La rabbia degli insoddisfatti pigri: riflessioni dopo un attacco fascista online

September 3rd, 2018 § 0 comments § permalink

Circa un mese fa sono stato attaccato online (tanti contro uno, come prevede il loro modus operandi) da migliaia di utenti leghisti, grillini ed espressamente fascisti. Si è trattato del classico shitstorm che, sempre più spesso, impesta i social media in Italia (e che da queste parti non è una novità, visto che amiamo farci volere male e fin dai tempi di Splinder).

La ragione per cui sono stato vittima di una ridda sempre più incattivita di migliaia di insulti sgrammaticati, deliranti e spesso dai toni mafiosi è presto detta: ho fatto un paio di tweet in cui suggerivo alcune pratiche di autodifesa e di lotta contro la nuova maggioranza di italiani razzisti, violenti e sempre più sobillati dai ministri dell’attuale governo.

Proponevo in sostanza due cose semplici.

La prima è creare un punto di riferimento per le vittime di atti di razzismo e di intolleranza in genere, creando un legal team che consenta alle vittime di trovare una sponda legale con cui denunciare gli aggressori alle autorità competenti (buona parte di questi attacchi non vengono denunciati o vengono snobbati dalle forze dell’ordine, che tendono a scoraggiare l’indicazione dell’aggravante razziale) e fornendo supporto psicologico e materiale alle vittime.

La seconda è ancora più semplice e in tanti già la facciamo: colpire economicamente i razzisti e chi li supporta.

Insomma, non dare soldi ai razzisti. E, se possibile, metterli in difficoltà con mezzi legali (per esempio suggerivo una pratica diffusissima: dare una recensione online negativa ai locali in cui ci si è trovati male perché i loro titolari/gestori sono intolleranti, manifestano o diffondono idee razziste, ecc. evidenziando nel testo il loro comportamento).

 

 

Agire politicamente col portafoglio

Il boicottaggio civile e legale delle attività sgradite è una pratica diffusa e assolutamente normale. Per dire, i vegani non danno i loro soldi ai ristoranti che servono carne, gli juventini girano al largo dal bar Sweet di via Filadelfia a Torino (per i non torinesi: è la “casa” degli ultras del Toro), io non frequento i bar col videopoker, le armerie, le pelliccerie e non viaggio in Russia, Turchia, Israele e Cuba. Il tutto per ragioni etiche, politiche, di civiltà o banalmente di gusti.

Ecco, con qualche tweet ragionavo sulla possibilità di unire le “mappe” per non dare i nostri soldi collettivamente alle attività commerciali e professionali riconoscibili come razziste o supporter del razzismo e dei razzisti.

La pratica del boicottaggio economico è una forma nonviolenta di lotta diffusissima, legale e che ha precedenti storici notevoli e perfino patriottici (penso allo “sciopero del fumo” ai danni del monopolio austriaco sui tabacchi nella Milano indipendentista del 1848, oppure il boicottaggio dei mezzi pubblici a Montgomery per favorire la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti o il boicottaggio dei prodotti britannici nell’India voluto da Gandhi).

A volte il boicottaggio legale ha espresse finalità di lotta politica attiva. Per esempio fu praticato in opposizione alle leggi e alla retorica antisemita della Germania nazista.

Cosa ha destato scandalo nella mia serie di tweet? Due cause.
La prima è che li ho scritti in modo poco chiaro. Coi limiti di spazio di Twitter e con i ben più gravi limiti di lucidità mia nei primi giorni di vacanza, ho prodotto una serie di due tweet che non si comprendeva fossero in sequenza (benché uno dei due iniziasse con “quindi”), al punto che alle menti maliziose o in malafede e ai duri di comprendonio poteva sembrare che invitassi a boicottare gli elettori leghisti e grillini in quanto tali, cosa peraltro impossibile e piuttosto fantasiosa, visto che il voto in Italia è segreto.

E qui veniamo alla seconda causa: il pubblico.
Succede ogni volta: scrivi qualcosa che rischia di indisporre quell’unico calderone (di cui parliamo dopo) in cui ormai si riconoscono fascisti, leghisti e grillini e, di norma dopo 24/48 ore (credo perché richiamati da opportuni post voluti da una regia centrale sui gruppi dediti alla sobillazione degli adepti), arrivano in massa a insultarti la mamma, la nonna e la zia e a minacciarti le peggio cose.

Anche qui, errore mio: sono su Twitter da quando la gente (non io) parlava di sé in terza persona e dovrei sapere come funziona e di come funzionano le logiche di branco.

Basta non reagire e passano. Qualche volta capita un commento che sembra avere toni più pacati di “ti veniamo a prendere a casa, zecca di merda”, ma non bisogna cadere in tentazione. Dopo un paio di scambi ti mandano a stendere lo stesso alle prime inevitabili loro difficoltà nell’argomentare. Purtroppo in quell’area condivisa tra fascisti, leghisti e grillini non alberga la capacità dialettica e devo ancora capire se questa è una causa di adesione a quel mondo o ne è effetto.

 

Le “argomentazioni” dei nuovi fascisti

Al netto degli insulti, resta il fatto che questo sciame di insultatori presissimi dal loro ruolo esprime collettivamente un paio di argomenti ricorrenti, nascosti tra le invettive, le minacce e i calembour più prevedibili al mondo sul tuo cognome.

Vediamoli, riassumendoli in un paio di affermazioni.

“Sei tu che sei razzista, perché discrimini i razzisti!”

Ecco, hanno in parte ragione: discrimino i razzisti e i fascisti, è vero. Il fatto è che lo fa anche la Costituzione italiana, lo fa la legge italiana lo fa (faceva?) il buonsenso condiviso degli uomini democratici e lo fa l’etica.

Una realtà (un individuo, uno Stato) tollerante e democratica può essere tollerante con chi programmaticamente si propone di essere antidemocratico e intollerante?

È un dibattito complesso che va avanti dal primo dopoguerra, quando nientemeno che Karl Popper si è posto il problema e si è dato una risposta che condivido e che il nostro ordinamento giuridico condivide: no, una realtà tollerante e democratica ha il dovere pratico e morale di combattere contro i nemici della tolleranza e della democrazia.

L’Italia su questo tema non è neutra: oltre alla Costituzione (attraverso la legge Scelba), ha leggi precise (la legge Mancino, la legge Fiano) che considerano criminali alcune forme di pensiero, la loro propaganda, la loro apologia e messa in pratica: il fascismo, il razzismo, ecc.

Insomma, discriminare, isolare, colpire con la legge i razzisti non solo è legale e a favore della legge, ma è una pratica positiva dal punto di vista etico e sana per la società, perché frena retoriche e impulsi pericolosi che potrebbero dividere, creare violenza, colpire gli inermi, ecc.
Insomma, è sano farlo.

E in questo disgraziato 2018 è opportuno, perché credo di non essere il solo ad avere l’impressione che il clima razzista in questo paese stia saltando fuori dalle fogne. Le ragioni per cui questo avviene sono note: parte di questi razzisti sono al potere in questo momento, sono politicamente in crescita e – soprattutto – nella società italiana sono venuti meno gli “anticorpi del buonsenso” che in precedenza se non combattevano apertamente il razzismo e le intolleranze in genere, almeno colpivano questi ultimi con un sano stigma negativo.

Ecco, credo che la società dovrebbe porsi un obiettivo minimo: far tornare socialmente impresentabili le idee razziste. È il primo step per combatterle, ma per prima cosa è necessario renderle brutte agli occhi della gente, ridicole, sintomo di sfiga. Come le pellicce da uomo, avete presente? No? Ecco, tanti anni fa si usavano, ma con loro lo stigma sociale negativo ha funzionato.

 

“Noi non siamo razzisti”

Ho fatto la stupidaggine di andare a dare un’occhiata nei profili dei tanti aggressori su Twitter che si scandalizzavano: “non puoi prendertela con noi elettori, noi non siamo razzisti!”.

Ho scoperto che dentro la quasi totalità dei profili social che sono venuti, scandalizzati, a dire “io non sono razzista” ci sono contenuti razzisti, talvolta razzistissimi.
E ho notato che succede in particolare con chi si identifica come elettore del Movimento 5 Stelle: pensano le stesse cose dell’estrema destra ma si inalberano se glielo si fa notare. Insomma, pretendono di avere le idee della destra estrema e la presunzione di purezza della sinistra. Comoda la vita, eh?

È dura far accettare a una parte rilevante della società il fatto che è diventata intollerante, imbevuta di odio malriposto e portatrice di disvalori distruttivi, divisivi e violenti. E a parte qualche ridicolo fascista vecchia scuola – incluso un personaggio da operetta che ogni volta che nei commenti menzionava Mussolini faceva precedere il suo nome dall’appellativo “Sua Eccellenza” -la reazione è di incredulità. È dura per chi appartiene alla generazione che sicuramente ha visto qualche replica dei Blues Brothers  su Rete 4 realizzare che si è parte dei nazisti dell’Illinois.

 

Ora li riconoscete

Ho cercato di capire, al netto delle centinaia di account fake che si sono manifestati sul mio profilo Twitter, cos’è quella massa di persone che perde ore del proprio tempo a cercare di indagare su chi sono, dove abito, cosa faccio, cercando – a proposito di fascisti e di loro metodi – di farmi paura tanti vs uno e di “boldrinizzarmi” a colpi di minacce, coinvolgimento dei miei familiari e dei miei presunti (e sbagliati) datori di lavoro.
L’idea è capire, gramscianamente, cosa c’è dietro, quali sono le ragioni che “make a good man turn bad”. Non è un ritratto, attenzione, degli elettori del “polpettone” Lega – Movimento 5 Stelle – fascistume, che immagino piuttosto complesso, ma esclusivamente degli aggressori online che orbitano intorno a quell’area politica.

Non ho indicazioni chiarissime, ma vedo qualche pattern ricorrente.

Il primo è che non si tratta di una massa politicamente eterogenea: buona parte degli assalitori online con cui ho avuto a che fare non distingue tra Movimento 5 Stelle, Lega, Casa Pound e altra fascisteria. In gran parte postano entusiasticamente dispacci, fake news e propaganda di tutte le aree. Non solo, ho visto più volte militanti del Movimento 5 Stelle solidarizzare e corrispondere amorosi sensi con gente espressamente fascista, tra un insulto e l’altro alle “zecche”.
Davvero, il mito del “grillino di sinistra” o anche solo del “grillino brava persona arrabbiata” è una panzana a cui è impossibile credere: si sta cementando un’area unica in cui non c’è distinzione tra M5S e Lega, interamente basata sull’odio del diverso e su toni apertamente fascisti. E sta diventando sempre più pericolosa.

La seconda cosa che ho notato è la trasversalità dell’insoddisfazione. È stata una faticaccia ma ho provato a “capire” le persone che venivano ad attaccarmi, cioè a farmi un’idea della loro vita, delle loro aspirazioni, della loro condizione umana e sociale. E ho trovato un fattore comune: tanta insoddisfazione.
Ecco, personalmente adoro l’insoddisfazione: è uno stato d’animo bellissimo, perché è alla base del progresso umano. Sei insoddisfatto? Cambi le cose, cresci, vai altrove, ti migliori, ecc.

In questo caso, però, ho visto quella che definirei “insoddisfazione dei pigri”.
Mi spiego meglio: il profilo sociale che ho visto emergere in modo costante e prevalente tra gli insultatori fascistoidi non è fatto di “ultimi”, di disperati, di famigerati “italiani che non ce la fanno più”. È composto, invece, di uomini (tanti) e donne di media scolarità, con un diploma tecnico e nessuna formazione ulteriore, abitanti in provincia, senza particolari consumi culturali, con lavori dignitosi ma non entusiasmanti o vittime del precariato.

Insomma, l’italiano medio che ha fatto l’ITIS né tra i primi né tra gli ultimi della classe e si è fermato lì, non ha una grande spendibilità sul mondo del lavoro, non ha interessi particolari a parte il calcio e la figa (entrambi da spettatore remoto), non viaggia molto e non lo fa volentieri, abita vicino alla statale che taglia in due un paese anonimo di provincia, ecc. Il ritratto della noia, insomma.

Tutti siamo potenziali “medi”, condannati alla villetta a schiera lungo la statale con il quadro di Audrey Hepburn preso da Ikea o gli angioletti della Thun (sì, ho guardato anche le foto delle loro case e sono in overdose da soprammobili pacchiani) e insoddisfatti del lavoro, della vita di provincia in cui non succede mai niente, un po’ “indietro” rispetto alle novità, non informati o informati male, in generale lontani da tutto. Ci salva l’insoddisfazione, che genera cambiamento.

Per alcuni, però, l’insoddisfazione non è lo stimolo a tentare un riscatto o rompere la mediocrità, ma è ciò che scatena la rabbia e l’odio conseguente verso gli “altri”, quelli che ai loro occhi ce l’hanno fatta.
Ecco, per questa categoria di persone l’avvento del Movimento 5 Stelle significa l’arrivo del momento della rivincita (non il riscatto) verso quelli che sono stati più bravi e più intraprendenti di loro.

Insomma, i “medi” vedono nei grillini l’occasione per affermarsi socialmente, non per merito proprio ma per abbattimento degli “altri”: i “professoroni”, gli “snob”, gli “intellettuali”. Tutte parole che per loro sono un insulto e che invece nella stragrande maggioranza dei casi ritraggono semplicemente persone come loro che non si sono rassegnate ma hanno cercato di migliorarsi e di migliorare le loro condizioni.
Per loro, insomma, la promozione sociale non è frutto di fatica e impegno, ma gli è dovuta e non dipende dal merito. E hanno pure un bel po’ di evidenze a supporto di questo pensiero, se uno come Luigi Di Maio è Ministro del Lavoro o Paola Taverna sottosegretario a non so bene cosa.

È più un sentimento che un dato scientifico, ma ho percepito trasversalmente un pensiero che qualche volta è stato anche verbalizzato: “è finita l’epoca per voi professoroni/buonisti, ora tocca a noi”. Anzi, una signora l’altro giorno in spiaggia ha detto “i colti al potere hanno fallito, ora tocca agli ignoranti!”.
Insomma, la loro idea di “ascensore sociale” consiste nel distruggere i piani superiori al loro, non nel cercare di raggiungerli o addirittura superarli.

 

Dove abbiamo sbagliato

Se c’è un ambito in cui la sinistra ha fallito miseramente è questo: non aver dato alla grande massa dei “medi” la voglia di cambiamento positivo, il desiderio di migliorare socialmente attraverso l’impegno e il lavoro. È un fallimento culturale e “pedagogico” e non materiale, perché in gran parte d’Italia gli strumenti per provare a migliorarsi e conquistare la promozione sociale ci sono e sono accessibili gratuitamente: c’è la scuola pubblica, ci sono i consorzi di formazione permanente, ci sono le operazioni (volute dalla politica, di norma dalla sinistra) di riqualificazione professionale, ecc.
Semplicemente la sinistra ha fallito nel proporre una visione in cui chi studia di più, chi lavora meglio, chi si impegna di più, chi reagisce in modo positivo alla mediocrità ottiene più felicità, più successo sociale, ecc. Insomma, la politica della sinistra non ha lavorato sul desiderio e sul “premio” conseguente all’impegno. Un po’ è anche colpa della realtà: merito e successo (ma “successo” è una parola sbagliata: ci andrebbe una traduzione in italiano del concetto complesso di “fullfillment”) non sempre sono conseguenti, in Italia.
Al suo posto si è imposta la narrazione di chi dice “vai bene così come sei; la tua vita bruttina è colpa di chi, con la scusa di aver studiato e lavorato più e meglio di te, ti ha portato via ciò che ti spetta. Prenditi ciò che ti è stato negato con la menzogna del merito; la colpa della tua insoddisfazione è di chi è sotto di te (cioè i poveri) e di chi è sopra di te nella scala sociale”.

Le nuove destre stanno cercando di far passare l’idea che questo sia il “popolo” e la sinistra sia composta da snob che non vogliono averci a che fare. Non è così.
È che il popolo, anche negli strati più deboli della nostra società, aveva chiaro il valore dello studio, dell’impegno, del lavoro come mezzi di promozione sociale. Ricordate gli operai che facevano sacrifici enormi per far studiare i figli?
Poi forse qualcosa è cambiato, complici credo alcune pedagogie negative berlusconiane che hanno iniziato a corrodere progressivamente il concetto decente, borghese, a modo suo banale di progresso sociale (e pure economico) attraverso lo studio e il miglioramento di sé stessi. Vuoi vivere bene e felice? Studia, migliorati, allarga i tuoi orizzonti, acquisisci sapere, relazioni ed esperienze.
Lo so che sono banalità, ma ho il timore che in Italia abbiano smesso di avere valore.
Il frutto di quella cattiva educazione è qui: una generazione che fa del “non accetto lezioni” il suo motto (fateci caso: è una delle espressioni che Salvini ama dire di più).

 

Quindi?

Quindi non arretriamo di un millimetro, anzi avanziamo. Sono ancora più convito che siano iniziati i tempi bui e sia necessario reagire su due fronti.
Il primo è l’autodifesa, il secondo è un’operazione culturale per far tornare lo stigma negativo verso il razzismo e i razzisti, iniziando a non dare più loro i nostri soldi di liberi consumatori.
Credo serva organizzarsi, stabilire sponde sicure. Ecco due bozze di proposte, realizzabili senza ricorrere al Governo, che sta dall’altra parte, e che invece chiamano in causa il settore privato.

1- Facciamo una rete di “locali antirazzisti”, così come ci sono i locali gay friendly, segnalati su tutte le guide?

2 – Stimoliamo il settore privato a reagire, per esempio creando una carta etica delle imprese, che si impegnano a non fare discriminazioni di nessun tipo e condannano il razzismo in ogni sua forma e la facciamo sottoscrivere alle aziende?

Il secondo è tornare a ragionare politicamente di pedagogia, ma ne parleremo meglio quando riuscirò a finire il mega-ultra-lungo post velleitario e ingenuo su cosa fare per cercare di salvare la sinistra dal suo angolo di irrilevanza. È un po’ come il galeone di Dylan Dog (d’altronde là fuori è pieno di mostri), ma sono ottimista.

Sia chiaro, non è qualcosa che spetta a noi come militanti singoli: è qualcosa che di cui dovrebbero occuparsi la politica civile, le associazioni, i “corpi intermedi”, ecc.
Va bene anche limitare la cosa alla sola sinistra. Se esiste ancora una “base di sinistra” fatta di persone al di là della politica e dei politici (che attualmente stanno litigando tra di loro per capire chi, al prossimo congresso, potrà sedere da leader sul cumulo di macerie della parte progressista del paese e su buona parte dei nostri sogni buoni), forse è il caso che reagisca.

Morire è transitivo – ballad for a child

October 31st, 2014 § 6 comments § permalink

Non riesco a scrivere niente sull’assoluzione dei responsabili della morte di Stefano Cucchi, perché l’indignazione non giova alla lucidità di pensiero. Questo è un post disordinato come i miei pensieri, ora. Ma non c’è molto.

Potrei elencare, come gli ingredienti di una ricetta, i miei sentimenti: disgusto, rabbia, senso di impotenza, voglia di gridare. Il risultato sarebbe un piatto impresentabile, caldissimo.
Mi trattengo.
Faccio finta di credere al principio della presunzione d’innocenza e alla moda per cui non si commentano le sentenze.
Ma tutto il bon-ton politico non può sovvertire il mio buonsenso, il nostro buonsenso, che poi è quello che spesso salva le vite. Quando c’è.

Evidentemente in Italia ti muoiono. E’ una condizione un po’ strana per cui qualcuno in divisa provoca la tua morte, ma non ti ammazza. E non è reato, se non per la grammatica e la logica. Tanto non sono materie richieste per entrare nelle Forze dell’Ordine.

Sono stufo di fare le “doverose premesse” quando parlo del problema della democrazia e della civiltà delle Forze dell’Ordine in Italia.
E non perché siano premesse false, ma perché è umiliante dover dire “premetto che ci sono tanti poliziotti e carabinieri onesti e civili” e poi lamentarsi, quando poliziotti e carabinieri dovrebbero essere quelli più civili e più onesti di tutti.

Siamo un paese in cui quando la Polizia mi ferma per strada per un controllo mi sento a disagio. Per anni ho pensato fosse un limite mio. “Ragiono da criminale”, mi dicevo. Davo colpe genetiche a un lontano trisnonno calabrese, pare dedito al brigantaggio. La realtà è che quando ho a che fare con un uomo in divisa ho paura. E come me credo tanti.

Mi sono chiesto le ragioni di questa paura. La risposta che mi do è questa: sappiamo che chi indossa una divisa di fatto non risponde delle sue azioni di fronte alla legge che dovrebbe difendere e far applicare. E sappiamo che il trattamento che le Forze dell’Ordine ci riservano è in gran parte dipendente dalla volontà dei singoli, che per fortuna sono spesso brave persone, seri professionisti, gente equilibrata.

Ma le rare volte che non è così, rischiamo. E sappiamo che per poliziotti e carabinieri che sbagliano o fanno male (o malissimo) c’è una sostanziale impunità che ha precisi elementi costitutivi:

– la totale assenza di documentazione delle azioni delle Forze dell’Ordine (già sappiamo dell’assenza di numeri identificativi sui caschi dei celerini, ma provate a riprendere un poliziotto o un carabiniere mentre compiono un’azione di qualsiasi genere e preparatevi a essere maltrattati, non so quanto legalmente)

– l’omertà di gruppo per cui la Polizia e i Carabinieri, come Corpo/Arma, non hanno nessun interesse a far emergere la verità sulle azioni dei loro membri. La divisa che si fa potere, quello odioso. Quello di “comandiamo noi”. Quello che cantava “uno in meno” quando uccisero Carlo Giuliani.

– la singolare coincidenza per cui, forse in nome di una insana “fratellanza” nella gestione esclusiva della giustizia, i giudici sembrano molto poco propensi a condannare elementi delle Forze dell’Ordine anche di fronte a responsabilità evidenti.

– la difficoltà con cui i cittadini possono far allontanare dalle loro mansioni i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che vanno oltre il loro mandato e delinquono, compiono atti di violenza, ecc. Di solito, nel raro caso vengano riconosciuti colpevoli di violenze abusi, gli uomini in divisa vengono sospesi e poi reintegrati (e poi magari promossi, come è capitato ad alcuni macellai del G8 di Genova). Alla peggio vengono trasferiti, roba che neanche il Vaticano coi preti pedofili.

Tra tutte le cose che sono in discussione in questo paese forzato al cambiamento, questo non c’è. Abbiamo ancora un’impostazione delle Forze dell’Ordine degna di un paese latino negli anni Settanta. E come cittadini non siamo ancora sufficientemente dotati di diritti nei confronti delle Forze dell’Ordine. Siamo ancora troppo esposti al loro arbitrio.

Se c’è qualcosa in cui è importante cambiare verso è la natura delle Forze dell’Ordine. Accountability, trasparenza, merito, chiarezza sulle linee di comando: sono tutte cose che mancano al mondo delle divise nostrane per considerarci un paese civile.
E se avessimo un governo coraggioso da questo punto di vista, faremmo partire una grande indagine su fascismo e sadismo tra le Forze dell’Ordine per stanare chi non è degno di vestire la divisa e di disporre delle sorti altrui.

E no, non è una questione di stipendi bassi, di condizioni di lavoro dure, di “noi poveri poliziotti”. Perché in Italia è pieno di gente che fa brutti lavori pagati male e nessuna di questa usa la sua condizione per giustificare infamie, violenze, soprusi.
Ed è pieno di carabinieri e poliziotti civili che guadagnano un salario da fame come i loro colleghi sadici in divisa. Ma a quanto pare dire che i migliori dovrebbero guadagnare di più e i peggiori meno (o essere licenziati) è di destra.
Chissà cos’è infierire su un inerme, col distintivo dalla parte del manico, allora.

I princìpi sulle nuvole, le persone sulla terra – riflessioni su una battaglia che non potremo che vincere

February 5th, 2009 § 9 comments § permalink

Vorrei scrivere qualcosa di sensato e di freddo sul caso di Eluana Englaro, ma mi è difficile.
Proprio non ci riesco, nonostante gli sforzi, perché sul tema mi considero un pratico, un semplice, ma contemporaneamente un estremista. E ne sono fiero, perché credo che su una questione come questa non esistano posizioni intermedie.

Non si può mediare su un concetto semplice e contemporaneamente life-defining come la libertà di disporre del proprio corpo.  Non esiste sfera più intima, salvo il controllo del pensiero. Ma all’atto pratico siamo questo: siamo corpi più o meno vivi e ci definiamo esseri viventi e senzienti perché ne disponiamo volontariamente. Scegliamo, cioè, che farne. E la libertà di “agire” liberamente il nostro corpo è una di quelle che – nella mia visione – sta a monte di tutte le altre. Io sono mio, mi sembra un principio inalienabile e non negoziabile.

Ecco perché trovo assurdo che la destra italiana, insieme alla Chiesa, si schieri per la limitazione di quella che è la “libertà madre” di tutte le libertà. E non c’è etica che tenga: se voglio dettare le condizioni per la mia morte, se voglio disporre liberamente di me, intimamente di me, con riflessi solo su di me, è anti-umano. E’ disumano nel vero senso della parola che qualcuno decida per legge cosa posso e cosa non posso fare di me, del mio corpo, della mia vita.

In linea di principio – pur combattendolo – trovo meno barbaro che la Legge e la politica decidano di mettermi il naso in camera da letto o nel repertorio di idee che porto addosso. Ma il corpo è ancora più intimo, non abbiamo altro: è il nostro ultimo bastione. Da lì, mi spiace, ma non si passa.

L’etica, la bioetica, la filosofia, ecc. per quanto mi riguarda contano davvero poco, perché viene tutto dopo: è sovrastruttura, mentre qui stiamo a parlare di carne.
Vanno giusto bene per normare le zone grigie, quelle in cui la volontà del cittadino non è espressa, quelle in cui è ambigua. Ma se voglio mangiare un gelato o morire o fare dieci flessioni è una scelta mia e risponde solamente alla mia coscienza, ai miei valori e alle mie relazioni con gli altri. Ma inizia e finisce dentro di me.

Il vero estremismo pericoloso è proprio quella malata ideologia che si maschera da “difesa della vita”. Ed è veramente qualcosa che confina con il peggiore estremismo e che ha tratti paraterroristici, perché si basa su principi assoluti (e peraltro non so quanto condivisi), non sulla realtà.

Le persone di buonsenso parlano di episodi, di casi, di individui. Gli estremisti della “difesa della vita” parlano di simboli, di categorie , di “bene assoluto” imposto a terzi, senza pensare cosa ci sia nel mezzo.

Ho già visto quel modo di pensare lì, animato da ottime intenzioni sulla carta. C’era gente che pensava di riscattare le masse e salvare il mondo. Per farlo bisognava sparare a qualche uomo, ma suvvia: non erano uomini, erano simboli. E si sa che ogni rivoluzione ha bisogno dei suoi boia, ecc. Abbiamo già dato.

Io ho paura di quelle persone lì, indipendentemente dalla bandiera che sventolano, perché sotto sotto è una sola: quella dell’alienazione dalla realtà. Ho paura di quelli che parlano per categorie assolute e agiscono di conseguenza. Il vero estremismo è quello: restare indomiti sulla nuvoletta dei principi puri senza guardare cosa succede realmente là sotto, dove c’è il paese reale, che per una volta non è un’espressione comune ma siamo noi.

Mi consola una cosa: perderanno. E perderanno perché non hanno tenuto conto che la morte, la sofferenza, il dolore, sono cose comuni a tutti.

E non lo dico per ecumenismo: moriamo tutti e tutti scontiamo da vivi la morte di alcuni che ci sono accanto.
E a tutti, indipendentemente dal colore politico, è capitato di vedere soffrire tanto qualcuno vicino e lontano e trovarsi un giorno ad un funerale e dirsi che sì, dispiace, ma è meglio che sia andata così.

Tutti abbiamo avuto un nonno, un prozio, un vicino di casa, un cugino, ecc. per cui la nostra pietà umana ha, obtorto collo, augurato una fine , piuttosto che un prolungamento sine die del capitolo del dolore, dell’umiliazione, della non-vita.

E quando i brigatisti del “movimento per la vita” parleranno di assoluti, di diritto alla vita e di sacralità, cercando di imporci un’ideologia che è antitetica al nostro senso pratico e praticato di pietà umana, al nostro non voler veder soffrire inutilmente le persone a cui teniamo, noi tutti saremo lì coi piedi per terra e penseremo ai nostri morti, ai nostri parenti, conoscenti, amici, alle loro storie, alla loro sofferenza. E sapremo, come abbiamo sempre fatto, cosa pensare e cosa fare.

Non ora, non qui

September 8th, 2008 § 29 comments § permalink

Finisse così, finisse dopodomani, non vorrei, davvero.

Sono poche le cose che ti fanno fare i bilanci. Di solito è una disgrazia altrui, un addio improvviso, qualcosa che ti fa fare i conti col fatto che i tuoi giorni non sono garantiti e da un momento all’altro qualcuno potrebbe fare Mela-Q su quel piccolo task che chiami vita.

Superati i trent’anni capita che il bilancio lo fai, perché i padri invecchiano e le mamme imbiancano e ti specchi nella paura della mortalità altrui, per scoprire che assomiglia in modo preoccupante alla tua. Magari lo fai anche prima, da più giovane, ma è difficile che il concetto di fine ti colpisca con tutta la sua forza sillogistica, nel periodo di vita in cui ci si crede immortali o giù di lì.

Questa volta è diverso, perché non c’è il male di un dolore sfiorato o scampato a farti fare Il Bilancio. C’è giusto di mezzo, nel mio caso, il Monte Bianco e un po’ di Valle d’Aosta. E poi quella terra di nessuno tra la Svizzera e la Francia, dove c’è il CERN, un luogo pieno di tubi sottoterra, di fisici un po’ schizzati e di adolescenti in gita di classe, più o meno disposti a credere che lì nei tubi accade qualcosa di atomico.

Certo fa sorridere pensare che la fine del mondo potrebbe provenire da lassù, nelle stesse stanze dove, visto che si erano stufati dei tubi, un giorno hanno inventato il World Wide Web. E fa ridere ancora di più pensare che Dan Brown in “Angeli e Demoni” aveva previsto questo  scenario per filo e per segno.
Libri orribili che diventano profetici. È davvero la fine del mondo.

Fatto sta che fai Il Bilancio da lucido, da non-reduce.
E scopri che hai vissuto. Tanto, nel mio caso.
Se esiste un parametro che misura la densità di vita, i miei giorni sono stati densi. Fin troppo, forse, almeno fino ad una decina di anni fa. Poi ho rallentato, sovraccarico. E ho scelto la qualità sulla quantità. E forse ho sbagliato, perché non ho tenuto da conto la noia. Non so dirlo, sono confuso.

Quello che è certo è che questo bilancio a freddo, per quanto hai vissuto “denso”, è sempre in negativo.
Perché non conta quello che hai fatto, provato, sentito. Conta tutto quello che non hai vissuto, ogni secondo di qualcosa che ti sei perso.

E vorresti ammazzarti, se non ci pensasse già un buco nero made in Switzerland, per ogni volta che ti è stato detto “Enrico, dai, vieni…” e tu hai tergiversato, innamorato del non fare niente lì sul divano, o ipnotizzato di fronte ad una fondamentale replica di Willy il Principe di Bel Air.

È come l’ultimo giorno di vacanza, quando all’ultimo tuffo in mare prima di partire per l’autunno maledici tutte le nuotate che non hai fatto.
E sai che passerà un anno prima di rivedere il mare da vicino.

Tutto quello che non sei stato, che non hai visto, che non hai toccato, che non hai provato ti si para di fronte al naso mentre tiri le somme del bilancio. E mette un gigantesco segno meno di fronte a qualsiasi esame esistenziale.

Il saldo è negativo, per quanto cerchiamo di rincuorarci, di rassicurarci, di contare su quello che abbiamo, che abbiamo avuto e che siamo stati. E mentre in momenti come questi ogni rinuncia passata suona come stupida, l’illuminazione.

Io non lo so cosa sia morire e credo non sopravvivrò all’esperienza per  poterlo raccontare (…). Ma mi sono convinto che morire da vivi sia considerarsi soddisfatti, finiti, pieni: avere il bilancio in positivo.

Ecco la più grande forza che dovrebbe animare ogni singola giornata di una vita: l’insoddisfazione, il rimpianto, la voglia innata di qualcosa di più, il senso di privazione, di ingiustizia.

La realtà è che vivi solo se sei insoddisfatto  e sai che ogni tua conquista ti avvicina asintoticamente alla Grande Soddisfazione.
Vivi e cerchi, scavi, combatti, ti incazzi. I Greci chiamavano questo belligerante senso di ingiustizia hybris e con 6 lettere dicevano tantissimo.

Avevano capito che l’uomo è una macchina alimentata ad insoddisfazione, a desiderio di “più”.
E non a caso avevano messo in mare, nei loro miti, un uomo chiamato Ulisse, che voleva andare più in là, sempre.

Sono convinto che là fuori esiste una versione dell’Odissea in cui l’uomo archetipicamente più moderno  dell’umanità intera se ne frega di Itaca, di Penelope e dei Proci e non smette di navigare alla ricerca di un “di più” che non lo soddisferà mai. E’ il personaggio che ho ammirato di più in vita mia.

Se sopravvivremo alla più grande minaccia proveniente dalla Svizzera dopo gli Swatch da collezione e se mai avrò un figlio, vorrei che da qualche parte nel suo nome ci fosse la parola “Ulisse”, come augurio per una vita piena di voglia di vita.

Ho paura di morire?
No, ho paura del non vivere, dell’inerzia, dei giorni di spiaggia in cui inspiegabilmente non ti tuffi in mare anche se è splendido, delle ragazze con cui non ci hai provato perché boh, era troppo uno sbattimento, di tutti i “no, mi basta un caffè” che ho opposto ai “vuole la carta dei dolci?”, preso da chissà cosa.

Ecco perché non vorrei che tre 48 ore qualcuno a pochi chilometri da casa mia dicesse un “ooops!” e finisse tutto.

Non mi fa affatto paura la possibilità di vivere, visto che finora mi si è presentata ogni giorno e l’ho sottovalutata.
Mi spaventa il contrario: l’esperimento va bene e, pieno di sollievo, accendo la Playstation e rimando tutto, perennemente, a domani, quando forse avrò più voglia.

Vorrei avere il coraggio e la forza di guardare il buco nero negli occhi mentre, innocuo, mi passa accanto. E scoprire che l’esperienza mi ha reso migliore.

Riprendiamo(ci) le città

August 4th, 2008 § 55 comments § permalink

A conferma che siamo un paese costantemente in bilico tra l’inerzia di sinistra e la “fascistata” di destra, ecco i militari che presidiano le città, con il fantomatico secchiello di scuse della “sicurezza”.

C’è poco da aspettarsi da un governo che fa ministro della difesa nientemeno che Ignazio La Russa, poco più che un colonnello Buttiglione qualsiasi, senza nemmeno il portamento di Aldo Maccione: gente come lui ha il sogno bagnato dei militari in giro per le strade da anni.

Il prode ministro dichiara che la misura è apprezzata da tutti, tranne che dai malfattori e dai sessantottini e da quelli che gridavano “polizia fascista”, “ps-ss”, “basco nero il tuo posto è al cimitero” e quelli che pensano che i militari italiani siano golpisti.


ESERCITO ITALIANO: MEGLIO NON PARLARE DI STORIA

Il problema dei fascisti è il solito: macchiano di sangue le pagine di storia e finiscono per non leggerle mai, perché purtroppo la storia militare italiana è una collezione lineare di infamie riconosciuta dagli eserciti di tutto il mondo, tanto che i nostri militari storicamente passano per mal preparati, armati ancora peggio, voltagabbana e diretti da personaggi da operetta.
Ed è un disprezzo bipartisan, visto che, per esempio, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale la pensavano così sia gli alleati dell’Asse, sia quelli dell’Alleanza.

E ricordiamo che all’esercito italiano va anche attribuito il merito di aver usato per primo al mondo su larga scala le armi chimiche, durante le sue patetiche guerre coloniali.
Ma poi, anni dopo, in Somalia si sono comportati decisamente meglio (ci terrei a far notare che l’articolo linkato proviene dal sovversivo bollettino denominato Famiglia Cristiana, roba da squatters).

Poi basta leggersi un qualsiasi libro di storia (questo è semplice, riassuntivo e focalizzato solo su di essi e non prevede una laurea in storia contemporanea per essere compreso) per scoprire che dietro il 100% dei tentativi di golpe italiani ci sono sempre state le alte sfere del mondo militare italiano.
Anzi, i Carabinieri (che, ricordiamolo, sono militari e non polizia) nell’ottobre 1957 sono pure riusciti a farne uno, coronando un’aspirazione frustrata dopo anni di tentativi falliti.
Fortunatamente (per noi) era a San Marino: se la sono cavata con un paio di camionette.

PAURA DEL GOLPE? NO!

Ora che vedo i militari marciare per le ex libere strade della mia città ho paura del golpe?
No, perché i golpe nel 2008 in un paese sviluppato non si fanno più così: una volta la forza militare serviva per conquistare i centri di potere e i centri di controllo del consenso (giornali, tv, radio, ecc.) e per reprimere o eliminare le voci discordanti, il dissenso.

Ora, in Italia, non serve più. Perché i centri di potere si conquistano tranquillamente con le elezioni, i centri del consenso li possiede e controlla direttamente il Presidente del Consiglio ed è inutile sparare alle voci che si oppongono, quando è più semplice renderle marginali grazie ad una potenza di fuoco mediatica infinitamente superiore.

Sparare ai giornalisti avversi? E’ fuori moda. Molto più semplice affondare la loro controinformazione in un mare di propaganda governativa assordante. Un servizio di due minuti su Lucignolo vale mille volte un qualsiasi editoriale su un giornale “contro”.

Quindi no, i militari non mi spaventano perché temo un golpe che è già in atto e operativo da anni, cioè da quando in Italia non esiste una legge che impedisca al proprietario unico dei grandi mezzi di comunicazione di candidarsi a governare e partecipare alla vita politica.


HO PAURA DELLA LORO PAURA (AKA: PLACANICA? NO GRAZIE)

In compenso temo una cosa più banale: la cialtronaggine dei militari italiani che, ricordiamolo, sono tra i peggiori al mondo e sicuramente i peggiori in assoluto tra i paesi occidentali.

Come in mezzo mondo, fare il militare è una scelta per disperati, per chi non ha più alternative e deve campare in qualche modo. E la qualità dell’universo militare italiano, la capacità di quel mondo di essere in sintonia con la realtà, la professionalità degli attori che lo animano, la modernità (…) delle strutture e dei metodi insegnati, ecc. credo che siano evidenti a chiunque abbia fatto il servizio militare.
E se per caso anche solo i 2 o 3 giorni di visita militare vi sono sembrati il trionfo dell’inefficienza kafkiana, la sagra dei raccomandati e un sostanziale spreco di tempo ed energie in mezzo a brutte persone con i gradi, oltre che un viaggio nel tempo negli anni Quaranta, beh sappiate che la vita militare reale è peggio.

Ecco cosa mi spaventa: mi spaventano i tanti potenziali Mario Placanica mandati allo sbaraglio, piazzati in una divisa, armati con i tradizionali fucili a banana (chiunque abbia fatto un salto al poligono durante il militare sa di cosa parlo) e pompati a suon di retorica contro un nemico inesistente e con una sola missione: la caccia al diverso, che può essere il primo zingarello che passa o il primo sfigato che assomiglia ad uno zingaro, ad un fricchettone o a chissà cosa.

Pensateci: per fare il poliziotto sono necessari anni di preparazione, di formazione specifica su un territorio che si conosce, di aggiornamenti, ecc. e tuttavia la polizia italiana già non brilla per efficienza ed efficacia. Figuratevi che cosa possono ottenere bande di militari invasati, totalmente impreparati ad azioni di polizia sul territorio e mandati a mitra spianato su un territorio che non conoscono, in una città che non è la loro, senza sapere nulla di quello che succede da quelle parti e, in certi casi, verosimilmente impauriti, inadeguati.

Ho paura? Sì, ho paura della loro inadeguatezza. Ho paura del ventenne disperato con un mitra in mano e in delirio da onnipotenza, ho paura degli abusi di potere, del bullismo, della violenza gratuita, del potenziale criminale che un esercito porta sempre con sé, frutto della paura e dell’arroganza.


PIU’ POLIZIOTTI, MENO SOLDATI

Il fatto è che la destra che spadroneggia in questo paese strumentalizza il concetto di sicurezza. Ci mette paura coi media che controlla e decide che per noi “happiness is a warm gun”, mentre personalmente il principio numero 1 del mio senso personale di sicurezza è non avere gente armata, impaurita e/o delirante tra i piedi, militari o criminali che siano.

La stupidità del provvedimento – che è tutto immagine e niente sostanza e risponde solamente a pure esigenze politiche (cioè far vedere alla ggggente che loro sì che si muovono per la famigerata “sicurezza”), oltre che a saziare qualche desiderio “greco” (nel senso dei colonnelli) dalle parti di Alleanza Nazionale – è evidente. E’ un mostrare i muscoli che non ha significato.

Vuoi aumentare la sicurezza in Italia? Assumi più poliziotti, pagali meglio, usali meglio, formali meglio, sceglili meglio e avrai forze di polizia sul *loro* territorio, più preparate, più volenterose, utilizzate in modo più efficace.
Cioè, caro governo da operetta, credi che la sicurezza sia un tema fondamentale e all’ordine del giorno in Italia? Bene, allora investi sulla nostra sicurezza. Metti dei soldi sul tavolo e onora la missione per cui sei stato disgraziatamente votato! Le parate militari, grazie, limitiamole al 2 giugno, tanto io vado al mare.

Invece accade il contrario: le Forze dell’Ordine, umiliate da questo provvedimento, reclamano paghe migliori, lamentano un taglio effettivo di fondi destinati alla sicurezza vera e i tanti bravi poliziotti che ci sono in Italia fanno una vita pessima.


RIPRENDIAMO(CI) LE CITTA’

C’è un solo rimedio al dilagare delle bande di militari nelle nostre città: marcarli ad uomo, difendersi, tutelarsi.

Facciamo come a New York, dove finalmente i cittadini hanno imparato che la tecnologia a volte giova alla trasparenza e può difendere effettivamente i cittadini: riprendiamoli.

Sì, non perdiamoli di vista un secondo: accendiamo le fotocamere, le videocamere, ecc. dei nostri telefonini ogni volta che disgraziatamente incappiamo in una di queste squadre armate. Registriamo tutto, non si sa mai. Mal che vada, una volta giunti a casa, si cancella tutto e ci si prepara alla prossima evenienza.
Facciamo girare la voce, creiamo comunità online di condivisione, uniamoci. Una sola videocamera non può nulla, migliaia sì.

E poi condividiamo, documentiamo ogni abuso di potere, ogni atto di arroganza, ogni fascistata derivata da questa occupazione militare indebita, inutile e assurda. State certi che ne capiteranno molte, purtroppo. E la soluzione sta nel portare all’attenzione dei media (magari quelli non italiani, visto il conformismo imperante entro i patri confini) ogni abuso.

Dobbiamo difenderci, tutti. Non è una questione di destra o sinistra. In un qualsiasi paese civile, anzi, sarebbe la destra per prima ad insorgere di fronte ad una simile e inaccettabile ingerenza dello stato nella vita dei cittadini.

Documentare il presente, difendersi dall’arroganza del potere, difendere i propri diritti di cittadinanza, di libero arbitrio, ecc.: bastano una telecamera o un telefonino (possibilmente che faccia i video) e un po’ di attenzione e possiamo avere un’arma in più per difenderci, casomai fosse necessario.

Diceva una vecchia vignetta dei Peanuts, ormai diventata un piccolo riassunto esistenziale: “parla piano e vai in giro armato”. Di videocamera.

E sappi che per me passerai la vita così, ad aspettare

July 11th, 2008 § 12 comments § permalink

Visto che Luca ha lanciato il sasso nello stagno elencando quelle che per lui sono le canzoni più tristi in assoluto, ecco qui per un sano ripple effect i miei 2 cents e qualche dritta per farsi venire il magone musicale.

Sì, perché si sa che non c’è niente di più bello (e risolutore) che essere di cattivo umore e contagiare il prossimo.

Mi sono fatto l’idea che il musicista italiano più triste in assoluto sia stato Piero Ciampi. Sì, un po’ perché era alcolista e ogni concerto finiva in rissa col pubblico e perché i suoi dischi erano incredibilmente dei flop, nonostante fosse un poeta vero.  Ma soprattutto perché aveva la capacità di fare canzoni sulle situazioni e i sentimenti più tristi, umilianti e desolanti. Si ficcava in dei gineprai di contenuto incredibili e ne veniva fuori con grazia. Sempre.

Se penso ad una canzone come “Adius“, che ritrae la scena di un uomo che, facendo la voce grossa e facendosi ridere dietro, tenta l’ultimo assalto disperato ad una donna che se ne sta andando per sempre, l’Oscar per l’esperto in martirio musicale è bello che servito. (e ditemi voi se non è un poeta immenso uno che scrive il verso “la tua assenza è un assedio” e lo butta lì in una canzone)

Però il meglio Ciampi lo dà con una canzone minore (cioè sono tutte minori, ma questa ancora di più, nonostante sia musicata in modo strepitoso dal suo compare Reverberi).
Si intitola “Confesso” e per qualche assurdo misunderstanding spesso è citata come brano pacifista.

Invece è un brano sull’inerzia, sull’attendismo, sul fallimento, sul rimpianto. Agghiacciante e bellissimo. Merita un ascolto e una lettura del testo.

Io confesso
che non ho fatto la guerra
ed ho parlato alla gente
come se fossi un eroe.
Confesso:
ho parlato per anni
perché qualcuno capisse
quello che sento.
Stasera ti confesso.
che sono entrato in un porto
ed ho cercato una nave
che mi portasse lontano.
Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.
E sappi che per me
passerai la vità così ad aspettare.
Stasera ti confesso:
non ci capisco più niente,
io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.
E’ tardi per pensare all’amore
e per andare sui monti
a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino
con la pace nel cuore.

Una vita ad aspettare, una ricerca vana e pavida di una nave che porti lontano: ricorda George Gray dall’Antologia di Spoon River, forse una delle “lapidi” più tristi in assoluto.

Se vi viene un inestricabile nodo alla gola, mandatemi un’email: ormai mitridatizzato alla melancolia del livornese risolvo casi simili in remoto, stile Giucas Casella. 

 

E ALL’ESTERO?

Valicando i confini nazionali, la scelta si fa ancora più ampia. Ci sono veri e propri professionisti della canzone triste, alcuni cialtronissimi, altri strepitosi. Tra questi ultimi il pluricitato Nick Drake.

Sì, lo so, è una scelta banale. Ma che ci posso fare se alla fine, per quanto uno scavi negli archivi e nella memoria, la palma (di plastica, ovvio) del più triste spetta a lui?

Con Nick Drake c’è l’imbarazzo della scelta.
Il suo pezzo più triste in assoluto per me è “Strange Meeting II” (qui il testo), in cui su uno dei più potabili tra i suoi complicatissimi giri di arpeggio acustico (riesco a suonarla perfino io, ma se la suono non riesco a cantarci sopra senza impappinarmi e non è necessariamente un male) racconta di una sua passeggiata notturna in riva al mare, l’incontro con una “principessa delle sabbie”, muta ma con occhi da cui traspira “l’eco di mille singhiozzi”, una passeggiata fianco a fianco in un silenzio consapevole, comune. E poi più niente: lei sparisce improvvisamente, senza spiegare. E Nick, evidentemente cugino del “lui” di Marinella di De Andrè, ogni notte torna sulla spiaggia a cercarla tra la sabbia, invano.

Certo che tra Piero Ciampi, etilista, morto giovane di tumore, e Nick Drake, depresso, timidissimo e morto verosimilmente per overdose di farmaci contro la depressione, c’è da riflettere sul fatto che una vita grama contribuisce alla tristezza delle canzoni. O forse influenza il giudizio di noi ascoltatori.

Quel che è certo è che Jackson C. Frank, innegabilmente il musicista più sfortunato e sofferente al mondo (se cliccate sul suo nome potete leggerne la biografia, ma preparate i Kleenex), su cui la vita si è accanita con sadismo fantozziano, ha prodotto “Dialogue”, una delle canzoni più tristi al mondo, per i miei gusti, con l’aggravante di essere una canzone assolutamente ignorata da tutti.

L’hanno riscoperta i Daft Punk, che chissà per quale motivo si sono messi a ravanare tra dischi minori di folk americano anni Sessanta, finendo per usarla come colonna sonora della meravigliosa scena finale del loro film “Electroma”.
Una ciliegina di lacrime sulla torta, insomma: uno dei brani più tristi al mondo come testo e musica, prodotto da uno dei musicisti più sfortunati della galassia (se non il più sfortunato), usato come triste sequenza conclusiva di un film a sua volta tristissimo e senza speranza.

Il video è qui, valutate se e quanto reggete i lacrimoni, sapendo che sono ben spesi. Il testo è qui, bello nella sua circolarità e vagamente (…) disperato.

Dopo tutto questo, credo sia d’uopo tirarsi su il morale in qualche modo. Io normalmente lo faccio leggendo il blog di Paolo Guzzanti (è il più bravo, in famiglia, mi spiace per i suoi 3 figli), ma in nome del relativismo lascio a tutti libertà di scelta.

Se, invece, volete rincarare la dose, direi che potete farvi un bel giro su “Summer’s Almost Gone” dei Doors, che nella sua semplicità ha uno dei titoli più tristi al mondo. E come molti canzoni tristi è bellissima.

In morte del telefono fisso

June 19th, 2008 § 24 comments § permalink

Mi rendo conto che l’oggetto più inutile che ho in casa (soprammobili a parte, ma cerco di non averne e fortunatamente ho un cane da incolpare se per caso ne giustizio qualcuno alla Goldie*) è il cosiddetto telefono fisso, che poi fisso lo è solo in parte, visto che abbiamo un cordless.

Mi basta dare un’occhiata alle più recenti bollette telefoniche e il dato è lampante: negli ultimi mesi non abbiamo fatto una singola chiamata col telefono fisso, salvo quelle gratuite ai vari numeri verdi di help perché non funziona l’ADSL o siamo rimasti al buio.

Forse è un segno dei tempi, ma il telefono fisso è un oggetto obsoleto, che prende inutilmente polvere. Di fatto non solo non lo usiamo per chiamare (perché il 99% dei numeri che chiamiamo sono cellulari e la chiamata fisso-mobile ha costi assurdi, da reato, fatti solo per fregare soldi agli anziani), ma in pratica non riceviamo quasi mai telefonate al fisso.

Anzi, mi rendo conto che è cambiata la percezione “sociale” della chiamata al telefono fisso. Cioè se squilla il fisso, in casa reagiamo male. Sì, perché una chiamata al telefono fisso ormai può solo annunciare disgrazie, operatrici di telemarketing, gente che ha sbagliato numero.

E se è per caso qualche parente/amico che chiama al fisso, la prima domanda è “come mai mi chiami al fisso?”. Perché ormai suona strano, è diventato il telefono delle emergenze e dei rompimenti.

Il post prosegue ed è lungo come una di quelle telefonate di quell’amico che ti chiama una volta l’anno ma ti aggiorna su ogni singola mezz’ora dei 364 giorni precedenti, con dovizia di dettagli. Vedete voi se riattaccare o subire. Tanto paga lui.

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Teoria e pratica del quadrifoglio

April 24th, 2008 § 24 comments § permalink

In questa foto si possono vedere 2 dei 5 quadrifogli che ho trovato oggi mentre riportavo il cane a casa dopo una visita dal veterinario (niente di grave: erano solo i richiami dei vaccini).

 Quadrifogli

Spesso la gente si meraviglia della quantità di quadrifogli che trovo e tira fuori le teorie più disparate:

– versione buonista: ho una fortuna enorme

– versione “signora mia”: non ho una mazza da fare tutto il giorno, ‘sti giovani d’oggi sono tutti drogati, ma ai miei tempi… (aggiungete voi una frase reazionario/conservatrice che contenga a scelta le parole “badile”, “miniera”, “zappa”, olio di gomito”, “capelli corti”, “guerra”, “treni in orario”)

– versione astiosa: sono il solito intellettualino di merda che non può esimersi dal notare l’errore nelle cose (e un trifoglio con più di 3 foglie lo è)

– versione psico-ginnica: trovo tanti quadrifogli perché ho la brutta abitudine di guardare sempre in basso, non si sa se per causa della cervicale rovinata da anni di blogging o per implicita timidezza

– versione di una mia compagna di università che mi invitò secoli fa a studiare con lei alla biblioteca/parco di Rivoli e fu ignorata dal sottoscritto che le preferiva i tanti quadrifogli ivi presenti: frocio!

La realtà è che trovare i quadrifogli non è una questione di fortuna. Chi non trova i quadrifogli è perché non li cerca. Lo dico per davvero: talvolta convinco chi mi accompagna a dare un’occhiata ai mucchi di trifogli e invariabilmente finisce che un paio di quadrifogli li trova, per quanto miope/sfigato/a si senta.

Il che può sembrare banale ma è anche indicativo di un’altra banalità sana che ogni tanto è utile ripetersi.
Cioè, la “fortuna” (sempre se vogliamo essere così vittime della sovrastruttura da pensare che i quadrifogli portino realmente fortuna) non ci capita, ma ce la cerchiamo, procuriamo, creiamo.
Suona ateo e anticristiano (e presto fuorilegge)? Who cares?

Trovare quadrifogli è un antidoto al senso di impotenza che questi tempi berlusconiani (e non solo) cercano di trasmetterci. E se si rischia (?) di passare per gay (altra cosa presto sconsigliata per legge, temo), who cares again?

L’opportunità del male – riflessioni postelettorali stranamente serene

April 15th, 2008 § 139 comments § permalink

Serve un bilancio elettorale, visti i risultati più che eloquenti?

Credo di sì. Credo anche serva farlo da lucidi. E per una volta lo sono, perché la portata del successo del progetto berlusconiano, nell’anno in cui si presenta più “brutto”, più privo d’idee e più incattivito, invita ad una riflessione in prospettiva che va ben al di là del mero risultato elettorale.

Il post è lunghetto, ma credevo peggio. Ed è un po’ più ragionevole del solito. Forse per una volta potreste provare a leggerlo tutto.

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Bilancino (non equivocate)

April 3rd, 2008 § 20 comments § permalink

Bilancio dell’ennesima giornata a Milano (città in cui vado per lavoro, solo per lavoro, cioè per soldi, scusate la brutalità ma devo ripetermelo ogni volta che sono in coda a Pero).

– Scopro, incontrando un ex collega, che il 90% dei miei compagni di lavoro ai tempi della New Economy ha fatto strada. Il che conferma la mia teoria per cui dietro quegli anni di stipendi ipertrofici, iperlavoro, fiorire di gergo marketing orribile e attitudine generalizzata al cazzeggio un po’ di sostanza ci fosse. Certo, c’è sempre un 10% che non ha combinato nulla, ma erano i più cravattati e aziendalisti, i peggiori.

 

-Incontro finalmente in una riunione piuttosto affollata un tecnico con cui mi parlo periodicamente al telefono da ormai 5 anni. Tecnico che non ho mai visto dal vivo. Ecco, non so voi ma io ho la brutta abitudine di dare un volto alle voci. Cioè se mi telefonate e non vi ho mai visto in faccia, non c’è problema: vi do una faccia immaginaria io basandomi sulla vostra voce. E non chiedetemi in base a quali parametri una faccia corrisponda ad una voce, perché non lo so.

Il tecnico con cui mi telefono da 5 anni per quanto mi riguarda avrebbe dovuto avere la faccia di Trapattoni da giovane. Ci avrei messo le mani sul fuoco. Quindi immaginatevi la mia sorpresa a vedermi di fronte il sosia del cantante dei Simply Red da giovane, con tanto di capello svolazzante. Sono sconvolto ancora adesso.

 

– Sfuggito dalla riunione con i Simply Red, passo da un altro cliente per lavorare un paio d’ore. Mi prestano asilo nel loro ufficio, così gli sistemo un testo per un mega-committente, che gli è stato rispedito indietro con motivazioni tipo “non spicca il volo”. Il committente-poeta è la peggiore specie che c’è in circolazione, per chi fa il mestiere di scrivere: è capace di bocciarti centinaia di pagine sudatissime e motivarlo con un “il testo mi metteva a disagio” e tu giù a riscrivere, ovviamente a vuoto.

Mentre elencavo con perizia tutte le madonne del Nuovo Testamento una mia improvvisata e transitoria compagna di scrivania mi ha detto “tranquillo, questo è l’angolo ateo dell’ufficio” (e contemporaneamente altri 2 suoi colleghi hanno annuito compiaciuti). Mi ha anche indicato l’angolo cattolico dell’ufficio, a cui ho rivolto un “hissssss” tipo l’Esorcista.

 

– Finito di far spiccare il volo al testo, mi accorgo che sono le 19 e 20. E sono a Milano. E alle 21 mi inizia la trasmissione in radio a Torino, contando che prima devo passare a prendere il buon Valletta al suo antro di vinile in pieno centro. E’ una sfida contro il tempo e contro le leggi della fisica, ma considero un buon risultato essere arrivato in radio alle 21 e 15. Non chiedetemi come.

 

– Poi trasmetto 3 ore. Sono in palese debito di zuccheri, ma c’è un sacco di gente che ascolta in streaming e tiro fuori energie nascoste non so bene dove. Poi un bel giorno si esauriscono e si ride, ma fin quando ci sono ben vengano.

Finita la trasmissione – che, contrariamente alla normale radio notturna che si fa un po’ in solitaria e in penombra, nel caso dello streaming diventa una mega sessione super-social – scatta il momento triste.

Come ogni mercoledì sera mi ritrovo a cenare rigorosamente solo a tarda ora, in un locale. Non che sia un dramma, anzi è da quando sono adolescente che viaggio da solo perché patisco il prossimo (il che tra l’altro manda completamente in palla i bagnini riccionesi, che arrivano al punto di mandarti delle tipe all’ombrellone, se ti vedono da solo, oppure passano ogni 5 minuti a chiederti se stai bene).

Il bello del mangiare da solo è che puoi dedicarti allo sport preferito da tutti i flaneur (al di là del pensare ai casi propri e amareggiarsi ancora di più): farsi gli affari altrui.

Stasera, peraltro, il boccone era ghiotto. Esattamente di fronte a me un tavolo con una coppia al primo appuntamento. Gente che si dev’essere conosciuta via chat. E lui ha sgarrato con la foto, tipo che gliene ha mandata una di George Clooney pur non appartenendo nemmeno alla stessa specie dell’amico George.

Lo sguardo di lei ha gridato “aiuto” per tutta la durata dell’appuntamento, cioè 40 tragici minuti, metà dei quali passati dalla poverina in bagno a prendere fantozzianamente tempo, mentre lui faceva ossessivamente la prova-alito.

Ho passato 40 minuti in imbarazzo per loro. Poi se ne sono andati, con lei in testa con inalberato un cartello tipo guida turistica con su scritto “non ce n’è”, casomai non lo avessimo capito. Ma i suoi occhi erano più eloquenti di un qualsiasi atto notarile.

 

– recuperate un po’ di proteine sono rientrato a casa, quatto quatto, per non svegliare nessuno. Ho preso l’immancabile musata del cane sulle palle (non sbaglia mai mira, nemmeno al buio) e mi sono posto il classico problema del mercoledì notte: farsi calare l’adrenalina che il trasmettere in radio rigorosamente fa salire.
Normalmente uso tecniche da quattro soldi, tipo che l’altra sera ho fatto 40 flessioni e poi ho finito di leggere un libro. Ma stasera avevo da lavorare, quindi essere su di giri è perfino un vantaggio.

Accade, quindi, che mi metto nell’angolo ateo del mio studio (gli altri 3 sono un angolo agnostico, uno mangiapreti e uno scettico) e mi metto a cercare di far spiccare il volo ad altri testi.

Però mi è rimasta un po’ di energia per cui ho avuto pietà del mio blog e ho bloggato.

Già, il blog. Sto bloggando sempre meno. E non è colpa di BlogBabel, visto che dirado i post già da prima, quando la classifica e tutti gli annessi e i connessi non mancavano.

E’ che io credo che nella vita si vada a fasi. E capita che ti disamori di una cosa e ti innamori di un’altra. Poi magari ti passa.
Vivo bene con la mia irrequietezza, che a volte spaventa le persone. Ma il blog non si fa spaventare. Mal che vada non bloggo più tanto, che male c’è?

D’altronde si sa che chi si abbandona alla routine muore lentamente, come diceva Martha Medeiros (e no, non è una poesia di Neruda; e sì, è quella citata da Mastella il giorno che ha fatto cadere il Governo Prodi; e sì, è una bella poesia lo stesso). E ci vuole il fegato di rovesciare il tavolo e non condannarsi al fare qualcosa che non ti piace.

Un coraggio che non mi è mai mancato, visto che in quasi 34 anni di età non ho fatto altro che cambiare, cambiare, cambiare, cambiare.
Figuriamoci se mi manca per 4 bit in croce. Non ho tanta voglia di bloggare? Non bloggo. Se diventa una routine, un timbrare il cartellino, il tavolo è già gambe all’aria. 

Where Am I?

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