Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
Cosa è cambiato, in questi 12 anni?

Visto che ora mi sento lontanissimo dalla piazza della CGIL, dalla sua visione del mondo e dalle sue idee, mi chiedo cosa sia cambiato da allora.

Per me, ragionando in termini professionali, è cambiato poco: nella mia vita lavorativa, detestando gli uffici, le gerarchie e gli orari regolari, ho fatto per poco tempo il dipendente e in sostanza sono un lavoratore autonomo da sempre.
L’Articolo 18 non mi riguarda e non cambia le mie sorti esistenziali o economiche.

Quindi tutto ciò che ho fatto e che penso come cittadino (non)manifestante riguardo a questo tema esiste per ragioni del tutto scollegate dal mio interesse personale o da quello dei miei cari.

Se per me non è cambiato nulla (in verità è cambiato tantissimo, ma su aspetti non rilevanti per i fini di questo post), per il resto dell’umanità è successo qualcosa.

È successo che la disoccupazione è cresciuta di un terzo, dal 9% al 12% (per i precisini: uso cifre di massima, riferendomi ai dati Istat): è uno dei tassi peggiori d’Europa ed è un dato drammatico.

È successo che la disoccupazione giovanile ha superato il 44%, dato che genera un po’ più realistica inquietudine se lo si mette giù così: quasi metà dei giovani sul mercato del lavoro sono senza occupazione. Stiamo parlando di circa 700.000 persone sotto i 25 anni, su un totale di 3,5 milioni di disoccupati.

È successo che l’economia globale è andata in crisi nera. E l’Italia ne ha risentito più di altri paesi. In Italia c’è sfiducia, c’è paura per il futuro. E ci sono (lo so, questo dato mi dà fastidio e lo sto ripetendo) 700.000 under-25 senza lavoro, a casa, a carico delle famiglie, depressi, frustrati, incazzati, che si sentono inutili.

Immaginatevi una grande parentesi graffa scritta a fianco di questo elenco. E immaginatevi che punti a questa banale affermazione su cui credo tutti concordiamo: 

l’attuale sistema economico-lavorativo italiano non funziona, anzi fa danni: crea progressivamente sempre più disoccupazione.

 

Who you gonna call? Ca-musso!

Quando un sistema non va e peggiora la situazione su cui si installa, che si fa?

La CGIL ha una risposta certa, che coincide da anni con la sua linea: lo si difende a spada tratta.

Può sembrare un paradosso, ma in verità è qualcosa di più triste. Seguitemi.

Alla CGIL piace, questo sistema? No.

Però una solida certezza del “brutto ormai familiare” rassicura il sindacato molto più che le incognite del nuovo.

E una campagna che trasforma in certezza l’ipotesi che il nuovo possa portare il peggio è perfetta per raccogliere consenso intorno all’idea di non cambiare niente.

La paura di passare dal male al peggio provando qualcosa di nuovo è la ragione per cui la CGIL difende il male.

Definire conservatrice questa posizione non è giusto. Perché è molto peggio.

È retrograda, perché difende un sistema “progressivo” (nel senso che continua a fare sempre più danni: non mantiene la situazione in equilibrio).

Io vorrei vedere debellato quel male. Anche perché ha assunto dimensioni tali per cui è statisticamente difficile fare peggio. Vale la pena provare, ora più che mai.

 

Ho cambiato idea: eccola

In questi 12 anni ho cambiato idea e mi sono convinto che la sostanziale non licenziabilità dei lavoratori dipendenti sia un male, perché è una delle condizioni che ostacolano la creazione di nuovo lavoro.

In Italia la crescita di un’impresa o l’arrivo di un’impresa nuova è un rischio, perché ogni assunzione, in un regime di sostanziale illicenziabilità, è un matrimonio sacro e inviolabile con un lavoratore. Un assunto è per sempre.

Chi glielo fa fare a un imprenditore di investire in un paese in cui non ci sono strumenti per un’azienda per ridurre i costi del personale nei momenti in cui gli affari vanno male?
Le aziende moderne sono fisarmoniche, i cui business spesso si gonfiano e sgonfiano repentinamente. Purtroppo il sistema attuale è rigido: fin quando cresci, bene. Appena calano gli affari, lo Stato di fatto ti impedisce di alleggerirti e reagire. Dove “alleggerirti” significa licenziare qualcuno per non fallire e di conseguenza far restare tutti senza lavoro.
Purtroppo le relazioni sindacali si riducono spesso al ricatto “o tutti o nessuno”. Le imprese più ciniche scelgono “nessuno”, chiudono e riaprono all’estero.

 

Credo che all’Italia serva un sistema elastico, che tenga conto del fatto che le imprese nel 2014 hanno molti più alti e bassi rispetto a quelle dell’era industriale, che permetta loro di crescere e, quando necessario, di contrarsi.

La presenza di un sistema simile può attrarre investimenti in Italia, creare nuovo lavoro (molto più di quanto se ne perderebbe).

E credo serva un sistema che impedisca alle aziende di fare le furbe. Bisogna evitare che si possano fare licenziamenti discriminatori e licenziamenti a raffica.
La soluzione è semplice: le aziende che licenziano non lo fanno gratis, ma vengono colpite là dove sono sensibili (cioè nei soldi). E ai lavoratori licenziati sono garantiti soldi e opportunità.

Il nuovo principio mi sembra chiaro: licenziare ora non è più impossibile. Però costa caro. Così caro che un’azienda lo fa solo se è estremamente necessario. E quei soldi vanno al lavoratore.

Il Jobs Act propone proprio questo modello. E a me sembra giusto e adatto ai tempi.

La storia è ben diversa rispetto al 2002 in cui Berlusconi proponeva di cancellare l’Articolo 18 per tutti i neoassunti e gli “emersi” senza rimedi e compensazioni.
Quella era macelleria sociale, figlia di un clima orribile generato da una destra al suo massimo potenziale elettorale, ancora in delirio di onnipotenza dopo la prova di forza (criminale) fatta a Genova durante il G8. Non è passata. E ho (abbiamo) fatto bene a opporci. Ma la battaglia contro le sciagurate proposte berlusconiane ci aveva distratti dal fatto che la situazione andava comunque cambiata. Cambiata bene.

Ho la certezza matematica che il Jobs Act funzioni? No, non ce l’ho. Però so che dove esistono sistemi simili, come in Danimarca, la disoccupazione è ai minimi. Vale la pena provarci: fare peggio di così è quasi impossibile.

 

Psicoanalisi sindacale

Oggi non ho sfilato in piazza con la CGIL perché penso che il Jobs Act sia una buona legge che getta le basi per modernizzare il sistema-lavoro in Italia, creando occupazione.

Non è che un primo – perfettibile e con qualche errore – passo nel verso giusto. Però introduce un principio che trovo appropriato e realista (la parola è importante): l’epoca per cui un lavoratore entra nel mondo del lavoro a 18 anni e ne esce da pensionato senza aver mai cambiato impiego e azienda è inesorabilmente finita. Ed è finita ovunque, non solo in Italia. Guardatevi intorno, guardate i vostri LinkedIn, fate mente locale. È così, piaccia o no.

E la soluzione a cui possiamo arrivare, come paese, è un sistema in cui ci sarà lavoro per tutti. Ma non ci sarà *il posto di lavoro immutabile e a vita per tutti*. Cambieremo spesso lavoro, cercando sempre il meglio, avendo abbondanza di opportunità, se sapremo creare le condizioni economiche giuste.

L’epopea del posto fisso a vita è finita, non credo realistico che si torni indietro. Ci sono soluzioni diverse?

La CGIL non capisce questa semplice evidenza. Forse patisce così tanto questo cambiamento epocale da rimuoverlo. È un comprensibilissimo strumento psicologico di protezione. Ma si tratta di un’organizzazione sindacale, non di una persona traumatizzata.

I casi sono due. O il più grande sindacato italiano è così alienato dalla contemporaneità da non capire che la più grande emergenza di questi tempi è la disoccupazione (in particolare quella giovanile).

Oppure la CGIL tiene fede strettamente al proprio nome e si limita a essere il sindacato dei lavoratori in senso stretto, cioè di coloro che hanno già un lavoro, possibilmente a tempo indeterminato. E poiché i disoccupati non sono lavoratori, che si fottano (curiosamente è l’ipotesi più caldeggiata, anche con orgoglio, da molti fan della CGIL in rete).

Nel primo caso è importante svegliare il sindacato, fargli capire che il mondo è cambiato e vedere come reagisce.

Nel secondo sorge un problema di etica: se la CGIL è la lobby in difesa dei “già lavoratori” ed è disposta a sacrificare il benessere e la felicità di una generazione per difendere l’intoccabilità dei suoi iscritti, allora per me viene meno il senso di un sindacato, che immaginavo teso al bene e alla promozione sociale di tutti i cittadini.

Messa così, la CGIL è uno dei tanti gruppi d’interesse, che guarda a un bene ristretto di una categoria: il club degli occupati, in competizione con chi non ne fa parte.

 

Un sindacato che non vuole niente

Anche volendo fare i buoni e pensando che il sindacato guidato da Susanna Camusso sia solo un caso di massa di distacco dalla realtà, resta un interrogativo più grande di tutti: ma la CGIL cosa vuole fare, di fronte a questa situazione economica?

La mia impressione è che non voglia fare niente. Anche perché non vedo molte ipotesi diverse.

Ogni tanto sento tirare su una cortina fumogena di balle: ‘estendiamo a tutti i diritti acquisiti dai “già lavoratori”!’. (spesso sotto forma di slogan sinistrese “i diritti non si tolgono, si estendono” o di hashtag imbarazzante).

È esattamente quello di cui abbiamo bisogno! Dai, rendiamo ancora un po’ meno appetibile l’Italia come luogo in cui creare lavoro. Avremo i disoccupati più garantiti al mondo, sulla carta!

Oggi ho sentito Susanna Camusso in piazza proporre di fatto di una patrimoniale, cioè di un prelievo sui patrimoni più grandi per pagare i cosiddetti “ammortizzatori sociali” (è tipico del sindacalese e di certa sinistra anziana e conservatrice rendere incomprensibili cose semplici attraverso il gergo burocratico peggiore).
Detto da uno che non è contrario alla patrimoniale (ma la userebbe per altri fini, cioè colpirei i grandi patrimoni privati per tagliare le tasse a chi crea lavoro, investe, ecc. e favorire l’occupazione), mi sembra una stupidaggine enorme: è un’operazione che puoi fare una volta sola e non risolve niente se non nel breve termine. Il solito pannicello temporaneo messo lì a tamponare una situazione che è sbagliata nel profondo, non è rattoppabile con interventi spot.

Servono modifiche al sistema e non correttivi che puoi fare un anno solo e poi dopo 12 mesi ti ritrovi lo stesso problema.

Per il resto, il sindacato tace. Non ha la capacità di analizzare il presente (anzi, spesso lo nega), figuriamoci se riesce a proporre soluzioni per migliorarlo.

Temo che il sindacato non veda nemmeno cosa succede là tra i lavoratori che pretende di rappresentare. Tra gli altri 59 milioni di italiani rimasti a casa e perfino tra molti dei suoi militanti scesi in piazza ci sono famiglie che hanno in casa un figlio che non lavora, non trova lavoro, forse perfino non cerca più lavoro e non ha un futuro.

Qualcuno dovrebbe spiegare a Susanna Camusso che la preoccupazione principale di quelle famiglie è la disoccupazione dei figli, l’assenza di opportunità per loro in un mercato che non crea nuovo lavoro e fatica a liberarne di vecchio. Stanno mettendo i padri contro i figli. Chissà se i tanti padri (e nonni, tantissimi nonni) che hanno manifestato oggi in piazza si rendono conto di aver sfilato contro il futuro dei loro figli.

 

Domande ansiose sulla CGIL

Inizio con una domanda, che mi sembra *la* domanda. E la faccio io che sono praticamente da sempre una partita IVA (e per il sindacato o non esisto o sono il nemico evasore), quindi per nulla coinvolto dalle azioni della CGIL.

Ma ha ancora senso un sindacato così?


(nota: non ho chiesto se il sindacato ha senso, perché credo che sia fondamentale per una democrazia che esistano i sindacati; sto chiedendomi se ha senso che il sindacato in Italia sia così).

E poi, tanto per non farci mancare un po’ di interrogativi.

Ma la CGIL è ancora un sindacato o è davvero diventata il club dei “già lavoratori”?

Che bene può portare al paese un sindacato/club che non propone nulla di intelligente, aggiornato e realistico per chi non ha lavoro?

Che credibilità ha un sindacato che parla di giustizia sociale e poi alla prova dei fatti si schiera a tutela di privilegi che talvolta assumono forme odiose?

[guardate qui una delegazione degli orchestrali licenziati dell’Opera di Roma che partecipa al corteo odierno contro il Jobs Act, sì, proprio loro: quei lavoratori con privilegi assurdi e imbarazzanti, di cui ci siamo vergognati tutti e che sono un’icona perfetta dell’assitenzialismo malato di scuola CGIL]

Si rendono conto, alla CGIL, che la frase “i diritti non si tagliano, si estendono” non ha senso in un contesto in cui alcuni di questi diritti sono discutibili o, in certi casi, imbarazzanti e sbagliati?

 

 

Il gruppo di auto-aiuto della vecchia sinistra

Vorrei scrivere qualcosa anche su quella parte di PD uscita sconfitta dalle Primarie, umiliata alla prova dei fatti dagli iscritti e dagli elettori PD, che oggi è scesa in piazza con la CGIL contro il governo di cui fa parte.
Era già successo ai tempi dei governi Prodi che gente di Rifondazione, che era in maggioranza, sfilasse contro la propria compagine governativa.
Ci eravamo detti che era stata una delle cose più schifose e autolesioniste mai capitate alla sinistra italiana. L’hanno rifatta.

Ma almeno i bertinottiani dell’epoca andarono fino in fondo: dopo un po’ uscirono dal governo, se ne andarono per la loro strada e, fieramente, si estinsero alla prima tornata elettorale, non lasciando alcuna traccia visibile.

Qui, invece, non va via nessuno. Anzi, hanno perfino sfilato parlamentari che si sono detti favorevoli al jobs act, facendo mille arzigogolate distinzioni da fidanzata fedifraga del tipo “sono andata con un altro ma ero ubriaca” o da candidato con le canne “ho fumato, ma non ho aspirato”.

Di quelle persone non riesco a dare un giudizio politico, perché a monte ho un pessimo giudizio umano e mi basta quello.

L’incoerenza mi urta, perfino quella che prende forme che favoriscono le mie idee (di fatto sto parlando male di gente che poi il Jobs Act lo vota). Se poi è pelosa, doppiogiochista e un po’ meschina, mi intristisce.

E mi incupisce ancora di più che i protagonisti di questa pagliacciata pavida e disonorevole siano persone del partito che voto, talvolta con la fama di intelligenti.
Alle prossime elezioni credo sarà fondamentale che il PD si faccia carico di garantire un grado etico dei candidati molto più alto dell’attuale. E candidi gente che abbia il coraggio di arrabbiarsi e andarsene per davvero, se non concorda.

Buona parte delle persone del PD presente in piazza oggi era lì per altre ragioni: consolarsi pubblicamente della sconfitta delle Primarie, che dev’essere pesata politicamente in modo enorme. E forse ha inciso anche psicologicamente.

Il corteo di sabato è stato anche questo: una grande seduta di auto-aiuto in cui la sinistra burocratica, conservatrice, vecchia, lenta (quella che non ha combinato niente in vent’anni di Berlusconismo arrembante) si è ritrovata, si è fatta pat pat sulla schiena e si è illusa per un mattino di essere ancora rilevante. Ha perfino sognato, vedendo la piazza piena, la riscossa contro l’Usurpatore che gli ha strappato il partito dalle mani.

È stata una breve Woodstock dell’anti-renzismo, in cui lo stretto merito del Jobs Act è stato un pretesto per una questione che per molti è più grande: l’identità, i comportamenti, i linguaggi, la natura stessa della sinistra. Sabato si è ritrovato e fatto coraggio chi non si adegua al nuovo corso preso dal più grande partito della sinistra in Europa e preferisce conservare identità vecchie. Insomma, quelli che non hanno ancora capito che il fenomeno Renzi è innanzitutto una rivoluzione culturale in seno alla sinistra e non è un accidente passeggero: è la concretizzazione (una delle tante, nemmeno la migliore, forse) di qualcosa che era necessario a sinistra e che per anni abbiamo desiderato e costruito, combattendo contro tutti i “si è sempre fatto così”.

Al netto di cosa penso delle politiche di Renzi, provo a dire una cosa da osservatore esterno, ben sapendo che non lo sono: la strada imboccata dagli oppositori del nuovo corso renziano non porta da nessuna parte.

Molti non hanno ancora capito (e non spetterà a loro capirlo, credo) che l’alternativa a Renzi si costruisce competendo con le proposte sul futuro, non riproponendo e difendendo un passato pessimo.

Come elettore affine alle idee di Renzi dovrei essere contento di questa totale assenza di concorrenti credibili al “renzismo”. Al contrario, mi dispiace. La competizione tra idee genera idee migliori e tira fuori il meglio dalle persone. Per ora non c’è nulla in vista e credo sarà così a lungo e rischiamo che un Renzi autocompiaciuto e non sfidato al meglio si sieda sugli allori, si normalizzi.

Lo dico con un po’ di dispiacere: vedere contrapposta alla Leopolda (che è un grande momento di studio, con tavoli tematici non gerarchici, confronti, elaborazioni, proposte ecc. e un pubblico ampiamente under-40: è il modo giusto con cui si costruisce un’offerta politica e perfino una comunità di pratiche e di idee) una sterile manifestazione di protesta old skool dominata dai nonnini dello SPI mi ha ricordato nei modi (non certo negli schieramenti) la drammatica carica della cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi. La politica degli slogan e dei cori da stadio contro la politica dello studio, del confronto paritetico e della creazione di proposte.
Non solo ai nemici interni di Renzi mancano i contenuti, ma da quelle parti hanno anche seri problemi di metodi e mezzi.

 

Un rottamatore al sindacato

Chiudo con un pensiero positivo, che poi è un sogno.

Sogno che sabato in piazza a Roma abbia sfilato un delegato CGIL giovane che si è fatto qualche domanda sulle solide certezze sventolate dal suo sindacato e ha manifestato con qualche dubbio in testa.
Spero che il dubbio si faccia strada, scuota una coscienza, obblighi il delegato CGIL a guardarsi intorno, a farsi qualche domanda scomoda, ad andare al di là degli slogan.
E spero che quel delegato faccia carriera e, dall’interno, inizi a rottamare il sindacato così come lo conosciamo. E lo cambi in meglio, lo renda più onesto nei confronti della realtà. E magari diventi il peggiore nemico della mia parte politica, non mi importa. Quello che conta è che lo faccia partendo da un’analisi concreta della realtà, non dalla narrazione di un mondo che non c’è più.

Al sindacato serve un rottamatore vero, che faccia la rivoluzione nella CGIL e crei una nuova cultura della difesa e promozione del lavoro basata sulla realtà. Ne abbiamo bisogno tutti noi lavoratori presenti, passati e futuri.

§ 67 Responses to Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me"

  • LordDrachen says:

    MI piacerebbe sapere dov’è il problema delle aziende a licenziare.
    1) La maggioranza NON ha l’art-18.
    2) Esistono P.IVa, co.co.co, co.co.pro, interinale, scatole cinesi che fan riferimento ad aziende che offrono servizi al lavoro in grado di tenere continuativamente per anni una stessa persona e lasciarla a casa all’occorenza, ci son contratti a tempo determinato, ecc.
    Dove sta questa impossibilità di licenziare?
    Mi dite dove ca..o sta?

    Ma la CGIL è ancora un sindacato o è davvero diventata il club dei “già lavoratori”?
    Mi pare sfugga cosa sia un sindacato.
    http://it.wikipedia.org/wiki/S
    Al di là delle ovvie posizioni politiche che ci devono essere per essere “propostivi”, dove sta scritto che il Sindacato NON E’ un club di lavoratori (già occupati)? Perché la funzione del sindacato è esattamente quella. Difendere una categoria di lavoratori, nel loro insieme gli occupati iscritti.

    Resta inevasa la domanda: ok, hai tolto l’art-18, cosa mi hai dato in cambio?
    Nulla.
    1) Hai per caso impedito che si assumano i lavoratori con sistemi-capestro quali appunto P.IVA, scatole cinesi, ecc.? No.
    Hai semplificato, ma mantenuto nei fatti la stessa facilità nel riassumere sotto altra forma.
    2) Economicamente conviene assumere o continua a convenire usare i sistemi- capestro? La seconda che hai detto.
    3) Hai per caso rivoluzionato il collocamento e gli uffici dell’impiego per garantire sostegno alla ricerca quando perdi lavoro o hai dato la caramellina monetaria?
    La seconda che hai detto.
    4) Hai per caso defiscalizzato la formazione o proprosto ai disoccupati corsi di riqualificazione gratuiti in modo da tornare sul mercato del lavoro? Manco per nulla.

    Ma di cosa state parlando a parte fare propaganda spicciola?
    Ma qualcuno di voi ha visto COME si assume nelle aziende da dieci-quindici anni a questa parte?

  • mfioretti says:

    “Questi due casi che menzioni non rientrano nei licenziamenti illegittimi.”

    Posso prenderla come un’ammissione che nei casi di licenziamenti illegittimi la mia proposta ha senso? 🙂

    Sugli altri casi che ho menzionato in effetti hai ragione, a rigor di termini non sono illegittimi. Ma poichè sia per i manager che per i dipendenti, “Basta dimostrare che l’accusa è vera” di fatto è difficilissimo tra code di paglia e le altre cose che hai citato (ed è per questo che nemmeno i manager inetti vengono licenziati quanto dovrebbero), secondo me gestire ANCHE queste situazioni nello stesso modo sarebbe un bene per tutti, alla fine. Insomma, continuare a chiamare l’obbligo di reintegro, non importa quanto e come condizionato, un “diritto” anzichè una complicazione anche/soprattutto per i lavoratori mi pare controproducente.

  • Ciao mfioretti, scrivi:

    «Se il motivo per licenziare Tizio è semplicemente che, per esempio, pretende di svolgere delle attività che non è in grado di fare, o sta rendendo la vita un inferno ai suoi colleghi, non al padrone, perché Tizio deve avere la facoltà di riaverlo, quel posto o un qualunque altro i QUELLA specifica azienda?»

    Questi due casi che menzioni non rientrano nei licenziamenti illegittimi. Basta dimostrare che l’accusa è vera e da sempre il lavoratore può essere licenziato con X = zero. Che poi non si vogliano affrontare scontri di questo tipo, a volte per quieto vivere, a volte perché ci sono delle lunghe code di paglia e a volte perché in realtà i personaggi di questo genere fanno anche piuttosto comodo a qualcuno, è un altro discorso che non c’entra con il dibattito politico in corso. La legislazione necessaria esiste già e se oggi non viene utilizzata continuerà a non essere utilizzata neanche in seguito.

    Ti faccio un esempio banale: i manager inetti e/o stronzi. I manager non hanno le protezioni dell’articolo 18 e in particolare nelle aziende private possono essere mandati via da un momento all’altro. Viene sempre fatto?

  • massimiliano says:

    sottoscrivo ogni singola parola

  • mfioretti says:

    > Dunque, ripensandoci, per essere almeno per certi aspetti meglio
    > dell’articolo 18 pre-Fornero, X dovrebbe essere notevolmente
    > maggiore di 20 mensilità di stipendio.

    OK. Grazie per questa spiegazione. Quanto al resto:

    > Ma stiamo sempre parlando di ipotesi completamente
    > campate in aria.

    rimarranno campate in aria solo finché il discorso fra governo, sindacati e resto del mondo sarà impostato come è oggi. Credo che il problema di fondo fra le “due parti” di QUESTA discussione sia in questa frase:

    > In realtà la facoltà di riavere sempre il proprio lavoro in caso di
    > licenziamento illegittimo…

    Forse il motivo per cui facciamo fatica a capirci è proprio questo. Forse la divisione è fra chi ritiene che questa facoltà di riavere SEMPRE il lavoro, anche se il motivo del licenziamento era futile o discriminatorio, sia un diritto fondamentale che deve rimanere e chi, invece, anche se non è affatto un imprenditore, pensa altrimenti.

    Perché si dovrebbe riavere SEMPRE uno specifico posto di lavoro? Se il motivo per licenziare Tizio è semplicemente che, per esempio, pretende di svolgere delle attività che non è in grado di fare, o sta rendendo la vita un inferno ai suoi colleghi, non al padrone, perché Tizio deve avere la facoltà di riaverlo, quel posto o un qualunque altro i QUELLA specifica azienda?

    “Se sto antipatico all’azienda peggio per lei, mi si DEVE tenere comunque perché ormai questo posto l’ho avuto, mi piace e me lo tengo cascasse il mondo perché ne ho diritto”? Se è così, a me francamente suona un po’ troppo come “se mia moglie non mi sopporta più peggio per lei, ormai mi si deve tenere cascasse il mondo perché ne ho diritto”. Anche se io fossi un angelo e lei una psicopatica, ce lo avrei quel diritto?

    Certo, il fantomatico “X” va negoziato bene e deve essere abbastanza alto da permettere a chi viene licenziato di stare a galla finché trova un altro lavoro (e ripeto: con un regime così, l’offerta aumenterebbe molto rispetto a oggi, anche per ultracinquantenni eccetera). Pure io pensavo a ben più di 20 mesi. Ma stabilirlo per legge, renderlo non rifiutabile.. continuo a chiedermi se non sarebbe un gran bene.

  • david says:

    Egregio avvocato Villari,
    Lei è un professionista, qua sono per il libero mercato, mi permetto di suggerirLe di farsi pagare i pareri in cui spiega come e perchè il Jobs act lo butta al culo ai lavoratori, magari pagando stanno più attenti e capiscono (comunque complimenti per l’inutile slancio pedagogico)

  • Tra l’altro, ho semplificato molto. In realtà la facoltà di riavere sempre il proprio lavoro in caso di licenziamento illegittimo dava in sostanza al lavoratore, prima della riforma Fornero, la possibilità di trattare da una posizione di forza con il datore di lavoro, e quindi, se proprio l’imprenditore voleva assolutamente sbarazzarsene, finiva per pagare molto più del minimo di 20 mesi. Dunque, ripensadoci, per essere almeno per certi aspetti meglio dell’articolo 18 pre-Fornero, X dovrebbe essere notevolmente maggiore di 20 mensilità di stipendio.
    Ma stiamo sempre parlando di ipotesi completamente campate in aria.

  • Punto primo, stiamo parlando di aria fritta: l’opzione di “alzare X” non è affatto sul tavolo, al contrario la proposta è di abbassare moltissimo X, oltretutto dopo che la riforma Fornero l’aveva già significativamente ridotto.
    Ma se proprio ci tieni parliamone pure.
    Rispetto all’articolo 18 pre-Fornero, in cui in caso di licenziamento illegittimo X era in buona sostanza stabilito dal lavoratore, con un *minimo* di 20 mesi di stipendio, la tua proposta sarebbe migliorativa se X fosse più di 20 mesi di stipendio, altrimenti sarebbe peggio di adesso.
    Rispetto all’articolo 18 attualmente in vigore, in cui il valore medio del risarcimento in caso di licenziamento illegittimo si aggira intorno alle 15 mensilità, sarebbe migliorativa se X fosse più di 15 mesi di stipendio, altrimenti sarebbe peggio di adesso.
    È più chiaro così?

  • david says:

  • mfioretti says:

    grazie, ma la mia domanda rimane. Riformulandola in quei termini, se se si eliminasse proprio 2, 3 e quindi lo stesso intervento del giudice, MA alzando X… sicuri che sarebbe un mondo del lavoro peggiore di adesso, con più mobbing eccetera?

  • Ciao mfioretti, forse mi sono spiegato male su come funzionava il sistema precedente alle controriforme di Fornero e Poletti. La X aveva un valore minimo stabilito per legge (o meglio, stabilito dal giudice entro una forbice stabilita dalla legge). Potevi (1) accettarlo oppure (2) negoziare un valore più alto oppure (3) tenerti il posto di lavoro. Ora si toglie la possibilità 3 e di conseguenza anche la 2, oltre ad abbassare la X.
    Spero di essere stato più chiaro.

  • mfioretti says:

    Alessandro l’ho detto proprio perché so benissimo che non è semplice quantificarlo che ho chiesto per carità di tralasciare per il momento la quantificazione esatta di X. Se è sballato il principio è inutile litigare sulla formula.

    Premesso (anzi: ripetuto) questo, mi sai descrivere un modo più efficace, meno bizzarro e più realistico di difendersi dal mobbing di “ti sto sulle scatole? Nessun problema, paga X e me ne vado subito”, con X stabilito per legge, senza se e senza ma. è chiaro che X deve essere abbastanza alto da rendere un suicidio economico per l’imprenditore mandare via qualcuno solo perché, dico per dire, non vuole fare sei turni di notte di fila. Ma ti rigiro la domanda: come e perché un sistema del genere proteggerebbe dal mobbing peggio di adesso?

  • Mi pare un modo bizzarro di risolvere il problema: non sarebbe meglio allora rendere più semplice per il lavoratore difendersi dal “mobbing”? (oggi è quasi impossibile da dimostrare, per infiniti, ovvi motivi).
    Comunque, non è secondaria la quantificazione di X: per essere un efficace deterrente di licenziamenti “capricciosi” e costituire un dignitoso sostegno al lavoratore rimasto disoccupato, non dovrebbe essere inferiore ai 24 mesi che erano la media prima della riforma Fornero, e sicuramente più elevato ancora per i lavoratori di difficile ricollocamento (tutti gli ultracinquantenni, per dire, o chi ha un’invalidità). Le proposte di attuazione della legge delega più in voga al momento, nel governo, invece sono di quantificarlo in un mese di stipendio per ogni anno di lavoro…

  • mfioretti says:

    “Niente ha mai impedito a un imprenditore di negoziare un licenziamento individuale senza giusta causa mettendo sul piatto una X abbastanza consistente.”

    Lo so benissimo. Il problema da cui viene la mia domanda è che in pratica non va quasi mai così. Oggi, in tutti quei casi l’imprenditore fa mobbing e basta per mesi o anni, finché il lavoratore:

    a) non riesce a trovare un altro lavoro (ma ci mette anni ANCHE perché TUTTI i datori di lavoro funzionano allo stesso modo e non possono fare spazio liberandosi di chi non vogliono più) e a quel punto non conviene più nemmeno a lui perdere altro tempo a negoziare X oppure

    b) arriva all’esaurimento nervoso e quindi si accontenta di una miseria di X pur di non finire ricoverato.

    Mentre se invece X fosse già fissato per legge l’imprenditore non avrebbe più spazio nè motivi per fare mobbing. Se gli conviene paga, ti manda via e tu hai meno stress che se fossi rimasto per forza altri due anni dove il capo ti odiava, e molte più possibilità di trovare un altro posto perché tutte le aziende funzionano allo stesso modo, quindi è molto più frequente che si ritrovino con posti vacanti

  • Ciao mfioretti, ecco come in buona sostanza funzionava secondo lo Statuto dei Lavoratori:

    1. Se ti licenziano legalmente, sei licenziato.

    2. Se ti licenziano illegalmente e la cifra che ti propongono ti sta bene, becchi la grana e sei licenziato.

    3. Se ti licenziano illegalmente e la cifra che ti propongono è troppo bassa, il licenziamento non vale.

    Questo sistema garantiva che X fosse una cifra “adeguata” secondo l’unica valutazione possibile: quella del lavoratore stesso. Se non si trovava un accordo, veniva ripristinata la situazione precedente al licenziamento abusivo. Niente ha mai impedito a un imprenditore di negoziare un licenziamento individuale senza giusta causa mettendo sul piatto una X abbastanza consistente.

    Evidentemente l’obiettivo di chi vuole togliere al lavoratore la facoltà di stabilire il valore del proprio posto di lavoro è fare in modo che questo valore diminuisca.

  • suzukimaruti says:

    Mauro, nel commento precedente (e anche in quello prima) ho scritto quello che scrivi al punto 1: ogni licenziamento discriminatorio è mascherato da altro. Ecco a cosa serve il giudice: a stabilire se un licenziamento è discriminatorio. E l’Articolo 18 su quel punto sarà giustamente mantenuto.
    E non è vero che un licenziamento mascherato da altro e rivelatosi discriminatorio diventi un licenziamento senza giusta causa. Il giudice stabilisce se lo è o se è un licenziamento discriminatorio.

    Il tuo ragionamento continua a partire da una base apertamente sbagliata e cioè che, una volta camuffato da licenziamento economico, un licenziamento discriminatorio non sia più riconoscibile come tale.
    Non è così, anche perché – come tu scrivi più volte – nessuno fa un licenziamento discriminatorio esplicito. E ovviamente la giurisprudenza ne tiene conto fin da quando è nato lo Statuto dei lavoratori.

    Sorvolo sul punto 4: il fatto che tu dica che i licenziamenti senza giusta causa siano *per forza* licenziamenti discriminatori camuffati è una banale fallacia logico-argomentativa. E’ vero il rovescio della tua affermazione, cioè tutti i licenziamenti discriminatori sono mascherati da altri tipi di licenziamento. Ma non tutti i licenziamenti senza giusta causa sono discriminatori. Esame di logica, prime pagine del manuale.

    Ultima nota sulla chiusura del tuo commento: non sai con chi parli e pontifichi, dicendo cose non vere e mi chiedo dall’alto di cosa ti arroghi di parlare così. Anzi, mi rispondo: lo fai perché di fatto il tuo unico argomento è dichiarare i tuoi interlocutori incompetenti, anche a costo di farlo dicendo cose non vere e avventate.
    Hai deciso che non ho mai fatto il lavoratore dipendente a tempo indeterminato e non ho esperienza sindacale.
    E’ vero esattamente il contrario, se vuoi ti faxo il mio libretto di lavoro così verifichi. E ho passato buona parte della mia militanza attiva presso la CGIL di Torino, lavorando a fianco della grande Pia Lai, a cui è dedicata la grande sala interna nella sede.

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