Il sollievo, la tristezza e le pacche sulle spalle. Una postilla a freddo

December 17th, 2015 § 2 comments

È un po’ colpa di Facebook, che mi ha svegliato con un “Enrico, ecco il tuo 2015 in breve!” su cui non ho cliccato, visto l’anno che ho dovuto affrontare.

Però mi ha fatto di nuovo riflettere ancora sugli ultimi 15 mesi alle prese con la malattia e la morte di mia madre, ora che è tutto un po’ più tranquillo e meno concitato.

Ho un po’ di pensieri da condividere.

 

Il traghetto del sollievo 

Mi hanno scritto in tanti, dopo che ho raccontato cosa è significato per me accompagnare un parente ammalato nel suo percorso. Molti avevano la necessità, magari covata per anni, di condividere un dolore simile, di raccontare la propria storia, di cercare qualche forma di conforto tra compagni di sventura. Altri erano alle soglie del piccolo inferno che la mia famiglia ha dovuto attraversare e guardavano al futuro preoccupati.

Per tutti non sono stato in grado di andare oltre alle parole di circostanza che confidiamo siano di conforto. Però credo di aver capito che la condivisione è parte della cura. Non so quanto sia rilevante, ma so che è uno degli ingredienti fondamentali nella ricetta del sollievo. È un sentimento che ho trascurato per molto tempo, ma è un ottimo traghetto verso la serenità, oltre a essere un formidabile generatore di buona musica.

 

Come sto?

Come sto? Me lo chiedono in molti. Non so rispondere bene. Per dirla coi Kina, ho più cicatrici di prima, sorrido un po’ meno, forse penso di più.

Credo che siamo attrezzati a sopravvivere ai nostri genitori dal punto di vista biologico e sentimentale. In più, in 15 mesi di sofferenze ho pre-elaborato una buona parte del lutto atteso. Non sono stato colto di sorpresa e mi sono portato avanti col lavoro, insomma. Credo sia la prima volta che mi capita.

Confesso che talvolta mi sento un po’ in colpa perché evidentemente manifesto meno sofferenza di quanto la gente si aspetta. È un fenomeno strano: gli amici ti scrivono “sarai devastato, immagino”, i colleghi in agenzia ti accolgono con facce funeree, occhi arrossati, sguardi pieni di pena, abbracci lunghi. E tu sei profondamente grato per tutto questo affetto e questa attenzione e non hai cuore di dirgli che stai per andare in pizzeria, hai appena prenotato le vacanze invernali e sei arrivato in agenzia sgambettando con questa cosa qui in cuffia.

Forse è un mio limite, ma non riesco a concentrare la tristezza: la diluisco, a piccole dosi mi riesce perfino di trasformarla in altro (in tenerezza, in sensibilità, in pensieri un po’ meno superficiali del solito). Incredibilmente, migliora le cose. È un fenomeno un po’ inspiegabile, ma è come quella punta di nero che l’imbianchino mette nella vernice bianca per rendere i muri ancora più bianchi. Tecnicamente non ha senso, ma funziona.

 

Come può una pacca arginare il male?

Non ho rinunciato a trovare un senso alle cose e non ho ceduto al nichilismo o al fatalismo. Nel post precedente lamentavo la mancanza, nella mia vita, di un dio che spieghi (anche malamente o ipocritamente, come fanno buona parte delle grandi religioni) il perché della gratuità della morte e del dolore.

Dopo una grande sofferenza di cui non si è responsabili è umano chiedersi un perché, cercare un senso e aggrapparsi a esso per non trovarsi a pensare che siamo solo insignificanti insetti stagionali, in balia di cose più grandi di noi.
Non ho trovato risposte, ma mi sono ricordato di una pacca ricevuta sulle spalle.
Mi spiego meglio.
Nel “reparto degli uomini rotti” – cioè il day hospital di neurologia di un grande ospedale della mia città – che mi è capitato di frequentare a lungo negli ultimi mesi c’è un signore che si presenta ogni mattina alle 7 e 30. Avrà una settantina d’anni, è sempre vestito con discreta eleganza, ha un anacronistico borsello da uomo e uno sguardo severo.

Passa l’intera giornata lì, nel reparto. A qualsiasi ora passi nel day hospital, lui c’è.
Tiene il posto sulle poche panche a disposizione di chi fa la coda, fa due chiacchiere del genere “e allora, come andiamo?” con gli uomini rotti di passaggio o con chi li accompagna, ogni tanto si siede accanto a te e ti chiede “tutto bene?”.
E talvolta dà una silenziosa pacca sulle spalle a un perfetto sconosciuto che è lì per accompagnare sua mamma e non è allegrissimo.
Non fa molte parole, non sembra esibire doti umane straordinarie, non va un passo più in là della discrezione. È lì per ascoltare e per “esserci”.

Non ho bene idea di chi possa essere, probabilmente è un volontario dell’AISM, forse è qualcuno che ha perso una persona cara per una delle malattie terribili che si affrontano in quel reparto e ha deciso di provare a farci qualcosa.
Quello che so è che è un signore che a una serena pensione alla bocciofila ha preferito erogare quotidianamente pacche sulle spalle e scampoli di attenzione in un luogo dove c’è un bisogno della madonna di pacche sulle spalle.

Se la condivisione del dolore è una frazione che rompe l’unità del tuo male e la divide in parti più piccole e affrontabili, sembra quasi che il suo ruolo sia quello di un utilissimo +1 nel denominatore.

Mi sono fatto l’idea – ma è più un’intuizione o forse una mezza speranza – che il senso che sto cercando, per quanto inafferrabile, passi anche da lì. Non so spiegarmi bene il perché, forse è il mio fascino – da irregolare oblomoviano – per la dedizione, forse è la gratuità dell’andare verso il prossimo, forse è l’ingenuità di cercare di fermare il male a colpi di pacche sulle spalle, forse è qualcosa che mi sfugge. Non capisco molto.

So che in un’epoca in cui tutti riempiamo le nostre timeline di appelli a fare “random acts of kindness”, vederne uno reale mi ha fatto piacere. E l’esempio di quel signore senza nome mi ha fatto venire voglia di condividere con gli altri qualche pacca sulle spalle in più.

§ 2 Responses to Il sollievo, la tristezza e le pacche sulle spalle. Una postilla a freddo"

  • livepaola says:

    Mi sembri Sheryl Sandberg nel post del 3 giugno.

  • Roberto B. says:

    “Shared pain is lessened; shared joy, increased—thus do we refute entropy.” Spider Robinson, Callahan’s Crosstime Saloon

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