Il viaggio in Svizzera che non ho fatto – riflessioni sul diritto di morire

February 27th, 2017 § 0 comments

Sto di nuovo scrivendo parole dolorose e non vorrei farci l’abitudine, però vorrei dire qualcosa sul fine vita, ora che la storia di Dj Fabo ha portato in primo piano il tema.

La scelta di Fabo di interrompere la sua vita in Svizzera, approfittando della legge che consente alle persone con malattie gravi e incurabili una morte volontaria dignitosa, è stata quella che abbiamo fatto nella mia famiglia, quando mia madre era negli ultimi mesi del suo tumore al cervello e aveva deciso di risparmiarsi la morte orribile e dolorosa che comportava.

Purtroppo non siamo riusciti a fare il suicidio assistito, perché la procedura prevede che la persona che termina la propria vita sia mentalmente lucida. Nel tempo passato tra la scelta di terminare la propria esistenza e il giorno in cui effettivamente decidi di partire per la Svizzera, le condizioni mentali e cognitive di mia madre sono peggiorate troppo per poter procedere.

So, però, cosa significa compiere questa decisione. Conosco il coraggio che serve per presentarsi alla porta di una delle associazioni che si occupano di morte dignitosa e dire: “buongiorno, sono qui perché mia madre è malata terminale e vorrebbe fare un suicidio assistito”.

È una delle cose più difficili che ho fatto in vita mia e devo dire grazie all’umanità straordinaria di Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, se quel pomeriggio non sono impazzito. La sua leggerezza mi ha salvato.

Abbiamo parlato per ore, quel giorno, chiacchierando di filosofia, di politica, di medicina e soprattutto di persone, di famiglie, di noi.

Perché la scelta di suicidarsi per evitare un male peggiore (e rendermi conto che esistono davvero mali in vita peggiori della morte stessa è uno dei momenti di crescita più dolorosi e utili che ho vissuto finora), quando “scende sulla terra” e abbandona i libri di etica, è qualcosa che riguarda noi in carne e ossa.

La dimensione di quell’esperienza non è filosofica, è affettiva: è una questione di sguardi, di abbracci, di parole dette e non dette, di pena per qualcuno che ami, di dolore e sollievo. È anche una questione pratica di camere da letto, di infermiere, di letti contenitivi, di badanti, di pannoloni, di tubi, cannule, di medicine, di conti alla rovescia col tempo, di logistica.

È una realtà così umana e così privata che quando ti accorgi che di mezzo c’è lo Stato, ospite non invitato in quelle stanze della sofferenza in cui non fai entrare nemmeno certi parenti, ti senti violato.
È un’intrusione violenta nella scelta più basilare e umana che c’è: decidere della nostra sopravvivenza.
E appena l’intruso ti dice: “non puoi” senti davvero la “politica” che si occupa di te. Lo fa quando non dovrebbe.

Mi sono sempre chiesto come sarebbe stato, nella mia situazione, fare il suicidio assistito in Svizzera.
Sono pieno di domande: non so se risparmiare a mia madre mesi e mesi di dolore e morfina avrebbe migliorato davvero i suoi ultimi giorni. Non so come avrei reagito e confesso che ogni tanto mi interrogo ancora su cosa ci saremmo detti in quelle 3 ore di macchina tra casa sua e la clinica in Svizzera. Forse avremmo messo su i suoi mp3 preferiti, chissà.
Sono uno a cui non mancano le parole e davvero non riesco a immaginare la conversazione, così come non riesco a quantificare un numero sufficiente di abbracci da darsi prima di farla finita davvero.

Ho poche certezze, dopo aver sfiorato quell’esperienza.

La prima è che uno Stato che non ci permette di essere liberi nella gestione del nostro corpo compie un crimine contro di noi e viola il nostro diritto all’autodeterminazione. E non è una questione politica (anzi, averne fatto una questione politica ha fatto danni): è una questione di mamme, di papà, di fratelli, sorelle e di buonsenso.

La seconda è che tra tutte le cause per cui è giusto militare, il diritto alla libertà nella gestione del proprio corpo è la più basilare e dovrebbe essere in cima alle priorità di noi cittadini.
Sul serio: viene prima della lotta alla disoccupazione, della legge elettorale e del reddito di cittadinanza. Stabilire finalmente che “il corpo è tuo e ne fai cosa vuoi” è fondamentale. Tutto il resto – per quanto importante – viene dopo.
Mi spiace molto che il discorso pubblico sul fine vita abbia poca evidenza, a scapito della lotta per altri diritti che sono importanti e forse più “narrabili” e meno problematici.

La terza è che, per quanto ho capito parlando con le persone nel corso degli ultimi mesi, la società italiana è molto più avanti della politica, riguardo il fine vita. Ma tanto. E, da uomo di sinistra, faccio una colpa grave alla mia area politica: sul tema è stata blanda, lasciando spesso i Radicali soli nella battaglia vera per il fine vita.
Questa è una battaglia che non ha colore, se non il rosino della nostra pelle: mette d’accordo chiunque sia passato attraverso un’esperienza di malattia terminale con un proprio caro o con un amico. Conosco gente che la pensa come me su questo tema e che ha i busti di Mussolini in casa e altri che vanno a messa tutti i giorni eppure capiscono il valore umano dell’eutanasia.
Dovremmo farci qualcosa. Parlo di noi cittadini, perché la politica sul tema è lenta e pavida.
E forse andrebbe scardinata, su quello. E le associazioni che aiutano chi soffre a scegliere una morte dignitosa andrebbero aiutate, finanziate (magari col 5×1000 o col volontariato? Lo troviamo là fuori uno sviluppatore che abbia voglia di rifare gratis il sito all’associazione Exit Italia, liberandola dal Comic Sans?), comunicate.

La quarta è che no, non c’è un numero sufficiente di abbracci da dare a chi se ne va. Ne vorremo sempre uno in più.

Oggi ne darei volentieri uno a Dj Fabo e al suo coraggio. So che la sua battaglia non sarà vana. E spero che diventi la battaglia di tanti.

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