This land is not your land

March 3rd, 2012 § 65 comments § permalink

No, la Valle di Susa non è la “vostra terra”. E’ il posto in cui abitate. E no, non siete legittimati a esprimervi sulle sorti di un’opera internazionale che passerà di lì più di quanto lo sia io o qualsiasi altro italiano.

Ai (pochi, fortunatamente) fautori di un referendum sulla TAV andrebbe spiegato un concetto semplice ma importante come quello di sovranità. Siamo uno Stato, cioè una cosa collettiva in cui – per dirla con il compagno Spock –  le necessità e le volontà dei tanti prevalgono su quelle di pochi o di uno solo. E le soluzioni a queste necessità/volontà si esercitano attraverso i vari gradi di amministrazione, che hanno portata “geografica” diversa: mondiale, europea, nazionale, regionale, provinciale, comunale, ecc. Nulla di incomprensibile per chi abbia fatto un po’ di insiemistica alle elementari.

E se lo Stato (cioè tutti i cittadini d’Italia) decide che una certa opera va costruita in un certo luogo, non c’è referendum locale che tenga. Perché l’opera è di interesse nazionale (anzi, in questo caso europea). E la sua costruzione o non costruzione può cambiare le vite di chi sta a Bussoleno come di chi sta a Pizzo Calabro o a Kiev. La TAV è un treno e non un campo sportivo. Chiaro, no?

Lo scenario per cui a Milano sono stati fatti alcuni referendum consultivi riguardanti il territorio è diverso: lì i cittadini erano chiamati a esprimersi su temi strettamente legati alla città e di competenza esclusiva del Comune di Milano. Qui si tratta di un progetto europeo che va da Kiev al Portogallo. Ed è un progetto su cui dovrebbero transitare persone e cose da mezza europa. Quindi non azzardiamo paragoni sbagliati.

Quindi no, il referendum in Valsusa sarebbe sbagliato, oltre che inutile. E stabilirebbe un precedente pericolosissimo (che sarebbe il trionfo del leghismo, inteso come pratica e ideologia iperlocalistica): dare precedenza agli interessi locali rispetto a quelli più grandi.

Il problema è che si perderebbe, in piccolo, il senso della misura. Mi spiego con un esempio nemmeno troppo fantasioso. Facciamo che siamo così sventurati da fare un referendum in Valsusa. Ci sarebbero già i primi problemi a definire cos’è la Valsusa, quali sono i cittadini interessati dall’opera e abilitati a votare (peraltro se si fa un lungo tunnel sotto una montagna, magari vorrebbero esprimersi sull’opera pure quelli che abitano nella valle contigua). Ma facciamo che si superano.
Poi succede che vincono i sì: l’opera ha il consenso della valle. Di sicuro salterebbero su i cittadini della bassa valle a dire che loro sono più legittimati a decidere rispetto ai cittadini dell’alta valle, dove la TAV non avrebbe grandi effetti.
Quindi, visto che piace il principio localista, toccherebbe fare un referendum limitato ai cittadini della bassa valle. Si fa e magari ri-vince il sì. Finirebbe che i cittadini del versante della bassa valle interessata dall’opera si sentirebbero più legittimati a decidere rispetto a quelli della bassa valle che stanno dall’altra parte o più distanti. E vai con un altro referendum. In cui magari vincono i sì, ma i cittadini sul versante dell’opera coi terreni espropriati si sentono più legittimati a decidere rispetto a quelli non espropriati. E allora si fa un altro referendum, facendo votare sempre meno gente.
E così via, fino a quando ognuno sarà titolare e principe del metro quadro che calpesta.

Il problema di scala dell’applicazione della sovranità è attualissimo, soprattutto in un’epoca in cui le decisioni importanti superano la dimensione nazionale. Cedere a tentazioni leghiste (questa è la vera natura, magari inconsapevole, del movimento notav fin dalle sue origini, dimenticando i plugin antagonisti/violenti aggiuntisi in seguito), magari non accorgendosene, è un rischio enorme per questo paese in cui i principi forti sono spesso offuscati, opachi, non definiti.
Non va fatto, così come non va fatta una pausa di ripensamento della TAV, perché la TAV non è in Valsusa. La TAV è in Europa. E va fatta il meglio possibile, ascoltando ovviamente le istanze costruttive (cioè ***come*** farla meglio; se farla o no è già stato deciso altrove, rispondendo a interessi di un numero più grande e ugualmente interessato di cittadini sovrani) di chi risiede nelle zone in cui passeranno i treni.

Purtroppo per le menti di certa sinistra poetico/vanitosa (vendoliana), per fortuna minoritaria e in via d’estinzione, l’immagine autogenerata facile-facile del povero contadino che lotta per la sua terra contro le multinazionali è una tentazione irresistibile: vera e propria pornografia ideologica, che genera eccitazione e schieramenti a priori. E poco importa se, come nel porno, è tutto finto. Quel che conta è crederci per un po’, senza avere coscienza dei pericoli più grandi che si nascondono – per tutti – nelle pieghe di un terzomondismo nostrano in salsa antimoderna.

L’uomo che faceva le vocine (e le facce)

March 1st, 2012 § 3 comments § permalink

Ero bambino ed era il 1980/81/82 (non ricordo precisamente l’anno) e a Torino c’era la Festa dell’Unità, quella nazionale, grande.

Alla sezione dei miei genitori, che poi fu la mia, era stato assegnato – con un immane colpo di fortuna – il bar dell’area concerti. Questo significava accesso libero e in qualsiasi ora a tutti i concerti (e in quegli anni il calendario era da paura, per qualità e quantità dei nomi coinvolti).

Io ero bambino (6/7/8 anni a seconda dei casi) e di giorno correvo qua e là per l’area concerti senza supervisione, tanto – si perdoni l’ingenuità dell’epoca – era un luogo sicuro, pieno di compagni che mi conoscevano, non c’erano pericoli.

Spesso salivo e scendevo dal palco durante le prove, cercando di non mettermi nei guai.

Ricordo che un pomeriggio venne Lucio Dalla a provare. La sera avrebbe fatto il pienone.

Come d’abitudine correvo su e giù sul palco sostanzialmente indisturbato, tanto di solito qualcuno mi mandava via poco prima che gli artisti iniziassero a suonare.

A un certo punto mi venne da sedermi sul pianoforte elettrico. Letteralmente mi arrampicai. E, per una volta, nessuno mi mandò via.

Arrivò Dalla e, imperturbabile, mi disse ciao e iniziò a fare le prove con la band, suonando il piano su cui ero seduto. E faceva le vocine al posto del testo delle canzoni (cosa che tuttora mi fa godere), pratica di cui è cintura nera. E ogni tanto mi faceva le facce.

Intanto dondolavo le gambe a tempo, come su un seggiolone. Mi divertivo.

Finii per restare lì sul piano per tutte le prove a godermi il fracasso di quel signore dall’aspetto buffo che mi stava già simpatico. E mi è rimasto simpatico (anche quando ha fatto canzoni orribili).

Ecco, oggi ho una ragione in più per essere dispiaciuto perché Lucio Dalla non c’è più (sempre che non rinasca, come rinasce il ramarro).

Where am I?

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