Morire è transitivo – ballad for a child

October 31st, 2014 § 6 comments § permalink

Non riesco a scrivere niente sull’assoluzione dei responsabili della morte di Stefano Cucchi, perché l’indignazione non giova alla lucidità di pensiero. Questo è un post disordinato come i miei pensieri, ora. Ma non c’è molto.

Potrei elencare, come gli ingredienti di una ricetta, i miei sentimenti: disgusto, rabbia, senso di impotenza, voglia di gridare. Il risultato sarebbe un piatto impresentabile, caldissimo.
Mi trattengo.
Faccio finta di credere al principio della presunzione d’innocenza e alla moda per cui non si commentano le sentenze.
Ma tutto il bon-ton politico non può sovvertire il mio buonsenso, il nostro buonsenso, che poi è quello che spesso salva le vite. Quando c’è.

Evidentemente in Italia ti muoiono. E’ una condizione un po’ strana per cui qualcuno in divisa provoca la tua morte, ma non ti ammazza. E non è reato, se non per la grammatica e la logica. Tanto non sono materie richieste per entrare nelle Forze dell’Ordine.

Sono stufo di fare le “doverose premesse” quando parlo del problema della democrazia e della civiltà delle Forze dell’Ordine in Italia.
E non perché siano premesse false, ma perché è umiliante dover dire “premetto che ci sono tanti poliziotti e carabinieri onesti e civili” e poi lamentarsi, quando poliziotti e carabinieri dovrebbero essere quelli più civili e più onesti di tutti.

Siamo un paese in cui quando la Polizia mi ferma per strada per un controllo mi sento a disagio. Per anni ho pensato fosse un limite mio. “Ragiono da criminale”, mi dicevo. Davo colpe genetiche a un lontano trisnonno calabrese, pare dedito al brigantaggio. La realtà è che quando ho a che fare con un uomo in divisa ho paura. E come me credo tanti.

Mi sono chiesto le ragioni di questa paura. La risposta che mi do è questa: sappiamo che chi indossa una divisa di fatto non risponde delle sue azioni di fronte alla legge che dovrebbe difendere e far applicare. E sappiamo che il trattamento che le Forze dell’Ordine ci riservano è in gran parte dipendente dalla volontà dei singoli, che per fortuna sono spesso brave persone, seri professionisti, gente equilibrata.

Ma le rare volte che non è così, rischiamo. E sappiamo che per poliziotti e carabinieri che sbagliano o fanno male (o malissimo) c’è una sostanziale impunità che ha precisi elementi costitutivi:

– la totale assenza di documentazione delle azioni delle Forze dell’Ordine (già sappiamo dell’assenza di numeri identificativi sui caschi dei celerini, ma provate a riprendere un poliziotto o un carabiniere mentre compiono un’azione di qualsiasi genere e preparatevi a essere maltrattati, non so quanto legalmente)

– l’omertà di gruppo per cui la Polizia e i Carabinieri, come Corpo/Arma, non hanno nessun interesse a far emergere la verità sulle azioni dei loro membri. La divisa che si fa potere, quello odioso. Quello di “comandiamo noi”. Quello che cantava “uno in meno” quando uccisero Carlo Giuliani.

– la singolare coincidenza per cui, forse in nome di una insana “fratellanza” nella gestione esclusiva della giustizia, i giudici sembrano molto poco propensi a condannare elementi delle Forze dell’Ordine anche di fronte a responsabilità evidenti.

– la difficoltà con cui i cittadini possono far allontanare dalle loro mansioni i rappresentanti delle Forze dell’Ordine che vanno oltre il loro mandato e delinquono, compiono atti di violenza, ecc. Di solito, nel raro caso vengano riconosciuti colpevoli di violenze abusi, gli uomini in divisa vengono sospesi e poi reintegrati (e poi magari promossi, come è capitato ad alcuni macellai del G8 di Genova). Alla peggio vengono trasferiti, roba che neanche il Vaticano coi preti pedofili.

Tra tutte le cose che sono in discussione in questo paese forzato al cambiamento, questo non c’è. Abbiamo ancora un’impostazione delle Forze dell’Ordine degna di un paese latino negli anni Settanta. E come cittadini non siamo ancora sufficientemente dotati di diritti nei confronti delle Forze dell’Ordine. Siamo ancora troppo esposti al loro arbitrio.

Se c’è qualcosa in cui è importante cambiare verso è la natura delle Forze dell’Ordine. Accountability, trasparenza, merito, chiarezza sulle linee di comando: sono tutte cose che mancano al mondo delle divise nostrane per considerarci un paese civile.
E se avessimo un governo coraggioso da questo punto di vista, faremmo partire una grande indagine su fascismo e sadismo tra le Forze dell’Ordine per stanare chi non è degno di vestire la divisa e di disporre delle sorti altrui.

E no, non è una questione di stipendi bassi, di condizioni di lavoro dure, di “noi poveri poliziotti”. Perché in Italia è pieno di gente che fa brutti lavori pagati male e nessuna di questa usa la sua condizione per giustificare infamie, violenze, soprusi.
Ed è pieno di carabinieri e poliziotti civili che guadagnano un salario da fame come i loro colleghi sadici in divisa. Ma a quanto pare dire che i migliori dovrebbero guadagnare di più e i peggiori meno (o essere licenziati) è di destra.
Chissà cos’è infierire su un inerme, col distintivo dalla parte del manico, allora.

Più Leopolde, meno manganelli. Un appello alla nonviolenza verbale e a Landini

October 29th, 2014 § 22 comments § permalink

Ieri la polizia ha caricato alcuni operai di una fabbrica di proprietà tedesca che rischiano il posto di lavoro e da un po’ non ricevono lo stipendio.
Manifestavano per un diritto fondamentale e per la loro dignità. Erano comprensibilmente su di giri e in cambio hanno ricevuto una carica inspiegabile che ha fatto alcuni feriti.

È successa una cosa orribile. Manganellare chi lotta per il proprio lavoro è un’infamia degna di altri tempi. E farlo a freddo (e il video della Polizia in cui si vedono i manifestanti lanciare qualche oggetto non giustifica la carica) è un’aggravante.

Il Governo ha chiesto subito chiarezza al ministro competente (cioè Alfano). È giusto andare in fondo e capire le responsabilità reali.

Fossi uno dei poliziotti che ha picchiato un operaio senza lavoro mi vergognerei a vita (e al primo commento di un poliziotto “sì, ma ci pagano poco, ecc.” perdo la calma: non c’è salario da fame che giustifichi l’infamia contro i più deboli).
Talvolta ho l’impressione che la sicurezza in piazza sia in mano a degli irresponsabili o a dei fascistoidi senza scrupoli. E di numeri identificativi sui caschi della celere non si vede nemmeno l’ombra.
Se vogliamo stare in Europa ci serve una Polizia all’altezza. Questa è da paese latino. Cambiano i governi ma le debolezze di quel mondo in divisa restano immutate. E nessuno che si prenda la responsabilità delle proprie azioni, meno che mai il Ministro dell’Interno.

A proposito di responsabilità, ma su un altro piano, mi ha colpito lo sfogo del segretario della FIOM Landini, che a caldo (troppo a caldo!) ha fatto direttamente in piazza una tirata contro il governo, approfittando della situazione.

In particolare ha chiuso dicendo che il Presidente del consiglio avrebbe dovuto chiedere scusa e smetterla con le balle e le Leopolde.

Sarò nostalgico, ma mi piace ricordare Togliatti che, quando si prese una pistolettata da Pallante, reagì all’attentato dicendo “state calmi” poco prima di perdere i sensi.
Landini, per molto meno, non è stato calmo. E se ho poco da dire sulla prima parte della sua sceneggiata a caldo (la condivido pure in buona misura), ho molto da contestare il finale.

Vorrei dire a Landini che la Leopolda è una riunione di persone, in gran parte ragazzi, che rinunciano a un weekend per chiudersi in un paio di stanzoni a parlare di politica.

È un evento di cui i media vedono solo la parte più narrabile nella loro solita superficialità: la passerella sul palco in cui alcuni cittadini e amministratori si alternano per un breve intervento.
Ma il cuore sono i tavoli tematici in cui, senza gerarchie e su base volontaria, i partecipanti parlano di ambiente, diritti, scuola, lavoro, ecc. e cercano idee e proposte condivise per migliorare le cose in ogni ambito.

La Leopolda, come metodo, è uno spazio di elaborazione politica aperto, perfino (odio l’espressione) “dal basso”, propositivo e per sua natura diverso e inclusivo, visto che può partecipare chiunque, perfino lui!

La Leopolda è uno spazio di confronto democratico, dove si producono idee. Ci si parla, si concorda e discorda e poi si trova una sintesi, si condivide un percorso.

Per tutte queste ragioni la Leopolda è l’antitesi dello scontro, della semplificazione dialettica, della radicalizzazione e del metodo violento.

Quindi la risposta alla violenza di piazza non è “basta Leopolde”, ma il suo contrario: fare più politica, tornare a far partecipare i cittadini, dare spazio al confronto tra le idee (naturalmente diverse) di tutti e offrire in cambio l’orgoglio di impegnarsi per migliorare la realtà. Sfida che riempie una vita, diceva un certo Berlinguer.

Certo, a Landini possono non piacere alcune idee emerse nella Leopolda renziana, ma in quanto democratico saprà rispettarle, spero.
Ma vorrei si rendesse conto che l’antidoto al veleno dell’odio politico è quel metodo lì.

Anzi, vorrei che Landini e i suoi nuovi amici della minoranza PD imparassero dalla Leopolda, visto che non sono ancora stati in grado di trovare un metodo politico capace di galvanizzare e coinvolgere così tanti cittadini in modo così profondo e ripetuto nel tempo.

Più Leopolde (o come le chiamerà ciascuno) ci saranno, ognuna col suo stile, il suo colore e i suoi protagonisti, più saremo politicamente adulti come paese. E meno ci metteremo in condizioni di picchiare, di essere picchiati e di dover scendere in piazza per chiedere lavoro e dignità.

Vorrei in ultimo far notare a Landini che spargere odio verso un metodo democratico e aperto di elaborazione politica da parte dei cittadini, equiparandolo a una bugia o peggio a un’accolita di manganellatori (ma non voglio credere che lo pensi) è offensivo per i tanti che vi partecipano, anche perché tra questi ci sono alcune tra le migliori persone che ho conosciuto.

E mi sento di dire, con un azzardo, visto che non sono mai stato a una Leopolda (ma le ho seguite tutte), che nessuna persona della Leopolda avrebbe avuto dubbi da che parte stare, in quella piazza: dalla parte dei lavoratori.

Landini se lo ricordi e rispetti la storia umana e politica di tanti cittadini democratici e non violenti, anche se non la pensano esattamente come lui su alcuni temi.
E impari da Togliatti a stare calmo e ad avere i nervi saldi prima di dire cose avventate.
Sono convinto che, seppure vittima di una carica sbagliatissima, si scuserà per la sua uscita.
E se sarà furbo, progetterà la propria Leopolda.

Il lungo addio: i 12 anni in cui la CGIL ha perso quelli come me

October 26th, 2014 § 67 comments § permalink

Nel 2002, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SNC), prendo l’automobile, guido fino a Roma e insieme ad altri tre milioni di persone manifesto con la CGIL contro il governo Berlusconi e la sua intenzione di abolire l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Nel 2014, pur non essendo un lavoratore dipendente o un disoccupato (sono una partita IVA con una SRL), non vado a Roma e non manifesto con la CGIL contro il governo Renzi e il suo Jobs Act (e la sua intenzione di modificare l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). In piazza sfila un milione di persone. Ne mancano due all’appello. Perché? Hanno fatto tutti la mia scelta?

Questo è un post chilometrico, che va avanti per un numero osceno di righe e racconta per filo e per segno le ragioni per cui da lavoratore di sinistra, con alle spalle vent’anni di “precariato di lusso”, sono arrivato a riconoscere nella CGIL un nemico della mia generazione. E credo di non essere solo, perché oltre ai 2 milioni di manifestanti che mancano all’appello, c’è quel 71% di italiani in età da lavoro che non si sente rappresentato dai sindacati. È il caso di chiedersi perché.

È un post che parla di futuro, di psicanalisi sindacale, di gruppi di auto-aiuto della sinistra, di disoccupazione giovanile e perfino di alternative a Renzi. Quindi proseguite la lettura solo se avete un bel po’ di tempo a disposizione.
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Lettera a un fratello che manifesta contro la riforma della Scuola

October 10th, 2014 § 3 comments § permalink

Caro – ipotetico – fratello minore, non ci sentiamo da un bel pezzo e, se dovessimo dare retta a quella che nelle serie TV chiamano continuity, in teoria ora dovresti aver finito le Superiori da tempo. Ma questa è la finzione di un blog, quindi stai al gioco e fai finta di avere la pazienza di leggermi fino al fondo.

Oggi, con alcuni tuoi compagni di scuola e con un bel po’ di sigle del sindacato e dell’antagonismo, sei sceso in piazza contro la riforma scolastica che a breve dovrebbe cambiare la scuola pubblica in Italia, cercando di modernizzarla, migliorarla e rendendola più efficace.

Mentirei se ti dicessi che non ti capisco, perché per anni sono stato nei tuoi panni, nelle stesse piazze. E ogni volta ero lì per contestare una riforma imminente che poi alla fine non arrivava mai. Sarò onesto: erano riforme variabili tra il così così e il bruttissimo, ma il più delle volte sono sceso in piazza per inerzia o perché mi stava sull’anima il governo che le proponeva. E ci sta. A sedici anni uno ha tutto il diritto di essere un po’ prepolitico e frequentare solo la periferia del merito delle questioni.

Ho anche il timore, postumo, di aver fatto cortei, occupazioni e assemblee per conto terzi, imbeccato un po’ troppo dai sindacati-scuola, le cui lotte sicuramente avrebbero beneficiato della nostra massiccia presenza in piazza. È un brutto pensiero, lo so, ma ricordo perfettamente che la CGIL scuola ci faceva stampare i volantini (tanti volantini) nei propri uffici quando (casualmente?) le proteste studentesche erano in linea con quelle dei docenti. E altre volte  – quando non gli faceva comodo – no, perfino quella volta in cui volevamo celebrare Primo Levi e ci mandarono via dicendo “chiedete all’ANPI”.

Ok, ti ho già annoiato abbastanza col mio sterile reducismo da quarantenne. Il fatto è che pur avendo calpestato le stesse strade che oggi calpesti tu in corteo, non riesco a capire le ragioni della vostra protesta. Oppure le capisco e mi lasciano un po’ inquieto.

Qualcosa mi è chiaro, dopo aver fatto un giro sui giornali online: ho visto striscioni a favore della laicità della scuola, ho sentito i vostri slogan contro i tagli nella scuola (che, per la prima volta dopo anni, non ci saranno: fate slogan retroattivi?), ho percepito i vostri dubbi sui fondi per l’assunzione degli insegnanti precari promessa dal Governo (e qui mi si è accesa la spia “battaglia della CGIL fatta mandando avanti gli studenti” di cui ti dicevo prima).
Sono tutte cose su cui mi vedi concorde o partecipe. In verità ho letto il piano di riforma del Governo e non mi pare di aver scorto nulla che metta a repentaglio la laicità della scuola o che tagli i fondi all’istruzione pubblica.
Quindi probabilmente i vostri slogan su questi temi sono saltati fuori per eccesso di zelo. O forse per abitudine, visto com’è stato l’andazzo negli anni precedenti. Però, ecco, ci tenevo a dirtelo: a leggere le proposte di riforma non c’è nulla da temere. Ma in ogni caso vigileremo, ok?

Non vi capisco, invece, quando ve la prendete con la “scuola ficcanaso”, col Ministero che propone “il controllo” della scuola, degli studenti, degli insegnanti. Mi sembra che stiate manifestando contro una riforma astratta di vostra invenzione, una in cui ogni mattina prima di entrare a scuola c’è un omino del SISMI che vi fa la perquisizione e poi vi segue a casa e appena vi girate vi legge i messaggi su WhatsApp.

La realtà che vedo è che state manifestando contro una riforma che, per la prima volta in Italia, prova (peraltro in modo tenue, a mio giudizio) a mettere nella scuola pubblica italiana il concetto di merito. Sai già cos’è il merito: è quella cosa in cui chi è più bravo a fare il proprio lavoro ottiene di più di chi è meno bravo. E visto che entrambi concordiamo sul fatto che la scuola è l’elemento cardine delle sorti di uno Stato e di una comunità, premiare i più bravi mi sembra uno strumento ragionevole (forse l’unico) per garantirsi una scuola di qualità.

Certo, il merito è una cosa che va valutata. E valutare significa, per lo Stato, ficcare il naso. Cioè guardare materialmente i risultati dell’insegnamento, valutarli, metterli a sistema. Si fa in tutto il mondo, da decenni. Gli strumenti ci sono, funzionano. Se qualcuno lo nega, ti prende in giro. Apri Google e cerca. Vedrai.
L’obiettivo è uno ed è nel vostro interesse come studenti: darvi i migliori insegnanti possibili, cioè i più bravi in aula, i più preparati, i più aggiornati, i più appassionati al loro lavoro.

Mamma la conosci bene: ha 69 anni, è in pensione, ha fatto l’insegnante di Lettere tutta la vita e l’abbiamo vista ogni pomeriggio ripassare e prepararsi la lezione per il giorno dopo, frequentare tutti i corsi di aggiornamento possibili (ricordi che lei, classicista curiosa, è diventata responsabile dell’aula informatica? mi sa che è da lei che abbiamo preso la passione per i bit!) cercando di dare sempre qualcosa di più ai suoi studenti, cercando di stimolarli, offrirgli degli spunti di crescita, tendando perfino di farli divertire mentre imparavano con spirito critico.

Ci è riuscita? Sì, tante volte. Ogni tanto li incontriamo al mercato o in giro per il quartiere: sono suoi ex allievi, magari oggi padri di famiglia, che la fermano e le dicono “si ricorda di me? Lei mi ha cambiato la vita!”, “lei era la mia insegnante preferita, perché ci faceva capire il senso della Storia, non le date”, oppure “mi ricordo ancora di quel giornalino che ci faceva fare in classe con le parodie di Dante”. E lei a distanza di decenni si ricorda di tutti,  uno per uno, figli suoi per 5 ore al giorno.
Perché ha lavorato per loro mettendoci il cuore, cercando di capirli, tentando (e riuscendoci, spesso) di farli divertire. E prendendo lo stesso stipendio (basso, troppo basso) di altri insegnanti impreparati, inadeguati, incapaci, che gioiosamente se ne fregavano della scuola, degli allievi e della professione.

Ecco, ora sta per arrivare un modello scolastico in cui gli insegnanti come mamma, quelli bravi, quelli che ci credono e che fanno onore al mestiere più importante di tutti, potranno essere premiati, cioè guadagnare di più. Perché lo sai anche tu che gli stipendi degli insegnanti in Italia sono tra i più bassi in Europa, se confrontati col costo della vita. Guadagnano tutti poco, nell’attuale sistema che considera gli insegnanti un corpus indistinto che comprende bravissimi e pessimi e tutto quello che c’è nel mezzo. È una cosa da cambiare. Ed è una garanzia per voi studenti e per le famiglie.

Ecco perché non capisco quando alcuni tra voi studenti manifestano contro il merito nella scuola. Avete solo da guadagnarci, avreste un sistema più giusto e più trasparente in cui si sa chi vale e chi no, in cui un insegnante pigro può essere stimolato a svegliarsi e a iniziare a fare corsi d’aggiornamento.
Ho un sospetto e cioè che i veri registi dietro la vostra protesta siano i sindacati-scuola, che è una vita che osteggiano qualsiasi tentativo di riforma che introduca il concetto di merito. A loro il sistema piace così: lavoratori indistinti, bravi o pessimi che siano, pagati malissimo, scatti di anzianità e una scuola che non piace a nessuno, soprattutto a voi.
Ti sembra un sistema giusto? A me sembra una vergogna. Una cosa per cui scendere in piazza.

Ho sentito, poi, alcuni tuoi compagni di corteo scandire slogan contro la “scuola dei padroni”, “asservita agli interessi dell’impresa”. Wow.
Capiamoci: l’idea di una “scuola dei padroni” dà fastidio anche a me. Un po’ per l’uso vetusto della parola “padroni”, un po’ per il merito della questione. La scuola deve formare cittadini liberi, tirare fuori il meglio da ciascuno e preparare, con la conoscenza e l’esempio, i suoi allievi alla vita democratica e civile, affinché contribuiscano al progresso e al benessere della società. E deve essere aperta a tutti, anche a chi non ha il becco di un quattrino, offrendo opportunità ai più meritevoli (lo dice l’articolo 34 della Costituzione: poche righe micidiali nella loro perfezione). Non deve diventare il campionato pulcini di Confindustria, ovvio.

Il fatto è che nella vita democratica e civile c’è anche il mercato. E, salvo che per i ricchissimi di famiglia, c’è anche la necessità di trovare un lavoro, farlo al meglio, garantirsi un futuro economico.
Lo so che a sedici anni tutto suona un po’ anziano e molto paternale (questo è un post paternale, anzi “fraternale”, nonostante tutti i miei sforzi nel cercare di evitare che sia così), ma la scuola serve anche a quello.
Quindi non vedo niente di male se la scuola diventa un po’ più orientata al mondo del lavoro, anche perché lo è già. Solo che è orientata al lavoro degli anni Cinquanta, tra periti chimici, elettrotecnici, corrispondenti in lingue estere (che dattilografano su gloriose Olivetti Lettera 32), geometri, informatici esperti in Turbo Pascal e altre mansioni arcaiche.

Sto scherzando, la scuola è un po’ più moderna di così. Ma molto dipende dalla voglia, dallo slancio e dalla preparazione dei singoli insegnanti. Ma l’ottica è quella e mi sembra ragionevole: la scuola ti prepara anche al mondo del lavoro. E più lo fa in modo aggiornato e corrispondente alla realtà, meglio è, secondo me.

Di cosa avete esattamente paura? Che la scuola diventi una sorta di versione moderna della Scuola Allievi Fiat interamente focalizzata sulla preparazione professionale e addio cultura umanistica, piacere del sapere e materie che oltre a educare “elevano” lo studente?
Non mi pare sia così, leggendo la proposta di riforma. Nessuno ha proposto di tagliare l’insegnamento delle Lettere o delle materie scientifiche pure in cambio di ore di esercizio dell’obbedienza corporate o esercizi in palestra alla catena di montaggio. Visto che a scuola sei bravo, prova anche a esserlo quando valuti la scuola che verrà e dai un’occhiata seria alle proposte per il futuro, non giudicare per sentito dire.

Scoprirai che nella riforma contro cui hai manifestato c’è una cosa che sono convinto troverai anche tu sacrosanta: l’alternanza scuola-lavoro negli Istituti tecnici e professionali, negli ultimi 3 anni. Sì, perché siamo credo l’unico paese in Europa che forma i suoi tecnici e i suoi periti in via del tutto teorica. Conosco gente laureata (a trent’anni, all’italiana) che non ha mai passato un minuto in ufficio. Gente bravissima a scuola e resa inadeguata al mondo del lavoro dalla scuola stessa.

E c’è anche un generale adeguamento dei programmi scolastici alla contemporaneità. Cosa che non vuol dire “svendersi alle imprese”, ma per esempio aggiornare i programmi affinché aiutino gli allievi a orientarsi nel 2014 e non all’epoca manesca e lacrimevole di De Amicis.
Ti faccio un esempio da umanista a umanista. Secondo te è normale che al Liceo continuino l’insegnamento gentiliano delle “belle lettere” leziose e auliche senza introdurre uno straccio di cultura della comunicazione, cioè dello scrivere (bene) per farsi capire (bene) dagli altri?
Là fuori è pieno di gente rovinata dai temi del Liceo, quelli dove è considerato meritevole scrivere in “poetese pretenzioso” frasi che iniziano così: “Molti sono i giorni che separano…”. Gente che poi tenta la carriera giornalistica o finisce a fare il PR o l’addetto stampa, scrive da cani e si lamenta: “eppure prendevo sempre 8 di tema!”. È possibile aggiornare un po’ la proposta formativa affinché formiamo umanisti, scienziati, onesti lavoratori, ecc. che sappiano (e sappiano fare) cose utili nel 2014 e negli anni a venire?

La cultura pura, quella che ti eleva, ti incuriosisce, ti rende una persona migliore non è qualcosa di negoziabile, sono d’accordo. Ma non mi sembra affatto messa a repentaglio dalla riforma imminente della scuola. Anzi, uno dei punti qualificanti della riforma è il rafforzamento di materie come la Musica e la Storia dell’Arte (che in un paese con la nostra offerta artistica ha piuttosto senso, no?) e perfino dell’Educazione Fisica, perché sotto sotto ci piace essere un po’ littori 🙂.
I cambiamenti sono tutti, ai miei occhi, auspicabili: più cultura online, più Rete, più aggiornamento su temi di frontiera come il digital-making, il coding, ecc. Il tutto a scapito delle vecchiezze della scuola nostrana, che sono tante.

Capisci perché non vi capisco.
Mi rendo conto che i cambiamenti possano fare paura. Ma non a 16 anni, dannazione. Non questi.
La riforma semmai fa paura ad alcuni vostri insegnati e ai loro leaderini di corporazione. E gli fa paura perché ogni cambiamento è un momento della verità: si capirà chi, nella scuola, vale davvero, sa aggiornarsi, sa lavorare bene. E questo tocca rendite di posizione, privilegi precostituiti, stronzaggini arroccate su quel (basso) gradino di potere offerto dal sedere “dalla parte del manico” della cattedra.

Tutto questo è la ragione per cui in tanti andate (e siamo andati per anni) a scuola con il cattivo umore. Ed è la ragione per cui molti di noi sono usciti da scuola convinti di essere bravi e hanno preso un sacco di mazzate, sentendosi inadeguati, al momento di cercare un lavoro, diventare autonomi e farsi una vita propria.

Se c’è una ragione per cui mi sentirei di scendere in piazza insieme a te, oggi, è assicurarci che il cambiamento sia possibile e che non sia vanificato dagli interessi corporativi, dall’egualitarsimo deleterio e ottuso di certa sinistra sindacale, da sempre contraria alla cultura del merito.
Fossi in te scenderei in piazza per chiedere ancora più coraggio e non difenderei la scuola di oggi.
Voi, nel mentre, non fatevi usare, ché la lotta è preziosa e non va regalata a chi non vi ha a cuore.

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