Signore dei dischi, servirebbe un miracolo

December 27th, 2008 § 11 comments § permalink

Tanto tempo fa, quando trasmettevo in una nota radio militante torinese, mi era stato attribuito il ruolo di “addetto all’archivio discografico”.

Era il classico lavoro rognoso, che implica fatica aggiuntiva a fronte di zero soldi in più e prevedeva, tra l’altro, una dedizione certosina ai dischi vecchi e nuovi che transitavano per le sporchissime stanze dell’emittente.

[divagazione: non uso il verbo “stazionavano”, visto il tasso con cui i suddetti dischi venivano trafugati, cosa che peraltro faceva inorridire tutti noi collezionisti, giacché appena un CD o un vinile arriva in radio viene riempito di adesivi, scritte a pennarello, ecc. per renderlo non appetibile ai ladri e ci sembrava oltraggioso che qualcuno potesse tenersi in casa un disco con la copertina pasticciata]

Per me in verità era una manna dal cielo. In effetti cosa potevo desiderare di più? Migliaia di vinili e cd da maneggiare, la possibilità di riordinare intere discografie, scoprire gemme nascoste negli scaffali, ecc. Un lavoro solitario in mezzo a montagne di dischi: il sogno di una vita per un musicofilo misantropo.

 

IL GOVERNO DELLE REGOLE

Sì, ok riordinare dischi non propri sta al possederli tanto quanto la table dance sta al fare sesso, ma in ogni caso era un’esperienza che ad un nerd musicomane non poteva che fare piacere, anche perché mentre riordini i dischi se vuoi te li ascolti.
Ed è così che ho riempito un bel po’ di lacune musicali, scoperto nuovi gusti, approfondito vecchie perversioni sonore e saziato indicibili curiosità, in modo ossessivamente “completista”.

Al di là delle competenze fondamentali richieste (capirne di musica e saper mettere su un database, all’epoca in dbIII), fare un database di musica non è facile, perché prevede coerenza (il gruppo di Michael Stipe e soci lo chiamiamo REM o R.E.M.?), l’imposizione di regole editoriali (i gruppi musicali vanno tutti senza il “the” davanti? O alcuni, tipo The Shamen, devono averlo e altri no?), la risoluzione di dilemmi che vanno avanti da decenni (consideriamo le due incarnazioni degli Isley Brothers due gruppi distinti o uno solo? E Sly And The Family Stone si archivia per cognome come i dischi solisti di Sly Stone o è il nome di un gruppo?) e in generale una certa uniformità nel trattare il dato.

All’epoca, impietosita dallo strato di polvere che mi ricopriva da mesi e dal mio rimuginare solitario tra pile di 45 giri white label (tra cui un 45 giri floscio, di quelli che dava in premio la Settimana Enigmistica, con sopra un pezzo cantato da Battiato, che pare sia rarissimo; chissà che fine ha fatto), la proprietà della radio mi affiancò un collaboratore.

Era una sorta di “lavoratore socialmente utile” credo in cura psichiatrica, ma con un passato molto rock’n’roll, quantomeno negli aspetti devianti. Infatti fumava costantemente, sembrava sempre sulle soglie di un’overdose e ricordava vagamente il fratello stempiato di Slash dei Guns’n’Roses.

Viste le sue condizioni, il “matto” fece un lavoro non da poco, smazzandosi tutto l’archivio dei vinili S-Z (e non capendo le mie vanitose inside jokes su Barthes), ma purtroppo anche adottando regole editoriali completamente diverse dalle mie, per cui ad esempio gli Smiths in vinile erano archiviati come The Smiths, mentre in CD (dove avevo messo mano io) erano Smiths, senza articolo. Sembra una cavolata, ma ti incasina il database. Corressi il tutto a suon di bestemmie, perché gli archivisti sono analritentivi per definizione e su certe cose non ci dormono la notte.

 

TOYS IN THE ATTIC

Qualche anno dopo, verso la fine degli anni Novanta, è iniziato il boom della musica digitale e ho accumulato, col tempo, una collezione di musica in mp3. Quando quest’ultima si è fatta voluminosa mi è tornato in mente il matto rock’n’roll. 

Sì, perché ho dato un’occhiata agli mp3 che vedo qui sul mio iTunes ed è una strage, un dramma.
Già, perché a pescare musica in giro finisce che chiunque dice la sua e ogni singolo file ha una struttura, una denominazione, un contenuto dei tag ID3  (cioè le informazioni accessorie sui file audio, tipo il titolo, l’autore, l’anno, il genere, ecc.) assolutamente improvvisato e corrispondente ai gusti e allo stile di chi ha creato il file. 
E ci sono pure un bel po’ di file con la denominazione sbagliata. Per dire, ho scaricato tutto “Rubber Soul” dei Beatles (che pure possiedo in originale in almeno 3 copie, tra vinili e CD) e colui che ha inizialmente ha condiviso i file ha deciso che i Fab Four si chiamano Beattles, con due “t”. 
Ma c’è di peggio, per esempio un mp3 rimediato da un tizio convintissimo che “Stairway To Heaven” sia un pezzo degli Yes (inorridisco solo a pensarci).

Insomma, con gli mp3 c’è la babele, c’è disordine, c’è caos e la collezione musicale rischia di trasformarsi in una sorta di soffitta sovraffollata in cui accumuli di tutto ma alla rinfusa. La cosa peraltro si accentua se i tuoi gusti sono vagamente disomogenei ed è facile che nella cartellina Musica convivano b-side di Jeremy Steig, sigle dei Muppets in tedesco e mappazze da 25 minuti di ambient radicale della scena tape filippina.

E se sei uno scaricatore compulsivo magari ti ritrovi con un mp3 pescato chissà dove, intitolato “track1.mp3”, senza tag ID3 e passi le notti ad arrovellarti per capire chi ne è l’autore, pur sapendo che non ce la farai mai e non dovevi per forza scaricare tutto l’archivio di quel sito specialistico sul funk colombiano, senza almeno curarti di dare un nome agli mp3 che tiravi giù.

Col tempo le ho provate tutte. In giro, per esempio, è pieno di software che ti aiutano a ripulire i tag ID3 (e i nomi dei file) e a renderli coerenti. Ma ovviamente vanno alimentati a mano: prendi i file di una determinata cartellina, gli dici a che album corrispondono e – con un po’ di fatica – il sistema aggiusta il tutto, rende i nomi di file omogenei, corregge i tag e rimette tutto in ordine.

Peccato che una soluzione simile funzioni praticamente solo se hai interi album scaricati in mp3 e se gli dici tu autore e titolo di ogni album. Se, come capita a molti, il 90% della tua collezione è costituito da singoli file presi qua e là, difficilmente riconoscibili anche dopo un ascolto, sei rovinato perché un programma così può fare ben poco.

 

MIRACOLO, MIRACOLO!

Anzi, eri rovinato.
Sì, perché finalmente è nato TuneUp, software che mi sta letteralmente risistemando la collezione musicale.

Non ho bene idea di quale magia ci stia dietro (funziona e non mi chiedo come, ho un approccio fideistico alle soglie dell’ottusità religiosa), ma TuneUp fa una cosa meravigliosa: “capisce” che brani hai e automaticamente gli corregge i tag ID3. E già che c’è scarica pure l’album-art (la copertina).

Da quanto ho capito il segreto di TuneUp è la sua capacità di analizzare l’impronta audio di un file e confrontarla con un gigantesco database musicale, capendo  – a seconda di come è fatto – a che brano musicale corrisponde. E’ incredibile, ma funziona, funziona, funziona!!!

Quindi da qualche giorno, alimentando TuneUp a palate di 500 mp3 per volta, il programmino si mette lì, macina per alcuni minuti e poi – lasciandomi ogni volta a bocca aperta con uno stupore farlocco da odioso bambino della pubblicità della Bauli – inizia a sistemarmi i brani, azzeccando autore, titolo, anno d’uscita, album di appartenenza, genere musicale, ecc. E’ pure abbastanza intelligente (per dire, cataloga come genere “surf” solo i dischi surf dei Beach Boys e non tutta la loro discografia) ed è aggiornato su cose tipo le edizioni speciali, i remaster, le versioni di dischi classici con track aggiuntive. Insomma, sa il fatto suo. Sembra di avere accanto una versione digitale di Giorgio Valletta, con doti sovrumane (che pure lui ha un po’).

Ovviamente non sono tutte rose e fiori. In primis, TuneUp è un software a pagamento. Ma si merita tutti i suoi 19$, perché è un programma unico nel suo genere e fa una cosa utilissima che nessun altro software fa.

In secondo luogo è un software che funziona solo se avete iTunes, anzi è una sorta di “parassita” di iTunes. E, pur essendo disponibile da quasi un anno per Windows, funziona bene solo su Mac (ovviamente Mac Intel con Leopard).

La versione per Windows è spinosa. La comprai mesi e mesi fa ma non ci fu modo di farla funzionare su nessuno dei tanti computer di casa. E va dato atto alla TuneUpMedia di essere stata onestissima: mi hanno rimborsato all’istante i soldi che avevo speso, senza batter ciglio e, anzi, ringraziandomi per il contributo.

Pare, tuttavia, che ad alcuni utenti Windows funzioni: non c’è modo di stabilire una configurazione ideale, perché pare che tutto dipenda dall’umore di iTunes per Windows (che è una fetenzia) e dalle paturnie di Windows stesso. Un po’ mi diverte, questa piega empirica e ascientifica in un ambito esatto come l’informatica, ma valutate con cautela magari testando il tutto con la versione demo.

In compenso da qualche settimana è uscita la versione per OSX e funziona senza particolari problemi. Ci mette il suo tempo a ripulire la soffitta musicale, ma i risultati sono sorprendenti. 
Raramente mi sento di promuovere software a pagamento e closed source, ma in questo caso vale davvero la pena.

Quella emme di MTV (aka “Aridatece i videoclip!”)

October 29th, 2008 § 16 comments § permalink

Non so più da quanti anni non guardo più MTV, ma so esattamente perché non la guardo e cosa mi ha fatto smettere di tenerla anche solo in considerazione: ignoro MTV dal giorno in cui hanno smesso di trasmettere video musicali.

Fateci caso e provate a passarci sopra facendo zapping. Nel 99% dei casi trovate una porcheria, solitamente un finto reality con dei giovani mostruosi che ballano o una trasmissione americana piena di ggiovani rifattissimi che o piangono o ballano o flirtano. Oppure vecchie stagioni di serie Tv in cui ci sono giovani rifattissimi che ballano, piangono e flirtano a seconda delle puntate.
E nel mezzo, come diversivo, qualche feature sui soliti VIP del mondo della musica, da Britney Spears in giù.

Stendo un velo pietoso sulle trasmissioni made in Italy (salvo rari casi, ma dio fulmini ora TRL e il suo pubblico) e continuo a pensare che, nei primi anni Novanta, MTV un po’ ci ha cambiato la vita. E continuo a pensare che noi torinesi forse siamo stati più fortunati di tutti, perché una rete locale (Videogruppo) per anni ha preso il segnale di MTV UK (quella bella, con Ray Cokes, Davina McCall, Zig & Zag, Party Zone, Chill Out Zone, Alternative Nation, ecc.) e l’ha trasmesso sulle sue frequenze, spesso interrompendolo crudelmente in orari impensabili per trasmettere orride pubblicità degli (allora) 144.
Eri lì pronto a goderti l’unplugged dei REM o di Bjork (in un notevole vestitino corto giallo)? Ti partivano le casalinghe assatanate e ti dovevi adeguare. Ma, insomma, era una bella cosa.

Poi è nata MTV Italia e, a fronte di 24 ore al giorno del canale, c’era ben poco da gioire. Ora è una tv che di musicale non ha niente di niente ed è un peccato perché ci lavorano un bel po’ di persone di talento e pure un bel po’ di amici. Certo, uno può recuperare con i suoi canali tematici via satellite, ma non è la stessa cosa.

Fortuna vuole che sia nato da non molto un servizio che permette di tornare al vecchio spirito fondante di MTV, che oltre a farti venire voglia di fumare crack dovrebbe essere una televisione musicale.

E’ nato, infatti, MTV Music (nome ridondante: a cosa serve la M del brand?), che altro non è che una sorta di YouTube casalingo di MTV in cui lentamente il colosso della videomusica sta riversando la versione digitalizzata di tutti i suoi video in archivio, inclusi quelli delle sussidiarie tipo VH1 e CMT.

Significa, insomma, che lì sopra ci saranno migliaia e migliaia di video musicali, vecchi e nuovi, peraltro fruibili in streaming in qualità decisamente superiore a YouTube. Il giorno che l’intero catalogo sarà digitalizzato ci saranno da fare i salti di gioia.

Per ora c’è già una base di video notevole. E c’è pure qualche pecca strutturale. La prima è che, mi pare, l’assortimento sia quello di MTV in versione americana. Quindi ben poca elettronica (ho provato a cercare qualcosa dei Future Sound Of London, ma niente) e molto più brutto rock melodico per wasp col mullet o hip hop moderno, da papponi. E i soliti anni Ottanta, che hanno rotto le balle già *negli* anni Ottanta.

Ci sono anche ingenuità tecniche, su tutte un motore di ricerca molto anni Novanta, esigentissimo per quanto riguarda lo spelling dei nomi dei gruppi. Cerchi i REM e non trovi niente. Devi mettere, come vorrebbe la regola, i puntini: R.E.M. Ed ecco che per magia puoi riascoltarti “Pop Song 89” e guardarti il video. Peccato sia la versione censurata. (con Bjork è peggio: vogliono la dieresi e via ad aprire la mappa caratteri).

Già, uffa, la mentalità è quella di MTV USA, super-puritana, pronta a riempire di biiiip ogni “motherfucker” e ogni fuck, motivo per cui rinunciate da subito all’idea di ascoltare i Rage Against The Machine o avranno talmente tanti bip da sembrarvi un gruppo della Warp.

Insomma, la mentalità è pessima, la realizzazione così così e l’archivio è quel che è, finora, e senza pesanti iniezioni da MTV UK non sarà niente di che. Però, nonostante tutti questi punti a sfavore, MTV Music è uno dei siti che cliccherò più ossessivamente nei prossimi giorni, non tanto per recuperare i grandi classici, ma per recuperare i video minori di cui ci siamo quasi dimenticati, in 30 anni di videomusica.
Anche da brutte premesse possono nascere cose fondamentali. Speriamo cresca bene.

Il ticket De La Rocha – Morello

September 4th, 2008 § 9 comments § permalink

 

Dimenticatevi Obama-Biden e “nonno” McCain-“baciapile” Palin: questi sì che esprimono davvero lo spirito americano: figli dell’immigrazione (chi non lo è, negli Stati Uniti, nativi americani a parte?), talentuosi, preparati, un po’ selvaggi, coraggiosi, capaci di parlare all’America working class (il momento in cui Morello fa il Mario Capanna parlando ai celerini è da antologia) e pure capaci di fare una barca di soldi.

E poi pensa che bello: un candidato presidente che in campagna elettorale ad ogni slogan fa seguire un riff di chitarra e accetta la nomination facendo stage diving sulle nonnine dell’Arkansas, opportunamente borchiate. E alle primarie vince la delegazione che poga più duro.

Vado ad asciugarmi il sudore.

E sappi che per me passerai la vita così, ad aspettare

July 11th, 2008 § 12 comments § permalink

Visto che Luca ha lanciato il sasso nello stagno elencando quelle che per lui sono le canzoni più tristi in assoluto, ecco qui per un sano ripple effect i miei 2 cents e qualche dritta per farsi venire il magone musicale.

Sì, perché si sa che non c’è niente di più bello (e risolutore) che essere di cattivo umore e contagiare il prossimo.

Mi sono fatto l’idea che il musicista italiano più triste in assoluto sia stato Piero Ciampi. Sì, un po’ perché era alcolista e ogni concerto finiva in rissa col pubblico e perché i suoi dischi erano incredibilmente dei flop, nonostante fosse un poeta vero.  Ma soprattutto perché aveva la capacità di fare canzoni sulle situazioni e i sentimenti più tristi, umilianti e desolanti. Si ficcava in dei gineprai di contenuto incredibili e ne veniva fuori con grazia. Sempre.

Se penso ad una canzone come “Adius“, che ritrae la scena di un uomo che, facendo la voce grossa e facendosi ridere dietro, tenta l’ultimo assalto disperato ad una donna che se ne sta andando per sempre, l’Oscar per l’esperto in martirio musicale è bello che servito. (e ditemi voi se non è un poeta immenso uno che scrive il verso “la tua assenza è un assedio” e lo butta lì in una canzone)

Però il meglio Ciampi lo dà con una canzone minore (cioè sono tutte minori, ma questa ancora di più, nonostante sia musicata in modo strepitoso dal suo compare Reverberi).
Si intitola “Confesso” e per qualche assurdo misunderstanding spesso è citata come brano pacifista.

Invece è un brano sull’inerzia, sull’attendismo, sul fallimento, sul rimpianto. Agghiacciante e bellissimo. Merita un ascolto e una lettura del testo.

Io confesso
che non ho fatto la guerra
ed ho parlato alla gente
come se fossi un eroe.
Confesso:
ho parlato per anni
perché qualcuno capisse
quello che sento.
Stasera ti confesso.
che sono entrato in un porto
ed ho cercato una nave
che mi portasse lontano.
Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.
E sappi che per me
passerai la vità così ad aspettare.
Stasera ti confesso:
non ci capisco più niente,
io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.
E’ tardi per pensare all’amore
e per andare sui monti
a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino
con la pace nel cuore.

Una vita ad aspettare, una ricerca vana e pavida di una nave che porti lontano: ricorda George Gray dall’Antologia di Spoon River, forse una delle “lapidi” più tristi in assoluto.

Se vi viene un inestricabile nodo alla gola, mandatemi un’email: ormai mitridatizzato alla melancolia del livornese risolvo casi simili in remoto, stile Giucas Casella. 

 

E ALL’ESTERO?

Valicando i confini nazionali, la scelta si fa ancora più ampia. Ci sono veri e propri professionisti della canzone triste, alcuni cialtronissimi, altri strepitosi. Tra questi ultimi il pluricitato Nick Drake.

Sì, lo so, è una scelta banale. Ma che ci posso fare se alla fine, per quanto uno scavi negli archivi e nella memoria, la palma (di plastica, ovvio) del più triste spetta a lui?

Con Nick Drake c’è l’imbarazzo della scelta.
Il suo pezzo più triste in assoluto per me è “Strange Meeting II” (qui il testo), in cui su uno dei più potabili tra i suoi complicatissimi giri di arpeggio acustico (riesco a suonarla perfino io, ma se la suono non riesco a cantarci sopra senza impappinarmi e non è necessariamente un male) racconta di una sua passeggiata notturna in riva al mare, l’incontro con una “principessa delle sabbie”, muta ma con occhi da cui traspira “l’eco di mille singhiozzi”, una passeggiata fianco a fianco in un silenzio consapevole, comune. E poi più niente: lei sparisce improvvisamente, senza spiegare. E Nick, evidentemente cugino del “lui” di Marinella di De Andrè, ogni notte torna sulla spiaggia a cercarla tra la sabbia, invano.

Certo che tra Piero Ciampi, etilista, morto giovane di tumore, e Nick Drake, depresso, timidissimo e morto verosimilmente per overdose di farmaci contro la depressione, c’è da riflettere sul fatto che una vita grama contribuisce alla tristezza delle canzoni. O forse influenza il giudizio di noi ascoltatori.

Quel che è certo è che Jackson C. Frank, innegabilmente il musicista più sfortunato e sofferente al mondo (se cliccate sul suo nome potete leggerne la biografia, ma preparate i Kleenex), su cui la vita si è accanita con sadismo fantozziano, ha prodotto “Dialogue”, una delle canzoni più tristi al mondo, per i miei gusti, con l’aggravante di essere una canzone assolutamente ignorata da tutti.

L’hanno riscoperta i Daft Punk, che chissà per quale motivo si sono messi a ravanare tra dischi minori di folk americano anni Sessanta, finendo per usarla come colonna sonora della meravigliosa scena finale del loro film “Electroma”.
Una ciliegina di lacrime sulla torta, insomma: uno dei brani più tristi al mondo come testo e musica, prodotto da uno dei musicisti più sfortunati della galassia (se non il più sfortunato), usato come triste sequenza conclusiva di un film a sua volta tristissimo e senza speranza.

Il video è qui, valutate se e quanto reggete i lacrimoni, sapendo che sono ben spesi. Il testo è qui, bello nella sua circolarità e vagamente (…) disperato.

Dopo tutto questo, credo sia d’uopo tirarsi su il morale in qualche modo. Io normalmente lo faccio leggendo il blog di Paolo Guzzanti (è il più bravo, in famiglia, mi spiace per i suoi 3 figli), ma in nome del relativismo lascio a tutti libertà di scelta.

Se, invece, volete rincarare la dose, direi che potete farvi un bel giro su “Summer’s Almost Gone” dei Doors, che nella sua semplicità ha uno dei titoli più tristi al mondo. E come molti canzoni tristi è bellissima.

“Vedere” la musica e altre divagazioni psichedeliche sul gadget dell’anno

June 27th, 2008 § 24 comments § permalink

A breve questo post assumerà i toni di una di quelle discussioni che si fanno alla quindicesima canna, roba per cui, dopo, le canzoni dei Tiromancino vi sembreranno lucide dissertazioni su problemi reali e le trasmissioni notturne di Gabriele La Porta finalmente avranno un senso.

Valutate voi se è il caso di proseguire, perché sta per partire un gigantesco trip sulla musica, la sua visualizzazione, la sua natura quantica e non quantica e altre diavolerie che vi sfido a non trovare mostruosamente noiose. Nel mezzo, a parte due video tunz tunz, c’è anche un mini angolo geek in cui parlo del gadget dell’anno, ma a che prezzo?

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Un motivo in più per trasferirsi negli Stati Uniti (e per comprarsi un Mac)

June 16th, 2008 § 19 comments § permalink

No, non è che sono impazzito tutto d’un colpo. E’ che ho trovato – finalmente – la prima applicazione per Mac (e solo per Mac) che, nel mio ambito d’interesse, non abbia corrispettivi migliori o uguali su altri sistemi operativi.

E per di più è un programma straordinario, che devo assolutamente condividere. Si chiama Delicious Library e altro non è che un software che cataloga la collezione di libri/dischi/film/gadget/ecc. dell’utente.

Programmi così, mediamente noiosissimi, infestano a milioni la Rete e francamente uno fa più in fretta a farsi un piccolo database casalingo.
Però Delicious Library è speciale. Da un lato ha un’interfaccia che è assolutamente godibile e super-grafica. Al posto di sorbirsi un algido elenco di titoli, l’utente può scorrere le immagini (o le copertine) dei suoi prodotti catalogati, percorrendo con lo sguardo veri e propri scaffali virtuali di oggetti perfettamente rappresentati.

Può sembrare poco, ma è una feature che cerco da tempo, principalmente perché sono abituato a cercare i dischi “per copertina” più che per titolo.
E credo lo siano tutti quelli che hanno trasmettono in radio dal tempo in cui negli studi non c’erano ancora i computer con gli archivi di mp3, e ogni dj era costretto a scovare in archivio e programmare il disco giusto nei pochi minuti di durata del brano precedente.

Pur avendo una casa che trabocca di libri e dischi, mi sono sempre rifiutato di fare un archivio esaustivo di ciò che c’è. Cioè, ci ho provato tremila volte e altrettante mi sono fermato dopo un po’, stufo di stare piegato sul computer a digitare titoli su titoli.

Il bello di Delicious Library è che ha una feature che evita a noi poveri utenti ore e ore di digitazione. Come fa? Semplice: usa la webcam integrata nei Mac di ultima generazione e la utilizza come un lettore di codici a barre. Basta piazzare il cd/libro/gadget/film/ecc. di fronte alla webcam e il sistema interroga il db di Amazon alla ricerca del prodotto. E così senza nemmeno un click non solo si cataloga il prodotto, ma è possibile raccogliere informazioni da quel grande db di contenuto e di opinioni che è Amazon.

Sembra incredibile, ma funziona. Certo, per i primi 2 o 3 codici a barre bisogna fare un po’ di kamasutra con la webcam e capire come posizionarli, ma dopo 2 minuti i CD volano via uno dietro l’altro e magicamente le loro copertine compaiono sullo scaffale, per di più con un effetto grafico frù frù (che pagherei pur di poter disabilitare).

Tutto ciò è molto bello, perché significa che una collezione di CD, per quanto ampia, è archiviabile in pochissimo tempo e con risultati entusiasmanti.
Però c’è un inghippo notevole, anzi probabilmente deal-breaking.

Il fatto è che Delicious Library funziona perfettamente grazie alla sua integrazione con Amazon, da cui prende le immagini dei prodotti, i contenuti testuali, ecc.
Se un prodotto non c’è su Amazon, non c’è niente da fare: va immesso a mano.

Per i CD, a meno che uno ascolti tanta musica italiana (e allora ha problemi ben peggiori), il problema è secondario: l’archivio di Amazon (in tutte le sue versioni nazionali) è sufficientemente ampio e i dischi da immettere a mano non potranno che essere una minoranza. Cioè, il sistema a spanne riconosce tutto, tranne magari i cd singoli dei gruppi rap francesi, qualche ristampa strana, le raccolte fuori commercio e così via.

Anche per i gadget non ci sono molti problemi: il catalogo di gingilli tecnologici di Amazon è decisamente pasciuto e gli unici problemi di riconoscimento impossibile li ho avuti con i cellulari brandizzati dagli operatori telefonici. Poco male.

 

LA PERIFERIA DELL’IMPERO

Delicious Library crolla miserabilmente, peraltro non per colpa sua, quando si tratta di riconoscere libri e DVD italiani. D’altronde c’è poco da meravigliarsi: Amazon non vende libri e DVD italiani e quindi non possiamo che attaccarci gioiosamente al tram, visto che non riconosce un singolo titolo.

Peccato, perché l’idea è buona ed è a misura di pigro e ha mille altre feature intelligenti (la mia preferita è la gestione dei prestiti: basta trascinare l’oggetto prestato sul nome di un amico presente in rubrica e automaticamente il sistema si aggiorna e tiene traccia di chi ha cosa).

Anzi, mi chiedo se il sistema del riconoscimento via webcam non sia adattabile per il mercato librario e home-video italiano e magari trasposto su altri servizi.
Sarebbe strepitoso, per dire, se un servizio come Anobii permettesse agli utenti di immettere i libri letti con una semplice passata di fronte alla webcam, anche perché digitare il codice ISBN è pallosissimo ed è il motivo per cui ho sempre desistito dal proposito di usarlo.

Boh, continuiamo ad essere la periferia dell’impero e Delicious Library non fa che confermarlo. E in quanto periferia dell’impero ma con una moneta continentale piuttosto forte possiamo tranquillamente valutare se 40$ (cioè poco più di 25€) sono troppi o sono giusti per un software che è oggettivamente bellissimo e intelligente ma che possiamo usare solo parzialmente.

Nel dubbio, meglio metterle Delicious Library alla prova. Qui si scarica la versione demo, che non cataloga più di 25 pezzi, ma per il resto fa tutto. Se vi è piaciuto, qui è spiegato come comprarne una licenza definitiva (che toglie il tetto dei 25 oggetti), pagando 40$.
Valutate voi: io ci sto riflettendo. Tutto sommato ho così tanti CD da poter giustificare la spesa, però che noia toglierli tutti dalle mensole…

Daje Torino! In diretta oggi dalle 21 e 15 alle 24

May 7th, 2008 § 4 comments § permalink

E tanto per cambiare ecco Casa Torino nuovamente in diretta dalle 21 e 15 alle 24, dopo una settimana di sosta. In studio, come sempre, Giorgio Valletta (il blogger che migliorò, migliora e migliorerà i vostri ascolti musicali) e il sottoscritto (quello che ve li peggiora linkando brani anni Settanta dei Ricchi e Poveri).

Se siete nel Nord Ovest ci potete ascoltare via etere su chissà quale frequenza (cercatela, è una delle radio più ascoltate: so che a Torino sono gli ormai proverbiali 91.2 in FM).

Se, invece, non siete nel Nord Ovest o preferite guardarci oltre che ascoltarci, potete collegarvi al nostro streaming e oltre alla radio vi beccate pure la mia faccia mentre trasmetto (faccio smorfie orribili: siate gentili e dimenticatele). E durante i passaggi pubblicitari potete godervi (?) il cazzeggio fuori-onda.

C’è pure una chat con cui potete interagire con noi, ma soprattutto tra voi (vale flirtare, si sappia). Tanto se richiedete di brani non ve li mettiamo: è il minimo, dopo aver ascoltato i vostri Muxtape, cribbio! 🙂

Per guardarci (e sentirci) , fate un bel click qui http://www.ustream.tv/channel/casatorino.

Ricordatevi di registrarvi su www.ustream.tv se volete parlare in chat e non risultare utenti anonimi.

 

Due blogger via etere (e via rete) – stasera Casa Torino, dalle 21 a mezzanotte

April 23rd, 2008 § 5 comments § permalink

E’ mercoledì, quindi stasera preparatevi alle consuete 3 ore di Casa Torino, condotto nientemeno che da Giorgio Valletta (l’uomo che con i suoi podcast ha migliorato gli ascolti musicali di mezza blogosfera) e Enrico Sola, cioè io (l’uomo che ha peggiorato ulteriormente gli ascolti musicali dell’altra metà).

Gil ingredienti: cazzeggio creativo, musica fresca da Londra, invettive, flirt, ego-trip, bullismo musicale e gavettoni mediatici fuorionda (devo ancora capire cosa significhi ma mi piace l’espressione a priori).

Se siete nel ridente (…) Nord Ovest neoberlusconiano capita che ci possiate ascoltare via etere e trovate le frequenze su www.radiocentro95.it. Se siete a Torino, siamo sui 91.2 Mhz in FM.

Se, invece, siete online ci trovate su http://www.ustream.tv/channel/casatorino e se vi va ci guardate/ascoltate in streaming audio/video.

C’è pure una frequentatissima chat in cui potete interagire con noi e tra voi e che nei fuorionda (cioè quando c’è la pubblicità in radio, che vi risparmiamo) fa storia a sè. E sì potete richiedere pure dei brani, tanto non li mettiamo e vi dileggiamo pubblicamente per i vostri gusti musicali.

Un consiglio: registratevi su www.ustream.tv. Ci mettete 10 secondi perché non vi chiede praticamente nulla e potete entrare in chat in modo non anonimo.  

Accorrete numerosi, portate un’amica.

Ah, se siete di Torino o se siete a Torino passate pure a trovarci in radio, basta che mi mandate una mail a suzukimaruti@gmail.com: siamo in Via Druento 98 a Venaria (in verità assolutamente a Torino: a 200 metri dal Delle Alpi).

Little Boots: la mia musa del momento

April 10th, 2008 § 15 comments § permalink

Da queste parti ci si esercita a far scoppiare piccole mode di nicchia: cose carbonare, per pochi aficionados, tanto per non morire di noia in questi giorni tristi.

La mia musa del momento, tanto per cambiare in arrivo da un’intuizione di Giorgio Valletta, è Little Boots, ragazzina inglese (di Blackpool, per la precisione, che è come nascere all’Aquafan di Riccione quando è nuvoloso) improvvisatasi one-man band e capace di produrre un pezzo immenso come “Stuck On Repeat“, classico quattroquarti digitalissimo con voce femminile, a metà tra “Fine Day” degli Opus III, “I Feel Love” e qualche drittone da disco di provincia.
Un pezzo che si ferma giusto un millimetro prima di diventare tamarro. Bellissimo. E ancora più bello e struggente se lo ascoltate in versione acustica, suonata da lei in pigiama nella sua cameretta (solo abbiate un po’ di pietà per il pigiama). 

Il bello è che il piccolo genio dietro questo pezzo è una ragazza (e carina, by the way, sul genre Dolcenera) che nel tempo libero riempie il suo canale di YouTube di suoi cazzeggi musicali, francamente uno più curioso dell’altro. Per dire, la sua cover di “Wearing My Rolex” di Wiley (qui l’originale) spacca.
Ma pure la sua esecuzione in mutande di “What Is Love” di Haddaway (nonsense tamarrissimo degli anni Novanta più commerciali) ha un suo perché.

Cioè, nel caso di Little Boots è palese che siamo un passo più in là rispetto al cazzeggio amatoriale su YouTube, non fosse altro perché le cover sguaiate dei suoi video sono belle, divertenti, arrangiate in modo originale e raramente banali (cosa ne sa una ragazzina degli Human League?).

Cioè, la figliola ha talento. E qualcuno se n’è accorto, visto che pare che il suo pezzo sia stato prodotto nientemeno che dagli Hot Chip.
Intanto io mi sono abbonato al suo canale di YouTube, ma oltre ai suoi video di cazzeggio musicale resto in attesa di qualche sua uscita discografica. Intanto non meravigliamoci se “Stuck On Repeat” inizia a girare pure in radio e nei club. E’ un pezzo da 3 di mattina e “hands in the air!”. Quindi su le mani! 

 

Anche stasera Casa Torino in diretta

April 9th, 2008 § 5 comments § permalink

Dalle 21 e 15 fino a mezzanotte siamo in diretta, come al solito, sui 91.2 di Radio Centro (e se state in Piemonte su mille altre frequenze che non so: ci sentite ovunque tranne che a Biella).

Se, invece, siete sul Web, ci ascoltate e guardate direttamente qui: http://www.ustream.tv/channel/casatorino

C’è pure la chat con cui interagire con noi. Ricordatevi di registrarvi su www.ustream.tv se volete accedere alla chat in modo non-anonimo.

Promettiamo di maltrattarvi in diretta se ci fate richieste musicali imbarazzanti. Parlerò male di vostri muxtape, tra l’altro 🙂

Per chi vuole passare in studio, Strada Druento 98, Venaria. Dalle 21 alle 24 le nostre porte sono aperte.

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