La volta che compro un disco originale. Willie Wright – “Telling The Truth”

April 6th, 2011 § 0 comments § permalink

Nel lontano 2004, quando i blog si portavano vivi, scrivevo sul mio vetusto angolino su Splinder questo post qui.

Per chi non ha voglia di leggersi una mia ingenua tirata dell’epoca, ecco un’altrettanto ingenua tirata, aggiornata ai giorni nostri: su una compilation di vecchi brani soul firmata da Keb Darge mi aveva colpito molto una cover di “Right On For The Darkness” di Curtis Mayfield (qui trovate l’originale), fatta da un tale Willie Wright presumibilmente negli anni Settanta.

Era, caso raro (e rarissimo se si tratta di Curtis Mayfield, che è dio o giù di lì) una cover migliore dell’originale: era meno prodotta e suonava più cruda, avendo eliminato gli archi a favore di un flautino funky, ma aveva più groove e soprattutto era cantata da una voce nera profonda, più simile a Gil Scott-Heron o a Terry Callier che al perenne falsetto di zio Curtis.

Per anni (e su queste cose ho una pervicacia che va ben oltre le soglie della stupidità) ho cercato informazioni su Willie Wright. Risultato: niente. Nel 2004, visto che nel rutilante mondo dei blogger si trovavano un bel po’ di interessati alle cose di musica, avevo chiesto in Rete. Risultato: nada. Ho proseguito la ricerca online anno dopo anno. Nulla.

Un disastro, insomma. O forse la dimostrazione che, anche se ti piazzano su una compilation firmata da un mostro sacro del dj-ing revivalista, se non sei online non esisti.

E infatti il povero Willie Wright è rimasto un talentuosissimo fantasma per circa 40 anni. Fino a qualche settimana fa.

Il merito è tutto della Numero Group, una casa discografica di Chicago che fa un lavoro meraviglioso: spolvera vecchie gemme dimenticate dai più e le ripubblica in tutti i formati a beneficio di chi pensa che anni e anni di superficialità musicale ci hanno fatto perdere un sacco di cose bellissime.

Quegli adorabili archeologi della Numero Group – che immagino perennemente ricoperti di polvere a furia di scavare tra i dischi dimenticati in cantina di mezzo mondo – hanno ripescato chissà dove una delle 1000 copie di “Telling The Truth“, primo e unico album di Willie Wright (se si esclude un altrettanto introvabile disco autoprodotto e auto-distribuito di cover), e l’hanno ristampata su CD, vinile e mp3 (l’album si trova pure su iTunes), a beneficio di tutti quelli che per anni hanno infestato Google di ricerche col suo nome, solo per vedersi trasportati dai risultati su forum in cui ci si chiedeva a vicenda “Ma chi è Willie Wright?”.

E’ bastato pubblicare il disco, scrivere un po’ di note biografiche sul blog della casa discografica (sì, hanno anche un blog) ed è successo l’inimmaginabile: una recensione entusiastica su Pitchfork, decine di altre recensioni in giro in cui i giornalisti sostanzialmente si chiedono “dio mio, ma come abbiamo fatto a perderci un disco così?”, rivalutazioni a posteriori e, addirittura, la scoperta che Will Wright è vivo, lotta insieme a noi (e contro il Parkinson) e a 71 anni si appresta a registrare il suo secondo album.

La vera scoperta, per me, è accorgermi che Willie Wright non è un cantante soul, nonostante il pezzo che me lo ha fatto conoscere fosse una cover di Curtis Mayfield.
Esistono – rarissime – nella storia della musica americana oscure ibridazioni tra musica bianchissima e musica nera. Un esempio su tutti: i Rotary Connection, curioso mix tra una band rock bianco con venature hippy e una vocalist nera che aveva 5 ottave di estensione vocale e sarebbe diventata famosa qualche anno dopo per questo (e per questo, causa yogurt muller e cover filologica dei 4 Hero).

Ecco, Willie Wright è uno di quei rari casi di cantante black “fuori posto”. Infatti, pur essendo dotato di una voce soul, ha passato i suoi anni migliori suonando nei locali folk del Greenwich Village, più a suo agio con gente tipo Tim Buckley, con cui girava, che con i musicisti black & soul.

Voce soul, (tantissime) chitarre folk, tracce di groove inevitabile, ritmo, flauto funk (che suonava lui stesso) e pure testi intelligenti: un mix davvero strano. Qualcuno l’ha definito una specie di Lou Rawls alle prese con Astral Weeks di Van Morrison (e mi piace la balzana coincidenza che il povero Jeff Buckley avesse in repertorio una cover tutta sua di “The Way Young Lovers Do”) e l’effetto è proprio quello: la dimostrazione che, almeno in musica, è possibile sommare mele e pere. E il risultato è bellissimo.

Le epigone della casa del vino

November 12th, 2009 § 8 comments § permalink

Bisognerebbe abolire la parola “mitico” dal vocabolario. Anzi, forse direttamente dalla mentalità nazionale, perché basta il solo concetto a fare danni mostruosi.

Intendiamoci, sono danni musicali, quindi niente di così grave se le cose con cui vi riempite le orecchie sono di scarsa rilevanza nella vostra vita. Però se siete tra quelli che “fanno caso” alla musica state quasi sicuramente subendo l’effetto “mitico”.

Guardiamo le classifiche: sono un fiorire di vecchie glorie, raccoltone, ristampe, venerati maestri, giganti del rock, pezzi da novanta. Tutto è mitico, all’insegna dell’ “ah, come eravamo”, dalle raccolte di rumenta anni Ottanta (i mitici anni Ottanta) alle autocelebrazioni di Ligabue (che è uno che sull’industria del “ah, quanto eravamo mitici noi col nostro maggiolone cabriolet sfatto ma piaceva tanto a lei” ci ha fatto una fortuna), alle raffiche di “best of…” dell’Artista Indiscutibile di turno, possibilmente sopra la cinquantina o, meglio ancora, inesorabilmente morto.

Sono cose di cui scrive meravigliosamente ogni settimana su Macchianera, con solerzia elvetica, l’ineffabile Paolo Madeddu nella sua rubrica The Classifica, quindi vi lascio nelle sue mani se volete farvi del male guardando cosa diavolo comprano i nostri compaesani nei negozi di dischi (che poi, a giudicare da certa roba in classifica, mi sorge il dubbio che la gente alla fine compri i dischi all’autogrill, per disperazione), anche perché tutta questa fatica a scrivere dell’italico approccio mitico al mercato discografico è funzionale a parlare d’altro.

Mi spiego. Tra le migliaia di cariatidi, carampane e cari estinti più o meno meritevoli di mitizzazione, una delle poche figure non stantie che hanno sfondato discograficamente in Italia è Amy Winehouse.

Ok, dimentichiamoci che per molti vale come una pre-morta, viste le acrobazie che fa fare alla sua esistenza (che poi, a dirla tutta, gente come Iggy Pop e Keith Richards in passato hanno fatto di peggio senza che nessuno si agitasse così tanto, eh) e concentriamoci sul fatto che Amy Winehouse è uno dei pochi artisti capace di vendere agli italiani due copie dello stesso disco. Prima quella normale e poi quella deluxe con un tot di inediti e di canzoni aggiuntive. E tutti giù a comprare.

Insomma, qui in Italia la nanerottola tatuata con la cofana alla Moira Orfei e la voce virata a seppia piace. E piace pure tanto. Non che piaccia solo qui, visto che il suo successo è un fenomeno globale, ma è un po’ come i telefonini: vendono tanto ovunque ma qui ne andiamo matti. Vai a capire perché.

La cosa divertente è che piace solo Amy Winehouse, non il sound alla Winehouse. Cioè, lei esclusa, il british soul in Italia non vende una mazza. E dire che ci hanno provato a piazzarci prima Adele e poi, con più insistenza e un singolo azzeccato, Duffy. Tra l’altro sono cantanti con una qual certa credibilità musicale e non tristi imitatrici.

Però niente. Mi sa che qui in Italia piace più il fenomeno che il suono. Ed è un peccato, perché – fiutata la gallina autodistruttiva dalle uova d’oro – i discografici si sono buttati alla ricerca di tutto ciò che suona vagamente winehousiano e fanculo al personaggio. E hanno trovato qualcosa di interessante.

Può darsi che vi venga da ridere, ma una delle winehouserie più interessanti arriva dall’Australia. Lo so, lo so: il concetto di “soul australiano” è significativo tanto quanto “polka congolese”, ma che ci posso fare se i Cooking On Three Burners sono deliziosi e, tra una winehousata e l’altra, si prendono pure il lusso di una cover vagamente exotica di Cars di Gary Numan?

Non è che questa band con un nome balengo salti fuori dal nulla. Cioè, è gente che suona dal 2000 e se vi fate un giro sul Web li trovate pure sorridenti in una session con i Dap Kings, cioè il gruppo che accompagna Sharon Jones (che è una che canta alla Winehouse da prima della Winehouse ) e che ha pure accompagnato per un po’ la stessa Winehouse, tanto per confondere le cose e rendere ancora più illeggibile questa frase.

Credo che l’ultima volta che mi sono preso bene per qualcosa di musicale proveniente dall’Australia ci fosse ancora il muro di Berlino o forse era cascato da poco. Però, in un’epoca globalizzata, ci sta pure che un pezzo di british soul arrivi da “down under”. Alla fine stanno pure loro nel Commonwealth, no?

Where Am I?

You are currently browsing the musica category at Suzukimaruti.