristemente – ragione.)
  • Penso che, a questo punto, la questione Marino fosse diventata una lose-lose condition, cioè una situazione in cui qualsiasi opzione produce danni, inclusa l’inazione, e il tempo è un moltiplicatore delle disgrazie. Quindi capisco (nota: capisco, non “condivido”) il senso di chi abbia chiesto a Marino di dimettersi.
    Sul tema sono combattuto, perché evidentemente Marino non se lo merita e non si merita un milligrammo dell’infamia che gli stanno gettando addosso. E vedere le due destre romane, i fascisti e i grillini, che gongolano e festeggiano mi dà un fastidio mostruoso.
    Dall’altro lato, mi rendo conto che se Marino va via adesso e ci si inventa qualcosa – magari un commissario che, privo del problema del consenso, inizia a rimettere in ordine Roma senza guardare in faccia nessuno – forse si riesce a evitare di mettere di nuovo Roma in mano a gente ancora più brutta.
  • Penso che le attuali alternative a Marino e al mostruoso PD locale siano ancora peggio. Per destra romana direi che basta la parola “Alemanno” a rendere l’idea. Riguardo ai grillini, al di là delle considerazioni sulla pochezza umana, culturale, esistenziale, della classe dirigente che credono di avere, vorrei puntare l’attenzione su cosa sta succedendo a Ostia, realtà in cui il Movimento 5 Stelle sembra essere contiguo o comunque non ostile al malaffare locale, alle famiglie trafficone, ecc. Immaginate i danni che potrebbero fare a Roma persone così ingenue e inesperte.
  • Amo Roma con tutto il cuore, ma penso che ora sia ingovernabile. È uno dei pochi luoghi al mondo che mi mette a disagio, mi dà ansia, mi fa desiderare di essere altrove, pur essendo bellissimo. Qualche tempo fa ho riguardato “Roma” di Fellini. L’ho fatto malamente, distratto, e mi sono accorto che dal film emergeva un dettaglio che non avrei percepito altrimenti e che *è* Roma: il rumore, fortissimo, caotico, indomabile.
    Ogni volta che vado a Roma, il suo naturale “caos cattivo” si scontra con la mia razionalità torinese, ortogonale, sussurrante.
    E credo che il problema sia lì: Roma ha bisogno di ordine, parola che non amo. Per avere ordine, armonia, credo serva un sindaco “pazzo”, in grado di cambiare radicalmente la città, osando l’impensabile (cose pazze, tipo chiudere TUTTO il centro al traffico) e capendo che Roma, così com’è, non si corregge. Va ripensata da zero, riscritta, rivoluzionata. Sarebbe perfino una cosa di sinistra, a pensarci bene.
    Marino aveva iniziato bene, con la pedonalizzazione dei Fori Imperiali: aveva avviato finalmente la guerra alle automobili (che in centro a Roma sono un’assurdità e credo il primo fattore di peggioramento della qualità della vita dei cittadini), senza farsi troppi scrupoli. Speravo fosse un punto di partenza, invece era un punto d’arrivo. Purtroppo.

Where Am I?

You are currently browsing the polemiche category at Suzukimaruti.