Il reparto degli uomini rotti. Storia degli ultimi 15 mesi accanto a mia mamma

December 5th, 2015 § 158 comments

Vi avverto subito: questo è un post triste, che non credo vogliate leggere e che penso serva più a me come psicoterapia che a voi come intrattenimento. Quindi fatevi un favore: se non siete in vena di contenuti spiacevoli, passate ad altro.

Racconta le considerazioni sparse raccolte in un anno e tre mesi in cui ho accompagnato mia madre nel suo percorso di malattia. Non c’è un lieto fine. E neanche il più sottovalutato dei sentimenti, il sollievo. Vi ho avvertiti.

Se vi è mai capitato di guardare un film appartenente alla categoria dei cosiddetti “cancer movie” americani, con buona probabilità ne conoscete il copione: un evento sconvolgente come la malattia è l’occasione per unire famiglie problematiche, sanare offese, far riparlare gente che si tiene il muso da decenni e così via.
Sono film positivi, pieni di serenità “finale”, di solidarietà, di senso di piacere nel “ritrovarsi”, di identità.
Di solito finiscono con una scena in una camera da letto piena di sole, con vasi pieni di fiori bellissimi e tutti i protagonisti che, tra una lacrima e l’altra, hanno trovato al capezzale del moribondo una ragionevole closure per i loro problemi. Lui muore sereno: la sua vita ha un senso. Sigla.

Vivo in un cancer movie da più di un anno, per mia (relativa) fortuna non da protagonista, ma da figlio unico di una madre malata e, da poche ore, morta.

Vorrei tanto potervi scrivere che l’esperienza di un cancro terminale in famiglia è tutto sommato meno peggio di quanto si pensi e che quei film che passano su Hallmark Channel (che ora ha cambiato nome e si chiama Diva Tv) e Rete 4 al mattino raccontano la verità. Non è così. Per niente.

 

CODE E RALLENTAMENTI

Ho poco da dire sulla malattia di mia mamma: ha avuto un glioblastoma, che è un tumore al cervello che in media lascia poco più di un anno di vita da quando si manifesta. Non si cura in nessun modo, colpisce una persona ogni diecimila e non dipende dallo stile di vita. Se non fossi ateo, direi che ha tutte le caratteristiche di un castigo divino, ma al rallentatore.

Ecco, il rallentatore è un’immagine adatta per definire l’ultimo anno che abbiamo vissuto, come famiglia (concetto da noi molto minimale: mia madre, la mia compagna e io, figlio unico).
Gestire un tumore che non ti inchioda a un letto d’ospedale in Italia è prima di tutto un’impresa logistica di portata enorme. E poi è una grande fatica materiale, oltre che psicologica.
Ma è soprattutto un grande esercizio di attesa, perché – paradossalmente in un contesto in cui il tempo è poco e inevitabilmente fai il conto alla rovescia – l’attività più praticata dai malati e dalle loro famiglie è aspettare, aspettare, aspettare. Li chiamano pazienti, non a caso.

Ho passato buona parte degli ultimi 15 mesi in coda. Un tumore ti fa fare code per tutto: per una ricetta, per una visita medica, per un trattamento, per i farmaci, per un’esenzione.
Sembra quasi che l’esperienza sanitaria del cancro in Italia sia disegnata per distrarti dal male a colpi di incombenze e adempimenti burocratici.
Ecco un esempio. Per ottenere una visita con un oncologo dell’ospedale che ti segue, cosa che in certi casi avviene una o due volte alla settimana, sono necessari questi passaggi:

  1. andare all’ospedale a ritirare dallo specialista il foglio con cui si richiede la visita in una certa data a un certo orario, attività che comporta una coda negli orari striminziti dei desk degli ospedali, che ovviamente sono aperti solo quando le persone sane che badano ai malati di norma sono al lavoro
  2. portare la richiesta di vista al medico curante del malato, in modo tale che produca un’impegnativa formale, cosa che comporta altre ore di coda nello studio del medico
  3. ritirare l’impegnativa dal medico curante (che non te la fa live, ma te la consegna il giorno dopo, previa altra coda per il ritiro)
  4. la mattina del giorno in cui hai la visita (anche se la visita è al pomeriggio), presentare al banco prenotazioni dell’ospedale (altra coda, nel caso dell’ospedale Molinette di Torino, chilometrica) l’impegnativa del medico curante per ottenere un foglio di “via libera” per fare una visita che l’oncologo stesso ti ha già fissato al punto 1.
  5. fare materialmente la visita, tenendo conto che nonostante la prenotazione avverrà con un notevole ritardo rispetto all’orario prefissato e dovrai fare un po’ di coda

Immaginate di avere una malattia invalidante e di dover seguire da soli tutta questa procedura inutile e produttrice di nulla (se non posti di lavoro inutili da passacarte: chi vi dice che non è possibile fare tagli alla spesa sanitaria senza tagliare i servizi vi prende in giro).
Un giorno, mentre ero in coda, ho fatto il conto: porta via 3 mezze giornate, tra spostamenti, parcheggio e code, code, code. Ed è tutto rigorosamente analogico al 100%.

Mia madre, a cui non è mai mancato il senso dell’umorismo nemmeno nei momenti peggiori, l’ha messa giù così: “per essere ammalati in Italia bisogna avere una salute di ferro”.

 

IL REPARTO DEGLI UOMINI ROTTI

Tra una coda e l’altra, l’esperienza ti cambia.

So cosa succede al tuo interno, dal momento in cui una dottoressa più giovane e a disagio di te ti dice “tua madre ha 12-15 mesi di vita” e due minuti dopo ti ritrovi straziato su una panchina in un’aiuola bruttissima poco fuori dall’ospedale a riflettere sul futuro, sentendo ostile ogni molecola del pianeta.

Può sembrare un paradosso, ma vivendo un male personalissimo ho scoperto il dolore altrui. L’ho fatto frequentando assiduamente il day hospital di neurologia di un ospedale della mia città.
Affettuosamente lo chiamo “il reparto degli uomini rotti”: in un corridoio scrostato che il personale (ottimo, umano, capace di andare ben oltre il dovere) ha cercato di rendere il più possibile allegro e a misura d’uomo si alternano – in coda per i trattamenti, per i prelievi, per il consulto coi medici – malati di tumore al cervello, malati di SLA e di sclerosi multipla.

Le persone che vedi funzionare alla perfezione il lunedì, la settimana seguente magari sono in sedia a rotelle o zoppicano, tremano, hanno una parte di cranio pelata. Poi un giorno non le vedi più.
Sono uomini rotti, a cui non funzionano dei pezzi e sanno che ne perderanno altri. Ma non rinunciano: si vogliono curare, lottano (spesso disperatamente) e rivendicano un ruolo, un’identità e una dignità anche da rotti. Si ripara poco, con quelle malattie. Ma lì dentro si cerca di dare un senso a una vita fatta di rotture.

Quando inizi a frequentare un reparto simile, accompagnando tua madre a fare cure pesanti, ti senti il secondo essere umano più sfortunato della terra, dopo lei. L’autocommiserazione è gratis, in certi reparti. La passa la mutua, ne vogliono tutti. Poi ha effetti collaterali mostruosi.
Sei in coda che ti deprimi per le tue sfortune e vedi ragazze di vent’anni che fanno la fila accanto a te e la settimana dopo le rivedi in stampelle, con le flebo della chemio tra un tatuaggio e l’altro. O vedi le facce delle madri mentre ricevono brutte notizie sui figli, (ri)vivi il loro appigliarsi a qualsiasi dettaglio pur di non credere alle diagnosi spietate e alla fine è inevitabile: ti senti sì sfortunato, ma ti senti anche un po’ in colpa a lamentartene, perché se tutto va bene nel campionato interno delle disgrazie tua madre è penultima.

Durante il tuo cancer movie personale i sensi di colpa sono stati i comprimari più attivi. Non esiste un manuale, una guida, un consulente per gestire una situazione simile. Quindi non sai mai se fai bene.

Anche un’attività innocua come uscire con la tua compagna a mangiare una pizza attiva la vocina nella tua testa che ti rimprovera: “ma come, vai a mangiare una pizza mentre tua madre muore di cancro?”.
Esci lo stesso. E ti senti una merda. E se non esci ti fai un altro tipo di colpa: “Ecco, sto cedendo alla cultura di morte, sto rinunciando a vivere!”. E serve a poco che tua madre stessa ti dica di uscire, di svagarti, di trovare modo di non pensarci. Esci comunque, ma sotto sotto ti odi un po’.

Col passare del tempo scopri che riesci a “vivere col terremoto” e che il malato che accompagni non ha bisogno di scene topiche, grandi rivelazioni o momenti intensi d’amore dichiarato ogni 5 minuti. Spesso ambisce a fare, per quanto riesce, una vita normale: guardare la tv, giocare a carte con le amiche, fare il bucato.

In quei momenti esci, stacchi, ti distrai, tenti di dimenticare temporaneamente la condizione in cui è tua madre e in cui sei tu. E ti odi perché a volte ti svaghi davvero. Quindi lo fai a spese del tuo amor proprio, che si consuma di pochissimo giorno dopo giorno.
Alla lunga quel consumo di amor proprio, venato di colpa, si fa sentire. E lo paghi.

E realizzi che anche tu sei uno degli uomini rotti, che sono di casa in quel reparto. Solo che non si vede e sei di gran lunga il meno sfortunato di tutti: zoppicano le tue certezze, non le tue gambe. E sopravvivrai.
Ma sei lì. E fai la fila con tutti.

 

AVEVA RAGIONE CARLO MARX (MA ANCHE PIERO CIAMPI)

Nei 15 mesi in cui ho accompagnato mia madre nel suo percorso di “malattia con tentativi vani di cura” ho fatto di tutto per proteggermi, riuscendoci in parte.

Mi sono svagato anche quando non avevo lo slancio, ho cercato in tutti i modi di dormire un numero dignitoso di ore, mi sono buttato sul lavoro, compatibilmente col fatto che per mesi mi è stato difficile lavorare (ricordo una terribile conference call con 12 persone in viva voce e io che cercavo di capire qualcosa in un sotterraneo di un ospedale in cui il cellulare prendeva male e il rumore delle macchine della risonanza magnetica copriva tutto), ho fatto lunghe passeggiate anti-stress nei parchi di mezzo Piemonte, mi sono fatto aiutare dalla mia compagna. È servito un po’, ma molto meno di quanto credessi.

Ho parlato molto con persone e amici che hanno vissuto un’esperienza simile e ho capito cosa mi mancava per rendere più sopportabile tutto questo. Sono due cose con cui ho poca dimestichezza: Dio e dei figli.

Dio, un qualsiasi dio attento a noi umani, mi è mancato da morire, così come è mancato a mia madre. Non per il conforto dell’aldilà, ma per il fatto che per ogni dio c’è una Grande Spiegazione.

Sotto sotto ogni religione coltiva il senso delle disgrazie che, apparentemente senza motivo, ci colpiscono.
In un modo o nell’altro la fede dà le risposte al nostro chiederci “perché è capitato proprio a me?”.
Magari sono spiegazioni stupide o ipocrite, magari sono una tattica dilatoria del tipo “ti fulmino con un male incurabile totalmente gratuito, però nell’aldilà…”, ma sono molto più digeribili del puro e semplice caso, della roulette russa entropica in cui ti trovi in gioco, tuo malgrado, ogni fottutissimo giorno della tua vita.

Sembra quasi che l’oppio dei popoli serva di più per la sua capacità di darti una visione in cui tutto ha senso, più che per la sua funzione stordente e antidolorifica.
Purtroppo in famiglia siamo atei onesti, così rispettosi delle religioni altrui e delle nostre convinzioni da non recedere di un millimetro dal nostro ateismo, nemmeno quando la morte incombe e hai disperatamente bisogno di un “perché” e di un “dopo”.

“Figli, come mi mancate”, cantava Piero Ciampi. E aggiungeva “ma non ci siete”. La canzone si chiamava “Sporca estate” ed è qualcosa che è meglio che io non ascolti in questo momento. Voi valutate. Parla d’altro, in verità.

Però dice una cosa vera, riguardo a quello che mi è capitato: ho sentito tantissimo la mancanza di figli che non ho, negli ultimi 15 mesi.

È stupido ed è riduttivo, perché concordiamo tutti sul fatto che i figli sono qualcosa (molto) di più che una consolazione e che la nostra vita va vista in funzione della loro e non viceversa.
Ma un figlio è un reminder costante del presente, che ti obbliga a guardare il futuro, anzi forse ti dà la gioia di guardare avanti nel momento in cui voltarsi indietro è terribilmente doloroso.

In uno dei suoi libri di racconti – forse “Cerimonie” – Michele Serra fa il resoconto di un funerale e della necessità da parte di un padre di spiegare al proprio bambino la morte della nonna. E si accorge che quel doppio salto quantico dal passato al futuro lo aiuta a superare il dolore più in fretta. Anzi, dà senso al suo dolore, lo rende più dolce e perfino utile.

Sopravvivere ai propri genitori è naturale. Ma mi sono fatto l’idea che diventi più accettabile se avviene mentre hai già avviato le pratiche affinché qualcuno sopravviva a te.
Per qualche motivo, essere il prossimo ti spaventa di meno di essere l’ultimo.

 

IL PINBALL WIZARD CHE NON AVEVA MAI VISTO IL MARE

Ho volutamente escluso mia mamma, per quanto possibile, da questo racconto, concentrandomi su cosa succede alle vittime collaterali di una malattia mortale. E l’ho fatto per rispetto, per amore.

La vera vittima è stata mia madre. Per lei è stato tutto più difficile, spaventoso, umiliante e doloroso.

Per lei il cancer movie è finito male, anzi non ne ha visto la fine perché la demenza causata dalla malattia l’ha eliminata dalla scena e negli ultimi giorni l’ha ridotta a un corpo aggredito da un’agonia senza senso, lunghissima. Vorrei non avere le immagini che ho nella memoria, ora. Giuro, vorrei rassicurarvi e non ho nessuna intenzione di fare del terrorismo psicologico, ma i cancer movie nella realtà non finiscono mai bene, per quanto ci impegniamo nell’esercizio della rimozione, dell’edulcorazione, della rassicurazione.

Non voglio nemmeno annoiarvi con un post lacrimevole e pieno di ovvietà in cui un figlio spiega a terzi perché ama sua madre, ché per quello ci sono anni di discografia melodica italiana. E poi la mia era una mamma leggera, che mi avrebbe preso in giro per giorni se avessi mai fatto un’uscita da libro Cuore: quando ha saputo che stavamo facendo una specie di casting per trovare una badante per lei, si è inventata il nome dello show “badando con le stelle”. Capite da chi ho preso lo humour (valutate voi se per fortuna o purtroppo).

Vorrei parlare di lei raccontando un solo episodio, che non mi riguarda molto. [ecco, se qui volete far partire “Into my arms” di Nick Cave – che lei adorava – fate bene]

Nei primi anni Ottanta nel mio quartiere era impossibile giocare ai videogiochi nei bar senza incappare nelle tracce del “campione”.

Il “campione” era un ragazzo poverissimo, figlio di una famiglia di recente immigrazione. Aveva un talento molto invidiato dai suoi coetanei, all’epoca: madre natura l’aveva reso particolarmente bravo ai videogame.
Riformulo. Se la coordinazione mano-occhio fosse stata una pratica olimpica, lui non poteva essere che Carl Lewis.
Vederlo giocare, talvolta per ore con una sola moneta da 100 lire, era a modo suo spettacolare.

Tutti i coin-op dei bar del quartiere erano pieni di suoi record. Spesso l’intera top ten era occupata dalla sua firma, inconfondibile: “campobbasso”. Con due “b”, ché l’italiano non era il suo forte, non praticandosi con un joystick.
Nei giochi meno recenti, che si limitavano a far firmare i detentori dei record con un codice di tre lettere, non nascondeva la sua superiorità rispetto a tutti noi altri giocanti, che subivamo distacchi umilianti nel punteggio. Firmava così: DIO.
Tra noi ragazzini più piccoli era oggetto di reverenza, ammirazione sconfinata e ridicole leggende metropolitane.

Il “campione” era allievo di mia madre, che ha sempre insegnato lettere, storia e geografia alle medie.
All’inizio del secondo anno, nel classico tema “racconta le tue vacanze”, il “pinball wizard digitale” del quartiere rivelò di essere rimasto in città con la sua famiglia, di essersi annoiato molto e di non aver mai visto il mare in vita sua.

Il fatto colpì moltissimo mia mamma, che non disse nulla al “campione” per non umiliarlo con una pietà fuori luogo, ma non si diede pace fino a quando riuscì a organizzare in tarda primavera una gita di classe alle grotte di Toirano (per i disinformati: sono a pochi chilometri dall’orribile mare di Borghetto Santo Spirito, nel savonese).

Il piano era semplice: visita alle grotte al mattino, al pomeriggio, pranzo al sacco in spiaggia e – per i bambini con autorizzazione scritta dei genitori – bagno in mare.

Ricordo che, per la prima e l’ultima volta in vita mia (ché mia mamma sul tema era piuttosto rigida: inesorabilmente una vendittiana “professoressa madre”) mi fece fare un’assenza da scuola e mi portò in gita con la sua classe.

E vidi con i miei occhi il “campione” in costumino da bagno pochi passi più a largo della battigia che, tenuto per mano da mia madre, scopriva timoroso il mare.

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Mia mamma si chiamava Alma Anticeli, è nata il 1 febbraio  (“lo stesso giorno di Walter Schachner”, amava aggiungere ridendo) del 1945 ed è morta il 4 dicembre 2015. Dal 21 aprile 1974 ha un figlio che l’ha sempre amata e con cui è sempre andata d’accordo, con notevoli complicità politico-musicali.

Mi lascia in eredità una grande quantità di libri non banali e una passione che me li ha fatti leggere tutti, una collezione di Linus completa – irrequietezza inclusa – dalla fondazione a oggi, una passione smodata per la musica, oltre a centinaia di vinili di rock classico, psichedelia, garage e la capacità di mettermi a sorridere tutte le volte che mi viene da piangere.

Sto pensando a lei e sorrido.

§ 158 Responses to Il reparto degli uomini rotti. Storia degli ultimi 15 mesi accanto a mia mamma"

  • annie hall says:

    Sono capitata qui per caso, ho letto e condiviso tutto.
    Nessun dio che abbia alleviato il mio dolore, nessun figlio per guardare al futuro (ma è anche vero che ho perso mia madre a 20 anni). Spesso penso che mi mancherà non poter condividere con lei i successi e le gioie che la vita adulta mi sta dando e, si spera, mi darà ancora.
    Siamo tutti un po’ rotti, spezzati, ma mi piace pensare che, come le ossa, se quando ci rompiamo riusciamo a ripararci, poi siamo più forti. Non so, dopo anni ancora non ho trovato una soluzione, ma pensarlo aiuta.
    Ti faccio le mie condoglianze (perché davvero soffro con te) e sono sicura che il ricordo della tua bellissima madre sarà per te sempre dolcissimo. Un abbraccio.

  • Mimmo Bolazzi says:

    Purtroppo anche io nel 1994 ho vissuto una simile esperienza.
    Con mia madre non erano necessari tanti discorsi in quanto ci capivamo al volo. Oltre che amarla come mamma io la stimavo. Oggi, pur essendo agnostico, frequento il cimitero e mi soffermo a “parlare” con lei ricordandomi dei dialoghi avuti e scoprendo cose nuove non dette e non capite.
    Un abbraccio a tutti i “sensibili”.
    Mimmo

  • Laura says:

    Vorrei che questa tua coraggiosa tenerezza possa aver alleggerito almeno un minuto il sentire del tuo cuore. Grazie di aver condiviso con tale forza e onestà.

  • Fabs says:

    Grazie per averlo scritto. Sono contento di averla conosciuta, eravate buffissimi insieme, a vedervi bisticciare come Lemmon e Matthau ne “La strana coppia”

  • francesca says:

    bel racconto, bella foto e bella persona la tua mamma…

  • valerio says:

    Bellissimo post, grazie. Mi dispiace molto per te.

  • Angela says:

    E riconoscersi in tutto…

  • suzukimaruti says:

    Barbara, posso immaginare quel dolore lì. È molto peggio di quello che ti prende quando perdi un genitore, che è a modo suo naturale.
    Ti sono vicino, amica mia, e ti mando tutti i “raggi laser positivi”, come dicevo da bambino, sperando che vada tutto bene 😉

  • babel says:

    Questo commento potrà suonare come una intimidazione, ma credimi: vorrei ti fosse di consolazione. Ci sono passata nel 2002, e come dice la mia terapeuta, resterò per sempre fragile. Sono una donna rotta, hai ragione. Nel 2011 si è ammalata Cloe. Sta andando tutto nel migliore dei modi possibili – che significa cortisone, immunosoppressore e altre sciocchezze, 4 pasticche al giorno e controlli e precauzioni. E nulla è come quando succede a tuo figlio, quindi respira e pensa che lei è stata fortunata ad averti, e ad andarsene vedendoti sano.

  • Riccardo says:

    Sto affrontando la demenza di un padre 75enne, anche io senza Dio e senza figli. Ho anche una madre messa peggio del padre e una inutile sorella leghista indifferente a tutto. Sono uno statale in esubero che viene palleggiato tra istituzioni. Ti sono vicino e ti ammiro per la lucidità con cui hai analizzato la tua storia.

  • Riccardo says:

    Sono all’inizio del mio movie, forse. Grazie per avermi fatto riflettere e aver dato vita a questa raccolta di testimonianze altrettanto importanti.

  • nonunacosaseria says:

    un abbraccio, enrico

  • Alessandra Pirrone says:

    Enrico Ciao sono Alessandra. Sono nata nel tuo stesso anno il 74 ma in Ottobre. Ho letto per caso la tua storia e ti ringrazio per aver raccontato e anche avvisato prima di leggere che il tuo post era molto triste ma il leggere che lo sarebbe stato mi ha resa ancora più interessata nonstante sia un periodo in cui non vorrei sentire storie tristi eppure la tua mi ha attratta! E ti ringrazio. Enrico permettimi se posso di dirti questo: tu rivedrai tua madre. Dio c è. Egli è anche l ‘amore che tu e tua mamma avete l uno per l altra, è il suo sigillo, è la prova che Lui esiste e vi è sempre stato vicino. Quando ila rivedrai n paradiso un giorno tutto sarà dimenticato e resterà l amore che avete avuto. Questo amore ti condurrà da lei nel paradiso dove si trova. Tu non pensi che possa esistere Dio e neanche tua mamma lo pensava ma..ti ha amato e questo basta per l eternità. Poi se vuoi e senti di volerci “provare” Và a Medjugorje. Oggi è l 8 Dicembre 2015 è la Sua festa, la festa della Gospa . Lei dice che coloro che vanno a Medjugorje vanno perché sono chiamati da Lei. Forse io “casualmente” sono qui guidata da Lei per dirti di andare. Io a Medjugorje sono stata è ho avuto un dono molto speciale al mio rientro..un bambino finalmente dopo anni che io e mio marito lo cercavamo..è arrivato dopo essere rientrata dal viaggio e sai..io ero la prima a non crederci…eppure.. tua madre tu io tutti coloro che amiamo e perdiamo..ci rivedremo tutti in Paradiso. L importante è non perdere l amore Perchè sarà questo a guidarci verso la luce . Ok adesso vado! E grazie ancora.. Alessandra PS ESISTE un libro molto bello ..si intitola il paradiso esiste davvero. Credo che sia questo il titolo al incirca. Basta Google e cercare storia di un bambino e trovi tutte le informazioni. Si tratta di una storia accaduta realmente in America

  • cheremone says:

    non molto diversa dalla storia di mia madre, morta ad aprile, per cose di sangue, a 83 anni. Una volta una sua vicina di stanza aveva finito il ciclo di chemio e tornava a casa. “ah, qualche volta tornano a casa!”, ho detto, in disparte, all’infermiera. “Ma poi tornano sempre”, ha risposto lei.

    grazie per aver condiviso la tua storia

  • Simona says:

    Enrico, un racconto così intenso da dare forma al tuo dolore. Datti tempo per affrontare questa enorme tempesta emotiva.
    Ho perso mio padre a 23 anni, a pochi mesi dalla mia laurea, prima tappa di una lunga lista di eventi a cui lui non ha potuto più partecipare.
    Mio figlio porta il suo nome e gli somiglia moltissimo. Mio figlio non l’ha mai conosciuto, e per quanto io cerchi di renderglielo familiare con i miei ricordi, nulla, non mi rassegno all’idea che i due uomini più determinanti della mia vita non si siano mai incontrati.

  • CRISTIANA FAVRE says:

    Sono una professoressa di inglese alle medie. ..anzi una teacher con due figli maschi di quindici e diciannove anni. Mi sento meglio come prof. Che come mamma….ma mi piacerebbe un giorno scoprire che mi amano come tu hai amato lei…e continui ad amarla. Ognuno di noi deve scontare qualcosa, pare…perché non lo sappiamo…noi atei onesti…ma il tuo racconto giustifica il passaggio di quella donna…ed il tuo! Un abbraccio forte!

  • Elisa says:

    Ciao Enrico, ho letto per caso il tuo post su FB. Anche io ho perso il papa’ per colpa di un tumore inguaribile un anno fa. Come tutti, ho dovuto soffrire molto, prima e dopo, per elaborare la mia grande perdita. E alla fine ho sentito una grande leggerezza. Infatti, pur essendo io mamma, solo con l’ affrontare la malattia e la morte di mio padre mi e’ sembrato di aver assunto un’ altra, maggiore, consapevolezza della vita. Come una rivelazione, che solo l’ esperienza diretta del dolore e della perdita puo’ innescare.

    I nostri genitori ci mettono al mondo, ci portano per mano a scoprire il mare, e prima o poi, ci insegnano anche a morire. Quando si affronta la morte insieme a un genitore, la morte non fa piu’ paura. E’ una cosa meravigliosa, l’ eredita’ piu’ grande che essi ci lasciano. Spero che sara’ cosi’ anche per te. Mi auguro che tu possa dunque divenire presto papa’, e vivere cosi’ rasserenato al pensiero che un giorno potrai fare questo regalo a tuo figlio.

  • Ale says:

    Grazie e salutami tua madre

  • Marcella says:

    Grazie, non so dire altro mentre piango. Lo so, forse tu non lo volevi, ma piangere fa bene, quando il peso sull’anima della morte di tua madre, anche dopo dieci anni, non si affievolisce. Mai madre si chiama Rosa, è morta di carcinoma ai polmoni, abbiamo combattuto insieme, fino all’ultimo respiro, continuando a sperare che la morte non arrivasse. Perché lei non voleva morire, e io non riuscivo ad accettarlo. La lunga notte in cui se ne è andata, ero seduta affianco a lei, lavoravo ad un articolo per non morire di dolore insieme a lei. L’ultimo respiro l’ha esaltato alle 5 di mattina e nessuno (né medico né infermiera) è entrato nella nostra stanza fino alle 6. Alle 3 avevo chiamato il medico di guardia per chiedergli di non farla soffrire, e lui mi aveva solo detto “signora, non capisce, sua madre sta morendo”. Questo è il mio cancer movie…finisce con un senso di solitudine che non si riesce a colmare.
    Hai ragione sull’importanza dei figli, io ne ho due, ma quando sarà il mio momento, spero proprio di riuscire a risparmiargli tutto questo dolore.
    La canzone preferita di mia madre era “O surdato nnammurato” cantata da Massimo Ranieri. Io penso sempre ad Anna Magnani che la canta davanti agli “uomini rotti” sul fronte della I guerra mondiale, nel film La Sciantosa. Buona sopravvivenza….

  • Fiesta says:

    Ho perso il mio meraviglioso papà lo scorso anno. Stesso identico maledetto glioblastoma. Ma siamo fortunati: tua mamma era una persona magnifica e anche mio papà lo era. Ti abbraccio Enrico, lei non ti lascerà mai.

  • Franca says:

    Mio padre non è morto di cancro ma x diabete .Finché non ci sei dentro non si conoscono tutte le conseguenze di questa malattia : ictus, cecità, ulcere, impossibilità a camminare. ..8 anni immobilizzato in un letto e noi con lui. Le famiglie vengono “abbandonate” da tutti , perfino da amici e parenti .Anche io come te ho cercato di distrarmi fuori dall’ospedale perché era l’unico modo per recuperare un po di energia per continuare a resistere. E non me ne vergogno. La vita incalza e ci impone l’istinto di sopravvivenza.
    Consapevole che devi essere forte per due. ..e a volte anche di più. E che abbiamo fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità.

    Ti abbraccio

  • marina says:

    tutti mi dicono che e innaturale e i dico malvagio perdere una figlia di questo male oscuro e devastante . dicono anche che la sofferenza di una madre non ha uguali.Si e vero ……ma io penso e soffro molto per il dolore che provano i miei nipoti che non hanno più la loro mamma….e chi di voi non ce l ha più sa……..

  • Enrico says:

    Ciao, ho letto il tuo scritto mentre aspettavo al ps per mia suocera. Le cose che hai scritto sono quasi le stesse che ho passato per mio padre, ormai 16 anni fa. Dopo una vita di duro lavoro (fornaio notturno), arriva alla pensione e li, solo dopo un anno “ci spiace…a suo padre restano massimo 3 mesi di vita”. Le prime 4 settimane abbiamo creato una rete per nascondergli la verità, cercando forse di proteggerlo o di allontanare la cosa, ma alla fine, nell’ultima settimana, dove invecchiava di 10 anni ogni 24h, fra un quarto d’ora di lucidità e 4 ore di….nulla forse…,alla fine ha capito che il suo tempi era finito. Un abbraccio per il futuro e grazie per quello che hai condiviso.

  • vespamoto39 says:

    La cosa peggiore è che siamo in tanti, tantissimi, troppi, tutti accomunati dallo stesso dolore, strazio e tutti vorremmo ricordi diversi, tutti vorremmo finali diversi e tutti abbiamo sofferto le stesse difficoltà, e non riusciamo a trovare meno dolore.
    L’unica consolazione è che adesso non soffrono più. Dopo 35 anni, sento ancora le urla di dolore di mia madre…
    un abbraccio forte

  • daniela says:

    Il cancer movie di mamma e’ durato 7 anni, io ne avevo 11 e se ne ando’ quando da poco avevo compiuto i 18. Vederla per anni decadere, senza capelli e con la parrucca, poi camminare con il bastone e poi fermarsi. E le ossa che lentamente si sbriciolavano, nel dolore. Forse e’ per questo che amo cosi’ tanto la vita e ho fatto scelte non banali. Un abbraccio

  • Chiara says:

    Io invece una figlia ce l’ho , ma mi dispiace per lei, mi sento in colpa per averla messa al mondo e gettata comunque verso la mia fine e soprattutto verso “la sua”. Spero che quando toccherà a lei se ne possa andare dolcemente. Mettere al mondo un figlio, a parte gli istinti naturali di conservazione della specie , è in fondo un atto egoistico e un delirio di onnipotenza e immortalità.
    Anch’ io perso i miei genitori tragicamente, come figlia sono contenta di esserci stata ed averli accompagnati, ma come madre…non vorrei che mia figlia esistesse e debba vivere certi orrori.
    Un pensiero ad Alma che mi mancherà molto, a te la speranza che il dolore e la nostalgia feroce che ora provi si trasformino presto in un dolce ricordo e in un porto sicuro.
    Ciao Enrico…
    Chiara

  • Antonella says:

    Ho letto il tuo dolore mentre riposo accanto alla mia mamma alla quale prima di fare un riposino insieme ho chiesto:”Cosa ti sembra tutto ciò? ” e lei mi ha risposto:” Un miracolo!! ”
    R.I.P. Alma

  • Fabrizio says:

    Parlare del proprio cancer movie aiuta a trovare un qualche senso. A volte anche solo accennarlo. Io, a suo tempo, decisi di proteggere mio padre dalla sua stessa paura, e ci sono riuscito quasi fino alla fine.
    Il ritratto che ne faccio qui è assolutamente veritiero, anche se non esaustivo.
    Spero che ti aiuti a trovare un po’ di pace.
    Con tutto il mio affetto

  • e.l.e.n.a. says:

    Ti abbraccio forte, Enrico.

  • Mauro says:

    A me è successo con mio padre. Stesso percorso stesse sensazioni. L’unica cosa é che alla lunga ne esci piú duro, realmente indistruttibile. Un abbraccio, resisti.

  • Marianna says:

    Ciao Enrico. .tua mamma è stata la mia prof di italiano alla schweitzer..la ricordo con estremo affetto. ..sapere della sua scomparsa mi rattrista…rileggere il tuo racconto mi riporta indietro di un anno…quando tutte queste vicende le ho vissute x mio papà. ..deceduto anche lui x questo maledetto male… Ti sono vicina.

  • Lucia Lozzi says:

    …è brutto dirlo…ma le immagini,i ricordi di un genitore che giorno per giorno si consuma, che,oltre alla malattia devastante, muore dentro perchè perde la sua dignità diventando sempre meno autosufficiente, che si preoccupa di non ferire chi gli sta vicino, che senti piangere e silenziosamente si lamenta (per non ferirti di più), non si dimenticano e fanno male anche dopo anni….ormai son passati 5anni e il dolore e lo stesso….rimani segnato, amareggiato,dolorante e ancora ti chiedi perchè tanta atrocità esiste, ma col tempo impari a conviverci, impari ad apprezzare di più i valori importanti, una carezza,una parola, gli affetti….un abbraccio

  • Laura says:

    Mi dispiace per la tua mamma che era una magnifica persona, come cantano i rockettari: “Only the good die young”. Leggendo quanto hai scritto ho capito meglio la sofferenza di mio marito e mia figlia durante il mio ciclo di chemioterapia, la mia fortuna nell’avere una figlia che è stata veramente una consolazione durante il periodo di abbruttimento dovuto alla chemio. Grazie per le tue parole piene di umorismo e alla tua mamma così spiritosa nonostante tutto, l’ho sentita molto vicina durante la lettura. Vi penserò per quel che serve, nemmeno io sono credente, ma son convinta che i pensieri positivi facciano bene. In bocca al lupo per il futuro.

  • Rosetta says:

    La scena finale del cancer movie, del cui cast ho fatto parte, è stata girata il 15 agosto scorso. Il ciak alle 9.00 contemporaneamente al rintocco delle campane del Sacro Cuore. Un giorno caldissimo e silenziosissimo. Città deserta.
    Mio padre, che io definisco un ingegnere senza laurea, mi ha lasciato il suo garage pieno di attrezzi con cui risolveva la vita di tutti, la sua forchetta con i rebbi allargati – per inforchettare meglio – ma soprattutto un patrimonio genetico che mi piace mostrare in giro e che probabilmente mi sta permettendo di superare la suà stessa dipartita senza perdere di vista la vita.
    Ciò che lui stesso avrebbe voluto. Ne sono certa.

  • Cristina says:

    Ciao, sono arrivata per caso a leggere il tuo blog, mi ha ricordato un po’ come stavo tre anni fa quando ho salutato la mia mamma, che ha deciso di affrontare una operazione che il suo fisico probabilmente non avrebbe retto dicendo ‘o la va o la spacca’. E l’ha spaccata. Con la fortuna di essere lucida fino alla fine, fatte salve le ultime ore di sedazione per non farle sentire troppo il dolore. Volevo dirti che trovo molto bello riuscire a parlarne, io ai tempi ho sentito che il mondo intorno a me non voleva tanto sentirne parlare e ho dovuto tenere i racconti del mio dolore per me. Forse non avevo veri amici intorno, forse il mondo oggi ha una riprovevole ripugnanza per i temi della malattia e della morte. Comunque grazie di aver condiviso. Da quello che racconti la tua mamma doveva avere uno spirito non troppo dissimile dalla mia.

  • barbara says:

    Ciao… ci sono passata anche io con mio padre, tumore ai polmoni.. un tumore che faceva le corse! Il reparto di oncologia e Trento è in un seminterrato.. tu entri e ti sembra di varcare le porte di un mondo parallelo! Il tempo è come congelato, il rumore silenzioso, i malati sembrano già morti e i parenti sospesi nel vuoto… la prima volta mentre eravamo seduti ad aspettare il nostro turno, da una porta esce una bellissima ragazza che non doveva avere più di 18 anni, accompagnata dall’oncologa che consolava la sua mamma e tranquillizzava lei per la recidiva… mio padre, mi guarda e mi dice.. a me è andata meglio, non mi posso lamentare! Per nostra fortuna il reparto lo abbiamo frequentato per pochi mesi.. poi ci siamo ritirati a casa nostra ed abbiamo aspettato la fine della sua vita, con rassegnata tranquillità! Lo penso tutti i giorni, sento che sta’ bene ed è felice.. non ho più paura della morte, grazie a lui…

  • Lory says:

    Il lito fine c’è e tua madre l’aveva organizzato da tempo… Crescendoti come un uomo sensibile, colto, capace di usare la lingua per coinvolgere gli altri a condividere i tuoi sentimenti e quelli universali…ma soprattutto equipaggiandoti dello humor necessario per vivere QUESTA vita così come é stata e come sará… Perché nonostante tutto vale la pena di essere vissuta, di essere goduta. Bonne chance. Ora vado ad ascoltare Nick Cave, che piace anche a me!

  • Enzo Contini says:

    Forse solo chi ha vissuto una esperienza simile alla tua può comprendere completamente le tue parole … e riviverle nella memoria anche dopo molti anni.
    Anche mia madre era un’insegnante e leggendo di tua madre me l’ha ricordata molto: il ricordo della loro vita e di alcune loro azioni rimarranno sempre in noi e sapranno guidarci nel proseguo della vita … ed è nostro compito renderle ancor più perpetue.

    Grazie per il tuo post.

    Enzo

  • Simonetta sandra m says:

    Grazie. Un abbraccio di quelli di cui tutti abbiamo bisogno nella vita, un abbraccjo cosmico nei dolori che ci accomunano davvero tutti.

  • Tiziana says:

    Sono qui, in ospedale, con mia madre, nell’attesa che questa agonia s’interrompa presto.
    Di anni ne ha compititi pochi giorni fa 58.
    35 dei quali passati a regalarsi ansia gratuita quando le giornate mie e di mio fratello erano diverse dal solito.
    Io e mio frattello. Siamo il sostegno di mio padre in queste ore come in questi lunghi 10 anni fatti di paure ma anche di tanta vita. Questa notte guardavo papà piangere e subito dopo preoccuparsi che io e mio fratello avessimo la sedia più comoda per riposare. E cosi ho pianto, tanto. Ho pianto perché io non avrò figli e non sarò la madre da accarezzare durante le ultime ore di vita, e non dovrò preoccuparmi degli studi e della vita di nessuno tranne la mia.
    Non avrò figli in parte per una scelta ma non li avrò perché in questo Paese un bambino non può avere due mamme ed io un papà non posso farglielo avere.
    Quindi sì, i figli che non ho mancano anche a me.

  • Gabriella says:

    Grazie per aver condiviso con me questa esperienza. Ti sono grata….. un grandissimo, forte abbraccio

  • Tiziana says:

    Mia sorella Alessandra é morta il 10 dicembre 2013 a causa di un tumore al pancreas. Ricordo anch’io tra altri sentimenti quello del l’attesa e dicevo ad un amico: aspettare impotenti che qualcosa, anzi quella cosa alla “fine” accada é così faticoso che ci vuole una forza sovrumana. Mi ha risposto: ma noi siamo esseri sovrumani!
    É vero lo siamo: ci sono aspetti della nostra persona che non conosciamo o non sappiamo di avere, talvolta affiorano come da un mondo lontano che é in realtà dentro e nel profondo della nostra essenza e si materializzano con gesti semplici che spesso leggiamo con fretta: un pianto, un sorriso, un ricordo, una canzone, un gesto, delle parole. E in questi gesti io sento vibrare un filo,come un tocco lieve sulla mano.
    Volevo dirti anche che ” alla fine” quell’attesa ha avuto un senso preciso ma io l’ho capito dopo. Ma va bene così
    Ciao abbi cura di te.

  • Franco Cozzi says:

    ..Io ti voglio bene ..a te e alla tua mamma e a tutti quelle che da interprete o comprimario hanno fatto parte di un cancer movie. Io sono uno fortunato..uno che durante i suoi ricoveri al Besta ha cambiato una ventina di compagni di stanza e che oggi ne conta solo uno tra questi ..ancora con noi..Io sono un uomo ” riparato ” . Bella la tua mamma ..davvero.

  • Maurizio Perelli says:

    Avrei voluto scriverlo io. Avrei dovuto. Ho perso papà meno di due anni fa per un meningioma atipico di, dopo 4 anni di calvario tra i reparti di neurochirurgia. Con questo post hai fatto un gran lavoro di sintesi…scusami ma lo condivido.
    Con stima
    Maurizio Perelli

  • lafenice says:

    Io sto combattendo da 5 anni, quasi ogni giorno, a favore del rispetto e mantenimento di Quella lucidita’ ed indipendenza ed autonomia nei movimenti e spostamenti che mia madre ancora oggi- in seguito al Superamento di 3 ictus e diverse ischemie transitorie e finendo- al superamento del Terzo ictus in afasia nella produzione della parola : alla sua “giovane” eta’ di 92anni-, Ancora Oggi HA. Lo so’ : rispetto alla tua storia e a quella di tua madre, alle storie vostre e dei vostri genitori/parenti, il quotidiano mio e’ BEN POCA cosa, forse e’ nulla. Ci ritrovo qualchecosa di me e Desidero Ringraziarti per parlare di questa tua situazione ed il tuo coraggio- la tua capacita’ di farlo con Delicatezza, razionalita’ , lucidita’. Desidero inviarti un grandissssssimo abbraccio “dicendoTI” : coraggio! G r a z i e anche per averci comunicato un’ azione nella quale c’e’ una grande forza d’ animo, “mente intelligente ed aperta” e probabilmente D e l riguardo verso di te/ voi / se stessa da parte di tua madre nel racchiudere in un titolo ironico cio’ che succede e significa: il “casting- badando con le stelle”. Da cio’ che scrivi sia tu sia tua madre S I E T E due persone con intelligenza unita a sensibilita’ . ( il consumarsi lentissimo, giorno-dopo-giorno dell’ amor proprio che si paga E’ altrettanto doloroso Ed E’ : un’ azione di Grande FORZA!). Condoglianze sincere. Ed un sorriso.

  • FABIO DI PIAZZA says:

    Ciao. Il mio cancer movie è iniziato da due mesi, il tumore non si trova, le metastasi sì (70% ossa) sembra sfuggito a tutte le analisi periodiche che mia moglie ha sempre fatto. Noi siamo credenti, ma non è che il sapere di ritrovarci poi oltre il velo attenui il dolore: pregare aiuta molto, fare la comunione ancor di più. Ma sono solo attimi, di luminosa consapevolezza, come nella canzone di Mario Venuti “È tutto chiaro / improvvisamente / dopo un po’ non rimane niente”. Mia moglie. Mi dorme accanto, i dolori alle ossa vanno e vengono, non saprei se abbiamo mesi, anni o decenni (le cellule “altre” stanno lì da una decina d’anni, trovate solo per tac fatta per scrupolo). Divieni consapevole dell’Angelo della Morte al tuo fianco (Andrew, della serie Angeli la mattina su Rai 2). Ma è un Angelo di Vita in realtà, impari ad apprezzare ogni singolo istante passato con chi ami, “Nessun luogo è lontano ” (Richard Bach). So solo che vivere è meraviglioso, e che l’amo con tutta l’anima. Mi ha dato una splendida figlia, saremo sempre uniti, qualunque cosa accada. Amore è l’unica realtà di gioia eterna, tutto il resto è ombra illusoria, miraggi del deserto interiore di anime perse nella tempesta. Scusa lo sproloquio, ma è da cuore a cuore. Unbacio alla tua mamma. Fabio.

  • mara says:

    Mamma morta come la tua, fidanzato morto in 8 mesi, zii marito e moglie quando ero piccola, abbiamo adottato mia cugina e adesso combatto la stessa battaglia persa con mio papà. Lui è meraviglioso e come tua mamma sa renderci leggero anche questo suo ultimo momento. Una malattia bastarda che come null’altro mai ogni volta mi ha spiegato davanti agli occhi la vita. Sono più fortunata di te, il mio Dio e i miei figli che non ho sono le mie sorelle, la mia forza e il mio orgoglio. E ogni volta imparo un pezzo di vita grazie alla morte. Grazie per il tuo post.

  • Luisa says:

    5.12.2014 affontavo un anno fa nel panico il colloquio con il medico e la psicologa dell’hospice che avrebbe accolto mio marito malato terminale, con tanti dubbi se stessi facendo la cosa giusta.
    Dopo 3 anni difficili affrontati a casa mi aspettavano 2 mesi “al rallentatore”, ogni giorno vedevo scivolare via un poco di più la sua vita.
    Ho lasciato il lavoro per non lasciare solo lui, e ho lasciato a casa soli 3 figli per non lasciare solo lui. Non so come ho fatto in quei momenti a farmi vedere da lui sempre tranquilla, dentro ero un subbuglio.
    Chi non passa in queste esperienze non può capire. Ed è vero che il finale felice delle famiglie che si ritrovano esiste solo nei film

  • Annalisa says:

    Ciao ci sono passata anche io, con mia mamma. Chiamavo l’ospedale “la stazione” perché c’era tanta gente e ognuno aspettava il proprio treno, per un viaggio talvolta senza ritorno. Ho perso mia mamma da 8 anni dopo un paio di anni di calvario dove è stata inghiottita da un mesotelioma che le ha cambiato anche il fisico. Piango ogni volta che vado al cimitero, anche con i miei figli piccoli. Qualcuno dice che il tempo aiuta…. io purtroppo mi sono resa conto che invece, più passa il tempo e piu mi manca…. Lei non torna più….. Ti abbraccio forte.

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You are currently reading Il reparto degli uomini rotti. Storia degli ultimi 15 mesi accanto a mia mamma at Suzukimaruti.

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