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	<title>Suzukimaruti &#187; casi miei</title>
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	<description>il blog di Enrico Sola</description>
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		<title>Cosa sta succedendo qui?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 22:47:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
				<category><![CDATA[casi miei]]></category>
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		<description><![CDATA[Innanzitutto la buona notizia è che sta succedendo qualcosa, visto che era da aprile che qui era tutto in sospeso. Il motivo di tanta latitanza? Cose migliori da fare. Non è che non ho bloggato per mancanza di tempo. Il vero fattore che mi impediva di bloccare era la natura stessa del blog, nella sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Innanzitutto la buona notizia è che sta succedendo qualcosa, visto che era da aprile che qui era tutto in sospeso.</p>
<p>Il motivo di tanta latitanza? Cose migliori da fare. Non è che non ho bloggato per mancanza di tempo.</p>
<p>Il vero fattore che mi impediva di bloccare era la natura stessa del blog, nella sua versione precedente. Il famigerato tema Arras, che ormai prolifera ovunque e ha un po&#8217; rotto le balle, mi obbligava a mettere un&#8217;immagine per ciascun post. E non un&#8217;immagine qualsiasi: una esattamente larga 700 pixel e alta chissà quanti. Senza immagini, quel tema fa pietà, il blog sembra una fanzine ciclostilata dei tardi anni Ottanta (senza nemmeno la naiveté indie) e non c&#8217;è gusto a bloggare.</p>
<p>La sola prospettiva di dovermi mettere lì a cercare un&#8217;immagine sensata, tagliarla in modo tale che fosse delle dimensioni giuste e caricarla è stata sufficiente per un bel po&#8217; di mesi, passato l&#8217;entusiasmo iniziale, a impedirmi anche solo di iniziare a scrivere una cinquantina di post che mi venivano in mente.</p>
<p>Rinvendico un&#8217;identità oblomoviana: sono fieramente pigro e quel tema fighetto mi costava troppa fatica. E poi bisogna rassegnarsi: o scrivi o disegni. Almeno, per me è così. E se mai frequentassi una mensa aziendale, mi andrei a sedere al tavolo di quelli che scrivono, non certo a quello dei grafici. Quindi non aspettatevi fotografie, illustrazioni o grafici a supporto dei miei post. E&#8217; già tanto se bloggo.</p>
<p>La vera news è che mi sono accorto, ora che ho ridotto enormemente la potenza di fuoco sui socialcosi, che tutto ciò che scrivo e segnalo si disperde in mille rivoli. Ecco perché mi sono messo lì e ho integrato i miei vari account sui singoli social network in modo tale che compaiano sul blog. Cioè, se aggiungo qualcosa su Tumblr, compare pure sul blog. Se segnalo qualcosa su Delicious, compare pure sul blog. Se aggiungo una foto su Flickr (molto improbabile), compare pure sul blog. E così via.</p>
<p>Insomma, se siete pigri vi abbonate al feed del blog e fate tutto in una volta, come un non-battezzato che si sposa in chiesa.</p>
<p>Postilla: lo so che il template è molto meno cool di quello prima. Però si chiama <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Oulipo" target="_blank">Oulipo</a>: non potevo resistere.</p>
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		<title>Salone: fuori</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 16:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A leggere in giro c&#8217;è scritto che il Salone del Mobile e il Fuori Salone inizia martedì 13 aprile. Da buon torinese puntuale e precisino (&#8230;), quindi, visto che stai a Milano ti presenti in Zona Tortona alle ore 20 del 13 aprile, pronto a tuffarti nel rutilante mondo del design di cui ti hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A leggere in giro c&#8217;è scritto che il Salone del Mobile e il Fuori Salone inizia martedì 13 aprile.</p>
<p>Da buon torinese puntuale e precisino (&#8230;), quindi, visto che stai a Milano ti presenti in Zona Tortona alle ore 20 del 13 aprile, pronto a tuffarti nel rutilante mondo del design di cui ti hanno parlato tanto bene. Tu che finora credevi che i mobili li facesse solo il signor Aiazzone a Biella.</p>
<p>Ti fai a piedi tutta via Tortona e scopri che il 90% delle cose da vedere è chiuso. Aprono domani. E le poche cose aperte sono &#8220;press day&#8221; in cui &#8211; ti dicono &#8211; decine di giornalisti guardano cose di design tenendo un bicchiere in mano. Ma sono eventi a cui non accedi se non hai l&#8217;invito.</p>
<p>Insomma, al Fuori Salone sono sostanzialmente rimasto fuori, circondato da gente in gran parte vestita strana che pare salti fuori solo durante il salone (perché pare che per far capire agli altri che sei un designer devi vestirti da scemo: forse è per far intendere che tutto il buon gusto lo metti nelle tue creazioni e non te ne avanza per gli abiti)</p>
<p>L&#8217;unico posto in cui sono entrato era un hotel che si chiama NHOW, al cui naming deve sicuramente aver contribuito il manager dei Sonohra.</p>
<p>Al Nhow, mi hanno detto, ci sono sempre un sacco di cose interessanti (le chiamano &#8220;installazioni&#8221;, ma sono le stesse persone che dicono &#8220;meeting&#8221; al posto di &#8220;riunione&#8221;) che ritraggono perfettamente lo spirito del Salone del Mobile e del Fuori Salone.</p>
<p>Al piano terra c&#8217;erano varie &#8220;cose di design&#8221;. Qualcuna anche carina. Un paio perfino geniali. E tutto il resto erano sgabelli.<br />
Sgabelli su sgabelli in tutte le salse, grandi, piccoli, colorati, drittissimi, ricurvi, strani, alti, bassi, monolitici, sminuzzabili, ripiegabili, pelosi, penosi, plasticosi (tanti). Il 2010 è l&#8217;anno degli sgabelli, fidatevi di me, oh devoti della coolness a tutti costi. Fanno una tendenza che non vi sto a dire, gli sgabelli. Roba che se domani (a un evento che ieri era chiuso) presentano lo sgabello indossabile, lo sgabellofonino (iStool?) o lo sgabello di marzapane non mi meraviglio.</p>
<p>E se domani salta fuori un articolo su Domus in cui si scopre che Katia Noventa, in crisi mistica da Dopo Salone, ha rinunciato ai mobili di casa e ha arredato la sua magione solo con sgabelli (che sono versatilissimi: li puoi usare anche come tavolino, scaletta e comodino!), non sobbalzerò sulla sedia dalla sorpresa. Anche perché sarò sicuramente seduto su uno sgabello.</p>
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		<title>Di sfuggita dentro a un bar</title>
		<link>http://www.enrico-sola.com/2009/12/di-sfuggita-dentro-a-un-bar/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 23:39:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un &#8220;fai in fretta!&#8221; da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l&#8217;umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un &#8220;fai in fretta!&#8221; da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l&#8217;umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi il tuo obiettivo è far fruttare quelle 10 monete strane e trasformarle in sensazioni videoludiche. Prolungate, se possibile.</p>
<p>Ecco perché sono certo che, preso già a nove anni da una logica utilitaristica, ho speso i primi due gettoni su un videogioco sicuro: uno di quelli che boh non è che ti diverta poi tanto, ché magari lo conosci a memoria. Però era un gioco in grado di garantirmi un quarto d&#8217;ora abbondante di partita ininterrotta, senza farmi perdere soldi e senza farmi sfigurare nell&#8217;effimero spazio di &#8220;tre vite e game over&#8221; di altri giochi tutti da scoprire.</p>
<p>Con otto gettoni rimasti potevo sbizzarrirmi, provare nuovi coin-op, farmi affascinare dalla grafica di qualche nuovo gioco, insistere con la mia bestia nera <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gyruss" target="_blank">Gyruss</a> (che pare fosse un gioco relativamente facile, ma avevo seri problemi ad adattarmi all&#8217;astronave che girava in tondo invece che spostarsi lungo i quattro assi) oppure spaccarmi gli occhi su <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Zaxxon" target="_blank">Zaxxon</a>, altro gioco che metteva in evidenza il mio disagio col 3D, per quanto &#8220;pseudo&#8221; e isometrico.</p>
<p>Ma se parlo delle mie idiosincrasie videogiocose divago. Ciò che rende rilevante quel pomeriggio di un giorno di luglio nuvoloso in luogo di mare è che, nella seconda stanza della sala giochi, troneggiava lui: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dragon's_Lair" target="_blank">Dragon&#8217;s Lair</a>.</p>
<p>Nel 2009 blateriamo volentieri di &#8220;wow effect&#8221;, ma quello che avevo di fronte agli occhi era veramente da urlo: in un&#8217;epoca in cui la grafica migliore consisteva in una manciata di pixel più o meno disposti ad arte, Dragon&#8217;s Lair era molto più che un salto generazionale in termini tecnologici. Era chiedere troppo e ottenere ancora di più. Era il futuro del futuro del futuro. Guardare per credere: il confronto con un gioco &#8211; peraltro di successo: Manic Miner &#8211; uscito lo stesso anno è impietoso, dal punto di vista grafico.</p>
<p><a href="http://www.enrico-sola.com/wp-content/uploads/2009/12/manicminerscreen1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-244" title="manicminerscreen1" src="http://www.enrico-sola.com/wp-content/uploads/2009/12/manicminerscreen1.jpg" alt="manicminerscreen1" width="380" height="283" /></a><br />
<a href="http://www.enrico-sola.com/wp-content/uploads/2009/12/dragonslair_010-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-243" title="dragonslair_010-2" src="http://www.enrico-sola.com/wp-content/uploads/2009/12/dragonslair_010-2.jpg" alt="dragonslair_010-2" width="380" height="283" /></a></p>
<p>Avevo di fronte agli occhi un videogioco che aveva la grafica di un vero e proprio cartone animato. E non uno di quelli televisivi, con pochi frame e i fondali ricorsivi. Quello era un cartone del cinema, come Peter Pan, Bianca e Bernie, animato da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Don_Bluth" target="_blank">Don Bluth</a>, che era uno degli animatori più bravi della vecchia scuola Disney. Solo che quel cartone animato lì si comandava con il joystick. Non mi sembrava tecnicamente possibile. E tuttora non riesco a immaginare a qualcosa che, se si materializzasse ora sulla Terra, riuscirebbe a essere altrettanto futuribile.</p>
<p>Sarà che da bambini si è più propensi alla meraviglia, ma la visione di quel gioco lì, con quella grafica che sembrava provenire da mille anni dopo, è una delle emozioni tecnologiche più grandi che ho avuto. Giusto l&#8217;installazione fortuita &#8211; all&#8217;epoca del DOS &#8211; della primissima demo di Doom mi aveva dato qualche brivido, ma non c&#8217;era paragone.</p>
<p>Ricordo che ogni partita a Dragon&#8217;s Lair costava 4 gettoni. E si moriva subito, perché era un gioco impossibile, con un meccanismo stupido e indegno della grafica (si trattava di produrre, quadro per quadro, sequenze di movimenti col joystick: bastava avere molti soldi da spendere e un po&#8217; di buona memoria; in alternativa l&#8217;esperienza era frustrante). Però era una gioia a vedersi e ogni partita richiamava una decina di spettatori che, tacitamente, si scambiavano occhiate meravigliate quadro dopo quadro. Preso da timore reverenziale (non ero degno), non ho mai giocato una singola partita a Dragon&#8217;s Lair. Ma ne ho spiate centinaia, stupito.</p>
<p>Poi uno dice che non bisogna abbandonarsi al progresso, che non bisogna cedere al determinismo tecnologico, che la fede nelle magnifiche sorti e progressive è ingenua e via con la puntina sul disco dello scetticismo da birreria.<br />
E finirebbe pure per avere ragione.</p>
<p>Però ora quel gioco, quella sorta di futuro impensabile che &#8211; reale come non mai - si era materializzato dal nulla un pomeriggio di 26 anni fa, è un&#8217;applicazione da pochi euro (occhio e croce il valore di 4 gettoni del 1983) <a href="http://itunes.apple.com/it/app/dragons-lair/id341837564?mt=8" target="_blank">sull&#8217;iPhone</a> (occhio: il link apre iTunes). E non è un surrogato, né uno dei tremila porting tristi che sono stati fatti nel corso degli anni per computer, DVD e console: è quel gioco lì, con quella grafica di allora, pixel per pixel. E sta in un taschino, a portata di mano. E Dirk ha vite infinite.</p>
<p>Gettoni illimitati e Dragon&#8217;s Lair disponibile dove e quando voglio: posso morire felice.<br />
Ed è esattamente quello che è successo al mio bambino interiore: morto per avvenuta soddisfazione dell&#8217;ultimo sogno infantile, quello impossibile, iperbolico, irrealizzabile.<br />
Tocca fare gli adulti al 100%, ora. Anzi, tra 5 minuti, mamma, ché prima mi tocca salvare Daphne dal drago Singe e sono incastrato all&#8217;ultimo quadro.</p>
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		<title>Notarelle digitali d&#8217;uno dei mille</title>
		<link>http://www.enrico-sola.com/2009/11/notarelle-digitali-duno-dei-mille/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 23:14:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non contento di aver riattivato il blog, ho fatto ripartire pure il Tumblr. E anche in questo caso l&#8217;indirizzo è stato cambiato. Il nuovo Tumblr si trova qui: enrico-sola.tumblr.com E già che c&#8217;ero ho capito (credo) come si usa un Tumblr (perché quello vecchio era più che altro una piattaforma di cazzeggio, sperimentazioni e deliri). Anzi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non contento di aver riattivato il blog, ho fatto ripartire pure il Tumblr. E anche in questo caso l&#8217;indirizzo è stato cambiato.</p>
<p>Il nuovo Tumblr si trova qui: <a href="http://enrico-sola.tumblr.com" target="_blank">enrico-sola.tumblr.com</a></p>
<p>E già che c&#8217;ero ho capito (credo) come si usa un Tumblr (perché <a href="http://suzukimaruti.tumblr.com" target="_blank">quello vecchio</a> era più che altro una piattaforma di cazzeggio, sperimentazioni e deliri).</p>
<p>Anzi, per non farmi mancare nulla mi sono pure lanciato e ho messo su un template del genere urban-modern-fighetto-cool di cui sicuramente tra qualche settimana mi vergognerò, non appena il mio filosovietismo estetico avrà la meglio sulle mie buone ragioni e mi prenderà allo stomaco nel dormiveglia, come un senso di colpa non sopito.</p>
<p>Prometto di resistere, eh. Se è caduto il muro di Berlino, può anche cadere la mia predilezione per le periferie desolate d&#8217;Oltrecortina e la grafica digitale da esse derivata.</p>
<p>Ah, la foto che illustra il post <a href="http://www.flickr.com/photos/childofwar/3097124543/" target="_blank">è di Amir K.</a></p>
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		<title>Fai l&#8217;irriverenza</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 18:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La redazione di Aprile Online mi ha proposto di tenere una rubrica settimanale dedicata alla Rete e alla tecnologia. Mi sono dovuto porre il problema di scrivere di cose tecnologiche su una testata di chiara natura politica. Ovvero: faccio la mia solita panoramica di oggetti tecnologici del desiderio o ragiono su cose un po&#8217; più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La redazione di <a href="http://www.aprileonline.info/" target="_blank">Aprile Online</a> mi ha proposto di tenere una rubrica settimanale dedicata alla Rete e alla tecnologia.</p>
<p>Mi sono dovuto porre il problema di scrivere di cose tecnologiche su una testata di chiara natura politica. Ovvero: faccio la mia solita panoramica di oggetti tecnologici del desiderio o ragiono su cose un po&#8217; più profonde?</p>
<p>Fosse per me, mi abbandonerei quotidianamente al tecno-lust, ma il rischio di intristire il prossimo con una dotta disquisizione sui DPI dei gaming mouse di ultima generazione sarebbe altissimo e i lettori di Aprile Online, che già soffrono tanto per ovvi motivi politici, non se lo meritano.</p>
<p>Alla fine mi è venuta l&#8217;idea di fare una panoramica sull&#8217;irriverenza politica in Rete, cioè raccontare tutti i casi in cui il popolo di chi sta lì di fronte al computer sfida il potere, mette in dubbio le sue parole e, già che c&#8217;è, gli ride dietro.</p>
<p>Il pensiero un po&#8217; da anarchico ottocentesco di tanti Franti digitali che, infami, ridono del potere sullo schermo è tanto romantico quanto irreale, soprattutto in un paese in cui la quasi totalità degli atti di irriverenza online finora non è andata molto più in là di &#8220;Meno tasse per Totti&#8221;.</p>
<p>Ecco, quindi, <a href="http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13494" target="_blank">la prima puntata di &#8220;Il potere dei cittadini digitali, tra creatività, satira e conflitto&#8221;</a>. Il resto dell&#8217;articolo è infinitamente meno peso del titolo.</p>
<p>Venerdì 20, la seconda puntata e venerdì 27 la terza e ultima.</p>
<p>Ogni suggerimento su come impiegare la rubrica dal 27 novembre in poi è benvenuto.</p>
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		<title>(we don&#8217;t need this) Fashion Groove Thang*</title>
		<link>http://www.enrico-sola.com/2009/11/we-dont-need-this-fashion-groove-thang/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 02:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
				<category><![CDATA[casi miei]]></category>
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		<category><![CDATA[sgradevolezze]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla fine sono riusciti a trascinarmi. Anzi, a dire il vero non hanno dovuto nemmeno insistere troppo, perché lo spirito dell&#8217;antropologo della domenica è prevalso su quello dello snobbettino di sinistra. Fatto sta che sono andato a visitare il negozio milanese di Abercrombie &#38; Fitch, pur avendo anticipato &#8211; nell&#8217;ovvio disinteresse generale per le mie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine sono riusciti a trascinarmi. Anzi, a dire il vero non hanno dovuto nemmeno insistere troppo, perché lo spirito dell&#8217;antropologo della domenica è prevalso su quello dello snobbettino di sinistra.</p>
<p>Fatto sta che sono andato a visitare il negozio milanese di Abercrombie &amp; Fitch, pur avendo anticipato &#8211; nell&#8217;ovvio disinteresse generale per le mie &#8220;posizioni&#8221; &#8211; che non avrei comprato nulla di quella marca lì <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/08/26/sulla-felpa-che-noi-portiam/" target="_blank">da italiani all&#8217;estero</a>.</p>
<p>Snobismi a parte, nei tre piani del negozio di Corso Matteotti non ho visto un singolo capo che mi interessasse, salvo una giacca esibita in una teca di vetro e introvabile tra gli scaffali, ma chi se ne frega. Il fatto è che mi è sembrato davvero impossibile occuparmi di vestiti in una discoteca.</p>
<p>Sì, una discoteca, perché Abercrombie &amp; Fitch è quello. L&#8217;intera store-experience è mutuata dal mondo del nightclubbing e per qualche motivo è un effetto ricercato: qualcuno nell&#8217;ufficio marketing di A&amp;F deve averci pensato e si è convinto che la discoteca è un&#8217;ottima evoluzione estetica del buon vecchio negozio. Avrà le sue ragioni.</p>
<p>Sarà che mi evoca antipatici ricordi pre-cortina di ferro, ma le file di fronte ai negozi mi stanno sulle balle a priori. Da Abercrombie &amp; Fitch non c&#8217;è modo di non fare la fila: te la fanno fare i buttafuori all&#8217;ingresso, proprio come in discoteca: è una tecnica da quattro soldi del clubbing e serve a far credere alla gente che il locale sia strapieno, per generare il solito ovvio effetto: la gente va dove c&#8217;è altra gente, possibilmente tanta.</p>
<p>Dopo 10 minuti di coda (inutile, visto che il negozio è tutto tranne che strapieno), l&#8217;ingresso regala visioni che possono stare nell&#8217;album dei ricordi di qualsiasi avanzo di balera: buttafuori con la faccia cattiva di fronte alle porte e, dopo i loro grugni, un ambiente buio e senza luce naturale, illuminato da pochi faretti e pervaso da musica quattroquarti fortissima, roba per cui parlare coincide col gridare.</p>
<p>Per rafforzare l&#8217;effetto disco (quella deleteria anni Ottanta, con l&#8217;ingresso donna, il tavolino a bordo pista e un 12 pollici a caso di Baltimora che suona a volumi insani), ecco i cubisti e le cubiste. Sto parlando del famigerato &#8220;personale-immagine&#8221; che pare sia un&#8217;apprezzatissima caratteristica dei negozi Abercrombie &amp; Fitch e sia diventato un piccolo mito qui nella provincia tristanzuola dell&#8217;Occidente: ragazze e ragazzi carini (non direi esattamente fotomodelle e fotomodelli di prima o seconda scelta, ma comunque bella gente, con un canone estetico ben preciso, molto wasp: maschi palestrati e femmine rigorosamente bionde coi capelli lisci) che, in una sorta di divisa da boscaiolo accoppiata con delle inspiegabili infradito, balla negli angoli morti del negozio, sculetta e, se incrocia il tuo sguardo, ti rivolge un cordiale &#8220;Hello, what&#8217;s goin&#8217; on!&#8221; sempre uguale.<br />
Mancavano giusto un privé con un assessore craxiano e i bagni con la gente impastata di bamba ed era un tuffo perfetto nella Milano da bere.</p>
<p>No, non voglio cascare in vecchi schematismi d&#8217;epoca. Però l&#8217;impressione generale è che la strategia del &#8220;diffondi la figa nell&#8217;ambiente e la gente arriverà in massa&#8221; sia l&#8217;unica vera scelta strategica di A&amp;F nei suoi negozi. E le facce di gran parte dei clienti maschi presenti in loco (le uniche che credo di saper giudicare) sanno di comitive di turisti gabbati dalle entraineuses nei night dell&#8217;Est Europa, di gente che fa la fila all&#8217;Hollywood per guardare da lontano le modelle e di adolescenti che non hanno ancora capito che la cameriera bona è una feature della birreria, non una speranza concreta.</p>
<p>Fedelissimo da tempo immemore al motto &#8220;God is a dj&#8221;, sono l&#8217;ultima persona che può mettersi a fare del trito moralismo sulle discoteche e meno che mai lo farei su un negozio che ha &#8220;discotechizzato&#8221; la sua in-store experience, anche se è una scelta di cattivo gusto.</p>
<p>Però sono uscito &#8211; frastornato, come tutti &#8211; con seri dubbi sulla strategia di A&amp;F. Pur amando il clubbing mi sono chiesto quanto sia intelligente produrre un&#8217;esperienza di quel genere. Abercrombie &amp; Fitch alla fine è un posto rumoroso (in cui peraltro suonava della house commerciale vocale di infimo livello) in cui si vede male, si cammina un po&#8217; storditi nella penombra e in cui non si capisce la logica con cui sono disposti i prodotti.</p>
<p>Anzi, l&#8217;impressione è che i signori Abercrombie &amp; Fitch abbiano buttato i vestiti qua e là alla cazzo di alce (l&#8217;espressione &#8220;alla cazzo di cane&#8221; la riserviamo per la <a href="http://www.harmontblaine.it/">Harmont &amp; Blaine</a>, casomai i suoi negozi fossero disordinati). Ecco, più che una discoteca il negozio milanese di A&amp;F ricorda il guardaroba di una discoteca. Uno in cui hanno fatto casino con i tagliandini numerati.</p>
<p>Fortunatamente trovo orribili i vestiti A&amp;F, perché in un ambiente ansiogeno di quel genere non riuscirei a comprare nulla, anzi avrei perfino difficoltà a parlare coi commessi, visto che bisogna gridare per farsi capire.<br />
Certo, sorge maligno il dubbio che qualcuno nell&#8217;ufficio marketing di A&amp;F abbia letto malamente &#8220;<a href="http://www.anobii.com/books/I_persuasori_occulti/9788806113766/01fc0de7162c8663d8/">I persuasori occulti</a>&#8221; e si sia convinto davvero che il consumatore opportunamente stordito è più propenso a spendere e a farsi menare per il naso, ma non vorrei sopravvalutare il management. Quella è gente che di solito non legge niente, mai, per nessun motivo.</p>
<p>Immaginando che qualcuno &#8211; magari un sordomuto &#8211; riesca a comprare vestiti in un contesto danzereccio, c&#8217;è da questionare l&#8217;intelligenza di mettere maschi palestrati e femmine notevoli, vestiti con gli abiti in vendita, a due passi da gente &#8220;normale&#8221;. Cioè, magari tu sei una ragazza che sta provando faticosamente un paio di jeans, scoprendo che ti tirano sul culo e ti vanno lunghi e nel mentre passa una venere con 15 anni meno di te a cui gli stessi jeans sembrano dipinti addosso col pennello da miniature. Boh, a me passerebbe la voglia.</p>
<p>Alla fine la visione più rassicurante erano le ragazze che facevano le pulizie. Persone normali, in grembiule, un paio perfino carine e non biondo-stereotipo. Mentre ramazzavano i pavimenti talvolta parevano lanciare sguardi solidali, forse complici: là fuori c&#8217;è un mondo un po&#8217; più vario e meno asfissiante. Abbiamo guadagnato l&#8217;uscita, con sollecitudine.</p>
<p>*qui non si è persa la mania per i titoli criptici, che rispondono a mie intime derive musicofile di cui, evidentemente, non posso fare a meno</p>
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		<title>Ciao sono io</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 00:16:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>suzukimaruti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sì, dai, quello là col nome giapponese strano che aveva un blog che riempiva di post lunghi. Ecco, ora sono cambiate un po&#8217; di cose. Non tante, eh. Cioè, scordatevi che mi metta a sfornare post brevi, per dirla tutta. Però sono cambiate due o tre cose, in primis l&#8217;indirizzo che avete digitato o cliccato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, dai, quello là col nome giapponese strano che aveva un blog che riempiva di post lunghi.</p>
<p>Ecco, ora sono cambiate un po&#8217; di cose. Non tante, eh. Cioè, scordatevi che mi metta a sfornare post brevi, per dirla tutta. Però sono cambiate due o tre cose, in primis l&#8217;indirizzo che avete digitato o cliccato per arrivare qui. Per spiegare il resto serve un passo indietro.</p>
<p>Credo che non sia un mistero il fatto che negli ultimi due anni i blog abbiano perso un po&#8217; di slancio. Il fatto è che ci siamo buttati tutti sui socialcosi &#8211; prima su Twitter, poi anche su FriendFeed e su Facebook &#8211; e ci siamo un po&#8217; dimenticati di quel posto là dove scrivevamo in modo approfondito e diffuso quello che ci girava per la testa senza l&#8217;assillo di dire qui e ora cosa pensi, vedi o fai.</p>
<p>Non è che siamo tutti rincretiniti di colpo. E&#8217; che i socialcosi sono divertenti, raccontano e catturano benissimo il momento e la Conversazione, quella con la maiuscola, si è spostata là.</p>
<p>Confesso che non ho esitato a tuffarmi in quel mare di parole istantanee online, sguazzando felicemente tra la chiacchiera da bar sport o la gara tra ex liceali all&#8217;one-liner più witty. E sicuramente ricorderete come pietre miliari della vostra esistenza gli aggiornamenti sulla mia presenza alla sagra del lampredotto sbucciato di Lamporecchio (nota: prima che vi precipitiate nell&#8217;amena località del pistoiese, affamati di interiora, specifico che la sagra è inventata ed è lì per pura assonanza; a Lamporecchio fanno i brigidini, che personalmente detesto causa antipatia per l&#8217;anice).</p>
<p>Poi, però, a furia di fare castelli in Arial mi sono un po&#8217; annoiato e un giorno ho chiuso l&#8217;account di FriendFeed. E i motivi sono sostanzialmente due.<br />
Il primo è che i socialcosi portano via tempo e in un&#8217;epoca pervasività del Web ti mangiano i minuti e le ore sempre e ovunque. E se ti accorgi che hai consumato un&#8217;ora della tua vita a discutere online di olio delle scatolette di tonno o della volumetria della frangetta di un&#8217;attrice di cui ignoravi l&#8217;esistenza, forse è meglio darci un taglio, ché perdere tempo mi va benissimo, ma con un minimo di controllo qualità sul come.</p>
<p>Il secondo è che, nella penuria di caratteri consentiti dai socialcosi, mi sono trovato più volte a discutere di cose interessantissime, talvolta importanti, con un po&#8217; di gente. E tutte le volte che la discussione si faceva interessante e meritava un approfondimento, ci dicevamo &#8220;magari non qui: ne riparliamo meglio altrove&#8221;. E rigorosamente finivamo per non approfondire.</p>
<p>Alla fine mi è venuta voglia di quella profondità lì. Senza farla troppo spessa, eh. Però mi piace pensare che qui ci sia un pezzo di quell&#8217;altrove dove è possibile &#8220;riparlarne&#8221;.</p>
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