I feel love – lato A (aka – i duri non ballano, quindi io sì)

May 18th, 2012 § 0 comments

D’improvviso amavo la geometria. E la matematica. Addirittura le frazioni.

Batteva il quattro quarti. E io capivo ogni quarto, ogni colpo, lo sentivo nelle gambe, nella testa, nelle braccia. E comprendevo la geometria, il rapporto numerico tra le forme, le lunghezze, i pattern, le sequenze che diventano sistema, il sistema che evolve in flusso, il flusso che trascina e ingloba.

Era la bellezza dei numeri, il trionfo armonico e ritmico delle cose esatte. La perfezione, la scienza, i robot, lo spazio, il futuro.

Amavo il rumore, le distorsioni, l’eccitazione del suono in modelli sporchi, sbavati, erratici. Mi piacevano l’improvvisazione, la fuga, la deriva, l’imprevedibilità, la sorpresa. Non poteva piacermi quella costruzione perfetta, squadrata, stratificata, ingegneristica, puramente elettronica.

Il groove viene dal corpo, che è imperfetto per natura, mi dicevo, non posso essere affascinato da questa cantilena modulare, dove la melodia e il ritmo sono algoritmi, dove non c’è spazio per l’errore, dove si programma, non si suona. E’ più bello e interessante il mondo reale o una sua simulazione fatta col Lego? Mi dovevo arrendere: in quel momento mi piaceva – da morire – il mondo astratto. Ogni suo mattoncino.

Ero in crisi: quella passione metteva in discussione un’estetica d’istinto di cui andavo anche un po’ fiero: hey ho, let’s go, sudore, amplificatori, chitarre, feedback, rumore (in)controllato. E soprattutto rendeva ridicolo un mio proclama, eletto a stile di vita: io non ballo.

Dopo un minuto – a 14 anni – ballavo per la prima volta in vita mia.

Non ho più smesso.

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