Grandi aspirazioni

April 24th, 2014 § 5 comments

Il primo fra tutti sfoggiava sul sacco – enorme, di stoffa blu serissima – un brand misterioso: Progres. L’acquistarono i miei nei primi anni Settanta quando si sposarono e, in ossequio a una palese devozione a tutto ciò che proveniva da Oltrecortina, era made in Cecoslovacchia. Chissà dove l’avevano comprato. Forse a una festa dell’Unità, forse in qualche negozio di elettrodomestici che faceva il ricercatissimo “sconto Unipol”. Fatto sta che troneggiava nello sgabuzzino di casa a due passi dalla pila dei miei albi di Topolino, quelli da 70 lire ciascuno.
E era pesantissimo, faceva un rumore più adatto ad altre epoche, tempi in cui l’industria pesante contava ancora qualcosa nelle vite delle persone e lo sferragliare non destava sguardi preoccupati. Se aveva il suono di rottami ferrosi gettati da 50 metri d’altezza, voleva dire che funzionava. E il Progres funzionava molto, sotto quell’aspetto.

Da buon soldato cecoslovacco, faceva il suo dovere senza perdersi in leziosità: aspirava la polvere con solerzia attraverso un’imboccatura – non rimovibile – che aveva una forma simile a un limulo (animale a me ignoto fino a quando incappai nel patafisico Jarry da ragazzo: all’epoca mi piaceva pensare che fosse una versione panciuta e sverniciata del disco di Goldrake). L’unica concessione al vezzo era una luce frontale che, con la scusa di illuminare gli angoli polverosi delle case e facilitare la vita alle operose donne dell’Est, gettava qua e là sprazzi a 10 candele di sol dell’avvenire.

Era indistruttibile e credo che, se recuperato dalla cantina in cui sverna da veterano, scatterebbe sull’attenti come un solerte riservista. E’ stato pensionato dopo vent’anni  per via del suo rumore di ferriera e per avvenuta sparizione del suo paese d’origine.
Gli va riconosciuto il merito di aver resistito indenne a un allagamento della cucina, a un paio di shock elettrici e soprattutto agli assalti del mio gatto, che lo aveva eletto a suo nemico giurato. Di solito le incursioni feline seguivano un copione standard: il gatto si aggirava nello sgabuzzino dalle parti della sua vaschetta e, di colpo e senza motivo alcuno, scattava a unghie spiegate contro il limulo argentato, soffiando come un mantice impazzito. Il tutto durava poco più di 2  secondi intensissimi. Poi, realizzate le scarse perdite sul fronte nemico, l’incursore felino ripiegava con nonchalance su un’altra stanza, sicuramente inviando dal fronte comunicati che millantavano una vittoria tattica.

Per anni il Progres è stato sostituito da un aspirapolvere bicolore, anonimo, di plastica. In casa mia c’era una fatwa nei confronti del Folletto (che all’epoca andava per la maggiore), dell’azienda che lo produceva e soprattutto dell’umanità di disperati che cercava di piazzarlo con tecniche sempre più aggressive e truffaldine, tra cui la temibile scampanellata seguita da un “signora, ho un messaggio per lei” al citofono a cui mia nonna quasi abboccò, nei primissimi anni Novanta. Quindi niente scopa elettrica avveniristica, niente conta-acari, niente innovazione: la resistenza al peggiore marketing porta a porta di sempre valeva qualche granello di polvere in più.

L’aspirapolvere di plastica non aveva la linea avveniristica del Progres, aspirava un po’ meglio e facendo un po’ meno rumore, ma mancava di personalità. L’unico tratto distintivo era una specie di pedale sulla testata aspirante (a forma di rettangolo, standard) che serviva a innestare/rimuovere la modalità aspira-tappeti. In casa non siamo mai riusciti a capire quale fosse la modalità tappeti e quale quella normale: avevamo pochi tappeti e comunque aspirava decorosamente in entrambi i casi.

Il plasticone  si è riscattato dal suo  anonimato a due tinte e due modalità in un lontano luglio dei primi anni Novanta, quando un mio amico ha avuto l’idea di smontare la testata aspirante rettangolare e cercare di provocarsi dei finti succhiotti sul collo grazie al potere aspirante concentrato nella sezione ridotta del tubo. L’obiettivo era ingelosire una ex fidanzata, credo. Il risultato fu una macchia giallo-rosso-viola sul collo difficilmente attribuibile alla passione pomiciatoria di una ragazza che non fosse delle dimensioni di un grizzly. Risolvemmo fregando del fondotinta dalla borsa dei trucchi di mia madre e applicandolo topicamente sul malcapitato.

L’anonimo aspirapolvere non aveva la tempra del suo predecessore cecoslovacco. Si rompeva spesso. Fu sostituito più volte da altri aspirapolvere simili nell’anonimato, nella plasticosità e nelle performance. Così per anni.

Poi arrivò il Roomba, l’aspirapolvere automatico. Tecnicamente non era un Roomba ma un suo parente coreano, ma il quid era lo stesso: tu stai sdraiato sul divano a fare altro e lui, passo dopo passo, aspira da solo tutti i pavimenti di casa.
Il principio è bellissimo: è la realizzazione in piccolo del sogno dei Jetsons o di Star Trek, cioè una società liberata dalla necessità del lavoro (di casa) grazie alle tecnologie e dedita alla propria elevazione morale e culturale. Insomma, i soviet più l’elettricità e un sensore a infrarossi che evita che l’aspirapolvere automatico faccia un frontale coi muri, caschi giù dalle scale o scappi di casa.

Il nostro Roomba, di cui scrissi entusiasticamente al tempo, aveva un difetto: per orientarsi in casa “fotografava” a infrarossi il soffitto (che da sempre è una mappa ideale della casa, oltre che il foglio bianco su cui immaginare una nuova casa possibile) e usava queste fotografie per orientarsi. La soluzione era intelligentissima, peccato che funzionasse male nel caso di soffitti mansardati e soffitti alti. E la nostra nuova casa ha soffitti mansardati alti quasi 6 metri. Il risultato è stato drammatico, per noi che ci eravamo un po’ affezionati al nostro spazzino elettronico: lo “Scarafaggione” (questo era il soprannome che si era meritato nel giorno del suo ingresso in famiglia) era disorientato, procedeva con cadenza da ubriaco e, tanto per completare il profilo deviante, spesso si fermava a cercare impropri accoppiamenti con il bordo di un tappeto, la gamba di un tavolo o i piedini dello stendibiancheria. Uno spettacolo insostenibile.

In suo soccorso è arrivato il Bogòn, che in veneto vuol dire la lumaca: un gigantesco, modernissimo e pesantissimo aspirapolvere della Hoover. E’ un prodotto alla moda, uno di quelli fatti ad elefante o, appunto, a lumacone: c’è un guscio enorme che contiene il deposito della polvere e, attaccato a questo, un lungo tubo flessibile al cui termine è possibile installare un tubo metallico telescopico con vari accessori, tra cui la turbospazzola.
Ecco, la turbospazzola mi turba, un po’ perché dai tempi del Giudizio Universale di Cuore tutti i composti di “turbo” mi fanno venire in mente Enzo Catania, un po’ perché è una tecnologia infernale: è una spazzola rotante mossa dal potere aspirante che di fatto cattura la polvere per frizione sul pavimento e la getta in pasto alla proboscide del Bogòn. Sembra l’uovo di colombo, ma ha un difetto: tutti i peli, i capelli (e in generale i filamenti) che incontra, invece di finire aspirati si avvolgono inesorabilmente intorno ai suoi fanoni rotanti. Il risultato è che in pochi minuti puoi avere un pavimento perfettamente aspirato, ma poi devi passare 3 ore a ripulire la turbospazzola liberandola a mano dai capelli o dopo poche passate non funziona più.

Ai disastri della turbospazzola si aggiungono due difetti. Il primo è stupida tendenza del Bogòn a fagocitare le rotelline in fetro che fanno da guida alla sua spazzola e che amano smontarsi durante l’uso e disertare, il secondo è la sua totale inutilità nel togliere la polvere da superfici in alto, visto che è pesante, ingombrante e si trascina sul pavimento come un corpo morto. Se hai una casa col soffitto alto 6 metri, le superfici da spolverare al di là del pavimento sono tante. E se le trascuri si formano le famose “ragnatele di polvere”, che nel nostro caso fanno compagnia alle ragnatele vere e proprie.

Ci serviva, riflettevamo qualche tempo fa, qualcosa di agile, leggero, in grado di permetterci di spolverare con facilità in alto, ben sopra l’altezza delle nostre teste, magari arrampicati su una scala. Il primo pensiero è stato ricorrere a un aspirabriciole. Ne ho provato qualcuno di straforo da Mediaworld, tra quelli a disposizione dei clienti. Non funzionano. Mia madre ne ha uno che ha il potere aspirante di un asmatico con una cannuccia e sì e no 30 secondi di autonomia senza batteria. Bisognava trovare un altro modo.

La soluzione analogica è poco pratica, anche se finora è stata l’unica praticabile: il Bàutaro (dal veneto “bàuta”, che vuol dire “ragnatela”: in casa per qualche strana ragione i tool di pulizia spesso acquisiscono nomi del Nord Est, forse perché noi dediti alle nobili mollezze sabaude non amiamo occuparci di attività riservate alla servitù), cioè un bastone telescopico di 4 metri su cui è installata una spazzola morbida che periodicamente (ove “periodicamente” = “quasi mai”) agito qua e là sul soffitto per disturbare la vita dei ragni veri e dei ragni di polvere.
Il risultato è disastroso: la casa è pulita, ma chi opera il Bàutaro (io) riceve sulla testa una piacevole pioggia di ragni, polvere e ragnatele,  e tutto ciò che rimane impigliato in queste ultime. E dopo l’operazione di rimozione delle ragnatele deve pure passare l’aspirapolvere perché oltre alla sua testa, la pioggia di detriti polverosi e aracnidi terrorizzati finisce sul pavimento (non sul tavolo, perché in precedenza è stato coperto da un telo di nylon che sarà in seguito aspirato a dovere, una volta rimosso). L’operazione è seguita ogni volta da una doccia molto accurata, con doppio shampoo (e conseguenti capelli crespi: è una procedura che fa danni lunghi).

Ecco perché, quando qualche tempo fa ho scoperto che esisteva una linea di aspirapolvere leggeri e maneggevoli come un ombrello, in grado di funzionare senza fili per un numero di minuti dignitoso, ho subito avviato una univoca passione a distanza nei loro confronti.
Nel giro di poco più di un anno li ho visti crescere sotto i miei occhi: dal primo modello con un’autonomia quasi ridicola e un potere aspirante poco superiore all’asfittico aspirabriciole materno si è passati per un paio di uscite intermedie, fino all’opera definitiva o quasi: il Dyson DC 62, prodotto a cui nelle prossime righe riserverò una lode sperticata all’insaputa dell’azienda produttrice.

Un amico che ne possiede uno, qualche mese fa mi assicurava: “è l’iPhone degli aspirapolvere”. A suo dire un prodotto di quel genere è così pratico e leggero che cambia per sempre la tua concezione di aspirapolvere e trasforma la pulizia di casa in un gioco da ragazzi, perché non devi perdere tempo a disincastrare il Bogòn (o un suo simile, ne esistono anche fatti dalla Dyson: non comprateli!) dall’angolo in cui l’hai castigato, trascinarlo fino alla presa più utile, srotolare i 6 o 7 metri di cavo (che ad aspirata conclusa saranno riavvolti da una molla sempre più moscia, lasciando uno sgradevole mezzo filo pendulo), trovare una dannata Schuko e iniziare ad aspirare, conscio che il cavo non basterà e dovrai ripetere l’operazione per ogni stanza. E non dovrai trascinare il tubo flessibile, che si piega, si imbizzarrisce, si incastra, si ferisce su ogni spigolo.

Sì, lo so che ci sono condanne peggiori e c’è chi ramazza casa con una scopa tradizionale e se la fa bastare, ma personalmente odio tutte le attività di pulizia domestica, pur comprendendone la necessità. E ogni secondo in più passato a “fare i lavori” invece che a coltivarmi come uno stratrekkiano del futuro mi sembra sprecato, così come mi sembra sprecato ogni sforzo non strettamente necessario. Ecco perché amo le tecnologie, perché mentre la lavastoviglie ti lava i piatti, tu puoi disporre del tuo tempo libero ed elevarti come uomo giocando a Candy Crush o seguendo con passione la polemica politica sulla Partita del Cuore. E ogni macchinario che può farmi risparmiare tempo e sforzi nel fare le odiose pulizie di casa è benvenuto. Sono disposto a spendere, per questo.

Il mio amico aveva ragione: il Dyson DC 62 è l’iPhone degli aspirapolvere, a partire dal prezzo. Di listino costa più o meno come un iPhone vero e proprio. Per fortuna ormai facciamo quasi tutti così: andiamo da Mediaworld a provare le tecnologie e poi le compriamo online a prezzo scontato. Su Internet l’iPhone degli aspirapolvere costa come un Samsung Galaxy di fascia media.

Attraverso una serie di ricatti, sguardi teneri o con occhi da triglia, trappoloni emotivi, smisurate preghiere e agguati sono riuscito a convincere la mia compagna ad adottare l’aspirapolvere definitivo (la sua passione per il tema è minore rispetto alla mia, anche e soprattutto perché non le tocca manovrare il Bàutaro). E’ arrivato giusto in tempo per il mio compleanno, tra l’altro.

E’ davvero la rivoluzione: il nuovo aspirapolvere pesa sì e no come il mio Macbook Air e si porta in giro per la casa con l’agilità e l’eleganza con cui si porta un bastone da passeggio. Non ha fili, si carica con un alimentatore che è poco più grosso di quello di un Mac ed è facilissimo da usare in piedi su una scala col braccio in alto per fare fuori tutte le ragnatele in pochi secondi. Ha pure un look alieno a metà tra HR Giger e il BFG 9000 in Doom e dura oltre 20 minuti di uso continuo, che è ben più di quanto tempo io sia disposto a spolverare casa.
E ha pure la turbospazzola, ma è trasparente – cosa a cui noi nerd teniamo tantissimo – fa sfilare via molti più capelli rispetto al Bogòn e si smonta con un click su una rotella, evitandoti di infilare le dita e strappare alla cieca ciocche di  residui polverosi, peli di provenienza ignota e chissà quali altre schifezze.

Ora, a freddo, consumata l’emozione delle prime aspirazioni (alle 2 di notte: credo che i vicini stiano facendo delle bamboline voodoo con la mia forma), posso confermare che è l’aspirapolvere definitivo, dopo la rigida ortodossia filosovietica degli albori, i prodotti di plastica negli anni di plastica, le fughe in avanti tecnologiche e la concessione alla moda (scomoda) del momento.

Però non posso notare che, compiuti i 40, non solo mi esalto per un aspirapolvere ma gli dedico pure un polveroso post chilometrico. La mia trasformazione in una casalinga tradizionale credo sia iniziata e il processo temo sia irreversibile. Finirà che mi innamorerò di Julio Iglesias, passerò i pomeriggi guardando Rete 4 e prima o poi pretenderò la pelliccia per Natale. Nel caso eliminatemi in tempo a colpi di Progres.

§ 5 Responses to Grandi aspirazioni"

  • joe says:

    sarà polvere che noi non saremo. La polvere vince sempre lei : perchè invitarla ogni giorno ad un duello per noi pedente? siamo tutti Sisifo ?Hai dimenticato tra le passioni della casalinga anche l’ineffabile silviuccio.

  • Marco says:

    I post come questo mi fanno ben sperare in un florido futuro per il genere blog :-) Non so se si debba essere necessariamente degli amanti del genere, ma l’ho letto da cima a fondo come neanche la recensione di un film.

  • Antonio says:

    Dickensiano (quindi ottimo!).

  • Luca says:

    Bravo assai. Voglio leggere ancora ancora altro.

  • Yohv says:

    Beh, io l’ho trovato molto divertente, anche il modo in cui vengono caratterizzati i vari modelli (“Ha pure un look alieno a metà tra HR Giger e il BFG 9000 in Doom” … Ahah! Grande!).

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