Lettera a un fratello che sciopera

November 14th, 2012 § 10 comments

Caro ipotetico fratello minore,

è un po’ che non ti scrivo, ma siamo sempre lì: tu in piazza e io a guardarti dal balcone un po’ preoccupato, ché ho già quell’età in cui l’affetto diventa protettivo e probabilmente ti metterebbe in imbarazzo.

Lo so, negli ultimi anni abbiamo avuto i nostri scazzi e un po’ di divergenze politiche. E continuo a essere scandalizzato che ti piacciano i Muse nonostante tutti i dischi che hai trovato in casa. Però ci tenevo a dirti che oggi sono con te, lì in piazza.

Magari non la vediamo proprio allo stesso modo sul governo Monti, sul PD, ma al di là di qualche dettaglio ti capisco.
Capisco la tua frustrazione di ventenne quando incontri i tuoi coetanei in Europa e scopri che questi hanno una casa tutta per loro, hanno automobili, fidanzate (alcuni addirittura mogli e figli), viaggiano, fanno progetti, coniugano i verbi al futuro, si diertono e sanno che il meglio deve ancora venire.
E tu hai orizzonti semestrali, contratti che non sono nemmeno precari: sono fatui. Non progetti niente, non costruisci, non hai spazi di manovra, perché il sistema in cui viviamo (che è complesso e quindi non ha la esse maiuscola, perché è giusto non prendersi il lusso di essere generici) ha reso permanente il tuo status di collettore di paghette. Esatto, quelle che rimediavi in casa per pagarti la birra e i dischi. La tua condizione è così diffusa e abituale che vivi in un eterno presente: non riesci a pensare più in là di qualche settimana.

Oggi sei in piazza coi nervi tesi per una questione che va oltre l’economia: fatta così, questa vita non è vita. Lo so.
Intendiamoci: nessuno tra te e i tuoi amici sta patendo la fame. State tutti bene, grazie al cielo, perché c’è una famiglia alle spalle che garantisce una casa, pasti regolari, vacanze più o meno dignitose, vestiti, eccetera.
Ma, seppure tenuto al caldo e nutrito, posso immaginare quanto ti bruci tenere lì tutto il tuo potenziale. Scalpiti, lo sento. E ti monta la rabbia, perché questa esistenza a singhiozzo non ti fa esprimere, non ti dà una direzione. Ti porterà a trent’anni a essere un collezionista di frazioni d’esperienza, la maggior parte delle quali rimediate su internet, perché la vita reale è un limbo un po’ noioso.

Non ho molti anni più di te, ma a noi è andata bene: ci è scoppiata Internet tra le mani che avevamo vent’anni e più o meno tutti abbiamo trovato un lavoro da quelle parti lì, ciascuno con la sua inclinazione. A voi non è capitato. E la fatica che abbiamo fatto (e stiamo facendo) per far schiodare dai posti di potere i privilegiati, gli immeritevoli, i vecchi che godono a vita di rendite di posizione da secoli, ecc. è bastata malapena per pochi di noi, nemmeno tutti.

La cosa che mi dispiace di più, oltre a vedere il tuo potenziale non colto e continuare a chiedermi come saresti se ti fosse riconosciuto il diritto alle opportunità, è che non ho soluzioni. Riesco solo a sfilare mentalmente accanto a te in corteo.

Ricordi, il nonno ci diceva che alla fine “al male si spara”. Loro hanno dovuto farlo per davvero, perché il male sparava alla gente, la impiccava per strada, la mandava in guerra e poi al massacro.

Io ti dico di sparare con l’unica arma nonviolenta che ci è concessa: la parola.
Spara, fratello. Spara una raffica di no. E dì ai tuoi amici di fare altrettanto. Spara un no all’ennesimo lavoro mascherato da stage non retribuito, spara un no a tutti i “fallo gratis in cambio di visibilità”, spara un no ai siti e ai giornali da 3 euro al pezzo, spara un no ai “ringrazia che ti diamo un lavoro”. Spara a chi ti nega la dignità di coniugare te stesso al futuro. Vediamo se il sistema regge l’impatto di tutti quei “no”.

Oggi scioperate, scioperiamo. Ma se finisce oggi non risolviamo niente. Il vero sciopero inizia domani e dura tutta la vita: dire di no a chi se ne approfitta, a chi ci condanna al limbo, a chi ci vuole mediocri. Rompi il sistema in modo nonviolento, con la forza del tuo no, dei nostri no. Devono essere tantissimi.
Insomma, fratello fossimo in piazza ti direi di non rompere le vetrine: rompi le palle. Pretendi chance, opportunità, occasioni. Niente di garantito, solo la possibilità di giocartela.

Mi raccomando, occhi aperti, antenne dritte e buonsenso anche quando sfoghi la tua rabbia. Tanto in corteo ci sai stare. Fai in modo che oggi sia solo l’inizio. La vera austerity da combattere è questa congiura a volerci mediocri. Dì un no fantasioso e sarò ancora, come sono sempre stato, fiero di te.
Stammi bene.
Un abbraccio militante,

Enrico

 

P.S. Mamma insiste con la storia del golfino. Magari stavolta accontentala, ché è novembre inoltrato e il golf da sfigato va fortissimo tra gli hipster. Finisce pure che sei alla moda. (poi dalla prossima volta continua a fregartene e regolati termicamente come ti pare: ormai sei grande).

§ 10 Responses to Lettera a un fratello che sciopera"

  • laura says:

    fratelli e sorelle,leggo su certi siti che non bisogna consegnare curricula a tappeto, ma secondo me conta la varietà di esperienze, anche brevi, quindi è bene lanciarsi, rischiando anche una brutta figura, perchè si conserverà sempre il ricordo di avere fatto qualcosa di nuovo in un ambiente nuovo. e bisogna rispondere con fiducia in se stessi a quei selezionatori che si preoccupano di chiedere il motivo del cambiamento, come se avere tante brevci esperienze volesse dire cambiare perché si è volubili o ci si fa licenziare

  • Care sorelle maggiori,
    sono cresciuto nel settore editoriale, che Internet ha più o meno polverizzato.
    Ho rinunciato (io) all’impiego fisso, nelle relazioni pubbliche, nel 1990. Da allora, a parte una parentesi di un anno, ho sempre vissuto (re)inventando il mio lavoro, che non è mai più stato “sicuro”. Ma mi piace ed è quello che desideravo.

    Desiderate il posto sicuro e vi capisco perfettamente. Vi capisco meno quando pensate che andando in piazza a urlare stiate adoperandovi per averlo. State prestando il vostro tempo gratis a qualcuno pagato per avervi in piazza.

  • Anna59 says:

    caro ipotetico fratello maggiore
    molto bella la tua lettera all’ipotetico fratelli minore – ma ricordati che:
    non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire….
    e chi vuol intendere intenda – tutto il resto è prolisso
    saluti da
    Anna59 – disoccupata a 51aa e riciclata con nuovo mestiere da 2 aa –
    precaria forse fino alla tomba.

  • missiecarmen says:

    Caro Fratello Maggiore,
    Sono una Sorella Maggiore ancora precaria. Probabilmente abbiamo la stessa età, ma a me Internet quando è scoppiato mi ha solo bruciato le dita. Io continuo a lottare, anche se adesso sono stanchissima. Se hai un lavoro sicuro, qui in Italia, a trent’anni e passa, oramai puoi considerarti un Fratello Maggiore Privilegiato. Spero che tu te ne renda conto!
    Con affetto,
    C.
    http://youmightwannareadthis.wordpress.com/

  • Caro ipotetico fratello minore,
    se vai a manifestare devi essere furbo. Tuo nonno ha fatto il ’68 per aprire botteghe sui Navigli, laurearsi senza studiare, farsi amici importanti e poi vincere concorsi statali per avere stipendio garantito a produttività zero, oppure entrare in politica.
    Tuo padre è cresciuto nell’ombra di tuo nonno e andava a manifestare, ancora una volta, perché era furbo: così rimorchiava e intanto conosceva gli amici giusti, per diventare responsabile marketing, assicuratore, bancario.
    Il tuo problema è che tuo nonno e tuo padre si sono mangiati tutto. Soprattutto, non ti hanno spiegato che i furbi che manifestano sono quelli in prima fila: le altre mille file dietro sono fatte di poveracci ingenui che abboccano, utili idioti funzionali ai furbi che ne ricaveranno una poltrona delle poche disponibili. La prova? Evidente: si manifesta da decenni, ma se questo avesse migliorato le cose adesso non ti toccherebbe scioperare.
    Caro fratello, se non hai gli amici giusti, sappi che in quest’epoca conta solo la conoscenza. Che ha un significato diverso da un diplomino con il minimo dei voti o una laurea un tanto al chilo fatta a forza di copiaincolla da Wikipedia.
    I tuoi coetanei europei alla tua età si sono girati mezza Europa senza un euro in tasca. Conoscono altre due lingue come minimo, e un linguaggio di programmazione come minimo, e Html e montaggio video e sanno suonare uno strumento.
    Non parliamo dei tuoi coetanei cinesi, che si alzano all’alba e lavorano e studiano come pazzi fino a notte e oltre a imparare un’altra lingua come minimo, si imparano anche un altro alfabeto. E dormono in fabbrica.
    Ti raccontano che se vai a scioperare, il governo ti darà un lavoro e che se vince il partito “quello giusto” non sarai precario. Se sei furbo, fa per te. Se non hai gli amici giusti e non fai parte del giro che conta, e neanche i tuoi parenti, farai meglio a sfruttare meglio il tuo tempo e a usarlo per imparare, lingue, linguaggi e discipline. Perché quando scioperi lavori gratis per qualcuno la cui professione è portare la gente in piazza e più precario di così non lo so proprio immaginare.

  • Gia says:

    Caro fratello,
    fratello perché anche io sono la maggiore e quindi ti capisco perfettamente. E perché anche io oggi, mentre lavoravo, vedevo sfilare sotto il balcone quel gruppo di ragazzi senza futuro, che vedendomi affacciata mi hanno urlato di scendere a manifestare con loro. Come avrei voluto farlo. Perché in quel momento mio fratello era a fare un colloquio. Uno dei tanti che sta facendo, uno dei soliti colloqui senza speranze che ti portano via un sacco di tempo. Ma ai quali sei obbligato ad andare se vuoi sopravvivere, se vuoi provare a portare a mangiare un panino (non dico a cena) la tua fidanzata. Piuttosto che niente…
    Anche perché mamma e papà non hanno più le spalle larghe come una volta.
    A me viene da piangere al solo pensiero di non poter far niente per trovargli un lavoro, al pensiero che le uniche cose che posso fare sono spulciare gli annunci su internet e lavorare il più possibile per potergli allungare di tanto in tanto qualche 50 euro di mancia perché sono la sorella maggiore. In realtà vorrei solo che quei soldi se li guadagnasse da solo. E anche lui lo vorrebbe. Sono in gabbia loro, e siamo in gabbia anche noi. Il mio cuore di sorella lo è di sicuro, mi immagino solo quello dei nostri genitori. Ormai viviamo di tentativi senza speranza.

  • p says:

    Militante? ma quando mai. sei un simpatizzante del pd e di sinistra non hai più nemmeno i sogni. smettila con il paternalismo.
    Il giorno in cui anche tu non avrai più il culo al caldo ti rileggerai e proverai imbarazzo. se conosci questa parola.
    Se sei di sinistra parlaci di Monti e facci ridere!

  • Ipotetica sorella minore says:

    Caro ipotetico fratello maggiore,
    non sai quanto mi riveda in questa tua lettera. La cosa triste è che io non sono ipotetica, ma reale, e come me tanti altri sono nelle mie condizioni, o anche peggiori. La cosa triste è che personalmente mi vedo proiettata nel futuro, quando mi chiedo “e se la famiglia sparisce?” Siamo in condizioni tremende, e chi ci dovrebbe aiutare a venirne fuori, invece di rimboccarsi le maniche pensa a incolparci di questa situazione e a inventare modi nuovi di offenderci. Io sono qua, ho cominciato a dire no quando mi sono resa conto che accettare certi compromessi nel campo del lavoro non solo era avvilente, ma non mi avrebbe portato a niente. Accettare di lavorare gratis, impegnandomi al massimo, non li avrebbe convinti a tenermi una volta finito il contratto di stage, li avrebbe solo convinti che là fuori era pieno di disperati speranzosi che ci avrebbero creduto, e avrebbero dato il massimo, senza ricevere un soldo in cambio. Accettare di lavorare al nero non mi avrebbe permesso di guadagnarmi fiducia nel mio datore di lavoro, piuttosto avrebbe permesso a lui di farmi lavorare quante ore volesse, anche 7 giorni alla settimana per la cifra che voleva lui, senza avere la minima protezione. Accettare certi contratti ridicoli (e purtroppo sono i più diffusi) come quelli per i venditori porta a porta, avrebbe fatto sgobbare me per quei due o tre contratti che ormai sono possibili (chi ha più voglia di fidarsi?), io mi sarei beccata le infamate da parte della gente stanca e non avrei visto una lira a fine mese. Quindi ho cominciato a dire di no. Non sono una bambocciona, sono una persona cresciuta in una società che fino a quindici anni fa non ha visto che benessere, accumulo e sicurezza, una società che mi ha convinto a continuare gli studi perché ci sarebbe stato bisogno di persone con conoscenze accademiche, e che dopo che ho speso soldi, tempo e impegno personale nell’accumulare queste conoscenze mi viene a dire che sono perfettamente inutili. Ora pretendo che queste promesse abbiano un riscontro, perché sicuramente se le cose vanno male, e vanno peggio che in altri paesi, la colpa non è certo nostra, degli ultimi arrivati, ma anche di chi si è approfittato di questo benessere e ha pensato bene di fare il furbo, che mai è sinonimo di lungimirante. E nonostante tutto, continua a provare a fare il furbo, continua a pretendere che le cose vadano avanti come prima. Sono stanca di prendere la colpa nonostante la mia sia una situazione senza sbocchi e su cui non ho alcun potere. Gli “choosy”, come siamo stati chiamati, non siamo noi, sono loro. Noi pretendiamo semplicemente quello che ci è stato promesso ripetutamente, ogni volta che abbiamo dovuto scegliere se fermarci alle medie o continuare, se scegliere un professionale o un liceo (“ma che te ne fai del professionale, vai al liceo che ti apre tutte le porte!” mi sono sentita dire più volte, a un’età in cui non si può essere perfettamente lucidi. E ora che so tradurre alla perfezione dal greco antico che me ne faccio? Chi mi vuole?), se scegliere se buttarsi subito nel mondo del lavoro o continuare con l’università, se scegliere se fermarsi alla laurea breve o continuare a pagare tasse per specializzarsi, ancora e ancora… Siamo talmente poco esigenti che molti della nostra generazione si sono piegati a fare di tutto pur di lavorare e rimpolpare il curriculum: tutto perfettamente inutile, soldi, energie, speranze, tempo, tutto al vento. Ho incominciato a dire di no, contando sull’appoggio e la santa pazienza dei miei (tengo a precisare che personalmente la “paghetta” non la uso per vacanze o vestiti, che non compro da anni, ma per mangiare e pagare l’affitto, ché da sola non ce la faccio) che mi vedono spesso inattiva (ma non nel cercare lavoro) e aspetto quello che è mio di diritto, per cui tanti negli anni passati si sono battuti e hanno ottenuto con fatica: la DIGNITA’ del lavoro. Non sono una bestia da soma, né una schiava, né qualcuno da sfruttare. Sono una PERSONA e ho diritto a un lavoro, e che sia dignitoso.
    Scusami per il mio fiume di parole, anche se non ho neanche detto tutto quello che avevo da dire, ma le tue di parole hanno toccato una corda scoperta. Tanto più che proprio ieri un mio fratello maggiore, non ipotetico ma reale, mi ha detto quanto sia triste vedere una Ferrari di sorella tenuta chiusa e spenta dentro a un garage. Potenzialità sprecate, non solo le mie, quelle di tanti.

  • E’ una strategia molto debole perché basta un, appunto, anello debole, a farla fallire: vuoi che su trenta candidati uno disposto a farlo gratis o per un tozzo di pane non ci sia? La lettera andrebbe casomai indirizzata al datore di lavoro rampante. Sempre che lo sia davvero e non sia costretto a sua volta perché tutti gli altri intorno già lo fanno. Poi, vabbé, il sistema è ormai così complesso e globale che ciao, qualunque lavoro non necessariamente locale e artigianale finirà per diventare liquido e delocalizzato.

  • sasakifujika says:

    ti voglio molto bene, amico mio.

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