Torinese a metà (o forse meno)

December 10th, 2007 § 5 comments § permalink

Post rapidissimo, ma con una rivelazione tremenda.

Pur essendo un torinese ultra-fiero e molto attento alle novità cittadine (tanto che ci faccio una trasmissione radiofonica)

– non sono mai stato sulla metropolitana e nemmeno ho messo il naso in una singola stazione (e dire che ho passato anni a battermi perché la facessero e la sola idea che la mia città ha finalmente la Metro mi fa godere rumorosamente)

– durante le Olimpiadi non ho visitato nessuna “casa” nazionale (per i non torinesi: cose tipo “Casa Russia”, “Casa Canada”, anzi casetta, ecc. dove i comitati olimpici nazionali facevano un po’ di festa, ti davano da mangiare e bere, ecc. Pare ci sia stata tutta Torino)

– durante le Olimpiadi non ho seguito nessun evento sportivo live o in televisione (l’unico sport invernale che mi potrebbe piacere in linea teorica è il Biathlon, se solo gli atleti potessero spararsi a vicenda con le carabine; per il resto, appena vedo ghiaccio e neve cambio canale; il curling ha senso solo se lo guardi sotto ketamina e tutto il resto è noia)

– non sono mai stato al PalaIsozaki, all’Oval o al Palaghiaccio, nemmeno per un concerto o qualcosa di simile (e francamente non avrei nemmeno bene idea di dove si trovino)

– non sono mai stato da Eataly (al Saturn di fronte, invece, ci vado spesso; e pensare che adoro la gastronomia quasi quanto la tecnologia)

– non ho visitato la Reggia di Venaria (e tutti me la raccomandano)

Ne deduco, di mio, che sono sì interessato alle novità che capitano sotto la Mole, ma è un interesse puramente teorico.

All’atto pratico, è evidente che me ne strafrego e nei luoghi in cui “ci vanno tutti almeno una volta” (il “ci” in più è voluto) per qualche motivo strano finisco per non andarci. E non è che si tratta di posti che mi stanno sull’anima: semplicemente non ci sono andato, nonostante molti siano lì ormai da anni. Boh.

Ho il dubbio che questo sia il primo passo per diventare qualcosa tipo Unabomber, Taxi Driver o giù di lì. E ho la certezza che se Torino per anni è stata una città morta è per colpa di gente come me, ecco.

Il cimitero di Neve & Glitz

May 7th, 2007 § 7 comments § permalink

Ecco dov’erano finiti Neve e Glitz, dopo aver decorato (?) le piazze torinesi con i loro algidi sorrisi mono-dente.

Seppelliti in un cortile degli orti botanici comunali (quelli chiusi, dove coltivano il verde pubblico), a volte smontati, a pezzi, decapitati.

Stayin' Alive

Se li volete vedere dal vivo, congelati per l’eternita’ mentre ballano Stayin’ Alive (la loro posizione non ammette altre soluzioni), fate un salto al Parco Colletta, costeggiate gli orti comunali e ogni tanto guardate al di la’ della grata. Per fotografarli, l’unica e’ salire sullo schienale di una panchina e stare in bilico mentre scattate (cosa facilissima se hai la messa a fuoco manuale e devi usare due mani).

Effetti olimpici e tempi torinesi – post chilometrico

February 12th, 2006 § 37 comments § permalink

Chi scrive è un uomo confuso, anzi confusissimo.

Se non siete di Torino, fate un giro in città e – nel marasma di gente – divertitevi a scovare i torinesi veri. Siamo quelli che girano con la bocca semiaperta, increduli e un po’ imbambolati.

Il fatto è che la città ci è cambiata sotto il naso e non è stato un procedimento graduale: prima c’era un grosso cantiere ubiquo e – nei nostri pensieri – perenne. Poi d’improvviso (ma sul serio: nel giro di 2 o 3 giorni) è successo di tutto: Torino trasformata in una città turistica, le strade invase di stranieri che vengono a spiegarci che abitiamo in un posto bellissimo (e noi a dirgli "a va?" – che in piemontese significa un sorpresissimo e scettico "dice?"), gente che pretende di pranzare nei ristoranti dopo le 13 e 30 (cosa fino a qualche tempo fa impossibile, qui), cartelli multilingue, arredo urbano nuovo di pacca, la metropolitana! (che a Torino è un mito che inseguiamo da 70 anni, vedi sotto), i mezzi pubblici che girano, i fuochi d’artificio, le strade piene di gente che passeggia e perfino il bel tempo con il sole radioso e luminosissimo, che ricorda certi quadri di Pelizza da Volpedo. Ma andiamo con ordine, sebbene mi senta preso dall’entropia.

 

TORINO NEL MONDO

Il primo cambiamento epocale, a cui non ci abituiamo e che ci fa fare salti di gioia o di sorpresa, è il fatto che il mondo si sia accorto di Torino: in questi giorni girano qua e là tra i torinesi mail stupite piene di link che segnalano che il giornale XYZ di Vattelapesca (mettete voi il titolo e la località straniera che preferite, es "La sentinella del Congo Belga") ha fatto un articolo di 2 pagine su Torino e parla dei gianduiotti, ecc.

Cioè a noi prende l’ansia se scopriamo che la NBC fa uno special sulla città di Torino. Roba che ti viene voglia di ramazzare il balcone e riverniciarne le ringhiere, che si sa mai che passi una troupe estera e non si vuole fare brutta figura.

Perfino noi tifosi del Toro siamo presi da questra frenesia da spotlight olimpico: nel raccontare il cuore sportivo della città, i giornalisti stranieri (che non sono pennivendoli al soldo di Moggi) hanno scoperto la gloria e la tragedia del Grande Torino e ne hanno fatto articoli splendidi e commossi (uno bellissimo è comparso pochi giorni fa sull’Herald Tribune), tralasciando l’altra squadra, quella che non si chiama come questa città.

In ogni caso siamo turbati principalmente da un fatto: da un lato ci inquieta tutta questa attenzione mediatica, che francamente fa un po’ paura. Dall’altro siamo più che convinti che ce la meritiamo, che siamo una città splendida e che tutta questa attenzione turistica per la "triade del giapponese" Venezia-Firenze-Roma è sempre stata frutto di un equivoco. Ora ci siamo sulla mappa pure noi e abbiamo l’immodestia (assolutamente giusta) di considerarci una tappa obbligata.

 

I TURISTI, I VISITATORI E I VIAGGIATORI

Torino e turismo condividono il numero di sillabe e una vaga assonanza. E niente più. Questo è perché noi torinesi non siamo culturalmente ospitali. Non è che siamo stronzi. E’ solo che diamo confidenza piano piano, senza atteggiamenti da faccia di bronzo come i gondolieri a Venezia.

Insomma, Torino non è una città turistica, nel senso propriamente detto. I motivi sono mille e sintetizzando li riduco a due, per di più tagliati con l’accetta: Primo: abbiamo cose bellissime in città, ma sono un po’ nascoste e ben poco "in your face", contrariamente al Colosseo o alla Torre di Pisa. Si dice che Torino sia come quelle tipe che portano gli occhiali e devi accorgerti un po’ che sono bellissime. O come disse un ragazzo tossicofilo che una notte chiamò in radio: "Torino ti sale piano".
Secondo: non abbiamo la cultura turistica, quella della semplificazione, del turista blandito, le pacchianate come il calesse, i ristoranti con menù turistico, le facilities "una botta e via".

Ha senso dire – secondo me – che Torino è una città perfetta per i visitatori (cioè chi va in un luogo e ci resta un po’, e le Olimpiadi tra una balla e l’altra fanno sì che la gente resti in città almeno 2 settimane) e straordinaria per i viaggiatori, che si fermano a capire lo "spirito" di un luogo.

Insomma, il turista da viaggio organizzato, con la macchina fotografica, il cappellino e i pantaloncini bianchi, intruppato in un pullman qui non si troverà mai bene. Quelli mandiamoli a Venezia a farsi spennare, tra una pacchianeria d’epoca e l’altra.

In compenso teste non da poco come Goethe, Nietzsche e Le Corbusier (che definì Torino la città con la migliore posizione naturale al mondo [le manca giusto il mare, aggiungerei io]), che ebbero la fortuna di stare qui un bel po’ (Nietzsche fin troppo…), scrissero cose eccelse sulla città e ne rimasero straordinariamente colpiti. Ma non subito.

Ecco, forse dovremmo adottarlo come categoria interpretativa, anzi una versione contemporanea della cultura "bogianen": a Torino vige la filosofia del "ma non subito", un po’ in tutto. In primis nello scoprire che ti piace da impazzire (vedi Nietzsche, appunto).
Personalmente a me capitò così col primo album dei Portishead: ci misi quasi una settimana a capire che era geniale. E le cose che ti "salgono" piano finiscono per piacerti molto di più delle esperienze effimere.

 

LA METROPOLITANA

Sopno circa 70 anni che Torino attendeva la metropolitana. Non ho sbagliato le date. Pochi sanno che Mussolini stava per far costruire la metropolitana (anzi, la ferrovia sotterranea) sotto la neo-sventrata Via Roma. Il parcheggio sotterraneo che segue perfettamente via Roma da Piazza Carlo Felice in giù verso Palazzo Reale non è altro che la galleria che fu scavata allora, proprio con quello scopo.
Poi non se ne fece niente. Misteriosamente gli scavi si fermarono prima di Palazzo Madama (si vocifera che i Savoia avessero fatto di tutto affinché non si scavasse sotto i loro palazzi in cui – si rivocifera tra chi crede alle cose paraesoteriche – pare si celi una delle tre grotte alchemiche della città).

Il resto della storia lo sanno tutti: progetti approvati e scavi che non iniziano mai, una giunta rossa che affossa il progetto metropolitana e lo sostituisce con la "metropolitana leggera" (cioè tram giganti che deragliano e che viaggiano su corsie semi-preferenziali) e poi, dopo anni di noia, la caparbietà del duo Castellani-Chiamparino e la Metrò che si materializza, per di più a pochi isolati da casa mia.

Di nuovo, venite a Torino e guardateci: per 2 o 3 anni avremo la faccia incredula. Non ce la saremmo mai aspettata, ormai eravamo allo scetticismo cosmico. Ogni giorno percorro (in macchina, ovviamente) un pezzo di percorso della metro e vedo gente sempre più basita di fronte ai cartelli con la "M". Io stesso qualche giorno fa ho seguito tutto Corso Francia e ad ogni cartello dicevo al passeggero "guarda, la metropolitana". A metà percorso, esasperato, ha minacciato di vulcanizzarmi la lingua col kit di riparazione forature della Smart.

E in ogni caso nell’esperienza-metropolitana c’è tutto il torinesismo: ci si avvicina alle scale mobili che portano alle stazioni ipogee e ci si attendono code tremende, visti i capannelli di gente.
Invece no: stanno tutti lì vicino (in gran parte umarell over 65) e guardano giù dalla scala mobile, titubanti se "buttarsi" o meno. Se vi viene in mente Esterina di Falsetto, avete capito il torinese, cioè "la razza di chi rimane a terra".
[piccola parentesi off-topic; per qualche strano motivo "Falsetto" di Montale e "Una giornata al mare" di Giorgio Conte – anche se cantata da Paolo – mi ispirano immagini simili, con il poetà vestito "da città" perplesso di fronte ai bagnanti]

In ogni caso prima o poi ci tufferemo: per ora ci teniamo in zona, ci dimostriamo vagamente interessati, buttiamo giù dalla scala mobile quelle occhiate perplesse che solo qui riusciamo a fare (le stesse per cui quando il secondo giorno la metro si è fermata per un inceppamento di gioventù mezza città ha esclamato quasi compiaciuta "lo sapevo!") e poi – ma non subito (arieccolo) – inizieremo ad usarla come se fosse sempre stata lì.

D’altronde la città si è dotata da qualche anno di uno splendido passante ferroviario comodissimo e i torinesi continuano a guidare come se non esistesse, aggirando un trincerone ferroviario che ora è un corso a 8 corsie, con tanto di igloo di Mario Merz al fondo. 

Che ci volete fare: è dai tempi di Carlo Alberto che Torino è il motore del cambiamento in Italia. Ed è una vita che fa nascere le idee, le pratiche, le persone e le "cose" che lanciano il cambiamento e l’innovazione (non vi faccio l’elenco completo perché tanto lo sanno tutti: la moda, il telefono, la radio, la Tv, la cultura operaia, il calcio, ecc.) e rigorosamente le esporta, facendo di tutto per applicarle in loco il meno possibile.

 

ADDIO CONTROVIALI

Sembra una cavolata, ma da 3 o 4 anni a Torino ci siamo lentamente abituati a far scorrere il traffico nei controviali. Fortunatamente siamo una città che – grazie alla sua conformazione urbanistica – praticamente non ha traffico apprezzabile (e anche quando raramente c’è, non è nemmeno lontanamente comparabile con una giornata media a Roma o Milano: un pregio della città ortogonale dechirichiana di stampo romano e dei boulevards napoleonici).

Il fatto è che per anni i viali centrali delle principali arterie del traffico torinese (su tutti, Corso Francia e Corso Vittorio Emanuele II) sono stati chiusi da cantieri perenni, causa metropolitana. E noi ci siamo abituati ai controviali, a quel pizzico di coda in più, ad agire in spazi ristretti, ecc.

E poi da 3 giorni hanno ri-aperto tutti i viali centrali e non ci capiamo più nulla. Ormai la città si era tarata su tempi e percorsi diversi, con strade alternative, parallele poco trafficate e altre strategie automobilistiche che inesorabilmente si rivelano perdenti.
E da buoni abitudinari non ci adattiamo alla novità e perdiamo completamente il senso del tempo: insomma, dobbiamo ritarare i cronometri, ora che i corsi sono di nuovo corsi e non mulattiere.
Oggi stesso, mentre andavo a prendere un amico in centro, ho calcolato un tempo di percorrenza di circa mezz’ora. E in sette minuti esatti – grazie ai ritrovati viali centrali – ho raggiunto la mia meta, incredulo.

E mi sono pure accorto che nei viali centrali dei corsi prima chiusi eravamo veramente in pochi: la gente ancora si accodava nei controviali. Insomma, li hanno aperti fisicamente, ma dobbiamo ancora conquistarli mentalmente: per ora gran parte degli automobilisti mi sembra presa ancora dai percorsi marginali usati fino a 72 ore fa. Io intanto approfitto della pacchia e faccio casa-centro e centro-casa in un quarto d’ora scarso, il tutto in un sabato olimpico in orario di punta e post-partita. E scusate se mi bullo delle performance. 

 

IL RIPPLE EFFECT DELLE OLIMPIADI

Questa sera ho partecipato al primo – e conoscendo il mio groove mondano probabilmente anche l’ultimo – appuntamento para-olimpico. Cioè l’inaugurazione di una struttura in pieno centro chiamata Piemonte Clubbing, in cui si esibiscono quotidianamente fior di dj e intanto si mangia e beve gratis a spese di qualche ente pubblico (credo la Regione).

L’evento di per sè era ottimo: la struttura temporanea bellissima e ricavata all’interno di un cortile in pieno centro, il sound-system che funzionava perfettamente, con un’acustica ottima, un signor dj (Alessio Bertallot) che non pompa techno a 170 BPM ma mette quella para-black che fa ballare le donne, Gattinara e Barbera a volontà e gente presa bene. Insomma, un bel posto e una bella organizzazione, tanto di cappello.

Come sempre nella mischia si distingue il torinese doc, ancora a bocca aperta per la sorpresa (ormai è una paresi), che ovviamente si fa inquietare da tutto (personalmente ho avuto mentalmente da questionare sul metal detector all’ingresso e sul corridoio rivestito di stoffa (ho subito chiesto se era ignifuga, chissà poi perché) e riesce ad entrare nello spirito della festa giusto un’oretta prima che si concluda.

E ovviamente il turbinio olimpico fa sì che si mescoli di tutto, per cui nella stessa festa si trovavano il tamarrone col cappellino correggi-statura, professionisti del nightclubbing più o meno noti, viveur di razza e – assolutamente non trattati da "gente famosa" – dj radiofonici del calibro di Flavia Cercato (a proposito: mooolto meglio dal vivo che in video) e Giorgio Lauro (più un terzo che poteva essere Ardemagni, ma sono miope).

In verità la psicologia collettiva mi sembrava che vertesse su un unico pensiero: capire "chi c’è", orientarsi, prendere le misure alla cosa.
Cautela, insomma.
Anche se origliando un po’ i discorsi della gente mi sono accorto che più di un maschio era lì per addocchiare (e poi chissà) la vera chimera di queste Olimpiadi: le atlete.

Tirati su a Drive-in, cartoni animati giapponesi e film porno in VHS, i giovani d’oggi vivono nella convinzione o nella speranza di riuscire a migliorare le proprie misere sorti sessuali grazie all’evento olimpico. Il sogno ovviamente è quello di impalmare la sciatrice finlandese di turno, o l’esperta norvegese di curling o chissà che cosa.

Insomma, il maschio italiano è tornato a sognare le nordiche, che ovviamente come tutte le atlete a) vivono intruppate e isolate nei villaggi olimpici b) fanno di tutto per stare per i cavoli loro, che devono pensare allo sport c) sono abituate da una vita ad allenarsi e dormire e poco più, quindi fanno ben poca vita notturna, anzi tutte a letto alle 9! d) se proprio devono accoppiarsi, tra gli atleti hanno fior di maschi tonici e vigorosi tra cui scegliere e) in ogni caso non bevono alcoolici e senza questi addio chances.
Insomma, qualcuno è ancora convinto di comprarsi le polacche con un paio di collant e un mazzetto di matite. Siamo fermi a Verdone, ecco.

Ovviamente le atlete-valchirie non si sono manifestate in alcun modo e il maschio italiano medio è tornato miseramente a casa con una speranza "ora sono ad inizio Olimpiadi, sono tutte tese perché tra un po’ gareggiano; tempo una settimana metà di loro sarà libera da impegni sportivi e potrà dedicarsi ad un po’ di divertimento: ritirata strategica, attaccheremo in primavera". Con questa tattica più di 60 anni fa ci siamo letteralmente ritirati con ignominia dalla campagna di Russia. Ma d’altronde è noto che l’Italia su certe cose è esattamente a metà tra Nashville (nel senso di Altman) e Caporetto.

In verità ci andrebbe un intero blog per raccontare la ridda di fantasie erotiche che si sentono in giro sulla questione olimpica. Girano già le prime leggende metropolitane – evinte da qualche Porky’s, si direbbe – a base di atlete spiate mentre fanno la doccia tutte insieme in chissà quale villaggio olimpico (manco fosse un campeggio jugoslavo negli anni Settanta, con le docce collettive), oppure fortunati idraulici manutentori "catturati" dal team femminile xxxese (scegliete voi la nazione) di zzz (scegliete voi lo sport) mentre erano lì a stringere il classico tubo che perde sotto al lavandino. Insomma, fantasie sessuali e leggende metropolitane a metà tra Alvaro Vitali e il più trito dei cliché porno.

Il fatto è che arriviamo tesi e forse impreparati al primo esame di europeismo e cosmopolitismo applicato. Di sicuro ci arriviamo con una preparazione discontinua da allievo ad allievo: ho visto gente insospettabile piazzarsi di fronte a turisti con l’aria smarrita e tirare fuori un incredibile (a Torino) "May I help you?" e altri – sempre meno – fare la solita faccia che dice "Ma perché proprio qui?".

Fosse per me – sposando la linea di Gramellini – terrei a Torino le Olimpiadi permanenti, ma non nel senso dell’evento sportivo, per cui non me ne può fottere di meno, ma intese come dinamismo, eventi, cose nuove, voglia di girare e di scoprire la città (ignota soprattutto ai suoi stessi abitanti), sensazione di qualcosa di spumeggiante nell’aria, facce nuove, gente che viene e che va, vento di opportunità, di diversità, di condivisione e confronto. Lo so che suona un po’ paradossale, ma dovremmo trasformarci un po’ in un porto di mare o direttamente in una sorta di ossimorica "Tangeri ordinata".

L’ansia ovviamente è che finisca tutto tra 15 giorni, con le Paralimpiadi subito dopo a fare da postfazione. E poi il silenzio assoluto. Se non ho capito male le intenzioni di tutti, l’idea è quella di capitalizzare questi quindici giorni olimpicamente felici (e ricordiamo che la "felicità esibita" da queste parti è considerata vagamente sconveniente, come un vestito troppo sgargiante) e approfittare del motore-Olimpiadi per andare avanti. Capiremo anche verso cosa. Ma non subito.

Pass o paria – la cultura olimpica del privilegio

February 8th, 2006 § 19 comments § permalink

Ecco, sono ufficialmente iniziate le Olimpiadi. Sì, lo so che tecnicamente prima di venerdì bla bla bla. Ciò non toglie che l’evento è iniziato, tutto sta girando per il medio (che qui a Torino è già tanto così) e insomma la macchina olimpica [inserite una battuta sulla Fiat a vostra scelta qui] si è mossa.

Da cosa lo si capisce? Da un semplice elemento: la città è invasa dai pass, che ormai sono la cosa a cui si presta più attenzione. 

Ecco, i pass durante un grande evento hanno lo stesso valore che aveva il cappello all’ inizio del Novecento: marcano le classi sociali in modo assolutamente inequivocabile. I poveracci a testa scoperta o con cappellacci flosci di tessuto chiazzato, i borghesi con la lobbia o il francesino bianco con la striscia di raso nero (c’è un proto-filmato di proteste pro Sacco e Vanzetti, che si vede anche nel film, in cui ci sono circa 10.000 persone tutte con lo stesso cappello), i nobili e i neoricchi col cilindro come Zio Paperone.

Col pass è lo stesso. E’ un sistema di caste piuttosto impenetrabile in cui i paria siamo noi i "senza", gli ultimi, quelli senza diritti.
Per dire, oggi – senza pass – ero assolutamente imbarazzato nel passare davanti ad una delle tremila corsie preferenziali per "addetti ai lavori" che ci sono in centro. Ed ero a piedi.
Ma il solo fatto di non avere il pass e avvicinarmi ad una zona pass-only mi ha riservato una decina di sguardi truci da parte delle guardie private e delle forze dell’ordine presenti in loco. Io volevo solo attraversare e loro temevano già il primo attentato alle olimpiadi.
"Attacco alle olimpiadi: blogger affamato e in ritardo per il pranzo cerca di forzare un’area olimpica protetta senza pass. Incarcerato a Guantanamo in attesa di un processo all’Aia". 

E poi il pass non è una monade intoccabile, anzi è un’entità molteplice, variegata e ovviamente generatrice di una gerarchia interna assolutamente verticalissima, che giocoforza porta con sè un’inevitabile aura di arroganza che viene applicata dai singoli con intensità variabile.

Insomma, ci sono pass temporanei, pass limitati per luogo, ora e funzioni, pass da miseri addetti alla manutenzione, pass che consentono cose mostruose e inimmaginabili, pass che garantiscono l’immortalità e così via.
Sicuramente il presidente del CIO possiede un pass in platino massiccio che gli dà diritto di vita e di morte su ogni singolo cittadino torinese e se gli gira di entrarvi in casa e rovistare nel frigo mentre palpeggia vostra sorella, lo può fare: ha il pass.

Il bello è che questa gerarchia imposta, che come tutte le gerarchie odiose incide sulla geografia creando luoghi inaccessibili, città sante e oasi di privilegio, non è minimamente criticata dal torinese medio. Anzi, il sistema verticistico piace, perché – e qui siamo veramente italiani – pensiamo tutti di poterlo maneggiare a nostro piacimento. Perché noi italiani magari abbiamo una pessima opinione singolarmente di noi stessi, ma tutti pensiamo di essere più furbi degli altri.

Quindi la nostra furbizia media è questa: ben vengano i pass, le gerarchie, la cultura del privè e l’imposizione delle caste indiane in Italia. Tanto noi c’abbiamo il "gancio" che "poi ci fa entrare" (non importa dove, importa entrare).
Ecco, tutti abbiamo un amico/parente/conoscente o qualcosa di simile che è coinvolto nel macchinario olimpico ed è convinto lui per primo di poterci far intrufolare coi soliti sotterfugi italiani.

Insomma, la promozione sociale, in questo mondo in cui il blasone è un pezzo di carta plastificata da esibire al collo, non si merita, non si guadagna e non si conquista: si rimedia, si raccata, si "fotte". Almeno così pensiamo tutti.
Ma sono pronto a scommettere che quel tot di non-italiano che c’è nelle Olimpiadi finirà per cassare tutti questi tentativi. Anzi, prevedo per le giornate post-olimpiche un clima complessivo di scazzo causa mancata promozione sociale via pass, con gente offesa coi parenti/amici/conoscenti di cui sopra.
Ci sarà da ridere.

E poi c’è il caso di chi ha il pass e ci gode a vedere che non ce l’hai. Mi ricorda una tragica serata in una discoteca-falansterio torinese: la plebe in un’area e i cosiddetti VIP nel privè, visto che avevano il pass.
Peccato che il privè fosse assolutamente contiguo all’area della plebe e separato solo da un nastrino da cantiere. E ci si stava pure stretti e in piedi, visto che il pass lo avevano cani e porci. Eppure la gente stava lì nel privè in piedi a sgomitare, pur di godersi il privilegio, anche se era puramente formale e aleatorio.

Ecco, col pass è così: ho visto gente godere fisicamente nell’esibire il pass e passare una delle mille forche caudine disseminate in città. Ma il piacere non è "passare": è vedere che qualcuno non passa, cioè il concetto di privilegio si applica in negativo. Il privilegio è avere qualcosa che altri non anno. Se ce l’hanno tutti che privilegio è?
Cioè il piacere è dato dall’esercitare il privilegio, non dall’averlo.
Penso che l’incubo di questi fanatici del pass sia un evento in cui TUTTI hanno il pass. Crolla il concetto di privè, di press-only, di access-all-areas. Ed è molto peggio di un evento in cui il pass non ce l’ha nessuno.

Per anni ho fatto lavori di security praticamente ad ogni concerto degno di nota a Torino e ho visto in prima persona gente al settimo cielo perché era al di là della transenna del palco al concerto di Mango. Era inevitabilmente il giorno più bello della loro vita.
Eppure è così. E avuto un pass se ne desidera un altro, ovviamente più potente e miracoloso. Perché se hai il pass per stare nel sottopalco sicuramente vorrai quello per il backstage, poi quello per i camerini e poi direttamente quello del proctologo di Mango.

Che poi tutto questo desiderio di entrare nei camerini di Mango, di andare sempre più in là nel privilegio e nelle possibilità d’accesso riservato è assolutamente un desiderio malsano e puramente ideologico. Lo dico per esperienza: nel backstage non si sente una mazza, si vede ancora di meno e in compenso vedi la gente comune presa bene che guarda il concerto mentre tu stai lì come un pirla (ma col pass, vuoi mettere?).

Il tutto mi ricorda una vecchia puntata di Frasier, quella in cui lui e suo fratello Niles conquistano l’accesso ad una esclusivissima palestra di Seattle e si dannano perché hanno solo un ingresso ordinario. Dopo aver spostato mari e monti riescono ad avere un accesso Silver. E questo li fa solo soffrire, perché vogliono l’accesso Gold. Accesso che ottengono solo per sapere che c’è un accesso Platinum. Conquistato quest’ultimo con azioni ben oltre la legalità, si godono i benefit della sala massaggi per accessi platinum, fin quando scorgono nascosta da una tenda rossa una porta in più. Sicuramente porta ad un’area ancora più vip, più riservata, più esclusiva: il paradiso dell’esclusività. Si fiondano attraverso quella porta, sgomitando e si ritrovano mezzi nudi in un vicolo fetente. E la porta si richiude definitivamente, lasciandoli fuori.

Se c’è un aspetto positivo in tutto questo proliferare di pass è forse il fatto che molta gente che dalla vita non avrà molto potrà ottenere ed esercitare il proprio quarto d’ora di privilegio e andarne fiera per i giorni a venire. Roba da raccontare ai nipoti durante la cena di Natale, come quella volta che ottennero il pass per poter accedere alla scarpiera del camerino di Michele Zarrillo.

Tragedia olimpica

January 30th, 2006 § 33 comments § permalink

TORINO – Un’ inattesa tragedia macchia di sangue innocente le Olimpiadi. 
Durante la nevicata nella notte tra venerdì e sabato 29 gennaio, Neve e Gliz – apprezzatissime mascotte ufficiali delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 – sono state vittima di due tragici incidenti mortali, che rischiano di mettere a serio repentaglio il clima di gioia globale che tradizionalmente caratterizza gli eventi olimpici.

Davvero tragica la fine di Neve: uscita dalla sua residenza presso la sede del Comitato Olimpico in Via Bologna per una passeggiata pomeridiana, è stata scambiata da un ignaro addetto dell’Amiat per un cumulo di neve particolarmente sgraziato ed è stata spazzata da un mezzo meccanico e lasciata dolorante a bordo strada.
Nonostante le richieste di aiuto della mascotte – forse poco chiare a causa dei suoi forti difetti di pronuncia, dovuti alla sua bocca con un solo dentone – nessuno è intervenuto ad aiutarla, complice anche la straordinaria ritrosia dei torinesi. Verso le 18 il decesso, pare causato da un inopportuno volontario della Protezione Civile, che ha posto fine all’esistenza della mascotte con un esiziale spargimento di sale.

Agli inquirenti, giunti sul luogo dell’incidente a seguito di una segnalazione anonima, si è presentata una scena straziante: neve ovunque e il cadavere della mascotte irriconoscibile, anzi introvabile.
La vittima è stata riconosciuta grazie al rinvenimento della tutina rossa che indossava (pare da un po’ troppo tempo) prima di morire, incastrata nella griglia di un tombino non distante.

Più rocambolesca, ma non meno tragica, la morte di Gliz.
Noto per la sua straordinaria empatia, Gliz era uscito venerdì sera con una comitiva di amici torinesi per un classico aperitivo mangereccio.

Raggiunto un cocktail bar del centro, la star delle Olimpiadi è incappata in un tragico equivoco: un barista acrobatico – cioè un barman che miscela cocktail in gran velocità facendo roteare bottiglie e ingredienti con mosse da funambolo – preso dalla foga di esibirsi, ha inavvertitamente preso la sua testa e l’ha sfondata con un pestello di legno, gettando i resti della vittima in un bicchiere da cocktail.

Ma l’orrore non si è concluso. Oltre all’omicidio efferato, si è consumato uno scempio di cadavere e forse addirittura un atto di antropofagia (reato talmente efferato da non essere nemmeno contemplato dal codice penale italiano). I resti di Gliz, infatti, sono stati profanati con zucchero di canna, lime, rhum bianco e tonica e serviti – con una inattesa corona commemorativa di rami di mentuccia – in un Mojito, che è stato prontamente ingurgitato da uno degli avventori del locale.

"Non sapevo che ci fosse Gliz nel bicchiere – si è giustificato l’inconsapevole "cannibale" – e pensavo che la tutina blu galleggiante tra un pezzo di lime e l’altro fosse solo l’ennesima promozione olimpica: ormai quei due erano dappertutto".

Grande il cordoglio nel mondo dello sport: dopo il drammatico suicidio di Ciao, la mascotte di Italia ’90 che era andata incontro ad una lunga fase di depressione a causa della sua bruttezza, e dopo il tragico e involontario lancio mortale di Naranjto – la mascotte dei Mondiali di calcio del 1982 – durante una visita al Carnevale di Ivrea, il mondo dello sport aveva posto particolare attenzione alle mascotte da adottare, compiendo scelte apprezzabili per solidità strutturale e resistenza agli urti e mettendo solo in secondo piano (se non oltre) valutazioni di tipo estetico.

Disperazione ma anche grande paura per Aster, la mascotte delle Paralimpiadi, che attualmente vive segregata in un residence di periferia, guardata a vista dal servizio d’ordine del Comitato Olimpico.
Gli incidenti mortali ai suoi colleghi hanno fatto temere l’Organizzazione per la salute mentale della terza mascotte. Il Comitato, tuttavia, è intervenuto prontamente e ha garantito al superstite pieno supporto psico-fisico.

"Il paziente è in un evidente stato di tensione e apprensione – ha comunicato un portavoce dello staff medico incaricato di seguire la salute mentale di Aster – ma non così grave da consigliare il ricorso a psicofarmaci o terapie d’urto. Nelle prossime ore sarà sottoposto ad un ordinario ciclo di trattamenti rilassanti: massaggi shiatsu, agopuntura e sauna".

Where Am I?

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