Alla faccia della disoccupazione: cerchiamo un art director (che sopporti l’idea di lavorare con me)

March 20th, 2017 § 0 comments § permalink

Attenzione, attenzione: annuncio di lavoro! Un lavoro serio, ben inquadrato, in cui la qualità è riconosciuta e adeguatamente retribuita.

 

In agenzia stiamo cercando un “art director” bravo (lo scrivo al maschile ma consideratelo gender neutral)

Metto le virgolette perché mi preme spiegare bene cosa intendiamo.
Non ci interessa un grafico, un designer o un progettista puro: sono ruoli per cui siamo coperti.

Vogliamo uno che prima di tutto sia bravo a pensare creativamente e solo in seconda istanza abbia cultura visiva e capacità grafiche per visualizzare i frutti del suo (e altrui) pensiero. Insomma, prima le idee e poi i disegni. Ma in ogni caso serve sapersela cavare con entrambi.

 

Per lavorare con noi è importante:

  • avere una buona cultura e una vita al di là del lavoro, perché con i workaholic alienati dal mondo non ci troviamo bene e perché sappiamo che non esistono buoni comunicatori ignoranti o aridi
  • avere esperienza nel settore automotive (siamo pur sempre a Torino) o almeno una buona cultura in ambito automobilistico
  • avere una naturale e sana conoscenza di Internet, delle sue dinamiche pubblicitarie, della sua evoluzione e della sua dimensione social (è stupido scriverlo, ma dopo qualche colloquio mi sono reso conto che è necessario)
  • avere una buona conoscenza delle modalità di creazione e produzione di video pubblicitari e di prodotto.

 

Ci sono poi alcune cose che, se questo fosse un ingessato annuncio formale, diremmo che “costituiscono titolo di merito” (cioè, se le sai fare è meglio):

  • essere bravi a disegnare/fotocomporre storyboard e key-frame
  • parlare e scrivere in inglese
  • essere bravo su Keynote/PowerPoint (ove “bravo” significa saper architettare bene l’informazione su una slide, non solo abbellirla di disegnini)
  • avere avuto qualche esperienza sul set
  • avere esperienza nella comunicazione food & beverage (siamo pur sempre in Italia)
  • non essere proprio di primo pelo nel mondo della comunicazione (insomma, cerchiamo un art director senior, magari non come età ma come esperienza, ma siamo disposti a stupirci di fronte a bambini prodigio e altre bizzarrie)
  • avere tanta pazienza e un po’ di carattere (ché ti toccherà lavorare con me).

In cambio, se c’è feeling, c’è il lavoro in un’agenzia in crescita costante con un bel mood informale e non impiegatizio, con clienti grandi e con progetti in cui la creatività è valorizzata (anche economicamente).

La sede di lavoro è a Torino (e la paga è tale da consentire agevolmente un trasferimento), in un bel posto in centro comodo alle stazioni (casomai volessi fare il pendolare).
Pur essendo fan dello smart working e delle forme più avanzate di collaborazione, in questo caso specifico ci serve una persona fissa in agenzia e full-time (ma se sei un freelance e rispondi ai requisiti che ho indicato mandaci comunque il tuo portfolio, ché è sano conoscersi e c’è sempre occasione per collaborare).

Se ti interessa, mandami una mail a suzukimaruti@gmail.com e ne parliamo.

Il viaggio in Svizzera che non ho fatto – riflessioni sul diritto di morire

February 27th, 2017 § 0 comments § permalink

Sto di nuovo scrivendo parole dolorose e non vorrei farci l’abitudine, però vorrei dire qualcosa sul fine vita, ora che la storia di Dj Fabo ha portato in primo piano il tema.

La scelta di Fabo di interrompere la sua vita in Svizzera, approfittando della legge che consente alle persone con malattie gravi e incurabili una morte volontaria dignitosa, è stata quella che abbiamo fatto nella mia famiglia, quando mia madre era negli ultimi mesi del suo tumore al cervello e aveva deciso di risparmiarsi la morte orribile e dolorosa che comportava.

Purtroppo non siamo riusciti a fare il suicidio assistito, perché la procedura prevede che la persona che termina la propria vita sia mentalmente lucida. Nel tempo passato tra la scelta di terminare la propria esistenza e il giorno in cui effettivamente decidi di partire per la Svizzera, le condizioni mentali e cognitive di mia madre sono peggiorate troppo per poter procedere.

So, però, cosa significa compiere questa decisione. Conosco il coraggio che serve per presentarsi alla porta di una delle associazioni che si occupano di morte dignitosa e dire: “buongiorno, sono qui perché mia madre è malata terminale e vorrebbe fare un suicidio assistito”.

È una delle cose più difficili che ho fatto in vita mia e devo dire grazie all’umanità straordinaria di Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, se quel pomeriggio non sono impazzito. La sua leggerezza mi ha salvato.

Abbiamo parlato per ore, quel giorno, chiacchierando di filosofia, di politica, di medicina e soprattutto di persone, di famiglie, di noi.

Perché la scelta di suicidarsi per evitare un male peggiore (e rendermi conto che esistono davvero mali in vita peggiori della morte stessa è uno dei momenti di crescita più dolorosi e utili che ho vissuto finora), quando “scende sulla terra” e abbandona i libri di etica, è qualcosa che riguarda noi in carne e ossa.

La dimensione di quell’esperienza non è filosofica, è affettiva: è una questione di sguardi, di abbracci, di parole dette e non dette, di pena per qualcuno che ami, di dolore e sollievo. È anche una questione pratica di camere da letto, di infermiere, di letti contenitivi, di badanti, di pannoloni, di tubi, cannule, di medicine, di conti alla rovescia col tempo, di logistica.

È una realtà così umana e così privata che quando ti accorgi che di mezzo c’è lo Stato, ospite non invitato in quelle stanze della sofferenza in cui non fai entrare nemmeno certi parenti, ti senti violato.
È un’intrusione violenta nella scelta più basilare e umana che c’è: decidere della nostra sopravvivenza.
E appena l’intruso ti dice: “non puoi” senti davvero la “politica” che si occupa di te. Lo fa quando non dovrebbe.

Mi sono sempre chiesto come sarebbe stato, nella mia situazione, fare il suicidio assistito in Svizzera.
Sono pieno di domande: non so se risparmiare a mia madre mesi e mesi di dolore e morfina avrebbe migliorato davvero i suoi ultimi giorni. Non so come avrei reagito e confesso che ogni tanto mi interrogo ancora su cosa ci saremmo detti in quelle 3 ore di macchina tra casa sua e la clinica in Svizzera. Forse avremmo messo su i suoi mp3 preferiti, chissà.
Sono uno a cui non mancano le parole e davvero non riesco a immaginare la conversazione, così come non riesco a quantificare un numero sufficiente di abbracci da darsi prima di farla finita davvero.

Ho poche certezze, dopo aver sfiorato quell’esperienza.

La prima è che uno Stato che non ci permette di essere liberi nella gestione del nostro corpo compie un crimine contro di noi e viola il nostro diritto all’autodeterminazione. E non è una questione politica (anzi, averne fatto una questione politica ha fatto danni): è una questione di mamme, di papà, di fratelli, sorelle e di buonsenso.

La seconda è che tra tutte le cause per cui è giusto militare, il diritto alla libertà nella gestione del proprio corpo è la più basilare e dovrebbe essere in cima alle priorità di noi cittadini.
Sul serio: viene prima della lotta alla disoccupazione, della legge elettorale e del reddito di cittadinanza. Stabilire finalmente che “il corpo è tuo e ne fai cosa vuoi” è fondamentale. Tutto il resto – per quanto importante – viene dopo.
Mi spiace molto che il discorso pubblico sul fine vita abbia poca evidenza, a scapito della lotta per altri diritti che sono importanti e forse più “narrabili” e meno problematici.

La terza è che, per quanto ho capito parlando con le persone nel corso degli ultimi mesi, la società italiana è molto più avanti della politica, riguardo il fine vita. Ma tanto. E, da uomo di sinistra, faccio una colpa grave alla mia area politica: sul tema è stata blanda, lasciando spesso i Radicali soli nella battaglia vera per il fine vita.
Questa è una battaglia che non ha colore, se non il rosino della nostra pelle: mette d’accordo chiunque sia passato attraverso un’esperienza di malattia terminale con un proprio caro o con un amico. Conosco gente che la pensa come me su questo tema e che ha i busti di Mussolini in casa e altri che vanno a messa tutti i giorni eppure capiscono il valore umano dell’eutanasia.
Dovremmo farci qualcosa. Parlo di noi cittadini, perché la politica sul tema è lenta e pavida.
E forse andrebbe scardinata, su quello. E le associazioni che aiutano chi soffre a scegliere una morte dignitosa andrebbero aiutate, finanziate (magari col 5×1000 o col volontariato? Lo troviamo là fuori uno sviluppatore che abbia voglia di rifare gratis il sito all’associazione Exit Italia, liberandola dal Comic Sans?), comunicate.

La quarta è che no, non c’è un numero sufficiente di abbracci da dare a chi se ne va. Ne vorremo sempre uno in più.

Oggi ne darei volentieri uno a Dj Fabo e al suo coraggio. So che la sua battaglia non sarà vana. E spero che diventi la battaglia di tanti.

Un mio post (triste) è candidato ai Macchianera Internet Awards

October 10th, 2016 § Comments Off on Un mio post (triste) è candidato ai Macchianera Internet Awards § permalink

Un mio post è stato nominato finalista ai Macchianera Internet Awards 2016, nella categoria “Miglior Articolo”.
Non lo sapevo, da buon torinese schivo non lo avevo candidato da nessuna parte e sapere che qualcuno lo ha votato per farlo arrivare in finale un po’ mi ha sorpreso.

Il post è “Il reparto degli uomini rotti: storia degli ultimi 15 mesi accanto a mia mamma“, cioè quello in cui parlo del periodo in cui ho assistito mia madre negli ultimi giorni della sua vita, alle prese con una malattia terminale.

In situazioni come questa non so bene cosa fare.
Da un lato mi rendo conto che un post simile, con un tema così personale e doloroso forse non meriterebbe tanta ribalta.
Dall’altro vedo che quel post continua a essere molto letto e, credo complici anche il suo racconto televisivo e il Premio Treccani, nel corso di 9 mesi ha fatto sì che mi scrivessero più di 1700 persone, quasi tutte desiderose di raccontare il proprio “cancer movie” presente, passato o futuro, chi da protagonista, chi da spettatore.

Non mi aspettavo una reazione così, che tra l’altro prosegue tuttora. Purtroppo le persone che sono costrette a googlare “genitore con un tumore” sono ancora tantissime e spesso finiscono qui sopra e cercano conforto, sfogo, aiuto, conferme. È un post che nessuno vorrebbe leggere per necessità (meno che mai per diletto) e che è stato scritto prevalentemente come razionale sfogo personale.

Rispondo a tutti e il tema non si risolve con una mail del tipo “ok, ciao!” (ragione per cui ho una coda mostruosa di messaggi a cui rispondere; se mi avete scritto e non vi ho filato, scusatemi: prima o poi arrivo alla vostra mail). Ogni volta riaprire la cartellina del dolore mi pesa un po’, ma confesso che in pieno cancer movie mi avrebbe sollevato trovare qualche compagno di disgrazie con cui parlare, anche se non aveva niente di particolarmente illuminante da dirmi. E le persone con cui mi scrivo spesso mi dicono che trovano un po’ di conforto- roba piccola, eh – nelle parole che condividiamo.
Ecco, forse per questa ragione – e solo per questa – il post meriterebbe di girare e di essere letto: il post non è più “mio”, ma è qualcosa a disposizione di chi passa di qui e condivide una sventura.

Non sapendo cosa scegliere, essendo sospeso tra il desiderio di andare oltre e quello di non smettere di provare a fare qualcosa contro una “cosa brutta”, lascio a voi il giudizio.

Se volete, su Macchianera c’è il form online per votare i vostri preferiti in tutte le categorie (inclusa la psichedelica categoria “Miglior Chef”).

Ci si vede alla Festa della Rete, come ogni anno.

SMS Premium, una truffa per timidi – aka mai più Tre Italia.

October 5th, 2016 § Comments Off on SMS Premium, una truffa per timidi – aka mai più Tre Italia. § permalink

Spesso amici, parenti e colleghi, ricordandosi che sono un nerd, mi chiedono consigli tecnologici.

Oggi do uno sconsiglio: non abbonatevi a Tre.

Non ho particolari problemi tecnologici, in compenso ho avuto un’esperienza cliente disastrosa, una di quelle che ti fa passare la voglia di avere a che fare con un’azienda di cui percepisci i comportamenti vessatori nei confronti del consumatore e la stupida impostazione burocratica che sfiora il kafkiano.

AL LADRO!

Ecco la mia storia: il 13 settembre alle 11 di mattina (mentre ero in riunione da un cliente) mi è arrivato un SMS da parte di sconosciuti che mi segnalava che mi ero appena abbonato a un servizio SMS Premium, uno di quelli tristi a cui credo non si abboni più nessuno dal 1999. Non so nemmeno bene che servizio sia, temo una cosa tipo dei quiz via SMS che ti arrivano quotidianamente e ti costano 5€ alla settimana.

Avendo lavorato per anni per un operatore telefonico, so come funziona quel mercato: l’azienda manda un SMS pubblicitario  del servizio contenente un’indicazione dei costi, il cliente manda un SMS di autorizzazione e da lì inizia l’addebito settimanale dei 5€.

È un business che si basa sugli allocchi: gente che non legge le righe in piccolo, che fa un uso elementare del cellulare e che probabilmente si diverte a rispondere a quiz del tipo “Preferisci le bionde o le more?” o trova divertente scaricare suonerie stupide.
Diciamo che non rientro in quella categoria e, per evitare problemi, navigo con un adblocker sullo smartphone, onde evitare guai. Essendo stato del mestiere, ci sto attento.

Mi accorgo subito di essere stato abbonato a un servizio che ovviamente non ho richiesto. Segnatevi il nome: M-live EnjoyGames (scritto così, tutto attaccato). Blocco subito l’abbonamento, così da evitare costi ulteriori, ma mi ritrovo già 5€ di addebito. Sono 5€, non mi cambiano la vita, ma recuperarli dopo un’appropriazione indebita è una questione di principio.

 

COSA FARE QUANDO TI FREGANO DEI SOLDI AL TELEFONO? SBRIGARSI!

Quello che mi è accaduto non è una rarità: fate una ricerca online e scoprirete che le persone che incappano passivamente e senza colpa in questa fregatura sono tantissime.
Il problema è dell’operatore telefonico: per qualche motivo i sistemi della Tre non sono in grado di fermare un servizio che, in modo truffaldino, addebita dei costi ai suoi utenti senza che questi abbiano dato il consenso.

Per farsi rimborsare i soldi “fregati” il cliente Tre derubato deve:

1 – accorgersene (e non è che uno stia lì a controllare ossessivamente il traffico telefonico: abbiamo tutti hobby migliori, tipo guardare le barre di download che si completano)

2 – chiamare il 133, rompersi le balle ascoltando decine di opzioni inutili e, dopo un po’ di tentativi, riuscire finalmente a parlare con un operatore, segnalando il problema. Di norma ti rimborsano.

E qui casca l’asino.
Per ragioni che non riesco a spiegarmi se non in modo malizioso, Tre mette un limite di 7 giorni per richiedere il rimborso dei soldi che ti sono stati sottratti senza consenso e in modo del tutto arbitrario.

È un limite stupido in primis perché la gente non passa il tempo a controllare gli addebiti online (anzi, in gran parte non sa come si fa) e in secondo luogo perché le bollette hanno cadenze mensili/bimestrali): è facilissimo, anzi quasi certo, che un cliente si accorga del maltolto dopo più di 7 giorni.

Siamo di fronte a una pratica vessatoria con cui l’operatore non solo non si fa carico della scarsa sicurezza dei suoi sistemi, ma mette clausole penalizzanti (e assurde, come tempi) per le “vittime” della sua inefficienza.

Capirete anche voi che un sistema così non funziona. Di fatto come utenti siamo esposti agli addebiti arbitrari degli operatori SMS Premium (ma non li selezionano? Perché Tre non blocca M-live EnjoyGames? E se domani questo addebito di 5€ mi capita 100 volte? Chi mi tutela?), dobbiamo spendere un bel po’ di tempo chiamando il call-center per farci riaddebitare i soldi rubati e dobbiamo pure farlo in fretta, altrimenti non ce li danno.

Personalmente sento puzza di bruciato, soprattutto tenendo conto di un fatto: * di norma gli operatori telefonici guadagnano dagli SMS Premium, anche quelli di aziende terze*.
Facciamo comunque finta di non avere pensieri cattivi: resta il fatto che la regola dei 7 giorni di Tre è stupida e vorrei tanto sapere il nome del “burocrate masochista” che l’ha inventata
Quello che vorrei che Tre capisse è che quella regola gli fa solo danni, perché appena uno la subisce scappa e va da qualsiasi altro operatore, fosse anche quello – defunto – col peggiore naming al mondo, cioè Noverca (che vuol dire “matrigna”: il copy che si è inventato  il nome evidentemente era malato quando a scuola hanno fatto Dante e Leopardi).

 

EPILOGO TRISTE: 5€ PER UN’INGIUSTIZIA

Visto che avevo le balle girate per l’assurdo burocratismo kafkiano, ho fatto casino sui social network: mi sono messo su Twitter, ho chiamato in causa l’account di Tre Italia e ho iniziato a protestare fino a quando un pazientissimo manager del servizio clienti mi ha chiamato e mi ha fatto il rimborso dei 5€ in totale deroga alla regola stupida dei 7 giorni.

Tutto a posto, quindi? Per niente.
Non funziona così. Il mio, nella sua piccolezza, è un privilegio. Ho una decina di migliaia di follower su Twitter e di fatto, nell’asfittico mondo del social media marketing italiano, se martello un po’ riesco a creare un piccolo problema di PR a un’azienda che lavora male. Un problema che vale comunque più dei 5€ che mi sono stati rimborsati.

Se non fossi stato uno avvezzo ai social (o non avessi avuto tempo) e se non avessi avuto un minimo di gente che mi dava corda, aumentando la portata del problema che avevo sollevato a Tre, probabilmente nessuno mi avrebbe filato.

Il problema, quindi, non sono i miei 5€, ma sono le centinaia (o migliaia? che portata ha questa truffa degli operatori di SMS Premium verso cui Tre non sembra fare nulla?) di persone che ogni giorno subiscono la truffa degli SMS Premium e non hanno altra risorsa che chiamare il call center di Tre e trovarsi a un’antipaticissima operatrice che non fa altro che ribadire, a colpi di “Computer says no!” che dopo i 7 giorni puoi scordarti il rimborso.

Insomma, fossi stato una vecchietta, uno senza Internet, un introverso o uno con poco tempo a disposizione, mi sarei fatto fregare come minimo 5€.
Questa disparità di trattamento è ingiusta, per quanto piccola.

Ecco, credo che Tre, che ovviamente mi perderà come cliente alla prima occasione possibile, dovrebbe cambiare le sue pratiche, perché oltre che vessatorie sono anche ingiuste. E penalizzano i più “deboli”.

 

Pannella senza filtro. Storia di un’affettuosa incomprensione

May 19th, 2016 § Comments Off on Pannella senza filtro. Storia di un’affettuosa incomprensione § permalink

Nella prefazione di “Casa la vita”, Savinio scriveva che “la morte è una sineddoche”.

Insomma, alla fine il racconto di come te ne vai è in scala quello di come hai vissuto.

Pannella, quando ha iniziato a morire (ché non si muore quando si fa l’ultimo respiro, ma quando ci si prepara a quel momento, quando si inizia a “chiudere la pratica”) ha aperto la sua casa, ha ricevuto tutti, persone ammirevoli e individui che considero orribili, visite di piacere e visite dovute.

E ha parlato con tutti (anzi, conoscendolo ha parlato *a* tutti e gli altri hanno detto qualche sillaba nelle sue rare pause in cui usava l’accendino), cercando – davvero perinde ac cadaver – di portare avanti la sua filosofia di vita basata sul primato assoluto delle relazioni e dei contenuti rispetto alle identità. (ché a conti fatti in questo paese è un migliaio di anni che ci si scanna solo ed esclusivamente sulle tribù, sulle appartenenze).
Una filosofia che ho amato e odiato a seconda dell’oggetto delle relazioni che attivava. Quando toccava a noi di sinistra ero felice, quando è toccato alla destra, non capivo, sbraitavo, scrivevo mail infuocate a cui nessuno rispondeva. E non me ne faccio una ragione tuttora.

 

PANNELLA SENZA FILTRO

Come tutti gli estremisti (nel senso di persone iper-coerenti, che vivono fino in fondo le loro convinzioni), Pannella ha sempre praticato in prima persona la sua filosofia, perfino nel rapporto con gli elettori.
È stato il primo a rompere – ed è sembrata cosa naturale da subito, in un’epoca in cui era impensabile – la barriera di sussiego e reverenza riservata al politico, ovviamente alla lunga facendo il giro e sconfinando spesso nell’avanspettacolo.

In un mondo di icone della sinistra santificate (al punto che Gramsci è tranquillamente chiamato “l’Apostolo” in un paio di libri) o direttamente oggetto di proiezioni cristologiche come Berlinguer, Pannella era un alieno, perché accessibile e, pun intended, senza filtro.

Dalle e-mail dell’Associazione Coscioni che ti arrivavano da “Marco” e dovevi guardare l’indirizzo del mittente per esteso per capire che era lui e non Cappato o uno stagista, fino al fatto che ai cortei girava tra la gente senza codazzo, interagiva con chiunque e perfino a un torinese riservato come me è capitato un paio di volte di trovarsi in una discussione in piazza con lui, ovviamente mezza urlata e condita di sfanculamenti reciproci e strette di mano finali. Senza presentazioni, senza “scusi, onorevole”, senza astio, in un contesto in cui conta solo quello che dici e non chi sei. Un contesto che in Italia si manifesta di rado, senza Pannella nei paraggi.

 

PRIMA PARLAVA STRANO E IO NON LO CAPIVO

Vorrei scrivere parole più accorate, vorrei parlare male in anticipo e in tempo reale della banalità di tutti quelli che citeranno “Il signor Hood” (ma mi accontento di confondere un po’ di gente citando un altro pezzo di De Gregori), vorrei poter tirare fuori dalla vita di Marco Pannella (l’unico ad aver mantenuto in vita dopo un quarto di secolo dal crollo della prima repubblica, un partito tradizionale) un senso chiaro.
Ma anche oggi sono qui a gestire – con qualche disagio in più di prima – un rapporto conflittuale con lui, con le sue idee, con la sua icona. E a capirci poco.

Forse è un limite mio che, pur considerandomi da alcuni anni un “radicale di sinistra di scuola torinese e formazione marxiana”, ho faticato a tenere il passo degli spostamenti imperscrutabili di Pannella. O forse è un altro limite mio: è lui che sta fermo da una vita su una posizione e il mondo, schizofrenico, si riposiziona continuamente, Enrico incluso. Lui di certo la pensava così. Io boh.

Pannella mi confonde, mi costringe a intricarmi nei paradossi (il più gettonato è “sto al 100% coi radicali, escluso Pannella e le posizioni su Israele”, che fa il paio col musicale “ascolto tutto il reggae tranne Bob Marley”), mi strappa applausi e lacrimucce a ogni citazione di Ernesto Rossi e incazzature conseguenti quando mi accorgo che vengono fatti in un comizio congiunto con Storace.

Insomma, Pannella è l’equivalente politico di Frank Zappa, per me: troppa roba in una volta sola, troppe direzioni, un sacco di cose incomprensibili o direttamente mostruose e, là in mezzo, alcune scelte, alcune parole che reputo fondamentali, addirittura istruttive e in grado di dare senso a una vita. Il debito di gratitudine che ho verso quell’uomo è secondo solo al credito di giramenti di balle che mi ha provocato.
Ma forse è giusto così: ha passato una vita intera a cercare, tra le altre cose, di non essere mai irrilevante. E ci è riuscito, niente da dire.

 

IL PARTITO RADICALE PERCEPITO

Credo, ora che non c’è più, che Pannella paghi il prezzo di avere avuto esegeti non alla sua altezza, anche perché non è facile fare la versione in prosa di un individuo così politicamente, fisicamente e vocalmente ingombrante. Mi chiedo cosa resterà di questi 86 anni di vita e di lotte.

Di lui, ma più del suo figlio collettivo, che è il “Partito Radicale Percepito” (perché cosa fa quello reale, quanto conta, chi lo rappresenta, dove sta, ecc. credo sia di difficile comprensione anche per gli appassionati o i tesserati), credo resti viva – e da qualche giorno un po’ meno perdente del solito – la battaglia per un’Italia definitivamente laica, in cui le persone sono padrone del proprio corpo e non devono rendere conto allo Stato (e meno che mai alla Chiesa) di cosa ci fanno.
Credo, insomma, che se c’è una trama un po’ meno ondivaga nell’intrico di azioni e posizioni espresse da Pannella nel corso della sua rilevante esistenza, sia proprio la lotta per un paese in cui ogni cittadino è più intimamente libero di scegliere come vivere e come morire.
Come ha fatto lui.

Piano, sì. Ma avanti. Un post felice e disordinato

May 11th, 2016 § 11 comments § permalink

Finalmente l’Italia ha una legge sulle unioni civili. E non so bene cosa dire.

Potrei farne una questione di propaganda, spiegando che “i nostri fatti sono molto più forti delle vostre posizioni”.

Potrei sbattere di fronte ai tanti che sbandierano al mondo che loro sono più splendidamente di sinistra di tutti che un Presidente del Consiglio scout a suo agio con le parrocchie è riuscito a far fare ai diritti civili in Italia un primo passo importantissimo, superando a sinistra e in civiltà vent’anni di prese in giro, di leggi date in pasto alla Bindi e quindi arenate, di tergiversazioni, di “ne riparliamo”, di “sì, ma…” da parte di gente che teoricamente avrebbe un DNA molto più sinistrorso.

Potrei ridere in faccia a tutti i bigotti di questo paese che, con diverse gradazioni, in questi giorni stanno tirando fuori i loro sentimenti più osceni senza più provare quella cattolica vergogna meschina che li ha sempre protetti un po’ dallo scandalo delle loro idee raccapriccianti.

Potrei infierire sul quel movimento della “gggente” che, dopo tante parole e tanta confusione, è riuscito solo a peggiorare una legge e a renderla meno illuminata e aperta di quando era nata, rivelandosi per quello che è: una delle facce della destra italiana più retrograda e razzista.

Ma non mi interessa, perché sono impegnato a essere felice. Ed è una felicità diversa. Una felicità adulta, quella che si alimenta di felicità altrui.

Il mio primo pensiero, oggi, è per il mio amico Dario Ballini. Ci separano un bel po’ di chilometri, un pezzo di Tirreno – sta all’Elba – e qualche lustro di età, ché lui è giovane e io proprio no. Ma ci uniscono una vita dal passato non facile e, oggi, la stessa felicità.

Penso a lui perché in questi anni, mentre questa legge prendeva forma, sul tema  si è incazzato come una iena, ci ha sperato ogni volta, ha patito delusioni mostruose e in ogni occasione utile ha fatto casino, ha protestato, ha ironizzato, ha polemizzato con tutti, ha chiamato in causa ministri, parlamentari, militanti e a tratti ci ha fatti penare, preoccupare, pensare.
Insomma, ha lottato. E lo ha fatto molto più di molti di noi.
Dario mi ha insegnato che quando si combatte per un obiettivo di civiltà che ci è dovuto non ci sono mezze misure e non c’è una volta di troppo per reclamare ciò che ci spetta. Insomma, o i diritti o la barbarie.

Il risultato di oggi è anche un po’ suo e di tanti che non si sono mai arresi, in primis Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto.
La sua felicità di uomo che si vede riconosciuti per la prima volta diritti sacrosanti è la stessa mia che i diritti li ho da tempo, perché per anni la legge ha privilegiato gli eterosessuali.

Sono contento e un po’ meno infelice di essere italiano, da oggi.
E so che per le prossime lotte – perché questo è solo l’inizio e i diritti da conquistare sono ancora tantissimi: siamo contenti, ma non siamo ancora accontentati – saremo ancora uno a fianco all’altro, insieme a tanti.

Oggi è un bel giorno per l’Italia.

Il sollievo, la tristezza e le pacche sulle spalle. Una postilla a freddo

December 17th, 2015 § 2 comments § permalink

È un po’ colpa di Facebook, che mi ha svegliato con un “Enrico, ecco il tuo 2015 in breve!” su cui non ho cliccato, visto l’anno che ho dovuto affrontare.

Però mi ha fatto di nuovo riflettere ancora sugli ultimi 15 mesi alle prese con la malattia e la morte di mia madre, ora che è tutto un po’ più tranquillo e meno concitato.

Ho un po’ di pensieri da condividere.

 

Il traghetto del sollievo 

Mi hanno scritto in tanti, dopo che ho raccontato cosa è significato per me accompagnare un parente ammalato nel suo percorso. Molti avevano la necessità, magari covata per anni, di condividere un dolore simile, di raccontare la propria storia, di cercare qualche forma di conforto tra compagni di sventura. Altri erano alle soglie del piccolo inferno che la mia famiglia ha dovuto attraversare e guardavano al futuro preoccupati.

Per tutti non sono stato in grado di andare oltre alle parole di circostanza che confidiamo siano di conforto. Però credo di aver capito che la condivisione è parte della cura. Non so quanto sia rilevante, ma so che è uno degli ingredienti fondamentali nella ricetta del sollievo. È un sentimento che ho trascurato per molto tempo, ma è un ottimo traghetto verso la serenità, oltre a essere un formidabile generatore di buona musica.

 

Come sto?

Come sto? Me lo chiedono in molti. Non so rispondere bene. Per dirla coi Kina, ho più cicatrici di prima, sorrido un po’ meno, forse penso di più.

Credo che siamo attrezzati a sopravvivere ai nostri genitori dal punto di vista biologico e sentimentale. In più, in 15 mesi di sofferenze ho pre-elaborato una buona parte del lutto atteso. Non sono stato colto di sorpresa e mi sono portato avanti col lavoro, insomma. Credo sia la prima volta che mi capita.

Confesso che talvolta mi sento un po’ in colpa perché evidentemente manifesto meno sofferenza di quanto la gente si aspetta. È un fenomeno strano: gli amici ti scrivono “sarai devastato, immagino”, i colleghi in agenzia ti accolgono con facce funeree, occhi arrossati, sguardi pieni di pena, abbracci lunghi. E tu sei profondamente grato per tutto questo affetto e questa attenzione e non hai cuore di dirgli che stai per andare in pizzeria, hai appena prenotato le vacanze invernali e sei arrivato in agenzia sgambettando con questa cosa qui in cuffia.

Forse è un mio limite, ma non riesco a concentrare la tristezza: la diluisco, a piccole dosi mi riesce perfino di trasformarla in altro (in tenerezza, in sensibilità, in pensieri un po’ meno superficiali del solito). Incredibilmente, migliora le cose. È un fenomeno un po’ inspiegabile, ma è come quella punta di nero che l’imbianchino mette nella vernice bianca per rendere i muri ancora più bianchi. Tecnicamente non ha senso, ma funziona.

 

Come può una pacca arginare il male?

Non ho rinunciato a trovare un senso alle cose e non ho ceduto al nichilismo o al fatalismo. Nel post precedente lamentavo la mancanza, nella mia vita, di un dio che spieghi (anche malamente o ipocritamente, come fanno buona parte delle grandi religioni) il perché della gratuità della morte e del dolore.

Dopo una grande sofferenza di cui non si è responsabili è umano chiedersi un perché, cercare un senso e aggrapparsi a esso per non trovarsi a pensare che siamo solo insignificanti insetti stagionali, in balia di cose più grandi di noi.
Non ho trovato risposte, ma mi sono ricordato di una pacca ricevuta sulle spalle.
Mi spiego meglio.
Nel “reparto degli uomini rotti” – cioè il day hospital di neurologia di un grande ospedale della mia città – che mi è capitato di frequentare a lungo negli ultimi mesi c’è un signore che si presenta ogni mattina alle 7 e 30. Avrà una settantina d’anni, è sempre vestito con discreta eleganza, ha un anacronistico borsello da uomo e uno sguardo severo.

Passa l’intera giornata lì, nel reparto. A qualsiasi ora passi nel day hospital, lui c’è.
Tiene il posto sulle poche panche a disposizione di chi fa la coda, fa due chiacchiere del genere “e allora, come andiamo?” con gli uomini rotti di passaggio o con chi li accompagna, ogni tanto si siede accanto a te e ti chiede “tutto bene?”.
E talvolta dà una silenziosa pacca sulle spalle a un perfetto sconosciuto che è lì per accompagnare sua mamma e non è allegrissimo.
Non fa molte parole, non sembra esibire doti umane straordinarie, non va un passo più in là della discrezione. È lì per ascoltare e per “esserci”.

Non ho bene idea di chi possa essere, probabilmente è un volontario dell’AISM, forse è qualcuno che ha perso una persona cara per una delle malattie terribili che si affrontano in quel reparto e ha deciso di provare a farci qualcosa.
Quello che so è che è un signore che a una serena pensione alla bocciofila ha preferito erogare quotidianamente pacche sulle spalle e scampoli di attenzione in un luogo dove c’è un bisogno della madonna di pacche sulle spalle.

Se la condivisione del dolore è una frazione che rompe l’unità del tuo male e la divide in parti più piccole e affrontabili, sembra quasi che il suo ruolo sia quello di un utilissimo +1 nel denominatore.

Mi sono fatto l’idea – ma è più un’intuizione o forse una mezza speranza – che il senso che sto cercando, per quanto inafferrabile, passi anche da lì. Non so spiegarmi bene il perché, forse è il mio fascino – da irregolare oblomoviano – per la dedizione, forse è la gratuità dell’andare verso il prossimo, forse è l’ingenuità di cercare di fermare il male a colpi di pacche sulle spalle, forse è qualcosa che mi sfugge. Non capisco molto.

So che in un’epoca in cui tutti riempiamo le nostre timeline di appelli a fare “random acts of kindness”, vederne uno reale mi ha fatto piacere. E l’esempio di quel signore senza nome mi ha fatto venire voglia di condividere con gli altri qualche pacca sulle spalle in più.

Il reparto degli uomini rotti. Storia degli ultimi 15 mesi accanto a mia mamma

December 5th, 2015 § 158 comments § permalink

Vi avverto subito: questo è un post triste, che non credo vogliate leggere e che penso serva più a me come psicoterapia che a voi come intrattenimento. Quindi fatevi un favore: se non siete in vena di contenuti spiacevoli, passate ad altro.

Racconta le considerazioni sparse raccolte in un anno e tre mesi in cui ho accompagnato mia madre nel suo percorso di malattia. Non c’è un lieto fine. E neanche il più sottovalutato dei sentimenti, il sollievo. Vi ho avvertiti.
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Giao Angelo! In morte di FriendFeed, la comunità che diventò l’ONU delle cricche

March 10th, 2015 § 14 comments § permalink

Alla fine chiude FriendFeed (non lo linko, tanto chiude). Se il nome non vi dice nulla, risparmiate i vostri “Chiii?” e non trattate come un Fassina qualsiasi uno dei social network più importanti della Rete italiana – in prospettiva storica, s’intende –  che tra un mese esatto finalmente muore.

Dovessi spiegare il senso di FriendFeed a chi non lo conosce, la metterei giù più o meno così: è il primo posto in cui la comunità dei primi “assidui conversatori online” si è definita in quanto tale ed è cresciuta.
La parola interessante è “comunità”.
Certo, prima di Friendfeed (e anche durante e dopo) molti di noi avevano un blog, ma siamo onesti (e forse è il caso di dircelo una volta per tutte): non è che coi blog fossimo così tanto comunità.  Certo, cercavamo di leggerci a vicenda, ma all’epoca mancavano, banalmente, gli strumenti per uscire dalla nostra comfort zone di letture certe: blogroll e commenti non erano il massimo per fare discussioni di gruppo e spesso le conversazioni lunghe e partecipate, che pure non mancavano, erano sparse su un arcipelago di singoli blog difficile da padroneggiare.
Insomma, data l’inevitabile “forumizzazione dei blog” nei commenti, tenere traccia delle conversazioni era difficile e ci si perdeva sempre qualcosa, non si sapeva mai dove andare, spesso si arrivava in ritardo dopo essersi persi il meglio e così via.

FriendFeed, alla sua nascita, era il social network giusto al momento giusto: intercettava il desiderio da parte dei blogger di avere uno spazio condiviso (e non personale) di aggregazione e di discussione e intuiva che l’identità digitale di una persona non si sarebbe limitata al solo blog, ma avrebbe incorporato altri servizi/mondi.

L’idea di fondo di FriendFeed era semplice: essere il social network dei social network, cioè un posto in grado di aggregare tutto ciò che ciascuno di noi postava sul suo blog, sul suo account Twitter, sul proprio account Facebook e su mille altri servizi (e anche direttamente su FriendFeed), consentendo ad amici e perfetti sconosciuti si sviluppare una conversazione sotto ciascun post.

Per anni buona parte di coloro che in Italia provavano piacere a contarsela online (in sostanza quasi tutti i blogger assidui) si sono ritrovati lì. Il bello di FriendFeed era che sotto a un post potevano nascere discussioni chilometriche, che spesso prendevano pieghe tutte loro, si allontanavano dal tema, venivano “rapite” da altre questioni, ti portavano altrove.

Era divertente, quel FriendFeed lì. Era diventato una piattaforma in cui una comunità di gente propensa alla chiacchiera e al cazzeggio (o al dibattito politico al coltello) esercitava e condivideva la propria competenza, le proprie opinioni e la propria creatività. Bastava una stupidaggine, per esempio un post intitolato “parole che mi stanno antipatiche”, e la comunità si scatenava per centinaia di righe esilaranti. Oppure era sufficiente creare un thread per seguire e commentare un evento, uno spettacolo televisivo, uno spoglio elettorale, ecc. e ci si ritrovava online a fare la social tv prima che qualcuno si inventasse la sua definizione.

Il mix di identità, contenuti e relazioni che animava FriendFeed aveva creato una vera e propria comunità, con un suo linguaggio condiviso (il titolo di questo post è un esempio di friendfeeddese), un epos, numerosi modi di dire che uso tuttora nell’incomprensione generale (#piastrelle!) e alcune figure immancabili: il genio, il morto di figa (tanti), l’idiota del villaggio (idem), la fatalona (troppe), quello tutto serio, il precisino, il bislacco, i tanti fake, l’esaltato, ecc. Tutte cose da manuale di micro-sociologia, niente di nuovo. Ma era la prima volta che in Italia capitava una cosa simile online, con questa portata.

Certo, FriendFeed restava un social network per pochi. Per un bel po’ è stato l’aureo isolamento di una sorta di élite di influencer che amavano frequentarsi online e spesso offline tra barcamp, blogbeer, ecc.
Poi è accaduto un fenomeno tipico di molte comunità: l’autoreferenzialità ha superato i limiti di guardia:
la comunità, cioè, ha iniziato a parlare più di se stessa che di ciò che stava là fuori.Vista la collezione di casi umani presenti lì sopra, non nego che per un po’ la cosa sia stata divertente, ma la cosa ha preso la mano a molti, soprattutto nel momento in cui in in tanti hanno iniziato a utilizzare la feature più distruttiva di FriendFeed: le stanze segrete. In sostanza era possibile creare aree di conversazione nascoste, accessibili solo su invito, in cui comunità più o meno grandi di persone potevano discutere tra loro a riparo da sguardi indiscreti.

In poco tempo FriendFeed si è balcanizzato: nella timeline pubblica c’era poco e l’attività nelle tantissime stanzette nascoste ferveva intensa. La comunità si era trasformata in una raccolta di conventicole, perlopiù dedite al pettegolezzo, al dissing, alle cattiverie e al postare nella stanza X gli screenshot della stanza Y in cui si parlava male di chissà chi. Uno scenario, alla lunga, deprimente. “Guardar senza esser visti, rende tristi”.

Non posso negare di essere stato un utente entusiasta di FriendFeed per un paio d’anni. Anzi, forse uno dei più entusiasti e assidui di tutti, anche perché a quel social network devo un bel po’ di amicizie vere (e altrettante superficiali ma finte bene), qualche relazione imbarazzante e alcune tra le letture e le risate migliori della mia vita. Lì sopra mi sono divertito fino al giorno in cui mi sono accorto che la cattiveria spadroneggiava e quello che prima era un diletto era diventato una relazione morbosa di amore-odio.
Non mi piaceva quello che avevo intorno e non mi piacevo io, lì sopra. Patisco gli arroganti, figuriamoci quando li vedo nello specchio.

Ricordo che nella tarda estate 2009 cancellai l’account di colpo, senza un preciso fattore scatenante, senza aver sentito segnali di crisi. La misura si era colmata e chiusi tutto, senza particolare rammarico. Così, click.

Col tempo, molti fecero altrettanto. Era diventato un brutto posto e nel corso degli anni si è svuotato.
Negli ultimi tempi pare fosse triste come una di quelle località termali minori in cui nel tempo sono morti quasi tutti gli anziani (anzi, anzyani in friendfeeddiano) che andavano lì a curarsi.

Spesso ho definito FriendFeed un luogo per addetti ai livori: negli ultimi tempi in cui lo frequentavo era davvero diventato “il socialino dell’odio” (la definizione è degli utenti stessi, che ne vanno fieri), in cui il massimo divertimento per molti era prendere in mezzo qualcuno a sua insaputa e insultarlo collettivamente, presi da una specie di food frenzy da squaletti.

Mi è capitato di rado di incappare in FriendFeed da quando ne sono uscito (lo ritengo un luogo nocivo), ma le rare volte che una ricerca o un link mi hanno riportato lì ho ritrovato le stesse meschinità di allora, magari scritte da gente che in altri contesti non si lascerebbe mai andare alla violenza verbale, alle logiche di branco, all’odio ideologico. E dico questo da persona con le spalle larghe, che non si scandalizza per una parolaccia o per una polemica che prende una brutta piega.

Alla fine FriendFeed è stata una bella storia finita male: ho sentimenti contrastanti, al riguardo. Da un lato sono contento di essermi divertito lì sopra per un bel po’ e dall’altro sono contento di essere stato tra i primi ad andarsene via.
Credo di essere amico di molte persone che ancora lo usavano, sperando di cavarci qualche conversazione intelligente. Purtroppo, perfino una cosa leggera, simpatica e disimpegnata come il cazzeggio diventa indigeribile quando passa al lato oscuro della forza.

Qualcuno obietterà che su Twitter non mancano i troll, gli arroganti, le brutte persone e le pratiche sgradevoli. Concordo, ne so qualcosa e ne ho scritto.
Ecco perché le rare volte che mi inalbero su Twitter è quando vedo emergere logiche di branco (per esempio gli antagonisti che retwittano un tweet sgradito, così da chiamare a raccolta i loro sodali e aggredire verbalmente l’autore, tanti-contro-uno: è quello che chiamo retweet passivo-aggressivo). Da ex friendfeeddiano so dove portano, quei comportamenti fascistelli.

Per fortuna il limite di 140 caratteri di Twitter ci impedisce di dare il peggio di noi tutto in una volta. E a furia di spezzettare la propria insulsaggine in raffiche di poche parole, anche il più stolido degli arroganti leoni da tastiera si stufa. Dove non arrivano l’etica e il buonsenso, arriva la noia. Per fortuna.

Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva

November 5th, 2014 § Comments Off on Prima le oche, poi gli operai – come nasce l’indignazione collettiva § permalink

Ho scritto un post sull’altro blog, quello che ho su ilPost.

Giusto per fare una divagazione dalle solite amarezze politiche, ho deciso di occuparmi di amarezze comunicative cercando di spiegarmi come nasce l’indignazione collettiva nel 2014 e quali sono le sue dinamiche fondanti.

Ne è venuto fuori un ragionamento in cui convivono oche, iPhone e Red Bull. E i Chumbawamba fanno un concertino polemico.
Parlo anche di marketing dell’indignazione, cioè il modo in cui Travaglio si paga le bollette da decenni. Ma anche il criterio fondante del Movimento 5 Stelle. O l’idea creativa dietro il “popolo dei Post-it” di Repubblica.

Lo leggete qui. Tanto per cambiare è lungo, ma non così lungo.

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