Un “PD vicino” di cui non vergognarsi – un ultimatum a Renzi

May 29th, 2015 § 7 comments § permalink

Le diverse incarnazioni locali del PD stanno mettendo in imbarazzo molti di noi: militanti, elettori, simpatizzanti. E stanno mettendo nei guai il PD nazionale.

A livello locale – direi ovunque, ma forse c’è qualche eccezione che ignoro – mi pare evidente che il verso non è cambiato: ci sono realtà in cui l’effetto-Renzi non si è manifestato e ci sono realtà in cui si è manifestato per finta, cioè ci si è limitati a far cambiare la casacca ai soliti noti che localmente fanno quel che vogliono col partito, con la differenza che ora si dicono renziani.

Siamo arrivati al paradosso per cui c’è un partito “centrale” in cui ci sono stati un forte cambiamento, un miglioramento etico e materiale della classe dirigente e un rinnovamento di merito, di metodo e di protagonisti, e c’è un partito “periferico” nelle regioni, nei comuni, ecc. in cui non è cambiato nulla. Anzi, sta peggiorando.

So che di fronte a un problema è tipico di sinistra discutere fino allo sfinimento delle colpe e trascurare la soluzione. Visto che dentro me il verso è cambiato, la faccio breve sulle colpe e poi mi occupo delle soluzioni.

 

LE COLPE

Uso “colpe” al plurale, perché le colpe sono due, a mio giudizio.

Colpa numero 1.
C’è una colpa storica, ed è una colpa lunga, che è tutta da imputare alle gestioni del PD (e di DS e Margherita, prima) precedenti a quella di Renzi, che – lo ricordo – ha potere sul partito da poco tempo.

Se il PD nei territori fa schifo a livello politico, umano e in certi casi etico, la colpa è di chi ha permesso che si insediassero localmente gruppi di potere, signori delle tessere, amici degli amici, ecc.
Un esempio su tutti: De Luca.

De Luca non nasce con Renzi, anzi. L’ex sindaco di Salerno ha una storia politica lunghissima nel centrosinistra (scuola PCI/PDS/DS), ha fatto il parlamentare, è stato membro di una Commissione ed è sempre stato considerato un “campione” della sinistra al Sud (ricordo D’Alema bullarsi delle percentuali bulgare che i DS raccoglievano a Salerno), al punto che Bersani lo ha voluto accanto a sé durante le Primarie del 2012 contro Renzi e lo ha considerato come potenziale ministro in caso di vittoria elettorale nel 2013 (quella che non arrivò).

Insomma, è dagli anni Novanta che De Luca esiste e prospera nell’ambito del centrosinistra. Ci indigniamo solo ora, ma è “nostro” da anni. Dove eravamo, prima?

Considerate De Luca una parte per il tutto e pensate alle facce della dirigenza del PD nel vostro territorio. È molto probabile che siano sempre le stesse, da anni, vero? E se ne sono entrate di nuove negli ultimi anni è molto probabile che queste siano perfino peggio di quelle che c’erano prima.

[un excursus su Torino che potete perdervi]

Vi faccio l’esempio di Torino, in cui:

– è sindaco Fassino (uno che era vecchio ai tempi del PCI)

– alla faccia del rinnovamento è segretario un signore che aveva già concluso la sua carriera politica negli anni Novanta

– è in Consiglio comunale per il PD uno come Giusy La Ganga, interprete del craxismo in terra sabauda, un curriculum non limpido in campo legale e all’epoca nemico pubblico numero uno di noi della sinistra torinese.

E questi sono i “vecchi”.

Tra i “nuovi”, con ruoli di punta, un controllo militare del partito locale a colpi di tessere ci sono:

– un oscuro signore che possiede numerose cooperative non esattamente rosse (anche nel trattamento dei lavoratori) e molto in affari con gli enti pubblici torinesi

– una famiglia di ex craxiani fortemente immanicati nel business delle autostrade (sarà un caso: non poche persone della direzione PD locale lavorano per la Sitaf o sue consociate) e grandi acquirenti e distributori di pacchetti di tessere: una vera e propria OPA al partito torinese.

Per capirci: in Direzione del PD locale ci sono se va bene una o due persone di cui mi fido. Il resto sono individui che nella migliore delle ipotesi non vorrei più vedere e nella peggiore non vorrei *mai* vedere in un partito di centrosinistra moderno.

Credo si capisca perché a livello locale non voto PD. E se il PD perde il voto di quelli come me è spacciato.

[/un excursus su Torino che potete perdervi]

 

Colpa numero 2.
La colpa secondaria – in ordine di tempo e di importanza (ma sicuramente quella che mi fa più rabbia) – è di Renzi, perché non ha (ancora?) fatto niente contro le porcate avvenute a livello locale. Anzi, in certi casi ha cercato alleanze, supporto, “cittadinanza” all’interno di un PD locale del tutto avulso od ostile al renzismo, avvicinandosi a potenti locali che era meglio rottamare con forza.

Certo, c’è stato un terribile trasformismo per cui 10 minuti dopo la vittoria di Renzi alle Primarie d’improvviso erano tutti diventati renziani e capisco che la questione possa essere stata spinosa da gestire. Ma non è stato fatto niente, salvo nei casi estremi (vedi il caso Mafia Capitale a Roma o le infiltrazioni della criminalità a Ostia). Capisco che ci sono state altre priorità, ma è il caso di dirselo: a livello locale il PD fa spesso letteralmente schifo, per quanto riguarda i dirigenti palesi e occulti (cioè quelli che possiedono le tessere e controllano il potere vero).

 

CONTRO LA PERIFERIA E CONTRO LE COSE ” DAL BASSO!” (A MALINCUORE)

Poche righe sopra citavo in una parentesi Ostia e Roma, cioè casi in cui si è scoperto che il PD più orgogliosamente anti-renziano di tutti (quello romano esteso) era corrotto a ogni livello, invischiato in storie orribili e indegne di un partito di sinistra.

Non si poteva non intervenire e Renzi lo ha fatto, “cancellando” l’organigramma del partito locale, aprendo un’indagine interna e nominando Matteo Orfini commissario pro-tempore del PD romano.

A Ostia ha fatto un passo ancora più forte: ha mandato un senatore “alieno” e noto per non mandarla a dire a nessuno a fare il commissario.

(capita che quel senatore – Stefano Esposito – sia torinese, sia un amico che mia ha insegnato molte cose in politica e sia la persona che mi accolse in FGCI – mandandomi a stendere: è noto il suo caratteraccio – il giorno che, quattordicenne, andai a iscrivermi; so che è un uomo coraggioso, di quelli che non hanno paura delle minacce del crimine organizzato o dei notav e non si tirano mai indietro. Mai. Credo che il partito abbia bisogno anche di persone così).

Ecco, penso che il problema sia tutto qui: c’è una dialettica centro-periferia che va affrontata. E per una volta va rovesciato lo schema narrativo, forte negli ultimi anni, per cui è la periferia a essere buona e il centro cattivo ed è la “base” a essere pulita e i vertici sporchi.
Ci siamo così innamorati dei processi federali di decentramento del potere in ogni ambito e dei processi bottom up (o, come si dice in sinistrese odioso, “dal basso!”) da non accorgerci che spesso erano facilmente inquinabili e inquinati.

Insomma, se una volta il crimine e il malaffare familista esprimevano premier e ministri, ora si accontentano (e secondo me ci fanno più soldi) di esprimere centinaia e centinaia di consiglieri comunali, assessori, consiglieri d’amministrazione, membri nelle direzioni locali dei partiti, segretari di sezione, ecc.
Capisco anche perché: un consigliere comunale anonimo in un paesino si nota di meno di un ministro. E anche se ha un curriculum imbarazzante, chi vuoi che ci faccia caso?
È cambiata la granularità del male, per capirci. E purtroppo, così sottile e di massa, passa indisturbato nei filtri etici che – pare – la nostra società ha messo qua e là nei processi democratici, sempre che funzionino.

 

EVVIVA IL CENTRO! (NON QUELLO POLITICO)

La mia proposta è semplice ed è drastica. Ed è una proposta al PD, anzi direttamente a Matteo Renzi.
Eccola.

“Caro segretario, ecco cosa ti suggerisco di fare, passate queste sciagurate amministrative in cui siamo tutti un po’ in imbarazzo per ragioni che sai:

1 – COMMISSARIA IL PARTITO NEI TERRITORI
annulla il PD locale, salvo casi virtuosi. Sì, hai capito bene. Fai un reset totale del Partito a livello regionale, provinciale e comunale in tutta Italia: un armageddon in cui cancelli tutti gli organismi dirigenti e li commissari con figure di specchiata civiltà e onestà (gente abituata alle maniere forti, anche a rischio che non siano esattamente raffinati pensatori: viene prima l’etica) nominate dal PD nazionale. E lasci le cose così per un bel po’, perché nel mentre bisogna lavorare sul punto 2 delle mie richieste. Eccolo.

2 –  FAI UN COMITATO ETICO DEL PD CON POTERE DI VETO E ATTIVO
riprendi in mano i vari documenti di garanzia, la carta etica, ecc. del PD e li trasformi in regole pratiche per un PD pulito
Servono, cioè, regole in grado di proteggere il partito da infiltrazioni, incrostazioni (che sono come le infiltrazioni, ma sono fatte da gente “dei nostri”, già dentro il partito), entrismi a colpi di tessere, malaffare, ecc.
Attenzione: non ce ne facciamo niente, come partito, dell’ennesimo file di Word con dentro delle regole vaghe che poi dimentichiamo in uno schedario del Nazareno. Facciamo delle regole che vengano rispettate e facciamo in modo che sia così: evitiamo che siano i potentati locali stessi (in cui l’etica, come vedi, non pullula) ad autogiudicarsi a livello etico. E magari mettiamo, per una volta, la regola semplice, veloce e indolore per cui chi si è candidato in precedenza in liste che si sono opposte al PD non è candidabile nel PD, così con un colpo solo combattiamo il trasformismo e favoriamo il rinnovamento. Piace?

E poi facciamo un comitato etico nazionale che abbia potere di veto e valuti tutte le candidature, le alleanze, le liste, ecc. e sia precisissimo e ossessivo nell’applicazione delle regole. Magari un comitato in cui, come tutti i comitati di controllo, partecipa pure qualche tua controparte o qualche tuo nemico (sì, ti sto facendo la proposta punk di mettere alcuni tuoi elettori e, boh, un grillino assatanato nel comitato che indaga su noi stessi).

3 – CAMBIA LO STATUTO AL PD
per fare tutto questo credo ti sarà utile, per un po’, cambiare lo Statuto del PD, togliendo materialmente potere al partito a livello locale. Si torna, cioè, ai bei tempi in cui il Partito (qui ha la maiuscola) era gestito dal centro e localmente si decideva poco. Bisogna meritarselo, il diritto a decidere per sé.
Le candidature? Le approva il PD centrale, col suo comitato etico di fastidiose signorine Rottermeier, che indagano su ogni nome in lista (alleati inclusi).
Le alleanze? Le approva il comitato suddetto, dopo aver valutato se gli alleati sono eticamente degni, non hanno nomi imbarazzanti, ecc.

E così via. Lo so, lo so che è un grande rompimento di palle, gestire così le candidature, le nomine, ecc. Ma preferisco avere qualche fastidio in più e molti imbarazzi in meno. Te lo dico da elettore che sai che ci tiene.”

 

AUTOROTTAMAZIONE E POCHE SCUSE: UN ULTIMATUM A RENZI

Quando il PD sarà diventato pulito anche in periferia, con comodo e con giudizio potremo spostare di nuovo la governance locale nei territori. Ma prendiamoci del tempo.

Mi sa che anni di berlusconismo, di partito della “ditta” e di partiti personali e familiari ci hanno fatto dimenticare che i partiti sono prima di tutto (cioè, dovrebbero essere prima di tutto) realtà che si definiscono sul piano etico e poi, a valle di quello, sul piano politico.

Ci tengo a dirlo: io ho votato Renzi non solo perché riformasse il paese in meglio (cosa che penso stia facendo, con tutte le difficoltà e le riserve del caso, ché la materia è complessa: ma il mio giudizio è positivo), ma anche perché cambiasse in meglio il PD e la sinistra per intero in ogni suo aspetto, incluso quello etico. E l’ho fatto aspettandomi che facesse tutto questo con tutta la forza possibile, prendendosi il lusso di non essere gentile o rispettoso, ove il caso l’avesse richiesto.

Per me il senso della rottamazione resta questo. E qua e là ha dato i suoi frutti, nella composizione della Direzione Nazionale del PD, in molte nomine del Governo (Boeri, Cantone), in molte candidature alle Europee (accompagnate da nomi terribili, come Cofferati, purtroppo).
Localmente, però, non è cambiato nulla.

Sono mesi che in tanti sosteniamo che Renzi deve occuparsi del “PD vicino”, la cui bruttezza è evidente e rischia di fare danni a livello nazionale.
Fino a ora non è stato fatto quasi niente. La scusa per cui Renzi ha cose più importanti da fare (per esempio tirare fuori questo paese dai guai in cui l’hanno messo i suoi nemici politici di ogni colore) inizia a traballare. E non perché Renzi abbia finalmente del tempo libero, ma banalmente perché la qualità locale del PD rischia di fare male al PD nazionale, a Renzi e al suo processo di rinnovamento.

Quindi i casi sono due. O Renzi si prende carico di questo problema (se non lui direttamente, qualcuno per lui: non mancano i nomi degni) oppure ci dice chiaramente che il PD locale gli va bene così e che ha altro a cui pensare. In quel caso perde il mio voto (e, sia chiaro, se lo scordano tutti gli altri: sono infinitamente peggio di lui).

Elezioni in Liguria: che fare? Un post delusissimo

May 27th, 2015 § 14 comments § permalink

Fossi ligure (e un po’ lo sono, per ragioni familiari e soprattutto affettive) troverei veramente difficile esprimere un voto alle imminenti elezioni regionali.

Penso che negli ultimi tempi in Liguria la sinistra tutta abbia dato il peggio di sé, inanellando una sequenza così perfetta di errori, cliché, stupidaggini e autolesionismi da sembrare una parodia.

Anzi, se qualcuno ha voglia di creare un tutorial intitolato “cose che la sinistra non deve fare MAI” da lasciare alle prossime generazioni, credo che la sceneggiatura sia già pronta: basta seguire passo dopo passo la cronistoria di questo disastro annunciato, che inizia con le Primarie per la scelta del candidato regionale del centrosinistra e finisce con una scissione, una candidatura inutile e dannosa e il rischio di far vincere la destra.

 

DUE CANDIDATI IMPRESENTABILI ALLE PRIMARIE

Quando sostengo che la sinistra in Liguria ha dato il peggio di sé non sto ricorrendo a un’iperbole. Si è manifestato davvero il peggio (un peggio storico, ricorrente) in due forme note, corrispondenti alle due candidature principali alle Primarie del PD.
Vediamole, accompagnate dal problema che si portano dietro:

 

1 – Raffaella Paita – il potere dei soliti noti, che non si rinnova
Da un lato c’era un candidato espressione del gruppo di potere che da anni possiede materialmente il centrosinistra in Liguria, che fa capo a Burlando, e che nel corso del tempo ha fatto danni gravi a livello amministrativo, politico ed elettorale (tra cui perdere le primarie per il sindaco di Genova e gestire malissimo la questione alluvioni).
Insomma, da anni c’era un PD locale gestito da un potentato particolarmente sgradevole, maneggione e arrogante: una realtà da rottamare con tutte le forze. Peccato che, dopo anni di entusiastica militanza bersaniana, sia saltato sul carro renziano e abbia espresso la candidatura di Raffaella Paita, vera e propria creatura di Burlando.

2 – Sergio Cofferati – un impresentabile (oltre che una cariatide)
Lo sostengo da anni: se c’è un’icona del peggio che la sinistra abbia mai espresso, questa è Sergio Cofferati.
Al di là di essere espressione di un’idea vecchia e non reale della società (più o meno quella della CGIL più conservatrice), al di là di essere stato un pessimo sindaco a Bologna, paracadutato dalla politica in luoghi a cui non apparteneva e che non conosceva (una delle cose più “kasta!” di sempre), si è rivelato anche antipatico, poco responsabile e soprattutto bugiardo, interessato più ai fatti suoi e ai posti di potere che alla lealtà nei confronti di chi lo ha votato. Aggiungete al mix il fatto che è totalmente incapace di comunicare in modo non paternale, non calato dall’alto, non formulaico e non algido e capirete perché per moltissimi Cofferati – sostenuto da bersaniani e civatiani – è l’epitome della bruttezza della sinistra che fu, oltre a essere la negazione del concetto stesso di rinnovamento.

 

SCONTRO FRA TITANIC

Ecco il classico scenario “scontro fra Titanic”,  una condizione in cui la scelta è tra due mali che si combattono e che sono posizionati ben oltre la soglia dell’accettabile. Non importa chi vinca: sarà sempre e comunque un fallimento destinato a colare a picco.

Difficile fare di peggio. Però va riconosciuto ai due candidati di essere stati così bravi da riuscirci.

Fin dal primo giorno delle Primarie sono volati pubblicamente sospetti, accuse, insulti reciproci.
Da un lato Cofferati accusava la Paita di aver taroccato le Primarie accordandosi con la destra per portare ai seggi votanti a suo favore, dall’altro i pullman pieni di gente raccolta non si sa come dalla CGIL e intruppata per votare Cofferati erano difficili da non notare.
Alla fine ha vinto con un discreto distacco la Paita. Cofferati ha fatto un esposto al PD centrale, che dopo un’indagine ha rilevato alcune irregolarità, ma non così tante da invalidare le Primarie.

Resta il fatto che si è consumata per giorni una battaglia a cui entrambi i contendenti hanno contribuito con il loro fardello di panni sporchi. Panni che non sono stati lavati in famiglia, anzi sono stati fatti volare nel più classico dei litigi in pubblico: un regalo agli avversari e all’antipolitica.

(Personalmente, dopo questo episodio non mi conto più tra gli entusiasti dello strumento delle Primarie, se sono così penetrabili da gruppi d’interesse, sindacati, avversari, ecc. e se ogni sconfitto può gridare allo scandalo, portandosi via il pallone e mandando tutto in vacca)

 

LA TERZA VIA CHE NON COLSE

Mettiamo in fila gli errori fatti finora, nel più classico elenco puntato:

– due candidature vecchie, da rottamare e impresentabili, figlie della cultura del vecchio PD

– un tentativo di snaturamento della volontà della base, coinvolgendo soggetti estranei al PD

– litigi in pubblico tra gente dello stesso partito, condotti ben oltre la soglia del ragionevole.

Manca un classico della sinistra di una volta: l’autolesionismo.

Ecco, quindi, che entra in gioco Giuseppe Civati.

L’amleto brianzolo alle Primarie si era schierato apertamente con Cofferati, cosa che ha lasciato un po’ interdetti i suoi supporter e i pochi che ancora pensavano che fosse espressione di una forma di rinnovamento della sinistra.
La verità è che, a fronte di tante parole, quando si è trattato di fare delle scelte di rinnovamento, Civati si è sempre trovato dalla parte della conservazione, come nelle Primarie del 2012 in cui si schierò con Bersani e D’Alema.

Di solito a questo punto i suoi difensori fanno partire il coro del “Sì, stava con Cofferati/Bersani ma malvolentieri”, che per me è un’aggravante: dalle sue parti ci si aspetta un leader, non una fidanzata malmostosa.

Ciò che sorprende è che Civati e i suoi si siano lasciati sfuggire un’occasione come le Primarie liguri.
Pensiamoci: c’erano due candidature pessime, espressione delle due correnti PD a cui i civatiani si dicevano alternativi. Civati poteva per una volta smarcarsi, proporre una candidatura diversa dai due impresentabili, farsi notare e probabilmente vincere le Primarie. Poteva, per la prima volta nella sua carriera politica, farsi notare con una soluzione innovatrice. E aveva l’occasione enorme di essere in grado di chiamare a raccolta tutti i delusi dall’obbligo di una scelta stupida tra un male e un malissimo.

E lui si è schierato col malissimo.
Tocca arrendersi al fatto che Civati e il suo staff non sono all’altezza: questo era un goal a porta vuota, bastava candidare alle Primarie un amministratore civile e un po’ sveglio.

Se perdere un’occasione enorme è una cosa spiacevole, ciò che è accaduto in seguito è stato terribile.
Cofferati, sconfitto alle Primarie, non ha accettato di aver perso, è uscito dal PD e ha dato il via a una vendetta: cercare di far perdere la Paita.

Per questo scopo particolarmente autolesionista – perché far perdere la Paita significa far vincere la destra di Berlusconi e Salvini, che in Liguria si presenta unita ed è saldamente piazzata seconda nei sondaggi – Cofferati si è tirato indietro e, in accordo con Civati, ha mandato avanti tal Luca Pastorino.
Pastorino, un parlamentare del PD non di primissima fila, sindaco di Bogliasco e civatiano, è uscito dal PD (non si è dimesso da parlamentare né da sindaco) e si è candidato presidente della Regione al di fuori del centrosinistra, con zero chance di vittoria, ma con l’obiettivo di sottrarre voti alla Paita, così da far vincere la destra.

La candidatura Pastorino parte da premesse sbagliate, perché se Civati voleva farci votare il sindaco di Bogliasco poteva candidarlo alle Primarie ed evitare di schierarsi con Cofferati.
Fossi stato ligure, alle Primarie l’avrei votato per disperazione, pur di evitare gli altri due contendenti.

L’operazione Pastorino, in più, non ha senso logico: non costruisce un’alternativa credibile, non ha nessuna possibilità di competere per la presidenza e ha un solo compito/effetto: cercare di far perdere la Paita e quindi far vincere la destra, in un’elezione in cui c’è un turno solo e vince chi arriva primo.

È evidente che il senso della candidatura di Pastorino – che i sondaggi più ottimisti danno  lontanissimo dai primi tre piazzati e con zero speranze di essere eletto presidente – è del tutto estraneo alla politica locale: Cofferati e Civati vogliono cercare di far perdere un’elezione al PD di Renzi.

Ora, capisco benissimo che ci sia chi non si riconosce in Renzi e chi lo detesta umanamente e politicamente, capisco e faccio miei tutti i rilievi alla candidatura della Paita e ai metodi del PD ligure.
Ma rischiare di far vincere la destra per “dare una lezione” a Renzi mi sembra una speculazione politica fatta sulla pelle dei cittadini liguri, che non si meritano la ghenga fascio-zombie di Salvini e Berlusconi.

Al di là del metodo – uno strappo a sinistra inutile e vendicativo, funzionale alla destra – il merito è deprimente. Pastorino si è dimostrato una delusione: privo di idee, inconsistente, fiacco, incapace di comunicare, con un programma tanto generico e ingenuo quanto palesemente raccogliticcio e improvvisato.
D’altronde i contenuti contano poco: per i promotori si tratta di “picchiare Renzi” e nulla più. E se tra le vittime collaterali ci sono i cittadini liguri, chi se ne frega.

Il confronto tra candidati alla presidenza della Regione Liguria avvenuto l’altra sera su Sky è stato rivelatore: Pastorino è stato vacuo e poco credibile, riuscendo a raccogliere credo il gradimento più basso mai registrato in un confronto tra candidati: un umiliante 13%, come riportano i dati di gradimento riportati da Sky.
Insomma, ai promotori dell’operazione Pastorino manca perfino la scusa “qualitativa”: il candidato è indubbiamente mediocre.

 

OK, MA TU COSA VOTERESTI?

In uno scenario così verrebbe voglia di mandare tutti a stendere, restarsene a casa e pensare ad altro.

Non ci sono molte alternative praticabili, escludendo a priori la destra. Il Movimento 5 Stelle è invotabile e in ogni caso non è in grado di vincere e il resto dei partiti (tra cui 4 – quattro! – candidature diverse di estrema sinistra, a conferma dello spirito costruttivo e unitario che alberga da quelle parti) ha numeri da schedina.

I sondaggi dicono che il distacco tra la Paita e Toti è limitato. La priorità è fermare la destra malintenzionata di Berlusconi e Salvini.
Fossi ligure, darei un voto contro la destra, per fermarla.
L‘unico modo concreto per farlo è votare – col naso tappatissimo – la Paita come presidente.

Per fortuna dai sondaggi emerge un’opportunità e cioè che, in caso di vittoria, i partiti che sostengono la Paita potrebbero non avere la maggioranza per governare e dovrebbero cercare alleanze e alchimie fragili ed effimere, destinate a durare poco, qualora si concretizzassero.

Fossi un elettore ligure ne approfitterei: c’è l’occasione di fermare la destra e facendo “non vincere” le liste che supportano la Paita.
Uno scenario simile potrebbe seriamente portare a nuove elezioni regionali. E magari a un PD ligure commissariato e a una candidatura di centrosinistra innovativa, presentabile e in discontinuità con Burlando e amici.

Riassumendo:

–  voto tattico e col naso tappato alla Paita come presidente in funzione anti-destra

– voto di lista a un partito di un’altra coalizione (nel mio caso mai alla destra, agli autolesionisti di Pastorino e a Grillo).

Vorrei fosse chiaro che un voto così non è un voto “utile”. È un voto disperato e distruttivo, fatto per fermare la destra e al contempo impedire a una sinistra inqualificabile di governare male come ha spesso fatto, favorendo nuove elezioni e – si spera – un’offerta politica più civile.

 

ALZIAMO GLI STANDARD?

Doversi ridurre a votare con delle acrobazie per scegliere un “meno peggio” effimero pur di arginare una destra morta e sepolta e resuscitata dall’aventatezza di Cofferati e Civati è semplicemente umiliante. Perché siamo tornati a dividerci, a giocare di sponda e a rivitalizzare la destra. Questo è un mix di bruttezza, arroganza e autolesionismo che conosciamo da anni (avessi voglia di mettere delle immagini, qui comparirebbero le fotografie di D’Alema e Bertinotti).

Come elettore di sinistra, scusate, pretendo di più.

Pretendo più attenzione da parte del PD centrale alle realtà locali. È nelle realtà locali che i potentati che prosperano da anni, è lì che il partito viene invaso da gente con intenzioni poco pulite, è lì che non si è rinnovato nulla, perché i soliti noti hanno cambiato casacca da bersaniani a finti renziani dell’ultima ora.
Questo vale da anni in Liguria come in Piemonte (regione in cui vivo e in cui evito qualsiasi rapporto – anche elettorale: non lo voto – col PD locale, preso da una guerra tra bande di signori delle tessere e interessi terzi, tra cui un po’ troppa gente in direzione che ha ruoli dirigenziali nella Sitaf e aziende affini) e, a leggere i giornali, nel Lazio di Mafia Capitale, in Campania e chissà dove altro ancora.

Di grazia, Renzi vuole occuparsi di questo problema o no? Qui, nel “partito vicino” il verso non è cambiato. E le facce (e i metodi) nemmeno.
Ricordiamoci che Bersani non ha fatto nulla per risolvere questo problema, anzi la sua gestione è responsabile dell’incrostazione dei potentati locali; il risultato è stato un 25% alle politiche, perché la gente è difficile che sia così articolata nei giudizi da distinguere tra PD nazionale e PD locale.

Pretendo più civiltà e più responsabilità da parte di chi si oppone a Renzi, elettori inclusi.
L’operazione Pastorino è una stupidaggine assurda compiuta sulla pelle dei cittadini liguri. Cioè, pur di dare contro a Renzi, Civati e Cofferati sono disposti a regalare la Liguria a Berlusconi e Salvini. Sono i nuovi Bertinotti, ma con meno stile, meno idee e senza le attenuanti di allora.

Lo dico a quei pochi elettori intenzionati a votare Pastorino per dare una lezione a Renzi o perché schifati dalla Paita: capisco, ma riconsiderate le vostre priorità e fate i conti con la realtà.
Chi vota Pastorino contribuisce direttamente a far vincere la destra di Salvini, Casa Pound e Forza Italia. Capisco le buone (e cattive) intenzioni, ma cerchiamo di essere lucidi: quella gente è pericolosa e l’antifascismo viene prima di tutte le divisioni di cui ci piace circondarci.

Infine pretendo più qualità nelle candidature del centrosinistra, perché tra gli aspiranti presidenti emersi dal PD e dai suoi fuoriusciti non c’è un solo nome votabile, in queste elezioni liguri. Che si tratti di impresentabili, di infami funzionali alla destra o di semplici incapaci, la qualità è bassissima.
Sono deluso io che abito in un’altra regione, figuriamoci i liguri.

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