Gloria, guida

August 26th, 2011 § 0 comments § permalink

Vent’anni fa un certo Michael Schumacher, figlio di un giostraio di Kerpen, esordiva in Formula 1 guidando sì e no 500 metri una monoposto, prima che si scassasse la trasmissione.
Bruciato dall’esperienza, la prese male e per reazione nei 15 anni successivi vinse 8 mondiali e superò praticamente ogni record possibile della Formula 1.

Nel 2006, dopo aver vinto il vincibile e anche un po’ di più, Schumacher si è ritirato. Da suo tifoso colpevole (cioè uno a cui lui stava sull’anima ma non poteva sottrarsi all’evidenza della sua superiorità e alla necessità di ammirarla), scrissi un post molto affettuoso in occasione del suo ritiro.

A vent’anni esatti dal suo esordio, mi ha fatto piacere rileggerlo. Magari fa piacere pure a voi.

Lo trovate cliccando qui.

(poi, per darmi nuovamente in testa, ha pensato bene di rimettersi a correre in Formula 1, peraltro con risultati perdibili: è dispettoso).

Derisi & Calpesti TV

March 16th, 2011 § 6 comments § permalink

Non prendetemi per leghista o per becero bastiancontrario, ma non ho molta voglia di festeggiare i 150 anni di unità italiana.

Certo, il Risorgimento è stata una fase importante della nostra storia patria, animata da una èlite consapevole e fatta *nonostante* il popolo. Anche perché quei trecento che provarono a fare l’Italia sbarcando a Sapri e convincendo le masse finirono presi a roncolate dai contadini stessi che volevano liberare.

Certo, la Resistenza è la pagina più bella dell’intera storia d’Italia ed è il fondamento di quel poco di dignità nazionale che ci rimane. Ma è stata fatta da una minoranza di persone, svegliatesi dalla truffa del fascismo a cui, in massa, la quasi totalità del paese aveva entusiasticamente aderito per un paio di decenni.

Non riesco a non pensare che le poche cose buone dell’Italia siano state fatte da poche avanguardie più o meno illuminate per rimediare alla straordinaria capacità degli italiani di trovarsi sempre e comunque dalla parte sbagliata della Storia, in compagnia dei peggiori infami.

Non riesco a festeggiare l’unità di un paese così. Un po’ perché statisticamente 150 anni di storia dimostrano che – lasciati a loro stessi – gli italiani fanno scelte stupide, sbagliate e autolesioniste. E si mettono in mano a leader imbarazzanti, disonesti.

E l’orgoglio patrio si basa tutto su azioni più o meno eroiche di cittadini che, da soli o in pochi, sono andati contro lo spirito nazionale, contro gli umori delle masse, contro le scelte sciagurate della maggioranza dei loro concittadini.

Capisco benissimo chi, esponendo il tricolore oggi, vuole celebrare quelle poche pagine belle del nostro libro di storia e i valori sani che, nonostante tutto, in qualche modo galleggiano qua e là come chiazze di pulito in un mare di cacca. E capisco chi piazza il tricolore sul balcone per contrastare in modo estetico l’idiozia leghista/nordista/localista.

Ma io non riesco a festeggiare, scusatemi.

Un po’ perché provo imbarazzo per questo paese disgraziato in cui sono nato e per la bruttezza umana dei suoi cittadini presenti, passati e – visto come stanno le cose – futuri.
Un po’ perché non sono così tanto convinto di essere altro rispetto a loro e di poter fare la differenza.

Tryin’ to cause a big s-s-s-sensation

February 25th, 2011 § 2 comments § permalink

Guardo questa copertina del Time e mi viene da pensare che i ragazzi del Mediterraneo in rivolta hanno davvero qualcosa per cui essere fieri.

Berlinguer che scriveva che la lotta per migliorare il mondo può riempire degnamente una vita. Questi non solo lo stanno facendo, ma vincono. Li ammiro, davvero.

Poi guardo le foto e la gente della settimana della moda e mi vergogno della mia generazione (me incluso, ci mancherebbe).

Poi le riguardo e penso che probabilmente questi ragazzi lottano, tra le altre cose, anche per poter avere la libertà un bel giorno di fare la settimana della moda pure loro. E mi incupisco un po’.

E poi mi ri-incupisco perché mi sono incupito per una ragione un po’ fascista, ché la libertà è anche permettere di fare agli altri cose che personalmente ti stanno sul culo.
Dovrei ricordarmelo.

[è che questi eventi pubblici, vissuti collettivamente a livello planetario, per qualche strano spirito da bastiancontrario mi portano all'introspezione]

Morire per delle idee

February 21st, 2011 § 20 comments § permalink

Parte tutto da questa vignetta di Makkox sul Post. Più che una vignetta, è un editoriale. E mi ha fatto male, perché dice la verità. Ed è una verità antipatica, che mi procura un malsano odio autoriferito.

Mi urta anche solo pensarlo, perché speravo di meritare qualcosa di meglio, ma è assolutamente vero che la cifra identitaria di una generazione, della mia generazione, è Berlusconi. No, non l’opposizione a Berlusconi: la sua stessa esistenza, la sua irruzione nelle nostre vite, il nostro cercare colpe, meriti, eroismi, identità e il nostro sperare che, come un male non curato, vada via da solo.

Makkox ci chiama – e si mette anche lui nel mucchio – “kamikaze vili”, disposti a “morire per”, ma non a lottare. E ha ragione, purtroppo.
Perché pur di vederlo uscire dalle nostre vite, dalle nostre teste, dalle nostre conversazioni, ci siamo appigliati a tutto. E questo “tutto” era sempre al di fuori di noi e non era “noi”.
Insomma, per l’ennesima volta, come tutti i pigri e i passivi, abbiamo perso la speranza che esistesse una soluzione interna e di sistema al problema-Berlusconi e ci siamo affidati all’unico fattore di rinnovamento possibile in Italia: il caso (eventualità che comprende anche la morte).
C’è stato un momento in cui, evidentemente, ci siamo tutti convinti – io incluso – che è inutile darsi da fare e agitarsi e che questo male qui non va via con l’impegno, con la lotta, con la politica.

Come per il fascismo, come per mille mali profondi di questo paese e delle nostre vite quotidiane, non ci salviamo. Ci salvano. O il male passa da solo. O succede qualcosa di così grosso che, anche se finiamo nei guai o ci ricopriamo di merda, almeno ci liberiamo di lui.
E in assenza di salvatori, e visto che Berlusconi non accenna a schiattare, non ci resta che sperare nella terza soluzione: una disgrazia. Tutti morti, tutti finiti, lui incluso.
Siamo arrivati a questo: un cupio dissolvi collettivo, perché dal male così profondo non c’è fuga, perché è radicato, perché è ineluttabile.

E’ dal 1994 che viviamo così. E per molti di noi, per quanto ci sforziamo a non ammetterlo, Berlusconi è diventato una presenza quotidiana, un riferimento costante, un “qualcosa” che, anche se non nominato, anche se volutamente ignorato, è presente.
Ne parlavo, tempo fa, con un amico. Ci raccontavamo di come, sotto sotto, entrambi vivessimo con la cognizione di un “dopo” in cui, liberate le nostre vite dalla brutta presenza di Berlusconi, tutto sarebbe cambiato. Magari marginalmente in meglio, eh. Ma ci sarebbe stata una condizione in cui tutti gli sforzi sarebbero valsi un po’ più la pena. Ora no: questa situazione, che dura ormai da 17 anni, è un killer per qualsiasi entusiasmo. E’ un problema psicologico collettivo, più che un fatto politico. Ma non riesco (più) a nascondermi che vivo ogni giorno sperando in un “dopo”. Qualsiasi “dopo” che sia civile, fossero anche 50 anni di destra al potere. E non mi piace vivere sperando.

Sono gli anni di Berlusconi e mi fa schifo il solo fatto di viverci e di aver fatto pochissimo per porvi rimedio, giusto un po’ di militanza in campagna elettorale, il voto a sinistra (quello utile, senza velleità bertinottiane), qualche telefonata per convincere gli amici di tendenza astensionista, una secchiata di vacui post faziosi sul blog in cui ci si dava torto/ragione tra gente già convinta. E basta: tutte soluzioni comode, da divano.

In verità mi vergogno per il solo fatto che sto qui a chiedermi cosa posso, cosa possiamo, fare di più.
C’è il Mediterraneo in fiamme e a 40 miglia di mare sta succedendo qualcosa che qui non ci sogniamo nemmeno. Forse è nel destino di questa penisola incrostarsi, fossilizzarsi su un regime e vedere quelli che chiamavamo “barbari” superarci in modernità. E lentamente – o velocemente, a seconda di come la vedete – invaderci, scassare le nostre abitudini, entrare nelle nostre vite, cambiarle e dare una botta al motore della storia patria, che gira a vuoto – o all’indietro – da troppo tempo.

Credo che il declino, quello di un popolo, sia questo: osservare impotenti e indolenti il male, accorgendosi che l’unica forma di lotta che ci siamo concessi è stato il tentativo di assomigliargli un po’ meno. E aspettare che arrivi qualcuno, da fuori, a rompere lo specchio.

Mi sa che non si scopa più

January 4th, 2011 § 16 comments § permalink

Ho comprato un Roomba. Anzi no, non è un Roomba ma un suo simile: un aspirapolvere automatico della Samsung.
Il fatto è che lo desideravo mostruosamente da anni e per questa mia debolezza mi sono fatto ridere dietro da centinaia di casalinghe per vocazione o per disperazione, convinte che la fatica è la migliore risposta ai problemi di igiene domestica. Sarà colpa di un’infanzia passata a guardare i Jetsons (o i Pronipoti, come veniva tremendamente chiamato il cartone da queste parti), ma l’idea di un robot che si prende la briga di fare le pulizie mentre io faccio altro è esattamente uno dei concetti più puri di progresso: noi ci divertiamo e le macchine sgobbano, cosa volete di più?

Il vero problema del Roomba e dei suoi simili è la diffidenza femminile. Sì, perché l’aspirapolvere automatico è un vizio da pigri, da maschi che non vogliono fare i lavori domestici e – inevitabilmente – da nerd che prima ancora di accendere il nuovo gingillo stanno lì a controllare se ha per caso una porta USB con cui hackerarlo in maniera creativa.

Quindi arrivi a casa tutto entusiasta col tuo nuovo giocattolo, lo ricarichi per bene e lo fai partire, incurante della nuvola rosa di perplessità che permea la casa più di quella di polvere. E succede il miracolo. Sì, il robottino pulisce che è una meraviglia, tira su la polvere con l’efficacia di un milanese da bere nell’87 e vince qualsiasi scetticismo, ma il sovrannaturale sta tutto in un fatto solo: lo guardi e ti affezioni.

Avevo letto in giro che tutti prima o poi finiscono per dare un nome al proprio (simil)Roomba, ma mi era sembrata una fesseria pucci, come dare un nome alla propria automobile. Però ci siamo cascati in pieno.
A un certo punto ti accorgi che tutta la polvere aspirata dall’oggettino va in qualche modo a riversarsi nel tuo orologio bioogico, che evidentemente è una clessidra.

Dopo 10 minuti eravamo in due, quasi commossi a guardare “lo scarafaggione” (in casa pratichiamo l’arte del naming estremo) mentre si dava da fare sulle piastrelle della cucina, emozionandoci a ogni svolta: “Guarda! Ha capito che lì c’è la sedia: che teeeneroooo!”, facendo il tifo a ogni briciola risucchiata e scambiandoci orgogliosi sguardi d’intesa quando il pargolo – ecco, l’ho detto – faceva qualcosa di intelligente.

A un certo punto il (simil)Roomba, che evidentemente dopo un giorno di lavoro gli era stanco come un mulo, si è accanito prima su uno stivale, poi sui piedini dello stendibiancheria, cavalcando entrambi con inequivocabili movimenti ondulo-sussultori. “Ormai sei diventato grande!”  - ho esclamato – “Diventeremo nonni!”.

Notizie su Tiziano Ferro che non lo erano (già nel 2006)

October 6th, 2010 § 1 comment § permalink

Post inutile e vanaglorioso, per segnalare che già nel giugno 2006 qui si aveva ragione.

Solo che, all’epoca, dire certe cose di Tiziano Ferro aveva come simpatica conseguenza l’assalto del blog da parte di un centinaio di negazioniste ululanti e praticanti l’astinenza dalla grammatica.

(inquieta un po’ notare come all’epoca avessi così tanto tempo da perdere in vane battaglie di trincea con le Sabbbry di turno)

Cosa sta succedendo qui?

July 19th, 2010 § 2 comments § permalink

Innanzitutto la buona notizia è che sta succedendo qualcosa, visto che era da aprile che qui era tutto in sospeso.

Il motivo di tanta latitanza? Cose migliori da fare. Non è che non ho bloggato per mancanza di tempo.

Il vero fattore che mi impediva di bloccare era la natura stessa del blog, nella sua versione precedente. Il famigerato tema Arras, che ormai prolifera ovunque e ha un po’ rotto le balle, mi obbligava a mettere un’immagine per ciascun post. E non un’immagine qualsiasi: una esattamente larga 700 pixel e alta chissà quanti. Senza immagini, quel tema fa pietà, il blog sembra una fanzine ciclostilata dei tardi anni Ottanta (senza nemmeno la naiveté indie) e non c’è gusto a bloggare.

La sola prospettiva di dovermi mettere lì a cercare un’immagine sensata, tagliarla in modo tale che fosse delle dimensioni giuste e caricarla è stata sufficiente per un bel po’ di mesi, passato l’entusiasmo iniziale, a impedirmi anche solo di iniziare a scrivere una cinquantina di post che mi venivano in mente.

Rinvendico un’identità oblomoviana: sono fieramente pigro e quel tema fighetto mi costava troppa fatica. E poi bisogna rassegnarsi: o scrivi o disegni. Almeno, per me è così. E se mai frequentassi una mensa aziendale, mi andrei a sedere al tavolo di quelli che scrivono, non certo a quello dei grafici. Quindi non aspettatevi fotografie, illustrazioni o grafici a supporto dei miei post. E’ già tanto se bloggo.

La vera news è che mi sono accorto, ora che ho ridotto enormemente la potenza di fuoco sui socialcosi, che tutto ciò che scrivo e segnalo si disperde in mille rivoli. Ecco perché mi sono messo lì e ho integrato i miei vari account sui singoli social network in modo tale che compaiano sul blog. Cioè, se aggiungo qualcosa su Tumblr, compare pure sul blog. Se segnalo qualcosa su Delicious, compare pure sul blog. Se aggiungo una foto su Flickr (molto improbabile), compare pure sul blog. E così via.

Insomma, se siete pigri vi abbonate al feed del blog e fate tutto in una volta, come un non-battezzato che si sposa in chiesa.

Postilla: lo so che il template è molto meno cool di quello prima. Però si chiama Oulipo: non potevo resistere.

Salone: fuori

April 14th, 2010 § 6 comments § permalink

A leggere in giro c’è scritto che il Salone del Mobile e il Fuori Salone inizia martedì 13 aprile.

Da buon torinese puntuale e precisino (…), quindi, visto che stai a Milano ti presenti in Zona Tortona alle ore 20 del 13 aprile, pronto a tuffarti nel rutilante mondo del design di cui ti hanno parlato tanto bene. Tu che finora credevi che i mobili li facesse solo il signor Aiazzone a Biella.

Ti fai a piedi tutta via Tortona e scopri che il 90% delle cose da vedere è chiuso. Aprono domani. E le poche cose aperte sono “press day” in cui – ti dicono – decine di giornalisti guardano cose di design tenendo un bicchiere in mano. Ma sono eventi a cui non accedi se non hai l’invito.

Insomma, al Fuori Salone sono sostanzialmente rimasto fuori, circondato da gente in gran parte vestita strana che pare salti fuori solo durante il salone (perché pare che per far capire agli altri che sei un designer devi vestirti da scemo: forse è per far intendere che tutto il buon gusto lo metti nelle tue creazioni e non te ne avanza per gli abiti)

L’unico posto in cui sono entrato era un hotel che si chiama NHOW, al cui naming deve sicuramente aver contribuito il manager dei Sonohra.

Al Nhow, mi hanno detto, ci sono sempre un sacco di cose interessanti (le chiamano “installazioni”, ma sono le stesse persone che dicono “meeting” al posto di “riunione”) che ritraggono perfettamente lo spirito del Salone del Mobile e del Fuori Salone.

Al piano terra c’erano varie “cose di design”. Qualcuna anche carina. Un paio perfino geniali. E tutto il resto erano sgabelli.
Sgabelli su sgabelli in tutte le salse, grandi, piccoli, colorati, drittissimi, ricurvi, strani, alti, bassi, monolitici, sminuzzabili, ripiegabili, pelosi, penosi, plasticosi (tanti). Il 2010 è l’anno degli sgabelli, fidatevi di me, oh devoti della coolness a tutti costi. Fanno una tendenza che non vi sto a dire, gli sgabelli. Roba che se domani (a un evento che ieri era chiuso) presentano lo sgabello indossabile, lo sgabellofonino (iStool?) o lo sgabello di marzapane non mi meraviglio.

E se domani salta fuori un articolo su Domus in cui si scopre che Katia Noventa, in crisi mistica da Dopo Salone, ha rinunciato ai mobili di casa e ha arredato la sua magione solo con sgabelli (che sono versatilissimi: li puoi usare anche come tavolino, scaletta e comodino!), non sobbalzerò sulla sedia dalla sorpresa. Anche perché sarò sicuramente seduto su uno sgabello.

Di sfuggita dentro a un bar

December 9th, 2009 § 7 comments § permalink

In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un “fai in fretta!” da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l’umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi il tuo obiettivo è far fruttare quelle 10 monete strane e trasformarle in sensazioni videoludiche. Prolungate, se possibile.

Ecco perché sono certo che, preso già a nove anni da una logica utilitaristica, ho speso i primi due gettoni su un videogioco sicuro: uno di quelli che boh non è che ti diverta poi tanto, ché magari lo conosci a memoria. Però era un gioco in grado di garantirmi un quarto d’ora abbondante di partita ininterrotta, senza farmi perdere soldi e senza farmi sfigurare nell’effimero spazio di “tre vite e game over” di altri giochi tutti da scoprire.

Con otto gettoni rimasti potevo sbizzarrirmi, provare nuovi coin-op, farmi affascinare dalla grafica di qualche nuovo gioco, insistere con la mia bestia nera Gyruss (che pare fosse un gioco relativamente facile, ma avevo seri problemi ad adattarmi all’astronave che girava in tondo invece che spostarsi lungo i quattro assi) oppure spaccarmi gli occhi su Zaxxon, altro gioco che metteva in evidenza il mio disagio col 3D, per quanto “pseudo” e isometrico.

Ma se parlo delle mie idiosincrasie videogiocose divago. Ciò che rende rilevante quel pomeriggio di un giorno di luglio nuvoloso in luogo di mare è che, nella seconda stanza della sala giochi, troneggiava lui: Dragon’s Lair.

Nel 2009 blateriamo volentieri di “wow effect”, ma quello che avevo di fronte agli occhi era veramente da urlo: in un’epoca in cui la grafica migliore consisteva in una manciata di pixel più o meno disposti ad arte, Dragon’s Lair era molto più che un salto generazionale in termini tecnologici. Era chiedere troppo e ottenere ancora di più. Era il futuro del futuro del futuro. Guardare per credere: il confronto con un gioco – peraltro di successo: Manic Miner – uscito lo stesso anno è impietoso, dal punto di vista grafico.

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Avevo di fronte agli occhi un videogioco che aveva la grafica di un vero e proprio cartone animato. E non uno di quelli televisivi, con pochi frame e i fondali ricorsivi. Quello era un cartone del cinema, come Peter Pan, Bianca e Bernie, animato da Don Bluth, che era uno degli animatori più bravi della vecchia scuola Disney. Solo che quel cartone animato lì si comandava con il joystick. Non mi sembrava tecnicamente possibile. E tuttora non riesco a immaginare a qualcosa che, se si materializzasse ora sulla Terra, riuscirebbe a essere altrettanto futuribile.

Sarà che da bambini si è più propensi alla meraviglia, ma la visione di quel gioco lì, con quella grafica che sembrava provenire da mille anni dopo, è una delle emozioni tecnologiche più grandi che ho avuto. Giusto l’installazione fortuita – all’epoca del DOS – della primissima demo di Doom mi aveva dato qualche brivido, ma non c’era paragone.

Ricordo che ogni partita a Dragon’s Lair costava 4 gettoni. E si moriva subito, perché era un gioco impossibile, con un meccanismo stupido e indegno della grafica (si trattava di produrre, quadro per quadro, sequenze di movimenti col joystick: bastava avere molti soldi da spendere e un po’ di buona memoria; in alternativa l’esperienza era frustrante). Però era una gioia a vedersi e ogni partita richiamava una decina di spettatori che, tacitamente, si scambiavano occhiate meravigliate quadro dopo quadro. Preso da timore reverenziale (non ero degno), non ho mai giocato una singola partita a Dragon’s Lair. Ma ne ho spiate centinaia, stupito.

Poi uno dice che non bisogna abbandonarsi al progresso, che non bisogna cedere al determinismo tecnologico, che la fede nelle magnifiche sorti e progressive è ingenua e via con la puntina sul disco dello scetticismo da birreria.
E finirebbe pure per avere ragione.

Però ora quel gioco, quella sorta di futuro impensabile che – reale come non mai - si era materializzato dal nulla un pomeriggio di 26 anni fa, è un’applicazione da pochi euro (occhio e croce il valore di 4 gettoni del 1983) sull’iPhone (occhio: il link apre iTunes). E non è un surrogato, né uno dei tremila porting tristi che sono stati fatti nel corso degli anni per computer, DVD e console: è quel gioco lì, con quella grafica di allora, pixel per pixel. E sta in un taschino, a portata di mano. E Dirk ha vite infinite.

Gettoni illimitati e Dragon’s Lair disponibile dove e quando voglio: posso morire felice.
Ed è esattamente quello che è successo al mio bambino interiore: morto per avvenuta soddisfazione dell’ultimo sogno infantile, quello impossibile, iperbolico, irrealizzabile.
Tocca fare gli adulti al 100%, ora. Anzi, tra 5 minuti, mamma, ché prima mi tocca salvare Daphne dal drago Singe e sono incastrato all’ultimo quadro.

Notarelle digitali d’uno dei mille

November 17th, 2009 § 1 comment § permalink

Non contento di aver riattivato il blog, ho fatto ripartire pure il Tumblr. E anche in questo caso l’indirizzo è stato cambiato.

Il nuovo Tumblr si trova qui: enrico-sola.tumblr.com

E già che c’ero ho capito (credo) come si usa un Tumblr (perché quello vecchio era più che altro una piattaforma di cazzeggio, sperimentazioni e deliri).

Anzi, per non farmi mancare nulla mi sono pure lanciato e ho messo su un template del genere urban-modern-fighetto-cool di cui sicuramente tra qualche settimana mi vergognerò, non appena il mio filosovietismo estetico avrà la meglio sulle mie buone ragioni e mi prenderà allo stomaco nel dormiveglia, come un senso di colpa non sopito.

Prometto di resistere, eh. Se è caduto il muro di Berlino, può anche cadere la mia predilezione per le periferie desolate d’Oltrecortina e la grafica digitale da esse derivata.

Ah, la foto che illustra il post è di Amir K.

Where Am I?

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