La Vénus d’argent du radiateur

March 30th, 2008 § 9 comments § permalink

La tv francese negli anni Settanta doveva essere qualcosa di straordinario, non so se nel bene o nel male.

Fatto sta che nel 1971 hanno prodotto un mega-special su Serge Gainsbourg, di quelli a metà tra fiction e one-man-show, coi video fatti in studio, ecc.. Sì, da noi li fanno fare a gente del calibro di Panariello e Celentano, lo so.

Il risultato è contemporaneamente – ecco perché Gainsbourg è divino nei suoi ossimori – sublime e terribile e lo dimostra il video di “Melody”, che riesce contemporaneamente ad essere:

– una delle mie 10 canzoni da isola deserta, anche se tecnicamente non è che il porcone canti (e visto che l’hanno coverizzata lasciandola praticamente immutata, credo lo sia anche di Beck e di David Holmes)

– una poesia futurista sull’automobile che Marinetti se la sogna

– la migliore pubblicità possibile per la Rolls-Royce; fossi stato il loro capo marketing all’epoca, avrei venduto l’anima di tutto il reparto per far scrivere del mio logo:

Prince des ténèbres, archange maudit,
Amazone modern’ style que le sculpteur,
En anglais, surnomma Spirit of Ecstasy

– una cosa di pessimo gusto (cioè, davvero, lei che fa l’angelo della Rolls è TROPPO)

– una cosa meravigliosa (cioè, davvero, lei che fa l’angelo della Rolls è TROPPO)

– una cosa davvero romantica (e se non vi sembra romantica la storia di un ubriaco che mette sotto con la sua Rolls una ciclista e da lì nasce una liason, significa che non credete all’amore per caso; tanto vale trasferirsi in India e combinare un matrimonio o comprarsi una moglie filippina per posta)

We who are not as others*

March 25th, 2008 § 41 comments § permalink

Sì sì, parlate pure male del partito-monolite e del partito-chioccia. Parlate pure male del centralismo democratico, dei comitati centrali, della seriosità filosovietica.

Poi però vi beccate questo.

E già me lo vedo Giancarlo Pajetta che si rigira nella tomba gridando “Ve l’avevo detto io!”.

Ai tempi del PCI un’operazione simile sarebbe finita con un bel processone politico, una lettera indignata ai “compagni della federazione di Milano”, un sano commissariamento della suddetta e una polemica culturale contro i giovani su Rinascita. E niente viaggio in delegazione sull’Oder per i colpevoli di tale affronto.
Per certe cose era meglio quando c’erano gli Squallor c’era il PCI.

Poi se proprio dobbiamo entrare nel merito del video, altro che Pajetta.

Passi l’operazione “simpatia”, ma almeno evitate che il testo del brano faccia cagare, con passaggi tipo “per l’Italia che ancor s’innamora”, al cui confronto l’inno di Forza Italia è un pezzo del De Andrè più criptico.
E magari evitate tutte quelle facce da fighetto milanese nel video (ma questo è un problema mio, lo so).

Mi va benissimo che facciamo gli anticonformisti e i simpatici, visto che per anni abbiamo ascoltato i peggiori dischi di Fossati all’indietro perché non li ritenevamo abbastanza tristi e noiosi per il nostro umore umano e politico, ma se iniziamo a comportarci da berlusconiani (il berlusconismo non è essere di destra, ma è quel misto di facce da pubblicità progresso anni Ottanta, i sorrisi finto-simpatici, il testo volutamente cazzone, l’abuso cialtrone della parola “amore”, ecc.) allora mi agito.

Ma dev’essere proprio capitato qualcosa di brutto a sinistra e il declino estetico era nell’aria. Mi ero, infatti, già spaventato guardando l’ultimo spot della Coop, che anni fa si faceva dirigere le pubblicità da Woody Allen e ora si presenta al pubblico con un’orrida cover di “Si può dare di più” e un video che sembra quello di “Amico è” di Dario Baldan Bembo.

Eppure non è che a sinistra manchino i creativi, i musicisti, i fresconi. Invece no, si è fatto tutto in casa. E non c’è niente di più triste di gente vecchia mentalmente che cerca di sembrare ggggiovane. Un po’ come quando i tuoi genitori cercano di emulare il gergo giovanile e fanno una pena pazzesca.

Ci sono diversi infiniti di differenza tra l’essere più informali e funky e il fare i trenini in crociera cantanto “L’unico frutto dell’amor è la banana”.

Cazzo, mi va bene tutto. Trangugio per amor di patria perfino la Binetti e Bobba candidati nel PD, ma mi sono sempre cullato nell’illusione che tra “noi” e “loro” c’è sempre stata una marcatissima ed insanabile frattura estetica: loro sono di cattivo gusto, anzi loro sono IL cattivo gusto e noi no.

E’ l’ultimo paletto “polare” che mi resta. Se salta pure quello, siamo finiti.

 

* Il titolo è preso da un pezzo da “Two Pages” dei 4 Hero di cui non ho voglia di caricare l’mp3. Se proprio vi punge vaghezza di ascoltarlo, qui trovate il remix dei Jazzanova (che peraltro lo rende più accessibile).

Hanno la faccia come Katia Noventa – parte 3 – AKA Fiamma contro fiamma

March 12th, 2008 § 27 comments § permalink

Vabbè, il PDL candida Giuseppe Ciarrapico, che riesce contemporaneamente ad essere un vecchio squalo della politica italiana, con una fedina penale “lunga così”, ex  ultrà democristiano andreottiano, ai ferri corti con gran parte del centrodestra del Lazio, tanto che gente tipo Tajani ha un bel po’ di querele a suo danno e Fini gli alzerebbe le mani, se non fosse troppo impegnato a ripulire le cucine ad Arcore.
E, alle soglie degli ottant’anni, è un perfetto rappresentante della Prima Repubblica, quella dei traffici all’ombra dello scudo crociato, molto unopuntozero.

Ah, sì, è pure dichiaratamente fascista, ma francamente è il meno.
Ha ragione Veltroni a dire che tra tutti gli schifi possibili, il suo essere nostalgico della dittatura, dell’olio di ricino e delle violenze arbitrarie di stato in fondo in fondo è il meno, rispetto a tutto il resto. E impallidisce di fronte alle motivazioni grette e utilitaristiche per cui è stato candidato in persona da Berlusconi.

Insomma, un vecchio nostalgico impresentabile e rozzo non fa certo paura, a modo suo è disgustosamente folkloristico, come un frate favarone.
Spaventano molto di più il pensiero e la cultura politica e umana di chi lo ha candidato. E poi si lamentano che in queste elezioni l’astensionismo di destra è alle stelle…

C’è qualcuno, però, a cui la natura fascista di Ciarrapico e la sua nostalgia per il regime di Mussolini ha dato più fastidio di altri: Fiamma Nirenstein.

Per chi non la conosce, Fiamma Nirenstein è una giornalista (prima a La Stampa, poi a Il Giornale) che da anni racconta i fatti che avvengono in Medio Oriente con una caratteristica distintiva: è, unica in Italia, ciecamente a supporto delle politiche più aggressive e coloniali di Israele, incluse quelle indifendibili. Insomma, un vero “falco” filocolonialista del genere “facciamoli fuori tutti, noi siamo il popolo eletto”, anche se non lo ammetterà mai (la sua via di fuga preferita è mettersi a parlare dell’Iran accusando il prossimo, come se chi critica Israele fosse automaticamente un filo-iraniano: e i tanti come me a cui stanno sull’anima entrambi i paesi a causa della loro pazza e arrogante politica guerresca?).

Curiosamente, Fiamma Nirenstein è candidata nel PDL alle imminenti elezioni politiche. E, invece di congratularsi con il suo capo Berlusconi per la candidatura di un altro fascista, si ricorda di essere ebrea e dichiara ai quattro venti “Io sono incompatibile con uno come Ciarrapico”.

Ok, facciamo finta di non avere letto per lustri i suoi articoli goduti sui blindati che distruggono le case alle vecchiette nella Striscia di Gaza o di non aver visto il suo documentario in cui i coloni israeliani costretti ad andarsene da Gaza sembravano passare per vittime. Visto che queste sono le elezioni della sfida all’inglese, prendiamola sul serio.

Bene, la signora Nirenstein dichiara di essere incompatibile, in quanto ebrea, con la candidatura di un palese fascista come Ciarrapico. Giusto, ci sta. Ebrei e fascisti non sono compatibili, teoricamente. Concordo.

Tuttavia, Ciarrapico – uno che è fascista da una vita, non uno che si è scoperto fascista oggi e se la cava con una smentita – è saldamente candidato nel PDL e non c’è modo di schiodarlo da lì. Sì, lo so che è una vergogna ma tant’è.

Quindi, visto che l’incompatibilità c’è e il fascistone Ciarrapico resta nelle liste del PDL, cosa aspetta Fiamma Nirenstein ad andarsene e a non candidarsi? Tra l’altro a parte una dichiarazioncina non si hanno più tracce di Fiamma. Che fa? Non protesta? Subisce in silenzio? 

Quanto pesano i valori e l’identità di Fiamma Nirenstein, visto che non perde occasione per sbandierarli in ogni articolo, in ogni libro o in ogni sua performance televisiva?
Pesano più o meno di un seggio sicuro in Parlamento?

Ecco un modo rapidissimo per capire la serietà di una persona e di un candidato: se non se ne va, sappiamo con chi abbiamo a che fare.

Ciarrapico? Fascista? Ma di che vi lamentate? Noi lo amiamo!

March 10th, 2008 § 32 comments § permalink

Sbagliate a prendervela con Ciarrapico, autodefinitosi fascista nel 2008 e candidato nel PDL, in nome del rinnovamento (oltre a credere in idee fresche è giovane pure lui e non è un potente, ma un esordiente della politica, un precario). Siete i soliti intolleranti. Lui è una brava persona e si merita tutto il nostro amore. 

D’altronde l’aveva detto anche Elio anni e anni fa. Lui si che è uno avanti.

  

Tutti in coro! Ti amo, ti amo Ciarrapico!

La memoria selettiva del Vaticano

March 7th, 2008 § 7 comments § permalink

Ennesima tirata psichedelica del Papa contro il positivismo, il razionalismo e – toh – la sociologia.

E vabbè, manco fosse una novità.

Però c’è un pezzo nuovo ed è un passaggio sulla storia. Dice il Papa che uno dei sintomi del razionalismo/positivismo è il “disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione delle scienze storiche“.

E poi aggiunge:

Dove sono attive queste forze ideologiche, la ricerca storica e l’insegnamento della storia all’universita’ e nelle scuole di ogni livello e grado vengono trascurati.

Cio’ produce una societa’ che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non e’ piu’ in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale societa’ si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica. Il pericolo cresce in misura sempre maggiore a causa dell’eccessiva enfasi data alla storia contemporanea“.

Eeeeh?

Dunque, se non ho capito male il Papa se la prende coi razionalisti/positivisti (che ormai suonano tipo il “complotto demo-giudo-pluto-massonico”) perché a sua detta non valorizzano abbastanza lo studio della storia.

E già qui mi scatta la perplessità. Per quanto ne so, con un po’ di Università alle spalle, i dipartimenti di Storia sono tra i luoghi dove si annidano più laici, razionalisti, ecc. Forse ho frequentato i dipartimenti sbagliati, vai a capire.

La chicca, ovviamente, è l’attacco alla storia contemporanea. Il Papa vuole che studiamo più storia, ma non quella contemporanea. Perché?

Forse perché è quella che, per sua natura, ci permette di capire meglio la distinzione tra bene e male? Forse perché nel Novecento la Chiesa fa una figura orribile, viste le connivenze col fascismo e col nazismo? Forse perché il Novecento è il secolo delle ideologie? (in verità lo sarebbe l’Ottocento, ma vaglielo a spiegare).

Mi diverte molto questa idea che la Chiesa ci dica (ed è molto condivisibile, essendo un vecchio slogan della Sinistra Giovanile) che “chi non ha memoria non ha futuro”.
Però mi inquieta molto che la Chiesa si metta a dettare classifiche di cosa dobbiamo ricordare e cosa no.

Chissà quali pezzi di storia preferisce. Non certo l’evoluzionismo e in generale la preistoria, che per la Chiesa teoricamente non dovrebbero esistere. E poi quei pagani pre-cristiani, mezzi nudi e idolatri, meglio evitarli soprattutto ora che non c’è più la scusa del Limbo in cui piazzarli.
Dal Settecento in poi meglio evitare tutto, tra illuminismo, rivoluzione francese, razionalismo, ecc. L’Ottocento manco a parlarne, con gente come Marx in giro e episodi incresciosi come l’Unità d’Italia e la sparizione del Regno Pontificio.

Alla fine Benedetto XVI fa più in fretta a dircelo chiaramente, invece di obbligarci ad andare per esclusione: “l’unico periodo storico che ci piace è il Medioevo. Studiatevelo, perché è lì che vi vogliamo riportare.”

“Uh, sono stato al BarCamp di […]” – post precompilato

February 25th, 2008 § 24 comments § permalink

Come circa […] persone, sono stato al ([…])Camp di […].

Mi è piaciuto […], in primis perché ho potuto rivedere un bel po’ di vecchie e nuove conoscenze tipo […], ma soprattutto perché ho finalmente potuto […], con grande soddisfazione (era una vita che sognavo di farlo!). E tra l’altro non immaginavo proprio che con una Fonera si potesse […]!

E come sempre la parte più interessante, tra una unconference e l’altra, è stato il perenne interstizio di produttivo cazzeggio conviviale. Sì, proprio quello in cui Andrea Beggi […] mentre Axell e Aghenor […] sotto lo sguardo […] di Gianluca Neri, che è uno che la sa lunga. Non vi sto a dire le risate!

Certo che […] è proprio una sagoma! Non come […], che ha passato tutto il BarCamp a […] in modo autoreferenziale.

Notevole, per una volta, la presenza femminile, da sempre (escluso il FemCamp) un po’ carente ai BarCamp. Anzi, il fatto che ci fossero finalmente un po’ di sane e apprezzabili donne come […] e […] in un evento da molti bollato come for geek only ha fatto sì che si vedessero simpatiche scenette tipo Pietro Izzo che […] aiutato da SonoUnPrecario, fino a quando Vittorio Pasteris non si è spazientito e ha […] coinvolgendo l’incolpevole Ninna_r, che passava di lì twittando “[…]”.

Certo, non sono mancati i momenti di tedio mostruoso, perfino superiore a quello provato durante le unconference su Drupal, come durante la presentazione di […], con le sue slide microscopiche e il suo continuo insistere sul concetto di […]. Gli sbadigli dei presenti erano talmente frequenti che hanno alterato il microclima della sala, mettendo a repentaglio la tenuta degli stucchi sul soffitto. Meno male che Jtheo ha subito rianimato i presenti con […] mentre Samuele Silva scattava foto a raffica di […]. 

L’esperta di moda che c’è in me, volendo svolazzare verso universi più glamour, non ha potuto non apprezzare la splendida mise di […], ma anche i gingilli di tecnologici di […], invero un po’ esibizionista, ma chi non lo è tra i blogger di questi tempi?

E’ stata, insomma, una bella giornata di prove tecniche di rete tra persone, che non mancherà di farsi ricordare nelle splendide foto di […], non certo in quelle di […], che intasa Flickr di schifezze come questa […].

Il prossimo appuntamento è il 3 maggio al BarCamp di Matera, dove con Eio stiamo progettando di […] ad Estragon e Granieri e poi al Lost Camp a Savona il 17 maggio, in cui finalmente potremo vedere […] in costume da bagno, cosa che mezza blogosfera sogna […].

 

 

Per i duri di comprendonio: riempite gli spazi bianchi del modulo precompilato, segnalati con “[…]”, così fate più in fretta a bloggare su questo e sui prossimi BarCamp, perfino quelli a cui non parteciperete. Essendo blogger (e non “serissimi” giornalisti) importa che ciò che scriviamo sia vero: ci accontentiamo del verosimile.

M’illumino di tedio

February 16th, 2008 § 21 comments § permalink

Oggi non ho volutamente partecipato alla sbandieratissima iniziativa “M’illumino di meno”, quella per cui un certo giorno ad una data ora bisognerebbe ridurre i consumi energetici spegnendo quante più luci possibili.

I motivi per cui non ho partecipato sono facilmente comprensibili.

Il primo è perché non credo a questo tipo di ecologismo, cioè non credo che sia progressista e proponibile, nel 2008, abbassare la propria qualità della vita in nome dell’ambiente.

Sarà perché per anni ho fatto la doccia mezza fredda in pieno inverno (in casa si risparmiava elettricità tenendo praticamente sempre spento il boiler), sarà perché credo che un sano pensiero ecologista dovrebbe occuparsi di pensare a come farci ottenere meglio (cioè in un modo più compatibile con l’ambiente) ciò che abbiamo e non suggerirci come peggiorare la nostra vita, ma ogni volta che mi presentano iniziative del genere “abbassa la caldaia così si ricuce il buco nell’ozono”, “vai in giro in bicicletta in pieno novembre così non consumi benzina con la macchina”, “vai a dormire un’ora prima così consumi meno elettricità”, ecc. mi viene un brivido (di freddo atavico) e un desiderio enorme di premere tasti “on” fino allo sfinimento.

Il secondo motivo è la futilità del gesto. Bravi, stacchiamo la luce per un’ora e poi continuiamo a fare come prima. Un rimedio alla Tremonti, una-tantum, come le cartolarizzazioni o le domeniche “ecologiche” a piedi imposte dai comuni.

Ho troppo rispetto per le tematiche ambientali per piegarmi a contentini di questo genere. Il risparmio energetico non si fa di certo con queste iniziative paternalistiche che pretendono di educare forzosamente il cittadino facendo leva sulla sua coscienza.
Vogliamo risparmiare energia? Bene, allora detassatemi le lampadine a consumo ridotto, rendetele competitive sul mercato, fate qualcosa di strutturale per cui – grazie alla tecnologia – ogni volta che accendo la mia lampada Tolomeo ho la stessa luce ma consumo di meno. Si può fare. Fa meno notizia, non crea l’ennesima “giornata nazionale del…” e crea risparmio energetico 365 giorni all’anno.

Ma il vero motivo per cui non aderirò mai a “M’illumino di meno” è Caterpillar, la trasmissione di Radio 2 che promuove da tempo l’iniziativa.

Premetto: non solo non ho niente contro i suoi conduttori, ma li trovo simpatici, intelligenti, preparati e assolutamente capaci di fare radio in modo divertente e sono innegabilmente un loro ascoltatore.
Certo, patisco da morire la terribile musica che suonano durante la trasmissione (un misto indigeribile di ska-core, roba che sembra folk jugoslavo e pop vagamente balcanico, rigorosamente non elettrico, un po’ da centro sociale, un po’ da matrimonio zingaro: musica che ho sempre sentito solo ed esclusivamente in quella trasmissione, tanto che mi sorge il sospetto che ci sia un solo gruppo di sessionmen brianzoli in incognito che gli suona tutti i brani, tanto non li annunciano mai), ma se nel tardo pomeriggio sono in macchina mi sintonizzo sempre.

Però nei giorni precedenti a “M’illumino di meno” ascoltare Caterpillar è una tortura. Sì, perché buona parte della trasmissione è sprecata in inutili interviste a gente che chiama in radio e racconta cosa spegnerà il giorno dell’evento. Al ventesimo negoziante in 2 giorni che chiama per dire che aderisce e spegne l’insegna è facile provare istinti autodistruttivi causa tedio.

Ma la gente comune che chiama è il meno. Il tragico sono gli amministratori locali o gli amministratori delegati delle grandi imprese. Di fatto utilizzano l’evento come una sorta di passerella con cui alternativamente bullarsi via radio a livello nazionale della propria miracolosa coscienza ecologica oppure sponsorizzare luoghi, prodotti, eventi a loro cari.

Giusto oggi un amministratore locale valdostano spiegava in radio che per l’occasione avrebbe spento le luci che illuminano i castelli della Vallèe. E via con un peana sui castelli trasformatosi in un mastodontico marchettone della pro-loco. Ci mancava giusto il payoff su un tramonto sfumato sul Monte Bianco (da anni ne sogno uno “Visitate la Val d’Aosta: finalmente capirete perché i piemontesi sono terroni. – Valle d’Aosta: nonsoloCogne”) ed era perfetto.

In più mi urta il tono moraleggiante. Visto quanto è bravo il sindaco qui? Visto che gran pezzo di ecologista la presidentessa lì? Visto quanto ci tiene all’ambiente l’AD di quell’acciaieria là?

Se mi devo far fare la morale dal sindaco forzaitaliota di Soilcazzo – ridente cittadina immaginaria in provincia di Sondrio – diventato improvvisamente una bandiera dell’instant-ecologismo nonostante abbia sventrato il suo paese grazie all’ultimo condono edilizio di Berlusconi, nonostante le connivenze del suo partito con i peggiori palazzinari, nonostante i fondi tagliati ai parchi (poi hanno anche tagliato i parchi), la cementificazione delle coste, il mattone selvaggio durante il quinquennio 2001-2006, ecc. allora tanto vale farmi dare lezioni di bon ton da Mario Brega.

E meno male che l’iniziativa è gestita da quelli di Caterpillar, che tutto sommato riescono con la loro verve a rendere radiofonicamente potabile per una decina di minuti una mappazza così noiosa, ripetitiva e irrilevante per gli ascoltatori. Peccato che la cosa duri ore.

Dopo 2 settimane di escalation non se ne può più, anche perché il pubblico chiamante è prevedibile, banale, afasico. Ma tu, studentessa di Gallarate, devi proprio telefonare in radio per dire al mondo che per “M’illumino di meno” la sera dopo terrai spento il telefonino? E chi è che giudica passabile on the air una telefonata così?
Capisco ci fosse qualche chiamata notevole, tipo un camionista che dice che per l’occasione guida tutta la notte a fari spenti o una pornostar che annuncia “domani niente vibratori!”, ma salvo rarissimi casi non è così: un’iniziativa noiosa attira gente noiosa.

Poi uno per disperazione cambia canale e va a finire che casca sempre su Radio MonteCarlo 2, dove suonano per 24 ore cover lounge-brasiliane, con venature da pianobar, di pezzi improponibili (oggi ho ascoltato nell’ordine “Sweet Child O’Mine” e “Born To Be Alive”): credo sia il concetto di “musica fighetta” che hanno i più dispersi provinciali della padania profonda quando il sabato partono in massa per andare a fare la “vita” a Milano. Ed è ovviamente un genere che esiste solo in quella radio. Magari glielo suonano, in un studio diverso, gli stessi che fanno le balcanate di Caterpillar.

Però alla fine pure io ho involontariamente partecipato all’iniziativa. Quando, finito Condor, ho scoperto che non avrebbero trasmesso 610 di Lillo & Greg (sì, mi piacciono Lillo & Greg: rivendico il diritto di divertirmi con dell’umorismo da seconda elementare, giochi di parole stupidi, parolacce, ecc. Poi un bel giorno mi pentirò ed espierò autofustigandomi mentre guardo la Salomè di Carmelo Bene e ascolto Dvorak, ok? Nel mentre, lasciatemi divertire!), ma al suo posto sarebbe andata in onda una versione extended di Caterpillar dedicato a “M’illumino di meno”, ho spento la radio.

Attrazione fatale (tra aziende e blog): parliamone

February 13th, 2008 § 14 comments § permalink

Oggi ho ricevuto, come credo molti blogger, una mail da un’azienda di Search Engine Optimization che – come molte altre – sta cercando di entrare in contatto con la blogosfera visto che pare faccia gola in quanto a visibilità sui motori di ricerca, capacità di influenzare, grado di attenzione dei media, ecc.

Come capita sempre più spesso, il trekkiano primo contatto è partito con il piede sbagliato. Sul mio Tumblr, se volete, c’è la spiegazione in dettaglio, con tanto di scambio di mail.

Se, invece, volete un riassuntino rapido della questione, eccolo qua: l’azienda di Search Engine Optimization (chiamiamola ACME, per comodità e sano anonimato, visto che non è bene sputtanare il prossimo hic et nunc) sta cercando di espandere il suo organico utilizzando, se non ho capito male, i blogger come coordinatori delle proprie communities.
L’idea non è nemmeno stupida: si presume che chi gestisce e fa crescere bene un blog sia sufficientemente smaliziato con gli aspetti più “social” della Rete.

Purtroppo la comunicazione ai blogger è avvenuta nel modo peggiore: una mail generica, per di più “furbetta” e prodiga di complimenti, con cui la ACME manifestava finto interesse personale nei confronti di ciascun blog e chiedeva un contatto per una collaborazione estremamente vaga.
Sembrava, insomma, una di quelle lettere prestampate che si ricevevano una volta: “Complimenti, signor   _Rossi_  lei ha vinto, ecc.”

Lamentarsi, ogni tanto, serve. E una mia mail lagnosa, leggibile anche sul Tumblr, ha prodotto un risultato inatteso. Di norma quando ci si lamenta via blog di un’azienda ne capitano di tutti i colori. Ricordo giusto qualche tempo fa una società di hosting che inveiva contro i “radical chic” che si lamentavano dei suoi disservizi e minacciava querele, ecc.

In questo caso, invece, la cosa è andata diversamente. La ACME, sì e no dopo un’oretta, ha sorprendentemente ringraziato per la piazzata e per le critiche e ha ammesso candidamente: abbiamo sbagliato, scusateci, le intenzioni erano buone, i mezzi sicuramente no, aiutateci a capire. Mi sono sembrati sinceri e affabili. E so lo dice un torinese doc come me, per definizione permaloso e sospettoso, c’è da crederci un po’.

Mi ha sorpreso che alla ACME non abbiano cercato attenuanti, precisazioni o sotterfugi e che non si siano nascosti dietro un ufficio legale o qualche frase di circostanza. Apprezzo il candore di chi sbaglia e lo ammette, senza stare lì a fare troppe storie. Invece di spendere energie a spalmare inutilmente le colpe, usiamole per fare meglio: è un’attitudine che approvo.

Intendiamoci: i responsabili della ACME non hanno fatto nulla di mostruoso (c’è gente che in Rete fa di peggio e in modo molto più arrogante), semplicemente hanno utilizzato per la “parte abitata della Rete” un tipo di comunicazione che altrove è tollerato (nessuno si indigna più per i vari “vuoi lavorare da casa e guadagnare fino a 2400€ al mese? Chiamami e scopri come fare” o per i “Vuoi perdere peso? Chiedimi come!” che troviamo nella buca delle lettere) e che qui da noi è considerato troppo falso, poco limpido.

Ecco, a volte anche il conflitto è una forma di relazione. Soprattutto se è svolto da persone ragionevoli. Mi sono scambiato un paio di mail con la ACME e abbiamo concordato: vediamoci al BarCamp di Torino e parliamone apertamente.

L’occasione mi sembra buona, perché possiamo confrontare modi e linguaggi (quello della comunicazione classica, basato sulla persuasione, quello della Rete, basato sulla motivazione e sull’autorevolezza) e magari capire se esistono e come si misurano confini, limiti, argini e soglie della decenza e dell’integrità nel rapporto tra impresa, Rete e persone che “fanno” la Rete.

In un momento in cui tra blogger ci si scazza (esagerando, al punto che ne ride perfino il Silva*) per una copia di Vista “emersa” da un evento, mi piacerebbe che ci confrontassimo anche tra culture diverse, cioè tra i “puri” che non andrebbero mai ad un evento “marchettone”, i dialoganti/possibilisti, i supermarchettosi, gli antipubblicitari per antonomasia, quelli con la doppia vita (per dire: io sono un orrido marchettaro nella vita reale e un talebano no-sponsor sul blog e come me tanti), gli innovatori tipo Metafòra, ecc. Insomma, capiamo se il buzz-marketing è un affronto, un’opportunità, una figata.

E poi sarebbe un bel segno: per una volta un’azienda (che di solito quando approccia la blogosfera, per quanto ben intenzionata, lo fa “giocando in casa”) esce dai suoi confini soliti e si “butta” in un BarCamp (che, a giudicare da quanto sento, si preannuncia molto partecipato). Vediamo cosa ne viene fuori. Essendo ottimista, chiederò al catering di aumentare la dose di tarallucci e vino.

 

* l’espressione “il Silva” si merita l’asterico perché è una citazione da trainspotter de “L’angolo del Galeatico”, rubrica psichedelico-linguistica-goliardica di cui solo i più assidui lettori di Linus degli anni Ottanta hanno memoria

Vogliamo tutto (e subito, camerieraaaa!) – 7 giorni nel pianeta del “tuttocompreso”

February 7th, 2008 § 5 comments § permalink

Poche decine di ore fa ero in costume da bagno e facevo i tuffi a bomba in mare prendendo la rincorsa da una spiaggia bianca e ora sono in maglione mentre fuori scende dal cielo un misto neve+pioggia ben poco incoraggiante. Sono tornato dalla mia prima vacanza invernale.

Era un po’ che volevo provare l’esperienza delle ferie d’inverno. C’è gente che le fa abitualmente e ne è entusiasta. A loro detta la fuga invernale al caldo “taglia” la stagione brutta e, insomma, la primavera sembra più vicina.
Essendo un noto freddoloso e notoriamente inadatto alle latitudini europee mi ci sono buttato.

In verità l’idea era partire per il Kenya dopo l’Epifania, quando le masse di italiani rientrano perché sono finite le vacanze di Natale, ma si è ripetuto per l’ennesima volta il curioso fenomeno per cui se dichiaro che mi interessa visitare un paese, entro pochi giorni questo entra in crisi causa rivoluzioni, scazzi etnici sopiti per secoli e improvvisamente riemersi, colpi di stato, ecc. Questa curiosa occorrenza ha pure un nome: “sindrome preventiva del Che Guevara turistico”.

Annullato il viaggio in Kenya che avevamo già pagato, siamo stati costretti a ripiegare su una destinazione diversa, per di più scegliendo tra le poche alternative di cui disponeva il tour operator. E visto che alle Mauritius di questto tempo piove, alle Maldive è pieno di cumenda lombardi e non hanno senso in versione low budget e piuttosto che andare a Sharm El Sheik sono disposto a vivere una settimana in una villetta schiera in provincia di Novara (non riesco a pensare ad un luogo più triste), non ci è restata altra meta che La Repubblica Dominicana (detta anche, per sineddoche, Santo Domingo): i Caraibi dei poveri, come giustamente suggerito in un commento ad un altro post.

 

MISANTROPIA TRANSITORIA 

Per mia indole non amo il turismo di massa, patisco i villaggi turistici, l’animazione, i casermoni sulla spiaggia, i turisti rumorosi. Sì, lo so, suona estremamente snob e radical chic ma non ci posso fare niente se preferisco stare su una spiaggia isolata e silenziosa con un libro e un Nintendo DS piuttosto che essere circondato da tamarri tatuati rumorosi (e, se italiani, lamentosi) in un villaggio turistico. Rivendico il diritto alla misantropia transitoria, almeno durante le vacanze, eccheccazzo!

Mi inquietava un po’, ad essere sinceri, la prospettiva di andare a Santo Domingo. Sì, volevo fare una settimana di vacanza crassa e spensierata, visto che negli ultimi anni ho tirato un po’ troppo la corda sul lavoro e mi sono consumato un po’ (anzi, mi sono ridotto ad una chiavica), ma temevo che il tuffo nel turismo di massa all’italiana mi avrebbe immagonito e dato sui nervi ancora di più. Cioè, io al primo trenino di panzone in ciabatte griffate e accompagnatori col pizzo ossigenato che ballano la macarena aderisco istantaneamente a Ludwig e mi do agli attentati dinamitardi.

Santo Domingo, dopo Cuba (paese che mi guardo bene dal visitare fino a quando sarà una dittatura), è una delle mete preferite dagli italiani in trasferta vacanziera. Di fatto costa poco, non è lontanissima (8-9 ore di volo), non ha problemi politici o religiosi e da qualche anno si è data pesantemente al turismo, facendo spuntare albergoni qua e là come funghi.

Nell’isola che fu Hispaniola e che vide Colombo arrivare un giorno e piantare lì una bandierina in nome del Vecchio Continente convivono e confinano due estremi. Da un lato Haiti, paese invisitabile, con una situazione politica instabile e una popolazione poverissima, armata di machete e molto propensa ad usarlo. Ovviamente è un posto interessantissimo e pieno di storia e farei i salti mortali pur di girare per Port-Au-Prince e rivedermi mentalmente le scene della rivolta degli schiavi (una delle poche *vinte* dagli schiavi) che liberò il paese dal dominio coloniale europeo e dallo sfruttamento dei neri, ma mi sa che bisogna aspettare che le acque si calmino.
Dall’altro lato c’è Santo Domingo, che ha ben poco di interessante dal punto di vista storico/artistico, ma è più user-friendly. E quindi vada per Santo Domingo. Però, cavoli, uffa.

 

TUTTO COMPRESO 

A Santo Domingo nel 99% delle strutture turistiche vige una cultura precisa e, per quanto mi riguarda, inedita: l’all-inclusive.

Non è solo una formula turistica per cui i residenti nei vari alberghi (strutture macroscopiche inserite in modo più o meno aggraziato sulla spiaggia, con tanto di giardini, campi da golf, piscine, ecc.) possono mangiare e bere tutto quello che vogliono 24 ore su 24 senza vedersi presentare il conto, ma è una vera e propria filosofia di vita, sostenibile una o due settimane al massimo.

Sì, un tuffo nelle acque di Punta Cana implica anche un bel bagno negli eccessi della cultura del benessere occidentale, cioè nella – per una volta tangibile – chimera del tuttocompreso, dove tutto ti spetta di diritto e gli unici limiti alla tua voglia possono essere il buonsenso, il mal di fegato, la noia.

Vero, a casa di fatto disponiamo di un all-inclusive personale, fatto di frigoriferi e dispense straripanti, ma la sensazione di avere tutto pronto e servito 24 ore su 24 (con gente che sparecchia e cucina al posto tuo) è ben altra. E dà alla testa, se la prendi alla leggera.

 

NON SIAMO MICA GLI AMERICANI

Può sembrare un paradosso, ma i miei 7 giorni in costume da bagno a Santo Domingo a non fare niente altro che dormire, leggere, prendere il sole e fare il bagno sono stati la migliore occasione in cui toccare con mano lo stile di vita americano: un vero e proprio punto d’osservazione, sebbene in trasferta, dell’america profonda.

Lo scenario è questo:

– un hotel che è un perfetto non-luogo gigantesco, onnicomprensivo, completamente sradicato dalla realtà circostante (avrebbe potuto essere tranquillamente in un qualsiasi paese tropicale e non avrei notato la differenza), tenuta debitamente a distanza e lontano dallo sguardo da opportune siepi cancella-baracche

– una popolazione di turisti con braccialetto identificativo abbandonati completamente al proprio es, convinti che il concetto di “paradiso” (termine abusato nella comunicazione dell’offerta turistica locale e nei report felici dei turisti stessi che si leggono online) sia una perfetta e immediata corrispondenza tra volontà e voluttà 

– un panorama sostanzialmente indifferenziato, in cui un hotel vale l’altro, l’offerta è identica, gli intrattenimenti pure e perfino il cibo, salvo lievi variazioni di cui dirò dopo, è sempre lo stesso eterogeneo mix di cucina internazionale (ovviamente “abbuffé”) e astuzia ricicla-avanzi da cuochi esperti.

In un universo simile l’autenticità, l’identità, la cultura, ecc. non contano una beata mazza, al punto che mi sono fatto l’idea che il megahotel (la cui catena è di proprietà italo-spagnola) avesse ben pochi dominicani nella gestione e, anzi, la maggior parte dello staff provenisse da posti ancora più poveri di Santo Domingo, prevalentemente Haiti, ma non solo.

Contano, invece, la disponibilità di “cose” (cibo, alcolici, intrattenimento, facilities, ecc.), l’immediatezza della loro fruizione e la facilità di accesso ad esse. Tutto e subito? Ecco.

E infatti questa vacanza lampo è stata estremamente istruttiva nel mostrarmi gente che a 60 anni suonati fa – letteralmente – i capricci. E’ uno degli effetti collaterali della filosofia del tuttocompreso: dà alla testa, dopo un po’ fa perdere il controllo sulla volontà e trasforma l‘opportunità di avere quel che si desidera in diritto ad avere tutto e subito.

In questo – mi si perdoni la generalizzazione e si ricordi che sono uno dei pochi “sinistri” da sempre filoamericano – non posso che ammettere sconsolato che i turisti americani che ho visto in loco (e che erano un buon 80% della fauna lì intorno) sono i peggiori, forse perfino peggio degli italiani (che fortunatamente erano pochissimi nell’hotel in cui ero capitato: pare che tutti si ammassino in un hotel a qualche chilometro da lì, per di più creando problemi di ordine pubblico interno [pare siano finiti alle mani per una questione di fette di pizza in un buffet, dico sul serio]).

In effetti gli americani fanno un po’ impressione, visti da vicino. Nel loro paese vivono più o meno rigidamente sui binari di una civiltà condivisa che gli impone di non fumare, di non bere, di agire costantemente entro i confini del politically correct, di non ingozzarsi col cibo, di esprimere una cultura inclusiva e tollerante, oltre che multirazziale, ecc.
Nel paradiso del tutto e subito non solo si prendono delle licenze dal loro comportamento in patria, ma dilagano.

Fanno un po’ effetto e un po’ schifo a vedersi: grassissimi, al 90% obesi, pallidissimi, incremati, rumorosi, costantemente ubriachi e con la sigaretta accesa (fastidiosamente accesa ovunque, senza ritegno). E il multiculturalismo per cui gli Stati Uniti sono (da 44 anni) famosi va a farsi benedire, tra un’invettiva e l’altra contro i poveri camerieri/janitor/inservienti che cercano di capire cosa dicono e talvolta non ce la fanno (il tutto ricordando che negli Stati Uniti lo spagnolo si studia a scuola in gran parte delle scuole).

Non ho bene idea delle cause di questo fenomeno di arroganza e infantilismo, salvo forse il sospettare che le soluzioni proibizioniste e moralisteggianti alla fine producono un risultato uguale e contrario, rendendo desiderabile il probito. E che forse il bello dell’american way of life si perde non appena c’è un confine. 
Mi aspettavo di più, anzi per la prima mezza giornata (in attesa che il groove estivo mi limasse l’antipatia) mi sono trasformato in un sincero estimatore di Bin Laden. Poi ho razionalizzato (e dormito 11 ore di fila, cosa che non mi capitava da una quindicina d’anni).

Però non riesco a dimenticarmi le scene infantili a cui ho assistito: gente dare di testa perché è finito il fusto della cerveza e bisogna aspettare 20 minuti che ne arrivi uno nuovo e lo mettano in funzione, gente inveire perché sono finite -10 secondi prima – le tazze in cui versarsi il caffé, il tutto mentre è in arrivo un inserviente che ne ha un intero carrello, gente fumare nervosamente con la foga che hanno solo i repressi.

Un’altra cosa che mi ha inquietato è scoprire che la quasi totalità dei turisti americani lì presenti gira costantemente con in mano un bicchierone termico (che si portano da casa) in cui piazzano un litro di caffé, che bevono qua e là. Ma fanno di peggio: va molto di moda un gigantesco boccale da 2 litri almeno in alluminio, con una chiusura ermetica, che si fanno caricare di birra e che consumano (con ritmi insostenibili) in spiaggia.

Cioè, non si prendono nemmeno la briga di alzarsi dopo ogni caffé (lungo) o dopo ogni bicchiere di birra e, se gli gira, rinnovarlo ad uno dei tanti bar, che sono lì a 2 metri e in cui ti servono istantaneamente: vogliono la sicurezza del tanto tutto, subito. E fanno la scorta, ansiosi (e pigri). Sarà per quello che nei frigoriferi americani in TV vedo solo dosi, tagli e porzioni king-size.

 

LOST E MEDICINALI

A proposito di TV: sono riuscito a guardare la prima (fiacca, ma l’astinenza era tale che mi sarei goduto perfino una puntata di Protestantesimo, se fosse stata recitata da Jack, Kate e soci) puntata di Lost, direttamente sulla ABC. Fortuna vuole che la tv in camera fornisse una seria razione di canali cable statunitensi, così ho potuto toccare con mano quanto sia annacquata l’esperienza di Lost tra una pubblicità e l’altra.

E soprattutto ho notato come la tv statunitense presenti in pratica solo pubblicità di farmaci (di solito per dimagrire o per affrontare mali legati al sovrappeso, all’alimentazione sconsiderata, ecc.), di catene di cibo industriale più o meno “fast” e di sistemi per sfangarsela con rate pregresse di cui è difficile tenere il passo. La cosa mi ha inquietato un po’. Ma guardando gli americani di ogni età che avevo intorno era un’inquietudine ragionevole. Ricordo una citazione in apertura di un libro di Benni (i Celestini? o Elianto?) che diceva “il benessere li aveva privati di tutto”. Casca a fagiolo.

 

NON-LUOGHI, RECLUSIONI, LIBERTA’

Riflettendoci ho passato una settimana in un non-luogo da manuale. Perfetto nella sua autonomia e autoreferenzialità, impeccabile nel suo essere altro rispetto al circostante invisibile e apprezzabile per come era “completo” nell’esperienza offerta.

E’ anche un’esperienza piacevole di reclusione (genere carceri d’oro, ok) e per un attimo la cosa mi ha turbato. Poi ho capito che l’autoreclusione, magari aurea, è una delle manifestazioni della libertà.
E ho scoperto che, nelle pieghe dell’opulenza “all’americana” fatta di tuttoesubito e di effetti volutamente da strapaese riesco non solo a sopravvivere ma, per una settimana (non garantisco per due), riesco pure a trovarmi bene.

Certo, ho un modo mio di fruire della cosa, che comprende zero animazione, ore e ore di spiaggia e mare, limiti ragionevoli allo strafocamento (cioè, mangia/bevi pure e goditela ma non stroncarti, ché poi stai male e i giorni sono solo 7 e se ne passi 3 con la gastroenterite non sei furbo), rispetto di chi è al tuo servizio (il che comprende l’imposizione di parlare un curioso spagnolo improvvisato, frutto di rare letture di Tex Willer e di qualche brano balearico che mi sono dimenticato di skippare sui vari “Café del Mar”) e poche o nessuna concessione alle vaccate turistiche (quindi niente foto con la scimmietta o il pappagallo, nessun acquisto di prodotti locali fatti in Cina, niente cartoline, niente souvenir, niente atteggiamenti terzomondisti da sinistrorsi col senso di colpa, ecc.)

Insomma, l’esperienza è stata positiva (e pure molto) nonostante le premesse. Avevo bisogno di 7 giorni in cui riprendermi, senza fare cazzate. Missione compiuta, anche grazie al fatto che – pagando un po’ di più – siamo riusciti a piazzarci in un hotel:

a) praticamente senza italiani

b) con una cucina sana (è noto che la cucina a buffet è ad altissimo rischio infezione alimentare, ma lì era tutto verosimilmente fresco e sano [si vociferava che gli avanzi di lì fossero riciclati in una struttura per italiani non distante], al punto che ci siamo fidati perfino a mangiare i 3 classici killer del cibo nei paesi del terzo mondo: ghiaccio, latte & derivati, maionese

c) senza animazione in italiano

Quel poco di Repubblica Dominicana che ho visto – nei trasferimenti tra la Repubblica Italiana e la Repubblica degli Hotel – non vale certo come viaggio.
Però il tutto mi ha fatto capire che vivere a queste latitudini, per i miei gusti, è assolutamente demenziale. Non ce lo meritiamo l’inverno. Se tempo, finanze e salute me lo permettono, credo che ripeterò ogni inverno la fuga al caldo.

Un’esperienza simile, per quanto mi riguarda, ha senso solo se è un’aggiunta rispetto al mio modo di viaggiare. Non riuscirei a sopportare nemmeno da lontano l’idea di dedicare ogni singola mia vacanza a questo tipo di turismo.
Mi conforta ricordare che il grande Enzo Baldoni scriveva proprio questo: viaggiare, guardare il mondo “dal vivo” e poi, eventualmente, farsi una settimana di turismo crasso in costume da bagno per ricaricare le pile.

 

[postilla, visto che tutti me lo chiedono: no, contrariamente a quanto fanno il 90% dei maschi italiani in loco non sono andato a mignotte (ma vi sembro il tipo?)]

[postilla 2, visto che alcuni me lo chiedono: i cellulari italiani funzionano senza problemi, con TIM navigavo tranquillamente in EDGE o UMTS e i Blackberry funzionano puntualmente; anzi, se vi può consolare, la Repubblica Dominicana va molto fiera della sua rete mobile, che è modernissima]

[postilla 3, prima che qualcuno me lo chieda e si ritrovi la macchina rigata per l’affronto: no, non ho assolutamente ballato e/o ascoltato di mia sponte musica latinoamericana, anzi l’aereo che ci ha scaricati a Santo Domingo a fine viaggio suonava “Sour Times” dei Portishead e praticamente l’unica compilation musicale che girava in piscina a volume moderato durante le lezioni di aquagym (a cui ovviamente mi sono ben guardato dal partecipare) comprendeva “Bla bla bla” di Gigi D’Agostino (che è un grande pezzo, non mi vergogno ad ammettere la mia tamarraggine), “What Is Love” di Haddaway (remixata) e perfino “One More Time” dei Daft Punk.]

Cose che metterei sul mio Tumblr se funzionasse

February 5th, 2008 § 2 comments § permalink

Il fatto che il miglior articolo sulla corsa presidenziale di Hillary Clinton l’abbia dovuto leggere (cartaceo e non comprato da me, ma c’è anche in versione digitale) su Elle ha sicuramente a che fare con l’imminenza della fine del mondo, il crollo della società occidentale e qualche altro segnale apocalittico. Ma tant’è.

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