Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva

November 5th, 2014 § Comments Off on Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva § permalink

Ho scritto un post sull’altro blog, quello che ho su ilPost.

Giusto per fare una divagazione dalle solite amarezze politiche, ho deciso di occuparmi di amarezze comunicative cercando di spiegarmi come nasce l’indignazione collettiva nel 2014 e quali sono le sue dinamiche fondanti.

Ne è venuto fuori un ragionamento in cui convivono oche, iPhone e Red Bull. E i Chumbawamba fanno un concertino polemico.
Parlo anche di marketing dell’indignazione, cioè il modo in cui Travaglio si paga le bollette da decenni. Ma anche il criterio fondante del Movimento 5 Stelle. O l’idea creativa dietro il “popolo dei Post-it” di Repubblica.

Lo leggete qui. Tanto per cambiare è lungo, ma non così lungo.

Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments § permalink

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
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Lettera a un fratello che manifesta contro la riforma della Scuola

October 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Caro – ipotetico – fratello minore, non ci sentiamo da un bel pezzo e, se dovessimo dare retta a quella che nelle serie TV chiamano continuity, in teoria ora dovresti aver finito le Superiori da tempo. Ma questa è la finzione di un blog, quindi stai al gioco e fai finta di avere la pazienza di leggermi fino al fondo.

Oggi, con alcuni tuoi compagni di scuola e con un bel po’ di sigle del sindacato e dell’antagonismo, sei sceso in piazza contro la riforma scolastica che a breve dovrebbe cambiare la scuola pubblica in Italia, cercando di modernizzarla, migliorarla e rendendola più efficace.

Mentirei se ti dicessi che non ti capisco, perché per anni sono stato nei tuoi panni, nelle stesse piazze. E ogni volta ero lì per contestare una riforma imminente che poi alla fine non arrivava mai. Sarò onesto: erano riforme variabili tra il così così e il bruttissimo, ma il più delle volte sono sceso in piazza per inerzia o perché mi stava sull’anima il governo che le proponeva. E ci sta. A sedici anni uno ha tutto il diritto di essere un po’ prepolitico e frequentare solo la periferia del merito delle questioni.

Ho anche il timore, postumo, di aver fatto cortei, occupazioni e assemblee per conto terzi, imbeccato un po’ troppo dai sindacati-scuola, le cui lotte sicuramente avrebbero beneficiato della nostra massiccia presenza in piazza. È un brutto pensiero, lo so, ma ricordo perfettamente che la CGIL scuola ci faceva stampare i volantini (tanti volantini) nei propri uffici quando (casualmente?) le proteste studentesche erano in linea con quelle dei docenti. E altre volte  – quando non gli faceva comodo – no, perfino quella volta in cui volevamo celebrare Primo Levi e ci mandarono via dicendo “chiedete all’ANPI”.

Ok, ti ho già annoiato abbastanza col mio sterile reducismo da quarantenne. Il fatto è che pur avendo calpestato le stesse strade che oggi calpesti tu in corteo, non riesco a capire le ragioni della vostra protesta. Oppure le capisco e mi lasciano un po’ inquieto.

Qualcosa mi è chiaro, dopo aver fatto un giro sui giornali online: ho visto striscioni a favore della laicità della scuola, ho sentito i vostri slogan contro i tagli nella scuola (che, per la prima volta dopo anni, non ci saranno: fate slogan retroattivi?), ho percepito i vostri dubbi sui fondi per l’assunzione degli insegnanti precari promessa dal Governo (e qui mi si è accesa la spia “battaglia della CGIL fatta mandando avanti gli studenti” di cui ti dicevo prima).
Sono tutte cose su cui mi vedi concorde o partecipe. In verità ho letto il piano di riforma del Governo e non mi pare di aver scorto nulla che metta a repentaglio la laicità della scuola o che tagli i fondi all’istruzione pubblica.
Quindi probabilmente i vostri slogan su questi temi sono saltati fuori per eccesso di zelo. O forse per abitudine, visto com’è stato l’andazzo negli anni precedenti. Però, ecco, ci tenevo a dirtelo: a leggere le proposte di riforma non c’è nulla da temere. Ma in ogni caso vigileremo, ok?

Non vi capisco, invece, quando ve la prendete con la “scuola ficcanaso”, col Ministero che propone “il controllo” della scuola, degli studenti, degli insegnanti. Mi sembra che stiate manifestando contro una riforma astratta di vostra invenzione, una in cui ogni mattina prima di entrare a scuola c’è un omino del SISMI che vi fa la perquisizione e poi vi segue a casa e appena vi girate vi legge i messaggi su WhatsApp.

La realtà che vedo è che state manifestando contro una riforma che, per la prima volta in Italia, prova (peraltro in modo tenue, a mio giudizio) a mettere nella scuola pubblica italiana il concetto di merito. Sai già cos’è il merito: è quella cosa in cui chi è più bravo a fare il proprio lavoro ottiene di più di chi è meno bravo. E visto che entrambi concordiamo sul fatto che la scuola è l’elemento cardine delle sorti di uno Stato e di una comunità, premiare i più bravi mi sembra uno strumento ragionevole (forse l’unico) per garantirsi una scuola di qualità.

Certo, il merito è una cosa che va valutata. E valutare significa, per lo Stato, ficcare il naso. Cioè guardare materialmente i risultati dell’insegnamento, valutarli, metterli a sistema. Si fa in tutto il mondo, da decenni. Gli strumenti ci sono, funzionano. Se qualcuno lo nega, ti prende in giro. Apri Google e cerca. Vedrai.
L’obiettivo è uno ed è nel vostro interesse come studenti: darvi i migliori insegnanti possibili, cioè i più bravi in aula, i più preparati, i più aggiornati, i più appassionati al loro lavoro.

Mamma la conosci bene: ha 69 anni, è in pensione, ha fatto l’insegnante di Lettere tutta la vita e l’abbiamo vista ogni pomeriggio ripassare e prepararsi la lezione per il giorno dopo, frequentare tutti i corsi di aggiornamento possibili (ricordi che lei, classicista curiosa, è diventata responsabile dell’aula informatica? mi sa che è da lei che abbiamo preso la passione per i bit!) cercando di dare sempre qualcosa di più ai suoi studenti, cercando di stimolarli, offrirgli degli spunti di crescita, tendando perfino di farli divertire mentre imparavano con spirito critico.

Ci è riuscita? Sì, tante volte. Ogni tanto li incontriamo al mercato o in giro per il quartiere: sono suoi ex allievi, magari oggi padri di famiglia, che la fermano e le dicono “si ricorda di me? Lei mi ha cambiato la vita!”, “lei era la mia insegnante preferita, perché ci faceva capire il senso della Storia, non le date”, oppure “mi ricordo ancora di quel giornalino che ci faceva fare in classe con le parodie di Dante”. E lei a distanza di decenni si ricorda di tutti,  uno per uno, figli suoi per 5 ore al giorno.
Perché ha lavorato per loro mettendoci il cuore, cercando di capirli, tentando (e riuscendoci, spesso) di farli divertire. E prendendo lo stesso stipendio (basso, troppo basso) di altri insegnanti impreparati, inadeguati, incapaci, che gioiosamente se ne fregavano della scuola, degli allievi e della professione.

Ecco, ora sta per arrivare un modello scolastico in cui gli insegnanti come mamma, quelli bravi, quelli che ci credono e che fanno onore al mestiere più importante di tutti, potranno essere premiati, cioè guadagnare di più. Perché lo sai anche tu che gli stipendi degli insegnanti in Italia sono tra i più bassi in Europa, se confrontati col costo della vita. Guadagnano tutti poco, nell’attuale sistema che considera gli insegnanti un corpus indistinto che comprende bravissimi e pessimi e tutto quello che c’è nel mezzo. È una cosa da cambiare. Ed è una garanzia per voi studenti e per le famiglie.

Ecco perché non capisco quando alcuni tra voi studenti manifestano contro il merito nella scuola. Avete solo da guadagnarci, avreste un sistema più giusto e più trasparente in cui si sa chi vale e chi no, in cui un insegnante pigro può essere stimolato a svegliarsi e a iniziare a fare corsi d’aggiornamento.
Ho un sospetto e cioè che i veri registi dietro la vostra protesta siano i sindacati-scuola, che è una vita che osteggiano qualsiasi tentativo di riforma che introduca il concetto di merito. A loro il sistema piace così: lavoratori indistinti, bravi o pessimi che siano, pagati malissimo, scatti di anzianità e una scuola che non piace a nessuno, soprattutto a voi.
Ti sembra un sistema giusto? A me sembra una vergogna. Una cosa per cui scendere in piazza.

Ho sentito, poi, alcuni tuoi compagni di corteo scandire slogan contro la “scuola dei padroni”, “asservita agli interessi dell’impresa”. Wow.
Capiamoci: l’idea di una “scuola dei padroni” dà fastidio anche a me. Un po’ per l’uso vetusto della parola “padroni”, un po’ per il merito della questione. La scuola deve formare cittadini liberi, tirare fuori il meglio da ciascuno e preparare, con la conoscenza e l’esempio, i suoi allievi alla vita democratica e civile, affinché contribuiscano al progresso e al benessere della società. E deve essere aperta a tutti, anche a chi non ha il becco di un quattrino, offrendo opportunità ai più meritevoli (lo dice l’articolo 34 della Costituzione: poche righe micidiali nella loro perfezione). Non deve diventare il campionato pulcini di Confindustria, ovvio.

Il fatto è che nella vita democratica e civile c’è anche il mercato. E, salvo che per i ricchissimi di famiglia, c’è anche la necessità di trovare un lavoro, farlo al meglio, garantirsi un futuro economico.
Lo so che a sedici anni tutto suona un po’ anziano e molto paternale (questo è un post paternale, anzi “fraternale”, nonostante tutti i miei sforzi nel cercare di evitare che sia così), ma la scuola serve anche a quello.
Quindi non vedo niente di male se la scuola diventa un po’ più orientata al mondo del lavoro, anche perché lo è già. Solo che è orientata al lavoro degli anni Cinquanta, tra periti chimici, elettrotecnici, corrispondenti in lingue estere (che dattilografano su gloriose Olivetti Lettera 32), geometri, informatici esperti in Turbo Pascal e altre mansioni arcaiche.

Sto scherzando, la scuola è un po’ più moderna di così. Ma molto dipende dalla voglia, dallo slancio e dalla preparazione dei singoli insegnanti. Ma l’ottica è quella e mi sembra ragionevole: la scuola ti prepara anche al mondo del lavoro. E più lo fa in modo aggiornato e corrispondente alla realtà, meglio è, secondo me.

Di cosa avete esattamente paura? Che la scuola diventi una sorta di versione moderna della Scuola Allievi Fiat interamente focalizzata sulla preparazione professionale e addio cultura umanistica, piacere del sapere e materie che oltre a educare “elevano” lo studente?
Non mi pare sia così, leggendo la proposta di riforma. Nessuno ha proposto di tagliare l’insegnamento delle Lettere o delle materie scientifiche pure in cambio di ore di esercizio dell’obbedienza corporate o esercizi in palestra alla catena di montaggio. Visto che a scuola sei bravo, prova anche a esserlo quando valuti la scuola che verrà e dai un’occhiata seria alle proposte per il futuro, non giudicare per sentito dire.

Scoprirai che nella riforma contro cui hai manifestato c’è una cosa che sono convinto troverai anche tu sacrosanta: l’alternanza scuola-lavoro negli Istituti tecnici e professionali, negli ultimi 3 anni. Sì, perché siamo credo l’unico paese in Europa che forma i suoi tecnici e i suoi periti in via del tutto teorica. Conosco gente laureata (a trent’anni, all’italiana) che non ha mai passato un minuto in ufficio. Gente bravissima a scuola e resa inadeguata al mondo del lavoro dalla scuola stessa.

E c’è anche un generale adeguamento dei programmi scolastici alla contemporaneità. Cosa che non vuol dire “svendersi alle imprese”, ma per esempio aggiornare i programmi affinché aiutino gli allievi a orientarsi nel 2014 e non all’epoca manesca e lacrimevole di De Amicis.
Ti faccio un esempio da umanista a umanista. Secondo te è normale che al Liceo continuino l’insegnamento gentiliano delle “belle lettere” leziose e auliche senza introdurre uno straccio di cultura della comunicazione, cioè dello scrivere (bene) per farsi capire (bene) dagli altri?
Là fuori è pieno di gente rovinata dai temi del Liceo, quelli dove è considerato meritevole scrivere in “poetese pretenzioso” frasi che iniziano così: “Molti sono i giorni che separano…”. Gente che poi tenta la carriera giornalistica o finisce a fare il PR o l’addetto stampa, scrive da cani e si lamenta: “eppure prendevo sempre 8 di tema!”. È possibile aggiornare un po’ la proposta formativa affinché formiamo umanisti, scienziati, onesti lavoratori, ecc. che sappiano (e sappiano fare) cose utili nel 2014 e negli anni a venire?

La cultura pura, quella che ti eleva, ti incuriosisce, ti rende una persona migliore non è qualcosa di negoziabile, sono d’accordo. Ma non mi sembra affatto messa a repentaglio dalla riforma imminente della scuola. Anzi, uno dei punti qualificanti della riforma è il rafforzamento di materie come la Musica e la Storia dell’Arte (che in un paese con la nostra offerta artistica ha piuttosto senso, no?) e perfino dell’Educazione Fisica, perché sotto sotto ci piace essere un po’ littori 🙂.
I cambiamenti sono tutti, ai miei occhi, auspicabili: più cultura online, più Rete, più aggiornamento su temi di frontiera come il digital-making, il coding, ecc. Il tutto a scapito delle vecchiezze della scuola nostrana, che sono tante.

Capisci perché non vi capisco.
Mi rendo conto che i cambiamenti possano fare paura. Ma non a 16 anni, dannazione. Non questi.
La riforma semmai fa paura ad alcuni vostri insegnati e ai loro leaderini di corporazione. E gli fa paura perché ogni cambiamento è un momento della verità: si capirà chi, nella scuola, vale davvero, sa aggiornarsi, sa lavorare bene. E questo tocca rendite di posizione, privilegi precostituiti, stronzaggini arroccate su quel (basso) gradino di potere offerto dal sedere “dalla parte del manico” della cattedra.

Tutto questo è la ragione per cui in tanti andate (e siamo andati per anni) a scuola con il cattivo umore. Ed è la ragione per cui molti di noi sono usciti da scuola convinti di essere bravi e hanno preso un sacco di mazzate, sentendosi inadeguati, al momento di cercare un lavoro, diventare autonomi e farsi una vita propria.

Se c’è una ragione per cui mi sentirei di scendere in piazza insieme a te, oggi, è assicurarci che il cambiamento sia possibile e che non sia vanificato dagli interessi corporativi, dall’egualitarsimo deleterio e ottuso di certa sinistra sindacale, da sempre contraria alla cultura del merito.
Fossi in te scenderei in piazza per chiedere ancora più coraggio e non difenderei la scuola di oggi.
Voi, nel mentre, non fatevi usare, ché la lotta è preziosa e non va regalata a chi non vi ha a cuore.

Radio, uragani e doppi sensi – un reportage sonoro dalle Bahamas

August 30th, 2014 § Comments Off on Radio, uragani e doppi sensi – un reportage sonoro dalle Bahamas § permalink

Visto che i tanti parlano (in questo caso bene, trattandosi di quel vecchio cuore granata di Carlo Bordone) del ventennale del brit-pop, non c’è modo migliore di celebrarlo che parlare d’altro, evitando di ricordare quell’epoca in cui ci si emozionava perché ci era arrivato in mail order il 12″ del singolo di “Some Might Say“, d’estate si girava mezza Riccione per cercare giacca della tuta Fila identica a quella che indossava Damon Albarn nel video di “Boys and Girls” (per poi scoprire che dopo 5 minuti che la si indossava si rischiava la morte per iperidrosi toracica) e durante l’anno erano obbligatorie varie tappe a Londra a ravanare tra i dischi in Berwick Street.

Quindi piazziamo due decenni e un oceano tra noi e i ricordi brit e parliamo della musica che si ascolta alle Bahamas, perché a modo suo è interessante e perché ero in viaggio da quelle parti. Enfasi su “a modo suo”.

Il fatto è questo: la musica tradizionale bahamiana, apprezzata da tutti su quelle isole pigre e felici, è una specie di calypso iper-accelerato, elementare e cantato in inglese. Il problema sono i testi.
Dopo un paio di giorni in cui abbiamo voluto illuderci di essere noi a non capire bene l’inglese caraibico (parlano tutti come Desmond di Lost!), ci siamo dovuti arrendere: il top della musica bahamiana, ascoltato da tutti e suonato ovunque, è Leone di Lernia*.
Ok, non proprio lui, ma il suo omologo locale.

Mentre sei lì che bevi una birra bahamiana e aspetti – un paio d’ore, ché sull’isola sono lenti – il tuo piatto di conch fritto o qualcos’altro di fritto (sono pure sempre un paese del Commonwealth: dio strabenedica gli inglesi!), la radio solitamente pompa a volume 11 canzoni che sembrano filastrocche per bambini sotto speed. E tutte – ma tutte tutte – parlano di sesso, con la finezza dialettica di Alvaro Vitali. Peraltro in un paese dove la donna media supera il quintale di peso.

Mi spiego: il brano più noto dell’artista più famoso delle Bahamas, Ronnie Butler (una vera e propria istituzione, per i locali), è un medley tra due canzoni.
La prima, “Drive It Home”, è la storia di un tizio che si accoppia con una donna apparentemente insaziabile e conta le volte di fila che la possiede. Finalmente, all’undicesimo round – dopo un momento thriller al decimo, in cui ha un lieve ehm calo di performance – la signora capisce “devi per forza essere un bahamiano”.
Il pezzo enumera tutte le performance in ordine sequenziale e si ferma alla dodicesima. E temo che alle Bahamas lo usino come canzoncina per insegnare i numeri ai bambini, visto che la sanno tutti a memoria.

La seconda, mixata perfettamente con la prima, si intitola “Who Put The Pepper In The Vaseline” ed è la storia di due gay morosi che, oltre a non pagare l’affitto, non danno una lira alla cameriera. E questa per vendetta gli mette il pepe nella vaselina. Disperati, i due amanti chiamano la polizia che, durante un’investigazione notturna, verrà coinvolta nel ménage con tanto di poliziotto con “pepper in his mouth”.
Il brano, in pieno stile omofobo importato dalla vicina Jamaica, è tutto un fiorire di falsetti quando parlano i gay, espressioni tipo “sissy” e doppi sensi ben oltre l’esplicito.
Tanto per non lasciare dubbi, l’intero medley ha il titolo “Bungy On Fire”, che vuol dire “didietro infuocato”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=bBeR8ony6Xg

In un paio d’ore, quindi, è normalissimo ascoltare canzoni su un povero giardiniere bahamiano costretto a emigrare in Jamaica e bagnare col suo lungo idrante le aiuole alle facoltose signore ivi presenti (con sorpresa finale in cui il marito di una signora chiede anche lui un po’ di innaffiamento allo sventurato emigrante bahamiano), pezzi dedicati al conch (che è un molluscone che si mangia in buona parte dei caraibi, prelevato da una conchiglia enorme) del genere “beccati sta conchiglia” e altre lepidezze da ritrovo di ex commilitoni al quinto giro di grappa. Curioso non abbiano ancora scoperto gli assoli ruttati, ma conto su un’evoluzione al più presto in quel senso.

In compenso la radio bahamiana dà vibrazioni meno pecorecce. Anzi, è stato un piacere scorrazzare su e giù per l’isola in cui eravamo spiaggiati ascoltando – rigorosamente in AM – Radio Bahamas, perché la sua programmazione musicale è fatta in gran parte da vecchi brani ska, rocksteady, calypso e reggae soulful e ben pochi suoni bahamiani. Niente di più recente del 1980 e tutto probabilmente su vinile, a giudicare dal fruscio. Un paradiso, per chi ama Desmond Dekker, Stanley Beckford, Horace Andy e simili. Sembrava Radio Nova di notte, senza gli stacchetti in francese.

Il profluvio di vibrazioni positive e vintage era interrotto periodicamente dalla speaker locale che, a seconda dei casi, raccontava una barzelletta, leggeva i necrologi isola per isola o lanciava gli allerta meteo, ché lì è stagione di uragani.
Quindi tu sei lì che ascolti un pezzo anni Sessanta di Alton Ellis e d’improvviso la canzone viene interrotta a metà e parte un messaggio pre-registrato del tipo “Osservatorio climatico delle Bahamas: la tempesta tropicale Cristobal è presente in zona e sta per arrivare sulle isole X, Y, Z. Tutti i natanti in zona devono rientrare in porto, le persone devono allontanarsi dal mare e dalle situazioni di pericolo e dalle fonti di elettricità. Se avete bisogno di rifugio, non riparatevi in acqua o sotto gli alberi, ma raggiungete il rifugio più vicino. I rifugi aperti oggi sono, per l’isola X la chiesa Taldeitali, la chiesa di Tiziocaio e la chiesa di Sempronio”.

E tu, nel mentre, sei lì che un po’ speri che riparta il pezzo di Alton Ellis e soprattutto che la speaker non nomini la tua isola, anche perché in caso di tempesta tropicale ti ritroveresti a fare il figo coi bahamiani “E tu queste due gocce le chiami tempesta tropicale?  A’ regazzì, qui ci siamo fatti l’estate 2014 in Italia, noi sì che sappiamo cos’è la vera pioggia”.

 

PS. Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere su The Barefoot Man, uomo dalle mille vite, nato bavarese, naturalizzato americano e ora caso raro di intrattenitore-musicista nomade-caraibico bianco, noto per suonare classici bahamiani (tra cui “Who Put The Pepper In The Vaseline”), sue composizioni sospese tra l’humour e il demenziale, canzonacce piene di doppi sensi e, quando gli gira, tirate politiche sugli Stati Uniti, Bush, Cheney e Clinton e pezzi più seri. Il tutto condito con un sito interamente in comic-sans (in cui la home si chiama “cabana”), copertine di album simil-Fausto Papetti o decorate con clip-art di Word come il Post Sotto L’albero e, pare, un seguito di fan agguerritissimi in mezzo mondo.
In effetti non è possibile non apprezzare il suo mood da europeo convertito in isolano preso bene, che strimpella una chitarra sotto una palma in riva al mare, con al suo fianco un bicchierone di Bahama Mama (che è un cocktail che non ha una ricetta precisa: basta che ci siano 4 tipi di alcolici diversi e della roba dolce e ci si aggiusta) e discetta con la stessa serietà di tanga, di Viagra e di politica militare. Altro che tristi tropici: è uno che non ha nessun timore a fare una cover di Sloop John B, cambiarle il testo e intitolarla “Gay Cruise Ship Song“.

 

 

* Ripensandoci, sono stato ingiusto con Leone di Lernia: per quanto non brilli in finezza, non è mai stato così tanto volgare. Diciamo che il modello nostrano per la musica bahamiana potrebbe essere Gianni Drudi.

Undici

July 30th, 2014 § 6 comments § permalink

Hanno messo l’età in lettere, come si fa nei documenti ufficiali per non lasciare dubbi a chi legge. Era un numero così pesante, nella sua leggerezza, da diventare il suo soprannome.
La sua lapide, lontana da casa, è in uno strapuntino verde del mio quartiere, infestata dalle erbacce, violata da una svastica nel 2009 (che qualcuno ha ripulito), dimenticata da tanti.

Si chiamava Luciano Domenico ed era un bambino di undici anni. Se nel 1945 non ci fosse stata la guerra, avrebbe frequentato la prima media.
Si era trovato circondato dai repubblichini in un cascinale del suo paese, insieme a una banda di partigiani. Disperati, avevano cercato di difendersi in tutti i modi dall’attacco dei nazifascisti. Esaurite le munizioni, dopo un lungo conflitto a fuoco, non potevano fare altro che arrendersi alla superiorità numerica e di armamenti dei fascisti.

In segno di resa, Luciano aveva cercato qualcosa che assomigliasse a una bandiera bianca da sventolare. Era il suo maglione. Se l’era sfilato e, con tutto il coraggio che può avere un bambino, era uscito sull’aia ad affrontare i fascisti.

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Ho cercato molte volte di immaginarmi cosa hanno pensato i fascisti quando si sono visti venire incontro un bambino di 11 anni, in canottiera nel gelo di febbraio, che sventolava una bandiera bianca.
Non ci riesco mai, perché la mia condizione umana mi rende impossibile pensare come chi l’ha ucciso dopo pochi passi con una sventagliata di mitra. A undici anni. A due passi da casa. Mentre sventolava la bandiera della resa.

Al netto delle ragioni, dei torti e delle retoriche – che sono sicuramente cose pesantissime e fondamentali, ma non da bambini – la guerra è una cosa così stupida e sbagliata che non può che essere stata concepita dagli adulti. È una cosa da grandi, i bambini non ne sanno niente. Ecco perché ognuno di loro è una bandiera bianca che sventola, per il solo fatto di esistere.

In guerra i bambini non sono altro che questo: esseri umani che non se lo meritano, presi in mezzo dal sistema della follia dei più grandi. E hanno il diritto di essere lasciati stare. Ieri in Italia, oggi a decine in Palestina, uccisi senza motivo da Israele nella sua gara di torto e crudeltà con Hamas.
Il risultato è noto: non vince nessuno, solo le erbacce sulle lapidi.

 

UPDATE

Piccoli ma significativi segni che un mondo migliore è possibile. In meno di 24 ore le erbacce intorno alla lapide e in tutto il giardinetto sono state tagliate. Ho la fortuna di avere tra i lettori (e ancora di più tra gli amici) Claudio Cerrato, Presidente PD della Circoscrizione in cui abito. Ieri mi aveva scritto nei commenti su Facebook a questo post Condivido il senso del post e della metafora, interverremo sull’erbaccia senza snaturare il senso politico di quanto scrivi“. Ecco un politico e un amministratore che ascolta, capisce e interviene. 

Lo so che è una cosa piccola, ma sono molto contento. Certo, c’è ancora molto da fare per le erbacce metaforiche, ma quelle dipendono da noi tutti.

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Sei proprio una scema

June 17th, 2014 § Comments Off on Sei proprio una scema § permalink

Post breve, per i miei standard.

La mia fidanzata ha scritto un romanzo per Baldini & Castoldi, che si intitola “Sei proprio una scema”. Esce domani in tutte le librerie della galassia ed è disponibile subito in ebook (sotto ci sono i link, tranquilli).

E’ un giallo-rosa-noir (la combinazione di colori, per quanto evochi un giocatore svedese biondissimo con la maglia del Palermo, è molto bella, una volta convertita in narrazione) in cui si parla di giovani donne sulla trentina che si innamorano a vanvera. E il destinatario dell’amore malriposto è una figura archetipica di questi tempi precari: lo Stronzo*.

Copertina

Non vi anticipo altro della trama, perché altrimenti non c’è gusto a leggerlo. Ma penso che molti (molte) di voi si riconosceranno nella protagonista.

Non vi resta altro che correre (o anche camminare con passo lesto) a comprare il libro. Lo dico da interessatissimo fidanzato dell’autrice e anche da disinteressato lettore (che peraltro correrebbe a provarci con l’autrice alla prima occasione). E’ leggero in senso calviniano, fa ridere, a volte fa riderissimo e c’è pure un mistero di mezzo come in Lost e in Game Of Thrones, ma con meno morti.

Se siete curiosi o diffidenti, qui potete leggere il primo capitolo (gratis, lo dico per i diffidenti)

Se, invece, siete tra quelli che ho minacciato di rappresaglia in assenza di una prova certa di acquisto, potete spintonarvi domani in tutte le librerie per procurarvene una copia, oppure potete acquistarlo in formato Kindle su Amazon e averlo subito sul vostro lettore o sul vostro smartphone/tablet o, sempre su Amazon, ordinarlo in formato cartaceo.

Buona lettura! Attenzione che poi vi interrogo.

* Lo Stronzo è una tipologia di maschio a cui non appartengo, cioè colui che considera uno sport valido e meritevole far soffrire le donne con cui si accompagna, a colpi di assenze, fughe, ermetismi, disimpegno malcelato e mezze parole. Ci tenevo a dirlo, anche perché potrei scrivere un dramma in una settantina di atti dedicato alle Stronze incontrate finora, specie affine a quella presente nel romanzo, ma dotata di ulteriore perfidia e di solito di un aspetto gradevole. Si intitolerebbe “Compagno di stronze” e sarebbe il primo caso di typosquatting letterario.

Non è un romanzo su di me, casomai ve lo domandaste, nonostante ci sia un vinile in copertina (peraltro rotto, cosa per cui potrei fare una strage). La vita di noi maschi-limulo (nota: il limulo maschio è grande meno della metà del limulo femmina e vive buona parte della sua vita attaccato con le chele alla sua coda, tranne quando la femmina mette su “Honky Tonk Woman”, fa la voce di Neffa e dice ‘baby, vieni su’ e assolve ai suoi compiti riproduttivi) non è narrativamente interessante, perché comporterebbe lacrimevoli versioni in prosa dei testi degli Smiths e poco più. E peraltro ha già detto tutto Nino Buonocore in “Scrivimi“.

Grandi aspirazioni

April 24th, 2014 § 5 comments § permalink

Il primo fra tutti sfoggiava sul sacco – enorme, di stoffa blu serissima – un brand misterioso: Progres. L’acquistarono i miei nei primi anni Settanta quando si sposarono e, in ossequio a una palese devozione a tutto ciò che proveniva da Oltrecortina, era made in Cecoslovacchia. Chissà dove l’avevano comprato. Forse a una festa dell’Unità, forse in qualche negozio di elettrodomestici che faceva il ricercatissimo “sconto Unipol”. Fatto sta che troneggiava nello sgabuzzino di casa a due passi dalla pila dei miei albi di Topolino, quelli da 70 lire ciascuno.
E era pesantissimo, faceva un rumore più adatto ad altre epoche, tempi in cui l’industria pesante contava ancora qualcosa nelle vite delle persone e lo sferragliare non destava sguardi preoccupati. Se aveva il suono di rottami ferrosi gettati da 50 metri d’altezza, voleva dire che funzionava. E il Progres funzionava molto, sotto quell’aspetto.

Da buon soldato cecoslovacco, faceva il suo dovere senza perdersi in leziosità: aspirava la polvere con solerzia attraverso un’imboccatura – non rimovibile – che aveva una forma simile a un limulo (animale a me ignoto fino a quando incappai nel patafisico Jarry da ragazzo: all’epoca mi piaceva pensare che fosse una versione panciuta e sverniciata del disco di Goldrake). L’unica concessione al vezzo era una luce frontale che, con la scusa di illuminare gli angoli polverosi delle case e facilitare la vita alle operose donne dell’Est, gettava qua e là sprazzi a 10 candele di sol dell’avvenire.

Era indistruttibile e credo che, se recuperato dalla cantina in cui sverna da veterano, scatterebbe sull’attenti come un solerte riservista. E’ stato pensionato dopo vent’anni  per via del suo rumore di ferriera e per avvenuta sparizione del suo paese d’origine.
Gli va riconosciuto il merito di aver resistito indenne a un allagamento della cucina, a un paio di shock elettrici e soprattutto agli assalti del mio gatto, che lo aveva eletto a suo nemico giurato. Di solito le incursioni feline seguivano un copione standard: il gatto si aggirava nello sgabuzzino dalle parti della sua vaschetta e, di colpo e senza motivo alcuno, scattava a unghie spiegate contro il limulo argentato, soffiando come un mantice impazzito. Il tutto durava poco più di 2  secondi intensissimi. Poi, realizzate le scarse perdite sul fronte nemico, l’incursore felino ripiegava con nonchalance su un’altra stanza, sicuramente inviando dal fronte comunicati che millantavano una vittoria tattica.

Per anni il Progres è stato sostituito da un aspirapolvere bicolore, anonimo, di plastica. In casa mia c’era una fatwa nei confronti del Folletto (che all’epoca andava per la maggiore), dell’azienda che lo produceva e soprattutto dell’umanità di disperati che cercava di piazzarlo con tecniche sempre più aggressive e truffaldine, tra cui la temibile scampanellata seguita da un “signora, ho un messaggio per lei” al citofono a cui mia nonna quasi abboccò, nei primissimi anni Novanta. Quindi niente scopa elettrica avveniristica, niente conta-acari, niente innovazione: la resistenza al peggiore marketing porta a porta di sempre valeva qualche granello di polvere in più.

L’aspirapolvere di plastica non aveva la linea avveniristica del Progres, aspirava un po’ meglio e facendo un po’ meno rumore, ma mancava di personalità. L’unico tratto distintivo era una specie di pedale sulla testata aspirante (a forma di rettangolo, standard) che serviva a innestare/rimuovere la modalità aspira-tappeti. In casa non siamo mai riusciti a capire quale fosse la modalità tappeti e quale quella normale: avevamo pochi tappeti e comunque aspirava decorosamente in entrambi i casi.

Il plasticone  si è riscattato dal suo  anonimato a due tinte e due modalità in un lontano luglio dei primi anni Novanta, quando un mio amico ha avuto l’idea di smontare la testata aspirante rettangolare e cercare di provocarsi dei finti succhiotti sul collo grazie al potere aspirante concentrato nella sezione ridotta del tubo. L’obiettivo era ingelosire una ex fidanzata, credo. Il risultato fu una macchia giallo-rosso-viola sul collo difficilmente attribuibile alla passione pomiciatoria di una ragazza che non fosse delle dimensioni di un grizzly. Risolvemmo fregando del fondotinta dalla borsa dei trucchi di mia madre e applicandolo topicamente sul malcapitato.

L’anonimo aspirapolvere non aveva la tempra del suo predecessore cecoslovacco. Si rompeva spesso. Fu sostituito più volte da altri aspirapolvere simili nell’anonimato, nella plasticosità e nelle performance. Così per anni.

Poi arrivò il Roomba, l’aspirapolvere automatico. Tecnicamente non era un Roomba ma un suo parente coreano, ma il quid era lo stesso: tu stai sdraiato sul divano a fare altro e lui, passo dopo passo, aspira da solo tutti i pavimenti di casa.
Il principio è bellissimo: è la realizzazione in piccolo del sogno dei Jetsons o di Star Trek, cioè una società liberata dalla necessità del lavoro (di casa) grazie alle tecnologie e dedita alla propria elevazione morale e culturale. Insomma, i soviet più l’elettricità e un sensore a infrarossi che evita che l’aspirapolvere automatico faccia un frontale coi muri, caschi giù dalle scale o scappi di casa.

Il nostro Roomba, di cui scrissi entusiasticamente al tempo, aveva un difetto: per orientarsi in casa “fotografava” a infrarossi il soffitto (che da sempre è una mappa ideale della casa, oltre che il foglio bianco su cui immaginare una nuova casa possibile) e usava queste fotografie per orientarsi. La soluzione era intelligentissima, peccato che funzionasse male nel caso di soffitti mansardati e soffitti alti. E la nostra nuova casa ha soffitti mansardati alti quasi 6 metri. Il risultato è stato drammatico, per noi che ci eravamo un po’ affezionati al nostro spazzino elettronico: lo “Scarafaggione” (questo era il soprannome che si era meritato nel giorno del suo ingresso in famiglia) era disorientato, procedeva con cadenza da ubriaco e, tanto per completare il profilo deviante, spesso si fermava a cercare impropri accoppiamenti con il bordo di un tappeto, la gamba di un tavolo o i piedini dello stendibiancheria. Uno spettacolo insostenibile.

In suo soccorso è arrivato il Bogòn, che in veneto vuol dire la lumaca: un gigantesco, modernissimo e pesantissimo aspirapolvere della Hoover. E’ un prodotto alla moda, uno di quelli fatti ad elefante o, appunto, a lumacone: c’è un guscio enorme che contiene il deposito della polvere e, attaccato a questo, un lungo tubo flessibile al cui termine è possibile installare un tubo metallico telescopico con vari accessori, tra cui la turbospazzola.
Ecco, la turbospazzola mi turba, un po’ perché dai tempi del Giudizio Universale di Cuore tutti i composti di “turbo” mi fanno venire in mente Enzo Catania, un po’ perché è una tecnologia infernale: è una spazzola rotante mossa dal potere aspirante che di fatto cattura la polvere per frizione sul pavimento e la getta in pasto alla proboscide del Bogòn. Sembra l’uovo di colombo, ma ha un difetto: tutti i peli, i capelli (e in generale i filamenti) che incontra, invece di finire aspirati si avvolgono inesorabilmente intorno ai suoi fanoni rotanti. Il risultato è che in pochi minuti puoi avere un pavimento perfettamente aspirato, ma poi devi passare 3 ore a ripulire la turbospazzola liberandola a mano dai capelli o dopo poche passate non funziona più.

Ai disastri della turbospazzola si aggiungono due difetti. Il primo è stupida tendenza del Bogòn a fagocitare le rotelline in fetro che fanno da guida alla sua spazzola e che amano smontarsi durante l’uso e disertare, il secondo è la sua totale inutilità nel togliere la polvere da superfici in alto, visto che è pesante, ingombrante e si trascina sul pavimento come un corpo morto. Se hai una casa col soffitto alto 6 metri, le superfici da spolverare al di là del pavimento sono tante. E se le trascuri si formano le famose “ragnatele di polvere”, che nel nostro caso fanno compagnia alle ragnatele vere e proprie.

Ci serviva, riflettevamo qualche tempo fa, qualcosa di agile, leggero, in grado di permetterci di spolverare con facilità in alto, ben sopra l’altezza delle nostre teste, magari arrampicati su una scala. Il primo pensiero è stato ricorrere a un aspirabriciole. Ne ho provato qualcuno di straforo da Mediaworld, tra quelli a disposizione dei clienti. Non funzionano. Mia madre ne ha uno che ha il potere aspirante di un asmatico con una cannuccia e sì e no 30 secondi di autonomia senza batteria. Bisognava trovare un altro modo.

La soluzione analogica è poco pratica, anche se finora è stata l’unica praticabile: il Bàutaro (dal veneto “bàuta”, che vuol dire “ragnatela”: in casa per qualche strana ragione i tool di pulizia spesso acquisiscono nomi del Nord Est, forse perché noi dediti alle nobili mollezze sabaude non amiamo occuparci di attività riservate alla servitù), cioè un bastone telescopico di 4 metri su cui è installata una spazzola morbida che periodicamente (ove “periodicamente” = “quasi mai”) agito qua e là sul soffitto per disturbare la vita dei ragni veri e dei ragni di polvere.
Il risultato è disastroso: la casa è pulita, ma chi opera il Bàutaro (io) riceve sulla testa una piacevole pioggia di ragni, polvere e ragnatele,  e tutto ciò che rimane impigliato in queste ultime. E dopo l’operazione di rimozione delle ragnatele deve pure passare l’aspirapolvere perché oltre alla sua testa, la pioggia di detriti polverosi e aracnidi terrorizzati finisce sul pavimento (non sul tavolo, perché in precedenza è stato coperto da un telo di nylon che sarà in seguito aspirato a dovere, una volta rimosso). L’operazione è seguita ogni volta da una doccia molto accurata, con doppio shampoo (e conseguenti capelli crespi: è una procedura che fa danni lunghi).

Ecco perché, quando qualche tempo fa ho scoperto che esisteva una linea di aspirapolvere leggeri e maneggevoli come un ombrello, in grado di funzionare senza fili per un numero di minuti dignitoso, ho subito avviato una univoca passione a distanza nei loro confronti.
Nel giro di poco più di un anno li ho visti crescere sotto i miei occhi: dal primo modello con un’autonomia quasi ridicola e un potere aspirante poco superiore all’asfittico aspirabriciole materno si è passati per un paio di uscite intermedie, fino all’opera definitiva o quasi: il Dyson DC 62, prodotto a cui nelle prossime righe riserverò una lode sperticata all’insaputa dell’azienda produttrice.

Un amico che ne possiede uno, qualche mese fa mi assicurava: “è l’iPhone degli aspirapolvere”. A suo dire un prodotto di quel genere è così pratico e leggero che cambia per sempre la tua concezione di aspirapolvere e trasforma la pulizia di casa in un gioco da ragazzi, perché non devi perdere tempo a disincastrare il Bogòn (o un suo simile, ne esistono anche fatti dalla Dyson: non comprateli!) dall’angolo in cui l’hai castigato, trascinarlo fino alla presa più utile, srotolare i 6 o 7 metri di cavo (che ad aspirata conclusa saranno riavvolti da una molla sempre più moscia, lasciando uno sgradevole mezzo filo pendulo), trovare una dannata Schuko e iniziare ad aspirare, conscio che il cavo non basterà e dovrai ripetere l’operazione per ogni stanza. E non dovrai trascinare il tubo flessibile, che si piega, si imbizzarrisce, si incastra, si ferisce su ogni spigolo.

Sì, lo so che ci sono condanne peggiori e c’è chi ramazza casa con una scopa tradizionale e se la fa bastare, ma personalmente odio tutte le attività di pulizia domestica, pur comprendendone la necessità. E ogni secondo in più passato a “fare i lavori” invece che a coltivarmi come uno stratrekkiano del futuro mi sembra sprecato, così come mi sembra sprecato ogni sforzo non strettamente necessario. Ecco perché amo le tecnologie, perché mentre la lavastoviglie ti lava i piatti, tu puoi disporre del tuo tempo libero ed elevarti come uomo giocando a Candy Crush o seguendo con passione la polemica politica sulla Partita del Cuore. E ogni macchinario che può farmi risparmiare tempo e sforzi nel fare le odiose pulizie di casa è benvenuto. Sono disposto a spendere, per questo.

Il mio amico aveva ragione: il Dyson DC 62 è l’iPhone degli aspirapolvere, a partire dal prezzo. Di listino costa più o meno come un iPhone vero e proprio. Per fortuna ormai facciamo quasi tutti così: andiamo da Mediaworld a provare le tecnologie e poi le compriamo online a prezzo scontato. Su Internet l’iPhone degli aspirapolvere costa come un Samsung Galaxy di fascia media.

Attraverso una serie di ricatti, sguardi teneri o con occhi da triglia, trappoloni emotivi, smisurate preghiere e agguati sono riuscito a convincere la mia compagna ad adottare l’aspirapolvere definitivo (la sua passione per il tema è minore rispetto alla mia, anche e soprattutto perché non le tocca manovrare il Bàutaro). E’ arrivato giusto in tempo per il mio compleanno, tra l’altro.

E’ davvero la rivoluzione: il nuovo aspirapolvere pesa sì e no come il mio Macbook Air e si porta in giro per la casa con l’agilità e l’eleganza con cui si porta un bastone da passeggio. Non ha fili, si carica con un alimentatore che è poco più grosso di quello di un Mac ed è facilissimo da usare in piedi su una scala col braccio in alto per fare fuori tutte le ragnatele in pochi secondi. Ha pure un look alieno a metà tra HR Giger e il BFG 9000 in Doom e dura oltre 20 minuti di uso continuo, che è ben più di quanto tempo io sia disposto a spolverare casa.
E ha pure la turbospazzola, ma è trasparente – cosa a cui noi nerd teniamo tantissimo – fa sfilare via molti più capelli rispetto al Bogòn e si smonta con un click su una rotella, evitandoti di infilare le dita e strappare alla cieca ciocche di  residui polverosi, peli di provenienza ignota e chissà quali altre schifezze.

Ora, a freddo, consumata l’emozione delle prime aspirazioni (alle 2 di notte: credo che i vicini stiano facendo delle bamboline voodoo con la mia forma), posso confermare che è l’aspirapolvere definitivo, dopo la rigida ortodossia filosovietica degli albori, i prodotti di plastica negli anni di plastica, le fughe in avanti tecnologiche e la concessione alla moda (scomoda) del momento.

Però non posso notare che, compiuti i 40, non solo mi esalto per un aspirapolvere ma gli dedico pure un polveroso post chilometrico. La mia trasformazione in una casalinga tradizionale credo sia iniziata e il processo temo sia irreversibile. Finirà che mi innamorerò di Julio Iglesias, passerò i pomeriggi guardando Rete 4 e prima o poi pretenderò la pelliccia per Natale. Nel caso eliminatemi in tempo a colpi di Progres.

Qui caschi bene – pignolerie musicali di un daftpunkiano cisalpino

May 24th, 2013 § 2 comments § permalink

Premessa: chi scrive è così perversamente fan dei Daft Punk da meravigliarsi ogni giorno che non citofoni un corriere recante un casco pieno di lumini accompagnato da un biglietto:

“Enrico, già ci eri stato simpatico quella volta che in una discoteca torinese sei rimasto in pista da solo all’alba e, ipnotizzato dalla tua ombra, hai ballato per tutti i 6 minuti di  “Alive” spazientendo gli amici che volevano tanto tornare a casa. Poi ci siamo accorti che ci ami così tanto da esserti guardato tutto Electroma restando sveglio e senza fare fast-forward. Come ringraziamento ecco il tuo casco: parti con noi – o chi per noi – in tour a far finta di suonare sul piramidone.

Poi, visto che siamo praticamente coetanei, se ti va, venite tu e la tua fidanzata a vivere nel ranch di Thomas: invecchieremo insieme e da anziani passeremo il tempo a ricordare i vecchi tempi seduti su qualche daft panchina di Beverly Hills.

A presto!

Tuoi, 

Thomas, Guy-Manuel”.

 

In quanto fan irragionevole del duo mi risento moltissimo se, come accade spesso, il verbo daftpunkiano è distorto, compreso male, tagliato con l’accetta. Quindi è facile immaginare lo sconforto e l’irritazione in questi giorni in cui tutti – da Brava Casa all’Informatore Cartolibrario – si sono sentiti in dovere di scrivere qualcosa sul nuovo album dei nostri beniamini.

Scrivere “i Daft Punk scoprono la disco music” (che poi è il sunto del 99% degli stupitissimi – con la t – articoli su Random Access Memories usciti negli ultimi giorni) è l’equivalente musicale di offrire al mondo una breaking news del tipo “Casadei scopre il liscio”.

 

Il fatto è che noi vestali del sacro fuoco daftpunkiano sappiamo benissimo che i due sono in overdose da disco fin dalla prima nota del loro primo pezzo. E se non si è sordi o giornalisti musicali di un quotidiano qualsiasi in Italia, basta un paio di orecchie per rendersene conto.
Certo, non ci aspettiamo che chi scrive di musica sui quotidiani – umanità disperata che normalmente deve riempire mezze pagine di interviste a Nek o riferisce di concerti di Dylan nel 2013 come se fossero rilevanti – abbia ascoltato Homework.

 

E non ci aspettiamo che su Homework abbiano ascoltato quel pezzo geniale che è “Teachers” , caso raro di esplicito brano-manifesto (mi vengono giusto in mente, prima di loro, “Ghetto Shout Out” di Parris Mitchell  o l’intro del primo album degli LFO) in cui quei due signori col casco perennemente in testa elencano tutti i maestri che hanno ispirato il loro stile.

 

Quel pezzo (che tra parentesi si è meritato una parodia che adoro) spiega tutto: il testo non è altro che un elenco di nomi di dj/produttori/musicisti e non è un caso se più di metà delle persone citate hanno combinato qualcosa di musicalmente rilevante ritoccando, pasticciando, modificando, astraendo, campionando, filtrando la disco music. Ognuno col suo stile, beninteso, ma tutti o quasi partendo dalla disco come spunto.

 

FAMOLO DISCO

Random Access Memories è in linea con quel manifesto estetico.

La differenza di sound tangibile rispetto agli altri album è che progressivamente i Daft Punk sono passati dal “fare le cose con i suoni della disco” (trasformandola in mille cose: house, techno, esperimenti di g-funk, electro, AOR, easy listening, ballatone, mazzatone drammatiche, ecc.) al “fare proprio la disco in tutte le sue salse e derivazioni”, finendo con l’approdare in territori che proprio disco non sono (tipo l’AOR), ma sono lì a pochi passi.

 

Insomma, negli album prima si sono occupati di derivati della disco music (dico “disco music” in senso allargatissimo, per cui i Ricchi e Poveri in Canada vengono venduti come gruppo disco-foxtrot al fianco di Sabrina [Salerno, ma lì perde il cognome] e nessuno batte ciglio), dando sfogo a tutte le loro altre anime.

 

Fateci caso: quella colonna portante della musica degli anni Novanta che è Homework non è altro che un infierire a colpi di filtri, risonanze house – erano gli anni Novanta, eh –  e distorsioni su suoni alla Gino Soccio (e non inventavano niente: ci avevano già pensato gli Yello), funk e altre vecchie cose da balera. E l’unico pezzo sotto i 120 bpm, cioè “Da Funk“, resta gioiosamente in campo disco, pur avendo (mancate) intenzioni hip hop, se si pensa che la sua inconfondibile rullata è un campionamento di Barry White.

 

E Discovery, fin dal titolo, altro non era che un calembour lungo e ripetuto sulle derive della disco (tra cui, intendiamoci, c’è la house) – incluse quelle imbarazzanti, ché un pezzo di “rosco” così tamarro (traduzione per voi giovani: è quel sottogenere di disco music che è anche un po’ rock, di cui tutti conoscono “I Was Made For Loving You” dei Kiss) da indossatori di fascette di spugna e polsini come “Aerodynamic” non lo si sentiva dai tempi di “Rockin’rolling Disco King” di Paul Sabu).

 

Poi, ok, c’è Human After All che è l’album meno compreso dei Daft Punk. I due – immagino causa semi-mutismo da casco – non sono esattamente bravi a spiegarsi. Quello che sfugge ai più è che è una sorta di improvvisazione in studio: due settimane e via, cimentandosi sostanzialmente con gli stessi 2 o 3 banchi di suoni. Il fatto che un disco il cui mixing è durato più della composizione sia anche un concept album sul potere dei media (i cui brani, tra l’altro, dal vivo spaccano) è notevole. E ok, qui c’è meno disco nei suoni (però non poca nei campionamenti, a guardare bene). Ma consideriamolo un caso a parte.

La realtà è che in Random Access Memories non succede nulla di nuovo e inatteso, alla luce della storia daftpunkiana raccontata finora.

Non c’è nemmeno da meravigliarsi per gli ospiti, visto che Nile Rodgers è stato associato ai Daft Punk un millisecondo dopo che il primo recensore ha ascoltato la linea di basso di “Around The World” e ha pensato agli Chic. Ma c’è la seria impressione che il buon Nile fosse uno che girava per casa Bangalter da qualche decennio, visto che secoli fa produceva Sheila & B. Devotion, duo – toh, disco – di cui il babbo di Thomas Bangalter era autore.  Sì, perché finora è stato lasciato da parte quel trascurabile dettaglio per cui il padre di uno dei due indossatori di caschi è una delle menti dietro il successo di gente come gli Ottawan e i Gibson Brothers (quindi risparmiatemi un post e non fate le facce stupite se il prossimo album dei Daft Punk suona improvvisamente disco-latin o contiene un remix del Pipppero, ok?).

Vale più o meno lo stesso discorso – immagino, però, senza che Thomas lo chiami zio – per Giorgio Moroder. Ricordo perfettamente le critiche che piovevano nel 1997 da parte di vetusti rocchettari – immagino futuri bersaniani – alle prese col mio ragionevole entusiasmo riguardo Homework: traditore, questa è merda alla Moroder. Nel loro avere torto, avevano ragione: il Cavaliere del lavoro che più si rispetta da queste parti è prima di tutto un’ispirazione e un modello per i Daft Punk, poi anche un ospite (e merda dillo a tua sorella).

 

DJSCO UNCHAINED

Qualcuno, tuttavia, si dispiace: “non è un album d’avanguardia”, “non inventa nulla”, “non è moderno”, eccetera. Tutto vero.

Mettiamola così: ci sono album che allargano i confini di quello che chiamiamo musica: inventano sonorità, spostano un po’ più in là la soglia dell’udibile, creano il prototipo di un genere, associano cose che prima stavano distanti anni luce, eccetera. Non è questo il caso.

Esistono, però, dischi che (ri)propongono con esiti felici un genere musicale già esistente a un pubblico che, per varie ragioni (anagrafiche, culturali, ecc.) gli era ostile o indifferente. Per dirla brutta, esistono dischi che “sdoganano” un sound.

Random Access Memories fa questo con la disco e le sue propaggini. E vende un disco inesorabilmente “di genere”  anche e soprattutto a un pubblico impensabile per quei suoni lì: noi fighetti bianchi del clubbing contemporaneo europeo, i ventenni di oggi (per cui il revival non è la disco, ma le Spice Girls o Kylie Minogue – quella già carampaneggiante di Can’t Get You Out Of My Head, non la sbarbina degli esordi), tutti quelli che non ubriachi a capodanno dicono “che schifo la disco” e declinano il trenino.

 

Se uno ci pensa bene, i Daft Punk fanno con la “musica di genere” ciò che Tarantino fa da tempo col cinema di serie B: recuperano e nobilitano (coi fatti  – non a tavolino e a freddo, alla Goffredo Fofi) un prodotto culturale che ai suoi tempi non aveva diritto a sedersi al tavolo dei grandi, pur vendendo molto. E lo fanno uscire dal ghetto del cult e del guilty pleasure, trasformandolo in prodotto di massa. Geni, in questo, sia come musicisti, sia come comunicatori.
Il risultato, peraltro, funziona. Fate partire “Get Lucky” in ufficio e contate il numero di persone che battono il tempo col piedino, schioccano le dita o – se lavorate in posti informali – si dirigono in sala riunioni ancheggiando. Alla fine è dance music o giù di lì: se fa così, vuol dire che funziona. In barba a i musoni che la snobbavano e al famoso popolo di Internet che – tra una molestia a un VIP e l’altra – intellettualizza una pura e semplice questione di “shut up and dance”.

 

A conferma che è un piatto che va servito freddo, nel 2013 – con qualche decennio di attesa – si consuma la vendetta della disco music sulle masse non danzanti, signori.
E i vendicatori – come richiede la tradizione – sono mascherati.

Si può fare senza

May 7th, 2013 § 7 comments § permalink

Mi sono preso una pausa di un mese dai social network. Per 30 giorni, anzi in verità per qualche giorno in più, ho vissuto più o meno come se Facebook e Twitter non esistessero, lasciando i profili a prendere polvere, inesorabilmente aggiornati per l’ultima volta il 30 marzo.

 

Le ragioni di un’azione di questo genere sono, nel mio caso, semplici e non drammatiche: ogni tanto fa bene fare una piccola dieta detox dalla Grande Conversazione, soprattutto se la chiacchiera condivisa riguarda in modo quasi esclusivo temi logoranti come la politica. Forse è un limite mio, ma le campagne elettorali finiscono sempre per consumarmi, figuriamoci quelle a cui fa seguito il più grande momento di crisi della storia della sinistra italiana, vissuto collettivamente e in tempo reale, come Twitter comanda.

E poi volevo vedere che effetto fa – su di me, sugli altri – il digiuno improvviso dopo anni di lauti pasti social quotidiani.

 

La verità è che non succede niente di rilevante: registro con un po’ di dispiacere il fatto che la quotidianità non risente in modo rilevante dell’assenza dei social media.
Forse ti senti un po’ meno informato di prima, ma alla fine ti accorgi che non lo sei, o lo sei su cose non molto importanti, come la cronaca politica spicciola.

In compenso hai un po’ più di tempo, ma non così tanto quanto preventivavi. La verità è che hai più attenzione e continuità nel compiere molte azioni (banalmente: lavorare) e finisci per fare più in fretta. Quindi sì, hai più tempo libero, ma di sponda.

 

Finisce che ti trovi nella condizione degli ex fumatori freschi di rinuncia al vizio: non è un problema dire di no alla sigaretta, ma è molto più dura gestire i tempi morti, quelli che prima passavi con l’iPhone in mano.

La buona notizia, nonostante non siano cambiate molte cose, è che dopo un mese di pausa mi sono accorto che la pratica dei social network era diventata un’abitudine più che una volontà praticata scientemente. Fare un’astinenza lunga aiuta a osservare il tutto in prospettiva.

 

In compenso intorno a te succedono cose strane. Da qualche parte dobbiamo aver condiviso il pensiero per cui se uno si assenta dall’aggiornare i propri profili sui social network per più di un certo numero di giorni, sicuramente ha dei problemi, sta male, ha casini familiari, è ammalato, impazzito, morto. Oppure è andato in vacanza senza avvertire nessuno, ma l’ipotesi non è contemplata.

Quindi la gente, con ammirevole affabilità, ti scrive e ti chiede che succede. Nel mio caso il primo “tutto ok?” è arrivato dopo 48 ore e gli altri a seguire (un paio sono perle da antologia). Ci tengo a dire che ho risposto a tutti e ringrazio tutti.

 

Cosa succede, adesso? Succede, nel mio caso, che ti ridoti di una vita su social network, ma con un po’ più di consapevolezza (diceva il vate – “la vita non è qui”), un approccio meno meccanico e scontato e un po’ più di tentata leggerezza calviniana nelle parole.

 

Resta da fare il conto di cosa ci si perde in un mese da sordomuto sui social. L’elenco dei post e dei twit mai nati è lì, sotto forma di elenco puntato mentale lunghissimo, su cui spicca qualche pezzo in bold.

C’è qualcosa che ti sarebbe tanto piaciuto scrivere ma che aveva senso a caldo, come quella riflessione su Enzo Jannacci e il fatto che il suo esegeta più credibile e sentito sia suo figlio. Mi sarebbe piaciuto dire che avere un figlio che diventa il migliore interprete del tuo pensiero, del tuo stile e della tua arte è qualcosa che dà senso a una vita e forse ti fa morire felice, soddisfatto. Mi sembra un buon lavoro, degno di una persona speciale, ecco.

Ci sono fiumi e fiumi di parole che è meglio che siano rimasti sotterranei: incassare una “vittoria” da Cassandra, vedendo confermate dal disastro del PD bersaniano le riflessioni politiche che da mesi gridavi ai quattro venti non è una consolazione. Avrei preferito aver torto.
Il silenzio imposto mi ha preservato dalla tentazione antipatica di bullarmi del mio “ve l’avevamo detto!” sulle macerie della sinistra italiana conseguenti alla Caporetto di Bersani e soci.
E no, aver fatto di tutto affinché questo non avvenisse non mi consola dalla tristezza che quello che è capitato in questi giorni sia avvenuto.

Ci sono prese di posizione più o meno vanitose, come se il profilo di quello che siamo fosse definito dal confine formato dalle parole condivise col prossimo. Quindi affrettarsi a dire che si è contro (ma tanto) questo governo PD-PDL, fare una battuta possibilmente non scontata sulla morte di Andreotti, indignarsi un po’ per le bruttezze quotidiane da cui sembra obbligatorio prendere le distanze.

E poi ci sono le cose piacevoli, divertenti, che avresti voluto condividere, raccontare, spiegare. Elio che fa un nuovo album con un singolo fighissimo che crocifigge una delle cose che più detesti al mondo. Oppure i Daft Punk che tornano con un album disco (sorprendendo giusto la gente che non sa chi era il babbo di Thomas Bangalter). E Pharoah Sanders dal vivo al Blue Note.

Non ci siamo persi niente di che, alla fine.

In compenso ora so che è vera la massima per cui un periodico e ragionevole digiuno non fa venire più fame: aiuta a controllarla.

We Who Are Not As Others – appunti per la seconda parte del discorso che faremo lunedì alle 15

February 24th, 2013 § 8 comments § permalink

[notarella prima di iniziare: ho scelto di spezzare il “post-elettorale” (mi do fastidio da solo per questo calembour di cui da qualche parte dentro me evidentemente vado fiero) in due parti e pubblicare prima la pars destruens, perché è la più rilevante e per far capire il suo peso. Ora tocca alla parte costruttiva, quella che alla fine ha prevalso nonostante tutto. Ma che grosso, quel “nonostante”]

Alla fine, come scrivevo nella metà antipatica del post, ho votato PD. E nei giorni passati, un po’ per affetto e un po’ per disperazione (virgolettato è ciò che disse Nanni Moretti dichiarando il suo primo voto al PDS, secoli fa, in un’intervista riportata da Linus) ho annoiato gli indecisi, ammorbato i parenti, perfino chiamato mio padre al telefono per un confronto tra vecchi bolscevichi sul da farsi.

Alle 15 e 01 di domani, quando guarderemo i risultati che tutti sappiamo a spanne (la dico tutta: la prospettiva di una vittoria marginale del PD anche al Senato, per quanto improbabile, non cancella il dato politico: crollo nei sondaggi dalle Primarie in poi e adieu vocazione maggioritaria e percentuali conseguenti; qui si spera di più nei risultati locali e nelle regionali, a dirla tutta) ci toccherà anche fare la il lato B del discorso post-elettorale.

Mi sono segnato, nel solito modo disordinato, due o tre cose che credo dovrò dire e che si potrebbero ridurre, banalizzando, a un enorme “sì sì, ok, siamo brutti pure noi, ma gli altri sono incomparabilmente peggio e dalle nostre parti c’è un po’ di speranza”. Vediamole:

– constatare che, nel panorama attuale, il PD è comunque l’unico partito che ha una proposta di governo credibile, di sinistra ed europeista (sottolineare “credibile” e “europeista”, citare la posizione di Vendola sul Mali e in generale sulla politica estera italiana e far presente l’antieuropeismo esplicito di Grillo e Berlusconi).

 

– ricordare a tutti il Bersani ministro liberalizzatore di cui andare fieri (sorvolando su come possa ripetere la performance alleato con SEL) e fare battuta ipotizzando che esistano due Bersani e che quello giusto lo tirino fuori solo a campagna elettorale conclusa, quando si tratta di governare. Dispiacersi, a margine, che sia della juve.

 

– giocare di sponda dicendo un’amara verità: il PD è quel che è, ma il resto è peggio da tutti i punti di vista: qualità della classe dirigente proposta, qualità dei programmi, credibilità delle proposte, capacità di governare, democrazia interna. Abbondare di esempi horror. Evitare di accanirsi su Berlusconi: è passato di moda.

 

– smontare il voto a Vendola insistendo sulla folle posizione di SEL sul Mali, sui flirt coi notav, sulle proposte bislacche come rinegoziare il debito con l’Europa; a seconda dei casi aggiungere battuta su quanto sia noiosa e da “borsetta” milanese la pizzica. Far presente che non dispone di una classe dirigent presentabile, salvo rarissimi casi (tra cui la bravissima Chiara Cremonesi in Lombardia: votatela!)

 

– presentare Monti per quello che è: un abilissimo tecnico a cui andare grati per il ruolo che ha ricoperto, che però ha saltato lo squalo scendendo in campo e alleandosi con Fini e Casini (e i succedanei di Fini e Casini), cioè gente che fino all’altro giorno era alleata strettissima di Berlusconi e non si è tirata indietro di fronte alle peggio cose. E notate che non ho scritto la parola “Cuffaro” perché poi ci metto ore a pulire lo schermo dagli sputi.

 

– far presente che nel campo dei diritti civili e della persona il PD è il fattore di cambiamento più efficace (lo so, non è il più avanzato), cioè quello con più chance di combinare qualcosa. Non sarà un’avanguardia, ma se uno si allinea al pensiero di “quasi tutto subito” e abbandona l’adolescenza del “tutto, chissà quando”, fa una cosa furba. Contano i risultati, non i proclami. Lo dico da persona che su questi temi è molto (molto molto) più in là del PD e di Renzi.

 

– ricordare a tutti che il PD alla fine è il partito di Renzi, in cui Renzi milita e in cui le sue istanze modernizzatrici, di apertura e di civiltà politica non potranno che avere cittadinanza (nonostante i picchiatori bersaniani pensino il contrario) e ricordarsi che affinché Renzi prevalga è necessario che il partito esista e conti qualcosa.

 

– insinuare, con un po’ di perfidia, che l’equivoco per cui votando PD si dice all’attuale dirigenza “ci piacete un casino, continuate così” è svanito per il semplice fatto che il bottino di voti che c’era al tempo delle Primarie è stato dissipato: ci sono tutti i margini per lamentarsi e far presente che è il caso di cambiare, anche tenendo conto che Grillo continuerà a crescere, se non si fa qualcosa.

 

– mostrare l’evidenza, peraltro condivisa anche da tanti che non sono di sinistra, che il centrosinistra governa e ha governato bene (in alcuni casi come a Torino pre Fassino, benissimo) a livello locale e, prima che Vendola e compagni lo facessero cadere, il primo Governo Prodi era ottimo. Fare l’esempio di Chiamparino, Pisapia, Zedda. Citare il sorprendente sindaco renziano di Novara, capace di vincere in terra nemica in tempi non sospetti (e governare bene), a conferma del potenziale elettorale di Renzi e delle sue parole d’ordine.

 

– offrire speranza ricordando che il PD è l’unico partito in cui, avendo voglia di rompere le scatole e perderci tempo e risorse, le cose si possono tentare di cambiare dall’interno, perché dispone di strumenti democratici che funzionano. Ed è l’unico che li usa al suo interno, con le Primarie. L’esempio di Renzi è lampante: il suo aver raccolto il 40% contro il segretario del partito, in un ambito in cui l’ortodossia purtroppo continua a essere un valore, è segno che qualcosa si può fare. E va fatto.

 

– annunciare che è ora di iscriversi al PD, indipendentemente da come è andata, e iniziare una battaglia che – personalmente con colpevole inerzia – si è tardato a fare. Chiudere annunciando intenzioni bellicose, vaneggiando di future infuocate riunioni pre-congressuali in piemontese nella sezione di quartiere, litigando con gli anziani militanti di ogni età che le animano.

 

– sperare (in silenzio o a voce alta) che una buona volta i dirigenti – e anche un po’ i militanti – capiscano la lezione e la prossima volta siano un po’ più svegli; qui non gli si porta rancore, anzi li si ringrazia per l’impegno, anche se non era del tutto ben riposto.

 

– incrociare le dita, perché alla fine uno ci tiene; perché per quanto antipatici e antiquati siano, quei signori lì sono sul tuo album di famiglia e sono gli stessi che incontri ai matrimoni e ai funerali. Sta anche un po’ a te aiutarli ad allargare gli orizzonti. O alla peggio, direbbe il Segretario, trovare una quadra. E’ una fatica. Ma si fa.

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