Vita in un igienico nuovo mondo – aka “ogni virus ha il suo silver lining”

March 4th, 2020 § 0 comments § permalink

Per anni la gente, soprattutto amici e colleghi, mi ha bollato (e neanche troppo sottilmente preso in giro): germofobo vagamente ossessivo. 

Per gli standard di vita italiani fino a un mese fa, probabilmente era così. Pur avendo un carattere sostanzialmente pacifico e tollerante, una delle poche cose che mi fa scattare la rabbia è il mancato rispetto delle norme igieniche da parte delle persone. 

Chi ha la sfortuna di frequentarmi è incappato più volte nelle mie filippiche contro quelli che vanno al lavoro col raffreddore (credendo di fare gli stakanovisti, gli astuti), nelle mie polemiche con la gente che arriva in ufficio dopo aver preso i mezzi pubblici e non si lava le mani, nei miei pipponi igienisti alla gente che non si lava le mani dopo essere tornata dalla pausa pranzo o dopo essere andata in bagno e così via. 

E poi frequentare me significa prendere freddo, ne sanno qualcosa i miei allievi, obbligati da ormai vent’anni a ventilare le aule prima, durante e dopo la lezione e stressati – beata posizione di potere del docente che minaccia 18 a chi non cambia l’aria – dal mio mantra “il freddo non ammala, lo stare stipati al chiuso ad alitarsi addosso a vicenda, sì”.

Aggiungete a questo alcune spigolosità alle soglie dell’impresentabile (tipo che se ci stringiamo la mano o ci battiamo il cinque, dopo 10 secondi corro a lavarmi – bene – le mani, o se qualcuno tossisce/starnutisce ripetutamente in un ambiente chiuso senza allontanarsi dagli altri lo sgrido), qualche idiosincrasia igienista e di civiltà (tipo la mia lotta contro gli indossatori di sandali da uomo in città o la mia antipatia per le gallette tipo polistirolo di mais, riso e altre granaglie, forse il cibo secco più puzzolente al mondo) e il ritratto è pronto: una brutta persona, però tanto pulita. 
E che da un mese è diventata un modello di comportamento. 

Insomma, avevo ragione io. E ora tutti (in verità l’OMS dice da anni, anche senza lo spauracchio del Coronavirus, di stare a distanza, lavarsi le mani, areare i locali, tossire/starnutire lontano dal prossimo, stare a casa se raffreddati o peggio, ecc.), magari senza saperlo mi danno ragione, soprattutto quelli che all’epoca ridevano delle mie “fisime” igieniste e ora fanno post ansiogeni sul contagio (cosa che, invece, a me non dà particolari preoccupazioni, essendo uno che rispetta le norme igieniche da decenni). 

Mi piacerebbe potermela tirare da precursore dei tempi che corrono e da fine profeta di sventure sanitarie, ma la ragione del mio igienismo minimo (perché stiamo parlando delle norme basiche di igiene, non di acrobazie per germofobi) ha radici estremamente prosaiche e autoriferite: ho un pessimo sistema immunitario, prendo ogni raffreddore possibile e ogni volta ci metto un mese a guarire. Per il resto sto bene, eh: ho solo una proverbiale “pessima salute di ferro” per cui non ho mai niente di grave, ma sempre qualcosa di non grave. E alla Kleenex credo abbiano un tempietto a me dedicato all’ingresso della sede centrale, tipo statua della mamma del Catellani in Fantozzi. 

Ora il mondo va, purtroppo non per buonsenso ma per legittima paura, nella direzione che ho sempre auspicato: una realtà in cui, come in Giappone, starnutire e tossire è una cosa da fare in disparte, dove ci si lava le mani più volte al giorno con regolarità e metodo, dove c’è la percezione che tutto quello che ci circonda è cosparso di virus e germi (ricordate l’Assioma di Bramati nelle Leggi di Murphy, ovvero “Tutto suda”? Ecco, cambiatelo in “Tutto infetta” e avete il Corollario di Sola) e dove agire per non ammalarsi è importante tanto quanto agire per non ammalare il prossimo.

In Italia, la patria del familismo amorale e dell’individualismo malapartiano disperato (nel senso de “La pelle”), è impossibile imporre alla gente di ragionare in ottica di sistema. Ognuno pensa al proprio bene, senza occuparsi degli altri e meno che mai della collettività, concetto che la gente non riconosce, se non come nemico (se state dicendovi mentalmente “io no!”, chiedetevi se non procedete a passo d’uomo nei controviali cercando parcheggio, rallentando incuranti tutte le auto che vi seguono; essere dei piccoli prepotenti inconsapevoli è un attimo).

Prendete, per esempio, le mascherine sanitarie. È noto che si indossano, nei paesi civili, per non infettare il prossimo. Sei raffreddato? Metti la mascherina, così non lasci una scia di germi e virus a maleficio degli altri. Da noi non è così: un bel mix di ignoranza, bigottismo ed egoismo fa sì che la gente, comicamente, indossi le mascherine nella vana speranza di non essere infettata dagli altri. 

In questo paese, da sempre, l’unico agente di cambiamento e rinnovamento è la morte (e la sua paura), basta accendere quella grande esibizione di cartapecora e di nostalgia canaglia che è la tv nazionale per rendersene conto. 
Ecco, la paura della morte in questo scenario può portare a un cambiamento positivo, lo spero con tutto il cuore. 
Sarebbe bello che – non mi illudo: nel caso accadrà per le ragioni sbagliate, cioè la paura individualista e non la civiltà – finita l’emergenza COVID-19/Coronavirus il paese riparta e gli italiani continuino a comportarsi in modo igienicamente appropriato come fanno in questi giorni. 

Le buone maniere, purtroppo, con gli italiani non servono. Ma un mondo in cui la gente fa attenzione al suo “viral/bacterial footprint” è innegabilmente un sogno che merita di essere realizzato. Staremmo tutti, letteralmente, meglio. 

Postilla
Per i sandali da uomo, invece, non c’è rimedio. A meno che, passata l’emergenza sanitaria, arrivino piogge estive acidissime che generano pozzanghere killer e diventi obbligatorio ope legis indossare scarpe chiuse in città. Pura fantascienza, ora come ora. E sperare nel buon gusto del prossimo è vano.

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