[anafore] Personalità confusa

November 23rd, 2009 § 6 comments § permalink

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Mi sa di no, Alessia.

[Anafore esce tutti i weekend (o il lunedì sera, se il weekend sono rintronato). Qui c’è la spiegazione.]

Notarelle digitali d’uno dei mille

November 17th, 2009 § 1 comment § permalink

Non contento di aver riattivato il blog, ho fatto ripartire pure il Tumblr. E anche in questo caso l’indirizzo è stato cambiato.

Il nuovo Tumblr si trova qui: enrico-sola.tumblr.com

E già che c’ero ho capito (credo) come si usa un Tumblr (perché quello vecchio era più che altro una piattaforma di cazzeggio, sperimentazioni e deliri).

Anzi, per non farmi mancare nulla mi sono pure lanciato e ho messo su un template del genere urban-modern-fighetto-cool di cui sicuramente tra qualche settimana mi vergognerò, non appena il mio filosovietismo estetico avrà la meglio sulle mie buone ragioni e mi prenderà allo stomaco nel dormiveglia, come un senso di colpa non sopito.

Prometto di resistere, eh. Se è caduto il muro di Berlino, può anche cadere la mia predilezione per le periferie desolate d’Oltrecortina e la grafica digitale da esse derivata.

Ah, la foto che illustra il post è di Amir K.

[anafore] La rivincita dei nerd

November 15th, 2009 § 5 comments § permalink

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Un amore nerd. Finito male. Non c’era comunicazione.

[Anafore esce tutti i weekend. Qui c’è la spiegazione.]

Ha fatto tutto lui

November 15th, 2009 § 2 comments § permalink

Visto che qui, titolare a parte, è tutto nuovo o quasi, nel backstage di questo blog si svolazza con la fantasia, pregustando i mille usi del nuovo giocattolo.

Prima che passi l’entusiasmo, ché certi sentimenti sono tanto belli quanto fugaci, meglio inaugurare una nuova rubrica, frutto appunto di quell’entusiasmo fantasioso di cui sopra.

Più che una rubrica è un giochino. Uno di quelli scemi che, se sei al terzo drink, ti sembrano anche intelligenti. Se sei al quinto drink e hai la ciucca buona, finisce pure che tiri in ballo la letteratura generativa, Burroughs, Breton e pure Nanni Balestrini. Come sempre, il mattino dopo ti fai prendere dall’imbarazzo per le fughe da ‘mbriaco e ti scusi con tutti, a partire dalla signorina Richmond.

In sostanza, senza pretese avanguardiste, facciamo così: una volta alla settimana prendiamo Google, diamo in pasto qualche parola alla sua funzione “suggest” e lasciamo che ci racconti una storiella o vada direttamente sul poetico.

Sta, poi, a noi gettarci nell’interpretazione di quello che ha detto. Tanto la fantasia non ci manca.

La prima storiella suggerita da Google è qui. Ed è pure un po’ triste, perché parla di un amore finito male.

P.S. Il giochino ha una categoria tutta sua, chiamata “anafore”. Anafore, non anfore. Non equivocate, please.

Fai l’irriverenza

November 13th, 2009 § 5 comments § permalink

La redazione di Aprile Online mi ha proposto di tenere una rubrica settimanale dedicata alla Rete e alla tecnologia.

Mi sono dovuto porre il problema di scrivere di cose tecnologiche su una testata di chiara natura politica. Ovvero: faccio la mia solita panoramica di oggetti tecnologici del desiderio o ragiono su cose un po’ più profonde?

Fosse per me, mi abbandonerei quotidianamente al tecno-lust, ma il rischio di intristire il prossimo con una dotta disquisizione sui DPI dei gaming mouse di ultima generazione sarebbe altissimo e i lettori di Aprile Online, che già soffrono tanto per ovvi motivi politici, non se lo meritano.

Alla fine mi è venuta l’idea di fare una panoramica sull’irriverenza politica in Rete, cioè raccontare tutti i casi in cui il popolo di chi sta lì di fronte al computer sfida il potere, mette in dubbio le sue parole e, già che c’è, gli ride dietro.

Il pensiero un po’ da anarchico ottocentesco di tanti Franti digitali che, infami, ridono del potere sullo schermo è tanto romantico quanto irreale, soprattutto in un paese in cui la quasi totalità degli atti di irriverenza online finora non è andata molto più in là di “Meno tasse per Totti”.

Ecco, quindi, la prima puntata di “Il potere dei cittadini digitali, tra creatività, satira e conflitto”. Il resto dell’articolo è infinitamente meno peso del titolo.

Venerdì 20, la seconda puntata e venerdì 27 la terza e ultima.

Ogni suggerimento su come impiegare la rubrica dal 27 novembre in poi è benvenuto.

Le epigone della casa del vino

November 12th, 2009 § 8 comments § permalink

Bisognerebbe abolire la parola “mitico” dal vocabolario. Anzi, forse direttamente dalla mentalità nazionale, perché basta il solo concetto a fare danni mostruosi.

Intendiamoci, sono danni musicali, quindi niente di così grave se le cose con cui vi riempite le orecchie sono di scarsa rilevanza nella vostra vita. Però se siete tra quelli che “fanno caso” alla musica state quasi sicuramente subendo l’effetto “mitico”.

Guardiamo le classifiche: sono un fiorire di vecchie glorie, raccoltone, ristampe, venerati maestri, giganti del rock, pezzi da novanta. Tutto è mitico, all’insegna dell’ “ah, come eravamo”, dalle raccolte di rumenta anni Ottanta (i mitici anni Ottanta) alle autocelebrazioni di Ligabue (che è uno che sull’industria del “ah, quanto eravamo mitici noi col nostro maggiolone cabriolet sfatto ma piaceva tanto a lei” ci ha fatto una fortuna), alle raffiche di “best of…” dell’Artista Indiscutibile di turno, possibilmente sopra la cinquantina o, meglio ancora, inesorabilmente morto.

Sono cose di cui scrive meravigliosamente ogni settimana su Macchianera, con solerzia elvetica, l’ineffabile Paolo Madeddu nella sua rubrica The Classifica, quindi vi lascio nelle sue mani se volete farvi del male guardando cosa diavolo comprano i nostri compaesani nei negozi di dischi (che poi, a giudicare da certa roba in classifica, mi sorge il dubbio che la gente alla fine compri i dischi all’autogrill, per disperazione), anche perché tutta questa fatica a scrivere dell’italico approccio mitico al mercato discografico è funzionale a parlare d’altro.

Mi spiego. Tra le migliaia di cariatidi, carampane e cari estinti più o meno meritevoli di mitizzazione, una delle poche figure non stantie che hanno sfondato discograficamente in Italia è Amy Winehouse.

Ok, dimentichiamoci che per molti vale come una pre-morta, viste le acrobazie che fa fare alla sua esistenza (che poi, a dirla tutta, gente come Iggy Pop e Keith Richards in passato hanno fatto di peggio senza che nessuno si agitasse così tanto, eh) e concentriamoci sul fatto che Amy Winehouse è uno dei pochi artisti capace di vendere agli italiani due copie dello stesso disco. Prima quella normale e poi quella deluxe con un tot di inediti e di canzoni aggiuntive. E tutti giù a comprare.

Insomma, qui in Italia la nanerottola tatuata con la cofana alla Moira Orfei e la voce virata a seppia piace. E piace pure tanto. Non che piaccia solo qui, visto che il suo successo è un fenomeno globale, ma è un po’ come i telefonini: vendono tanto ovunque ma qui ne andiamo matti. Vai a capire perché.

La cosa divertente è che piace solo Amy Winehouse, non il sound alla Winehouse. Cioè, lei esclusa, il british soul in Italia non vende una mazza. E dire che ci hanno provato a piazzarci prima Adele e poi, con più insistenza e un singolo azzeccato, Duffy. Tra l’altro sono cantanti con una qual certa credibilità musicale e non tristi imitatrici.

Però niente. Mi sa che qui in Italia piace più il fenomeno che il suono. Ed è un peccato, perché – fiutata la gallina autodistruttiva dalle uova d’oro – i discografici si sono buttati alla ricerca di tutto ciò che suona vagamente winehousiano e fanculo al personaggio. E hanno trovato qualcosa di interessante.

Può darsi che vi venga da ridere, ma una delle winehouserie più interessanti arriva dall’Australia. Lo so, lo so: il concetto di “soul australiano” è significativo tanto quanto “polka congolese”, ma che ci posso fare se i Cooking On Three Burners sono deliziosi e, tra una winehousata e l’altra, si prendono pure il lusso di una cover vagamente exotica di Cars di Gary Numan?

Non è che questa band con un nome balengo salti fuori dal nulla. Cioè, è gente che suona dal 2000 e se vi fate un giro sul Web li trovate pure sorridenti in una session con i Dap Kings, cioè il gruppo che accompagna Sharon Jones (che è una che canta alla Winehouse da prima della Winehouse ) e che ha pure accompagnato per un po’ la stessa Winehouse, tanto per confondere le cose e rendere ancora più illeggibile questa frase.

Credo che l’ultima volta che mi sono preso bene per qualcosa di musicale proveniente dall’Australia ci fosse ancora il muro di Berlino o forse era cascato da poco. Però, in un’epoca globalizzata, ci sta pure che un pezzo di british soul arrivi da “down under”. Alla fine stanno pure loro nel Commonwealth, no?

(we don’t need this) Fashion Groove Thang*

November 12th, 2009 § 13 comments § permalink

Alla fine sono riusciti a trascinarmi. Anzi, a dire il vero non hanno dovuto nemmeno insistere troppo, perché lo spirito dell’antropologo della domenica è prevalso su quello dello snobbettino di sinistra.

Fatto sta che sono andato a visitare il negozio milanese di Abercrombie & Fitch, pur avendo anticipato – nell’ovvio disinteresse generale per le mie “posizioni” – che non avrei comprato nulla di quella marca lì da italiani all’estero.

Snobismi a parte, nei tre piani del negozio di Corso Matteotti non ho visto un singolo capo che mi interessasse, salvo una giacca esibita in una teca di vetro e introvabile tra gli scaffali, ma chi se ne frega. Il fatto è che mi è sembrato davvero impossibile occuparmi di vestiti in una discoteca.

Sì, una discoteca, perché Abercrombie & Fitch è quello. L’intera store-experience è mutuata dal mondo del nightclubbing e per qualche motivo è un effetto ricercato: qualcuno nell’ufficio marketing di A&F deve averci pensato e si è convinto che la discoteca è un’ottima evoluzione estetica del buon vecchio negozio. Avrà le sue ragioni.

Sarà che mi evoca antipatici ricordi pre-cortina di ferro, ma le file di fronte ai negozi mi stanno sulle balle a priori. Da Abercrombie & Fitch non c’è modo di non fare la fila: te la fanno fare i buttafuori all’ingresso, proprio come in discoteca: è una tecnica da quattro soldi del clubbing e serve a far credere alla gente che il locale sia strapieno, per generare il solito ovvio effetto: la gente va dove c’è altra gente, possibilmente tanta.

Dopo 10 minuti di coda (inutile, visto che il negozio è tutto tranne che strapieno), l’ingresso regala visioni che possono stare nell’album dei ricordi di qualsiasi avanzo di balera: buttafuori con la faccia cattiva di fronte alle porte e, dopo i loro grugni, un ambiente buio e senza luce naturale, illuminato da pochi faretti e pervaso da musica quattroquarti fortissima, roba per cui parlare coincide col gridare.

Per rafforzare l’effetto disco (quella deleteria anni Ottanta, con l’ingresso donna, il tavolino a bordo pista e un 12 pollici a caso di Baltimora che suona a volumi insani), ecco i cubisti e le cubiste. Sto parlando del famigerato “personale-immagine” che pare sia un’apprezzatissima caratteristica dei negozi Abercrombie & Fitch e sia diventato un piccolo mito qui nella provincia tristanzuola dell’Occidente: ragazze e ragazzi carini (non direi esattamente fotomodelle e fotomodelli di prima o seconda scelta, ma comunque bella gente, con un canone estetico ben preciso, molto wasp: maschi palestrati e femmine rigorosamente bionde coi capelli lisci) che, in una sorta di divisa da boscaiolo accoppiata con delle inspiegabili infradito, balla negli angoli morti del negozio, sculetta e, se incrocia il tuo sguardo, ti rivolge un cordiale “Hello, what’s goin’ on!” sempre uguale.
Mancavano giusto un privé con un assessore craxiano e i bagni con la gente impastata di bamba ed era un tuffo perfetto nella Milano da bere.

No, non voglio cascare in vecchi schematismi d’epoca. Però l’impressione generale è che la strategia del “diffondi la figa nell’ambiente e la gente arriverà in massa” sia l’unica vera scelta strategica di A&F nei suoi negozi. E le facce di gran parte dei clienti maschi presenti in loco (le uniche che credo di saper giudicare) sanno di comitive di turisti gabbati dalle entraineuses nei night dell’Est Europa, di gente che fa la fila all’Hollywood per guardare da lontano le modelle e di adolescenti che non hanno ancora capito che la cameriera bona è una feature della birreria, non una speranza concreta.

Fedelissimo da tempo immemore al motto “God is a dj”, sono l’ultima persona che può mettersi a fare del trito moralismo sulle discoteche e meno che mai lo farei su un negozio che ha “discotechizzato” la sua in-store experience, anche se è una scelta di cattivo gusto.

Però sono uscito – frastornato, come tutti – con seri dubbi sulla strategia di A&F. Pur amando il clubbing mi sono chiesto quanto sia intelligente produrre un’esperienza di quel genere. Abercrombie & Fitch alla fine è un posto rumoroso (in cui peraltro suonava della house commerciale vocale di infimo livello) in cui si vede male, si cammina un po’ storditi nella penombra e in cui non si capisce la logica con cui sono disposti i prodotti.

Anzi, l’impressione è che i signori Abercrombie & Fitch abbiano buttato i vestiti qua e là alla cazzo di alce (l’espressione “alla cazzo di cane” la riserviamo per la Harmont & Blaine, casomai i suoi negozi fossero disordinati). Ecco, più che una discoteca il negozio milanese di A&F ricorda il guardaroba di una discoteca. Uno in cui hanno fatto casino con i tagliandini numerati.

Fortunatamente trovo orribili i vestiti A&F, perché in un ambiente ansiogeno di quel genere non riuscirei a comprare nulla, anzi avrei perfino difficoltà a parlare coi commessi, visto che bisogna gridare per farsi capire.
Certo, sorge maligno il dubbio che qualcuno nell’ufficio marketing di A&F abbia letto malamente “I persuasori occulti” e si sia convinto davvero che il consumatore opportunamente stordito è più propenso a spendere e a farsi menare per il naso, ma non vorrei sopravvalutare il management. Quella è gente che di solito non legge niente, mai, per nessun motivo.

Immaginando che qualcuno – magari un sordomuto – riesca a comprare vestiti in un contesto danzereccio, c’è da questionare l’intelligenza di mettere maschi palestrati e femmine notevoli, vestiti con gli abiti in vendita, a due passi da gente “normale”. Cioè, magari tu sei una ragazza che sta provando faticosamente un paio di jeans, scoprendo che ti tirano sul culo e ti vanno lunghi e nel mentre passa una venere con 15 anni meno di te a cui gli stessi jeans sembrano dipinti addosso col pennello da miniature. Boh, a me passerebbe la voglia.

Alla fine la visione più rassicurante erano le ragazze che facevano le pulizie. Persone normali, in grembiule, un paio perfino carine e non biondo-stereotipo. Mentre ramazzavano i pavimenti talvolta parevano lanciare sguardi solidali, forse complici: là fuori c’è un mondo un po’ più vario e meno asfissiante. Abbiamo guadagnato l’uscita, con sollecitudine.

*qui non si è persa la mania per i titoli criptici, che rispondono a mie intime derive musicofile di cui, evidentemente, non posso fare a meno

Sarò breve (no, davvero)

November 12th, 2009 § 10 comments § permalink

Credo sia merito (o colpa) di Follini l’abuso del termine “discontinuità”. Sarà perché sono anni bui e da una parola in su tutti vogliamo rompere la continuità temporale e cambiare, cambiare, cambiare.

A fare i perfidi si potrebbe dire che qui è cambiato l’indirizzo del blog, è cambiato il template (ora ce n’è uno che non ricorda automaticamente l’edilizia popolare cecoslovacca degli anni Settanta), ma la musica è sempre quella.
Cioè, per quanto ci si sforzi a cambiare il blog, il tizio che ci scrive sopra è sempre quella testa di cavolo lì. Insomma, la discontinuità non si vede.

Sì, mi sono posto il problema. E ho prodotto una soluzione o quantomeno un innocente e speranzoso tentativo.

Bisogna cambiare qualcosa di rilevante? Detto, fatto. Ecco cosa succede. Farò post brevi.

No, non svenite.

Farò *anche* post brevi.

Anzi, farò versioni brevi (spesso brevissime) dei post lunghi che scriverò.

Se avete tempo e voglia, vi sorbite le versioni chilometriche. Se siete di fretta o il tema non vi emoziona più di tanto, vi buttate sulla versione compatta.

Anzi, se siete abbonati a Selezione del Readers’ Digest e proprio patite i post lunghi e volete leggere solo le versioni condensate, potete direttamente abbonarvi al feed RSS dei post brevi. Oppure, se non usate gli RSS, potete leggere i post sotto la categoria “bignami” e vi evitate le verbosità. Piace?

Ciao sono io

November 12th, 2009 § 68 comments § permalink

Sì, dai, quello là col nome giapponese strano che aveva un blog che riempiva di post lunghi.

Ecco, ora sono cambiate un po’ di cose. Non tante, eh. Cioè, scordatevi che mi metta a sfornare post brevi, per dirla tutta. Però sono cambiate due o tre cose, in primis l’indirizzo che avete digitato o cliccato per arrivare qui. Per spiegare il resto serve un passo indietro.

Credo che non sia un mistero il fatto che negli ultimi due anni i blog abbiano perso un po’ di slancio. Il fatto è che ci siamo buttati tutti sui socialcosi – prima su Twitter, poi anche su FriendFeed e su Facebook – e ci siamo un po’ dimenticati di quel posto là dove scrivevamo in modo approfondito e diffuso quello che ci girava per la testa senza l’assillo di dire qui e ora cosa pensi, vedi o fai.

Non è che siamo tutti rincretiniti di colpo. E’ che i socialcosi sono divertenti, raccontano e catturano benissimo il momento e la Conversazione, quella con la maiuscola, si è spostata là.

Confesso che non ho esitato a tuffarmi in quel mare di parole istantanee online, sguazzando felicemente tra la chiacchiera da bar sport o la gara tra ex liceali all’one-liner più witty. E sicuramente ricorderete come pietre miliari della vostra esistenza gli aggiornamenti sulla mia presenza alla sagra del lampredotto sbucciato di Lamporecchio (nota: prima che vi precipitiate nell’amena località del pistoiese, affamati di interiora, specifico che la sagra è inventata ed è lì per pura assonanza; a Lamporecchio fanno i brigidini, che personalmente detesto causa antipatia per l’anice).

Poi, però, a furia di fare castelli in Arial mi sono un po’ annoiato e un giorno ho chiuso l’account di FriendFeed. E i motivi sono sostanzialmente due.
Il primo è che i socialcosi portano via tempo e in un’epoca pervasività del Web ti mangiano i minuti e le ore sempre e ovunque. E se ti accorgi che hai consumato un’ora della tua vita a discutere online di olio delle scatolette di tonno o della volumetria della frangetta di un’attrice di cui ignoravi l’esistenza, forse è meglio darci un taglio, ché perdere tempo mi va benissimo, ma con un minimo di controllo qualità sul come.

Il secondo è che, nella penuria di caratteri consentiti dai socialcosi, mi sono trovato più volte a discutere di cose interessantissime, talvolta importanti, con un po’ di gente. E tutte le volte che la discussione si faceva interessante e meritava un approfondimento, ci dicevamo “magari non qui: ne riparliamo meglio altrove”. E rigorosamente finivamo per non approfondire.

Alla fine mi è venuta voglia di quella profondità lì. Senza farla troppo spessa, eh. Però mi piace pensare che qui ci sia un pezzo di quell’altrove dove è possibile “riparlarne”.

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