Pannella senza filtro. Storia di un’affettuosa incomprensione

May 19th, 2016 § 0 comments

Nella prefazione di “Casa la vita”, Savinio scriveva che “la morte è una sineddoche”.

Insomma, alla fine il racconto di come te ne vai è in scala quello di come hai vissuto.

Pannella, quando ha iniziato a morire (ché non si muore quando si fa l’ultimo respiro, ma quando ci si prepara a quel momento, quando si inizia a “chiudere la pratica”) ha aperto la sua casa, ha ricevuto tutti, persone ammirevoli e individui che considero orribili, visite di piacere e visite dovute.

E ha parlato con tutti (anzi, conoscendolo ha parlato *a* tutti e gli altri hanno detto qualche sillaba nelle sue rare pause in cui usava l’accendino), cercando – davvero perinde ac cadaver – di portare avanti la sua filosofia di vita basata sul primato assoluto delle relazioni e dei contenuti rispetto alle identità. (ché a conti fatti in questo paese è un migliaio di anni che ci si scanna solo ed esclusivamente sulle tribù, sulle appartenenze).
Una filosofia che ho amato e odiato a seconda dell’oggetto delle relazioni che attivava. Quando toccava a noi di sinistra ero felice, quando è toccato alla destra, non capivo, sbraitavo, scrivevo mail infuocate a cui nessuno rispondeva. E non me ne faccio una ragione tuttora.

 

PANNELLA SENZA FILTRO

Come tutti gli estremisti (nel senso di persone iper-coerenti, che vivono fino in fondo le loro convinzioni), Pannella ha sempre praticato in prima persona la sua filosofia, perfino nel rapporto con gli elettori.
È stato il primo a rompere – ed è sembrata cosa naturale da subito, in un’epoca in cui era impensabile – la barriera di sussiego e reverenza riservata al politico, ovviamente alla lunga facendo il giro e sconfinando spesso nell’avanspettacolo.

In un mondo di icone della sinistra santificate (al punto che Gramsci è tranquillamente chiamato “l’Apostolo” in un paio di libri) o direttamente oggetto di proiezioni cristologiche come Berlinguer, Pannella era un alieno, perché accessibile e, pun intended, senza filtro.

Dalle e-mail dell’Associazione Coscioni che ti arrivavano da “Marco” e dovevi guardare l’indirizzo del mittente per esteso per capire che era lui e non Cappato o uno stagista, fino al fatto che ai cortei girava tra la gente senza codazzo, interagiva con chiunque e perfino a un torinese riservato come me è capitato un paio di volte di trovarsi in una discussione in piazza con lui, ovviamente mezza urlata e condita di sfanculamenti reciproci e strette di mano finali. Senza presentazioni, senza “scusi, onorevole”, senza astio, in un contesto in cui conta solo quello che dici e non chi sei. Un contesto che in Italia si manifesta di rado, senza Pannella nei paraggi.

 

PRIMA PARLAVA STRANO E IO NON LO CAPIVO

Vorrei scrivere parole più accorate, vorrei parlare male in anticipo e in tempo reale della banalità di tutti quelli che citeranno “Il signor Hood” (ma mi accontento di confondere un po’ di gente citando un altro pezzo di De Gregori), vorrei poter tirare fuori dalla vita di Marco Pannella (l’unico ad aver mantenuto in vita dopo un quarto di secolo dal crollo della prima repubblica, un partito tradizionale) un senso chiaro.
Ma anche oggi sono qui a gestire – con qualche disagio in più di prima – un rapporto conflittuale con lui, con le sue idee, con la sua icona. E a capirci poco.

Forse è un limite mio che, pur considerandomi da alcuni anni un “radicale di sinistra di scuola torinese e formazione marxiana”, ho faticato a tenere il passo degli spostamenti imperscrutabili di Pannella. O forse è un altro limite mio: è lui che sta fermo da una vita su una posizione e il mondo, schizofrenico, si riposiziona continuamente, Enrico incluso. Lui di certo la pensava così. Io boh.

Pannella mi confonde, mi costringe a intricarmi nei paradossi (il più gettonato è “sto al 100% coi radicali, escluso Pannella e le posizioni su Israele”, che fa il paio col musicale “ascolto tutto il reggae tranne Bob Marley”), mi strappa applausi e lacrimucce a ogni citazione di Ernesto Rossi e incazzature conseguenti quando mi accorgo che vengono fatti in un comizio congiunto con Storace.

Insomma, Pannella è l’equivalente politico di Frank Zappa, per me: troppa roba in una volta sola, troppe direzioni, un sacco di cose incomprensibili o direttamente mostruose e, là in mezzo, alcune scelte, alcune parole che reputo fondamentali, addirittura istruttive e in grado di dare senso a una vita. Il debito di gratitudine che ho verso quell’uomo è secondo solo al credito di giramenti di balle che mi ha provocato.
Ma forse è giusto così: ha passato una vita intera a cercare, tra le altre cose, di non essere mai irrilevante. E ci è riuscito, niente da dire.

 

IL PARTITO RADICALE PERCEPITO

Credo, ora che non c’è più, che Pannella paghi il prezzo di avere avuto esegeti non alla sua altezza, anche perché non è facile fare la versione in prosa di un individuo così politicamente, fisicamente e vocalmente ingombrante. Mi chiedo cosa resterà di questi 86 anni di vita e di lotte.

Di lui, ma più del suo figlio collettivo, che è il “Partito Radicale Percepito” (perché cosa fa quello reale, quanto conta, chi lo rappresenta, dove sta, ecc. credo sia di difficile comprensione anche per gli appassionati o i tesserati), credo resti viva – e da qualche giorno un po’ meno perdente del solito – la battaglia per un’Italia definitivamente laica, in cui le persone sono padrone del proprio corpo e non devono rendere conto allo Stato (e meno che mai alla Chiesa) di cosa ci fanno.
Credo, insomma, che se c’è una trama un po’ meno ondivaga nell’intrico di azioni e posizioni espresse da Pannella nel corso della sua rilevante esistenza, sia proprio la lotta per un paese in cui ogni cittadino è più intimamente libero di scegliere come vivere e come morire.
Come ha fatto lui.

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