Quando la politica tocca il fondo. E si mette a trivellare

April 18th, 2016 § 13 comments

In tutta onestà, mi sarei risparmiato volentieri questo referendum.
No, non sto scrivendo un post per segnalare la mia non partecipazione a questo voto, anche perché ne ho già scritto uno e tra l’altro il referendum è fallito, avendo raccolto una partecipazione bassissima, ben sotto il quorum.

Sto parlando del referendum come esperienza: la sua campagna, le sue polemiche, le reazioni che ha suscitato. È stato uno spettacolo spesso avvilente, forse il momento collettivo più basso della politica italiana, sia quella praticata dai professionisti, sia quella chiacchierata da noi elettori.

L’impressione è che, al di là degli sconfitti politici, che sono noti e che ovviamente hanno cantato vittoria ugualmente, perché da noi si fa così (ed è un altro segno di degrado che va avanti indisturbato da anni), i veri sconfitti siamo noi tutti.
Anzi, sconfitti no (tecnicamente la mia parte avrebbe “vinto” questo referendum e anche piuttosto bene): siamo tutti un po’ più sporchi.

È uno sporco involontario, tipo quello che si raccoglie frequentando ambienti malsani, quella polverina sollevata da altri che alla fine ti macchia irreparabilmente la giacchetta e che nel nostro paese sembra essere così inevitabile e ubiqua che abbiamo iniziato a vestirci in tinta.

L’elenco delle nefandezze che questo referendum si è portato dietro è particolarmente deprimente ed è lunghissimo. Confesso che ho iniziato qualche giorno fa a raccoglierle e a catalogarle e ho dovuto rinunciare, perché sono stato travolto dalla quantità di bruttezze che mi si parava di fronte. E ogni giorno ne uscivano di nuove.

In questi casi gli elenchi non funzionano. Meglio ragionare per temi. Ho provato, quindi, a raccogliere le ragioni lunghe per cui questo referendum è stata un’esperienza politica, giornalistica e umana sgradevole in cui tutti abbiamo dato il peggio di noi. Eccole.

1 – POCA CHIAREZZA SULLA NATURA DEL REFERENDUM

A urne chiuse e ad animi raffreddati possiamo riconoscerlo: questo era un referendum molto tecnico, che riguardava alcuni aspetti gestionali del rapporto tra Stato e aziende che usufruiscono delle piattaforme energetiche.
Non era un referendum con una narrazione facile e istantaneamente comprensibile del tipo “caccia sì/no” o “divorzio sì/no”. Era un referendum che, per essere capito, richiedeva come minimo una lunga spiegazione e un serio approfondimento. Approfondimento che viene fatto da una minoranza esigua di elettori e spesso viene fatto male e in modo parziale.

Questo ha generato un contesto di incomprensione generale, in cui ognuno difendeva il proprio scampolo di conoscenza sul tema come se fosse la verità assoluta e intera. E tutti ne sapevamo un pezzo più o meno grosso, senza coglierlo tutto.

 

2 – POCA CHIAREZZA SULLE CONSEGUENZE DEL REFERENDUM

Mentre scrivo, c’è su La Stampa un articolo che affronta il tema “Cosa succede, ora che ha vinto il no”. Ed è un pezzo pieno di incognite, di ipotesi, di valutazioni azzardate.

Per tutta la campagna referendaria, che tratta un tema in cui i cambiamenti in caso di vittoria di sì o del no si sarebbero visti dopo numerosi anni, i dati oggettivi a cui ci si appiglia quando le opinioni sono poco definibili a priori, sono estremamente “ballerini”. Per esempio, quanti posti di lavoro si sarebbero perduti con la vittoria del sì? Chi lo sa? Qualcuno dice 11000, altri 6000, altri dicono zero e ognuno è convinto di avere la cifra esatta.

La realtà è che, trattando di un futuro dai confini incerti, non lo sa nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori. Figuriamoci noi. Si va di ipotesi, che sono la cosa più opinabile e “spinnabile” al mondo.

In uno scenario simile, in cui mancano gli elementi per valutare bene gli effetti (e in cui la causa al punto 1 è a sua volta difficile da cogliere per intero), si perde l’elemento fattuale che è alla base di molti giudizi logici e di buonsenso. Restano giusto i giudizi politici di parte, ma quelli fanno danni al punto seguente, soprattutto se mescolati alla furbizia di certi comunicatori e all’ignavia del giornalismo nostrano.

 

3 – UNA CAMPAGNA BUGIARDA E DI SUCCESSO

Non ne ne vogliano i reduci del comitato per il sì, ma penso tutto il male possibile della loro campagna referendaria. Lo dico da comunicatore, non da elettore (che peraltro arriva alla medesima conclusione).
Aggiungo: è stata una campagna di successo e ho l’impressione che buona parte dei votanti al referendum siano merito suo, perché è riuscita a imporre il proprio linguaggio, i propri termini e la propria visione del mondo al dibattito referendario.
Ha un solo difetto: è stata una campagna disonesta.

Se siete tra quelli che hanno reagito in qualche modo ai problemi esposti al punto 1 di questo elenco, sapete che il referendum non era “sulle trivelle”, ma sulle modalità di erogazione delle concessioni d’uso delle piattaforme di estrazione marine entro le 12 miglia (piattaforme in cui, salvo forse un singolo caso, ma anche qui il tema è dibattuto, non si trivella perché è già stato fatto anni fa: si estraggono a pompaggio i combustibili lì dove si è già trivellato).

Purtroppo l’intera campagna referendaria è stata basata sul concetto di “no alle trivelle”.
I comitati elettorali per il sì si sono chiamati “notriv”, sono stati fatti manifesti con lo slogan e l’hashtag “ferma le trivelle” (anche da associazioni serie come Legambiente) e perfino il logo del comitato per il sì conteneva l’immagine di una piattaforma petrolifera e la scritta, con le maiuscole un po’ a caso, “Ferma le Trivelle” (il premio, tuttavia, va a Sinistra Italiana, che ha prodotto un visual in cui si vede una grossa X cancellare un pozzo di petrolio terrestre, tipo quelli che si vedono nel video di “Rock The Casbah” dei Clash.

Non finisce qui: nonostante la quasi totalità delle piattaforme nel mare italiano estragga metano, gran parte della comunicazione delle forze che hanno appoggiato il sì al referendum si è concentrata sul petrolio, producendo un’infinità di immagini che spaziano dal gabbiano immerso nelle morchie oleose alle maree nere, con un piacevole contorno di piattaforme che bruciano.

Che cosa è successo? È successo che le opportunità offerte da una narrazione forte hanno vinto su una narrazione onesta. Insomma, chiamare a raccolta gli elettori dicendogli di votare no alle trivellazioni nel nostro mare e no agli sversamenti di petrolio è facile e vincente. Impossibile dire di no.

La narrazione di un paese che difende la bellezza delle sue coste e del suo ecosistema marino dall’avidità dei petrolieri è bellissima. È anche completamente falsa, nel caso di questo referendum (salvo i petrolieri, che restano avidi in ogni caso), ma è comunque più forte dire #noalletrivelle che #noaquestomododierogareleconcessionidusodellepiattaformeestrattive.

In comunicazione, si sa, una bella bugia spesso funziona meglio di una verità noiosa.

Infatti i comunicatori del comitato del sì hanno fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista del risultato (dal punto di vista dell’etica, se esistesse un giurì della pubblicità elettorale, la campagna del sì sarebbe stata fermata sul nascere per palese falsità): il concetto ha preso piede ed è stato utilizzato da tutti, in primis dai media.
Fatevi un giro online o leggete i giornali delle ultime settimane: tutti parlano di “referendum sulle trivelle”. Perfino chi si opponeva al referendum ha finito per chiamarlo così.

Se già non è bene che sui media neutrali si imponga un frame di parte (non facciamo i verginelli: alterare l’agenda dei media e il loro linguaggio a favore della propria parte è lo scopo di tutti i comunicatori politici), figuratevi quanto è male se quel frame è pure un enorme falso.

(se può servire come buona notizia, vedo che qualche illuminato nel campo del sì sta iniziando a fare autocritica su questo aspetto che, a bocce ferme, non sembra affatto marginale)

Questo tipo di comunicazione, con le sue punte retoriche, le sue iperboli e le sue scorrettezze testuali e visive ha esacerbato gli animi di molti, che avranno pensato: “come si può non stare dalla parte di chi lotta contro le trivelle che perforano il nostro mare, inondando di petrolio i notissimi pinguini del Mediterraneo? Chi sta dall’altra parte è un mostro!”. I deliri retorici conseguenti e i litigi inevitabili sono un corollario spiacevole, dovuto a premesse brutte.

 

4 – UN REFERENDUM TECNICO, POLITICIZZATO

A essere concreti si è votato su una questione tecnica che, tuttalpiù, ha limitati riflessi sull’economia. Non c’erano grandi cambiamenti all’orizzonte, non erano coinvolte grandi visioni, non si confrontavano due grandi scuole di pensiero o visioni del mondo contrapposte. Insomma, nella sua marginalità, il referendum poteva porre i cittadini di fronte a una scelta politicamente laica.

È accaduto l’esatto contrario: il referendum è diventato, nell’ordine:

  • un modo per fare una specie di “conta interna” che fungesse da preambolo al prossimo congresso del PD
  • un tentato plebiscito anti-Renzi, che ha visto unite tutte le opposizioni al suo governo dai trozkisti a Casa Pound, inclusi numerosi partiti che in passato non solo si sono fatti portatori di una politica antiecologica, ma hanno votato più volte a favore delle trivellazioni contro cui – miracolati? – si sono schierati di recente.
  • l’ennesima battaglia del conflitto tra Stato e Regioni
  • un tentativo un po’ psichedelico ed effimero di “dare la linea” al Governo, facendogli sapere che i cittadini preferiscono le rinnovabili al petrolio. Premio GAC 2016.
  • un modo per il Governo di ottenere una facile vittoria con una prova di forza, umiliando i suoi avversari

Tra coloro che si sono comportati male in questo frangente c’è anche il Governo che, di fronte alla politicizzazione di un referendum che più tecnico non si può, si è buttato nella mischia invece di mantenere un profilo più distaccato e concreto.

In questo scenario di partiti che cercano la rivincita contro chi li ha relegati all’opposizione e in certi casi all’irrilevanza e di politici che cercano la vendetta nei confronti di chi li ha battuti largamente al congresso, ci mancava giusto che l’oggetto di tanto odio rispondesse alle provocazioni. Lo sventurato ha risposto, seppure senza mai eccedere, e i toni sono ulteriormente peggiorati.

 

5 – UN DIBATTITO SULL’ASTENSIONE FATTO DA IGNORANTI

Questa è, per me, la parte più dolorosa di tutte. Purtroppo il dibattito referendario si è svolto quasi interamente su un tema totalmente estraneo al merito del quesito sulla scheda. Si è parlato, infatti, per settimane di astensione dal voto e della sua legalità, opportunità politica, dignità, ecc.

Tema interessantissimo. Continuo a pensare tutto il male possibile di chi non vota per noia o disinteresse.
Peccato che il dibattito spesso abbia visto coinvolte figure non all’altezza, cioè commentatori, giornalisti, politici, ecc. impreparati sulla questione. Vogliamo dirlo bene? La politica e il “sistema” che orbita intorno alla politica non erano preparati a discutere della questione.

Ecco, quindi, che giornalisti (fino ad allora) autorevolissimi, stimati membri della Corte Costituzionale, direttori di giornale, parlamentari, segretari di partito, ecc. hanno creduto alla notizia secondo cui i politici che nell’esercizio delle loro funzioni invitano non votare compiono un reato.
Una bufala clamorosa, dovuta al fatto che nessuno di questi professionisti che si occupano di politica si ricordava che il divieto di propaganda dell’astensione è stato cancellato nel 1993.

Mentre questo equivoco restava irrisolto, si compiva il danno: un atto tattico come l’astensione attiva e informata a un referendum (cioè il modo migliore per far vincere il no) veniva scambiato per il più bieco astensionismo passivo, quello disinteressato, superficiale e francamente odioso. Con l’aggravante di essere reato.

Questo scenario ha invaso i giornali di editoriali accorati su Renzi e Napolitano (che hanno annunciato che si sarebbero astenuti) e ha riempito i social network di temini sul valore del voto e sui nonni che hanno combattuto per la libertà, grazie a due effetti.
Il primo è, come dicevamo, la disinformazione sull’illegalità della propaganda per il non-voto.
Il secondo è una banale generalizzazione per cui quelli che non votano sono tutti uguali: amorfi calpestatori di un diritto democratico, ecc.
Non importa il contesto, non importano le finalità, non importa che buona parte di chi non ha votato lo ha fatto per “votare” no con più efficacia: anche qui molti hanno scelto la superficialità di giudizio, allineandosi a un frame imposto da altri (prevalentemente la minoranza PD, che è andata a votare no per contribuire a raggiungere il quorum, in modo tale da dare addosso a Renzi senza rischiare lo strappo), senza metterlo in discussione.

Ne è venuto fuori un pippone interminabile e ripetitivo sul diritto di voto, che ha mescolato cose diversissime tra loro, condendo tutto con molta retorica, e dimenticando che il fine di una chiamata alle urne è l’ottenimento di un risultato e non l’esercizio “poetico” del diritto di votare. E se quel risultato si ottiene più facilmente non partecipando al voto, ben venga.

6 – USI ALTERNATIVI DEL REFERENDUM

Scusate se sarò banale e pedante. I referendum abrogativi servono a cancellare a furor di popolo una legge sgradita (anzi, visto come si formulano i quesiti, “parti di una legge, spesso non cancellandola ma dandole un nuovo senso”, ma sto divagando).
È difficile che servano ad altro, anche perché la Costituzione prevede che servano solo a quello.

La politica, tuttavia, si ostina a cercare di dare ai referendum significati accessori, principalmente usare i referendum come “messaggi minacciosi” al governo in carica.
Di solito i referendum funzionano malissimo come messaggeri: non sono nati per quello, sono scomodi e costosi e hanno la brutta caratteristica di depotenziare totalmente il numero delle persone coinvolte.

Mi spiego con un esempio: a questo referendum hanno partecipato 14/15 milioni di elettori (perdonate il dato impreciso, ma non è ancora certo mentre scrivo) e il risultato per i promotori è una innegabile, enorme, sconfitta.

Se il fine reale del referendum fosse stato far sapere al governo, seppure con un pretesto un po’ capzioso, che gli italiani ci tengono al mare, vogliono farla finita presto con le fonti energetiche fossili e vogliono un paese che investa sulle rinnovabili, sarebbe stato più intelligente portare un quindicesimo dei votanti in piazza, a Roma.
Immaginatevelo: un milione di persone (non i figuranti di Berlusconi o i pensionati portati in massa dalla CGIL) che manifesta per chiedere una politica ancora più forte sui temi dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile. Una piazza così cambia le cose, in Italia. Soprattutto su un tema di questo genere.
Nessuno ci ha pensato. O forse ci hanno pensato e si sono accorti che alle iniziative in cui si parla di ambiente siamo sempre i soliti 4 gatti (sì, pure io che non ho votato al referendum, sono cause per cui milito da anni) ed è politicamente più spendibile un referendum perso che una mobilitazione che cambia davvero le cose.

In uno scenario in cui si sentono persone di norma preparate attente dire “sì, lo so che il referendum non è sulle trivelle, ma voto lo stesso sì per dire al governo che…”  è normale che i campi del sì e del no non si rispettino, perché una delle due parti è in “missione per dare messaggi al Governo” e l’altra invece ha opinioni diverse sulle licenze delle piattaforme marittime.
Tra chi fa questioni di principio e chi fa questioni pratiche, si sa, non corre buon sangue. E alla meglio non si capiscono

 

E QUINDI? SUCCEDE SEMPRE LA STESSA COSA

Il sovrapporsi (no, non userò mai l’espressione burocratica odiosa “combinato disposto”) di questi 6 temi ha fatto sì che il dibattito politico abbia toccato vette di inenarrabile bassezza, in cui i politici stessi (con l’eccezione, per una volta, di Renzi, che ha tenuto un profilo piuttosto sobrio per le sue abitudini) si sono insultati vicendevolmente sui media tradizionali e sui social network, ciascuno interpretando gli insulti personali ricevuti come se fossero diretti a tutto il suo campo e di conseguenza chiamando a raccolta i propri militanti, per rispondere in massa all’insultatore, con altrettante brutte parole. Insomma, il ritratto perfetto di un’escalation che esaspera i toni, mette gli elettori gli uni contro gli altri e non serve a niente.

Anzi, no. Visto che buona parte dei protagonisti di questa caduta di gusto collettiva sono politici che appartengono alla sinistra o al centrosinistra (se ricordate, al punto 4 segnalavo che questo referendum è diventato anche una questione tribale precongressuale nel PD), questo enorme volare di stracci ha una funzione perfetta: divide ancora di più la sinistra. Ce n’era bisogno, in effetti.

Nel mentre, sono un po’ più disgustato di prima. Anche se ho “vinto”.

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§ 13 Responses to Quando la politica tocca il fondo. E si mette a trivellare"

  • david says:

    Sig. Fabs,

    Le assicuro che non intendevo assoggettare direttamente il Presidente del Consiglio alle disposizioni di una circolare rivolta agli operatori di seggio e La ringrazio per avermi dato occasione di chiarire ogni possibile fraintendimento.

    L’autore del post, nel paragrafo 5, righe 15,16 e 17 afferma che nel 1993 sarebbe avvenuta la cancellazione del divieto di propaganda dell’astensione. Così non è.

    Tale divieto è tuttora vigente ed è contenuto principalmente (ma non solo) nell’art. 98 del DPR 361/57.

    Ho quindi linkato la circolare emanata dal Ministero dell’Interno in occasione dell’ultimo referendum perchè, richiamando espressamente gli operatori di seggio al rispetto del divieto previsto dall’art. 98 DPR 361/57 costituisce la fonte giuridica più recente ed ufficiale confermativa della perdurante vigenza del divieto stesso.

    Tuttavia la norma di legge (che è l’art. 98 DPR 361/57 e non la circolare) non si applica solo agli operatori di seggio ma a chiunque sia investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, come potrà facilmente verificare guglando Decreto Presidente della Repubblica del 30/03/1957 n. 361, art. 98 (e quindi, astrattamente, si applica anche al Presidente del Consiglio).

    Cordialità.

  • suzukimaruti says:

    Shhhhhh! Fabs! Non rovinargli tutto. Sono 10 commenti che cerca il pelo nell’uovo, raviolandosi tutto compiaciuto nella sua prosa leziosa, al cui confronto Carducci è Mario Brega e Matilde Serao, Nina Hagen 🙂

  • suzukimaruti says:

    Non vedevi l’ora di scriverlo, eh.

  • Fabs says:

    David, la circolare che hai linkato è alquanto fuori contesto, perché parla SOLO di quanto avviene nel seggio e dintorni: “i componenti di seggio possono incorrere nelle responsabilità di natura penale previste, […] nei confronti, ad esempio, di chi […] si adopera a vincolare i suffragi degli elettori in un senso o in un altro o ad indurli all’astensione (art. 98);” (http://elezioni.interno.it/contenuti/normativa/Circ_018_ServElet_06-04-2016.pdf)

  • david says:

    La Sua imperfezione verbale, non proprio “millimetrica”, è nel non essersi collocato tra gli ignoranti che hanno partecipato al dibattito.
    Può correggere, ma ormai mi pare superfluo.
    Un sorriso

  • suzukimaruti says:

    ok, ho capito la tecnica. Trovare l’imperfezione verbale, fosse anche millimetrica, nonostante il senso resti identico (e cioè che quelli che stanno denunciando Renzi e Napolitano sono dei poveracci che abboccano alle bufale).
    È la stessa tecnica che usavano i negazionisti dell’Olocausto di fronte alle ricostruzioni dei superstiti: mettevano in discussione dettagli minimi, come il colore degli occhi del nazista X, il corretto spelling del cognome dei gerarchi coinvolti, ecc. E alla prima imprecisione dicevano “visto? visto?” cercando di smontare tutto l’impianto.

  • david says:

    I had you ad debunking…

    Non mi serve una fonte più succinta, mi serva che Lei capisca quel che legge (e quel che scrive).

    Neanche la nuova lucerna iuris linkatami dice che il divieto di propaganda è stato abrogato.

    Ed infatti il Ministero dell’Interno, nella Circolare 18/16, indirizzata agli scrutatori, lettera C) punto c evidenzia la permanenza del divieto a vincolare il voto “o ad indurre all’astensione” (dato che Le piace http://elezioni.interno.it/contenuti/normativa Circ_018_ServElet_06-04-2016.pdf).

    Anche a non volere considerare la norma applicabile al Presidente del Consiglio nell’esercizio delle Sue funzioni Le ripeto, inutilmente temo, che la non configurabilità del fatto nulla ha a che vedere con l’abrogazione – mai avvenuta – della norma.

    Lei ha scritto una cosa errata (per il motivo che preferisce) che è questa: ” il divieto di propaganda dell’astensione è stato cancellato nel 1993″; si metta l’anima in pace.

    Un sorriso.

  • suzukimaruti says:

    il famoso debunking di una bufala che conferma la bufala. ci stiamo credendo tutti in coro.
    In ogni caso, se ti serve un parere più succinto, è tutto analizzato piuttosto bene qui http://www.giornalettismo.com/archives/2080223/referendum-trivelle-astensione-bufala/

  • david says:

    Il testo è davvero chiarissimo, ma dice che il divieto di propaganda non è stato abrogato.

    Per anticipare la speciosa obiezione – puntualmente verificatasi – avevo già scritto che ” l’abrogazione è concetto diverso dalla mancata commissione del fatto”

    Saputello (purtroppo per Lei) sì.

    Un sorriso.

  • suzukimaruti says:

    il testo è chiarissimo e dice che il problema si pone solo se le figure pubbliche compiono questo invito “nell’esercizio delle loro funzioni”. un fine esperto di legge come te saprà sicuramente valutare che non è il caso. (e lasciare gli atteggiamenti da saputello dotato di google al tempo che trovano).
    La politica è una cosa seria.

  • david says:

    Non so che dirLe, perchè anche informandomi alla – autorevolissima – fonte citata apprendo che il divieto di propaganda (per chi esercita funzioni civili) è tuttora in vigore (vedasi punto 3, al termine all’articolo), nè risulta in alcun modo abrogato.

    Nè bufale.net poteva dire diversamente, attesa la perdurante vigenza del combinato disposto degli artt. 98 l. 1936/51 e e 51 l. 352/70 (seppure con riduzione della pena da reclusione a multa).

    Sento di doverLe evidenziare che l’abrogazione è concetto diverso dalla mancata commissione del fatto.

    Dopo la lettura della fonte linkata devo comunque scusarmi per averLe dato del disonesto, perchè il fatto è evidentemente riconducibile a mancata comprensione del testo.

    Comunque, nel Suo caso, il titolo “UN DIBATTITO SULL’ASTENSIONE FATTO DA IGNORANTI” è certamente corretto.

  • david says:

    “Una bufala clamorosa, dovuta al fatto che nessuno di questi professionisti che si occupano di politica si ricordava che il divieto di propaganda dell’astensione è stato cancellato nel 1993”.

    Non è vero il reato di propaganda per chi esercita funzioni civili è rimasto.

    Proprio un bel post onesto.

    Un sorriso.

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