The newspaper formerly known as l’Unità

July 10th, 2014 § 3 comments

Sulle cause del fastidio che in molti abbiamo provato di fronte al video con cui i dipendenti dell’Unità chiedono il salvataggio del giornale per cui lavorano ha già scritto bene Matteo Bordone.
Il video è un autogol nella forma, nelle retoriche, nei contenuti, nelle implicazioni politiche, nel tono stizzito verso coloro a cui si chiedono soldi, nella pretesa non dichiarata ma chiaramente intuibile che i suddetti soldi siano qualcosa di dovuto, anche se il giornale non ha lettori.
Insomma, siamo di fronte a quello che i militari americani chiamano un clusterfuck, cioè una situazione in cui tutto quello che può andare male lo fa in modo inesorabile.

Al di là di tutto questo – che è tantissimo e si aggiunge alla semplice considerazione che un giornale senza lettori non ha senso di esistere – mi hanno colpito due fatti  legati al video, che considero rivelatori di parte delle ragioni intime del fallimento del progetto editoriale e giornalistico dell’Unità.
Sono due fatti di metodo, totalmente scollegati dai contenuti.

Il primo è che i lavoratori dell’Unità non sono stati in grado di produrre il video-appello da soli. E dire che basta poco: uno smartphone, un programmino di editing video e via. Non serve una laurea in cinematografia, davvero: è un’attività elementare.
Saper girare un video di quel genere, montarlo e diffonderlo sono attività basilari che non possono mancare tra le competenze necessarie per fare un quotidiano nel 2014, a meno che il suddetto quotidiano non sia un fossile vivente.

Il secondo è che, incapaci (o non vogliosi) di produrlo, i dipendenti dell’Unità non hanno chiesto aiuto a un amico smanettone o anche solo alfabetizzato al minimo in cose tecnologiche, ma si sono fatti produrre (spero gratis) l’appello video dall’agenzia di Klaus Davi. Ripeto, Klaus Davi.

Ecco, non riesco a trovare una ragione intelligente o anche solo logica per cui il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sia associabile a una discussa agenzia di PR specializzata in clienti trash del peggiore jet set cafone e di destra, nota per sfornare bufale, ricerche inesistenti, siti di news inventate, al punto da essere osteggiata dalla sua stessa associazione di settore. E’ gente che, nel mio ingenuo cuore di militante, non dovrebbe essere nemmeno fatta avvicinare alla redazione romana del quotidiano, anzi dovrebbe essere respinta a leggeri colpi di giornale cartaceo ripiegato – tanto ne avanzano – come si fa coi cani molesti.

Anche se non avessi visto il video (che è un’aggravante), mi bastano questi due fatti per vedere tutti i limiti della situazione professionale e umana all’Unità. Un giornale del 2014 è fatto da gente a proprio agio con le  tecnologie contemporanee (mi sono un po’ stufato di chiamarle nuove, visto che lo sono da vent’anni). Un giornale che dovrebbe essere la voce della sinistra ha referenti, amicizie e orizzonti diversi dai rottami del berlusconismo più trash e dalla satrapia delle terrazze romane dove rossi e neri so’ tutti uguali mentre fanno il trenino alle feste.

Un giornale fatto così, da gente che pensa così, che si comporta così e che fa queste scelte non è l’Unità. E non lo è da tempo, lo dico da anima pia che ha provato, negli ultimi tempi a leggerla.

Non basta avere diritto al brand “l’Unità” per essere il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, bisogna avere riferimenti culturali, idee e dignità adeguati.
L’Unità è una cosa seria, ha una storia da pelle d’oca, è nella memoria di tutti noi che l’abbiamo letta, consigliata, conservata, ritagliata e che anni fa abbiamo speso qualche domenica mattina a diffonderla porta a porta.
Prima ancora di essere un giornale, l’Unità è un insieme di storia, dignità e valori.

Ecco perché questo fallimentare prodotto editoriale che si chiama l’Unità non merita di essere salvato, perché è un’altra cosa rispetto a quello che dichiara di essere. Ed è fatta da gente che evidentemente ha altri orizzonti o è troppo coinvolta nell’insalatona mista della politica romana dove vale tutto. Chiuda pure.

L’Unità, quella vera – cioè l’ambito ufficiale di discussione, riflessione e informazione della sinistra – è morta anni fa, non so bene quando. Forse il giorno in cui è diventata il pezzo di carta che avvolgeva le videocassette dei film che piacevano a Veltroni, forse si è persa tra le figurine di un Pizzaballa e un Oscar Tacchi Terzo, forse da quando le firme più interessanti del giornalismo a sinistra sono sparse qua e là tra Repubblica ed Europa.
O forse è altrove, sparsa a pezzetti in ogni angolo della rete dove la gente di sinistra si ritrova, si informa, parla di politica, ragiona, progetta. Perché non è obbligatorio che l’identità, il ruolo e lo scopo del contenitore dell’informazione e della conversazione politica di sinistra debbano per forza prendere la forma di un prodotto editoriale cartaceo.

§ 3 Responses to The newspaper formerly known as l’Unità"

  • Gabriele says:

    Penso che il problema non sia tanto “chiudiamo l’Unità”, quanto il fallimento di quella deriva che vuole i giornali tutti uniformati nel cercare spasmodicamente di non restare indietro nel trattare l’amenità del momento e, intorpiditi e snaturati non riescono a coinvolgere la gente, che di facezie ne trova già abbastanza aggratis online.
    Penso che se l’Unità avesse fatto l’Unità, senza sé e senza ma, puntando forte sulla sua nicchia, più che su chi una parte della sua nicchia avrebbe votato, probabilmente non staremmo qui a piangere sul feretro.

  • Julian says:

    Blablablablablabla quanta ipocrisia , da uno che si vanta di averla distribuita l’Unita’ ,ma chissa’ dov’e’ andato in tutti questi anni …io che non ho mai letto l’Unita’ di quegli anni (x eta’ ) ma l’ho sostenuta in tutti i vari cambi di questi anni ,dopo che i “killer” che l’hanno diretta hanno poi fondato un “altrogiornale” x mandare a picco il giornale da cui hanno “bevuto”? Il miglior periodo e’ stato quello con la direzione di Conchita ,libera illuminata e piena di spunti moderni, mi sto ancora chiedendo perche’ e’ stata licenziata..ma non sopporto più’ i “corvi”che vogliono far chiudere una testata storica e criticano chi chiede ,anche ,di essere pagato!

  • Enrico sono sempre d’accordo con te ma come mai i link a Facebook dei tuoi articoli sono così difficili? Buttaci un occhio. Ciao.

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