Salone: fuori

April 14th, 2010 § 6 comments § permalink

A leggere in giro c’è scritto che il Salone del Mobile e il Fuori Salone inizia martedì 13 aprile.

Da buon torinese puntuale e precisino (…), quindi, visto che stai a Milano ti presenti in Zona Tortona alle ore 20 del 13 aprile, pronto a tuffarti nel rutilante mondo del design di cui ti hanno parlato tanto bene. Tu che finora credevi che i mobili li facesse solo il signor Aiazzone a Biella.

Ti fai a piedi tutta via Tortona e scopri che il 90% delle cose da vedere è chiuso. Aprono domani. E le poche cose aperte sono “press day” in cui – ti dicono – decine di giornalisti guardano cose di design tenendo un bicchiere in mano. Ma sono eventi a cui non accedi se non hai l’invito.

Insomma, al Fuori Salone sono sostanzialmente rimasto fuori, circondato da gente in gran parte vestita strana che pare salti fuori solo durante il salone (perché pare che per far capire agli altri che sei un designer devi vestirti da scemo: forse è per far intendere che tutto il buon gusto lo metti nelle tue creazioni e non te ne avanza per gli abiti)

L’unico posto in cui sono entrato era un hotel che si chiama NHOW, al cui naming deve sicuramente aver contribuito il manager dei Sonohra.

Al Nhow, mi hanno detto, ci sono sempre un sacco di cose interessanti (le chiamano “installazioni”, ma sono le stesse persone che dicono “meeting” al posto di “riunione”) che ritraggono perfettamente lo spirito del Salone del Mobile e del Fuori Salone.

Al piano terra c’erano varie “cose di design”. Qualcuna anche carina. Un paio perfino geniali. E tutto il resto erano sgabelli.
Sgabelli su sgabelli in tutte le salse, grandi, piccoli, colorati, drittissimi, ricurvi, strani, alti, bassi, monolitici, sminuzzabili, ripiegabili, pelosi, penosi, plasticosi (tanti). Il 2010 è l’anno degli sgabelli, fidatevi di me, oh devoti della coolness a tutti costi. Fanno una tendenza che non vi sto a dire, gli sgabelli. Roba che se domani (a un evento che ieri era chiuso) presentano lo sgabello indossabile, lo sgabellofonino (iStool?) o lo sgabello di marzapane non mi meraviglio.

E se domani salta fuori un articolo su Domus in cui si scopre che Katia Noventa, in crisi mistica da Dopo Salone, ha rinunciato ai mobili di casa e ha arredato la sua magione solo con sgabelli (che sono versatilissimi: li puoi usare anche come tavolino, scaletta e comodino!), non sobbalzerò sulla sedia dalla sorpresa. Anche perché sarò sicuramente seduto su uno sgabello.

Ok, però ora mi fate la Svizzera. E in fretta!

March 29th, 2010 § 19 comments § permalink

E’ un dato di fatto: la Lega vince (e in alcuni casi stravince) in tutte le grandi regioni del Nord. Insomma, il motore industriale, produttivo e terziario d’Italia è in mano a loro e ai loro alleati.

Al Nord sono forti, fortissimi, stravincono ovunque, incluso il Piemonte che – salvo il villaggio di Asterìx di Torino e provincia – inizialmente sembrava un po’ meno affascinato dalla cultura della provincia lombarda.

Ora la Padania, come la chiamano loro, è tutta in mano alla Lega o al PDL dominato dalla Lega, da Pian del Re al Delta del Po. Qui, come tanti, abbiamo provato ad opporci, ma è stato vano. Hanno vinto.

E visto che hanno vinto, governino. Ma lo facciano. Perché il fatto è che la Lega, in un modo o nell’altro, dal 1994 a oggi è stata al potere per gran parte del tempo.

E non si è visto uno straccio di riduzione fiscale
E l’immigrazione (che per loro è un problema e basta e come tale lo tratto, anche se non la penso proprio così) cresce di anno in anno.
E il federalismo non solo non c’è, ma l’unica tassa realmente federale che avevamo (l’ICI) è stata abolita anche coi loro voti.
E gran parte dei (pochi) soldi di questo paese disastrato andranno a finire nel Ponte di Messina, voluto con tutte le forze da Berlusconi e votato dalla Lega.
E Roma Ladrona continua a essere il centro nevralgico del potere nazionale.

UNA LETTERINA AI NUOVI PADRONI DEL NORD

Cari leghisti: governate a Roma e in tutta la Padania e in verità comandate da 15 anni senza aver combinato nulla. Ora non avete scuse: non ci sono governi ostili o altri impedimenti. Ora fatemi la Svizzera, forza!
Certo, governate da ormai tre lustri e ancora non avete combinato una mazza, ma magari le performance canoro-scoperecce del vostro principale alleato politico vi hanno inguaiato un po’. Ora avete veramente la possibilità per fare qualcosa di concreto.

Siete l’unico partito in Italia che può dire di aver stravinto le elezioni. Daje, fate una Svizzera subito qui al Nord! Datevi da fare.
Mi accontento anche di poco, eh! Mi va perfino bene la Svizzera Italiana, quella triste di Aldo Giovanni & Giacomo. Però fatela! Tirate fuori un po’ di efficienza brianzola, invece di stare lì a oliarvi i kalashnikov a vicenda.

WHAT A DIFFERENCE A REGION MAKES

Il fatto è che non riesco ad appassionarmi a un’elezione in cui dobbiamo stare appesi fino all’ultimo minuto per sapere se il canidato X ha vinto sul candidato Y, perché il tutto dipende da quanti voti arrivano dall’ultimo seggio sperduto di Torpignattara o della Val Varaita.

La realtà è che se questa destra, che al governo da 2 anni non ha fatto niente (e non dico “niente di buono”, ma niente del suo programma), salvo tamponare male i casini giudiziari del premier, dopo gli scandali economici, dopo gli scandali sessuali, dopo le tangenti dei suoi dirigenti al Nord e al Sud, dopo la ‘ndrangheta in Parlamento, dopo la truffa dei voti all’estero, dopo le risate oscene dei palazzinari berlusconiani di fronte alle macerie dell’Abruzzo, dopo gli appalti truccati alla Maddalena, ecc., continua a prendere più del 2% dei voti, il sistema è malato.

E sarebbe stato malato anche se si fosse vinto in Lazio e in Piemonte, che tanto erano questioni di pochissimi voti di differenza.
Vincere due regioni in più per il rotto della cuffia, per quanto importanti, non sarebbe stato affatto una svolta: avremmo fatto festa una sera, ecco. E ci saremmo illusi.
Ma la realtà, totalmente indipendente dall’esito delle regioni testa-a-testa, è che ormai il blocco elettorale Lega + PDL si è radicato in Italia in modo definitivo. E continua a prendere percentuali altissime, nonostante sia abominevole.

Provo a dirla più brutalmente: questi signori vinceranno sempre, senza appello. Non giriamoci intorno. Sono imbattibili. E non perché hanno una proposta politica meravigliosa o una performance amministrativa invidiabile. Anzi, finora hanno fatto proprio schifo. Il fatto è che l’Italia li vota. Gli piacciono. Punto.

E no, questa volta il centrosinistra non ha nemmeno la scusa autocritica, per cui ha candidato (con l’esclusione giusto di Loiero in Calabria) brutta gente o fatto scelte marginali, loffie o filoclericali. Insomma, la Bresso in Piemonte ha governato bene, con scelte coraggiose anche sul piano dei temi etici come l’eutanasia e l’aborto, la Bonino è la Bonino, ecc. Nessuna scusa di collateralismo con la Chiesa, nessun effetto-Binetti (che ora sta in un altro partito), nessuna scelta pavida. E si è perso uguale, poche storie.

SONO IO LA MORTE E PORTO CORONA (O I VOGON O MALGIOGLIO)

Quindi? Quindi, finché Bossi e Berlusconi resteranno in vita (perché le loro creature politiche dipendono strettamente dalle loro sorti: non sono esperienze ereditabili con facilità), perderemo per sempre in gran parte d’Italia, con giusto le solite eccezioni di Umbria-Emilia-Toscana, peraltro in via di lenta erosione.

La soluzione? Sperare nell’unico fattore reale di rinnovamento in questo paese: la morte.
No, non sto facendo un discorso da terrorista, capiamoci. Sto semplicemente riavvolgendo il nastro della storia e guardando alla Spagna che tanto ammiriamo da lontano (e che presto non ammireremo più, vista la crisi del modello di Zapatero).

Ripensiamo alla Spagna di qualche anno fa: decenni sotto il governo (più psicologico che reale) di Franco, ben oltre il Dopoguerra, fino agli anni Settanta inoltrati.
Tutti fascisti? No: addormentati, statici, fatalisti, abitudinari. Ha dovuto tirare le cuoia il dittatore, per far sì che si mettesse in moto il cambiamento e il paese si svegliasse.

Qui capiterà così. Fino a quando Bossi e Berlusconi saranno in vita, gli italiani li voteranno copiosamente.
Il timore è che morti Bossi e Berlusconi gli italiani si risveglino e scelgano qualcosa di peggio. E’ dura immaginarlo, ma pensavo così anche quando imperversavano Craxi, Forlani e Andreotti e tuttavia ci siamo ritrovati con qualcosa di molto peggio. Non so cosa può esserci di peggio di Berlusconi, Bossi e rispettive truppe (Corona? i Vogon? Malgioglio?), ma già lo temo.

OK, AVETE VINTO. ORA COSA VOLETE FARE, DI GRAZIA?

Nel mentre, visto che governeranno per ancora una ventina d’anni, andiamo al dunque.
Cari PDL e Lega,

– chiarito il fatto che nel prossimo futuro governerete l’Italia da Sondrio a Lampedusa, senza ostacolo alcuno

– stabilito che oltre a salvare Berlusconi dai suoi guai giudiziari e garantirvi con mille trucchi legali il mantenimento di un potere che vi sarebbe offerto comunque dagli italiani

ci volete dire che cosa avete in mente per l’Italia?

Ormai è ufficiale che comandate voi. Davvero: è come una di quelle partite in cui perdi 6 a 0 e manca mezz’ora alla fine. Non ci proviamo neanche più. Diteci, ora che non avete problemi e siete al sicuro, cosa intendete fare.
Perché a difendervi, finora, siete stati bravissimi. Ma ad attaccare, a cambiare il sistema, a farlo (orrore!) a vostra immagine e somiglianza, siete stati nulli.

Volete fare il federalismo fiscale? Fare tre repubbliche, così Milan-Napoli si gioca solo in coppa UEFA? Chiudere le frontiere, come non avete fatto finora? Uscire dall’Euro? Riempire l’Italia di casinò? Annettere la Corsica?

Avete un modello da emulare? La Svizzera? La Baviera? Il Buthan? Il Vaticano?

Insomma, fateci capire cosa volete fare, ora che tutti gli sforzi preventivi di mantenimento ad libitum del vostro potere hanno dato i loro frutti e potete davvero fare dell’Italia il paese dei vostri sogni.
E non limitatevi al piccolo cabotaggio revanscista. Sì, riabilitate pure Craxi e il fascismo, cambiate i nomi alle vie, riscrivete i libri di storia come vi pare e piace. Fate pure queste piccole fascistate, ma vi chiederei di pensare in grande.

Insomma, diteci cosa cavolo avete in mente, perché io vi seguo da un po’ e non ho proprio idea di cosa vogliate fare, al di là di autoalimentarvi e crescere a dismisura. Esattamente come il blob: la cosa più orribile che abbia visto in vita mia.

Fateci sapere, eh!? Siamo oggettivamente nelle vostre mani. Personalmente mi fate paura, ma vi tocca governare per davvero, perché i miei connazionali continueranno a votarvi in massa, incuranti delle vostre porcherie.

Specchio riflesso (gnè gnè gnè!)

March 25th, 2010 § 1 comment § permalink

L’ha fatto di nuovo. Attaccare qualcuno dicendogli “sei triste, perché ogni mattina ti guardi allo specchio”. L’aveva già fatto con un contestatore durante una conferenza stampa, l’ha rifatto con Mercedes Bresso.

Volgare, maleducato, maschilista? Sì, ma non lo scopriamo ora.

Quello che è notevole è la sua insistenza sullo specchio e sui suoi nemici che si alzano la mattina, si guardano riflessi e non si piacciono. A volte un insulto dice molto di chi lo pronuncia, perché racconta le sue paure.

L’unico che teme davvero lo specchio è lui, regina cattiva di una favola di cui ancora non vediamo il lieto fine.

E teme i riflessi di quello specchio perché non possono che dire la verità, senza decreti interpretativi, senza artifici, senza comunicati stampa “correttivi” di Bonaiuti.

E’ nervoso proprio perché ha paura di guardare negli occhi i segni del tempo e la miseria dei tentativi sempre più grotteschi di arginarli con l’artificio, la menzogna (che cos’è la chirurgia estetica se non un’alterazione della verità?).

Gli occhi rifatti, il collo liftato, i capelli trapiantati, il cuoio capelluto tinto di nero, il cerone, i denti finti, le continue liposuzioni, il levitra per il mignottone di turno: sa che ogni mattina lo specchio gli restituisce l’immagine di un post-uomo. Una figura che nell’alterazione della sua superficie racconta l’alterazione nel profondo.

Per l’immaginario collettivo non è certo una novità: da Joker a Michael Jackson siamo abituati all’immagine dell’uomo che rivela da subito la sua follia con l’eccesso di trucco, l’auto-violenza estetica ben oltre il cattivo gusto e il non chiedersi mai “forse sono ridicolo?”.

Il mostro che teme gli specchi, la Bette Davis agli ultimi metri del viale del tramonto è lui.
Magari imperverserà nelle nostre vite per altri 400 anni (tanto in Italia, da Andreotti in poi, siamo abituati a votare in massa per dei morti viventi), tenuto su a bamba e trasfusioni, ma dietro quel delirio rancoroso di vanità c’è un uomo che è morto da un pezzo.

Et dona ferentes

March 22nd, 2010 § 2 comments § permalink

In questi giorni è scoppiata una polemica sfinente su un evento (gli Stati Generali della Città di Catania), organizzato dal Comune di Catania, in cui sono stati ospitati – con vitto, alloggio e trasporti spesati – un tot di blogger o giù di lì.

L’oggetto del contendere era la possibilità, ventilata dall’autore del thread linkato qui sopra, che l’evento sia in realtà finanziato surrettiziamente da Telecom Italia e che il tutto sia una cortina di fumo, in cui le spese per il marketing e le PR dell’evento siano enormemente superiori ai soldi investiti per finanziare progetti innovativi.

Il tema può essere interessante, eh, ma personalmente chi se ne frega: mi sembra inevitabile che iniziative di questo genere siano più PR che sostanza e magari il main sponsor reale giochi a nascondino. Siamo sempre su quel brutto confine alla berlinese in cui da un lato c’è il marketing e dall’altro c’è la marchetta più o meno ben mascherata e non sai mai bene dove stai camminando. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine.

In compenso mi pare che sia molto più interessante capire in che modo il Comune di Catania, che aveva accumulato uno dei più grandi debiti al mondo, con una situazione finanziaria disastrosa e una gestione politica berlusconiana che in passato ha fatto solo danni e prodotto 47 avvisi di garanzia, si possa permettere di pagare vitto, alloggio e trasporti ai blogger e non si possa permettere di pagare i servizi basilari ai cittadini.

Gaspar ha notato che c’è uno sponsor piuttosto munifico che rende possibile l’esistenza della manifestazione. Pare sia un’agenzia di casting di Roma, che non ha nemmeno un link sul sito della manifestazione e tra l’altro ha un sito incompleto fermo al 2007. Sì, infatti, chi glielo fa fare? Sarebbe bello saperlo, anche perché più che munifico, direi che lo sponsor è tendente all’autolesionistico, viste le cifre in ballo e la visibilità di ritorno, pari a poco più di zero.
Ma forse sono io che penso male e nel paese governato dal partito dell’Amore c’è finalmente qualcuno che dà via i soldi così, svulazzando garrulo, senza chiedersi il perché. Finisco sempre per fare la parte della brutta persona: ho il nuovo miracolo italiano sotto gli occhi e invece che commuovermi mi insospettisco.

Boh, fossi stato un blogger (…), sicuramente avrei passato qualche minuto a cogliere l’involontario umorismo del programma della manifestazione, con convegni dai titoli-perla tipo “Catania città pulita”  (davvero?) o “Catania città efficiente” (sicuri?).
Poi, prima di farmi regalare un viaggio da un Comune di quel genere e in quella situazione politica, amministrativa e finanziaria, ci avrei pensato su due volte. Anzi, avrei detto subito di no, con tutto il fiato che mi resta, dopo le risate.

Dalla svolta di Salerno alla cazzata del Quirinale

March 7th, 2010 § 8 comments § permalink

Ok, la destra ha fatto l’ennesima porcata, forse la più grossa. Hanno cambiato le regole in corsa per giustificare alcuni loro errori, violando il violabile.

E’ un golpe? No, questa è l’Italia dei diminutivi, a partire dal suo Presidente del Consiglio. E’ un golpettino, ‘na bottarella, suvvia, mica ce stanno i carri armati per strada, no?

Vagli a dare torto. Sì, hanno fatto una delle più grandi porcate della storia patria, ma non per stabilire qualcosa di anormale o bizzarro, che sa di dittatura (che ne so, mettere fuori legge i coni gelato, fare senatore il visagista del premier), ma per ristabilire una normalità che la loro cialtronaggine non era riuscita a garantire.

Dirò una banalità: il caso è emblematico. Guardiamo i ministri attualmente al potere e chiediamoci perfidamente, come la prima moglie di De Andrè, se sono proprio questi i migliori che abbiamo.
La risposta è sì. Gasparri? E’ lì perché dalle sue parti è uno dei migliori. La Russa? Comparato ai camerati che comanda è Albert Schweitzer. Brunetta? Rispetto ai suoi sottoposti, un genio. E così via.

La realtà è che se già fanno schifo i pezzi grossi, figuriamoci l’umanità varia che anima il sottobosco del Pdl, i milioni di Milioni che se vanno a magnà un panino e che nel mentre sbianchettano i nomi di chissà chi, sempre pronti a trafficare, a tramare, a pasticciare per un piatto di fagioli o poco più. E pure così sprovveduti da farsi beccare, con tanto di video.

La realtà che mi preoccupa è che mandando al potere la destra italiana, tutto va nelle mani di quei cialtroni lì. Non è gentaglia, intendiamoci: la vera gentaglia è nei ministeri. Però è brutta gente, incapace ai limiti dell’autolesionismo, seriamente ignorante, pasticciona, familista e pure un po’ infingarda.

Vogliamo fare una bella metafora familiare? I vari Milioni e simili, che sono sparsi ovunque nei piccoli e grandi centri di potere del paese, sono il fratello minore un po’ tonto. E i ministri, i maggiorenti del Pdl sono il fratello maggiore, grande, grosso e prepotente, che si è trovato costretto a fare una fascistata senza pari per rimediare ai casini del fratello balengo.

Credo che né uno né l’altro meritino di guidare un paese civile. Meno che mai se si mettono a lavorare insieme. Se n’è accorto anche qualcuno a destra.

Va pure a finire che ci scappa da ridere. Pensate alla mole di retorica prodotta da Renato Brunetta sui fannulloni, sull’efficienza e sull’etica del “lavoro”. Nel giro di una settimana tutto il castello di qualunquismi brunettiani crolla di fronte ai “suoi” che si producono in ritardi a raffica, tra Roma e Milano (sono riusciti ad arrivare in ritardo perfino per il ricorso al TAR, trovandosi poi obbligati a farsi aprire dai custodi: le comiche), si incartano di fronte a procedure burocratiche elementari e tirano su, nella capitale del Nord come in quella del Sud, un bel polverone da suk, con tanto di accuse reciproche tra camerati, scazzi con la Lega e irritazione di una parte dei militanti.

In tutto il guaio c’è, tra l’altro, una figura triste. Ed è a sinistra. E’ lui, il Presidente della Repubblica. Avallare i decreti indecenti con cui il Pdl ha rimediato alla propria cialtronaggine è stato un errore. E’ un errore sostanziale, perché crea un precedente orribile e, a mio giudizio, impone al paese delle misure ingiuste da ogni punto di vista.

Ma soprattutto è un errore politico. Ed è un errore da comunisti, un errore da vecchio PCI.
Perché diavolo Napolitano ha promulgato il decreto ad paninum? Semplice, per il solito vecchio motivo per cui il PCI ha fatto, nel corso dei decenni, i suoi errori più gravi: ansia di legittimazione, far vedere che alla fine non si è duri ma ragionevoli, al costo di prendersela in quel posto. E’ dai tempi di Togliatti che si fa questo errore.
La paura di fare paura ci rende proni alle peggiori porcate degli “altri”.

In un paese di ineducati alla cultura delle regole, l’errore di Napolitano è fatale. C’era l’occasione di punire davvero chi sgarra. E farlo in modo esemplare e tuttavia calmo, appellandosi a regole condivise.
Si è persa l’occasione di educare l’Italia (e soprattutto quel pezzo di Italia che si sente al di sopra di qualsiasi regola) alla legalità. Quella spicciola, eh. Quella burocratica, quella per cui non si passa davanti alla gente in coda, quella per cui non si parcheggia nel posto riservato agli handicappati, quella per cui se un ufficio chiude alle 12 ci si presenta prima delle 12. Banalità, lo so. Cose da prima elementare. Ma siamo lì, alla prima ora di educazione civica. Ora che non si terrà, perché quel sepolcro imbiancato del Direttore ha deciso di annullarla per paura di sembrare troppo severo.

Da Paolo Villaggio al sabato del villaggio. E dire che è un post sull’iPad

January 27th, 2010 § 15 comments § permalink

Chiariamoci subito. Il problema è nostro, che in 10 anni di anticipazioni, sussurri e mormorii, in assenza di informazioni ci siamo costruiti un mito irraggiungibile, un po’ come il risultato di Italia-Inghilterra per Fantozzi e colleghi imprigionati nel cineforum aziendale a sorbirsi la corazzata Potëmkin.

Se l’iPhone aveva colto di sorpresa molti, l’iPad di Apple ha deluso tutte le aspettative. Attenzione, non sto scrivendo che l’iPad sia un brutto prodotto. Sto scrivendo che per una volta il prodotto è inferiore a ciò che ci si aspettava.

E non poteva essere che così. Il fantasmagorico Tablet della Apple è un prodotto leopardiano: atteso, mitizzato e desiderato fino al momento prima che si riveli. La domenica del villaggio è bella finché è sabato.

UNA DELUSIONE E QUATTRO PREOCCUPAZIONI

Psicologia collettiva a parte, il resto sono considerazioni tecnologiche e di mercato.

L’impressione è che l’hardware non faccia poi così tanto la differenza. Cioè, l’iPad sembra un prodotto del 2010, il che non è un problema, ma lo diventa se si pensa che l’iPhone sembrava un prodotto del 2010 quando fu presentato nel 2007.

La vera delusione è lo schermo: quasi 10 pollici e una risoluzione di 1024×768, come se fossimo nel 1999. Personalmente, nell’era dell’HD, da un gadget non tascabile mi aspetto minimo un display HD-Ready 720p, insomma 1280×720 o poco più. Invece no: proporzioni 4/3 e risoluzione XGA. Let’s go back to the old school!

Non dico che per me sia deal-breaking (lo devo provare), ma poco ci manca.

Ci sono, poi, un sacco di preoccupazioni, soprattutto per noi che siamo un interno-cortile nella periferia sfigata della provincia dell’impero. Ne elenco un po’.

La prima: un display da 10 pollici su un hardware leggero è perfetto come player video. E lo sarà per gli americani, che potranno accedere a un sacco di contenuti video su iTunes (pagandoli, ovvio) e goderseli come più gli aggrada.
Se per l’iPad in Italia va a finire come per l’iPhone – cioè attualmente zero contenuti video venduti su iTunes – una delle destinazioni d’uso dell’iPad va a farsi benedire. E dubito che Steve Jobs mi permetterà di riempirmi la tavoletta di DivX e guardarmeli (e dire che ci è arrivata perfino la Microsoft, che con il più recente aggiornamento di firmware ha reso compatibile lo zune HD con DivX e XviD). Una Apple TV portatile? No grazie, Steve, visto che qui non ci vuoi vendere i film su iTunes!

L’altra preoccupazione riguarda l’iPad come macchina per giocare. Visto che il 50% del keynote è stato occupato da demo di giochi, è palese che a Cupertino contano molto sulle capacità videoludiche della tavoletta. Dovessi dirvi che sono rimasto impressionato dai giochi mostrati, mentirei. Ok, c’era poco tempo a disposizione e ci sono ampi margini di crescita, però mi aspettavo di più. Vediamo che succede nei prossimi mesi.

La terza preoccupazione è forse la più grossa. L’iPad è rivoluzionario nel prezzo e nel modello di connettività mobile: niente abbonamenti pluriennali, giusto un hardware a un prezzo umano (di fatto costa meno dell’iPhone) e, volendo, sui modelli 3G una connettività che si paga mese per mese. Con 30$ al mese si ha banda 3G illimitata (il piano da 15$ per 250 Mb mensili è per soli masochisti) e tutto sommato 629$ per la tavoletta 3G sono accettabili.
Il problema è che nulla ci garantisce che accada altrettanto in Italia. Negli Stati Uniti è una pacchia e credo che il piano dati dell’iPad metterà nei guai i piani flat dati di molti operatori e li obbligherà a rivedere i prezzi verso il basso. Ma qui? Lo scopriremo a giugno/luglio.

La quarta si concentra tutta sull’uso dell’iPad come lettore di ebook. Il fatto è che in termini di qualità della lettura, un display tradizionale è anni luce peggio rispetto a uno schermo e-ink, che non è retroilluminato e non si ricarica 60 volte al secondo, ma sta fermo lì, opaco come la pagina di un libro. Davvero, sono due mondi diversi.
In cuor mio sapevo che Apple non avrebbe mai fatto un prodotto basato sull’e-ink e la cosa mi andava bene, perché mi aspettavo – anche tenendo conto dei rumors – che in cambio a Cupertino si sarebbero ri-inventati il mercato dei periodici, che è in crisi da tempo immemore.
Invece niente: giusto una versione del New York Times, decisamente ordinaria e drammaticamente simile alla versione NYT Reader, che già gira su tutti i computer su cui è installato Adobe Air.

MA MI SERVE? AKA “FAMOLO GROSSO”

Se non avessi di fronte al naso un iPhone (cioè, ora che sto scrivendo ho un MacBook, ma ci siamo capiti), probabilmente mi starei strappando i capelli dalla gioia per l’iPad. Ma la realtà è che fatico a trovare, almeno da quanto ho visto oggi nel keynote di Jobs, differenze mostruose tra il mio cellulare e l’iPad.

Anzi, ho il timore che la versatilità dell’iPhone sia il migliore argomento a sfavore dell’iPad. Di fatto l’iPhone fa tutto quello che fa l’iPad: oltre a farmi telefonare, suona gli mp3, mi fa vedere video in formati inutili, esegue centinaia di migliaia di applicazioni e qualche giochino interessante, mi fa navigare bene in mobilità senza Flash e mi fa pure leggere gli ebook su uno schermo retroilluminato. E la necessità di farlo più in grande per me non è così impellente, soprattutto se non c’è nemmeno il supporto a Flash o un abbozzo di multitasking a fare la differenza tra l’iPad e l’iPhone.

Sì, ovvio, qualcuno potrà dirmi che ora c’è la suite di iWork ricicciata per iPad. Saranno felici tutti i 25 utenti reali di iWork, ma non mi riesco a emozionare.
E se devo leggere ebook in mobilità, tenendo conto che il modello di business librario di Apple è, almeno per l’utente, identico alla concorrenze, tanto vale comprarmi un Kindle, almeno non mi cavo gli occhi. E se proprio voglio cavarmeli, o uso un iPhone (che con Stanza fa miracoli) o accendo il MacBook e mi apro un PDF.

COSE CHE NON HO

Alla fine, visto l’esercito di rumors prodotti dalla Rete negli ultimi mesi, si contano le feature sopravvissute e presenti nel prodotto finale e quelle cadute durante l’unveiling. Alcune mi erano particolarmente care.

L’idea dell’iPad come lettore di emagazine (non è un refuso, è come l’ebook ma con le riviste, capisce?) mi sembrava realizzabile e a portata di mano. Ma per ora nada.

Anche l’idea di utilizzare l’iPad come superficie tattile-visiva aggiuntiva di un Mac non mi sarebbe dispiaciuta. Cioè, immaginate di poter abbinare l’iPad al vostro Mac e poter controllare quest’ultimo attraverso l’iPad, che diventa una via di mezzo tra una tavoletta grafica, un touch-screen aggiuntivo e un touch-pad. Figo, no? Magari Apple col tempo si inventa un’applicazione simile: metterebbe nei guai, per esempio, tutte le aziende che vendono controller hardware fisici. Pensate che bello poter controllare in realtime i parametri di Logic smanettando sull’iPad mentre sul Mac “gira” la musica.

Mi sarebbe anche piaciuto un iPad un po’ più orientato alla comunicazione interpersonale. Nella mia immaginazione lo avrei visto bene con due fotovideocamere, una sul retro e una frontale, per fare videoconferenze e videotelefonate. Non ne ha nemmeno una. E dire che lo spazio su quella cornice spessissima (che è molto poco Apple) non manca.

QUINDI?

Quindi aspettiamo. Magari siamo di fronte a una sorta di primo iPhone (quello 2G senza applicazioni, che negli States dava occupato quando eri connesso a Internet e che non mi aveva convinto). Magari tra un po’ esce un iPad numero 2 che fa fare al prodotto il vero salto di qualità, così come è accaduto con l’iPhone 3G.
Oppure c’è qualcosa che mi sono perso (e non sono l’unico, tenendo conto che personalmente sospendo il giudizio e sto alla finestra, ma noto in giro un po’ di delusione, perfino su siti come Gizmodo ed Engadget, normalmente servilissimi quando si tratta di Apple) e Apple finisce per rifondare 3 o 4 mercati, rivoluzionare il mercato dei media, cancellare la fame nel mondo, donare la vista a Stevie Wonder e far vincere le elezioni al PD.
Oppure accettiamo che Apple abbia prodotto il suo Zune marrone e tiriamo avanti.

Con molto timore

December 22nd, 2009 § 3 comments § permalink

Sarò brevissimo, ma la questione mi preme assai.

Alcuni più coraggiosi di me mi fanno notare (giacché non ci sarei mai andato di mio) che il sito di AssoDigitale utilizza lo stesso template del mio blog, che in effetti è gratuito e disponibile a tutti.

Ci tengo molto a dire non solo che non ho nulla da spartire con quell’ “associazione”, ma che mi considero lontano anni luce da quel genere di iniziative e da chi le anima e non ho stima di chi vi appartiene.
Volete un consiglio? Giratene al largo.

Direi anche di peggio (peraltro l’ho fatto due anni fa), ma lascio che siano i diretti protagonisti a rendersi ridicoli da soli (grazie all’esaustivo riassunto da parte di Elena).

Di sfuggita dentro a un bar

December 9th, 2009 § 7 comments § permalink

In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un “fai in fretta!” da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l’umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi il tuo obiettivo è far fruttare quelle 10 monete strane e trasformarle in sensazioni videoludiche. Prolungate, se possibile.

Ecco perché sono certo che, preso già a nove anni da una logica utilitaristica, ho speso i primi due gettoni su un videogioco sicuro: uno di quelli che boh non è che ti diverta poi tanto, ché magari lo conosci a memoria. Però era un gioco in grado di garantirmi un quarto d’ora abbondante di partita ininterrotta, senza farmi perdere soldi e senza farmi sfigurare nell’effimero spazio di “tre vite e game over” di altri giochi tutti da scoprire.

Con otto gettoni rimasti potevo sbizzarrirmi, provare nuovi coin-op, farmi affascinare dalla grafica di qualche nuovo gioco, insistere con la mia bestia nera Gyruss (che pare fosse un gioco relativamente facile, ma avevo seri problemi ad adattarmi all’astronave che girava in tondo invece che spostarsi lungo i quattro assi) oppure spaccarmi gli occhi su Zaxxon, altro gioco che metteva in evidenza il mio disagio col 3D, per quanto “pseudo” e isometrico.

Ma se parlo delle mie idiosincrasie videogiocose divago. Ciò che rende rilevante quel pomeriggio di un giorno di luglio nuvoloso in luogo di mare è che, nella seconda stanza della sala giochi, troneggiava lui: Dragon’s Lair.

Nel 2009 blateriamo volentieri di “wow effect”, ma quello che avevo di fronte agli occhi era veramente da urlo: in un’epoca in cui la grafica migliore consisteva in una manciata di pixel più o meno disposti ad arte, Dragon’s Lair era molto più che un salto generazionale in termini tecnologici. Era chiedere troppo e ottenere ancora di più. Era il futuro del futuro del futuro. Guardare per credere: il confronto con un gioco – peraltro di successo: Manic Miner – uscito lo stesso anno è impietoso, dal punto di vista grafico.

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Avevo di fronte agli occhi un videogioco che aveva la grafica di un vero e proprio cartone animato. E non uno di quelli televisivi, con pochi frame e i fondali ricorsivi. Quello era un cartone del cinema, come Peter Pan, Bianca e Bernie, animato da Don Bluth, che era uno degli animatori più bravi della vecchia scuola Disney. Solo che quel cartone animato lì si comandava con il joystick. Non mi sembrava tecnicamente possibile. E tuttora non riesco a immaginare a qualcosa che, se si materializzasse ora sulla Terra, riuscirebbe a essere altrettanto futuribile.

Sarà che da bambini si è più propensi alla meraviglia, ma la visione di quel gioco lì, con quella grafica che sembrava provenire da mille anni dopo, è una delle emozioni tecnologiche più grandi che ho avuto. Giusto l’installazione fortuita – all’epoca del DOS – della primissima demo di Doom mi aveva dato qualche brivido, ma non c’era paragone.

Ricordo che ogni partita a Dragon’s Lair costava 4 gettoni. E si moriva subito, perché era un gioco impossibile, con un meccanismo stupido e indegno della grafica (si trattava di produrre, quadro per quadro, sequenze di movimenti col joystick: bastava avere molti soldi da spendere e un po’ di buona memoria; in alternativa l’esperienza era frustrante). Però era una gioia a vedersi e ogni partita richiamava una decina di spettatori che, tacitamente, si scambiavano occhiate meravigliate quadro dopo quadro. Preso da timore reverenziale (non ero degno), non ho mai giocato una singola partita a Dragon’s Lair. Ma ne ho spiate centinaia, stupito.

Poi uno dice che non bisogna abbandonarsi al progresso, che non bisogna cedere al determinismo tecnologico, che la fede nelle magnifiche sorti e progressive è ingenua e via con la puntina sul disco dello scetticismo da birreria.
E finirebbe pure per avere ragione.

Però ora quel gioco, quella sorta di futuro impensabile che – reale come non mai – si era materializzato dal nulla un pomeriggio di 26 anni fa, è un’applicazione da pochi euro (occhio e croce il valore di 4 gettoni del 1983) sull’iPhone (occhio: il link apre iTunes). E non è un surrogato, né uno dei tremila porting tristi che sono stati fatti nel corso degli anni per computer, DVD e console: è quel gioco lì, con quella grafica di allora, pixel per pixel. E sta in un taschino, a portata di mano. E Dirk ha vite infinite.

Gettoni illimitati e Dragon’s Lair disponibile dove e quando voglio: posso morire felice.
Ed è esattamente quello che è successo al mio bambino interiore: morto per avvenuta soddisfazione dell’ultimo sogno infantile, quello impossibile, iperbolico, irrealizzabile.
Tocca fare gli adulti al 100%, ora. Anzi, tra 5 minuti, mamma, ché prima mi tocca salvare Daphne dal drago Singe e sono incastrato all’ultimo quadro.

Cristina D’Avena canta l’Armageddon

December 1st, 2009 § 4 comments § permalink

[piccola spiegazione che faccio la prima volta: la categoria “ho visto cose” è una specie di videoteca di cose che non mi aspettavo e che non è automatico che mi augurassi, eh]

Non so come e non so perché, ma sono capitato su questo video di Tiny Tim, che è una sorta di menestrello tradizionalista folk americano, armato di ukulele e conciato come un ibrido tra Patti Smith e Pierrot, famoso in tv nei tardi anni Sessanta.

httpv://www.youtube.com/watch?v=8DEoOdcYKbc

E’ materiale da Telefono Azzurro: un cantante con un look da Alice Cooper, movenze da Branduardi sotto ketamina e – poveri loro – un pubblico di bambini modello Zecchino d’oro, sicuramente obbligati da qualche produttore tv a resistere a favore di camera mentre il baubau si contorce. E alla fine tutti ad applaudire oppure niente merenda e vi mandiamo in camerino da soli con quel signore lì, eh!

Sì, perché quella cosa lì è psichedelica e fa pure un po’paura. Ma è il meno, se si tiene conto del testo.
Non bastava, infatti, il look del cantante a mandare in analisi per i 30 anni successivi migliaia di frugoletti, ci voleva pure una canzone in cui si parla gioiosamente di uno tsunami che ricopre le terre emerse e, nel mezzo, l’umanità, le automobili, le case e così via. Il tutto condito da un po’ di catastrofismo biblico, visto che la marea cancella il mondo “per lavare via i peccati” dell’umanità.
Cose al cui confronto le attillature ardite del mago Zurlì (mi sono sempre chiesto come possano aver proposto in tv in fascia protetta un cosplayer in calzamaglia color ghiaccio evitando la censura Rai) sembrano uno scherzetto.

Il Venerabile Maestro e chi lo venera

November 27th, 2009 § 1 comment § permalink

Ho prodotto la seconda puntata della mia panoramica sull’irriverenza online. La trovate come sempre sull’edizione online di Aprile.

In questo caso si parla di détournement online, cioè della deriva di prodotti mediatici in altri prodotti mediatici, al fine di cambiarne il senso, spesso ribaltando il significato del prodotto di partenza.

Alla fine, onde evitare di farla più lunga del solito, nell’articolo faccio tre esempi. Il primo è il Google bombing, che in effetti rovesciava (uso i verbi al passato perché pare che ora non si possa più fare) il fine stesso del fare una ricerca, pilotandone i risultati.

Il secondo riguarda l’uso politico della registrazione di domini. E’ una tecnica decisamente originale e forse di scarsa applicabilità e ha colpito Glenn Beck, il più scorretto e retorico tra i predicatori di Fox News.

Il più interessante, però, è il terzo, perché credo meriterebbe un po’ più di attenzione.

Accade questo: un gruppo di simpaticoni ha fondato per ridere un paradossale gruppo su Facebook chiamato “Comitato per la integrale riabilitazione di Licio Gelli“, ovviamente per stigmatizzare la contiguità politica tra il programma della destra berlusconiana al potere e il Piano di Rinascita Democratica prodotto dalla Loggia P2.

Nonostante il gruppo sia palesemente scherzoso e giochi sul paradosso – basta osservare che i due amministratori si fanno chiamare “Magister Venerabilis” e “Ics Ipsilon Zeta” – ci sono cascati in tanti. Curiosamente non gli allarmisti di sinistra, quelli che fanno le raccolte firme di Repubblica, ma i militanti di destra.

Basta dare un’occhiata all’elenco dei fan che vogliono riabilitare il Venerabile Maestro* ed ecco che vengono fuori la Gioventù Italiana dell’Alto Adige, Azione Giovani di Asti, la Giovane Italia di Asti, la Giovane Italia dei Nebrodi, Azione Giovani di Reggio Emilia, il Circolo PdL di Roccapiemonte, Azione Giovani di Rende e la Giovane Italia dell’Alcantara.

Sono tutte associazioni organiche al PdL. Tutti gruppi e associazioni che si dichiarano senza problemi fan di un tentato golpista e apertamente antidemocratico. Il tutto in uno scenario in cui perfino Berlusconi stesso, che era iscritto alla P2, ha sempre vissuto la cosa con estremo imbarazzo, non certo un’attività di cui andare fiero.

Paura, eh?

Chissà cosa ne dicono il PdL di Asti, di Reggio Emilia e dell’Alto Adige.

In verità, più che  ciò che mi spaventa di più è constatare che i suddetti berlusconiani, dall’Alcantara ad Asti, non sono stati in grado di distinguere una pagina apertamente paradossale e scherzosa da una seria. Ci sarebbe riuscito perfino un bambino, neanche tra i più svegli. Il fatto che si siano associati pubblicamente a idee mostruose, semmai, è un’aggravante.

* risparmiatevi pure le ironie sul fatto che tra  gli iscritti c’è pure l’Associazione Giovani Organettisti, perché in privato le abbiamo già fatte tutte.

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