Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

February 16th, 2017 § 0 comments

Ciao, mi chiamo Enrico e sono uno di quelli che, da quando ha 18 anni, vota il grande partito della sinistra in tutte le sue forme e sigle. Sono un militante leale, sono di bocca buona, sono paziente e so accontentarmi, sapendo che il bene comune viene prima delle mie arrabbiature e della mia naturale pedanteria.

E sono favorevole alla scissione del PD. Anzi, non vedo l’ora che avvenga.

 

No, non sono preso dal cupio dissolvi. È che penso che la scissione che è alle porte sia una cosa sana e utile per tutto il centrosinistra e per il paese in genere.
Provo a spiegare il perché, in un post chilometrico come quelli di una volta (ma con delle sottolineature per chi ha fretta), che non prevede giudizi su Renzi (quindi risparmiamoceli nei commenti, lo dico per il nostro bene).

Se avete proprio tanto tempo da perdere, continuate a leggere.

 

Vi ricordate perché avevamo votato Renzi? (e non solo Renzi)

Alle primarie del 2013 quasi 2 milioni di persone hanno votato per Matteo Renzi. Il 67,55% dei militanti/iscritti/simpatizzanti del PD ha scelto il candidato che si poneva contro l’uomo indicato dalla segreteria (vabbè, era Cuperlo), in un partito che per definizione non ha mai messo in discussione le proprie leadership, andando avanti per decenni a colpi di congressi telefonati, votazioni per acclamazione e primarie farlocche in cui al segretario si contrapponevano candidati-materasso o candidati-farsa.

Se il candidato espresso dalla “vecchia guardia” che ha sempre governato il “partitone” raccoglie poco più del 18% dei voti, la bocciatura è netta, indiscutibile.
È una totale sconfessione del gruppo politico, umano, culturale, che orbita intorno ai soliti noti della sinistra: D’Alema, Bersani e vari altri burocrati di apparato. Non era mai accaduto prima, soprattutto con un dato così netto: una rivoluzione.

Non è un ripiegamento, non è un voto di protesta per dare un segnale: è un chiaro e ampio invito a quella generazione politica lì, che aveva colpe gravissime già prima dell’avvento di Renzi, ad andarsene e pure di corsa. Magari non andarsene via del tutto, ma andarsene dalla gestione del partito, andarsene in pensione, andarsene dai centri di potere anche nelle realtà locali.

 

Il mio tesssoro! Il senso di usurpazione come categoria del pensiero politico

Nonostante l’umiliazione elettorale ricevuta dal proprio “popolo”, i dirigenti della vecchia guardia di apparato sono rimasti. E non hanno fatto quello che ci si attende da un gruppo politico “vecchio” quando viene sostituito da nuove realtà: aiutare i “nuovi”, trasferire la propria esperienza, dare una mano seguendo il principio di lealtà per cui chi perde le primarie dà una mano a chi le vince (giusto per polemizzare: Renzi lo fece fin dal primo giorno. Ricordate i PD Brothers?)

D’Alema & c. hanno fatto il contrario: non hanno superato lo shock della sconfitta e si sono comportati, fin da subito, come sovrani a cui è stato usurpato il trono con un colpo di palazzo. D’altronde, proprio come i monarchi, si credevano imbattibili, al di sopra della legge e del buonsenso. E se ne fregavano dei militanti, facendo i loro comodi, anche i più imbarazzanti.

Insomma, giusto per fare due esempi, sono quelli che hanno pilotato Rosy Bindi in un collegio in Calabria (lei che è toscana) pur di farla eleggere (poi lei, che aveva promesso che sarebbe diventata “calabrese” prese i voti e sparì col consenso). E sono gli stessi che spendevano agevolmente 2 milioni  per una faraonica tv di partito in streaming (e non dico nulla sullo stipendio di chi la dirigeva: bastano in numeri che trovate cliccando su questo link) che non guardava quasi nessuno, mentre il bilancio del partito diventava sempre più negativo, le sezioni sul territorio chiudevano e i militanti si autofinanziavano i manifesti e i volantini.

Per anni l’unico pensiero di quella classe politica, che nel mentre aveva perso la quasi totalità degli elettori disposti a dar loro consenso, è stato “riprendersi il partito”. Perché il partito, nella loro testa (e anche nei fatti, per troppi anni, cosa di cui come elettore e militante mi faccio una colpa), era in effetti loro, non era “nostro” come comunità di militanti, simpatizzanti ed elettori. Era una “cosa” di un vertice di poche persone; sempre le stesse, tra l’altro, da un paio di decenni.

Il contributo dell’ex maggioranza, quindi, è stato nullo. Nessuna idea, zero tentativi di cooptazione, nessuna intenzione di provare a “spostare” il nuovo segretario verso le posizioni a loro più consone. E dire che la strategia della cooptazione ha funzionato benissimo, le rare volte che è stata messa in campo.

Per dire, la bersaniana Monica Cirinnà ha fatto un lavoro straordinario e ha portato Renzi, (inaccettabilmente, per me) timido sui diritti civili, a sfornare la legge sulle unioni civili, facendoci fare un progresso di una ventina d’anni. Una legge che i sedicenti “più di sinistra di Renzi” nel partito non avevano fatto quando erano al governo, negli anni prima, così come non hanno alzato le tasse sulle rendite finanziarie, per dire.

 

Se stiamo insieme ci sarà un perché?

A cosa serve al PD una minoranza inetta, sleale, strapiena di ex dirigenti, litigiosa al suo interno e incapace non solo di contribuire alla linea politica del partito, ma anche di sfidare la maggioranza a migliorarsi?

Che ce ne facciamo di leaderini di corrente il cui unico obiettivo è riprendersi con ogni mezzo necessario – fosse anche votare insieme ai fascisti contro un riforma che loro stessi hanno approvato in aula – il giocattolo che ritengono gli sia stato distratto in modo ingiusto?
Serve davvero al paese e alla sinistra una minoranza che non ha un ruolo dialettico nel dibattito interno e che produce solo capricci ad aspettative crescenti?

In questi casi è più sano farla finita e dividersi.

L’accanimento terapeutico sulle divisioni del PD mi sembra un rimedio peggiore dei mali, anche perché non penso che la scissione sia un male. Penso sia una liberazione, come quando si molla un partner con cui non c’era più niente in comune, nemmeno la lealtà e la stima. Ogni giorno passato insieme, superata la soglia della sopportazione, fa danni.

Ben venga la scissione: se il PD saprà farla in modo veloce, senza recriminazioni, pulita e chiara nei confini, sarà positivo per tutti.

Mandare via la classe politica che, con la sua incapacità e la sua pavidità e scarsa fantasia, ci ha regalato vent’anni di egemonia politica e culturale di Berlusconi, ulteriormente degradata nel grillismo, è la ragione principale per cui due terzi dei militanti/simpatizzanti del PD hanno votato per Renzi alle Primarie (e l’82% in totale ha votato per candidati diversi e in dissenso totale con la dirigenza old skool bersaniana/dalemiana).

La scissione, ma forse dovremmo chiamarla liberazione, è forse il primo vero atto di “renzismo” fatto all’interno del PD. Ed è la causa prima per cui Renzi è stato votato in massa dal popolo della sinistra: cambiare la classe dirigente del partito, una volta per tutte.

L’uscita della minoranza “anziana” sarà anche un momento-verità per Renzi, che non dovrà più allearsi col diavolo e forse farà finalmente pulizia tra i tanti finti renziani che sono saltati sul carro del vincitore e che lui colpevolmente non ha (ancora?) cacciato.
Anzi, finalmente con la scissione il PD sarà un po’ più aperto a chi arriva con le idee migliori, non solo a chi proviene da rendite di posizione, consuetudini e legami radicati di potere, come capitava prima con Bersani & c.

E forse il PD sarà un partito finalmente contendibile, in cui magari un giorno emergerà qualcuno che farà sentire Renzi vecchio, inadeguato e compromissorio tanto quanto Renzi ha fatto con Bersani e D’Alema.

Lo dico a chi, diversamente da me, a sinistra pensa che il renzismo sia un problema: l’unico modo per mandare via Renzi è farlo percepire come superato, cosa che può accadere solo se finalmente gli anti-renziani lasciano spazio ai post-renziani con idee migliori e più moderne.
Ricordatevelo: Bersani, D’Alema, D’Attorre, Stumpo e più in generale i leader anti-Renzi di oggi sono la causa di Renzi e del renzismo, oltre che il lasciapassare per i loro atteggiamenti più discutibili.

 

La sindrome di Terminator

La conseguenza più importante della liberazione del PD dai tardi frutti del dalemismo, tuttavia, sarà un’altra: il PD sarà un partito contendibile a sinistra.
Finalmente si libererà uno spazio che finora è stato occupato da dirigenti che si dicevano di sinistra, ma all’atto pratico non hanno fatto mai nulla realmente di progressista, limitandosi a perdere, non governare quasi mai (litigando tutto il tempo le rare e brevi volte al governo) e fare un’opposizione soft a Berlusconi.
Dal 1994, in 23 anni, sono riusciti a fare (nel vero senso della parola: far approvare leggi, provvedimenti, ecc.) meno cose di sinistra di Renzi in 3 anni secchi. E in compenso ne hanno approvate di terribili (fiscal compact, riforma Fornero, ecc.) senza battere ciglio.
Ricordiamocelo: la sinistra si misura in cose fatte, non in posizioni prese.

Ci sarà spazio, nel nuovo PD in cui la sinistra non è più occupata dai bersaniani/dalemiani, per una sinistra PD vera: una sinistra che ha capito che la sfida è sul futuro, non sul ritorno a metodi, parole d’ordine e idee del passato.

Ecco dove ha fallito negli ultimi anni la generazione che ha gestito il “partito” dagli anni Novanta fino al 2013: ha occupato nominalmente l’area sinistra del partito, senza fare una proposta di sinistra che fosse una, producendo solo appelli sempre più costernati a tornare indietro, a fare come prima.
Il loro modello politico si è evoluto dal bradipo a Terminator. Speravano di “disfare” (nel senso del comando “undo” che c’era sui vecchi Mac) Renzi, di tornare indietro nel tempo, cancellarlo come se non fosse mai accaduto.
Peccato che non ci sia solo Renzi: ci sono i milioni di persone che, per convinzione o per disperazione pur di non votare più gli inetti di prima, hanno chiesto una nuova sinistra. E resteranno (resteremo) anche dopo Renzi, con la stessa voglia di prima di una sinistra diversa e più adatta ai tempi, più capace di capire il mondo del 2017 e lavorare per renderlo più giusto.

 

Una nuova sinistra PD

Insomma, quello che i vecchi Bersani, D’Alema, Speranza ed Emiliano non capiscono è che possono liberarsi di Renzi in tutti i modi possibili, dai killer alle bamboline voodoo, ma questo non risolverà il loro problema. E il loro problema siamo noi: siamo tantissimi, siamo di sinistra e vogliamo qualcosa di diverso da loro e in molti casi (per esempio sui diritti, nel mio caso) vogliamo cose molto più di sinistra di quelle che vogliono loro. E forse è il caso che iniziamo a diventare un problema anche per Renzi, ché dà il meglio di sé quando è sfidato.

Ora il loro posto, se tutto va come deve andare e come mi auguro, si libera. E ci può essere spazio per chi, disinteressato a “riprendersi il partito” perché non l’ha mai avuto, può davvero cambiare il PD, spostare la sua linea più a sinistra, sapendo che è una cosa che si può fare solo andando avanti, non indietro.

Insomma, ci può essere agibilità per una nuova sinistra del PD efficace, magari così brava da arrivare a guidare il PD, così intransigente da far fuori (se non lo fa Renzi di suo) gli opportunisti che si sono inventati renziani pur di avere uno scampolo di potere, magari così brava da portare il centrosinistra a governare, fermando i nuovi e vecchi fascismi e dando a questo paese disgraziato un po’ più di giustizia sociale.

So che potrà sembrare paradossale ma, sparita una minoranza inutile, le chance di avere un PD migliore possono aumentare. Anzi, mi appello a chi lamenta di un PD non abbastanza a sinistra e che ha perso il senso o l’identità: venite a portare entrambi!.

Venite a litigare in sezione, online o dove vi pare. Venite a votare al congresso e alle Primarie. Venite a cambiare le cose, venite a portare il PD oltre il renzismo, perché ora si può davvero, non è necessario affidarsi a (mi scappa da ridere, sorry) Roberto Speranza e potremmo perfino trovarci più d’accordo di quanto pensiamo.

Personalmente (sempre perché sono un militante di bocca buona e con aspettative medio-basse) mi accontenterei di un partito con una vera dialettica interna e non schermaglie in cui una delle due parti non ha a cuore il bene comune e negli ultimi tempi ha dato il peggio di sé, rivelando una deriva psichiatrica che ci saremmo persi volentieri.

Lasciamo andare via gli scissionisti. Nessuno li prende più sul serio, tutti vedono facilmente i loro secondi fini e i tentativi disperati di occuparsi di poltrone. Molti come me che li hanno votati e si sono spesi con la militanza (se rileggo certi miei vecchi post qui sopra, mi viene il magone) si sentono anche traditi.

Mi spiace debba finire in vacca e non in gloria, ma adieu. Non è stata una bella storia, non ci sono bei ricordi, è stata una generazione di politici mediocre a cui abbiamo ben pochi “grazie” da dire. Non ci si lascia bene. Capita.

Non c’è tempo per rancori. Abbiamo altro da fare, per esempio la sinistra. Quella di domani.

Per i revival ci sono le sale danze.

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