Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
Cosa è cambiato, in questi 12 anni?

Visto che ora mi sento lontanissimo dalla piazza della CGIL, dalla sua visione del mondo e dalle sue idee, mi chiedo cosa sia cambiato da allora.

Per me, ragionando in termini professionali, è cambiato poco: nella mia vita lavorativa, detestando gli uffici, le gerarchie e gli orari regolari, ho fatto per poco tempo il dipendente e in sostanza sono un lavoratore autonomo da sempre.
L’Articolo 18 non mi riguarda e non cambia le mie sorti esistenziali o economiche.

Quindi tutto ciò che ho fatto e che penso come cittadino (non)manifestante riguardo a questo tema esiste per ragioni del tutto scollegate dal mio interesse personale o da quello dei miei cari.

Se per me non è cambiato nulla (in verità è cambiato tantissimo, ma su aspetti non rilevanti per i fini di questo post), per il resto dell’umanità è successo qualcosa.

È successo che la disoccupazione è cresciuta di un terzo, dal 9% al 12% (per i precisini: uso cifre di massima, riferendomi ai dati Istat): è uno dei tassi peggiori d’Europa ed è un dato drammatico.

È successo che la disoccupazione giovanile ha superato il 44%, dato che genera un po’ più realistica inquietudine se lo si mette giù così: quasi metà dei giovani sul mercato del lavoro sono senza occupazione. Stiamo parlando di circa 700.000 persone sotto i 25 anni, su un totale di 3,5 milioni di disoccupati.

È successo che l’economia globale è andata in crisi nera. E l’Italia ne ha risentito più di altri paesi. In Italia c’è sfiducia, c’è paura per il futuro. E ci sono (lo so, questo dato mi dà fastidio e lo sto ripetendo) 700.000 under-25 senza lavoro, a casa, a carico delle famiglie, depressi, frustrati, incazzati, che si sentono inutili.

Immaginatevi una grande parentesi graffa scritta a fianco di questo elenco. E immaginatevi che punti a questa banale affermazione su cui credo tutti concordiamo: 

l’attuale sistema economico-lavorativo italiano non funziona, anzi fa danni: crea progressivamente sempre più disoccupazione.

 

Who you gonna call? Ca-musso!

Quando un sistema non va e peggiora la situazione su cui si installa, che si fa?

La CGIL ha una risposta certa, che coincide da anni con la sua linea: lo si difende a spada tratta.

Può sembrare un paradosso, ma in verità è qualcosa di più triste. Seguitemi.

Alla CGIL piace, questo sistema? No.

Però una solida certezza del “brutto ormai familiare” rassicura il sindacato molto più che le incognite del nuovo.

E una campagna che trasforma in certezza l’ipotesi che il nuovo possa portare il peggio è perfetta per raccogliere consenso intorno all’idea di non cambiare niente.

La paura di passare dal male al peggio provando qualcosa di nuovo è la ragione per cui la CGIL difende il male.

Definire conservatrice questa posizione non è giusto. Perché è molto peggio.

È retrograda, perché difende un sistema “progressivo” (nel senso che continua a fare sempre più danni: non mantiene la situazione in equilibrio).

Io vorrei vedere debellato quel male. Anche perché ha assunto dimensioni tali per cui è statisticamente difficile fare peggio. Vale la pena provare, ora più che mai.

 

Ho cambiato idea: eccola

In questi 12 anni ho cambiato idea e mi sono convinto che la sostanziale non licenziabilità dei lavoratori dipendenti sia un male, perché è una delle condizioni che ostacolano la creazione di nuovo lavoro.

In Italia la crescita di un’impresa o l’arrivo di un’impresa nuova è un rischio, perché ogni assunzione, in un regime di sostanziale illicenziabilità, è un matrimonio sacro e inviolabile con un lavoratore. Un assunto è per sempre.

Chi glielo fa fare a un imprenditore di investire in un paese in cui non ci sono strumenti per un’azienda per ridurre i costi del personale nei momenti in cui gli affari vanno male?
Le aziende moderne sono fisarmoniche, i cui business spesso si gonfiano e sgonfiano repentinamente. Purtroppo il sistema attuale è rigido: fin quando cresci, bene. Appena calano gli affari, lo Stato di fatto ti impedisce di alleggerirti e reagire. Dove “alleggerirti” significa licenziare qualcuno per non fallire e di conseguenza far restare tutti senza lavoro.
Purtroppo le relazioni sindacali si riducono spesso al ricatto “o tutti o nessuno”. Le imprese più ciniche scelgono “nessuno”, chiudono e riaprono all’estero.

 

Credo che all’Italia serva un sistema elastico, che tenga conto del fatto che le imprese nel 2014 hanno molti più alti e bassi rispetto a quelle dell’era industriale, che permetta loro di crescere e, quando necessario, di contrarsi.

La presenza di un sistema simile può attrarre investimenti in Italia, creare nuovo lavoro (molto più di quanto se ne perderebbe).

E credo serva un sistema che impedisca alle aziende di fare le furbe. Bisogna evitare che si possano fare licenziamenti discriminatori e licenziamenti a raffica.
La soluzione è semplice: le aziende che licenziano non lo fanno gratis, ma vengono colpite là dove sono sensibili (cioè nei soldi). E ai lavoratori licenziati sono garantiti soldi e opportunità.

Il nuovo principio mi sembra chiaro: licenziare ora non è più impossibile. Però costa caro. Così caro che un’azienda lo fa solo se è estremamente necessario. E quei soldi vanno al lavoratore.

Il Jobs Act propone proprio questo modello. E a me sembra giusto e adatto ai tempi.

La storia è ben diversa rispetto al 2002 in cui Berlusconi proponeva di cancellare l’Articolo 18 per tutti i neoassunti e gli “emersi” senza rimedi e compensazioni.
Quella era macelleria sociale, figlia di un clima orribile generato da una destra al suo massimo potenziale elettorale, ancora in delirio di onnipotenza dopo la prova di forza (criminale) fatta a Genova durante il G8. Non è passata. E ho (abbiamo) fatto bene a opporci. Ma la battaglia contro le sciagurate proposte berlusconiane ci aveva distratti dal fatto che la situazione andava comunque cambiata. Cambiata bene.

Ho la certezza matematica che il Jobs Act funzioni? No, non ce l’ho. Però so che dove esistono sistemi simili, come in Danimarca, la disoccupazione è ai minimi. Vale la pena provarci: fare peggio di così è quasi impossibile.

 

Psicoanalisi sindacale

Oggi non ho sfilato in piazza con la CGIL perché penso che il Jobs Act sia una buona legge che getta le basi per modernizzare il sistema-lavoro in Italia, creando occupazione.

Non è che un primo – perfettibile e con qualche errore – passo nel verso giusto. Però introduce un principio che trovo appropriato e realista (la parola è importante): l’epoca per cui un lavoratore entra nel mondo del lavoro a 18 anni e ne esce da pensionato senza aver mai cambiato impiego e azienda è inesorabilmente finita. Ed è finita ovunque, non solo in Italia. Guardatevi intorno, guardate i vostri LinkedIn, fate mente locale. È così, piaccia o no.

E la soluzione a cui possiamo arrivare, come paese, è un sistema in cui ci sarà lavoro per tutti. Ma non ci sarà *il posto di lavoro immutabile e a vita per tutti*. Cambieremo spesso lavoro, cercando sempre il meglio, avendo abbondanza di opportunità, se sapremo creare le condizioni economiche giuste.

L’epopea del posto fisso a vita è finita, non credo realistico che si torni indietro. Ci sono soluzioni diverse?

La CGIL non capisce questa semplice evidenza. Forse patisce così tanto questo cambiamento epocale da rimuoverlo. È un comprensibilissimo strumento psicologico di protezione. Ma si tratta di un’organizzazione sindacale, non di una persona traumatizzata.

I casi sono due. O il più grande sindacato italiano è così alienato dalla contemporaneità da non capire che la più grande emergenza di questi tempi è la disoccupazione (in particolare quella giovanile).

Oppure la CGIL tiene fede strettamente al proprio nome e si limita a essere il sindacato dei lavoratori in senso stretto, cioè di coloro che hanno già un lavoro, possibilmente a tempo indeterminato. E poiché i disoccupati non sono lavoratori, che si fottano (curiosamente è l’ipotesi più caldeggiata, anche con orgoglio, da molti fan della CGIL in rete).

Nel primo caso è importante svegliare il sindacato, fargli capire che il mondo è cambiato e vedere come reagisce.

Nel secondo sorge un problema di etica: se la CGIL è la lobby in difesa dei “già lavoratori” ed è disposta a sacrificare il benessere e la felicità di una generazione per difendere l’intoccabilità dei suoi iscritti, allora per me viene meno il senso di un sindacato, che immaginavo teso al bene e alla promozione sociale di tutti i cittadini.

Messa così, la CGIL è uno dei tanti gruppi d’interesse, che guarda a un bene ristretto di una categoria: il club degli occupati, in competizione con chi non ne fa parte.

 

Un sindacato che non vuole niente

Anche volendo fare i buoni e pensando che il sindacato guidato da Susanna Camusso sia solo un caso di massa di distacco dalla realtà, resta un interrogativo più grande di tutti: ma la CGIL cosa vuole fare, di fronte a questa situazione economica?

La mia impressione è che non voglia fare niente. Anche perché non vedo molte ipotesi diverse.

Ogni tanto sento tirare su una cortina fumogena di balle: ‘estendiamo a tutti i diritti acquisiti dai “già lavoratori”!’. (spesso sotto forma di slogan sinistrese “i diritti non si tolgono, si estendono” o di hashtag imbarazzante).

È esattamente quello di cui abbiamo bisogno! Dai, rendiamo ancora un po’ meno appetibile l’Italia come luogo in cui creare lavoro. Avremo i disoccupati più garantiti al mondo, sulla carta!

Oggi ho sentito Susanna Camusso in piazza proporre di fatto di una patrimoniale, cioè di un prelievo sui patrimoni più grandi per pagare i cosiddetti “ammortizzatori sociali” (è tipico del sindacalese e di certa sinistra anziana e conservatrice rendere incomprensibili cose semplici attraverso il gergo burocratico peggiore).
Detto da uno che non è contrario alla patrimoniale (ma la userebbe per altri fini, cioè colpirei i grandi patrimoni privati per tagliare le tasse a chi crea lavoro, investe, ecc. e favorire l’occupazione), mi sembra una stupidaggine enorme: è un’operazione che puoi fare una volta sola e non risolve niente se non nel breve termine. Il solito pannicello temporaneo messo lì a tamponare una situazione che è sbagliata nel profondo, non è rattoppabile con interventi spot.

Servono modifiche al sistema e non correttivi che puoi fare un anno solo e poi dopo 12 mesi ti ritrovi lo stesso problema.

Per il resto, il sindacato tace. Non ha la capacità di analizzare il presente (anzi, spesso lo nega), figuriamoci se riesce a proporre soluzioni per migliorarlo.

Temo che il sindacato non veda nemmeno cosa succede là tra i lavoratori che pretende di rappresentare. Tra gli altri 59 milioni di italiani rimasti a casa e perfino tra molti dei suoi militanti scesi in piazza ci sono famiglie che hanno in casa un figlio che non lavora, non trova lavoro, forse perfino non cerca più lavoro e non ha un futuro.

Qualcuno dovrebbe spiegare a Susanna Camusso che la preoccupazione principale di quelle famiglie è la disoccupazione dei figli, l’assenza di opportunità per loro in un mercato che non crea nuovo lavoro e fatica a liberarne di vecchio. Stanno mettendo i padri contro i figli. Chissà se i tanti padri (e nonni, tantissimi nonni) che hanno manifestato oggi in piazza si rendono conto di aver sfilato contro il futuro dei loro figli.

 

Domande ansiose sulla CGIL

Inizio con una domanda, che mi sembra *la* domanda. E la faccio io che sono praticamente da sempre una partita IVA (e per il sindacato o non esisto o sono il nemico evasore), quindi per nulla coinvolto dalle azioni della CGIL.

Ma ha ancora senso un sindacato così?


(nota: non ho chiesto se il sindacato ha senso, perché credo che sia fondamentale per una democrazia che esistano i sindacati; sto chiedendomi se ha senso che il sindacato in Italia sia così).

E poi, tanto per non farci mancare un po’ di interrogativi.

Ma la CGIL è ancora un sindacato o è davvero diventata il club dei “già lavoratori”?

Che bene può portare al paese un sindacato/club che non propone nulla di intelligente, aggiornato e realistico per chi non ha lavoro?

Che credibilità ha un sindacato che parla di giustizia sociale e poi alla prova dei fatti si schiera a tutela di privilegi che talvolta assumono forme odiose?

[guardate qui una delegazione degli orchestrali licenziati dell’Opera di Roma che partecipa al corteo odierno contro il Jobs Act, sì, proprio loro: quei lavoratori con privilegi assurdi e imbarazzanti, di cui ci siamo vergognati tutti e che sono un’icona perfetta dell’assitenzialismo malato di scuola CGIL]

Si rendono conto, alla CGIL, che la frase “i diritti non si tagliano, si estendono” non ha senso in un contesto in cui alcuni di questi diritti sono discutibili o, in certi casi, imbarazzanti e sbagliati?

 

 

Il gruppo di auto-aiuto della vecchia sinistra

Vorrei scrivere qualcosa anche su quella parte di PD uscita sconfitta dalle Primarie, umiliata alla prova dei fatti dagli iscritti e dagli elettori PD, che oggi è scesa in piazza con la CGIL contro il governo di cui fa parte.
Era già successo ai tempi dei governi Prodi che gente di Rifondazione, che era in maggioranza, sfilasse contro la propria compagine governativa.
Ci eravamo detti che era stata una delle cose più schifose e autolesioniste mai capitate alla sinistra italiana. L’hanno rifatta.

Ma almeno i bertinottiani dell’epoca andarono fino in fondo: dopo un po’ uscirono dal governo, se ne andarono per la loro strada e, fieramente, si estinsero alla prima tornata elettorale, non lasciando alcuna traccia visibile.

Qui, invece, non va via nessuno. Anzi, hanno perfino sfilato parlamentari che si sono detti favorevoli al jobs act, facendo mille arzigogolate distinzioni da fidanzata fedifraga del tipo “sono andata con un altro ma ero ubriaca” o da candidato con le canne “ho fumato, ma non ho aspirato”.

Di quelle persone non riesco a dare un giudizio politico, perché a monte ho un pessimo giudizio umano e mi basta quello.

L’incoerenza mi urta, perfino quella che prende forme che favoriscono le mie idee (di fatto sto parlando male di gente che poi il Jobs Act lo vota). Se poi è pelosa, doppiogiochista e un po’ meschina, mi intristisce.

E mi incupisce ancora di più che i protagonisti di questa pagliacciata pavida e disonorevole siano persone del partito che voto, talvolta con la fama di intelligenti.
Alle prossime elezioni credo sarà fondamentale che il PD si faccia carico di garantire un grado etico dei candidati molto più alto dell’attuale. E candidi gente che abbia il coraggio di arrabbiarsi e andarsene per davvero, se non concorda.

Buona parte delle persone del PD presente in piazza oggi era lì per altre ragioni: consolarsi pubblicamente della sconfitta delle Primarie, che dev’essere pesata politicamente in modo enorme. E forse ha inciso anche psicologicamente.

Il corteo di sabato è stato anche questo: una grande seduta di auto-aiuto in cui la sinistra burocratica, conservatrice, vecchia, lenta (quella che non ha combinato niente in vent’anni di Berlusconismo arrembante) si è ritrovata, si è fatta pat pat sulla schiena e si è illusa per un mattino di essere ancora rilevante. Ha perfino sognato, vedendo la piazza piena, la riscossa contro l’Usurpatore che gli ha strappato il partito dalle mani.

È stata una breve Woodstock dell’anti-renzismo, in cui lo stretto merito del Jobs Act è stato un pretesto per una questione che per molti è più grande: l’identità, i comportamenti, i linguaggi, la natura stessa della sinistra. Sabato si è ritrovato e fatto coraggio chi non si adegua al nuovo corso preso dal più grande partito della sinistra in Europa e preferisce conservare identità vecchie. Insomma, quelli che non hanno ancora capito che il fenomeno Renzi è innanzitutto una rivoluzione culturale in seno alla sinistra e non è un accidente passeggero: è la concretizzazione (una delle tante, nemmeno la migliore, forse) di qualcosa che era necessario a sinistra e che per anni abbiamo desiderato e costruito, combattendo contro tutti i “si è sempre fatto così”.

Al netto di cosa penso delle politiche di Renzi, provo a dire una cosa da osservatore esterno, ben sapendo che non lo sono: la strada imboccata dagli oppositori del nuovo corso renziano non porta da nessuna parte.

Molti non hanno ancora capito (e non spetterà a loro capirlo, credo) che l’alternativa a Renzi si costruisce competendo con le proposte sul futuro, non riproponendo e difendendo un passato pessimo.

Come elettore affine alle idee di Renzi dovrei essere contento di questa totale assenza di concorrenti credibili al “renzismo”. Al contrario, mi dispiace. La competizione tra idee genera idee migliori e tira fuori il meglio dalle persone. Per ora non c’è nulla in vista e credo sarà così a lungo e rischiamo che un Renzi autocompiaciuto e non sfidato al meglio si sieda sugli allori, si normalizzi.

Lo dico con un po’ di dispiacere: vedere contrapposta alla Leopolda (che è un grande momento di studio, con tavoli tematici non gerarchici, confronti, elaborazioni, proposte ecc. e un pubblico ampiamente under-40: è il modo giusto con cui si costruisce un’offerta politica e perfino una comunità di pratiche e di idee) una sterile manifestazione di protesta old skool dominata dai nonnini dello SPI mi ha ricordato nei modi (non certo negli schieramenti) la drammatica carica della cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi. La politica degli slogan e dei cori da stadio contro la politica dello studio, del confronto paritetico e della creazione di proposte.
Non solo ai nemici interni di Renzi mancano i contenuti, ma da quelle parti hanno anche seri problemi di metodi e mezzi.

 

Un rottamatore al sindacato

Chiudo con un pensiero positivo, che poi è un sogno.

Sogno che sabato in piazza a Roma abbia sfilato un delegato CGIL giovane che si è fatto qualche domanda sulle solide certezze sventolate dal suo sindacato e ha manifestato con qualche dubbio in testa.
Spero che il dubbio si faccia strada, scuota una coscienza, obblighi il delegato CGIL a guardarsi intorno, a farsi qualche domanda scomoda, ad andare al di là degli slogan.
E spero che quel delegato faccia carriera e, dall’interno, inizi a rottamare il sindacato così come lo conosciamo. E lo cambi in meglio, lo renda più onesto nei confronti della realtà. E magari diventi il peggiore nemico della mia parte politica, non mi importa. Quello che conta è che lo faccia partendo da un’analisi concreta della realtà, non dalla narrazione di un mondo che non c’è più.

Al sindacato serve un rottamatore vero, che faccia la rivoluzione nella CGIL e crei una nuova cultura della difesa e promozione del lavoro basata sulla realtà. Ne abbiamo bisogno tutti noi lavoratori presenti, passati e futuri.

§ 67 Responses to Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me"

  • mfioretti says:

    “Le leggi che tu difendi hanno legalizzato (punendo col solo indennizzo invece che col reintegro) i licenziamenti economici senza giusta causa, ovvero i licenziamenti discriminatori camuffati”

    Non so l’autore del post, ma io personalmente su questo ho una domanda: supponiamo che per i licenziamenti senza causa economica ci fosse, per legge, sempre e solo l’obbligo di indennizzo, mai reintegro. Tipo l’inverso del dare le dimissioni, o disdire un affitto: militari a parte, sei obbligato a tot mesi di preavviso, ma nessuno può obbligarti nè a rimanere, nè a dare giustificazioni.

    Cioè immaginiamo un mondo in cui tutti i datori di lavoro potessero “liberarsi” dei singoli dipendenti che non vogliono più, in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo semplicemente PAGANDOLI ADEGUATAMENTE: cioè “eccoti l’assegno circolare di X mesi di come impone la legge, ma dal mese prossimo non venire più, punto”. Per carità e semplicità, supponiamo anche di essere tutti d’accordo su che
    significa “ADEGUATAMENTE”, cioè di come calcolare X in funzione di anzianità o quel che volete. Un mondo del lavoro così sarebbe peggio di quello attuale?

  • «Interpretazione fallace, banalmente perché tutti i licenziamenti discriminatori sono mascherati da altro. E ricorda che nel Jobs Act la parte dell’Articolo 18 che riguarda i licenziamenti discriminatori non verrà (giustamente) toccata.»

    Ma ce la fai??

    Te lo spiego ancora una volta, ma ora presta attenzione:

    1. Nessuno è così pirla da dichiarare che un licenziamento è discriminatorio (quindi mantenerli illegali è un pro forma).

    2. I licenziamenti discrminatori vengono camuffati da altro.

    3. Se i licenziamenti discriminatori camuffati da licenziamenti economici vengono colti in castagna, si chiamano “licenziamenti economici senza giusta causa” (non si chiamano “licenziamenti discriminatori”).

    4. Le leggi che tu difendi hanno legalizzato (punendo col solo indennizzo invece che col reintegro) i licenziamenti economici senza giusta causa, ovvero i licenziamenti discriminatori camuffati.

    Hai capito?

    Ma poi, mi dico: non hai mai fatto il lavoratore con contratto a tempo indeterminato, non hai mai fatto il sindacalista, non hai mai fatto l’avvocato del lavoro… veniamo qua a spiegarti come stanno le cose sulla base della nostra esperienza diretta, sindacale, professionale e fornendoti tutte le fonti necessarie per informarti… non è che è meglio che incassi, leggi qualcosina e torni a parlarne quando hai un briciolo di competenza tecnica sul tema?

  • david says:

    Si informi sul “fatto” della diversa distribuzione dell’onere probatorio in un licenziamento discriminatorio e in un licenziamento per motivo economico e su come tale distribuzione incida sulla possibilità di mascheramento del licenziamento, poi torniamo a parlarne.

  • suzukimaruti says:

    è proprio qui che casca l’asino Mauro. quando dici: “Le riforme di cui si sta discutendo negli ultimi anni sono volte proprio a rendere possibile camuffare un licenziamento discriminatorio da licenziamento economico senza rischiare il reintegro.”. Questa è una tua libera interpretazione, spacciata come fatto.
    Interpretazione fallace, banalmente perché tutti i licenziamenti discriminatori sono mascherati da altro.

    E ricorda che nel Jobs Act la parte dell’Articolo 18 che riguarda i licenziamenti discriminatori non verrà (giustamente) toccata.

    Quindi no, non sto difendendo nessuna furbata delle aziende.

  • «facendo sì che siano più facilmente gestibili nei primi tempi di lavoro (quelli in cui si capisce se sono all’altezza, se servono davvero, se l’azienda ce la fa a pagarli, ecc.)»

    Questo si chiama “periodo di prova” ed è già previsto da sempre dal contratto a tempo indeterminato. Non ho mai conosciuto qualcuno assunto senza un periodo di prova che spesso è di sei mesi.

    «E se un’azienda prova a mascherare da licenziamento economico un licenziamento discriminatorio (tutte lo fanno, non è credibile un’azienda che fa apertamente e dichiaratamente licenziamenti discriminatori, no?), viene presa in castagna.»

    Non hai capito neppure quel che stai difendendo. Le riforme di cui si sta discutendo negli ultimi anni sono volte proprio a rendere possibile camuffare un licenziamento discriminatorio da licenziamento economico senza rischiare il reintegro. L’unico caso in cui si viene reintegrati è se il padrone è così astuto da dichiarare per iscritto che la motivazione è discriminatoria.

    Indovina qual era quell’articolo dello Statuto dei Lavoratori che rendeva nulli i licenziamenti individuali camuffati da economici senza esserlo veramente: proprio lui, l’articolo 18. Stai difendendo il fatto che chi viene “preso in castagna” la faccia franca.

  • david says:

    E non hai ancora visto l’odiosa abitudine con cui reagisco al paternalismo, comunque
    1. non è sindacalese ma linguaggio giuslavoristico – quasi – tecnico,
    2. se non capsici i contenuti magari il limite è tuo.

  • suzukimaruti says:

    David, forse avresti perfino degli argomenti da opporre, se non avessi la pessima abitudine di scrivere in gergo sindacalese incomprensibile (ma a quel tipo di sinistra lì fa schifo la comunicazione) e se non avessi l’odiosa abitudine di attaccare le persone con cui non concordi. Limitati ai contenuti e rispetta i tuoi interlocutori.

  • david says:

    “facilmente gestibili” ah il sogno trasferire il rischio d’impresa sulla forza lavoro, bel democratico il cugino alfredo!
    sorvolo poi su ovvie considerazioni sulla distribuzione dell’onere probatorio nel licenziamento discriminatorio, sulle conseguenze in termine di minor tutela del lavoratore dell’estensione triennale del contratto di lavoro a termine acausale (anche somminstrato) sulla possibilità di demansionare, sul cazzoinculo agli operai di serie, come diceva quello, sulla sicumera sul diritto del lavoro
    veramente son disperati ad averci messo dodici anni a perdere un sindacalista così

  • suzukimaruti says:

    Alessandro, no, le ragioni sono semplici: rendere più appetibile alle aziende l’arrivo di nuovi assunti, facendo sì che siano più facilmente gestibili nei primi tempi di lavoro (quelli in cui si capisce se sono all’altezza, se servono davvero, se l’azienda ce la fa a pagarli, ecc.). Ecco perché il contratto è a tutele crescenti. Non mi pare scandaloso: è una forma che esiste altrove in Europa e dove è stato applicato ha generato più occupazione. Mi chiedo perché qui non dovrebbe (domanda neutra e non retorica: c’è una ragione per cui non dovrebbe?)

    Sulla parte riguardo ai licenziamenti discriminatori mi trovi perfettamente concorde. Ma per quello ci sono specifiche tutele. E se un’azienda prova a mascherare da licenziamento economico un licenziamento discriminatorio (tutte lo fanno, non è credibile un’azienda che fa apertamente e dichiaratamente licenziamenti discriminatori, no?), viene presa in castagna.

  • Tirato in ballo su Twitter, non “da banale partita IVA” ma da tecnico della materia, posso rassicurarti: la perdita di un grosso cliente potrebbe benissimo costituire un giustificato motivo oggettivo di licenziamento, anche senza attendere tot mesi.
    Comunque, se il punto fosse quello che dici, basterebbe estendere i casi in cui un licenziamento può considerarsi legittimo, senza cambiare né men che meno togliere le sanzioni in caso di licenziamento illegittimo (l’articolo 18). Personalmente sarei molto contrario, perché mi pare che se c’è una cosa che proprio non manca oggi in Italia sono i licenziamenti (il cui aumento negli ultimi anni ha inciso sulla crescita della disoccupazione, in percentuale, tanto quanto l’aumento dei precari senza lavoro, e dunque in valori assoluti molto di più), però sarebbe un punto di vista “onesto”.
    Invece la legge delega prevede proprio l’abolizione completa di ogni sanzione, e dunque di fatto la possibilità di licenziare liberamente non solo in previsione di una crisi aziendale non ancora in atto, ma anche in un momento di espansione degli affari.
    Perché mai un’azienda dovrebbe licenziare qualcuno quando gli affari vanno bene? – chiederai. I motivi possono essere decine ma ne basta uno: per levarsi di torno chi “scoccia”, magari perché chiede un aumento, o che gli stipendi siano pagati regolarmente, o che sia rispettato il piano ferie, o perché, donna, si sposa e potrebbe avere dei figli. O semplicemente perché, con più anzianità, guadagna di più di un nuovo assunto, o meglio ancora di un altro che può essere assunto a termine per tre anni senza bisogno di motivazione (altra perla del governo Renzi, già in vigore da marzo, destinata ad aumentare esponenzialmente la precarietà e a diffondere peggiori condizioni di lavoro e di salario).
    Ora, è facilissimo comprendere che alle imprese una legge di questo tipo convenga (perlomeno nel breve periodo: ma domandiamoci che tipo di modello di sviluppo economico si costruisca basandolo sull’abbattimento dei salari e delle condizioni di lavoro…) Nessuno però mi ha ancora convinto che convenga anche ai lavoratori, sia quelli che oggi possono chiedere il reintegro se vengono licenziati senza motivo, sia quelli che non possono.
    Ciao
    Alessandro (@AvvocatoLaser)

  • suzukimaruti says:

    Mauro, insisti col temino. E sostieni una posizione psichedelica secondo la quale la libera licenziabilità dei dipendenti c’è già.
    In questo caso, fosse vero (ma non è vero), non vedo perché disperarsi per il Jobs Act.
    Risolvi tu la tua contraddizione.

  • Te lo dico da partita IVA a partita IVA: faresti prima a dire che sei stato impreciso piuttosto che “inseguire le perdite” come un giocatore d’azzardo compulsivo.

    Se l’azienda “non può sostenere una struttura per tot mesi”, ciò significa che ha deciso di cancellare quella struttura, cioè di riorganizzare la produzione. Le riorganizzazioni della produzione per prevenire una possibile crisi dell’azienda (cioè il caso di cui stavi parlando nel post) sono un giustificato motivo oggettivo per i licenziamenti individuali.

    Trovi una caterva di giurisprudenza qua: http://www.wikilabour.it/Licenziamento%20per%20giustificato%20motivo%20oggettivo.ashx Per esempio ecco una sentenza particolarmente esplicita, riferita a prima della riforma Fornero:

    «Presupposti della legittimità del licenziamento sono l’effettività delle ragioni organizzative e/o produttive poste a fondamento del recesso, che devono trovare fondamento in situazioni oggettive , e la sussistenza di un nesso causale tra tali ragioni e la soppressione del posto di lavoro, mentre la motivazione della scelta imprenditoriale di procedere alla riorganizzazione non è sindacabile dal giudice, rientrando nella libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost. e può anche essere costituita da finalità di innovazione, risparmio dei costi o incremento dei profitti.» (Trib. Roma 4/11/2008, Giud. Trementozzi, in Lav. nella giur. 2009, 202)

    MA AD OGNI MODO la riforma Fornero ha stabilito che anche se il giustificato motivo oggettivo non sussiste, ma è solo usato come pretesto per un licenziamento individuale illegittimo, vale lo stesso (!!) e bisogna solo pagare un indennizzo. Il reintegro è previsto dopo la riforma Fornero solo se la motivazione addotta è “manifestamente infondata” (cioè: è una cazzata totale, tipo “ti licenzio perché gli asini volano e quindi mi costi troppo”).

    Su tutto questo grava poi come un ingombrante questioncina di cui ti sei dimenticato tutta la faccenduola dei licenziamenti collettivi. Per farti fare un piccolo bagno di realtà ecco cosa è successo vicino a dove abito io: http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2014/07/17/news/torre-d-isola-guala-non-molla-vogliamo-chiudere-1.9607401 Secondo te questo sarebbe ciò che succede nel Paese dove non si può licenziare se non quando stai per fallire: una grande multinazionale italiana che licenzia nel giro di un’estate 150 persone anche se sono redditizie solo perché potrebbe fare più profitti in un altro modo.

    E qui torna la domanda a cui non hai risposto: che effetti positivi ha avuto la legge Fornero che *è già in vigore da anni*?

  • suzukimaruti says:

    Mauro, dici di nuovo una cosa non vera. E vedo che insisti.
    Te lo rispiego, da banale partita IVA quale sono: se un’azienda perde un grosso cliente, i risultati a conto economico si vedono magari dopo tot mesi. E per quei mesi l’azienda paga una struttura che non può sostenere.

    In quanto al mio virgolettato, ti arrampichi molto sugli specchi. Se noti, scrivo “appena calano gli affari”. E saprai benissimo che il licenziamento per motivi economici è permesso solo per 3 casi: crisi dell’impresa (che significa una crisi dimostrata sul conto economico, cioè un tot di esercizi in passivo, cosa che richiede molto tempo), chiusura dell’impresa (idem) o venir meno della mansione del lavoratore.

    Quindi è inutile che cerchi di fare la lettura del pensiero, peraltro rendendoti ridicolo nel tentativo.

    Oppure mi sentirei autorizzato a pensare e dire che, poiché non capisci cosa significa “motivi economici” e quanto tempo comporta, non sai di cosa parli, ecc. Non lo faccio, perché per far valere i miei argomenti non ho bisogno di attaccare il mio interlocutore.

  • PS: Rileggo il mio ultimo commento e mi viene un brivido: «i licenziamenti illegittimi […] sono già permessi». Sembra un errore logico mio e invece è proprio la verità!

  • I licenziamenti illegittimi motivati da ragioni economiche che non sussistono sono già permessi da alcuni anni dalla legge Fornero. Sono ancora puniti col reintegro solo se le ragioni addotte sono “manifestamente infondate”. Nel caso fantasioso che citi non sarebbero “manifestamente infondate” e forse non sarebbero neppure infondate.
    Domanda: quali effetti positivi ha avuto questa misura?

    Comunque, il tentativo di girare la frittata non regge perché nel post non parli di “congiunture future” ma proprio di quando la scelta è licenziare o chiudere, e cito:

    «Appena calano gli affari, lo Stato di fatto ti impedisce di alleggerirti e reagire. Dove “alleggerirti” significa licenziare qualcuno per non fallire e di conseguenza far restare tutti senza lavoro.»

    Questa frase, oltre a essere del tutto falsa come sa qualsiasi famiglia di lavoratori in questi anni di recessione, dimostra che quando l’hai scritta eri convinto che l’articolo 18 impedisse il licenziamento in aziende i grave crisi. In realtà tale tipi di licenziamento sono permessi, purtroppo frequenti e non hanno niente a che vedere con l’articolo 18.

  • suzukimaruti says:

    Mauro Vanetti, il problema è la licenziabilità dei dipendenti per motivi economici, nello specifico le condizioni per cui questa è attivabile.
    In questo momento un’azienda sopra i 15 dipendenti può licenziare i dipendenti per motivi economici solo dopo che ha raggiunto determinate condizioni. Condizioni che sono quelle che si vorrebbero evitare.
    Cioè, l’azienda può licenziare solo *dopo* che è andata male e non quando è necessario, cioè a monte, in previsione di cattive congiunture, ecc. Qui casca l’asino.

    Tutto il resto è il suo solito tentativo – perdonami, ma hai metodi scorrettissimi e devo dirlo – di screditare i tuoi interlocutori. Su twtitter lo fai con gli straw man argument, qui sul blog lo fai accusando il prossimo di ignoranza.

    Purtroppo hai trovato la persona sbagliata.
    Stupido non sei, se hai delle ragioni o delle opinioni, puoi esprimerle comportandoti in modo meno insicuro.

  • El_Pinta says:

    Oh cmq voi partite IVA avete un po’ rotto. Sempre a lamentarvi e mai fare qualcosa per cambiare le cose. Poi oltretutto siete ricchissimo, ho un amico con la P.IVA che guadagna quasi 3k euro al mese. Ma che volete anche la piscina pagata dallo stato? Io boh. Cmq se vi sentite non rappresentati dalla CGIL fatevi il vostro sindacato e bona lè. Che noia

  • Ciao, ci siamo scritti ieri su Twitter.
    Volevo dirti che sul merito della questione dell’articolo 18 questo post è basato sulla totale ignoranza dell’argomento.
    Il caso di cui parli (azienda con gli affari che vanno a “fisarmonica” e quindi durante la crisi non può licenziare) riguarda i licenziamenti collettivi economici e quindi non c’entra con l’articolo 18 che regola i licenziamenti individuali illegittimi. Ripeto: individuali e illegittimi, cioè quando decidi di licenziare Piero perché ti sta sulle palle.
    Dal fatto che tu non sappia neppure cosa sia l’articolo 18 mi viene il fondato sospetto che tutto questo tuo post sia fuffa.
    Tra l’altro, i licenziamenti individuali illegittimi sono già stati depenalizzati di brutto dalla riforma Fornero quindi gli effetti positivi di questo intervento (la scomparsa di lavoratori che stanno sulle palle e quindi l’afflusso immediato di miliardi di dollari di investimenti da parte di multinazionali umorali) avrebbero dovuto già vedersi se le cose stessero come dici.
    Per quanto riguarda il risarcimento per chi viene licenziato ingiustamente, è già previsto dallo Statuto dei Lavoratori (a scelta del lavoratore) ed è stato reso il default dalla riforma Fornero. Con il Jobs Act di Renzi il risarcimento è reso l’unica opzione disponibile ma non è reso “molto caro” come dici, anzi.
    La vera novità del Jobs Act comunque è il contratto precario “a tutele crescenti” per tutti i neoassunti, di cui non parli neanche di striscio. Se fossi cattivo penserei che non ne parli perché aggiungendo una nuova forma di precariato obbligatorio e creando un evidente apartheid fra neoassunti e assunti col vecchio regime stonerebbe un po’ rispetto all’impostazione ultraideologica di questo post. Invece sono buono e penso che semplicemente non leggi i giornali.
    Cordiali saluti e per i prossimi post magari informati sul tema su cui intervieni, altrimenti sei al livello dei blog contro le scie chimiche.

  • david says:

    chissà la CGIL dopo che ha perso un Di Vittorio come Lei, staranno ancora telefonandole immagino

  • suzukimaruti says:

    Mattia Lazzarotto, hai ragionissima. E se aggiungiamo al mix i rettiliani che ci controllano con le scie chimiche e il terribile complotto con cui ci impiantano chip sotto pelle per costringerci a vaccinarci e a curarci il cancro con la chemioterapia e non con la limonata, tutto torna.
    Meno male che ci sei tu che hai capito tutto e hai una mente scettica che non crede alle menate!
    Grazie di esistere.

  • Fiorella D'Errico says:

    Signore, ho letto con attenzione un quarto del suo post, poi alla metà l’ho mollata. Che si faccia l’apologia del posto ballerino mi sembra eccessivo. Diciamo onestamente che son tempi brutti e che una gran parte dei giovani è rimasta fregata dai vecchi, tutti i vecchi. Ammetterlo, per i ragazzi credo sarebbe maggiore rispetto, senza ammanire loro la storia del “lavoro in linea con ciò che già fanno in Ue”, cioè in Francia e Germania, in Svezia e Danimarca, perché tolti questi pochi gli altri si muoiono di fame. Alla fine poi l’Italia è il Paese della Famiglia con la effe maiuscola, quindi viene da sorridere quando dipinge tutti questi ragazzi sotto i 25 in cerca affannosa di lavoro con genitori disperati, quando sappiamo tutti che la maggioranza studia mantenuta da mamma’ e papà. L’Italia è l’Italia, non si cambiano facilmente 150 anni e qualche millennio con le trovate oltralpe, non si risolve niente con i termini inglesi: l’unica cosa che credo debbano fare i sindacati sarebbe di ammettere la situazione e smettere la finta del combattimento. E che Renzi e chi lo manovra facciano quel che ormai è necessario, non perché sia una soluzione accettabile, ma perché è restata l’unica. Però senza raccontarsi che ci sarà un futuro migliore.

  • Mattia Lazzarotto says:

    Ho letto il tuo ragionamento è sono arrivato alla conclusione che tu, con tutto il rispetto parlando, della situazione italiana, di che cos’ è la politica italiana e chi rappresenta, chi è realmente renzi e i sindacati in questo momento storico, ecc., non hai capito niente!! Ti chiedo gentilmente di visionare questi due video anche se non proprio contemporanei ma fanno capire molte cose…!! Sono curioso di sapere che ne pensi!! http://youtu.be/JPrSH1UZlrY
    http://youtu.be/HLZjMizzkrg

  • un manifestante says:

    Mi piace il commento che vede questo articolo come un esperimento sociale.
    GIà al primo passaggio ” il sindacato vuole mantenere lo status quo e il sistema lavorativo attuale ” si capisce come questo articolo sia assolutamente privo di fondamento e costituisca una chiara allucinazione mentale .

    Và intanto chiarito che non è il sistema lavorativo italiano ad avere problemi ma quello mondiale .

    Al mondo , germania compresa, l’art 18 ce l’hanno e non ne fanno un dramma. Tutti i poveretti che erano in piazza recentemente, distrutti da questo sistema che schiavizza TUTTI ( partite IVA comprese ) , sanno perfettamente che loro la crisi la pagano con o senza l’articolo 18 ( come le partite IVA ).

    L’art 18 non è causa / effetto di questa crisi . L’hanno capito tutti e chiunque dica il contrario non lo fà ne perchè è di sinistra ne perchè sia sensato dirlo, al massimo perchè fà figo.

    Pertanto, prendere in giro gli italiani proponendo come soluzione alla crisi l’abolazione dell’ art18 che non serve a nessuno, se non a vessare i più deboli, equivale semplicemente a prendere in giro e a cambiare discorso; come uno scolaro che interrogato non sà la lezione o come Berlusconi.

    La manifestazione di sabato è così ben riuscita da aver fatto fare retromarcia a tutti. Nessuno se l’aspettava così enorme. Nemmeno parte del sindacato.
    Allora perchè i numeri direbbero che è stata PIU piccola di 12 anni fà?

    Cosa è cambiato? una parte fintamente di sinistra ( i convertiti del renzismo ) partecipava allora perchè faceva figo andare contro berlusconi mentre oggi và di moda farsi un selfie con Renzi. Ma probabilmente quelle persone non erano in piazza, lo dicono solamente di esserci state, perchè allora era cool.

    La verità è che la manifestazione di 12 anni fà fù preparata in interi mesi di manifestazioni nelle fabbriche in tutta italia mentre queste è stata improvvisata all’ultimo, con un segretario generale a cui la FIOM e poche avvedute menti hanno forzato la mano. Ecco spiegato la grande differenza.
    Solo volontà e preparazione.
    Ecco spiegato anche lo stupore di alcuni sindacalisti.
    Non occorreva essere di sinistra o destra per essere in piazza ne sabato ne 12 anni fà. Occorreva sapere che cambiare l’art 18 era sbagliato.

    Occorreva sapere che quella abolizione ci tocca tutti, perchè quando fai saltare le tutele a rimmeterci sono i piccoli, i medi e anche i grossi ma non abbastanza, come questa crisi ha ricordato a molti imprenditori.
    Saltato l’art 18 non sarebbe cambiato niente per gli imprenditori in difficoltà.

    Se non siete venuti questa volta significa che non avete avuto il tempo di organizzarvi o più amaramente che l’ultima volta non lottavate ne per un idea ne per gli oppressi , ma solo per la vostra bandiera.

    Parafrasando un operaio : ” possiamo anche avere la stessa tessera di partito in tasca, ma io nel turno di notte ho freddo lo stesso “.

    Un manifestante

  • FlipFlop says:

    Preciserei alcune cose.
    – L’articolo 18 NON vale per le aziende sotto i 15 dipendenti, che sono la maggioranza delle imprese in Italia.
    – L’articolo 18 tutela in caso di licenziamento senza giusta causa. Per fare valere tale tutela occore rivolgersi al giudice del lavoro, quindi fare causa all’azienda, il che comporta dai 2-3-4 anni per eventualmente vedersi riconosciuta la ragione. A quel punto,se viene provata la ragione, solitamente il lavoratore preferisce il risarcimento al reintegro in azienda. Comprensibilmente.
    Sono una manciata di persone che in tutta Italia procedono in tale senso.
    Ho subito un licenziamento dopo che l’azienda (200 dipendenti) dove lavoravo ha proceduto ad una cessione di ramo di azienda senza seguire la prassi prevista dalla legge (attivando cioè l’ufficio provinciale del lavoro per tutelare i lavoratori), e con il sindacato che chiudeva tutti gli occhi…perchè la cessione di ramo d’azienda secondo la legge non deve significare licenziamento dei dipendenti che lavorano in tale ramo d’azienda. Risultato? Siamo stati tutti sottoposti a pressioni/minacce per dare le dimissioni. Io sono ricorsa all’avvocato per avere almeno un licenziamento conciliatorio che mi consentiva di accedere alle liste di mobilità (significa sgravi per chi mi assume) e di avere l’indennità di disoccupazione.
    Eh, sì. Perchè quando ti succedono queste cose e nello spazio di pochi mesi, non sempre hai il piano B, Semplicemente ti trovi senza lavoro e almeno l’indennità di disoccupazione ti dà il tempo di respirare e pensare al futuro.
    E che dire poi quando lo scorso Natale in una settimana hanno licenziato mio marito (20 anni di lavoro presso un’azienda con 5 dipendenti)?

    L’abolizione dell’articolo 18 non crea lavoro credetemi. E’ un falso problema. Le aziende se vogliono licenziare, licenziano.
    Che si investa in innovazione e nel creare lavoro, preparando le persone a considerarsi capitale umano.

  • mfioretti says:

    Giuseppe e DelegatoFIOM, che il cambiamento di lavoro DOVREBBE avvenire ogni uno o due anni, o peggio ancora che implicherebbe sicuramente un trasloco ogni volta, ve lo state sognando SOLO voi.

    C’è una differenza enorme fra quello che hai scritto e quello che ha scritto DelegatoFIOM da una parte (“il mondo è cambiato, è normale cambiare lavoro diciamo almeno 1 volta all’anno”)

    e “il mondo è cambiato, è ridicolo pretendere o anche solo aspettarsi di non cambiare lavoro almeno diverse volte durante la propria vita lavorativa”

  • Giuseppe says:

    Si dice che si cambierà lavoro 1-2 volte all’anno. Si potrebbe anche valutare questo come un arricchimento di esperienze contro il solito tran-tran. Si mette in conto questo aspetto positivo contro la necessità di cambiare casa (il nuovo lavoro non lo troverai nello stesso posto di prima) di far cambiare abitudini alla tua famiglia e contro la impossibilità di acquisire esperienza , qualità professionale, nel giro di 1-2 anni ?

  • Giuseppe says:

    Caro CIBOX , sono architetto e comunista. Guarda (non a scusante di Renzi) che le partite IVA non le ha mai calcolate nessuno (anche per l’insipienza degli Ordini professionali (quelli che conosco io). Peraltro gli stessi singoli portatori di partita IVA non sono il massimo come partecipazione politica (a parte qualche cena con l’assessore…)

  • mfioretti says:

    @DelegatoFIOM, “almeno una volta l’anno” lo hai detto tu, non io. E non capisco perché l’hai fatto. Passando alle singole domande:

    1 e 2) una risposta può essere il sussidio universale: non ne sono sicuro, ma già spostare il discorso in quei termini sarebbe un passo avanti enorme rispetto a “lottare contro il precariato” in quanto tale. Idem per la separazione fra precarietà dei diritti e precarietà del posto di lavoro.

    3) conciliamoli, per esempio, riformando come si deve tutto il sistema degli affitti, a tutti i livelli.

    4) certo che sono condizioni diverse. Proprio per questo, se ho capito la domanda, dico che chi si trova a fare un lavoro che gli fa schifo dovrebbe essere contento di un cambiamento del sistema che faciliti molto la liberazione di altri posti più a lui congeniali in futuro, altrove. Oggi chi trova un lavoro che gli fa schifo si rassegna a tenerselo come condanna fino alla pensione perché sa che sarà difficilissimo trovarne altri.

    5) sul “il lavoro è dignità” vedi la distinzione fra precariati ai punti 1 e 2. Nulla contro chi effettivamente ce la trova, ma un mondo in cui unica o principale fonte della propria dignità è che lavoro faccio secondo me ha dei problemi. Ma anche in quell’ottica il lavoro è dignità, cosa che nobilità l’uomo eccetera solo quando è effettivamente utile o almeno non consuma risorse pubbliche. Quindi i MILIONI di posti di lavoro oggettivamente inutili che esistono nel pubblico e nel privato oggi in Italia sono invece elemosine, cioè insulti alla dignità di chi li ha.

    Infine oggi le imprese fanno ciò che vogliono anche perché sanno benissimo che, proprio grazie all’ingessamento generale del mercato del lavoro, quasi nessuno può dirgli “andate a quel paese, ho trovato un altro lavoro”. Non è certo questo l’unico motivo, certo, ma va considerato.

    6) Scusa, chi ha detto qui che se licenzi a piacimento e delocalizzi a piacimento hai diritto ad aiuti di stato?

  • DelegatoFiom says:

    @mfioretti: quindi il concetto se capisco bene è: il mondo è cambiato, è normale cambiare lavoro diciamo almeno 1 volta all’anno. Dando per scontato che è giusto adattarsi a un mondo che è cambiato in questo modo (ma io non lo do per scontato perchè il mondo vorrei vederlo cambiare in un altro modo, per esempio per dirne una aprendo i mercati solo ai paesi che rispettano alcune regole condivise di base, come un salario minimo e un orario massimo), ma ripeto dando per scontato che e’ necessario adattarsi, si pongono una serie di domande critiche: 1) come vive una persona tra un lavoro e l’altro? 2) se la risposta alla domanda 1 è sussidio universale allora bisogna trovare le risorse che non sono certo i 2 miliardi previsti dal governo Renzi e queste risorse dove le troviamo? 3) Come conciliamo l’attuale condizione di un lavoratore che definisco precario giusto per intenderci con, per esempio, un sistema bancario che non eroga prestiti e/o mutui se non hai un contratto a tempo indeterminato? 4) Tu ed io facciamo lavori che ci piacciono, ma c’e’ chi per necessità, per mancanza di opportunità, per tanti motivi si trova a fare lavori che non piacerebbero a nessuno, non trovi che siano due condizioni fondamentalmente diverse? 5) Esiste ancora un’etica del lavoro o le aziende devono essere libere di fare dei propri lavoratori cio’ che vogliono? Sicuro che possiamo affidarci alla “gaussiana degli stronzi” o invece dobbiamo porre dei paletti prima di tutto etici perche’ il lavoro è dignità ? 6) In un paese in cui si puo’ licenziare a piacimento, delocalizzare a piacimento, incassare gli aiuti di stato a piacimento, dove sta il rischio d’impresa?

  • CIBOX says:

    figlio di architetti liberi professionisti; Professione: Educatore Sociale di Cooperativa; Iscritto a Sinistra Ecologia Liberta’ della sezione di Reggio Emilia si domanda una cosa: o questo articolo è stato scritto appositamente per un esperimento Sociale-Psicologico, ovvero: Vediamo cosa succede se un articolista si schiera spudoratamente a favore di Renzi con la retorica delle finte argomentazioni; oppure Sei dichiaratamente in mala-fede. Dici cose che non esistono nè sul Sindacato; nè su una tua non specificata idea di Lavoro-Investimenti Esteri( Verso i quali la tua tesi è: più ci sono diritti più nessuno vorrà investire. Ora: metti il caso assurdo che tu abbia ragione, non ti vergogni di un ragionamento così condotto?); Nè alla fine sulla tua stessa condizione lavorativa: Renzi si pulisce il sederino dei partita IVA(Prova ne è che non gli ha mai resi partecipi di un incontro tra sindacati- ricordati la lettera inviata dagli stessi rappresentanti dei partita IVA contro Renzi), Domenica in piazza i partita IVA erano rappresentati in maniera cospicua: e te lo posso assicurare, non erano “COMUNISTI”.

  • mfioretti says:

    PS: nel post (non mio) “Quello che so sul lavoro” che ho linkato nel mio commento precedente ci sono anche:

    a) un invito (“Sentirsi precari a meno di…”) a riflettere su quanto sono irrealistiche certe definizioni di precariato, e quindi poco sensato “lottare contro” di esse.

    b) anche una delle tante possibili risposte, nel paragrafo successivo, alla domanda “tutti quelli come te che hanno capito tutto dei difetti dei sindacati come la CGIL perche’ non si sono organizzati in qualche modo?”

  • mfioretti says:

    “Per lottare contro il precariato vi affidate a chi come primo provvedimento sul lavoro ha reso ancora piu’ semplice ricorrere al contratto a tempo determinato? Ma allora il vostro (scusa il plurale maestatis) problema non e’ la precarieta’, ma solo che vorreste fosse estesa a tutti per una forma di rivalsa (non di invidia visto che la auspicate).”

    vi assicuro che questa vuole essere una critica costruttiva! Le due frasi che ho citato mostrano secondo me la vera natura del problema principale: non aver proprio capito, da parte del sindacato, come e perché ragionano quelli che lo criticano.

    Queste persone (fra cui anch’io, almeno in prima approssimazione) NON vogliono proprio “lottare contro il precariato”. E anche dire “vorreste fosse esteso per rivalsa” è non aver capito proprio che, in quella visione del mondo, non c’è più niente da estendere, ormai. E non è affatto autolesionismo o “tanto peggio tanto meglio”.

    Non si vuole “lottare contro” il precariato per lo stesso motivo per cui non si vuole “lottare contro” una colata dell’Etna.Se sei nato in un’epoca in cui l’Etna si è risvegliato e ti trovi sul suo cammino che fai, dici a tutti venite qui, fermiamo la lava con le mani, oppure “sapete che c’è? Nella valle vicino (intendendo per “valle vicino” un modo NUOVO di concepire il lavoro) staremmo comunque TUTTI MEGLIO, andiamo là. E se c’è voluta la colata dell’Etna per capire che in quell’altra valle si potrebbe vivere meglio, pazienza, ma ormai scansiamoci”.

    Poi magari è una posizione cretina da abbandonare comunque, ma finchè chi sta nel sindacato tradizionale non capisce almeno che l’altra posizione è questa e insiste con “lottare così contro il precariato è sbagliato o rivalsa” è tempo perso, davvero. Consiglio a chiunque la pensi così di leggere anche il post di un altro chiamato “Quello che so sul lavoro” http://www.iscarlets.it/blog/2014/09/lavoro/

  • mfioretti says:

    Condivido la descrizione del problema. Le soluzioni ancora non so, ma già avere un’analisi corretta aiuta. Per quel che vale, la confermo con il resoconto di questo dialogo vero cui ho assistito anni fa: http://tips.zona-m.net/it/2011/07/prodi-difende-solo-quelli-che-il-lavoro-fisso-gia-ce-l-hanno/

  • drf says:

    Articolo fantastico, tanto quanto la sezione commenti. Saverio, gli imprenditori esteri (e in particolare statunitensi, stralol) più onesti di quelli italiani? Tutti fautori della lotta all’evasione fiscale prima di dare degli onesti a chi la pratica sistematicamente su scala mondiale. Ed esaltare il modello statunitense quando si parla di tutela del posto di lavoro!!! Chiedi a qualcuno con un visto lavorativo in US quanto si senta tutelato e come vengano visti i sindacati dalle aziende da quelle parti. Meno esterofilia e più realismo, i “furbi” e disonesti esistono ovunque, non sono prerogativa dello stivale.

    Enrico grazie per il post molto ben argomentato, ti seguirò volentieri.

  • DelegatoFiom says:

    Mi preparavo a rispondere e iniziare un confronto che ritenevo interessante, ma dopo aver letto il tuo ultimo post temo che possa essere inutile. Sinceramente mi viene da pensare che tu sia una di quelle tante persone intelligenti che pero’ sono diventate vittime di 20 anni di liberismo indottrinato in ogni trasmissione tv, giornale (con editori alla Murdoch come quello che hai citato) e comizio di politicanti. Da delegato sindacale Fiom con un solo anno di esperienza mi chiedo: ma tutti quelli come te che hanno capito tutto dei difetti dei sindacati come la CGIL perche’ non si sono organizzati in qualche modo? Per lottare contro il precariato vi affidate a chi come primo provvedimento sul lavoro ha reso ancora piu’ semplice ricorrere al contratto a tempo determinato? Ma allora il vostro (scusa il plurale maestatis) problema non e’ la precarieta’, ma solo che vorreste fosse estesa a tutti per una forma di rivalsa (non di invidia visto che la auspicate). E sappi che se necessiti di un elenco dei difetti della CGIL potrei fornirtene quasi un libro perche’ di persone “con i dubbi” ce ne sono molte anche li’ dentro e forse aspettano che quelli come te o quelli che non si sentono rappresentati, ma che neanche non si organizzano per rappresentarsi da soli gli diano una mano.

  • suzukimaruti says:

    Rispondo un po’ a tutti. Guardate, capisco umanamente tutti i vostri sforzi per convincermi (e convincervi) che in Italia non esiste l’illicenziabilità de facto. Poi arrivano commenti che ti spiegano i sotterfugi (infami) a cui dev’essere costretta un’azienda per licenziare.
    Oppure arrivano quelli che ti dicono che il licenziamento per motivi economici esiste già. Peccato che si possa fare quando ormai è troppo tardi, cioè quando l’azienda è già in cattive acque.
    Mentre servirebbe poterlo fare in modo previsionale, all’inizio dei guai o perfino un po’ prima, in modo del tutto trasparente.

    La realtà è che l’illicenziabilità è uno dei problemi del sistema economico nostrano, uno di quelli che – insieme ad altri come la burocrazia, la corruzione, la giustizia civile lenta, la pressione fiscale, ecc. – rende il nostro paese inappetibile a chi vuole investire e creare lavoro.

    E non lo dico io. Lo dicono tutti gli analisti, lo dicono tutte le ricerche, lo dicono i media, lo dicono le testate specializzate (lo ha detto giusto oggi il Wall Street Journal http://www.huffingtonpost.it/2014/10/27/wall-street-journal-matteo-renzi_n_6053028.html?1414407973&utm_hp_ref=italy).

    O sono tutti scemi, o forse avete torto. La mia esperienza diretta di lavoratore (che ha avuto anche esperienze pluriennali di lavoro subordinato, ma soprattutto che come consulente mette la testa in aziende di ogni tipo e dimensione da ormai vent’anni dice che avete torto. Ma io non faccio testo. Il Wall Street Journal forse un po’ di più.

  • credo sia un errore ridurre la complessità di un provvedimento articolato come il jobs act (in cui compaiono parecchie cose buone, alcune ottime e altre molto meno buone – come in tutti i provvedimenti articolati e complessi, del resto) al solo articolo 18. è l’errore che fa il sindacato, ma fai anche tu quando scrivi

    “In Italia la crescita di un’impresa o l’arrivo di un’impresa nuova è un rischio, perché ogni assunzione, in un regime di sostanziale illicenziabilità, è un matrimonio sacro e inviolabile con un lavoratore. Un assunto è per sempre.
    Chi glielo fa fare a un imprenditore di investire in un paese in cui non ci sono strumenti per un’azienda per ridurre i costi del personale nei momenti in cui gli affari vanno male?”

    quando leggo cose di questo genere mi chiedo: ma quello che scrive cose così ha esperienza di lavoro subordinato, sì o no?
    guarda che se un’azienda va male già oggi può mandare a casa e ti potrei fare esempi a bizzeffe, uno dei quali mi riguarda personalmente. questo vale per il piccolo – dove non esiste il regime art. 18 – e vale per il grande. anzi, il grande può fare, se vuole, anche un’operazione più fine, che ho visto fare nel lontano 2001 a un collega. l’azienda in cui lavoravo all’epoca fu acquistata da americani; un giorno chiamarono questo tale, molto legato alla vecchia proprietà, e gli dissero: “vai a fare il commerciale (lui era tutt’altro) in piemonte (dalla toscana). se ti va bene, da mercoledì della prossima settimana sei a torino, se non ti va bene questa è la buonuscita”.
    magari questo era un caso limite, ma è per dire che un’azienda grande se vuol mandare a casa qualcuno il modo lo trova. e anche una piccola
    .
    p.s.: che non esiste più il posto fisso lo sappiamo da almeno vent’anni. lo sa pure la camusso. e però non mi risulta che la cgil o la camusso stessa abbiano parlato di posto fisso. ritirarlo fuori è uno straw man argument.

  • Umbi says:

    bravo, Enrico. mi sdraio supino sulle tue posizioni.

  • Io ho smesso di considerare la CGIL (gli altri nemmeno li considero) un interlocutore credibile per quelli della mia età proprio nel 2002-2004, quando ha palesemente barattato la difesa ad oltranza dell’art. 18 con la legge Biagi/Maroni. Se ne son fregati dando in pasto alle belve i loro figli ed i loro nipoti ed ora ne pagano le conseguenze: totale discredito e nessuna reale capacità di incidere nei processi politici ed economici. Un sindacato che su 6 milioni di iscitti ne vede pensionati 3,5 milioni che rappresentatività può avere del mondo del lavoro? Il problema è però enorme, perché un sindacato non più credibile è un cazzo in culo per tutti i lavoratori.

  • Saverio says:

    Non sono a priori per la difesa del posto fisso. Il problema è che siamo in Italia (non negli States o in Germania o Svezia e così via) e gli imprenditori non sono (sempre) così onesti. Abbiamo visto l’introduzione di incentivi da Biagi in poi (formazione, praticantato, Apprendistato, co.co.co, co.co.pro ecc.) nel nostro paese che sono stati usati dai nostri imprenditori come strumento per pagare meno tasse, sfruttare i giovani ed appena gli incentivi finivano… di nuovo per strada. La sostanza di quello che dico è che se in molti paesi esteri la mobilità va più che bene, in Italia, molto probabilmente sarà l’ennesimo strumento che permetterà di fare i fatti loro con i lavoratori ai soliti furbetti del quartiere. Detto ciò la CGIL (e altri sindacati) hanno poco da fare i buoni samaritani perchè sono colpevoli di questo stato di cose avendo difeso per anni il parassitismo a scapito del merito.

  • petrossi says:

    … veramente se le premesse sono false può capitare di tutto, così dice la logica, ad esempio: “se tutti gli uomini sono uccelli e tutti gli uccelli sono mammiferi allora tutti gli uomini sono mammiferi”.

  • Fabio says:

    L’art. 18 è un falso problema. Milioni di persone sono rimaste a casa negli ultimi anni, nonostante il “matrimonio inviolabile”. Inoltre, di trucchi per lasciare a casa personale non gradito ce ne sono a decine, a cominciare dalla cessione di ramo d’azienda. Il mercato del lavoro è strasaturo di centinaia di tipi di contratti a termine in cui il lavoratore non ha in pratica alcun diritto. Cosa c’entra l’art. 18?

  • Ozziaccio says:

    Il problema di fondo in questa lucida e impeccabile analisi riguarda proprio il come la politica vorrebbe introdurre, una volta per tutte, vera flessibilità e dinamismo nel mercato del lavoro. Da dove dovremmo partire? quali sono i mali di questa situazione, al di là degli interessi partitici, sindacali e corporativi? proviamo a riassumere in due punti:

    1) favorire la porta d’ingresso nel mercato del lavoro: lotta all’evasione (regole uguali per tutti), certezza della pena (riforma della giustizia), tassazione agevolata per le nuove imprese e sensibile riduzione fiscale a quelle già esistenti -> creazione di posti di lavoro e assunzioni.

    2) favorire la porta d’uscita: riforma/abolizione dell’art.18 -> basta con i fannulloni, i favoritismi e con tutti quelli che ci marciano ma basta anche con le tutele. Quando non servi più all’azienda o sei di peso, prendi e te ne vai. Tanto un altro lavoro lo trovi nel giro di una settimana (certo, come no).

    Non cito i contratti di lavoro perché la nota flessibilità all’italiana, quella introdotta da Treu e applicata malissimo dai suoi successori fino ai giorni nostri, deve comunque svolgere (purtroppo) da fondamenta a quel mercato flessibile e dinamico a cui tutti (?) aspiriamo. Nel job act renziano, a mio avviso, le proposte di attuazione del punto 1 sono scarne e ancora insufficienti; col punto 2, al contrario, si va avanti a tutto gas. La domanda è: ce n’è davvero bisogno? è davvero prioritario il punto 2 rispetto al punto 1? Secondo il sottoscritto no, ecco perché li ho messi in quell’ordine, non casuale, di prorità. La riforma (o l’abolizione) dell’art.18 dev’essere l’ultimo tassello all’interno di un mosaico già realizzato con gli elementi del punto 1. Ripeto: è davvero prioritario metterci mano quando nella maggior parte delle realtà aziendali del nostro paese (quel vasto e importante tessuto formato da piccole e medie imprese di cui tante volte si è parlato) sia praticamente già superato? il datore di lavoro può escogitare diversi metodi per convincere il dipendente ad andarsene, rendergli la vita impossibile senza sfociare nel mobbing. Perché la politica insiste su questo punto da 12 anni? semplice: perché rispetto al punto è la cosa più semplice da realizzare e alla fine la scontano i soliti noti. Same old fucking story. Se questa è l’aria di rinnovamento politico che sta vivendo il nostro paese, bhé…. ciao a tutti e alla prossima, torno nella caverna.

  • Nicola Fusco says:

    1) l’art. 18, sopratutto dopo la legge fornero, non impedisce i licenziamenti per motivi economici cioè in base alle necessità di mercato dell’azienda.
    2) la precarietà è figlia delle riforme dei contratti fatte dai gocerni di destra, cosa contro cui la cgil si è sempre battuta.
    3) la disoccupazione è figlia della crisi, accentuata dalle politiche di austerity cieca contro cui la cgil sta protestando fin da subito e della mancanza di innovazione e ricerca, cosa che la cgil ha sempre denunciato.
    4) il nostro paese è poco appetibile per gli imorenditori e investitorri esteri per la burocrazia pachidermica, per la corruzione dilagante, per la giustizia civile bradipica, per l’evasione incontrollata e il falso in bilancio di fatto legalizzato, non certo per lo statuto dei lavoratori. Se sbaglio mi si rrovi la dichiarazione di un solo imprenditore estero che afferma di non venire in Italia a causa dell’art.18 o dei diritti garantiti ai lavoratori in italia.
    corrette queste colossali falsità che l’articolo qui sopra elenca fin dall’inizio direi che il resto può finire direttamente nel dimenticatoio. Come insegna ogni buon testo di logica, qualunque ragionamento fondato su premesse false porta a conclusioni false, indipendentemente da quanto sembri formalmente ineccepibile.

  • petrossi says:

    Ecco una delle più importanti “Istruzioni per rendersi infelici” elencata da Paul Watzlawick nel suo libro (dallo stesso titolo):

    1) esiste un’unica soluzione possibile, consentita, ragionevole, sensata e logica del problema, e se questi sforzi non hanno ancora avuto successo, questo prova soltanto che non ci si è ancora sufficientemente applicati a essa;
    2) la supposizione che esista solo quest’unica soluzione non può mai in quanto tale essere messa in discussione; prove di verifica possono essere fatte solo relativamente alla sua applicazione.
    Assomiglia alla CGIL, che fu già il mio sindacato.

  • Postato su twitter, presa sequela di insulti, cvd… Condivido tutto, e i commenti che mi sono stati fatti confermano la tesi della “CGIL club dei “già lavoratori”, a cui non importa niente del resto della popolazione. Loro stanno bene così e vaffanculo a tutti gli altri, e questa sarebbe la sinistra. Che schifo.

  • Matteo says:

    Mi scusi se lascio un piccolo commento sull’argomento, non essendo uno che si espone in temi politici dato che non ne sono un esperto. Ma non pensa, che appunto come dice Lei, che la Cgil faccia appunto la sua parte? e cioè quella di proteggere i diritti dei propri iscritti? Dovesse invece cambiare il Paese non si dovrebbe allora proporre come partito? Per farLe capire quanto io stia a guardare questa Italia da un punto di vista neutrale, è dato dal fatto che per un giovane oggi, capire chi seguire è assolutamente un incognita. Perché se Le devo dire che Le sue idee non sono infondate, Le do ragione. Ma se guardo a quello che sostiene il mio sindacato (sono iscritto Fiom-Cgil), mi viene da lottare per alcuni diritti che se ne andranno se Renzi continua fino in fondo. Come la modifica degli art. 4 e il 13 di cui nessuno parla e che andrebbero a degenerare la futura realtà italiana, abilitando i datori di lavoro ad avere pieno controllo sui guadagni dei lavoratori! E’ vero che l’Italia diventerebbe un attrattiva per gli investitori, ma la nostra idea di futuro, di vita peggiorerà sensibilmente, perché alla fine chi decide per noi sono le banche! Figuriamoci chiedere un mutuo quando le banche saranno a conoscenza di questi strumenti dati in mano ai datori di lavoro…Lei farebbe altrettanto se fosse un banchiere? Nessuno si fiderà più di nessuno. Più di quanto succede adesso.

  • Giuseppe says:

    gentilissimo enrico, ho letto con attenzione il tuo post . Io ho fatto tutta la vita l’architetto e quindi non sono mai stato iscritto alla CGIL per cui scusami se ti faccio domande un po’ stupide o impertinenti . Sono stato iscritto al PCI, al PDS ed ora al PD con molti mali di pancia renziani (anche se riconosco a Matteo un’accelerazione , nel pro e contro, mai vista nella conduzione del governo).
    Le domande sono:
    1 ) Al di là di tutte le belle intenzioni umanitarie e di classe di una solidarietà generale, perchè il sindacato dovrebbe uscire dai confini che sono stabiliti tra l’organizzazione ed un lavoratore che ha la tessera , per la salvaguardia dei diritti propri( e magari della categoria)? Non è un partito politico che debba fare sintesi delle problematiche.
    2 ) Quali sono, nel concreto dei casi pratici, i maggiori o piu’ diffusi privilegi che il sindacato non vuol mollare ?
    3 ) Perchè il sindacato non ha mai puntato alla rappresentanza dei lavoratori nei consigli dell’ azienda come in germania ?
    4 ) Sull’art. 18 non è che si scambiano diritti certi con una vaga eventualità di nuovi posti di lavoro ?
    Ti ringrazio antecipatamente della tua attenzione e delle risposte che vorrai fornirmi
    Giuseppe Del Zotto – Udine gdelzot@tin.it

  • garethjax says:

    il 44% delle entrate della CGIL proviene da pensionati. fonte: http://www.cgil.it/CGIL/Bilancio/bilanciocgil2013.pdf

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