Radio, uragani e doppi sensi – un reportage sonoro dalle Bahamas

August 30th, 2014 § Comments Off on Radio, uragani e doppi sensi – un reportage sonoro dalle Bahamas § permalink

Visto che i tanti parlano (in questo caso bene, trattandosi di quel vecchio cuore granata di Carlo Bordone) del ventennale del brit-pop, non c’è modo migliore di celebrarlo che parlare d’altro, evitando di ricordare quell’epoca in cui ci si emozionava perché ci era arrivato in mail order il 12″ del singolo di “Some Might Say“, d’estate si girava mezza Riccione per cercare giacca della tuta Fila identica a quella che indossava Damon Albarn nel video di “Boys and Girls” (per poi scoprire che dopo 5 minuti che la si indossava si rischiava la morte per iperidrosi toracica) e durante l’anno erano obbligatorie varie tappe a Londra a ravanare tra i dischi in Berwick Street.

Quindi piazziamo due decenni e un oceano tra noi e i ricordi brit e parliamo della musica che si ascolta alle Bahamas, perché a modo suo è interessante e perché ero in viaggio da quelle parti. Enfasi su “a modo suo”.

Il fatto è questo: la musica tradizionale bahamiana, apprezzata da tutti su quelle isole pigre e felici, è una specie di calypso iper-accelerato, elementare e cantato in inglese. Il problema sono i testi.
Dopo un paio di giorni in cui abbiamo voluto illuderci di essere noi a non capire bene l’inglese caraibico (parlano tutti come Desmond di Lost!), ci siamo dovuti arrendere: il top della musica bahamiana, ascoltato da tutti e suonato ovunque, è Leone di Lernia*.
Ok, non proprio lui, ma il suo omologo locale.

Mentre sei lì che bevi una birra bahamiana e aspetti – un paio d’ore, ché sull’isola sono lenti – il tuo piatto di conch fritto o qualcos’altro di fritto (sono pure sempre un paese del Commonwealth: dio strabenedica gli inglesi!), la radio solitamente pompa a volume 11 canzoni che sembrano filastrocche per bambini sotto speed. E tutte – ma tutte tutte – parlano di sesso, con la finezza dialettica di Alvaro Vitali. Peraltro in un paese dove la donna media supera il quintale di peso.

Mi spiego: il brano più noto dell’artista più famoso delle Bahamas, Ronnie Butler (una vera e propria istituzione, per i locali), è un medley tra due canzoni.
La prima, “Drive It Home”, è la storia di un tizio che si accoppia con una donna apparentemente insaziabile e conta le volte di fila che la possiede. Finalmente, all’undicesimo round – dopo un momento thriller al decimo, in cui ha un lieve ehm calo di performance – la signora capisce “devi per forza essere un bahamiano”.
Il pezzo enumera tutte le performance in ordine sequenziale e si ferma alla dodicesima. E temo che alle Bahamas lo usino come canzoncina per insegnare i numeri ai bambini, visto che la sanno tutti a memoria.

La seconda, mixata perfettamente con la prima, si intitola “Who Put The Pepper In The Vaseline” ed è la storia di due gay morosi che, oltre a non pagare l’affitto, non danno una lira alla cameriera. E questa per vendetta gli mette il pepe nella vaselina. Disperati, i due amanti chiamano la polizia che, durante un’investigazione notturna, verrà coinvolta nel ménage con tanto di poliziotto con “pepper in his mouth”.
Il brano, in pieno stile omofobo importato dalla vicina Jamaica, è tutto un fiorire di falsetti quando parlano i gay, espressioni tipo “sissy” e doppi sensi ben oltre l’esplicito.
Tanto per non lasciare dubbi, l’intero medley ha il titolo “Bungy On Fire”, che vuol dire “didietro infuocato”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=bBeR8ony6Xg

In un paio d’ore, quindi, è normalissimo ascoltare canzoni su un povero giardiniere bahamiano costretto a emigrare in Jamaica e bagnare col suo lungo idrante le aiuole alle facoltose signore ivi presenti (con sorpresa finale in cui il marito di una signora chiede anche lui un po’ di innaffiamento allo sventurato emigrante bahamiano), pezzi dedicati al conch (che è un molluscone che si mangia in buona parte dei caraibi, prelevato da una conchiglia enorme) del genere “beccati sta conchiglia” e altre lepidezze da ritrovo di ex commilitoni al quinto giro di grappa. Curioso non abbiano ancora scoperto gli assoli ruttati, ma conto su un’evoluzione al più presto in quel senso.

In compenso la radio bahamiana dà vibrazioni meno pecorecce. Anzi, è stato un piacere scorrazzare su e giù per l’isola in cui eravamo spiaggiati ascoltando – rigorosamente in AM – Radio Bahamas, perché la sua programmazione musicale è fatta in gran parte da vecchi brani ska, rocksteady, calypso e reggae soulful e ben pochi suoni bahamiani. Niente di più recente del 1980 e tutto probabilmente su vinile, a giudicare dal fruscio. Un paradiso, per chi ama Desmond Dekker, Stanley Beckford, Horace Andy e simili. Sembrava Radio Nova di notte, senza gli stacchetti in francese.

Il profluvio di vibrazioni positive e vintage era interrotto periodicamente dalla speaker locale che, a seconda dei casi, raccontava una barzelletta, leggeva i necrologi isola per isola o lanciava gli allerta meteo, ché lì è stagione di uragani.
Quindi tu sei lì che ascolti un pezzo anni Sessanta di Alton Ellis e d’improvviso la canzone viene interrotta a metà e parte un messaggio pre-registrato del tipo “Osservatorio climatico delle Bahamas: la tempesta tropicale Cristobal è presente in zona e sta per arrivare sulle isole X, Y, Z. Tutti i natanti in zona devono rientrare in porto, le persone devono allontanarsi dal mare e dalle situazioni di pericolo e dalle fonti di elettricità. Se avete bisogno di rifugio, non riparatevi in acqua o sotto gli alberi, ma raggiungete il rifugio più vicino. I rifugi aperti oggi sono, per l’isola X la chiesa Taldeitali, la chiesa di Tiziocaio e la chiesa di Sempronio”.

E tu, nel mentre, sei lì che un po’ speri che riparta il pezzo di Alton Ellis e soprattutto che la speaker non nomini la tua isola, anche perché in caso di tempesta tropicale ti ritroveresti a fare il figo coi bahamiani “E tu queste due gocce le chiami tempesta tropicale?  A’ regazzì, qui ci siamo fatti l’estate 2014 in Italia, noi sì che sappiamo cos’è la vera pioggia”.

 

PS. Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere su The Barefoot Man, uomo dalle mille vite, nato bavarese, naturalizzato americano e ora caso raro di intrattenitore-musicista nomade-caraibico bianco, noto per suonare classici bahamiani (tra cui “Who Put The Pepper In The Vaseline”), sue composizioni sospese tra l’humour e il demenziale, canzonacce piene di doppi sensi e, quando gli gira, tirate politiche sugli Stati Uniti, Bush, Cheney e Clinton e pezzi più seri. Il tutto condito con un sito interamente in comic-sans (in cui la home si chiama “cabana”), copertine di album simil-Fausto Papetti o decorate con clip-art di Word come il Post Sotto L’albero e, pare, un seguito di fan agguerritissimi in mezzo mondo.
In effetti non è possibile non apprezzare il suo mood da europeo convertito in isolano preso bene, che strimpella una chitarra sotto una palma in riva al mare, con al suo fianco un bicchierone di Bahama Mama (che è un cocktail che non ha una ricetta precisa: basta che ci siano 4 tipi di alcolici diversi e della roba dolce e ci si aggiusta) e discetta con la stessa serietà di tanga, di Viagra e di politica militare. Altro che tristi tropici: è uno che non ha nessun timore a fare una cover di Sloop John B, cambiarle il testo e intitolarla “Gay Cruise Ship Song“.

 

 

* Ripensandoci, sono stato ingiusto con Leone di Lernia: per quanto non brilli in finezza, non è mai stato così tanto volgare. Diciamo che il modello nostrano per la musica bahamiana potrebbe essere Gianni Drudi.

Qui caschi bene – pignolerie musicali di un daftpunkiano cisalpino

May 24th, 2013 § 2 comments § permalink

Premessa: chi scrive è così perversamente fan dei Daft Punk da meravigliarsi ogni giorno che non citofoni un corriere recante un casco pieno di lumini accompagnato da un biglietto:

“Enrico, già ci eri stato simpatico quella volta che in una discoteca torinese sei rimasto in pista da solo all’alba e, ipnotizzato dalla tua ombra, hai ballato per tutti i 6 minuti di  “Alive” spazientendo gli amici che volevano tanto tornare a casa. Poi ci siamo accorti che ci ami così tanto da esserti guardato tutto Electroma restando sveglio e senza fare fast-forward. Come ringraziamento ecco il tuo casco: parti con noi – o chi per noi – in tour a far finta di suonare sul piramidone.

Poi, visto che siamo praticamente coetanei, se ti va, venite tu e la tua fidanzata a vivere nel ranch di Thomas: invecchieremo insieme e da anziani passeremo il tempo a ricordare i vecchi tempi seduti su qualche daft panchina di Beverly Hills.

A presto!

Tuoi, 

Thomas, Guy-Manuel”.

 

In quanto fan irragionevole del duo mi risento moltissimo se, come accade spesso, il verbo daftpunkiano è distorto, compreso male, tagliato con l’accetta. Quindi è facile immaginare lo sconforto e l’irritazione in questi giorni in cui tutti – da Brava Casa all’Informatore Cartolibrario – si sono sentiti in dovere di scrivere qualcosa sul nuovo album dei nostri beniamini.

Scrivere “i Daft Punk scoprono la disco music” (che poi è il sunto del 99% degli stupitissimi – con la t – articoli su Random Access Memories usciti negli ultimi giorni) è l’equivalente musicale di offrire al mondo una breaking news del tipo “Casadei scopre il liscio”.

 

Il fatto è che noi vestali del sacro fuoco daftpunkiano sappiamo benissimo che i due sono in overdose da disco fin dalla prima nota del loro primo pezzo. E se non si è sordi o giornalisti musicali di un quotidiano qualsiasi in Italia, basta un paio di orecchie per rendersene conto.
Certo, non ci aspettiamo che chi scrive di musica sui quotidiani – umanità disperata che normalmente deve riempire mezze pagine di interviste a Nek o riferisce di concerti di Dylan nel 2013 come se fossero rilevanti – abbia ascoltato Homework.

 

E non ci aspettiamo che su Homework abbiano ascoltato quel pezzo geniale che è “Teachers” , caso raro di esplicito brano-manifesto (mi vengono giusto in mente, prima di loro, “Ghetto Shout Out” di Parris Mitchell  o l’intro del primo album degli LFO) in cui quei due signori col casco perennemente in testa elencano tutti i maestri che hanno ispirato il loro stile.

 

Quel pezzo (che tra parentesi si è meritato una parodia che adoro) spiega tutto: il testo non è altro che un elenco di nomi di dj/produttori/musicisti e non è un caso se più di metà delle persone citate hanno combinato qualcosa di musicalmente rilevante ritoccando, pasticciando, modificando, astraendo, campionando, filtrando la disco music. Ognuno col suo stile, beninteso, ma tutti o quasi partendo dalla disco come spunto.

 

FAMOLO DISCO

Random Access Memories è in linea con quel manifesto estetico.

La differenza di sound tangibile rispetto agli altri album è che progressivamente i Daft Punk sono passati dal “fare le cose con i suoni della disco” (trasformandola in mille cose: house, techno, esperimenti di g-funk, electro, AOR, easy listening, ballatone, mazzatone drammatiche, ecc.) al “fare proprio la disco in tutte le sue salse e derivazioni”, finendo con l’approdare in territori che proprio disco non sono (tipo l’AOR), ma sono lì a pochi passi.

 

Insomma, negli album prima si sono occupati di derivati della disco music (dico “disco music” in senso allargatissimo, per cui i Ricchi e Poveri in Canada vengono venduti come gruppo disco-foxtrot al fianco di Sabrina [Salerno, ma lì perde il cognome] e nessuno batte ciglio), dando sfogo a tutte le loro altre anime.

 

Fateci caso: quella colonna portante della musica degli anni Novanta che è Homework non è altro che un infierire a colpi di filtri, risonanze house – erano gli anni Novanta, eh –  e distorsioni su suoni alla Gino Soccio (e non inventavano niente: ci avevano già pensato gli Yello), funk e altre vecchie cose da balera. E l’unico pezzo sotto i 120 bpm, cioè “Da Funk“, resta gioiosamente in campo disco, pur avendo (mancate) intenzioni hip hop, se si pensa che la sua inconfondibile rullata è un campionamento di Barry White.

 

E Discovery, fin dal titolo, altro non era che un calembour lungo e ripetuto sulle derive della disco (tra cui, intendiamoci, c’è la house) – incluse quelle imbarazzanti, ché un pezzo di “rosco” così tamarro (traduzione per voi giovani: è quel sottogenere di disco music che è anche un po’ rock, di cui tutti conoscono “I Was Made For Loving You” dei Kiss) da indossatori di fascette di spugna e polsini come “Aerodynamic” non lo si sentiva dai tempi di “Rockin’rolling Disco King” di Paul Sabu).

 

Poi, ok, c’è Human After All che è l’album meno compreso dei Daft Punk. I due – immagino causa semi-mutismo da casco – non sono esattamente bravi a spiegarsi. Quello che sfugge ai più è che è una sorta di improvvisazione in studio: due settimane e via, cimentandosi sostanzialmente con gli stessi 2 o 3 banchi di suoni. Il fatto che un disco il cui mixing è durato più della composizione sia anche un concept album sul potere dei media (i cui brani, tra l’altro, dal vivo spaccano) è notevole. E ok, qui c’è meno disco nei suoni (però non poca nei campionamenti, a guardare bene). Ma consideriamolo un caso a parte.

La realtà è che in Random Access Memories non succede nulla di nuovo e inatteso, alla luce della storia daftpunkiana raccontata finora.

Non c’è nemmeno da meravigliarsi per gli ospiti, visto che Nile Rodgers è stato associato ai Daft Punk un millisecondo dopo che il primo recensore ha ascoltato la linea di basso di “Around The World” e ha pensato agli Chic. Ma c’è la seria impressione che il buon Nile fosse uno che girava per casa Bangalter da qualche decennio, visto che secoli fa produceva Sheila & B. Devotion, duo – toh, disco – di cui il babbo di Thomas Bangalter era autore.  Sì, perché finora è stato lasciato da parte quel trascurabile dettaglio per cui il padre di uno dei due indossatori di caschi è una delle menti dietro il successo di gente come gli Ottawan e i Gibson Brothers (quindi risparmiatemi un post e non fate le facce stupite se il prossimo album dei Daft Punk suona improvvisamente disco-latin o contiene un remix del Pipppero, ok?).

Vale più o meno lo stesso discorso – immagino, però, senza che Thomas lo chiami zio – per Giorgio Moroder. Ricordo perfettamente le critiche che piovevano nel 1997 da parte di vetusti rocchettari – immagino futuri bersaniani – alle prese col mio ragionevole entusiasmo riguardo Homework: traditore, questa è merda alla Moroder. Nel loro avere torto, avevano ragione: il Cavaliere del lavoro che più si rispetta da queste parti è prima di tutto un’ispirazione e un modello per i Daft Punk, poi anche un ospite (e merda dillo a tua sorella).

 

DJSCO UNCHAINED

Qualcuno, tuttavia, si dispiace: “non è un album d’avanguardia”, “non inventa nulla”, “non è moderno”, eccetera. Tutto vero.

Mettiamola così: ci sono album che allargano i confini di quello che chiamiamo musica: inventano sonorità, spostano un po’ più in là la soglia dell’udibile, creano il prototipo di un genere, associano cose che prima stavano distanti anni luce, eccetera. Non è questo il caso.

Esistono, però, dischi che (ri)propongono con esiti felici un genere musicale già esistente a un pubblico che, per varie ragioni (anagrafiche, culturali, ecc.) gli era ostile o indifferente. Per dirla brutta, esistono dischi che “sdoganano” un sound.

Random Access Memories fa questo con la disco e le sue propaggini. E vende un disco inesorabilmente “di genere”  anche e soprattutto a un pubblico impensabile per quei suoni lì: noi fighetti bianchi del clubbing contemporaneo europeo, i ventenni di oggi (per cui il revival non è la disco, ma le Spice Girls o Kylie Minogue – quella già carampaneggiante di Can’t Get You Out Of My Head, non la sbarbina degli esordi), tutti quelli che non ubriachi a capodanno dicono “che schifo la disco” e declinano il trenino.

 

Se uno ci pensa bene, i Daft Punk fanno con la “musica di genere” ciò che Tarantino fa da tempo col cinema di serie B: recuperano e nobilitano (coi fatti  – non a tavolino e a freddo, alla Goffredo Fofi) un prodotto culturale che ai suoi tempi non aveva diritto a sedersi al tavolo dei grandi, pur vendendo molto. E lo fanno uscire dal ghetto del cult e del guilty pleasure, trasformandolo in prodotto di massa. Geni, in questo, sia come musicisti, sia come comunicatori.
Il risultato, peraltro, funziona. Fate partire “Get Lucky” in ufficio e contate il numero di persone che battono il tempo col piedino, schioccano le dita o – se lavorate in posti informali – si dirigono in sala riunioni ancheggiando. Alla fine è dance music o giù di lì: se fa così, vuol dire che funziona. In barba a i musoni che la snobbavano e al famoso popolo di Internet che – tra una molestia a un VIP e l’altra – intellettualizza una pura e semplice questione di “shut up and dance”.

 

A conferma che è un piatto che va servito freddo, nel 2013 – con qualche decennio di attesa – si consuma la vendetta della disco music sulle masse non danzanti, signori.
E i vendicatori – come richiede la tradizione – sono mascherati.

Il mio regalo di Natale: un mixtape per nottambuli

December 24th, 2012 § Comments Off on Il mio regalo di Natale: un mixtape per nottambuli § permalink

Non amando troppo i regali in occasioni formali, quest’anno il dono per chi insiste a leggere questo blog è un mixtape.
Sì, una cassetta audio di una volta con sopra una compilation. Quelle che si facevano alle ragazze e che ora non si fanno più.

Consideratela una specie di “Back To Mine“, anzi per essere precisi una versione personale di “Late Night Tales” (per i non pratici: una serie di compilation in cui alcuni musicisti componevano la loro playlist notturna ideale in piena libertà, fregandosene di generi, anni, coerenza, eccetera).

Infatti ha senso se ascoltate questo mixtape in piena notte, meglio se comodi.

Come tutti i mix che faccio, anche quelli notturni, inizia tranquillo e si agita progressivamente. Sì, esattamente il contrario di quello che ci si aspetta da una compilation per nottambuli, ma chi l’ha detto che il fine della notte sia addormentarsi? E’ mixata ma non è affatto per ballare. Anzi, ha senso se la ascoltate comodi sul divano con in mano un bel drink (se vi fate le canne, ci sono 3 o 4 pezzi ad hoc), magari pronti a fare occasionalmente due salti verso la fine.

La potete scaricare o ascoltare in streaming qui: dura poco più di una cassetta da 46 e spero vi piaccia.

Dovrei anche scrivere una tracklist, ma lo faccio domani. Oppure non lo faccio affatto. Tanto quello che conta è la musica e alla peggio c’è Shazam.

Buona notte (di Natale e non solo). E Auguri, whatever.

I feel love – lato B (aka – la pagina della Sfinge)

May 18th, 2012 § 2 comments § permalink

C’è un momento in cui la realtà si rivela bifronte, spesso di fronte a uno specchio. E funziona benissimo nella narrazione. Ricordate REDRUM?

Bifronte: qualcosa che, guardato in senso inverso, rivela un nuovo senso, come la parola “arco”, che letta al contrario diventa “ocra”.

Un giorno Chris Cunningham (uno che dalla frequentazione di Aphex Twin deve aver imparato molto) legge al contrario “I Feel Love” di Donna Summer. No, non la suona al rovescio alla ricerca di messaggi satanici (poco probabili, ché lei era molto religiosa). La “pratica” esteticamente al contrario: toglie tutta l’elettronica, annulla il ritmo, cancella la voce e ne tiene solo i riverberi più lontani. E amplifica questi ultimi, li moltiplica fino a creare droni, risonanze, modulazioni ad anello.

Prima c’era la geometria perfetta: numeri perfetti nello spazio siderale e un amore – ai limiti dell’orgasmo – inevitabilmente cantato a (e da) un robot.
Ora c’è solo il riverbero lontano di un ansimo, il rumore del vento, suoni che vengono da lontano, amplificati come in un tunnel. La certezza dell’elettronica modulare è svanita. Resta solo l’inquietudine di voci che si manifestano in modo imprevedibile, senza un’origine chiara e definita: il più classico degli elementi perturbanti che, si sa, passano inevitabilmente dall’orecchio. Dopo la programmazione, la rivelazione.

Prima c’era la donna-robot, il cyborg che esprime amore e contemporaneamente si muove a scatti, la dialettica cultura-natura.
Ora i fiori, a perdita d’occhio, colorati dal tramonto e travolti dal vento tra le mani di una donna-fiore in estasi.

Incidentalmente è la pubblicità di un profumo (per me la più bella di sempre). Riportandoci a terra – anzi nella terra – raffigura un sogno: un altro mondo astratto, senza numeri, senza matematica, senza elettronica.

In qualsiasi senso la si prenda, “I Feel Love”, per astrazione geometrica o per sogno iper-analogico, porta verso mondi impossibili.
Sembra un bifronte, ma è un palindromo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=v3KXWUvvjo8

I feel love – lato A (aka – i duri non ballano, quindi io sì)

May 18th, 2012 § Comments Off on I feel love – lato A (aka – i duri non ballano, quindi io sì) § permalink

D’improvviso amavo la geometria. E la matematica. Addirittura le frazioni.

Batteva il quattro quarti. E io capivo ogni quarto, ogni colpo, lo sentivo nelle gambe, nella testa, nelle braccia. E comprendevo la geometria, il rapporto numerico tra le forme, le lunghezze, i pattern, le sequenze che diventano sistema, il sistema che evolve in flusso, il flusso che trascina e ingloba.

Era la bellezza dei numeri, il trionfo armonico e ritmico delle cose esatte. La perfezione, la scienza, i robot, lo spazio, il futuro.

Amavo il rumore, le distorsioni, l’eccitazione del suono in modelli sporchi, sbavati, erratici. Mi piacevano l’improvvisazione, la fuga, la deriva, l’imprevedibilità, la sorpresa. Non poteva piacermi quella costruzione perfetta, squadrata, stratificata, ingegneristica, puramente elettronica.

Il groove viene dal corpo, che è imperfetto per natura, mi dicevo, non posso essere affascinato da questa cantilena modulare, dove la melodia e il ritmo sono algoritmi, dove non c’è spazio per l’errore, dove si programma, non si suona. E’ più bello e interessante il mondo reale o una sua simulazione fatta col Lego? Mi dovevo arrendere: in quel momento mi piaceva – da morire – il mondo astratto. Ogni suo mattoncino.

Ero in crisi: quella passione metteva in discussione un’estetica d’istinto di cui andavo anche un po’ fiero: hey ho, let’s go, sudore, amplificatori, chitarre, feedback, rumore (in)controllato. E soprattutto rendeva ridicolo un mio proclama, eletto a stile di vita: io non ballo.

Dopo un minuto – a 14 anni – ballavo per la prima volta in vita mia.

Non ho più smesso.

httpv://www.youtube.com/watch?v=9AaVqj0i0d8

Iniziamo l’anno con una cosa figa (cioè, che piace a me e che magari potrebbe pure piacere ad altri)

January 13th, 2012 § 1 comment § permalink

EmmeBi ha dettato la linea: iniziamo il 2012 con una cosa figa (sul suo blog sono già 2 ma direi che l’abbondanza in questo caso non è un problema).

Mi unisco volentieri allo slancio di condivisione, anche perché giusto in questi giorni mi è capitato di incappare in qualcosa di musicale che non vedevo l’ora di condividere prima che i Maya ci obblighino a sentire musica latinoamericana in loop nei secoli dei secoli nel loro aldilà.

Potrà sembrare incredibile, ma è musica italiana.
Ok, non italiana nel senso che intendiamo comunemente. E’ un vecchio pezzo italo-disco (per i non informati sulla musica: il genere sintetico post-discomusic tutto italiano dei primi anni Ottanta, da sempre fonte di gemme musicali per chi ha voglia di ravanare tra i 45 giri o direttamente nei ricordi di infanzie in riviera tra un gelato Toseroni e le 3 ore di attesa inevitabili accanto a un juke-box prima di poter fare il bagno)

Il pezzo si chiama “Mind Games” e lo suonano i Jojo (sigla dietro cui si celano 3 cognomi italianissimi). Uscì all’epoca – 1982 – per la Disc8, label piuttosto fortunata dell’epoca.
A me piace molto la versione strumentale, sintetica, calda, con un giro di synth che ti fa battere il piede. E anche quella vocal ha un suo perché.
Sarà una fissa mia o una nostalgia per le notti magiche del 1982 (che, avendo 8 anni, finivano verso le 21 e 30), ma ho il pezzo in loop da ore.

httpv://www.youtube.com/watch?v=i2R_2fwoh5M

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=GDSgabReQT4

In un’epoca in cui la colonna sonora plasticosa di Drive piace quasi più del film e il pop sintetico che flirta con la dance sembra tornare in voga, iniziamo il countdown in attesa che qualcuno tipo Todd Terje si svegli, ne faccia un re-edit come capitò con Camino del Sol e riempia le piste di gente che balla (fortunatamente) un po’ più piano del solito.

La volta che compro un disco originale. Willie Wright – “Telling The Truth”

April 6th, 2011 § Comments Off on La volta che compro un disco originale. Willie Wright – “Telling The Truth” § permalink

Nel lontano 2004, quando i blog si portavano vivi, scrivevo sul mio vetusto angolino su Splinder questo post qui.

Per chi non ha voglia di leggersi una mia ingenua tirata dell’epoca, ecco un’altrettanto ingenua tirata, aggiornata ai giorni nostri: su una compilation di vecchi brani soul firmata da Keb Darge mi aveva colpito molto una cover di “Right On For The Darkness” di Curtis Mayfield (qui trovate l’originale), fatta da un tale Willie Wright presumibilmente negli anni Settanta.

httpv://www.youtube.com/watch?v=uNZK5IxvnMs

Era, caso raro (e rarissimo se si tratta di Curtis Mayfield, che è dio o giù di lì) una cover migliore dell’originale: era meno prodotta e suonava più cruda, avendo eliminato gli archi a favore di un flautino funky, ma aveva più groove e soprattutto era cantata da una voce nera profonda, più simile a Gil Scott-Heron o a Terry Callier che al perenne falsetto di zio Curtis.

Per anni (e su queste cose ho una pervicacia che va ben oltre le soglie della stupidità) ho cercato informazioni su Willie Wright. Risultato: niente. Nel 2004, visto che nel rutilante mondo dei blogger si trovavano un bel po’ di interessati alle cose di musica, avevo chiesto in Rete. Risultato: nada. Ho proseguito la ricerca online anno dopo anno. Nulla.

Un disastro, insomma. O forse la dimostrazione che, anche se ti piazzano su una compilation firmata da un mostro sacro del dj-ing revivalista, se non sei online non esisti.

E infatti il povero Willie Wright è rimasto un talentuosissimo fantasma per circa 40 anni. Fino a qualche settimana fa.

Il merito è tutto della Numero Group, una casa discografica di Chicago che fa un lavoro meraviglioso: spolvera vecchie gemme dimenticate dai più e le ripubblica in tutti i formati a beneficio di chi pensa che anni e anni di superficialità musicale ci hanno fatto perdere un sacco di cose bellissime.

Quegli adorabili archeologi della Numero Group – che immagino perennemente ricoperti di polvere a furia di scavare tra i dischi dimenticati in cantina di mezzo mondo – hanno ripescato chissà dove una delle 1000 copie di “Telling The Truth“, primo e unico album di Willie Wright (se si esclude un altrettanto introvabile disco autoprodotto e auto-distribuito di cover), e l’hanno ristampata su CD, vinile e mp3 (l’album si trova pure su iTunes), a beneficio di tutti quelli che per anni hanno infestato Google di ricerche col suo nome, solo per vedersi trasportati dai risultati su forum in cui ci si chiedeva a vicenda “Ma chi è Willie Wright?”.

E’ bastato pubblicare il disco, scrivere un po’ di note biografiche sul blog della casa discografica (sì, hanno anche un blog) ed è successo l’inimmaginabile: una recensione entusiastica su Pitchfork, decine di altre recensioni in giro in cui i giornalisti sostanzialmente si chiedono “dio mio, ma come abbiamo fatto a perderci un disco così?”, rivalutazioni a posteriori e, addirittura, la scoperta che Will Wright è vivo, lotta insieme a noi (e contro il Parkinson) e a 71 anni si appresta a registrare il suo secondo album.

La vera scoperta, per me, è accorgermi che Willie Wright non è un cantante soul, nonostante il pezzo che me lo ha fatto conoscere fosse una cover di Curtis Mayfield.
Esistono – rarissime – nella storia della musica americana oscure ibridazioni tra musica bianchissima e musica nera. Un esempio su tutti: i Rotary Connection, curioso mix tra una band rock bianco con venature hippy e una vocalist nera che aveva 5 ottave di estensione vocale e sarebbe diventata famosa qualche anno dopo per questo (e per questo, causa yogurt muller e cover filologica dei 4 Hero).

Ecco, Willie Wright è uno di quei rari casi di cantante black “fuori posto”. Infatti, pur essendo dotato di una voce soul, ha passato i suoi anni migliori suonando nei locali folk del Greenwich Village, più a suo agio con gente tipo Tim Buckley, con cui girava, che con i musicisti black & soul.

Voce soul, (tantissime) chitarre folk, tracce di groove inevitabile, ritmo, flauto funk (che suonava lui stesso) e pure testi intelligenti: un mix davvero strano. Qualcuno l’ha definito una specie di Lou Rawls alle prese con Astral Weeks di Van Morrison (e mi piace la balzana coincidenza che il povero Jeff Buckley avesse in repertorio una cover tutta sua di “The Way Young Lovers Do”) e l’effetto è proprio quello: la dimostrazione che, almeno in musica, è possibile sommare mele e pere. E il risultato è bellissimo.

Le epigone della casa del vino

November 12th, 2009 § 8 comments § permalink

Bisognerebbe abolire la parola “mitico” dal vocabolario. Anzi, forse direttamente dalla mentalità nazionale, perché basta il solo concetto a fare danni mostruosi.

Intendiamoci, sono danni musicali, quindi niente di così grave se le cose con cui vi riempite le orecchie sono di scarsa rilevanza nella vostra vita. Però se siete tra quelli che “fanno caso” alla musica state quasi sicuramente subendo l’effetto “mitico”.

Guardiamo le classifiche: sono un fiorire di vecchie glorie, raccoltone, ristampe, venerati maestri, giganti del rock, pezzi da novanta. Tutto è mitico, all’insegna dell’ “ah, come eravamo”, dalle raccolte di rumenta anni Ottanta (i mitici anni Ottanta) alle autocelebrazioni di Ligabue (che è uno che sull’industria del “ah, quanto eravamo mitici noi col nostro maggiolone cabriolet sfatto ma piaceva tanto a lei” ci ha fatto una fortuna), alle raffiche di “best of…” dell’Artista Indiscutibile di turno, possibilmente sopra la cinquantina o, meglio ancora, inesorabilmente morto.

Sono cose di cui scrive meravigliosamente ogni settimana su Macchianera, con solerzia elvetica, l’ineffabile Paolo Madeddu nella sua rubrica The Classifica, quindi vi lascio nelle sue mani se volete farvi del male guardando cosa diavolo comprano i nostri compaesani nei negozi di dischi (che poi, a giudicare da certa roba in classifica, mi sorge il dubbio che la gente alla fine compri i dischi all’autogrill, per disperazione), anche perché tutta questa fatica a scrivere dell’italico approccio mitico al mercato discografico è funzionale a parlare d’altro.

Mi spiego. Tra le migliaia di cariatidi, carampane e cari estinti più o meno meritevoli di mitizzazione, una delle poche figure non stantie che hanno sfondato discograficamente in Italia è Amy Winehouse.

Ok, dimentichiamoci che per molti vale come una pre-morta, viste le acrobazie che fa fare alla sua esistenza (che poi, a dirla tutta, gente come Iggy Pop e Keith Richards in passato hanno fatto di peggio senza che nessuno si agitasse così tanto, eh) e concentriamoci sul fatto che Amy Winehouse è uno dei pochi artisti capace di vendere agli italiani due copie dello stesso disco. Prima quella normale e poi quella deluxe con un tot di inediti e di canzoni aggiuntive. E tutti giù a comprare.

Insomma, qui in Italia la nanerottola tatuata con la cofana alla Moira Orfei e la voce virata a seppia piace. E piace pure tanto. Non che piaccia solo qui, visto che il suo successo è un fenomeno globale, ma è un po’ come i telefonini: vendono tanto ovunque ma qui ne andiamo matti. Vai a capire perché.

La cosa divertente è che piace solo Amy Winehouse, non il sound alla Winehouse. Cioè, lei esclusa, il british soul in Italia non vende una mazza. E dire che ci hanno provato a piazzarci prima Adele e poi, con più insistenza e un singolo azzeccato, Duffy. Tra l’altro sono cantanti con una qual certa credibilità musicale e non tristi imitatrici.

Però niente. Mi sa che qui in Italia piace più il fenomeno che il suono. Ed è un peccato, perché – fiutata la gallina autodistruttiva dalle uova d’oro – i discografici si sono buttati alla ricerca di tutto ciò che suona vagamente winehousiano e fanculo al personaggio. E hanno trovato qualcosa di interessante.

Può darsi che vi venga da ridere, ma una delle winehouserie più interessanti arriva dall’Australia. Lo so, lo so: il concetto di “soul australiano” è significativo tanto quanto “polka congolese”, ma che ci posso fare se i Cooking On Three Burners sono deliziosi e, tra una winehousata e l’altra, si prendono pure il lusso di una cover vagamente exotica di Cars di Gary Numan?

Non è che questa band con un nome balengo salti fuori dal nulla. Cioè, è gente che suona dal 2000 e se vi fate un giro sul Web li trovate pure sorridenti in una session con i Dap Kings, cioè il gruppo che accompagna Sharon Jones (che è una che canta alla Winehouse da prima della Winehouse ) e che ha pure accompagnato per un po’ la stessa Winehouse, tanto per confondere le cose e rendere ancora più illeggibile questa frase.

Credo che l’ultima volta che mi sono preso bene per qualcosa di musicale proveniente dall’Australia ci fosse ancora il muro di Berlino o forse era cascato da poco. Però, in un’epoca globalizzata, ci sta pure che un pezzo di british soul arrivi da “down under”. Alla fine stanno pure loro nel Commonwealth, no?

Intro the groove: riflessioni spezzettate sul prodotto musicale (finora) più interessante del 2009

March 5th, 2009 § 27 comments § permalink

Nel desolante panorama radiofonico nostrano l’unica ancora di salvezza è rivolgersi all’estero, tanto c’è la Rete. E se non c’è la Rete c’è il satellite. Insomma, ci si aggiusta. 
Già sapete che qui si ha una passione sperticata per Radio Nova, che personalmente considero la migliore radio al mondo per programmazione musicale, creatrice di uno stile tutto suo e senza pari, declinato in decine di compilation bellissime.

L’altra grande passione radiofonica, condivisa con tanti amanti della musica, è Radio One della BBC, che di fatto è la bibbia per chiunque segua la musica anglosassone in tutte le sue incarnazioni. E’ la radio da ascoltare, insomma, per essere informati su cosa succede nel mondo della musica, ovviamente con largo anticipo sul resto del mondo. 

Circa un mese fa, per la precisione il 2 febbraio, la trasmissione di Rob Da Bank su Radio One ha ospitato i Soulwax che, per i non informati musicalmente, sono un duo che ha riportato il Belgio sulla mappa dell’elettronica cool europea dopo anni di latitanza (può sembrare strano, ma c’era un periodo in cui il Belgio era una delle capitali della musica elettronica mondiale) e, soprattutto, ha sdoganato commercialmente l’arte del mashup, cioè l’ibridamento tra brani musicali fatto di collage, sovrapposizioni, ecc. 

Il 2 febbraio si sono presentati ai microfoni della BBC con un’idea notevole: fare un’ora intera di mix composta da soli intro di canzoni. E in 60 minuti di mix ne hanno messi ben 420, intitolando tutto “Introversy”.

Mi spiego meglio: in 3600 secondi questi signori hanno messo 420 inizi di canzoni di ogni epoca, non limitandosi a piazzarli uno dietro l’altro, ma facendone un mix creativo, bellissimo.

Se volete godervi l’ora mixata più intelligente del 2009, potete scaricare il file direttamente qui e la tracklist è qui (su 420 brani è facile perdere il segno, quindi conviene seguirla con attenzione).

Se fino a qualche tempo fa la massima avanguardia musicale generata dalla diffusione di massa dei computer e dei software “per suonare” era la cultura del mashup, il mix di 420 intro di quei diavolacci dei Soulwax sposta la frontiera un po’ più in là.

Sì, perché al di là di uno dei mix più originali mai ascoltati (se la gioca col mitico mix di Fatboy Slim fatto tutto di dischi suonati alla velocità sbagliata), i 60 minuti dei Soulwax sono un perfetto manifesto sul concetto di invenzione e di produzione culturale nel 2009.

E’ opinione diffusa che nel mondo globalizzato e iperconnesso nessuno inventa più nulla: per quanto uno si sforzi ad inventare qualcosa, nel 99% dei casi qualcuno l’ha già fatto prima e meglio. 
In generale nell’arte del djing e più in particolare nel caso di “Introversy”, la creatività non sta nella produzione di materiale, ma nel suo uso o, meglio ancora, nel suo assemblaggio creativo. 
E’ la vittoria, per necessità o per volontà?, del “come” sul “cosa”, uno spostamento di focus che, in altre forme artistiche, è avvenuto da decenni, almeno nelle avanguardie.

Di mezzo c’è la cultura “Blob”, per cui non poca parte del divertimento portato dal mix è dato dall’accostamento tra i vari intro: si percepisce un’intelligenza divertita, che a volte associa i pezzi per titolo, altre volte per pura somiglianza sonora o per contrasto, o per genere.  

Volendo, “Introversy” è anche un bel gioco dalle parti del marketing: le modalità di costruzione e presentazione di un oggetto ne diventano il principale veicolo comunicativo portando all’estremo il concetto per cui qualsiasi esecuzione musicale è contemporaneamente oggetto ed “evento”.

Intellettualizzazioni a parte, è innegabile il fatto che il mix di 60 minuti prodotto dai Soulwax sia qualcosa di musicalmente notevole, perché di fatto è una raccolta eclettica di citazioni musicali (si spazia da sconosciuti produttori di kraut rock a “Primavera/Stop Bajon” di Tullio de Piscopo, passando per Celentano, i MGMT, la peggior disco canadese e i Rolling Stones) in cui tutti prima o poi si ritrovano.

Come molta arte contemporanea e di massa, i 60 minuti dei Soulwax sono anche un’opera aperta”. Di fatto c’è chi può limitarsi al puro intrattenimento: è una bella ora, tiratissima, mixata in modo divertito e divertente, che si può perfino quasi ballare, se si è disposti a cambiare spesso ritmo :-). Gli appassionati di musica con propensione alle attività scacciafiga possono anche divertirsi a riconoscere i singoli intro (ho fatto giusto un viaggio Torino-Milano con Giorgio Valletta, pompando a volume 11 il mix e giocando ad “indovina l’intro”, ovviamente ricorrendo alla tracklist nei casi impossibili) e gustarsi le decine di ammiccamenti, inside jokes, ecc. che i due belgi meno noiosi del pianeta hanno prodotto.
E i blogger in vena di menate possono produrre un bel po’ di intellettualizzazioni, perché tanto sono sì e no al ventesimo ascolto in meno di un mese.

Certo è che un mix così, fatto tutto di parti di canzone, anzi di una sola parte, frantuma ancora di più il concetto di musica nel 2009. Insomma, fino a qualche tempo fa era ancora forte in noi la cultura dell’album, cioè dell’opera completa, su un supporto fisico, con una durata specifica e un mercato ben definito. Poi ci è scoppiato tra le mani il boom della musica digitale e il concetto di album, spiace dirlo, ma è in lento declino: ha molto più senso l’idea di playlist, soprattutto in un’epoca in cui ormai i brani si comprano singolarmente, come decenni fa si faceva con le sigarette. 

I Soulwax – ok, per gioco – fanno ancora di più: spezzano perfino l’unità del brano, ne scelgono un pezzo – l’inizio – e ne esaltano le caratteristiche (ed è bellissimo notare come l’intro di un brano possa essere un manifesto di quello che verrà dopo o una deviazione completa, un depistaggio, un contrasto, una citazione, una trappola, ecc.), compiendo un’operazione di iper-selezione e moltiplicazione che era avvenuta giusto col primo hip-hop, quello che ancora si faceva con pochi soldi, 2 giradischi ed un microfono, andando alla ricerca dei break ritmici da mettere in loop per costruire le basi.

Se già mi piacevano i Soulwax (e mi piacevano già tanto: date un’occhiata al loro sito ufficiale, che è composto incredibilmente di loop multimediali in sequenza, usando per una volta Flash in maniera intelligente), beh ora mi piacciono ancora di più. E dire che non c’è una singola nota, in quei 60 minuti di mix, che sia stata prodotta da loro. Se non è post-post-post moderno questo…

Ukulele is the new cowbell

January 15th, 2009 § 10 comments § permalink

Da queste parti le infatuazioni musicali sono come i fidanzamenti e sono tutti colpi di fulmine. In sostanza tu sei lì bello tranquillo che fai la tua vita e d’improvviso entra nei tuoi giorni una “lei” che ti scombussola tutto, che ti getta nel mare, ti viene a a salvare, ecc.

E tu reagisci di conseguenza, la presenti agli amici, la ami appassionatamente per giorni e poi scopri che – musicalmente (perché nella vita reale le tue dinamiche sono ben altre) – sei una brutta persona, perché la lasci non appena il destino te ne porge un’altra e non è detto che sia necessariamente migliore. Basta che sia diversa. 

La vecchia musa di prima non è che sparisce: viene relegata giustamente al ruolo di revival e suonata sempre preceduta da un “ti ricordi?”.

L’ultima infatuazione musicale di cui si ha traccia da queste parti è Little Boots. Temo lo ricordiate tutti perché ho vagamente insistito nel propinarla a tutti. Ora la ragazzina è famosa, è lanciatissima e sta giustamente raccogliendo il successo che, pochi, carbonari e pionieri, le tributavamo quando “Stuck On Repeat” era solo un mp3 che girava per la Rete.

Ora che la storia con Little Boots è finita (ci sentiamo ancora ogni tanto, cioè io sento lei se il lettore mp3 mi fa la grazia), ecco la mia nuova musa. Tutto il contrario di quella vecchia. Come passare da una bruna ad una bionda, da una introversa ad un’estroversa, ecc. 

Lei si chiama Danielle, ma artisticamente la conoscono tutti (…) come Danielle Ate The Sandwich. E ha una caratteristica che balza subito all’occhio: è bellissima, ma di una bellezza per solutori più che abili, che richiede di provare ad immaginare la donna che si cela sotto gli occhiali, sotto gli abiti dimessi e sotto il look volutamente da sfigatona. 

Se esiste una versione musicale di Liz Lemon/Tina Fey, Danielle è la candidata numero uno. Niente balletti alla moda, niente look da strafiga, niente pose da diva e modernità elettroniche da classifica. La ragazza sforna un folk che è esagerato definire minimale.

Forse fa la musica più ombelicale al mondo, la più casalinga, la più intima possibile. Il tutto con un’ironia, una leggerezza calviniana e una malcelata consapevolezza naif per cui “goffo” e “carino” possono a volte essere un binomio killer se si tratta di colpire un uomo al cuore o alle orecchie. Se spennellate il tutto con l’ironia consapevole con cui condisce le sue performance, con le mezze risate che provoca, con la consapevolezza che traspare negli ammiccamenti dei suoi video, capirete perché Danielle Ate The Sandwich è lì sul piedistallo come musa del momento.

D’altronde cosa pensare di una chanteuse che produce una cover di “Dream A Little Dream Of Me” e, invece che fare le moine da vamp, pensa bene di cantarla accompagnandosi con un ukulele, usando come luci di scena nientemeno che il lumino del suo frigorifero di casa?

Ecco, l’ukulele. Parliamone. Per anni ho pensato che fosse uno strumento puramente etnico o un orrido souvenir per turisti alla ricerca di tropici un po’ meno tristi del solito. Poi ho scoperto che esiste un network sotterraneo di ukulele-addicted, che non indulge in noiosità etno, ma usa la simpatica e non arboriana chitarrina per produrre musica occidentale, moderna, con un suono un po’ alieno e un po’ giocattoloso. Potrà sembrare strano detto da uno che considera la Roland 303 il più grande strumento mai costruito, ma la cosa funziona. 

Non a caso Danielle ha un canale di YouTube che è tra i più visti in assoluto (cosa notevole su Internet per una ragazza vestita), ha un album in uscita, un MySpace frequentatissimo e va in tour per gli Stati Uniti di locale in locale, pare con altre sparring partner armate di ukulele con uno spettacolo chiamato “Hey, look! We play tiny things!”

Ma non sono solo la bizzarria e il look da sfigata che la sera del ballo di fine anno si rivela come la più bella della classe a fare di Danielle la mia musa del momento. Il fatto è che la figliola ha un gusto delizioso per le scelte musicali delle sue cover (ripescare “Rich Girl” di Hall & Oates è da applausi a priori, soprattutto se lo si fa tenendo in primo piano la copertina del relativo vinile) e, quando si tratta di produrre canzoni sue, uno stile unico nello scrivere i testi.

Personalmente impazzisco per “Ode to Optophobia“, che è la canzone d’amore contemporaneamente più goffa e più intensa che abbia mai ascoltato in vita mia: un loop circolare mono-accordo in cui una ragazza si dichiara disposta a tutto (e non c’è una singola allusione sessuale in questo) pur di avere l’uomo dei suoi sogni. E chiude – scatenando l’effetto carineria ai massimi livelli – dicendo “…se (mi rispondi) di sì, ci vediamo domattina, se è no, ritenterò domani”, d’altronde

when obsessed by a man what is a girl to do
than dress-up cardboard cutouts and pretend that they are you

In un mondo ragionevole su  questo verso tutti i non duri di cuore si dovrebbero sciogliere miseramente, ma si sa che le avversità di questi anni ci hanno un po’ incattiviti, quindi al limite ci inteneriamo, ma è già un bel segno.

Quel che resta, alla fine, è una musa che – da quando Beck lo ha giustamente gettato per fare altro e pure bene – si prende di diritto lo scettro di loser e se lo tiene lì, accanto all’ukulele, ricordandoci che le ragazze con gli occhiali continuano ad essere inesorabilmente le migliori.

Where Am I?

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