Quando la politica tocca il fondo. E si mette a trivellare

April 18th, 2016 § 13 comments § permalink

In tutta onestà, mi sarei risparmiato volentieri questo referendum.
No, non sto scrivendo un post per segnalare la mia non partecipazione a questo voto, anche perché ne ho già scritto uno e tra l’altro il referendum è fallito, avendo raccolto una partecipazione bassissima, ben sotto il quorum.

Sto parlando del referendum come esperienza: la sua campagna, le sue polemiche, le reazioni che ha suscitato. È stato uno spettacolo spesso avvilente, forse il momento collettivo più basso della politica italiana, sia quella praticata dai professionisti, sia quella chiacchierata da noi elettori.

L’impressione è che, al di là degli sconfitti politici, che sono noti e che ovviamente hanno cantato vittoria ugualmente, perché da noi si fa così (ed è un altro segno di degrado che va avanti indisturbato da anni), i veri sconfitti siamo noi tutti.
Anzi, sconfitti no (tecnicamente la mia parte avrebbe “vinto” questo referendum e anche piuttosto bene): siamo tutti un po’ più sporchi.

È uno sporco involontario, tipo quello che si raccoglie frequentando ambienti malsani, quella polverina sollevata da altri che alla fine ti macchia irreparabilmente la giacchetta e che nel nostro paese sembra essere così inevitabile e ubiqua che abbiamo iniziato a vestirci in tinta.

L’elenco delle nefandezze che questo referendum si è portato dietro è particolarmente deprimente ed è lunghissimo. Confesso che ho iniziato qualche giorno fa a raccoglierle e a catalogarle e ho dovuto rinunciare, perché sono stato travolto dalla quantità di bruttezze che mi si parava di fronte. E ogni giorno ne uscivano di nuove.

In questi casi gli elenchi non funzionano. Meglio ragionare per temi. Ho provato, quindi, a raccogliere le ragioni lunghe per cui questo referendum è stata un’esperienza politica, giornalistica e umana sgradevole in cui tutti abbiamo dato il peggio di noi. Eccole.

1 – POCA CHIAREZZA SULLA NATURA DEL REFERENDUM

A urne chiuse e ad animi raffreddati possiamo riconoscerlo: questo era un referendum molto tecnico, che riguardava alcuni aspetti gestionali del rapporto tra Stato e aziende che usufruiscono delle piattaforme energetiche.
Non era un referendum con una narrazione facile e istantaneamente comprensibile del tipo “caccia sì/no” o “divorzio sì/no”. Era un referendum che, per essere capito, richiedeva come minimo una lunga spiegazione e un serio approfondimento. Approfondimento che viene fatto da una minoranza esigua di elettori e spesso viene fatto male e in modo parziale.

Questo ha generato un contesto di incomprensione generale, in cui ognuno difendeva il proprio scampolo di conoscenza sul tema come se fosse la verità assoluta e intera. E tutti ne sapevamo un pezzo più o meno grosso, senza coglierlo tutto.

 

2 – POCA CHIAREZZA SULLE CONSEGUENZE DEL REFERENDUM

Mentre scrivo, c’è su La Stampa un articolo che affronta il tema “Cosa succede, ora che ha vinto il no”. Ed è un pezzo pieno di incognite, di ipotesi, di valutazioni azzardate.

Per tutta la campagna referendaria, che tratta un tema in cui i cambiamenti in caso di vittoria di sì o del no si sarebbero visti dopo numerosi anni, i dati oggettivi a cui ci si appiglia quando le opinioni sono poco definibili a priori, sono estremamente “ballerini”. Per esempio, quanti posti di lavoro si sarebbero perduti con la vittoria del sì? Chi lo sa? Qualcuno dice 11000, altri 6000, altri dicono zero e ognuno è convinto di avere la cifra esatta.

La realtà è che, trattando di un futuro dai confini incerti, non lo sa nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori. Figuriamoci noi. Si va di ipotesi, che sono la cosa più opinabile e “spinnabile” al mondo.

In uno scenario simile, in cui mancano gli elementi per valutare bene gli effetti (e in cui la causa al punto 1 è a sua volta difficile da cogliere per intero), si perde l’elemento fattuale che è alla base di molti giudizi logici e di buonsenso. Restano giusto i giudizi politici di parte, ma quelli fanno danni al punto seguente, soprattutto se mescolati alla furbizia di certi comunicatori e all’ignavia del giornalismo nostrano.

 

3 – UNA CAMPAGNA BUGIARDA E DI SUCCESSO

Non ne ne vogliano i reduci del comitato per il sì, ma penso tutto il male possibile della loro campagna referendaria. Lo dico da comunicatore, non da elettore (che peraltro arriva alla medesima conclusione).
Aggiungo: è stata una campagna di successo e ho l’impressione che buona parte dei votanti al referendum siano merito suo, perché è riuscita a imporre il proprio linguaggio, i propri termini e la propria visione del mondo al dibattito referendario.
Ha un solo difetto: è stata una campagna disonesta.

Se siete tra quelli che hanno reagito in qualche modo ai problemi esposti al punto 1 di questo elenco, sapete che il referendum non era “sulle trivelle”, ma sulle modalità di erogazione delle concessioni d’uso delle piattaforme di estrazione marine entro le 12 miglia (piattaforme in cui, salvo forse un singolo caso, ma anche qui il tema è dibattuto, non si trivella perché è già stato fatto anni fa: si estraggono a pompaggio i combustibili lì dove si è già trivellato).

Purtroppo l’intera campagna referendaria è stata basata sul concetto di “no alle trivelle”.
I comitati elettorali per il sì si sono chiamati “notriv”, sono stati fatti manifesti con lo slogan e l’hashtag “ferma le trivelle” (anche da associazioni serie come Legambiente) e perfino il logo del comitato per il sì conteneva l’immagine di una piattaforma petrolifera e la scritta, con le maiuscole un po’ a caso, “Ferma le Trivelle” (il premio, tuttavia, va a Sinistra Italiana, che ha prodotto un visual in cui si vede una grossa X cancellare un pozzo di petrolio terrestre, tipo quelli che si vedono nel video di “Rock The Casbah” dei Clash.

Non finisce qui: nonostante la quasi totalità delle piattaforme nel mare italiano estragga metano, gran parte della comunicazione delle forze che hanno appoggiato il sì al referendum si è concentrata sul petrolio, producendo un’infinità di immagini che spaziano dal gabbiano immerso nelle morchie oleose alle maree nere, con un piacevole contorno di piattaforme che bruciano.

Che cosa è successo? È successo che le opportunità offerte da una narrazione forte hanno vinto su una narrazione onesta. Insomma, chiamare a raccolta gli elettori dicendogli di votare no alle trivellazioni nel nostro mare e no agli sversamenti di petrolio è facile e vincente. Impossibile dire di no.

La narrazione di un paese che difende la bellezza delle sue coste e del suo ecosistema marino dall’avidità dei petrolieri è bellissima. È anche completamente falsa, nel caso di questo referendum (salvo i petrolieri, che restano avidi in ogni caso), ma è comunque più forte dire #noalletrivelle che #noaquestomododierogareleconcessionidusodellepiattaformeestrattive.

In comunicazione, si sa, una bella bugia spesso funziona meglio di una verità noiosa.

Infatti i comunicatori del comitato del sì hanno fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista del risultato (dal punto di vista dell’etica, se esistesse un giurì della pubblicità elettorale, la campagna del sì sarebbe stata fermata sul nascere per palese falsità): il concetto ha preso piede ed è stato utilizzato da tutti, in primis dai media.
Fatevi un giro online o leggete i giornali delle ultime settimane: tutti parlano di “referendum sulle trivelle”. Perfino chi si opponeva al referendum ha finito per chiamarlo così.

Se già non è bene che sui media neutrali si imponga un frame di parte (non facciamo i verginelli: alterare l’agenda dei media e il loro linguaggio a favore della propria parte è lo scopo di tutti i comunicatori politici), figuratevi quanto è male se quel frame è pure un enorme falso.

(se può servire come buona notizia, vedo che qualche illuminato nel campo del sì sta iniziando a fare autocritica su questo aspetto che, a bocce ferme, non sembra affatto marginale)

Questo tipo di comunicazione, con le sue punte retoriche, le sue iperboli e le sue scorrettezze testuali e visive ha esacerbato gli animi di molti, che avranno pensato: “come si può non stare dalla parte di chi lotta contro le trivelle che perforano il nostro mare, inondando di petrolio i notissimi pinguini del Mediterraneo? Chi sta dall’altra parte è un mostro!”. I deliri retorici conseguenti e i litigi inevitabili sono un corollario spiacevole, dovuto a premesse brutte.

 

4 – UN REFERENDUM TECNICO, POLITICIZZATO

A essere concreti si è votato su una questione tecnica che, tuttalpiù, ha limitati riflessi sull’economia. Non c’erano grandi cambiamenti all’orizzonte, non erano coinvolte grandi visioni, non si confrontavano due grandi scuole di pensiero o visioni del mondo contrapposte. Insomma, nella sua marginalità, il referendum poteva porre i cittadini di fronte a una scelta politicamente laica.

È accaduto l’esatto contrario: il referendum è diventato, nell’ordine:

  • un modo per fare una specie di “conta interna” che fungesse da preambolo al prossimo congresso del PD
  • un tentato plebiscito anti-Renzi, che ha visto unite tutte le opposizioni al suo governo dai trozkisti a Casa Pound, inclusi numerosi partiti che in passato non solo si sono fatti portatori di una politica antiecologica, ma hanno votato più volte a favore delle trivellazioni contro cui – miracolati? – si sono schierati di recente.
  • l’ennesima battaglia del conflitto tra Stato e Regioni
  • un tentativo un po’ psichedelico ed effimero di “dare la linea” al Governo, facendogli sapere che i cittadini preferiscono le rinnovabili al petrolio. Premio GAC 2016.
  • un modo per il Governo di ottenere una facile vittoria con una prova di forza, umiliando i suoi avversari

Tra coloro che si sono comportati male in questo frangente c’è anche il Governo che, di fronte alla politicizzazione di un referendum che più tecnico non si può, si è buttato nella mischia invece di mantenere un profilo più distaccato e concreto.

In questo scenario di partiti che cercano la rivincita contro chi li ha relegati all’opposizione e in certi casi all’irrilevanza e di politici che cercano la vendetta nei confronti di chi li ha battuti largamente al congresso, ci mancava giusto che l’oggetto di tanto odio rispondesse alle provocazioni. Lo sventurato ha risposto, seppure senza mai eccedere, e i toni sono ulteriormente peggiorati.

 

5 – UN DIBATTITO SULL’ASTENSIONE FATTO DA IGNORANTI

Questa è, per me, la parte più dolorosa di tutte. Purtroppo il dibattito referendario si è svolto quasi interamente su un tema totalmente estraneo al merito del quesito sulla scheda. Si è parlato, infatti, per settimane di astensione dal voto e della sua legalità, opportunità politica, dignità, ecc.

Tema interessantissimo. Continuo a pensare tutto il male possibile di chi non vota per noia o disinteresse.
Peccato che il dibattito spesso abbia visto coinvolte figure non all’altezza, cioè commentatori, giornalisti, politici, ecc. impreparati sulla questione. Vogliamo dirlo bene? La politica e il “sistema” che orbita intorno alla politica non erano preparati a discutere della questione.

Ecco, quindi, che giornalisti (fino ad allora) autorevolissimi, stimati membri della Corte Costituzionale, direttori di giornale, parlamentari, segretari di partito, ecc. hanno creduto alla notizia secondo cui i politici che nell’esercizio delle loro funzioni invitano non votare compiono un reato.
Una bufala clamorosa, dovuta al fatto che nessuno di questi professionisti che si occupano di politica si ricordava che il divieto di propaganda dell’astensione è stato cancellato nel 1993.

Mentre questo equivoco restava irrisolto, si compiva il danno: un atto tattico come l’astensione attiva e informata a un referendum (cioè il modo migliore per far vincere il no) veniva scambiato per il più bieco astensionismo passivo, quello disinteressato, superficiale e francamente odioso. Con l’aggravante di essere reato.

Questo scenario ha invaso i giornali di editoriali accorati su Renzi e Napolitano (che hanno annunciato che si sarebbero astenuti) e ha riempito i social network di temini sul valore del voto e sui nonni che hanno combattuto per la libertà, grazie a due effetti.
Il primo è, come dicevamo, la disinformazione sull’illegalità della propaganda per il non-voto.
Il secondo è una banale generalizzazione per cui quelli che non votano sono tutti uguali: amorfi calpestatori di un diritto democratico, ecc.
Non importa il contesto, non importano le finalità, non importa che buona parte di chi non ha votato lo ha fatto per “votare” no con più efficacia: anche qui molti hanno scelto la superficialità di giudizio, allineandosi a un frame imposto da altri (prevalentemente la minoranza PD, che è andata a votare no per contribuire a raggiungere il quorum, in modo tale da dare addosso a Renzi senza rischiare lo strappo), senza metterlo in discussione.

Ne è venuto fuori un pippone interminabile e ripetitivo sul diritto di voto, che ha mescolato cose diversissime tra loro, condendo tutto con molta retorica, e dimenticando che il fine di una chiamata alle urne è l’ottenimento di un risultato e non l’esercizio “poetico” del diritto di votare. E se quel risultato si ottiene più facilmente non partecipando al voto, ben venga.

6 – USI ALTERNATIVI DEL REFERENDUM

Scusate se sarò banale e pedante. I referendum abrogativi servono a cancellare a furor di popolo una legge sgradita (anzi, visto come si formulano i quesiti, “parti di una legge, spesso non cancellandola ma dandole un nuovo senso”, ma sto divagando).
È difficile che servano ad altro, anche perché la Costituzione prevede che servano solo a quello.

La politica, tuttavia, si ostina a cercare di dare ai referendum significati accessori, principalmente usare i referendum come “messaggi minacciosi” al governo in carica.
Di solito i referendum funzionano malissimo come messaggeri: non sono nati per quello, sono scomodi e costosi e hanno la brutta caratteristica di depotenziare totalmente il numero delle persone coinvolte.

Mi spiego con un esempio: a questo referendum hanno partecipato 14/15 milioni di elettori (perdonate il dato impreciso, ma non è ancora certo mentre scrivo) e il risultato per i promotori è una innegabile, enorme, sconfitta.

Se il fine reale del referendum fosse stato far sapere al governo, seppure con un pretesto un po’ capzioso, che gli italiani ci tengono al mare, vogliono farla finita presto con le fonti energetiche fossili e vogliono un paese che investa sulle rinnovabili, sarebbe stato più intelligente portare un quindicesimo dei votanti in piazza, a Roma.
Immaginatevelo: un milione di persone (non i figuranti di Berlusconi o i pensionati portati in massa dalla CGIL) che manifesta per chiedere una politica ancora più forte sui temi dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile. Una piazza così cambia le cose, in Italia. Soprattutto su un tema di questo genere.
Nessuno ci ha pensato. O forse ci hanno pensato e si sono accorti che alle iniziative in cui si parla di ambiente siamo sempre i soliti 4 gatti (sì, pure io che non ho votato al referendum, sono cause per cui milito da anni) ed è politicamente più spendibile un referendum perso che una mobilitazione che cambia davvero le cose.

In uno scenario in cui si sentono persone di norma preparate attente dire “sì, lo so che il referendum non è sulle trivelle, ma voto lo stesso sì per dire al governo che…”  è normale che i campi del sì e del no non si rispettino, perché una delle due parti è in “missione per dare messaggi al Governo” e l’altra invece ha opinioni diverse sulle licenze delle piattaforme marittime.
Tra chi fa questioni di principio e chi fa questioni pratiche, si sa, non corre buon sangue. E alla meglio non si capiscono

 

E QUINDI? SUCCEDE SEMPRE LA STESSA COSA

Il sovrapporsi (no, non userò mai l’espressione burocratica odiosa “combinato disposto”) di questi 6 temi ha fatto sì che il dibattito politico abbia toccato vette di inenarrabile bassezza, in cui i politici stessi (con l’eccezione, per una volta, di Renzi, che ha tenuto un profilo piuttosto sobrio per le sue abitudini) si sono insultati vicendevolmente sui media tradizionali e sui social network, ciascuno interpretando gli insulti personali ricevuti come se fossero diretti a tutto il suo campo e di conseguenza chiamando a raccolta i propri militanti, per rispondere in massa all’insultatore, con altrettante brutte parole. Insomma, il ritratto perfetto di un’escalation che esaspera i toni, mette gli elettori gli uni contro gli altri e non serve a niente.

Anzi, no. Visto che buona parte dei protagonisti di questa caduta di gusto collettiva sono politici che appartengono alla sinistra o al centrosinistra (se ricordate, al punto 4 segnalavo che questo referendum è diventato anche una questione tribale precongressuale nel PD), questo enorme volare di stracci ha una funzione perfetta: divide ancora di più la sinistra. Ce n’era bisogno, in effetti.

Nel mentre, sono un po’ più disgustato di prima. Anche se ho “vinto”.

Il mio sì a un referendum contro le trivelle

April 12th, 2016 § 49 comments § permalink

Siamo onesti: il referendum contro le trivelle merita tutti i nostri sì. Trivellare in mezzo al mare per ottenere combustibili fossili è un metodo antiquato e pericoloso.

Il futuro dell’energia è altrove, cioè nelle energie rinnovabili ed è un futuro che dobbiamo concretizzare il più possibile e il prima possibile: le tecnologie sono mature, l’efficienza degli impianti è migliorata enormemente e investire in una politica energetica che sostituisca i vecchi modi di produrre l’energia con quelli più nuovi, ecologici e intelligenti non è più una questione di facciata, ma una realtà praticabile e praticata da tutti i paesi civili, inclusa l’Italia. Ma si può sempre (e in questo caso si deve) fare di più

Insomma, a parte i peggiori petrolieri (ne esistono di migliori? o sono un falso inferenziale come il Duplo Nocciolato Pesante?) e i loro sodali, esiste ancora qualcuno che crede in un futuro fatto di combustibili fossili? Direi di no.

Poi, ovvio, c’è chi si dice contrario ai combustibili fossili e vota anche contro le pale eoliche nell’entroterra e off-shore, contro i campi di pannelli solari, contro gli impianti a biomasse, ecc. Ma sono di fatto i grillini e i pochi sopravvissuti alla cultura della decrescita: gente che è ancora alle prese con qualche pezzo di infanzia irrisolto. Insomma, quelli che sanno benissimo cosa non vogliono, ma non si sono mai posti il problema di cosa vogliono al suo posto, se non in termini vaghi.

Dimentichiamoli per un attimo e concentriamoci sul referendum contro le trivelle. È una causa per cui vale la pena militare in assoluto e ancor più se si è italiani: viviamo di turismo e lo facciamo in gran parte grazie alle nostre coste, che attirano milioni di turisti e producono, per il solo fatto di esistere ed essere belle e sane, una parte non indifferente del nostro PIL. Ne andiamo anche molto orgogliosi, penso.
Insomma, l’Italia “vende” e si gode due cose non negoziabili e da difendere: la propria natura e il proprio paesaggio. È inutile e pericoloso mettere entrambe a repentaglio con una politica di trivellazioni sotto costa per avere un po’ di idrocarburi in più. Non vale la pena, davvero.

Quindi invito tutti a fare come me e votare sì al referendum contro le trivelle in mare, il giorno che sarà necessario istituirne uno.

Quel giorno non è arrivato e con buona probabilità non arriverà mai, visto che di recente è stata fatta una legge che impedisce di fare trivellazioni all’interno delle acque territoriali italiane e il referendum che ci sarà tra qualche tempo riguarda tutt’altro.

Ecco un'immagine della campagna per il sì, che dice bellamente il falso. (con un mio commentino sotto)

Ecco un’immagine della campagna per il sì, che dice bellamente il falso.
(con un mio commentino sotto)

Ehi, ma io ho visto i poster con le trivelle, il petrolio e i gabbiani impastati!

Eppure i manifesti che vediamo per strada, alcuni titoli di giornale, qualche raro post che troviamo online parlano di un imminente referendum “sulle trivelle”, cosa sta succedendo?

Sta succedendo che ci stanno prendendo in giro.
Tra alcuni giorni ci sarà, in effetti, un referendum, ma questo non riguarderà per niente le trivelle e le trivellazioni, visto che sono impedite dalla legge.

Il referendum sarà – reggetevi forte – sulle concessioni in licenza delle piattaforme energetiche in mare, cioè gli impianti che vengono costruiti *dopo* le trivellazioni e che recuperano l’energia dai giacimenti, permettendone il trasferimento sulla terraferma.

Se siete appassionati di minimalismo politico, ecco a voi il tema del referendum: decidere se fermare le licenze d’uso delle piattaforme dopo un numero arbitrario di anni, senza nessuna ragione apparente, oppure utilizzarle fino alla fine del giacimento su cui insistono. Stiamo parlando di poche decine di piattaforme (tra l’altro quasi tutte a metano, che tra le energie fossili è la più pulita), giusto per avere chiara la portata della consultazione.

Lo so, lo so. Un referendum su un aspetto così minimale è folle e la prima opzione non ha senso. Perché sprecare un giacimento per cui si è già trivellato anni fa? Visto che in passato siamo stati così avventati da trivellare (che è la sola cosa pericolosa), perché non cercare di ottenere il massimo da una scelta sbagliata?

Non c’è una ragione logica. Ce ne sono molte politiche, che viaggiano sul versante simbolico: dire, attraverso una rinuncia/spreco di risorse che abbiamo a disposizione a rischio zero, un forte e pleonastico “no” alle energie fossili nonostante ci sia già una legge appena fatta in linea con questa posizione, oppure – è la più gettonata – posizionarsi politicamente dalla parte avversa all’attuale governo, che si è schierato per l’opzione logica: il danno è stato fatto in passato, massimizziamo il risultato delle ultime piattaforme rimaste, tanto nelle nostre acque territoriali non se ne faranno di nuove.
Vi risparmio le ragioni strettamente “partitiche”, che poi sono quelle vere alla base di questo referendum (fondamentalmente una lotta senza quartiere e con ogni mezzo necessario – anche un referendum farlocco – a Renzi da parte dei suoi avversari interni ed esterni, oltre a un perenne contrasto Stato-Regioni).

Ci sarebbero anche un bel po’ di conseguenze negative ulteriori – al di là dell’atto assurdo – a un’eventuale vittoria del sì al referendum sulle licenze delle piattaforme energetiche: un calo notevole e rapido (così da non consentire una valida politica di ricollocamento/formazione dei lavoratori) dell’occupazione in alcune regioni e soprattutto la necessità per l’Italia di comprare all’estero (per un bel po’ di anni, cioè il tempo necessario per integrare l’energia fossile persa con altre forme rinnovabili) l’energia che non estrarrebbe dalle piattaforme.

Questa arriverebbe da noi in parte per nave. E le navi che portano idrocarburi, soprattutto le petroliere, inquinano, sono ad alto rischio di incidenti. Immaginatevi cosa comporterebbe un riversamento di idrocarburi in un mare chiuso come l’Adriatico. Tra le piattaforme d’estrazione, che sono sicurissime (zero incidenti in quarant’anni) e le petroliere, che sono dei disastri ecologici viaggianti, nessuno ha dubbi.
Ecco perché ci sono valide ragioni ecologiche ed economiche (e sociali), oltre a quelle puramente logiche, per opporsi a questo referendum.

 

La politica si è accorta che non siamo intelligentissimi.

Perché sta succedendo tutto questo? Perché c’è un referendum su un tema e ci viene venduto come un referendum su tutt’altro?

La risposta non credo vi piacerà, ma ci riguarda.
Il fatto è che la politica si è accorta che siamo al contempo molto interessati a cosa ci succede attorno e molto superficiali.
Insomma, il mondo politico (con gradi diversi di sfacciataggine) ha scoperto che può tranquillamente proporre una narrazione parziale o, come in questo caso, totalmente falsa alla nostra voglia di sapere. E noi in gran parte ci cascheremo.

Quindi tutti i poster in cui vedete la scritta “no alle trivelle”, tutti i “comitati notriv”, tutte le immagini della campagna per il sì che dicono “salviamo il nostro mare” o mostrano foto terribili di gabbiani inzaccherati di morchia oleosa sono un palese caso di truffa politica. Una truffa a noi, elettori di sinistra, da parte di realtà che si schierano in gran parte a sinistra o le sono vicine.

Questo modo di fare politica attraverso iperboli che diventano bugie condivise purtroppo funziona. Il Movimento 5 Stelle ha costruito buona parte del proprio seguito utilizzando questa strategia, cioè diffondendo centinaia di notizie false, esagerate, iper-allarmiste, imprecise, ecc. su finte testate neutre, con un solo fine: confermare un proprio frame narrativo del tipo “noi tanti, buoni e onesti contro il malaffare dei partiti”.
È una tattica che lavora per accumulo e, come certe droghe, funziona solo se le dosi aumentano col passare del tempo. Ecco perché la disinformazione grillina non disdegna anche contenuti complottisti ben oltre il limite del ridicolo o palesi bugie, spesso erogate dal blog di Beppe Grillo stesso. Serve alzare il tiro sempre di più.

Anche la destra salviniana se la cava con questo metodo. Le decine di panzane sugli immigrati pagati, violentatori (e immediatamente scarcerati dalla Boldrini in persona, con la Kyenge che l’aspetta in macchina), ecc. diffuse dai giornali della destra o da finti giornali o gruppi Facebook specifici hanno un solo compito: fomentare l’odio, imponendo la narrazione di un paese invaso dai barbari, che hanno palesi complici “comunisti” che non vedono l’ora di islamizzare il paese. Suona assurdo, nelle vostre menti ragionevoli, logiche e ben informate? Chi se ne frega. Basta che funzioni. E funziona.

 

La sinistra che fa come la destra. E perde la “verginità etica”.

La brutta notizia è che questa tattica inizia a essere usata anche a sinistra. La campagna per il sì al referendum sulle piattaforme è, da questo punto di vista, un’orribile prima volta  e, duole dirlo, un successo di agenda-setting.

L’idea di adottare una narrazione facile facile, su cui è impossibile non schierarsi dalla parte giusta, cioè i poveri italiani amanti del loro paese contro i petrolieri devastatori e inzaccheratori di gabbiani, è vincente.
Poco importa che sia palesemente falsa. Tanto è così potente da imporsi sui media, perfino quelli più attenti e virtuosi come IlPost, che titola “Al referendum sulle *trivellazioni* come votano i partiti?” un suo (peraltro ottimo e ben informato, al di là della svista sul titolo) articolo sulle diverse posizioni dei partiti in merito alla questione.

Stiamo, quindi, assistendo a una progressiva degradazione del modo di fare comunicazione politica. Alle balle della destra grillina e della destra post-berlusconiana si sono aggiunte le balle della sinistra-sinistra e di movimenti e associazioni che fino a qualche giorno fa consideravo seri e credibili (e per i quali in alcuni casi ho militato per anni).
La portata di questa deriva bugiarda non è da sottovalutare: credo che a sinistra si sia persa una “verginità etica”, sotto questo aspetto (sotto altri abbiamo già dato ampiamente, eh). Non è una bella notizia.

Attenzione: non è tutto rose e fiori nemmeno nel PD e nel Governo, dove talvolta lo “spinning” applicato a fatti, numeri e fenomeni si è rivelato eccessivo. Certo è che, in un contesto in cui tutti gli oppositori mentono spudoratamente con toni e retoriche di rara enfasi, le apodittiche slide renziane sono- quando eccedono – una forma lieve di un male che altrove è più grande.

 

Le “scie chimiche di sinistra”. Per un’ecologia della comunicazione politica. 

Si è persa la serietà, in politica? Credo di sì, almeno in parte. E credo che il peggio debba ancora arrivare. E non c’è una pacificazione dei toni o una civilizzazione in vista. Questo non è un accidente: è un metodo politico che sfrutta la “neutralità giornalistica” dei mezzi di comunicazione odierni, abusa dell’eccesso di informazione disponibile e sfrutta, riconosciamolo, il nostro essere frettolosi, superficiali e, spesso, sprovvisti di mezzi per distinguere il vero dal falso.

Insomma, se lasciamo fare ai comunicatori politici, salvo rari casi, il fenomeno “frame narrativo sorretto da un’impalcatura di balle create ad arte” credo dilagherà e coinvolgerà tutti, un po’ perché funziona, un po’ per emulazione, un po’ per autodifesa.

Gli unici che possono fare qualcosa per fermare questa deriva verso un paese ancora più ridicolo di così siamo noi utenti/lettori.
Passiamo interi pomeriggi a ridere dietro a quelli che credono alle scie chimiche, al bicarbonato che cura i tumori, ai complottismi esilaranti di Socci contro Papa Francesco, agli articoli psichedelici di Giulietto Chiesa o alle teorie ubriache sul signoraggio bancario. Ora tocca a noi.

Il finto referendum sulle trivelle è la nostra scia chimica, la nostra sirena, i nostri Elohim, la nostra Boldrini che fa la ragazza coccodè (scegliete voi la panzana da creduloni che più vi aggrada).

Vediamo di non abboccare. Non prestiamoci al gioco, così come abbiamo imparato a non “nutrire” i troll online, evitiamo di farlo con la politica che ci trolla.

Ecco perché, da ecologista, da uomo di sinistra ma soprattutto da persona che teme l’inquinamento etico oltre a quello ambientale, mi rifiuto di prendere parte a questo referendum.

È una posizione informata di astensionismo attivo, più forte del “no”, perché dice no al merito del referendum (e sì al buonsenso) e dice “no” al metodo politico bugiardo e truffatore che è stato usato per comunicarlo.
Da persona che odia l’astensionismo, mi asterrò: non voglio dare dignità, col mio voto, a un’operazione truffaldina e con obiettivi politicanti ben diversi dal merito della questione.

Io alle scie chimiche, anche se autoprodotte a sinistra, continuo a non credere. E conto lo facciate anche voi, laici, scettici, logici e di buonsenso.

 

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Nota bene: scrivo queste cose da persona che, se non fossero stati superati dalla legge che ne ha accolto in buona parte le istanze, avrebbe votato e fatto campagna a favore di buona parte dei referendum (quelli sì) contro le trivelle che erano stati presentati.
E se si facesse un’iniziativa politica (credo a livello europeo o di paesi che affacciano su certi mari condivisi) per impedire le trivellazioni al di fuori delle acque nazionali, parteciperei volentieri.

Seconda nota: arriverà sicuramente qualcuno a commentare “eh, però Renzi…”. Ecco, mi rivolgo proprio a voi che lo farete. Non ho nessun problema con la vostra posizione, anzi apprezzo comunque e sempre il dibattito (gradirei, a dire il vero, che aveste qualche alternativa da suggerire, ma fa lo stesso), ma vi chiedo di non cedere all’ipocrisia.
Insomma, preferisco che mi diciate “odio Renzi e voto per principio contro lui, si trattasse anche di abolire il gelato” piuttosto che vi arrampichiate sugli specchi con argomenti ridicoli (il più gettonato è “voto sì perché vorrei che lo stato si facesse pagare royalties più alte dai gestori delle piattaforme”, cosa che non richiede un referendum, ma banalmente una trattativa)

 

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