Giao Angelo! In morte di FriendFeed, la comunità che diventò l’ONU delle cricche

March 10th, 2015 § 14 comments § permalink

Alla fine chiude FriendFeed (non lo linko, tanto chiude). Se il nome non vi dice nulla, risparmiate i vostri “Chiii?” e non trattate come un Fassina qualsiasi uno dei social network più importanti della Rete italiana – in prospettiva storica, s’intende –  che tra un mese esatto finalmente muore.

Dovessi spiegare il senso di FriendFeed a chi non lo conosce, la metterei giù più o meno così: è il primo posto in cui la comunità dei primi “assidui conversatori online” si è definita in quanto tale ed è cresciuta.
La parola interessante è “comunità”.
Certo, prima di Friendfeed (e anche durante e dopo) molti di noi avevano un blog, ma siamo onesti (e forse è il caso di dircelo una volta per tutte): non è che coi blog fossimo così tanto comunità.  Certo, cercavamo di leggerci a vicenda, ma all’epoca mancavano, banalmente, gli strumenti per uscire dalla nostra comfort zone di letture certe: blogroll e commenti non erano il massimo per fare discussioni di gruppo e spesso le conversazioni lunghe e partecipate, che pure non mancavano, erano sparse su un arcipelago di singoli blog difficile da padroneggiare.
Insomma, data l’inevitabile “forumizzazione dei blog” nei commenti, tenere traccia delle conversazioni era difficile e ci si perdeva sempre qualcosa, non si sapeva mai dove andare, spesso si arrivava in ritardo dopo essersi persi il meglio e così via.

FriendFeed, alla sua nascita, era il social network giusto al momento giusto: intercettava il desiderio da parte dei blogger di avere uno spazio condiviso (e non personale) di aggregazione e di discussione e intuiva che l’identità digitale di una persona non si sarebbe limitata al solo blog, ma avrebbe incorporato altri servizi/mondi.

L’idea di fondo di FriendFeed era semplice: essere il social network dei social network, cioè un posto in grado di aggregare tutto ciò che ciascuno di noi postava sul suo blog, sul suo account Twitter, sul proprio account Facebook e su mille altri servizi (e anche direttamente su FriendFeed), consentendo ad amici e perfetti sconosciuti si sviluppare una conversazione sotto ciascun post.

Per anni buona parte di coloro che in Italia provavano piacere a contarsela online (in sostanza quasi tutti i blogger assidui) si sono ritrovati lì. Il bello di FriendFeed era che sotto a un post potevano nascere discussioni chilometriche, che spesso prendevano pieghe tutte loro, si allontanavano dal tema, venivano “rapite” da altre questioni, ti portavano altrove.

Era divertente, quel FriendFeed lì. Era diventato una piattaforma in cui una comunità di gente propensa alla chiacchiera e al cazzeggio (o al dibattito politico al coltello) esercitava e condivideva la propria competenza, le proprie opinioni e la propria creatività. Bastava una stupidaggine, per esempio un post intitolato “parole che mi stanno antipatiche”, e la comunità si scatenava per centinaia di righe esilaranti. Oppure era sufficiente creare un thread per seguire e commentare un evento, uno spettacolo televisivo, uno spoglio elettorale, ecc. e ci si ritrovava online a fare la social tv prima che qualcuno si inventasse la sua definizione.

Il mix di identità, contenuti e relazioni che animava FriendFeed aveva creato una vera e propria comunità, con un suo linguaggio condiviso (il titolo di questo post è un esempio di friendfeeddese), un epos, numerosi modi di dire che uso tuttora nell’incomprensione generale (#piastrelle!) e alcune figure immancabili: il genio, il morto di figa (tanti), l’idiota del villaggio (idem), la fatalona (troppe), quello tutto serio, il precisino, il bislacco, i tanti fake, l’esaltato, ecc. Tutte cose da manuale di micro-sociologia, niente di nuovo. Ma era la prima volta che in Italia capitava una cosa simile online, con questa portata.

Certo, FriendFeed restava un social network per pochi. Per un bel po’ è stato l’aureo isolamento di una sorta di élite di influencer che amavano frequentarsi online e spesso offline tra barcamp, blogbeer, ecc.
Poi è accaduto un fenomeno tipico di molte comunità: l’autoreferenzialità ha superato i limiti di guardia:
la comunità, cioè, ha iniziato a parlare più di se stessa che di ciò che stava là fuori.Vista la collezione di casi umani presenti lì sopra, non nego che per un po’ la cosa sia stata divertente, ma la cosa ha preso la mano a molti, soprattutto nel momento in cui in in tanti hanno iniziato a utilizzare la feature più distruttiva di FriendFeed: le stanze segrete. In sostanza era possibile creare aree di conversazione nascoste, accessibili solo su invito, in cui comunità più o meno grandi di persone potevano discutere tra loro a riparo da sguardi indiscreti.

In poco tempo FriendFeed si è balcanizzato: nella timeline pubblica c’era poco e l’attività nelle tantissime stanzette nascoste ferveva intensa. La comunità si era trasformata in una raccolta di conventicole, perlopiù dedite al pettegolezzo, al dissing, alle cattiverie e al postare nella stanza X gli screenshot della stanza Y in cui si parlava male di chissà chi. Uno scenario, alla lunga, deprimente. “Guardar senza esser visti, rende tristi”.

Non posso negare di essere stato un utente entusiasta di FriendFeed per un paio d’anni. Anzi, forse uno dei più entusiasti e assidui di tutti, anche perché a quel social network devo un bel po’ di amicizie vere (e altrettante superficiali ma finte bene), qualche relazione imbarazzante e alcune tra le letture e le risate migliori della mia vita. Lì sopra mi sono divertito fino al giorno in cui mi sono accorto che la cattiveria spadroneggiava e quello che prima era un diletto era diventato una relazione morbosa di amore-odio.
Non mi piaceva quello che avevo intorno e non mi piacevo io, lì sopra. Patisco gli arroganti, figuriamoci quando li vedo nello specchio.

Ricordo che nella tarda estate 2009 cancellai l’account di colpo, senza un preciso fattore scatenante, senza aver sentito segnali di crisi. La misura si era colmata e chiusi tutto, senza particolare rammarico. Così, click.

Col tempo, molti fecero altrettanto. Era diventato un brutto posto e nel corso degli anni si è svuotato.
Negli ultimi tempi pare fosse triste come una di quelle località termali minori in cui nel tempo sono morti quasi tutti gli anziani (anzi, anzyani in friendfeeddiano) che andavano lì a curarsi.

Spesso ho definito FriendFeed un luogo per addetti ai livori: negli ultimi tempi in cui lo frequentavo era davvero diventato “il socialino dell’odio” (la definizione è degli utenti stessi, che ne vanno fieri), in cui il massimo divertimento per molti era prendere in mezzo qualcuno a sua insaputa e insultarlo collettivamente, presi da una specie di food frenzy da squaletti.

Mi è capitato di rado di incappare in FriendFeed da quando ne sono uscito (lo ritengo un luogo nocivo), ma le rare volte che una ricerca o un link mi hanno riportato lì ho ritrovato le stesse meschinità di allora, magari scritte da gente che in altri contesti non si lascerebbe mai andare alla violenza verbale, alle logiche di branco, all’odio ideologico. E dico questo da persona con le spalle larghe, che non si scandalizza per una parolaccia o per una polemica che prende una brutta piega.

Alla fine FriendFeed è stata una bella storia finita male: ho sentimenti contrastanti, al riguardo. Da un lato sono contento di essermi divertito lì sopra per un bel po’ e dall’altro sono contento di essere stato tra i primi ad andarsene via.
Credo di essere amico di molte persone che ancora lo usavano, sperando di cavarci qualche conversazione intelligente. Purtroppo, perfino una cosa leggera, simpatica e disimpegnata come il cazzeggio diventa indigeribile quando passa al lato oscuro della forza.

Qualcuno obietterà che su Twitter non mancano i troll, gli arroganti, le brutte persone e le pratiche sgradevoli. Concordo, ne so qualcosa e ne ho scritto.
Ecco perché le rare volte che mi inalbero su Twitter è quando vedo emergere logiche di branco (per esempio gli antagonisti che retwittano un tweet sgradito, così da chiamare a raccolta i loro sodali e aggredire verbalmente l’autore, tanti-contro-uno: è quello che chiamo retweet passivo-aggressivo). Da ex friendfeeddiano so dove portano, quei comportamenti fascistelli.

Per fortuna il limite di 140 caratteri di Twitter ci impedisce di dare il peggio di noi tutto in una volta. E a furia di spezzettare la propria insulsaggine in raffiche di poche parole, anche il più stolido degli arroganti leoni da tastiera si stufa. Dove non arrivano l’etica e il buonsenso, arriva la noia. Per fortuna.

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