(not so) Nouvelle Vague

December 14th, 2006 § 13 comments § permalink

Scena: una Grande Punto lanciata a velocità inquietante, all’interno Giorgio Valletta e me, intenti ad attraversare Torino in meno di un quarto d’ora e arrivare in tempo in radio violando tutto il Codice della strada.

La radio è sintonizzata su Radio MonteCarlo 2, quella che solitamente dà pessime cose chillout 24 ore al giorno: suona un pezzo strano in francese, che mi turba: fenomeno tipico di quando sento un brano che mi è noto ma non riesco ad identificarlo.

Io – “Giorgio, questo mi sa che è un pezzo anni Ottanta rifatto adesso in versione quasi tropical

Valletta – “Sì ma non sono i Nouvelle Vague; ci assomigliano, ma non sono loro”

Io (con Valletta che concorda) – “Eh, ormai vanno di moda questi gruppi moderni che fanno cover tenui e raffinate di roba anni Ottanta. Senti ‘sto synth: è troppo darkettoso, dai l’ho già sentito: fatti venire in mente che canzone è. Saranno degli imitatori dei Nouvelle Vague”

[Valletta alza il volume e si concentra; compare una clessidrina e la scritta “Computing”, sta consultando il suo database mentale in cui SICURAMENTE c’è la risposta]

Io – “Cazzo, Giorgio, saranno pure imitatori dei Nouvelle Vague ma questo pezzo è BELLISSIMO, molto meglio di certe cose loro, più ‘spaziale’!”

Valletta annuisce e intanto scandaglia l’archivio. Poi fa un balzo: “Ci sono! E’ “Camino del sol” degli Antena!”

Io – “Ma allora non è una cover…”.

Valletta (un po’ inquietato dalla scoperta, che in effetti sembra un controsenso temporale) – “No, è un vero brano degli anni Ottanta: e suona come i Nouvelle Vague, ma vent’anni abbondanti in anticipo*”

[poi segue un mini-dibattito che vi risparmio sulla discografia anni Ottanta belga, visto che gli Antena uscivano per la mitica e fantasmatica Les Disques Du Crépuscule: sembra incredibile, ma per una quindicina d’anni il Belgio ha contato un bel po’ musicalmente, lo dice uno che venera il cavallino della R&S Records tanto quanto quello Ferrari]

Il risultato è che ho riscoperto un brano inquietante, credo ascoltato in un mix di Gilles Peterson chissà quanti anni fa e poi sepolto nell’inconscio.

Un pezzo del 1982 che suona come una cover tropical del 2006 di un brano degli anni Ottanta: un paradosso musicale/temporale. Sfido chiunque a non pensare che siano i Nouvelle Vague o qualcosa di simile, tipo i Re:Jazz: ci sono pure i versi dei gabbiani sullo sfondo, come nella cover di “Love Will Tear Us Apart”, la tipa che sussurra in francese, gli strumenti giusti, le percussioni live e pure una copertina dell’album che sembra presa da un “Cafè del Mar”.

antena - camino del sol (album cover)

Invece sono gli Antena (che altro non sono che il gruppo di Isabelle Antena), gente che nel 1982 era così avanti da fare un solo EP (ristampato giusto qualche tempo fa come album vero e proprio e da cui è tratta “Camino del sol”) che all’epoca deve essere suonato così “avanti” da risultare oltraggioso e infatti non se lo è filato nessuno.

Nel 1982 la gente era in pieno riflusso post-punk, ma ancora con i piedi ben piantati nel sound metropolitano, figurarsi se avrebbero mai potuto seguire qualcuno che in quegli anni suonava un po’ come gli Air, molto come gli Stereolab e a tratti come i Nouvelle Vague, rivolto in generale verso i tropici (tristi) con una spolveratina di cosmo.

1982, niente chitarre, ma harpischord, synth, percussioni e basso acustico: ancora non mi sono convinto del tutto che gli Antena non siano frutto di un’anomalia temporale e sono stati mandati indietro nel tempo da qualche pasticcio della Dharma Initiative.

Ovviamente consiglio a tutti di godersi il brano (cliccate col destro e salvatelo: è in mp3) e pure il remix moderno (praticamente identico all’originale, solo un po’ più groovy e “pieno”) che in realtà era la versione che stava passando in radio. Se vi divertite a mixare, sappiate che va a braccetto con “Sweet Harmony” dei Beloved, che suona giusto 1 BPM e (a orecchio: verificate) un semitono sotto.

John Peel Day*

October 12th, 2006 § 10 comments § permalink

Oggi è il John Peel day, cioè+ il giorno in cui chiunque abbia un minimo di gusto musicale celebra uno dei più grandi deejay della storia della radio, dirò di più: uno dei più grandi promotori musicali al mondo.

John Peel Day

Personalmente sono molto affezionato all’idea del dj come spacciatore di musica, una sorta di diavoletto tentatore che propone novità a raffica. John Peel era proprio uno così, con la differenza che non si limitava a proporre gruppi nuovi e sonorità inedite, ma il suo carisma faceva sì che i vari artisti che volta per volta erano chiamati ad esibirsi nelle ormai famigerate (e protette da trademark) Peel Sessions, non si limitassero a fare il compitino ma proponessero qualcosa di nuovo, fosse anche solo una cover, una alternate-take, un remix, un’idea diversa dal solito.

Questo ha fatto sì che decine e decine di gruppi e cantanti che adoro e ho adorato abbiano prodotto e registrato Peel Sessions, cioè un grande passo avanti rispetto alla noia e alla tristezza della “promozione radiofonica”, cioè dell’artista che va lì, fa la sua canzoncina-hit di fronte al microfono e va via.
Qui un elenco ragionato di chi è passato a suonare di fronte al signor Peel.

Facciamo un parallelo: John Peel – se fosse vivo – avrebbe più o meno l’età anagrafica di un Luzzato Fegiz, di un Bertoncelli o di qualche altra cariatide del giornalismo musicale nostrano.
Ma di certo non ne avrebbe l’età mentale e soprattutto il provincialismo triste, l’incapacità di comprendere i movimenti della musica, la totale ignoranza dell’elettronica, l’appiattimento sul mainstream.

Questo perché John Peel ha passato la vita a scavare nell’underground alla ricerca di gemme, a sfatare miti e rompere convenzioni, in primis quella odiosa regola radiofonica per cui ogni canzone che passa non deve durare più di 4 minuti ed è peccato mortale suonare due pezzi ravvicinati dello stesso gruppo.

Insomma, era uno a cui la musica che suonava piaceva davvero. E se gli piaceva non guardava in faccia nessuno, nemmeno i programmisti della BBC. E un bel giorno, per dire, ha suonato tutto di fila un intero album dei Cocteau Twins su Radio One, senza interruzioni. In Italia lo avrebbero lapidato nella sala mensa di via Asiago (non so se c’è una sala mensa, ma l’avrebbero istituita ad hoc).
E una sera ha preso e suonato entrambe le facciate di Tubular Bells (che palle…), pochi giorni prima che diventasse un successo clamoroso per Oldfield e per la sua rampantissima label. E ha pure fatto fare una Peel Session agli Uzeda, gruppo indie catanese assolutamente non profeta in patria.

Insomma, un anticonformista del genere figo, non una macchietta. Ma soprattutto uno che capiva i movimenti, li intuiva, anticipava le mode, ecc.
Se nel Regno Unito hanno avuto il passaggio del punk – e poi la passione del reggae – un paio d’anni prima del resto del mondo, il merito è tutto suo: suonava dischi che facevano incazzare l’establishment musicale, violava convenzioni, *osava* e di fatto ha costituito un pezzo di storia della musica di questi anni.

Il modo migliore per celebrarlo, per un blogger filo-dance-elettronica, è ricordare che John Peel è stato colui che ha orientato pesantemente la BBC verso i suoni prima indie-dance, poi direttamente dance/elettronica. Se Radio One tuttora è una delle cose migliori da ascoltare al mondo, lo dobbiamo a lui.
A me piacerebbe prendere i vari tromboni che blaterano di musica dalle colonne dei quotidiani e metterli alla prova: scommetto che ignorano completamente l’elettronica, i tanti suoni digitali, la musica dagli anni Novanta in poi. Probabilmente il Luzzato Fegiz di turno se la caverebbe con qualche frase di circostanza sui Kraftwerk, un accenno ai Massive Attack e morta lì.

John Peel, invece, è uno che non si è mai tirato indietro di fronte a chi abbandonava le chitarre per fare qualcosa di meno scontato, di più originale. E come ascoltatore gliene sono grato. Penso al suo insistere per far conoscere al mondo i Fall (per cui ha letteralmente perso la testa) o i New Order.

E proprio su questa strana linea di rocchettari con l’animo un po’ oscuro che sperimentavano i suoni digitali, ecco il mio personale gig (la BBC ha chiesto ai tanti dj del mondo di celebrare John Peel allestendo un mini-show a tema), per ricordare una delle persone a cui sono musicalmente più grato.

Ovviamente non ho il tempo per fare una trasmissione vera e propria, più che altro perché purtroppo trasmetto il martedì e il mercoledì in radio e il giovedì mi attacco al tram, ma ho ripescato dalla polverosa borsa dei dischi le Peel Sessions registrate dagli Orbital e che si trovano solo sul poco diffuso “Diversions”.

Siamo nel settembre 1993 e i due fratelli Hartnoll, per nulla preoccupati di fare elettronica in un contesto rock, riprendono due tracce del mitico Brown album, le remixano da capo a piedi e le trasformano in un medley unico di quasi un quarto d’ora in cui si alternano suoni cupi, didgeridoo, ritmi trasversali, i celebri accordoni di quinta alla Orbital, campionamenti inquietanti e molto groove britannico. Bellissimo, insomma.

Cliccate qui (meglio se col destro e salvate il file) e godetevi Lush3 (Euro Tunnel Disaster) / Walkabout. Tenetevi 15 minuti liberi.

* Per una frazione di secondo mi è venuto in mente di intitolare il post “Cchiù Peel per tutti”, poi sono rinsavito, mi sono auto-sputato in un occhio e mi sono fatto furbo.

Tv On The Radio: disco –>rock

August 27th, 2006 § 9 comments § permalink

Perennemente in ritardo con gli ascolti, ormai con mesi di musica accumulata lì in attesa che la degni di attenzione, finalmente ho ascoltato il nuovo album dei Tv On The Radio. Anzi, l’ho ascoltato 2 volte di fila in una sola notte.

Il che vuol dire che mi dev’essere proprio piaciuto, come già accadde per il loro vecchio EP “Young Liars”, che finiva con 2 tracce da 9 in pagella, cioè la title-track (che forse è da 10) e “Mr. Grieves” dei Pixies rifatta in stile doo-wop, voci e contrabbasso (!).

A naso – anche se devo dire che ascolto ben poco rock, soprattutto se recente – mi sembra un serio candidato per il disco rock dell’anno. E poco importa se lo pensano pure in molti su Pitchfork. Ogni tanto anche quegli snobboni modernisti ci azzeccano.

E’ un disco da comprare, fidatevi.

(la recensione è dopo l’immagine e il momento nostalgico)

[divagazione nostalgica che mostra le vecchiezza mentale e umana del tenutario di questo blog]

Ok, ho un debole da sempre per i gruppi rock in cui la “direzione artistica” è fatta da neri (Bad Brains, Living Color, Fishbone, Thin Lizzy, Rotary Connection, perfino i Bloc Party, ecc.). Il fatto è che prendono quella palla immane che è il rock chitarristico bianco – penso a quelle mozzarelle di Coldplay, giusto per fare un esempio di quali livelli di inespressività e carineria ciellina ha raggiunto il rock caro ai bianchi – e lo spennellano qua e là di groove. Magari manco se ne accorgono, ma gli viene fuori.

Se penso ai Bad Brains – che erano un gruppo hardcore come, per fare un esempio casalingo, i Negazione – mi accorgo che erano sì gente che pestava e che suonava ad un numero di BPM irragionevole. Però poi di mezzo ci mettevano sempre quella noterella, quel movimento d’anca implicito che ti sollevava dal “drittone” hardcore e vibrava di soul e di jazz, che poi erano le loro vere radici come musicisti.
Ecco perché i Bad Brains erano grandi (con in più una piega folle, visto che contemporaneamente da buoni rastafariani si davano al dub radicale, con dischi peraltro belli: pare che Tricky li suoni nei suoi dj-set, inquietando il pubblico).

Non a caso erano un gruppo che conta fans insospettabili, ma sempre gente con le antenne dritte e una sensibilità musicale superiore.
Per esempio Jeff Buckley (so che a molti che amano dipingerlo come una sorta di virgineo San Sebastiano potrà sembrare la cosa più lontana da un gruppo di ceffi dei sobborghi di Washington) non solo li adorava, ma esiste una sua registrazione radiofonica esilarante del 1994 in cui – preso molto bene, così la smettiamo di ricordarlo per il poeta triste che non era – cerca di coverizzare a orecchio con solo la voce e la chitarra acustica! “I Against I“, peraltro riuscendoci. (qui trovate l’originale, per chi ama le comparazioni).

In verità già nel loro primo album c’è un pezzo che la dice lunga: si intitola “Don’t Bother Me” (nulla a che vedere con il peraltro ottimo omonimo ballabile dei primi Beatles) e sarebbe pure un pezzo praticamente hardcore se non fosse che la chitarra non è distorta.
Fatto sta che è un bel pezzo di rock duro e veloce, con tutte le moine istrioniche del cantante, ma relativamente tradizionale.
Poi a una ventina di secondi dalla fine, a brano finito, ecco la fiammata: un rullo di batteria e uno stacco di basso e chitarra, ripetuto in loop, che è puro funk cattivo. Roba che starebbe da dio in una scena di inseguimento tra Ford Mustang in qualche poliziesco caro a Tarantino. E’ un attimo, sì e no una decina di secondi, però ha un’energia da far paura. E sicuramente non è rock, pur usandone gli strumenti.

[/divagazione nostalgica che mostra le vecchiezza mentale e umana del tenutario di questo blog]

Tornando ai Tv On The Radio. Ecco, sono sulla linea dei Bad Brains. Non come suoni, visto che loro se la prendono più comoda e l’hardcore è passato di moda (ma non lo è nei nostri cuori), ma come attitudine a buttare nel rock tutto quello che gli capita sotto mano.

Da buoni metropolitani, ecco i rumori della città, un po’ di ottoni stonati e non, tanti cori sguaiati e composti, una nutrita selezione di wall of sound casinosi e a volte epici, un bel po’ di falsetto funky direttamente da Minneapolis, campionamenti alla cazzo, ritmi fuori luogo in una canzone rock (“Dirty Whirlwind”, per dire, ha un ritmo che mi ricorda una canzone di Milva di cui ora mi sfugge il titolo), layers di chitarre quasi noise, un po’ di ance, una spolveratina di elettronica a basso costo, evoluzioni epiche, discese ardite del volume e risalite impetuose e pure una sana alternanza di momenti monolitici alla Led Zeppelin e momenti cazzoni alla Beck.

Il tutto senza troppo ordine, anzi con quella casualità (dis)ordinata con cui crescono le città: un pattern inafferrabile se non con una prospettiva molto ampia. Roba per cui gli urbanisti si arrovellano tuttora.
E come per molte città, perdersi tra i quartieri e gli accostamenti umani, razziali, sociali, urbanistici più o meno felici è molto meglio che guardarne la mappa dall’alto. A volte “esperire”/esserci, magari un po’ disorientati, è meglio che capire a freddo, da lontano.

Insomma, i Tv On The Radio sono un gruppo per pratici, per esploratori e non per poeti e teorici da poltrona. Personalmente mi sto ripassando il gran finale di “Wash The Day Away“, ma trovo molto ispirata la tesissima “Snakes And Martyrs“. Ma tutto il disco è bello, è vario, si fa riascoltare, non è mai banale e di ascolto in ascolto non può che crescere.

Alla fine mi accorgo che mi piacciono i gruppi rock che cercano di non suonare pedissequamente rock. Le vecchie antipatie sono dure a morire.

In ricordo di Arthur Lee, nell’indifferenza generale

August 25th, 2006 § 7 comments § permalink

Essendo in pieno viaggio ellenico, il 3 agosto non ho potuto sfogare qui sul blog il magone per la morte di Arthur Lee (che per i non udenti musica di qualità era il cantante dei Love, che erano una delle cose più belle, consapevoli e musicalmente uniche del pastone psichedelico, oltre ad essere il gruppo più media-unfriendly della sua generazione).

In compenso ho pensato stasera di fare un giro postumo per blog a vedere se c’era qualche traccia di disappunto tra i colleghi musicofili, anche perché i Love ed Arthur Lee non sono gente che si liquida con un “ah, mi dispiace”, non fosse altro perché quest’ultimo è stato esplicitamente citato come modello ispiratore da personcine come Jim Morrison e Syd Barrett.

Invece zero, nada, nisba.
Boh, magari al tempo erano tutti in ferie o in giro per festival (tipo che il giorno dopo iniziava Frequenze Disturbate), ma un po’ ci sono rimasto male.
In compenso mi hanno detto che su Radio 1 o Radio 2 c’è stata una mega-celebrazione non so se a Music Club o a Stereonotte. Ecco un motivo per pagare il canone.

Detto questo, vorrei recuperare, con un mini-tributo via blog.
Anche perché è anche grazie ai Love e a Forever Changes che ho abbandonato una monocultura di ascolti rock duri e puri e ho iniziato a guardarmi (a sentirmi?) intorno.

Sarà sicuramente merito del fatto che nel loro rock facevano volentieri capolino gli ottoni, trombe spagnoleggianti, arrangiamenti orchestrali (come nella bellissima “Andmoreagain”, rodatissimo brano da baccaglio – evitate solo di cantarla, se non tenete gli acuti).

Sarà che erano sì un gruppo rock degli anni ’60 che usciva per la Elektra (esattamente come i concittadini Doors, che pare furono scritturati dalla Elektra su suggerimento di Arthur Lee), ma che aveva le palle e l’originalità di esordire con una cover di Burt Bacharach (“My Little Red Book“).

Sarà che erano un gruppo militante, ma con testi non banali (come “Live And Let Live”) e decisamente meno fricchettoni dei Doors.

Fatto sta che mi è capitato di comprare “Forever Changes” a 19 anni in vinile, nel mitico negozio di dischi nel sottopassaggio di fronte a Porta Nuova. E poi l’ho prestato a chissà chi. E l’ho ricomprato anni dopo, a Londra in un HMV di saldo, in CD. Nel mezzo è stato un disco di quelli che ti segnano, ti tentano, ti rendono curioso e infedele ai tuoi principi (negli ascolti giova essere un po’ zoccole) e ti fanno comprare altri dischi.

Tutto qui. Il povero Arthur Lee non era certo uno stinco di santo, visto che ha passato un pezzo di vita al gabbio per possesso di arma da fuoco e altri reatucci da rockstar in disarmo (ricordo che i Groovers anni fa volevano scherzosamente istituire una sorta di “Comitato Arthur Lee”, stile Comitato Sofri, con tanto di coccarda psichedelica: avrei aderito subito), ma insomma si meritava almeno una mini-commemorazione su un blog agostano un po’ desolato. Poi tanto lo so che tempo 10 anni e i Love diventano di moda. E’ solo questione di tempo.

Questa sera a Casa Torino

March 28th, 2006 § 2 comments § permalink

Prima di tutto, ecco qui il link per scaricare la puntata numero 1 di Casa Torino, per chi se la fosse persa via etere. Occhio che sono 150 Megabyte (d’altronde trasmettiamo 3 ore: più di tanto non si può fare)

Un po’ di anticipazioni su cosa accadrà questa sera, sui 91.2 Mhz in FM di Radio Centro 95 dalle 21 alle 24.

Parleremo di Matt Dillon e della sua fuga torinese l’altro ieri alla ricerca di un disco di culto, poi ci occuperemo del sito Internet sportivo di cui la città va fiera, faremo una capatina dalle parti del Cinema Massimo, dove si proietta "Il Caimano" e dove si dibatte in presenza di Nanni Moretti e in ultimo ascolteremo le parole di saggezza di Silvio Bernellipioniere del punk in Italia (e uno dei primi ad andare oltre il punk in Italia), scrittore (qui e qui), pubblicitario, fine dicitore e – pochi lo sanno – "mente" coinvolta nell’impresa di riuscire a far nominare Torino sede olimpica.

Se volete comunicare con noi durante la trasmissione, scriveteci a diretta@radiocentro95.it (oppure .com, la memoria m’inganna) o mandateci un sms al 335-6193738 durante la diretta.

He has made me so very happy – adieu a Lou Rawls

January 6th, 2006 § Comments Off on He has made me so very happy – adieu a Lou Rawls § permalink

Gli ultimi giorni non sono stati il massimo dal punto di vista artistico: è morto Felice Andreasi, amatissimo genio della piemontesità, oltre che grande comico incompreso e perennemente underground (spiace solo che la gente prevalentemente l’abbia conosciuto in quel film un po’ paraculo che è "Pane e tulipani"), ma soprattutto oggi è morto Lou Rawls, una delle "voci forti" più grandi del soul (soul per modo di dire: incideva per la Blue Note, lui).

Per ricordarlo, due classici: la sua versione di "For What It’s Worth" e la mitica "You’ve Made Me So Very Happy", quieta e incazzusa allo stesso tempo.

Adieu, Lou.

Come amare un dodicenne senza passare per pedofilo

December 19th, 2005 § 1 comment § permalink

Capita che alle 3 di notte stai cercando disperatamente di lavorare, tenendo alta la concentrazione. La cosa migliore, sembra paradossale ma è così, è spararsi della sana musica random in cuffia, che tiene svegli e dà adrenalina, a meno che non ascoltiate Enya o i Dead Can Dance (nel caso, meglio i secondi).

E capita anche che in piena notte ti sorprendi a venerare ancora di più uno dei tuoi miti musicali che, purtroppo, col tempo si è rimbambito e dagli anni Ottanta in poi non ne combina più una giusta.

Sto parlando di Stevie Wonder, che qui è vero e proprio oggetto di venerazione, nonostante crimini come un singolo con non so più quale boy band, "We Are The World" e "I Just Called…".

Il bello è che non è che mi sia capitato sotto mano un suo classicone tipo "As", "I Wish" o "Pastime Paradise", ma "Fingertips (part 2)" (per una strana follia discografica – capitata anche con "Born Slippy" degli Underworld – il lato B del singolo è quello diventato famoso), brano composto ed eseguito da Little Stevie Wonder quando aveva 16 anni.

Avevo bene in mente il pezzo: si trova in tutte le raccolte possibili e immaginabili ed è assolutamente carino. Ma nulla più: giusto una testimonianza abbastanza composta dello Stevie Wonder funambolo, piccolo genio musicale.
Ma non so perché dal mio archivio è saltata fuori una versione live – sempre con lui a 12 anni – che letteralmente mi ha stracciato l’underwear, anche perché live ha mille volte l’energia della versione su disco.

Mi spiego: c’è questo ragazzino di 12 anni che suona l’armonica con un’orchestra che lo segue dietro. E questo ragazzino non vedente di 12 anni ha un groove che spacca le pietre, si tira dietro l’orchestra, fa delle pause carismatiche che ancora adesso Ligabue se le sogna, incita la folla e a metà – altro che punk e Hendrix che suona "Strangers in the Night" in mezzo a "Wild Thing" – gli gira di accennare "Mary Had a Little Lamb" e la suona come se nulla fosse. E l’orchestra dietro, perfino un po’ in crisi d’ossigeno. Ad un certo punto pare abbia finito, si sente perfino uno speaker che lo presenta. E lui ricomincia, con una strafottenza che è soul e rock’n’roll insieme. E lo speaker mestamente si zittisce e il groove continua.

Ecco, se non vi sale piacevolmente l’adrenalina e non ancheggiate durante un pezzo così, fate qualche verifica. Magari siete morti – come ne "Il sesto senso" e non lo sapete.

Cliccate qui per ascoltare "Fingertips (part 2) – live" di Stevie Wonder. E perdonatelo per tutto ciò che ha fatto da una certa data in poi. Ad uno che suona così gli perdonerei perfino l’inno di Forza Italia.

Piemontesina bella reloaded?

November 22nd, 2005 § 15 comments § permalink

Giusto ieri sera, prevalentemente per una mia passione estetica smodata per l’attrice protagonista, mi è capitato di guardare su La7 la puntata della seconda serie di Crossing Jordan in cui la serissima patologa si prende un po’ di libertà col suo amico poliziotto, appena scampato da un’accusa di omicidio, e – a fine puntata – in un locale vuoto si mette a ballare (con mio tripudio ormonale) sulle note di "Dirty Water" degli Standells. (clicca per ascolare il brano)

Al di là della gustosità del mix Jill Hennessy + "Dirty Water", che prende occhi e orecchie, la cosa notevole è proprio "Dirty Water".

Mi spiego: prendete un qualsiasi cittadino di Boston nato dal 1940 in poi e chiedetegli di cantare questo pezzo di un oscuro gruppo proto-garage degli anni Sessanta. Beh, statene pur certi che ve la saprà cantare a memoria dalla prima all’ultima parola.

Per i bostoniani, infatti, il brano degli Standells – nato in ambito universitario e pezzo da novanta della mitica compilation Nuggets – è un vero e proprio inno metropolitano che sanno tutti, che viene suonato alle partite dei Red Sox come inno semi-ufficiale e che non insegnano a bambini fin dalle elementari giusto perché il testo è vagamente licenzioso (ma mi sa che alle medie già la sanno). E il paradosso è che gli Standells erano losangelini, ma tant’è.

Non a caso la bella Jordan la canticchia felice mentre balla col suo fortunatissimo amico. D’altronde la serie si svolge a Boston, ma che lo dico a fare?

Mettendo da parte l’invidia per chi vive a Boston e – oltre a stare in un bel posto – ha come inno una canzone da 10 e lode, mi chiedo: ma esiste per i torinesi (o, allargandoci, per i piemontesi) un qualcosa di simile?

Cioè, esiste un "inno" moderno, non ufficiale, sotterraneo, ma che di fatto passa di persona in persona in modo quasi carbonaro, ma poi tutti al momento buono sanno cantare e condividere?

Il timore è che la risposta sia semi-positiva e più o meno tutti sappiamo canticchiarci la Monferrina (per i non torinesi: è un canto tradizionale di cui praticamente tutti ignorano il significato e che racconta del gioioso tradimento del marito di una tal Maria Caterina, che non riesce a smettere di copulare in ogni dove [parte del testo è occupata dall’elencazione dei loro talami non ortodossi, camporella inclusa] con un ufficiale pare napoleonico e quindi occupante, che gira col guardaspalle: un pezzo gangsta, insomma) perché delle zelanti e ignare maestre ce l’hanno insegnata, magari obbligandoci ad imbarazzanti balletti vestiti come Gianduja e Giacometta.

Boh, ho provato a farmi venire in mente qualcosa, ma salvo "Torino è la mia città", che è un pezzo dei Rough che se va bene sappiamo in 10, e "Il cielo su Torino" dei Subsonica (paradossalmente uno dei loro brani che apprezzo di meno), non mi viene in mente molto.

Cioè, sto cercando di farmi venire in mente un brano moderno e condiviso, che di canzoni su Torino ne hanno scritte a decine, ma quante potrebbero fare da inno?

Temo che la risposta sia semplice: nessuna. In tal caso lancio un appello a tutti i gruppi cittadini: scrivetene una, ma che sia bella. Va bene anche se è un po’ meno immensa di "Dirty Waters". Ma almeno provateci.

Guardate che se non lo fate chiamo Bennato e la Nannini e ci fanno una versione localizzata di "Notti magiche", intitolata "Notti magiche, inseguendo un cinghiale". Tanto siamo già in clima pre-olimpico…

Piove, governo ladro – un Podcast da ascoltare sotto l’ombrello

November 20th, 2005 § 5 comments § permalink

Per amor di paradosso questo Podcast è stato concepito ed assemblato in una delle giornate più limpide e terse delle ultime settimane. Il fatto è che il tema del Podcast è la pioggia. Insomma, ho raccolto un po’ di brani di artisti che prendono il suono della pioggia, lo usano come suggestione e lo infilano qua e là nelle proprie canzoni.

Scarica qui il Podcast

Non so voi, ma a me il suono della pioggia piace tantissimo in tutte le stagioni. Diciamo che la patisco un po’ allo stadio, in campeggio e al mattino, ma in generale mi piace sentirla, soprattutto se ha un bel suono (ovviamente ciò esclude il grigione umidiccio novembrino che ogni tanto salta su qui nel nord-Italia: parlo di pioggia che scroscia).

Ecco una scaletta, con un po’ di commenti:

dall’inizio a 3:42 – Money Mark – Rain (NYC)

Money Mark è da sempre uno dei miei culti più o meno segreti. Del quarto Beastie Boy si è già detto tutto il bene possibile: un latinoamericanipponico (alla faccia del meltin’pot) con la passione per le tastiere analogiche vecchie e scassate (il suo vero mestiere era ripararle), una sensibilità lounge-pop fuori del comune e una capacità di creare piccole gemme (spesso abbozzate e buttate lì con nonchalance) ignorate dai più. Per dire, in casa ho un suo 10 pollici (che già non è esattamente un formato lanciatissimo per i vinili) interamente strumentale in cui non c’è un pezzo che non mi faccia fare i salti di gioia.

Rain è presa da un suo album relativamente recente e tanto per cambiare è bellissima ed evocativa. Sa di pioggia a New York, di alberi bagnati coi grattacieli sullo sfondo, di pozzanghere nei vialetti del Village e in generale profuma (o puzza, a seconda dei gusti) di asfalto bagnato. Profumo che mi piace tantissimo.

 

da 3:42 a 6:42 – Eddie Floyd – Oh, How It Rained 

Eddie Floyd non è esattamente famosissimo, ma per capirci è l’uomo co-responsabile di un classico soul come Knock On Wood. E’ un cavallo di razza della Stax, uno che più che altro ha scritto pezzi per altri, spesso grandi canzoni. Ma non è un uomo da ribalta, salvo quando girava con la Blues Brothers Band.

Oh, How It Rained è un pezzo ben poco soul: siamo sospesi a metà tra il blues acustico e il folk puro, anche se un po’ di groove non manca. Incredibilmente, la pioggia di sottofondo ci azzecca perfettamente.

 

da 6:43 a 10:02 – Deep Purple – One More Rainy Day

Parlare dei Deep Purple è come raccontare una squadra di calcio nel corso dei decenni: formazioni su formazioni che cambiano, con ritorni a manetta di ex, scazzi tra vecchie glorie, egotismi che cozzano e in generale ormai una concezione di gruppo come brand dietro al quale suona chi capita (un po’ come i Nomadi ora).

In ogni caso qui ci evitiamo il problema: One More Rainy Day è un pezzo del Mark 1 (per i non edotti sulla mistica blackmoriana, i Deep Purple si dividono in fasi, visti i tanti cambi di formazione), cioè la formazione primigenia. Quindi niente urletti di Ian Gillan, niente sfide all’ultimo secondo con Richie Blackmore e decisamente molta più atmosfera sixsties rispetto ai Deep Purple che sarebbero venuti.
Anzi, qui lo dico e qui lo nego, siamo di fronte ad un brano assolutamente di teen-pop, con tanto di testo adolescenziale sull’ennesimo giorno di pioggia (beh, siete inglesi, di cosa vi lamentate? non ci avete fatto l’abitudine?)
Il brano non è un granchè, ma quantomeno ha dei tuoni assolutamente proto-metal. Segno dei tempi che sarebbero venuti. Tuoni e fulmini dentro e fuori la band.

 

da 10:03 a 14:31 – Earth Wind & Fire – Bad Tune

Ok, lo so che ho la passione per questa canzone e non perdo occasione di infilarla in qualsiasi compilation. Che ci volete fare? E’ un pezzo funk al 100%, ci suona sopra uno strano strumento (dal suono vagamente gamelan) ed è sotto sotto molto aggressivo. Un vero pezzo "bad" nel senso buono (…) della parola.

Tanto per non smentirsi, Bad Tune oltre a suonare strana è preceduta da tuoni abbastanza inquietanti, roba da film horror. Poi parte il brano e si capisce che il lampo non è che un appetizer. Incredibilmente ho visto anni fa gente che ballava questo brano in un club londinese. Nota: è tratto dal primo album degl EW&F e non è affatto "disco".

 

da 14:32 a 18:43 – Lexia – Lady Rain (niente link: è roba da collezionisti)

Qui andiamo sull’oscuro. Lexia – ovvero Jean Leccia – è un compositore francese, noto ai più (si fa per dire) per le sue colonne sonore degli anni Sessanta e Settanta decisamente funky e apprezzate incredibilmente dai patiti di blaxpointation.
Teoricamente la sua Lady Rain sarebbe un piccolo classico nascosto: un brano assolutamente funky, purtroppo rovinato da un finalone drammatico che ci potevamo evitare. Spero vivamente ristampino i dischi di quest’uomo, in ogni caso. Per ora si trova qualcosina in qualche raccolta, ma vogliamo di più. Immaginatelo come un Lesiman in salsa francese, se vi va.

 

da 18:44 a 25:07 – The Doors – Riders On The Storm

Non ho mai capito quelli a cui stanno antipatici i Doors. Ok, verso i primi anni Novanta c’è stato un loro ritorno in auge che ha avuto dell’osceno (un film biografico mostruoso, il rigurgito di una moda tremenda tra i liceali, i fighetti che si conciavano da Jim Morrison, ecc.).
Detto questo, i Doors sono un grande gruppo al di là del consunto "mito" di Jim Morrison (che francamente ha un po’ fracassato le balle, non ho problemi a dirlo), cioè un gruppo che suona bene, ha delle idee, talvolta fa anche cazzate ma in generale produce bella musica, talvolta colta e addirittura jazzofila (ricordate Afro Blue piantata in mezzo ad Universal Mind in Absolutely Live?).

E poi un pezzo come Riders On The Storm non può non piacere: evoca strade bagnate di notte nell’entroterra californiano, fari arancioni da statale, pozzanghere, deserto che si fa fango, gente che abita nelle roulotte e tende a pacchetto da cui filtra transitoria la luce dei fari. Per anni ho usato questo brano come coadiuvante del sonno: il suono (vero) della pioggia rilassa, il brano è lento e soffuso, ha un reprise onirico assolutamente gradito e verso la fine sembra non voler terminare mai.
Personalmente lo considero una delle migliori "rain tracks" prodotte.

 

da 25:08 a 30:26 – Craig Armstrong – Glasgow

Per chi non è pratico di Craig Armstrong, chiariamo subito chi è: è l’uomo responsabile delle orchestrazioni (precisamente degli archi) su Protection dei Massive Attack. Se avete presente Sly su quell’album (io la considero la traccia migliore dell’album insieme alla revisione moderna di Spying Glass di Horace Andy) e vi ricordate come ad un certo punto la voce di Nicolette lascia spazio ai violini, ecco che vi siete fatti un’idea.

Insomma, quest’uomo è un genio musicale. Poi è anche uno che si butta un po’ via, perché da uno come lui non mi sarei mai aspettato un cedimento artistico triste come la collaborazione con Madonna o con Bono, ma è talmente bravo che lo si perdona.

Tra l’altro il buon Armstrong è un preso male, che di suo suona cose darkissime, inquietanti, amare e immagonite. Non suonate un suo album alle feste, ecco. Anche perché brani "allegri" come Glasgow (qui in versione strumentale) sono la norma.
Però non c’è nessuno che riesca ad evocare la pioggia e i colpi sordi di tuoni lontani così bene.

 

da 30: 26 alla fine – African Rain

Non ho idea di chi sia la registrazione. Fatto sta che per qualche minuto si sente una vera ripresa audio di un temporalone da qualche parte nella natura africana. Ci stava che la pioggia facesse un brano solista, no?

Per facilitare chi vuole sorbirsi i Podcast

November 17th, 2005 § 3 comments § permalink

Da qualche tempo sto trafficando con Effective Brand, che è un sito che permette di creare Toolbar personalizzate per il browser.

Grazie ad un modello di business intelligente e pro-utente (cioè si fanno pagare dai motori di ricerca tipo Google per ciascuna ricerca fatta attraverso la loro barra), riescono a fornire barre personalizzate completamente e senza spyware, ad-ware, pubblicità o altre cose antipatiche.

L’opportunità di personalizzarmi una barra per il browser (che va sia con IE che con Firefox) mi è sempre sembrata intelligente. E ora che c’è ne sto approfittando.

Già che ci sono – usando la splendida opzione che include un player multimediale all’interno delle barre di Effective Brand – ho creato una barra minima che fa 2 cose:

– permette di ascoltare direttamente i Podcast di questo blog man mano che saltano fuori dalle mie "ansie creative"

– permette di ascoltare Radio Nova, che per quanto mi riguarda è la migliore radio online e offline al mondo

Stavo pensando di aggiungere anche un menù a tendina coi link a tutti i blog che linko, ma non vorrei fosse troppo pesante.

In questo modo chi vuole ascoltare i Podcast e non ha voglia di installarsi un lettore di feed RSS o di ravanare tra le opzioni di qualche servizio online, si installa una barra, la carica o meno nel suo browser e ha già tutto pronto. Deve solo premere Play.

Se volete installare la barra (l’ho provata: è sana, non rovina nulla e si disinstalla come un normale programma, senza lasciare strascichi), la trovate qui:

http://suzukimaruti.myblogtoolbar.com/

Cercate di non fare caso alla pagina in finto-italiano, scaricate la barra e provatela. Se volete aggiungere qualcosa, premete sul "+" che vedete in fondo e potete personalizzare la barra con quel che vi aggrada.

Per ora è un tentativo, ma potrebbe essere un’opzione carina. Ditemi come la vorreste (e se la vorreste, che magari mi emoziono per una cavolata).

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